Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

martedì 16 giugno 2009

Il cantore del mito nuovo: Giorgio Locchi



… suonava così antico, eppure era così nuovo…

(Richard Wagner, I Maestri Cantori di Norimberga)


di Adriano Scianca (2005)


E per ultima venne la “globalizzazione”. In duemila anni di pensiero unico egualitario ci siamo sorbiti: “l’inevitabile” venuta dei tempi messianici, “l’inevitabile” avanzata del progresso tecnico, economico e morale, “l’inevitabile” avvento della società senza classi, “l’inevitabile” trionfo del dominio americano, “l’inevitabile” instaurazione della società multirazziale. Ed ora, appunto, è la “globalizzazione” ad imporsi come “inevitabile”. Il cammino è già tracciato, nulla possiamo contro il Senso della Storia. Certo, l’ingresso trionfale nell’Eden finale va continuamente procrastinato, giacché sempre emergono popoli impertinenti che non apprezzano gli hegelismi in salsa yankee di cui sopra. Ma prima o poi – ce lo dice Bush, ce lo dicono i pacifisti, ce lo dicono gli scienziati, i filosofi e i preti – la storia finirà. È sicuro. Sicuro?


Fine della storia?


È vero: la storia può effettivamente finire. È del tutto plausibile che nel futuro che ci aspetta si possa assistere al triste spettacolo dell’“ultimo uomo” che saltella invitto e trionfante. Ma questo è solo uno dei possibili esiti del divenire storico. L’altro, anch’esso sempre possibile, va nella direzione opposta, verso una rigenerazione della storia attraverso un nuovo mito. Parola di Giorgio Locchi. Romano, laureato in giurisprudenza, corrispondente da Parigi de “Il Tempo” per più di trent’anni, animatore della prima e più geniale Nouvelle Droite, fine conoscitore della filosofia tedesca, della musica classica, della nuova fisica, Locchi ha rappresentato una delle menti più brillanti ed originali del pensiero anti-egualitario successivo alla sconfitta militare europea del ‘45.

Molti giovani promesse del pensiero anticonformista degli anni ‘70 conservano ancora oggi il nitido ricordo delle visite da “Meister Locchi” presso la sua casa di Saint-Cloud, a Parigi, «casa dove molti giovani francesi, italiani e tedeschi si recavano più in pellegrinaggio che in visita; ma simulando indifferenza, nella speranza che Locchi […] fosse come Zarathustra dell’umore giusto per vaticinare anziché, come disgraziatamente faceva più spesso, parlare del tempo o del suo cane o di attualità irrilevanti»1. Le ragioni di una tale venerazione non possono sfuggire anche a chi l’autore romano lo abbia conosciuto solo tramite i suoi testi. Leggere Locchi, infatti, è un’“esperienza di verità”: aprendo il suo Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista – un «grande libro», «uno dei testi classici dell’ermeneutica wagneriana», come lo definisce Paolo Isotta sul… “Corriere della Sera”!2 – ci si trova di fronte al disvelamento (ἀλήθεια, a-letheia) di un sapere originale ed originario. Disvelamento che non può mai essere totale.

L’aristocratica prosa locchiana è infatti ermetica ed allusiva. Il lettore ne è conquistato, nel tentativo di sbirciare tra le righe e cogliere un sapere ulteriore che, se ne è certi, l’autore già possiede ma dispensa con parsimonia3. Ad aumentare il fascino dell’opera di Locchi, poi, contribuisce anche la vastità dei riferimenti e la diversità degli ambiti toccati: dalle profonde dissertazioni filosofiche alle ampie parentesi musicologiche, dai riferimenti di storia delle religioni alle ardite digressioni sulla fisica e la biologia contemporanea. Chi è abituato alle atmosfere asfittiche di certo neofascismo onanistico o ai tic degli evolomani di stretta osservanza ne è subito rapito.


La libertà storica


Il punto di partenza del pensiero locchiano è il rifiuto di ogni determinismo storico, ovvero l’idea che «la storia – il divenire storico dell’uomo – scaturisca dalla storicità stessa dell’uomo, cioè dalla libertà storica dell’uomo e dall’esercizio sempre rinnovato che di questa libertà storica, di generazione in generazione, fanno personalità umane differenti»4. È il rifiuto della “logica dell’inevitabile”. La storia è sempre aperta e determinabile dalla volontà umana. Due sono, a livello macro-storico, gli esiti possibili, i poli opposti verso cui indirizzare il divenire: la tendenza egualitarista e la tendenza sovrumanista, esemplificate da Nietzsche con i due mitemi del trionfo dell’ultimo uomo e dell’avvento del superuomo (o, se si preferisce, dell’“oltreuomo”, come è stato rinominato da Vattimo nell’intento illusorio di depotenziarne la carica rivoluzionaria). Il filosofo della volontà di potenza afferma la libertà storica dell’uomo tramite l’annuncio della morte di Dio: chi ha acquisito la consapevolezza che “Dio è morto” «non crede più di essere governato da una legge storica che lo trascende e lo conduce, con l’umanità intera, verso un fine – ed una fine – della storia predeterminato ab aeterno o a principio; bensì sa ormai che è l’uomo stesso, in ogni “presente” della storia, a stabilire conflittualmente la legge con cui determinare l’avvenire dell’umanità»5.

Tutto ciò porta Locchi ad individuare una vera e propria “teoria aperta della storia”. Il futuro, in questa prospettiva, non è mai stabilito una volta per tutte, rimane costantemente da decidere. Non solo: anche il passato non è chiuso. Il passato, infatti, non è ciò che è avvenuto una volta per tutte, un mero dato inerte che l’uomo può studiare come fosse un puro oggetto. Esso, al contrario, è interpretazione eternamente cangiante. Il tempo storico, lo stiamo vedendo a poco a poco, assume un carattere tridimensionale, sferico, essendo caratterizzato da interpretazioni del passato, impegni nell’attualità e progetti per l’avvenire eternamente in movimento. L’origine mitica finisce per proiettarsi nel futuro, in funzione eversiva nei confronti dell’attualità. Le diverse prospettive che ne fuoriescono finiscono per scontrarsi dando vita al conflitto epocale.


Il conflitto epocale


Il “conflitto epocale” è dato dallo scontro di due tendenze antagoniste. Si è già detto quale siano le tendenze della nostra epoca: egualitarismo e sovrumanismo. Ogni tendenza attraversa tre fasi: quella mitica (in cui sorge una nuova visione del mondo in modo ancora istintuale, come sentimento del mondo non razionalizzato e quindi come unità dei contrari), quella ideologica (in cui la tendenza, affermandosi storicamente, comincia a riflettere su se stessa e quindi si divide in differenti ideologie apparentemente contrapposte tra loro) e quella autocritica o sintetica (in cui la tendenza prende atto della sua divisione ideologica e cerca di ricreare artificialmente la propria unità originaria). E se l’egualitarismo (oggi in fase “sintetica”) è la tendenza storica dominante da duemila anni, la prima espressione “mitica” del sovrumanismo va ricercata nei movimenti fascisti europei.

Il fascismo, per Locchi, non può essere compreso che alla luce della “predicazione sovrumanista” di Nietzsche e Wagner6 e della “volgarizzazione” di tali tesi ad opera degli intellettuali della Rivoluzione Conservatrice (che, quindi, cessa di essere un’entità “innocente”, astrattamente separata dalle sue realizzazioni pratiche, come vorrebbe certo neodestrismo debole). Fascismo come espressione politica del Nuovo Mito comparso nell’ottocento da qualche parte tra Bayreuth e Sils Maria, quindi. Un qualcosa di nuovo, dunque. Ma, wagnerianamente, anche un qualcosa di antico.

Il fascismo, infatti, rappresenta anche la piena assunzione del “residuopagano che il cristianesimo non è riuscito a cancellare e che è sopravvissuto nell’inconscio collettivo europeo. Un fenomeno rivoluzionario, insomma, che si richiama ad un passato quanto più possibile ancestrale ed arcaico, proiettandolo nel futuro per sovvertire il presente. Lo scopo, nella lunga durata, è quello di far «regredire oltre la soglia memoriale» la Weltanschauung cristiana, versando significati nuovi nei significanti vecchi di matrice biblica, così come originariamente il cristianesimo “falsificò” i termini pagani per veicolare la propria visione del mondo in un linguaggio che non risultasse incomprensibile alle genti europee. È il progetto che il Parsifal wagneriano esprime con la formula «redimere il redentore»7.


Il male americano


Ma il primo tentativo di agire concretamente nella storia da parte della tendenza sovrumanista, come sappiamo, è sfociato nella sconfitta militare europea del 1945. Una sconfitta che ha posto il vecchio continente tra le fauci della tenaglia costruita a Yalta. In quel periodo, è bene ricordarlo, troppi eredi del mondo uscito perdente dal secondo conflitto mondiale pensarono di rinverdire la loro militanza sostenendo uno dei due bracci della tenaglia a scapito dell’altro, vagheggiando di un Occidente “bianco” che altro non poteva essere se non la “terra della sera” (Abend-land) in cui veder tramontare ogni speranza di rinascita europea. Scelsero, quei “fascisti” vecchi o nuovi, la tattica del “male minore”. Che, notoriamente, non è altro che la tattica dell’“utile idiota” vista… dall’utile idiota.

In questo contesto, sarà proprio Locchi (non da solo, né per primo: si pensi solo a Jean Thiriart) a denunciare le insidie del “male americano”. E Il male americano è anche il titolo di un libro tratto da un articolo comparso su Nouvelle Ecole nel 1975 a firma Robert De Herte ed Hans-Jürgen Nigra, pseudonimi rispettivamente di Alain de Benoist e dello stesso Locchi. Tale testo contribuirà in maniera decisiva a depurare il corpus dottrinale della Nuova Destra di ogni suggestione occidentalista. Del resto, i due autori cortocircuiteranno la logica dei blocchi citando una frase di Jean Cau: «Nell’ordine dei colonialismi, è prima di tutto non essendo americani oggi che non saremo russi domani». C’è una grande saggezza in tutto ciò. Ne Il male americano l’America è descritta più nella sua ideologia implicita, nel suo way of life, che nella sua prassi criminale. Un’ideologia fatta di moralismo puritano, di disprezzo per ogni idea di politica, tradizione o autorità, di mentalità utilitarista, di conformismo e mancanza di stile, di odio freudiano contro l’Europa. Ciò che soprattutto interessa agli autori è l’influenza della Bibbia nella mentalità collettiva statunitense, senza la quale sarebbero inconcepibili i deliri neocons dell’attuale gestione. Ed inoltre – il ricordo del ‘68 è ancora caldo – non manca la ripetuta sottolineatura della sostanziale convergenza tra la contestazione sinistrorsa ed i miti di oltre-Atlantico. New York come capitale del neo-marxismo: ce n’è abbastanza per distinguere il testo di Locchi/De Benoist dalle denunce “progressiste” dei vari Noam Chomsky (che pure, beninteso, hanno anch’esse la loro funzione).


La terra dei figli


Ma “il male americano” è soprattutto un male dell’Europa. Oggi che la Guerra Fredda è finita e all’ordine di Yalta è subentrato il feroce solipsismo armato di uno pseudo-impero fanatico e usuraio, ce ne accorgiamo più che mai. L’Europa: il grande malato della storia contemporanea. Ma anche un’idea-forza, un mito, un ripiego sulle origini che è progetto d’avvenire, come vuole la logica del tempo sferico.





In questo senso, i riferimenti all’avventura indoeuropea o all’Imperium romano, alle poleis greche piuttosto che al medioevo ghibellino servono come materiale grezzo da cui forgiare qualcosa di nuovo, qualcosa che non si è mai visto. «Se si vuol parlare d’Europa, progettare una Europa, bisogna pensare all’Europa come a qualcosa che ancora non è mai stato, qualcosa il cui senso e la cui identità restano da inventare. L’Europa non è stata e non può essere una “patria”, una “terra dei padri”; essa soltanto può essere progettata, per dirla con Nietzsche, come “terra dei figli”»8. Se nostalgia dev’esserci, allora che sia “nostalgia dell’avvenire”, come nello (stranamente felice) slogan missino di qualche tempo fa. Questo mondo che crede nella fine della storia sta forse assistendo semplicemente alla fine della propria storia. Per il resto, nulla è scritto. Sprofonderemo anche noi fra le rovine putride di questa decadenza al neon? Oppure avremo la forza di forgiare il nostro destino attraverso l’istituzione di un “nuovo inizio”? A decidere sarà solo la saldezza della nostra fedeltà, la profondità della nostra azione, la tenacia della nostra volontà.


Note


(1) Stefano Vaj, Introduzione a Giorgio Locchi, Espressione e repressione del principio sovrumanista. Tra gli intellettuali influenzati da Locchi ricordiamo, oltre allo stesso Vaj, tutto il nucleo fondante della Novelle Droite anni ‘70/80, da De Benoist a Faye, Steukers, Vial, Krebs, ma anche Gennaro Malgieri ed Annalisa Terranova, oggi in AN. Spunti locchiani emergono anche in tempi recenti in Giovanni Damiano e Francesco Boco. Non possiamo non citare, inoltre, Paolo Isotta, critico musicale del “Corriere della Sera” (!), cui Maurizio Cabona riuscì a far redigere un entusiastico saggio introduttivo al libro su Nietzsche e Wagner e che anche ultimamente (vedi nota successiva) è tornato a citare Locchi proprio sulle colonne del maggiore quotidiano italiano.

(2) Paolo Isotta, “La Rivoluzione di Wagner”, ne “Il Corriere della Sera” del 04/04/2005.

(3) Va detto, inoltre, che tra le carte lasciate da Locchi si trova diverso materiale inedito, tra cui un saggio su Martin Heidegger probabilmente e sfortunatamente destinato a non vedere mai la luce.

(4) Da Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista.

(5) Ibidem.

(6) Grande merito di Locchi è del resto il fatto stesso di aver riscoperto le potenzialità rivoluzionarie dell’opera wagneriana in un ambiente che continuava a pensare al compositore tedesco nell’ottica della duplice “scomunica” nietzschana ed evoliana.

(7) Gli indoeuropei, la filosofia greca, Nietzsche, la Konservative Revolution, il fascismo, l’Europa: il lettore attento avrà già scorto, dietro a simili riferimenti, l’ombra possente di Adriano Romualdi. Eppure, incredibilmente, Locchi sviluppò il suo pensiero del tutto autonomamente da Romualdi. Anzi, sarà solo grazie ad alcuni giovani italiani recatisi da lui in visita a Parigi che il filosofo conoscerà l’opera del giovane pensatore morto prematuramente. Senza mancare di sottolineare l’oggettiva convergenza di vedute. Per gli amanti della rete (e i poliglotti), segnaliamo la presenza, in Internet, di un testo in spagnolo (La esencia del fascismo como fenómeno europeo. Conferencia-Homenaje a Adriano Romualdi) che riproduce un discorso di Locchi pronunciato proprio in onore del compianto autore di Julius Evola: l’uomo e l’opera. Ignoriamo le circostanze cui far risalire tale discorso.

(8) Da L’Europa: non è eredità ma missione futura.

Condividi

giovedì 12 febbraio 2009

Il Kosovo è Serbia?

Domenica 17 febbraio 2008 l’arroganza, l’impunità e la menzogna hanno portato al potere in una provincia espropriata ad uno Stato sovrano un gruppo di narcotrafficanti ed assassini, col beneplacito dell’imperialismo occidentale. Nell’anniversario di questo evento, è necessario ancora una volta opporre le ragioni della Storia, della Tradizione e della Sovranità dei popoli alle ragioni di un campo che trova solo nella violenza e nella menzogna le proprie giustificazioni.

Kosovo je Srbija. Per l’europeo “medio” risulta difficile se non impossibile capire il senso profondo di questa semplice frase. Niente di strano: a chi dimentica la propria identità e svilisce il proprio immenso patrimonio culturale per cullarsi nel sogno americano non si può chiedere di comprendere e valorizzare l’identità e la cultura di una nazione per cui questo sogno è stato sinonimo di distruzione.
Eppure noi europei avremmo molto da imparare da questo popolo balcanico: dal 1389 (anno della sconfitta nella battaglia di Kosovo Polje [Campo dei Merli] contro l’esercito del sultano turco Murad I) al 1999 (anno dell’aggressione NATO alla repubblica federale Jugoslava) la storia dei serbi è caratterizzata da una resistenza costante, testarda e coraggiosa all’imperialismo (turco, austro-ungarico, tedesco, sovietico ed infine euroatlantico) in nome della sovranità, dell’autodeterminazione e dell’indipendenza della propria nazione.
Per comprendere l’attaccamento viscerale del popolo serbo al Kosovo-Metohija è quindi necessario guardare a questa terra nell’ottica di chi per quella terra, ed in quella terra, ha costruito, vissuto e lottato per secoli.

Breve storia del Kosovo

La storia del popolo serbo inizia proprio in Kosovo: fu in questa regione che i regnanti serbi, con le dinastie dei Nemanjić prima e dei Lazarević poi, svilupparono tra il X e XIII secolo d.C. il primo embrione di stato serbo; fu a Peć, nella Metohija (ovvero il Kosovo occidentale) che la chiesa ortodossa serba ebbe per secoli la sua sede arcivescovile; è in Kosovo che apparvero le prime opere letteraria in lingua serba1; ed ancora, è del Kosovo che parlano poesie, canzoni e poemi epici serbi dal XI secolo ai giorni nostri.
Non solo: l’evento fondante della nazione serba viene individuato proprio nella battaglia di Kosovo Polje, avvenuta il 28 giugno 1389 (il Vidovdan, ancora oggi festa nazionale), dove i serbi dimostrarono un coraggio senza pari: seppure in netta inferiorità numerica, non solo inflissero gravissime perdite al nemico turco, rallentandone di decenni l’avanzata verso l’Europa, ma riuscirono anche (per la prima ed unica volta nella storia) ad uccidere il sultano alla guida dell’esercito invasore.
Sebbene a Kosovo Polje i serbi risultassero alla fine sconfitti, fu solo con la caduta di Belgrado (avvenuta intorno al 1440) che venne completata la loro sottomissione all’impero ottomano, protrattasi poi per quasi cinque secoli. Infatti, solamente al termine della prima guerra balcanica (1878, conferenza di Berlino) venne riconosciuta al Regno di Serbia indipendenza e sovranità, seppure solo su una piccola parte dei territori “etnicamente” serbi: la percentuale maggiore della popolazione di etnia serba continuava infatti a vivere sotto il dominio dell’impero austro-ungarico (in Bosnia e nella Krajina) ottomano (Kosovo e Macedonia) ed in Montenegro2.

La rinconquista del Kosovo-Metohija avvenne nel corso della seconda guerra balcanica, conclusasi nel 1912 con la pace di Kumanovo. Durante i cinque secoli di dominio ottomano, però, la composizione demografica della regione era fortemente cambiata: i vicini albanesi (convertitisi all’Islam e quindi favoriti dai turchi rispetto ai serbi, rimasti cristiani ortodossi) avevano occupato indisturbati buona parte del territorio del Kosovo-Metohija, fino a superare il 50% della popolazione totale.
La riconquista della sovranità dei serbi sul Kosovo ebbe due risvolti negativi sugli albanesi, sia in Kosovo che in Albania: privò i primi dei tradizionali privilegi legati alla loro fede musulmana e bloccò le mire espansionistiche demografiche e territoriali dei secondi, che in Kosovo avevano per secoli trovato uno sbocco.

Alla fine della prima guerra mondiale, con l’instaurazione del “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni” (diventato nel 1929 “Regno di Jugoslavia”) il Kosovo fu oggetto di un’intensa opera di ri-serbizzazione, con l’invio di alcune decine di migliaia di “coloni” serbi ad affiancare la numerosa – ma minoritaria – popolazione serba locale. La coesistenza dei due principali gruppi etnici (serbi e albanesi) si era rivelata sinora estremamente precaria seppur priva di risvolti violenti, anche grazie al regno autoritario dei Karađorđević.
Con l’invasione della Jugoslavia da parte delle truppe dell’Asse (Aprile 1941) e l’assegnazione del Kosovo all’Albania fascista si verificarono le prime pulizie etniche su grande scala ai danni dei serbi: circa 90.000 di loro (su 300.000) dovettero fuggire in seguito alle violenze dei ballisti albanesi, mentre circa 20.000 furono uccisi nei tre anni e mezzo di occupazione.

La situazione per i serbi del Kosovo non migliorò neanche con la successiva ascesa di Tito che, pensando di poter controllare l’Albania3 mediante gli albanesi jugoslavi del Kosovo e della Macedonia, concesse a quest’ultimi numerose agevolazioni a spese delle altre etnie minoritarie, impedendo oltretutto il ritorno in Kosovo dei coloni serbi cacciati nel corso del secondo conflitto mondiale.
Ben lungi dal sortire gli effetti sperati, questa mossa ebbe l’unico risultato di far perdere col tempo il controllo sulla regione alle autorità serbe e jugoslave, e gettarla di nuovo nel mirino dei nazionalisti pan-albanesi in buona parte sospinti dallo stesso Enver Hoxha, il quale riuscì addirittura ad infiltrare propri uomini di fiducia nei ranghi delle leghe dei comunisti kosovari e macedoni4. Inoltre, la relativa prosperità economica del Kosovo (che, pur essendo la regione più povera della Jugoslavia, confrontata all’Albania di Hoxha sembrava il paradiso5) indusse centinaia di migliaia di albanesi ad emigrarvi, raddoppiando nell’arco degli anni ‘60 e ‘70 il numero di abitanti di questa etnia, che all’inizio del 1980 rappresentava circa l’80% della popolazione totale6.
È importante sottolineare anche il fatto che, con la riforma costituzionale del 1974, al Kosovo-Metohija venne concesso lo status di provincia autonoma all’interno della federazione jugoslava, status che la sottraeva de facto all’autorità di Belgrado, e che permise alla maggioranza albanese di occupare tutte le più importanti posizioni amministrative senza possibilità di opposizione da parte delle autorità serbe.

Negli anni ‘80 la situazione cominciò a divenire insostenibile: nell’autunno 1980 le violente manifestazioni degli albanesi (che chiedevano di attribuire al Kosovo lo status di Repubblica, acquisendo quindi il diritto di secedere) richiesero l’intervento dell’esercito federale, ed i disordini continuarono ininterrottamente fino alla fine del decennio.
Le minoranze non-albanesi del Kosovo (serbi in primis, ma anche montenegrini, gorani, rom, bosniaci e croati) erano nel frattempo diventate bersaglio degli estremisti albanesi; i quali, nel corso degli anni ‘70 ed ‘80, le costrinsero ad un vero e proprio esodo7.
Bisogna quindi contestualizzare sullo sfondo dell’immigrazione selvaggia, contornata da minacce e violenze, e di un’amministrazione controllata dagli albanesi (con una polizia che, per esempio, garantiva un misero 5% di crimini puniti nel caso in cui le vittime fossero state serbe e contava meno del 3% di serbi tra i propri ranghi) le proteste dei serbi del Kosovo del 1987, trampolino di lancio nella scena politica Jugoslava per un giovane dirigente della Lega dei Comunisti di Serbia: Slobodan Milošević.

L’ascesa di Slobodan Milošević

Torniamo quindi al 1987: nell’autunno di quell’anno, in seguito alle manifestazioni dei serbi, Slobodan Milošević venne inviato da Belgrado a Priština per cercare di riportare all’ordine una situazione sempre meno sotto controllo.
Fu in questa occasione che egli ebbe l’ “ardire” di esclamare di fronte ad una folla disperata radunatasi per l’occasione la celebre frase “Niko ne sme da vas bije” (letteralmente: «nessuno ha il permesso di picchiarvi»8) riferendosi ai poliziotti (tutti di etnia albanese) che avevano violentemente represso fino ad allora le manifestazioni serbe nella provincia.
Slobodan continuò poi a parlare con i manifestanti per diverse ore, esprimendo loro supporto ed affermando il loro diritto a vivere in pace nel Kosovo-Metohija, la loro terra, la terra santa di tutto il popolo serbo.
Non l’avesse mai fatto! L’establishment di Belgrado (e di tutte le altre repubbliche), intravedendo in questa manifestazione di solidarietà dei segni di nazionalismo “reazionario” cominciò ad osteggiare l’ascesa di Milošević in ogni modo – ottenendo come unico risultato un peggioramento delle relazioni inter-etniche in tutta la RSFJ, dove i serbi di ogni repubblica invece vedevano in lui un difensore della loro unità e dei loro legittimi interessi.

Sulla scia dell’entusiasmo popolare nei suoi confronti, Slobodan diventa in poco tempo presidente della Repubblica Serba (1989) promuovendo, con il supporto della stragrande maggioranza della popolazione, il rinnovamento della classe dirigente (i cosiddetti movimenti anti-burocratici) in tutta la Serbia e nel Montenegro.
Nel 1990 abolisce l’autonomia formale in Kosovo e Vojvodina, sia per rafforzare l’unità nazionale che (soprattutto) per ristabilire l’ordine in Kosovo. Di fatto le due province continuarono a godere comunque di larghissime autonomie nel campo linguistico, scolastico e sanitario: l’intenzione di Milošević era più che altro di ristabilire la legalità in Kosovo, obbligando polizia e magistratura locali (di fatto complici della pulizia etnica ai danni dei serbi che da anni andava avanti silenziosamente) ad obbedire agli ordini di Belgrado.

Per tutta risposta, gli albanesi, guidati dal leader pacifista Ibrahim Rugova della “Lega Democratica del Kosovo” (LDK), dichiararono l’indipendenza del Kosovo, riconosciuta formalmente solo dall’Albania.
L’LDK guidò in seguito un movimento di boicottaggio di tutte le istituzioni (politiche, scolastiche, sanitarie ed amministrative) serbe nella provincia9, cercando di creare un apparato statale parallelo con il supporto finanziario dell’Albania e degli albanesi emigrati negli USA e nei paesi dell’Unione Europea.
Fino al 1996 in Kosovo si respira un’aria di calma apparente: i rapporti tra i due principali gruppi etnici, sebbene tesi, raramente sfociarono in episodi di violenza, e solo la presenza forte dello stato serbo nella regione sembra poter prevenire lo scoppio di disordini.
Gli eventi bellici ed economici che sconvolsero i balcani dal 1991 al 1996, però, dovevano ripercuotersi profondamente anche in questa provincia, innescando una spirale di violenza culminata con l’intervento della NATO nel marzo 1999.

Continua...

Note

(1) È proprio in Kosovo, infatti, che si parla anche oggi il dialetto più antico della lingua serba.

(2) Montenegro e Serbia vennero entrambi riconosciuti indipendenti nella conferenza di Berlino, nel corso della quale venne anche esplicitamente proibita la loro unione, per evitare che un forte stato slavo del sud favorisse l’irredentismo e l’autodeterminazione di tutti i popoli sotto il giogo dei due imperi. Di fatto, però, serbi e montenegrini sono lo stesso popolo: separati solo da tradizioni storiche politico-sociali, essi condividono lingua e religione.

(3) Fino al 1948 – anno della rottura di Tito con Stalin – si supponeva che l’Albania dovesse entrare a far parte di una confederazione di stati balcanici assieme a Bulgaria e Jugoslavia.

(4) Le “Leghe dei Comunisti” erano gli organi amministrativi delle province e delle repubbliche jugoslave.

(5) Per non parlare del fatto che, in qualità di provincia povera, il Kosovo riceveva quasi il 40% dei fondi federali per lo sviluppo: di fatto i serbi – assieme alle altre nazionalità jugoslave – finanziavano infrastrutture, ospedali e università ad uso e consumo degli albanesi che si stavano impossessando della provincia.

(6) Nel 1948 gli albanesi erano poco meno di 500 mila su un totale di 750 mila abitanti della regione (escludendo gli oltre 100 mila serbi espulsi ed uccisi nel corso della II GM), ovvero il 65% del totale. Nel 1981 la situazione era la seguente: su 1 milione e 580 mila abitanti, 1 e 250 mila erano albanesi, ovvero circa l’80%. È ovvio che un incremento demografico di tali dimensioni (in soli 30 anni) può essere attribuito solo in minima parte ad un elevato tasso di natalità.
Nello stesso periodo invece, la popolazione totale di etnia non-albanese (in primo luogo serbi, ma anche montenegrini, turchi, gorani e rom) rimase sostanzialmente la stessa in numero: l’incremento dovuto alla natalità era ampiamente superato dall’emigrazione, nella maggior parte dei casi causata appunto dalle pressioni albanesi.

(7) In un articolo del 1987, il “New York Times” raccontava di come gli albanesi stessero volontariamente destabilizzando la provincia, vessando, minacciando ed uccidendo gli appartenenti ad altre etnie. L’articolo si trova qui.

(8) Questa frase è stata tradotta nei modi più disparati (ed inesatti) a seconda del grado di serbofobia del giornalista/storico di turno: non di rado ci si imbatte in “traduzioni” del tipo “Chi ha toccato i serbi pagherà col sangue” o “Nessuno dovrà mai più permettersi di toccare un serbo” tutte tese a dipingere (con l’aiuto della fantasia, ma non della storia) Milošević quale dittatore sanguinario già all’inizio della sua ascesa politica. Questa stessa gente in genere “cita” il “Memorandum dell’Accademia Serba delle Arti e delle Scienze” (un documento pro-serbo pubblicato su un giornale belgradese nel 1986 e firmato da una serie di professori ed intellettuali) come “prova” della cospirazione genocida serba: più o meno, è come se tra vent’anni un qualsiasi “Manifesto per la difesa della costituzione” (che appare con cadenza bimestrale qui in Italia) venga considerato la prova di una “opposizione sanguinosa al regime berlusconiano”. Tanto per citare un paio di “prove” e “fatti” che rendono l’idea dell’affidabilità e della competenza della “stampa libera” in materia.

(9) Gli apologeti dell’indipendenza kosovara in genere affermano che i serbi «impedirono l’accesso ad ospedali e scuole» agli albanesi. In realtà erano gli albanesi (o meglio, la parte di loro che supportava la secessione) che decisero di non accedere più a scuole ed ospedali. L’assenza di una discriminazione su base etnica da parte dell’amministrazione serba è provata (per esempio) dal fatto che il 15% della popolazione albanese rimasta leale alle istituzioni serbe continuò ad usufruire normalmente di tali servizi, così come fecero le comunità bosgnacche, rom, montenegrine e gorane residenti nella provincia.

Figure

1. Il monastero di Gračanica (1321).

2. Bandiera attuale della Serbia.

3. Il presidente Milošević durante il discorso per il seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje.

4. Mappa etnica del Kosovo: in giallo le zone a maggioranza serba (1999).


Condividi

mercoledì 26 novembre 2008

Il pensiero di Pareto su élites, borghesia e Fascismo

Vilfredo Pareto (1848 – 1923), il “solitario di Celigny”, fu un esponente della teoria sociologica delle élites. Più precisamente seguì, prendendo le distanze da Mosca, un approccio “psicologico”.

Antidemocratico per forza di cose, egli sostenne che, in ogni società organizzata, è sempre una minoranza (classe eletta o élite) a prendere le decisioni, anche con la forza. I regimi democratici non sono esenti da ciò.

Riguardo alla società, Pareto è convinto che non può sussistere se non organizzata gerarchicamente, e che anche la rivoluzione che si pone come obiettivo l’abbattimento di un ordine oligarchico, produrrà sempre e comunque un nuovo ordine oligarchico. Cambieranno le élites, nel senso che andranno a governare persone diverse mosse da sentimenti e/o ambizioni diverse, certo, ma non cambierà mai la logica di fondo: e cioè che ad usufruire del potere politico sarà comunque una minoranza. «La storia è un cimitero di aristocrazie...»

Il rapporto tra classe eletta e società “governata” non si riduce a quello di classe proposto da Marx. Infatti non esiste solo la “lotta di classe” tra ricchi e poveri, ma anche tra altre realtà sociali (uomini e donne, operai e contadini, fumatori e non fumatori, ecc.) che vanno ad intersecarsi con la precedente rendendo il contesto un intreccio inestricabile. Per questo motivo, Pareto, considerava con avversione le dottrine socialiste, che secondo lui erano, pur se ben sviluppate nella parte ideale, troppo riduttive; e per questo non in grado di smuovere i profondi sentimenti che spingono l’uomo all’azione. Gli uomini, infatti, hanno bisogno di credere in “qualcosa” (fede) e di agire in nome di “qualcosa” (mito). Nel fare questo il Nazionalismo riesce molto meglio del Socialismo.

Il sociologo che stiamo trattando vede la storia come un succedersi di classi elette. Il ricambio di queste avviene in senso ondulatorio: un’élite che ha raggiunto il suo “picco” massimo è destinata ad avere un periodo di decadenza. Può accadere che, toccato il limite di questa decadenza, avvenga il ricambio e una nuova élite inizi così il suo corso. Ma può anche accadere che tale ricambio avvenga quando l'élite destinata a scomparire non sia in decadenza, o sia in ascesa. Pensiamo a una rivoluzione improvvisa dove, per mezzo di un colpo di Stato, una nuova minoranza prenda il potere; in questo caso non è detto che la vecchia classe eletta fosse necessariamente in decadenza.

Sulla morale borghese, Pareto scrisse un opuscolo intitolato Il virtuismo borghese. Rilevò che in passato era vietato attaccare il sentimento religioso, ma non era necessario rispettare i tabù della castità. Col proliferare dello stile di vita borghese, le parti si invertirono; divenne possibile “sbeffeggiare” la religione, ma guai a rendere pubblico tutto ciò che potesse, anche alla lontana, essere inerente al sesso. «In realtà [...], la morale che ci vogliono imporre colla legge i virtuisti, è semplicemente la morale cattolica o protestante». In questo senso il “virtuismo” fu il Cattolicesimo della borghesia.

Riguardo al Fascismo va detto che Pareto, morendo nel 1923, poté studiare solo la veste movimentista e rivoluzionaria del fenomeno, e i suoi studi a riguardo furono per lo più comparativi col fenomeno socialista.

Sono due gli elementi del Fascismo che “il solitario di Celigny” captò come peculiari: l’uso della violenza extra-legale e l’esistenza di un mito il cui nocciolo è nazionalista.

La fede fascista è inferiore a quella socialista, ma ha saputo meglio di quella degli “avversari” risvegliare, attraverso il mito della nazione, la coscienza delle persone. Il Socialismo, infatti, era spinto da «desideri del pronto godere» e «combatteva per impadronirsi di cose e posizioni a sé utili». Il Fascismo, invece, perseguiva un ideale mitico che spingeva la maggior parte dei suoi seguaci all’azione; azione però controllata e indirizzata da un capo che si prefiggeva una mèta di grandissimo (e nobilissimo) livello: la conquista del potere centrale.

Le istanze fasciste trionfarono perché portate avanti da uomini che ardevano di una fede che mancò ai socialisti.

Concludo il post con una citazione paretiana a mio avviso attualissima: «Siamo giunti ad un punto in cui si scorge, tra le nebbie dell’avvenire, il principio di trasformazioni della democrazia, del parlamentarismo, del ciclo della plutocrazia demagogica (potere dell’alta finanza che per portare a sé consensi fa promesse che sa già di non poter mantenere), e l’Italia, che già fu madre di tante forme di civiltà, ben potrebbe avere gran parte nello generarne una nuova». [Libertà, 1923, in Scritti sociologici, pag. 1210]

Condividi