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venerdì 17 gennaio 2014

Marx e Gentile: idealismo è rivoluzione

Articolo pubblicato in «Il Primato Nazionale», 6 gennaio 2014.

Il mondo non dobbiamo necessariamente accettarlo così com’è. L’uomo ha sempre la possibilità, grazie alla sua volontà creatrice, di trasformalo. È questo, in sostanza, il messaggio che ci viene dalla tradizione filosofica dell’idealismo. Ed è sempre questo il fil rouge lungo cui si dipana l’interessante volume di Diego Fusaro Idealismo e prassi: Fichte, Marx e Gentile (Il melangolo, pp. 414, € 35), uscito da qualche mese nelle librerie italiane.

L’autore, giovane filosofo torinese e ricercatore presso l’Università San Raffaele di Milano, è tra le altre cose il fondatore di filosofico.net, il sito internet in cui, volenti o nolenti, sono incappati quasi tutti gli studenti di filosofia. Fusaro inoltre, a dispetto dell’età, ha già dato alle stampe diverse e interessanti opere, come Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario (2009) e Minima mercatalia: filosofia e capitalismo (2012). Più in particolare, Fusaro appartiene a quella sinistra, purtroppo minoritaria, che ha come esponenti di punta il compianto Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa. Quella sinistra cioè che, nell’epoca del dilagante trasformismo della sinistra «istituzionale», non ha rinunciato ai padri nobili della sua tradizione culturale e a una critica serrata dell’odierno capitalismo, ossia il capitalismo finanziario (o «finanzcapitalismo», secondo la definizione di Luciano Gallino).

Insomma il postcomunista Pd, rinnegando la sua storia, ha ceduto in tutto alle logiche del capitale, costituendone anzi una delle «sovrastrutture» ideologiche (per usare il linguaggio marxiano) con la sua bieca retorica del politicamente corretto e la paradossale difesa della legalità e delle regole (capitalistiche). Come direbbe Fusaro, si è passati da Carlo Marx a Roberto Saviano, da Antonio Gramsci a Serena Dandini.

Di qui la rivolta del giovane filosofo che, rileggendo Marx, offre una chiara interpretazione del pensatore di Treviri come nemico di ogni supina accettazione dell’esistente, ponendo in rilievo gli aspetti idealistici del suo pensiero. Di qui, anche, il rifiuto di ogni pensiero debole postmoderno e l’assunzione da parte della filosofia di una funzione interventista e attivistica. La filosofia, dunque, non più vista come mera erudizione estetizzante o come cane da guardia del «migliore dei mondi possibili», ma come strumento per trasformare la realtà. Una filosofia, insomma, che riacquista finalmente la sua dimensione epica ed eroica, come la intendeva Giovanni Gentile.

Diego Fusaro con il suo libro su Marx
Ed è proprio al filosofo di Castelvetrano e al suo rapporto con Marx che Fusaro dedica pagine importanti del suo nuovo libro, proponendo un’interpretazione certamente unilaterale del pensiero marxista, ma tutt’altro che illegittima. È in particolare il Marx delle Tesi su Feuerbach che emerge prepotentemente dall’opera di Fusaro: quel Marx che criticava il materialismo «volgare» dello stesso Feuerbach e che si concentrava maggiormente sul concetto di prassi – quella prassi che, contro ogni determinismo, era sempre in grado di rifiutare una realtà sentita come estranea per fondare un nuovo mondo. La prassi, quindi, come fonte inesauribile di rivoluzione.

Non è un caso, del resto, che sarà proprio Gentile a valorizzare il Marx filosofo della prassi, in quel famoso volume (La filosofia di Marx, 1899) che Augusto Del Noce indicò, non senza qualche evidente esagerazione, come l’atto di nascita del fascismo. Nonostante una ottusa damnatio memoriae che ancora grava su Gentile, ma che è già stata messa in crisi da molti autorevoli filosofi (Marramao, Natoli, Severino, ecc.), Fusaro riafferma la indiscutibile grandezza filosofica del padre dell’attualismo. Lo definisce giustamente, anzi, come il più grande filosofo italiano del Novecento. Non per una mera questione di gusto o di tifo, naturalmente, ma per un fatto molto semplice: tutti i filosofi italiani del XX secolo, nello sviluppo più vario del loro pensiero, si sono necessariamente dovuti confrontare con Gentile. «Gentile – scrive l’autore – sta al Novecento italiano come Hegel – secondo la nota tesi di Karl Löwith – sta all’Ottocento tedesco».

Fusaro, dunque, ricostruisce tutto quel percorso intellettuale che da Fichte, passando per Hegel e Marx, giunge sino a Gentile che, non a caso definito Fichte redivivus da H. S. Harris, chiude il cerchio. Di qui l’interpretazione dell’atto puro di Gentile alla luce della prassi marxiana, così come, per converso, la lettura di Gramsci come «gentiliano» che ha conosciuto Marx filtrato dal filosofo siciliano. Tesi, quest’ultima, tutt’altro che nuova (pensiamo anche solo ai recenti lavori di Bedeschi e Rapone), ma che ancora non ha fatto breccia negli ambienti semi-colti del «ceto medio riflessivo» che legge Repubblica, ripudia Gramsci e ha per guru Eugenio Scalfari.

Il Palazzo della civiltà italiana o della civiltà del lavoro,
comunemente noto come «colosseo quadrato» (Eur, Roma)
Ad ogni modo, non mancherebbero le obiezioni ad alcune tesi di Fusaro sul rapporto di Gentile con Marx, dal momento che l’autore non tiene nel minimo conto gli elementi mazziniani e nietzscheani del pensiero del filosofo attualista, così come manca qualsiasi riferimento alle correnti culturali del fascismo che provenivano dal socialismo non marxista e che non mancarono di influenzare Gentile. Mi riferisco, in particolare, al sindacalismo rivoluzionario (A. O. Olivetti, S. Panunzio) e al socialismo idealistico dello stesso Mussolini: quel socialismo, cioè, che aveva scoperto che rivoluzionaria non era la classe, ma la nazione. Mi riferisco, inoltre, alle giovani leve degli anni Trenta che volevano edificare la «civiltà del lavoro», glorificata dal fascismo con il cosiddetto «colosseo quadrato» che campeggia tra le imponenti costruzioni dell’Eur.

Senza Mazzini e gli altri «profeti» del Risorgimento, del resto, non si potrebbero comprendere gli elementi nazionali del pensiero gentiliano, così come il significato che Gentile dava al termine «umanità». Far discendere l’«umanesimo del lavoro» di Genesi e struttura della società (1946, postumo) da un «ritorno» di Gentile a un confronto con Marx, come fa Fusaro, è dunque possibile solo se si prescinde deliberatamente da tutto il dibattito che la cultura fascista sviluppò negli anni Trenta, con Ugo Spirito, Berto Ricci e Niccolò Giani. E in questo senso allora sarebbe anche possibile interpretare l’umanesimo gentiliano in senso egualitarista. Ma lo stesso Gentile, in alcuni importanti interventi, ha chiarito come intendeva l’universalità (e non l’universalismo), che doveva basarsi sul concetto romano di imperium e su una missione civilizzatrice dell’Italia (e qui ritorna Mazzini), come messo ben in evidenza da Gentile nel fondamentale articolo Roma eterna (1940). Un’universalità verticale, quindi, intesa come ascesa, e non un universalismo orizzontale e azzeratore delle differenze in nome di un’astratta concezione di uomo, avulsa da qualsiasi contesto storico e culturale concreto. In questo senso, dunque, l’umanesimo gentiliano è fondamentalmente sovrumanismo, come lo ha magistralmente descritto Giorgio Locchi.

Giovanni Gentile
Anche sul concetto di «apertura della storia», su cui giustamente insiste il Fusaro, bisognerebbe intendersi. D’altronde, già Karl Löwith sottolineò, nell’immediato dopoguerra, il messianismo intrinseco alla filosofia della storia marxiana. Secondo la teoria scientifica, infatti, il proletariato, ottenuta la coscienza di classe grazie allo sfruttamento capitalistico, avrebbe dovuto, per il tramite dell’azione del partito comunista, abolire le classi e lo Stato, ristabilendo le condizioni dell’Urkommunismus, sebbene in una forma «arricchita», con tutti i vantaggi, cioè, della moderna tecnologia. In questo senso, il marxismo lavorava anch’esso per l’uscita dalla storia che, invece di coincidere con la planetaria democrazia liberale di Francis Fukuyama, avrebbe istituito l’agognata società comunista e la fine di ogni volontà storificante dell’uomo.

Ad ogni modo, queste brevi e sintetiche obiezioni non vogliono in alcun modo sminuire l’eccellente opera di Fusaro, che è invece quanto di meglio si possa leggere oggi in un desolante contesto politico e culturale totalmente appecoronato alle logiche demoliberali, mondialiste e finanzcapitalistiche. La rilettura di Marx in senso idealistico, anzi, ha un innegabile merito: riportare al centro dell’azione politica la volontà creatrice dell’uomo, che scaturisce dalla sua libertà storica. È, in altri termini, il ritorno della filosofia a un approccio rivoluzionario alla realtà. Filosofia non più intesa come glorificazione dell’esistente, ma come motore di storia. Il che, si converrà, se non è tutto, è certamente molto.

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giovedì 9 maggio 2013

Alessandro Pavolini: L’ultimo poeta armato


L’articolo è stato pubblicato in «Occidentale», aprile 2013.


Il mito, sin dai tempi più remoti, cela in sé una potenza primordiale e misteriosa. Il mito, attraverso simboli e immagini, ci parla, tecnicamente ci «narra», ci invita all’azione, alla fedeltà a un archetipo. Nel caso di Alessandro Pavolini, la fedeltà al fascismo. La perfetta e simmetrica identificazione del segretario del Pfr con il suo mito archetipico (il fascismo sansepolcrista, lo squadrismo delle origini) ha poi reso lui stesso un mito. «Un’Idea vive nella sua pienezza e si collauda nella sua profondità quando il morire battendosi per essa non è metaforico giuramento, ma pratica quotidiana»: così Alessandro Pavolini ha magistralmente espresso, in una prosa tragicamente vibrante, l’essenza dell’ideale fascista, della salda fedeltà al fascismo, che poi altro non voleva dire che fedeltà a sé stessi, al proprio destino che si è liberalmente scelto.

Senza scomodare Sorel, è troppo facile constatare che, specialmente nell’epoca moderna, conformarsi a un mito, a un’immagine di sé stessi e della propria comunità, è un atto eminentemente rivoluzionario. E questo perché, nella «società liquida» e del nichilismo realizzato, si avverte intorno a noi un malcelato rifiuto di tutto ciò che è Forma, di tutto ciò che è strutturato, che è scultura di sé, che è costruito con abnegazione e attraverso la distruzione del proprio «io» egoista e borghese – un rifiuto di tutto ciò che è bello perché autentico, che è conturbante perché, in definitiva, terribilmente vero.

È proprio per questo motivo, cioè per esorcizzare la bellezza solare del mito incarnato e vissuto, che la parola d’ordine del borghese invidioso è diventata «demitizzare». Cosa ben diversa dalla demistificazione, che invece non è altro che lo smascherare una menzogna artificiosa. No, la demitizzazione è un processo molto più sottile e spudoratamente vile. Essa consiste, in ultima analisi, nel diffamare l’autenticità, nell’abbassare la grandezza e le più alte vette dell’esistenza alle turpi bassezze dei nani. Essere fedeli al proprio mito è in effetti il peggiore dei crimini agli occhi del borghese politicamente corretto, il quale non fa altro che predicare la prudenza, la diserzione, l’individualismo più retrivo. È per questo che il nume sfavillante di Pavolini si è cercato più volte di demitizzarlo. Una vana illusione, del resto, perché il regno delle aquile non potrà mai essere il loro starnazzante pollaio. 

Ma, d’altronde, come si poteva perdonare al Pavolini creatore dei Littoriali, del Maggio Musicale Fiorentino, delle Rassegne d’Arte, della Fiera del Libro, del Teatro Sperimentale dei Guf, ecc. – come si poteva perdonare a quest’uomo di profonda, raffinata e vivace cultura di essere stato fascista? Di più: come si poteva perdonargli di aver incarnato così fedelmente l’idea fascista tanto da immolarsi per essa, mentre tutti gli altri tradivano, si imboscavano, si prostituivano? 

«Le Brigate Nere in che periodo sono apparse? Quando altri si squagliavano e noi ci adunammo. Altri dimettevano il distintivo e noi ci rimettemmo la camicia nera. Altri cercavano di farsi dimenticare e noi ci ricordammo. Ci ricordammo delle parole date, delle fedi promesse, dei compagni perduti. Noi ci ricorderemo sempre». Ecco, la fedeltà al mito e al proprio ideale: questo, i biliosi e i truffatori, non glielo potevano proprio perdonare.

Ora, la seconda edizione ampiamente arricchita de L’ultimo poeta armato. Alessandro Pavolini segretario del Pfr (Seb, pp. 436, € 24) di Massimiliano Soldani, recentemente pubblicata a più di un decennio di distanza dalla prima (1999), ci aiuta a meglio comprendere il mito di Alessandro Pavolini. L’opera di Soldani infatti, arricchita peraltro da una magnifica introduzione di Gabriele Adinolfi, rappresenta un ottimo esempio di storiografia competente e non conforme che rifugge da un tipico tranello in cui spesso è incappato il variegato ambiente neofascista, ossia la trasformazione del fondatore delle Brigate Nere in un santino e in una figurina. Ricordare Pavolini unicamente come l’eroe che resiste fino all’ultimo, fino all’ultima cartuccia, è un altro modo, cioè, per depotenziare la sua figura. Perché Pavolini, prima del supremo ed eroico sacrificio, è stato un uomo che ha vissuto, che ha lottato durante tutta la sua esistenza per qualcosa di ben preciso.  

L’Autore infatti, grazie a una rara padronanza delle fonti, ricostruisce con esattezza le numerose tappe della battaglia politico-culturale di Pavolini, dagli anni del «Bargello» sino agl’ultimi provvedimenti da segretario del Pfr. Dalle pagine dell’opera di Soldani, dunque, emerge chiaramente il fascismo per cui Pavolini si è battuto. Che non è il «fascismo» dei fiancheggiatori, dei conservatori e dei liberali in orbace, bensì il fascismo degli squadristi della prima ora, il fascismo come cultura totale, il corporativismo che anela alla rivoluzione sociale, la socializzazione che introduce gli operai alla gestione delle imprese: è, in definitiva, lo stupendo fascismo mussoliniano sociale e nazionale, il fascismo immenso e rosso.

Si badi che l’appunto è tutt’altro che banale. Se per vent’anni molti si erano costruiti un fascismo fatto su misura, Pavolini al contrario, pur non rinunciando certamente alla discussione e alle critiche costruttive, è sempre rimasto fedele al fascismo originario e rivoluzionario. E ciò è ancora più importante e notevole se riflettiamo sul fatto che tutti questi vari «fascismi» sono poi sopravvissuti nel dopoguerra, e tuttora convivono all’interno della cosiddetta «area» neofascista. In altre parole quindi, conoscere a fondo, grazie a questo volume, la personalità di Pavolini ci aiuta a non perdere di vista la stella polare, ossia il fascismo autentico e genuino, quello in camicia nera. Il fascismo aristocratico perché popolare, imperiale perché nazionale, culturale perché incarnato nell’azione. Quel fascismo che fu veramente la «poesia del XX secolo». 

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venerdì 8 febbraio 2013

E fu subito Regime: il fascismo e la marcia su Roma


L’articolo è stato pubblicato in «Occidentale», gennaio 2013.

È stata recentemente pubblicata l’ultima opera dello storico Emilio Gentile, E fu subito regime: il fascismo e la marcia su Roma (Laterza, pp. 336, € 18). Gentile, uno dei massimi storici del fascismo, affronta così una vicenda su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro e su cui permangono tuttora molti lati oscuri, specialmente riguardo a quelle ore febbrili che vanno dal 27 al 30 ottobre allorché Mussolini, con un’abilità politica senza pari, «fece fessi tutti» – come dichiarò il suo attendente Cesare Rossi – e riuscì a coronare di successo l’insurrezione armata delle squadre d’azione.

Tuttavia – ci duole dirlo – questo libro non sembra francamente aggiungere nulla a quel che già si sapeva sugli eventi, e non contribuisce minimamente a far luce sulle notizie insicure e contraddittorie delle fonti e delle testimonianze a nostra disposizione. Anche la tesi centrale e pretesamente originale dell’opera, che verte sulla questione del «regime», è tanto discutibile quanto già sentita, visto che è stata di recente rispolverata da Giulia Albanese (precisamente nel 2006, peraltro proprio per Laterza!). Se De Felice infatti sostenne che la conquista del potere da parte dei fascisti non coincise con un vero e proprio rivolgimento istituzionale ma piuttosto con la creazione di un gabinetto di compromesso, rimandando al 3 gennaio 1925 la trasformazione del governo Mussolini in regime, Gentile afferma sostanzialmente che la data della fondazione del regime fascista sarebbe viceversa da anticipare proprio al 28 ottobre del ’22. 

In questo Gentile ha ragione allorché argomenta che le modalità e la natura stessa del colpo di Stato costituirono allora un fatto senza precedenti, ossia un partito-milizia che conquista il potere tramite un’insurrezione armata con il dichiarato intento di smantellare lo Stato liberale, laddove De Felice si mostrava più cauto sui propositi «sovversivi» di Mussolini. D’altro lato, però, ci sembra azzardato parlare di un autentico trapasso di «regime» basandosi solamente – come fa Gentile – sui semplici desiderata di un capo rivoluzionario e, per esempio, sulla creazione del Gran Consiglio del fascismo! Quest’ultimo in particolare, creato il 15 dicembre del ’22, era un organo del Pnf e non un istituto dello Stato (lo sarebbe diventato il 9 dicembre del 1928): se la sua fondazione rappresentò senz’altro uno smacco, ma pur sempre relativo, nei confronti dello Stato liberale, esso tuttavia era ancora un organo ufficioso e informale: un po’ poco per parlare di regime!  

Decisamente deludente, poi, l’analisi di Gentile in relazione ai rapporti di forza militare e alla questione dello stato d’assedio. L’interpretazione di De Felice è qui seguita alla lettera, dando ampio credito alle tesi del generale Emanuele Pugliese, comandante della guarnigione preposta alla difesa della capitale, il quale fornì la sua versione dei fatti nel dopoguerra in risposta alle accuse infamanti rivoltegli da Emilio Lussu, un decorato della Grande Guerra che si attestò poi su posizioni radicalmente antifasciste. Pugliese ha indicato cifre quanto meno sospette riguardo alla sua guarnigione, non mancando di rilasciare dichiarazioni da gradasso del tipo «sarebbero bastati pochi colpi di cannone a salve, per disperdere e disarmare quelle torme». Le «torme» di cui parla con disprezzo Pugliese sarebbero le colonne di squadristi accampate ai confini di Roma, formate da circa 30.000 armati. Nel resto del centro-nord i fascisti, che avevano mobilitato 300.000 camicie nere, avevano già occupati quasi tutti i centri nevralgici della principali città, spesso aiutati dai militari, entrando in possesso di fucili, mitragliatrici e, addirittura, pezzi d’artiglieria. Sebbene la loro organizzazione non fosse irreprensibile (come valutava il quadrumviro De Bono), si deve pur sempre calcolare che le squadre erano per la maggior parte formate da ex combattenti e decorati al valore. Quindi gli esiti di un eventuale scontro, per lo meno in quel frangente, erano tutt’altro che scontati.

Tant’è che Vittorio Emanuele, interrogando lo Stato Maggiore, si sentì rispondere che l’esercito era «troppo simpatizzante col fascismo da poterlo arrischiare in un conflitto» e che la guarnigione di Pugliese «disponeva di 5-6.000 uomini in tutto. Si trattava di reparti raccogliticci e non sicuri al cento per cento». Al re, in sostanza, fu detto: «l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova». Insomma, le cose sono molto più complesse e intricate di quanto non lascino intendere Gentile e l’auto-apologia di Pugliese. 

Se dovessimo però cercare un pregio dell’opera di Gentile, questo è senz’altro da rintracciare nella demolizione di una delle più grottesche e insistenti interpretazioni antifasciste della marcia su Roma, e cioè che essa non sia stata altro che «una goffa kermesse» (A. Repaci) o «poco più che una trascurabile adunata di utili idioti» (D. Sassoon). Gentile, infatti, ben evidenzia l’assoluta gravità della situazione, rimarcando il pericolo reale ed effettivo di un partito-milizia di massa che minacciava apertamente le istituzioni democratiche dello Stato liberale. Chiosa giustamente l’autore: «il sarcasmo storiografico lascia senza risposta, ripetendo così l’errore di incomprensione commesso a suo tempo dalla maggior parte degli antifascisti, che non presero sul serio il fascismo e la “marcia su Roma”. Poi, sconfitti e messi al bando dal fascismo, si consolarono ridicolizzando la “marcia su Roma” come una messa in scena, e proiettarono questa immagine su tutta la successiva esperienza del regime totalitario: e non capivano che, in tal modo, essi ridicolizzavano se stessi, perché si erano lasciati travolgere dai commedianti di un’opera buffa, i quali rimasero al potere per un ventennio, e furono detronizzati soltanto dopo essere stati sopraffatti e disfatti dagli eserciti stranieri in una seconda guerra mondiale».

In conclusione, quest’opera di Gentile lascia perplessi, anche riguardo ai toni, allorché emerge implicitamente una sua interpretazione antifascista moderata e liberale della marcia su Roma. Proprio perché in finale, più che Luigi Salvatorelli (le cui tesi sono apprezzate da Gentile), fu all’epoca Richard Child, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, a cogliere l’essenziale dell’evento: «Qui stiamo assistendo a una bella rivoluzione di giovani (…) ricca di colore e di entusiasmo». Gioventù, colore, entusiasmo. Questo è fascismo. 

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mercoledì 31 ottobre 2012

Giuseppe Mazzini: il profeta della «Nuova Italia»


L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», novembre 2012.

Grazie agli sterminati contributi (certo per quantità ma non sempre per valore) prodotti in occasione del 150° anniversario dell’Unità, si era iniziato un più vasto processo di rilettura del Risorgimento e dei suoi protagonisti, presto cessato, però, a causa dell’evidente fastidio di parlare di un’Italia «una e indipendente» nel mentre si assisteva all’insediamento (illegittimo) di uno dei governi più antinazionali e servili che la storia del nostro disgraziato popolo ricordi. Tra oleografie istituzionali, rivendicazioni neoborboniche, rivalse padane e reazioni neoguelfe, tuttavia abbiamo anche assistito a una quanto mai opportuna riconciliazione di alcuni ambienti eredi del fascismo con il nostro moto risorgimentale, grazie principalmente a due opere di cui abbiamo già parlato qui sulle pagine di «Occidentale»: la raccolta di saggi Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore), curata da Pietro Cappellari, e l’e-book Dell’elmo di Scipio di Sandro Consolato (Flower-ed). 

Ad ogni modo, tra le opere pubblicate nel 2011 o poco prima, una in particolare è stata pressoché trascurata e lasciata sotto traccia, ossia l’ottimo Mazzini di Giovanni Belardelli (il Mulino, pp. 264, € 12). Docente di Storia del pensiero politico contemporaneo all’Università di Perugia, Belardelli si è anche distinto per il volume Il Ventennio degli intellettuali (Laterza, 2005) incentrato su aspetti notevoli della cultura fascista.  

Il suo Mazzini, più in particolare, risulta quanto mai utile per comprendere sino in fondo l’apporto decisivo che il patriota genovese fornì al nostro processo di unificazione nazionale. Un contributo più spirituale, morale e culturale che non squisitamente «politico-fattuale» (si pensi all’esempio glorioso ma purtroppo effimero della Repubblica romana), che si rivelò nondimeno fondamentale per mantenere ardente la fiamma delle nostre rivendicazioni d’indipendenza e di unità, svolgendo un ruolo tutt’altro che secondario nello spronare le varie correnti patriottiche del Risorgimento.

Non fosse solo per questo (e già basterebbe!), non si può inoltre trascurare l’influenza che il suo esempio esercitò sugli intrepidi giovani che daranno vita alla rivoluzione italiana del Novecento. Ci siamo del resto già altre volte soffermati sul debito contratto dal fascismo nei confronti dell’eredità politica e culturale mazziniana, in particolare per quanto riguarda il primato della nazione sulla classe, lo spiritualismo anti-materialistico, la rivoluzione sociale tramite l’associazionismo e la collaborazione interclassista, la visione della politica come missione e pedagogia collettiva, l’identificazione di pensiero e azione, l’etica del dovere e dell’eroismo, l’approccio volontaristico alla realtà, il ruolo centrale di élites volitive e d’avanguardia, il mito della «Terza Italia» e della nuova Roma. Senza contare le numerose venature romantiche che caratterizzavano la mentalità e l’azione di sindacalisti rivoluzionari, di interventisti e di molti esponenti dello squadrismo che provenivano dalla tradizione politica repubblicana. Tanto che Emilio Gentile ha inserito Mazzini nel vasto magma ideologico da cui prese forma il movimento mussoliniano, e addirittura si è potuto parlare di un «Mazzini in “camicia nera”» (P. Benedetti).     

L’Italia postbellica, viceversa, si è richiamata a Mazzini solo nella misura in cui egli rientrava nell’interpretazione ufficiale e oramai oleografica e vuotamente retorica del nostro Risorgimento, formulata dall’entourage sabaudo, il quale aveva già in larga parte depoliticizzato e depotenziato il verbo mazziniano, espungendovi i suoi caratteri rivoluzionari e anti-monarchici. Il suo abbandono nel secondo dopoguerra era perciò naturale e scontato, visto che le ardenti parole d’ordine di Mazzini, così come i suoi richiami al primato dell’Italia sulle nazioni, ben poco si attagliavano a governi e intellettuali che si erano prostituiti alla Casa Bianca o al Cremlino. Imperativi di fuoco che, oltretutto, spesso si coloravano di nero.

Un discorso a parte, inoltre, merita l’opportunità e la legittimità (non dico filologica, ma perlomeno ideale) di un «recupero» di Mazzini all’interno dell’immaginario rivoluzionario e avanguardistico, fortemente intriso di vitalismo, che è alla base del «fascismo del terzo millennio». Se per Garibaldi e il garibaldinismo non si sono presentati problemi di sorta, grazie agli elementi nazionali e sociali (ma non marxisti) che caratterizzavano l’«eroe dei due mondi», nonché agli ideali di giovinezza e spirito di sacrificio che permearono sempre il volontarismo delle camicie rosse, potrebbe invece apparire una stonatura il richiamo ideale a quel Mazzini che Carducci immortalò come «grande, austero, immoto» e dal «volto che giammai non rise». Quello stesso Mazzini che, già durante gli anni universitari, decise di vestirsi a lutto per l’oppressione della sua patria (abitudine che conservò per tutta la vita).

Eppure, accanto al Mazzini brumoso che volontariamente teneva a rappresentarsi come un profeta e un martire, quasi un «santone», è esistito e convissuto anche il Mazzini dall’intraprendenza romantica e ribelle, il quale – come ben illustra Belardelli – fu tra i primi del suo tempo a fare della giovinezza e del dato generazionale un «diretto valore politico». Uno spirito indomito, oltretutto, che si manifestò già nella sua prima esperienza politica, allorché partecipò, a neanche 17 anni, ai moti studenteschi di Genova nel marzo 1821. Armato di bastone, si recò assieme ai suoi compagni dal governatore del capoluogo ligure per reclamare, con fare minaccioso, la Costituzione. Ebbene sì, quando c’erano in gioco i destini della nazione, chi aveva 17 anni poteva anche brandire i bastoni con l’intenzione, peraltro, di usarli. Si capisce ora il perché chi non tollera fumogeni e passeggiate futuriste per i corridoi di scuola difficilmente potrebbe apprezzare uno dei più grandi padri della patria… 

Ma, per tornare a noi, il culto tipicamente romantico della giovinezza e dei sani ardori giovanili contrapposti alla pusillanime prudenza dei vecchi (temi recepiti dalla lettura di Foscolo, Goethe e Byron) influenzò dunque fortemente il giovane Giuseppe e la prima associazione politica mazziniana (così come la sua pluridecennale esperienza cospirativa). La Giovine Italia infatti (e già il nome è significativo) fu indirizzata per espressa volontà di Mazzini a chi non superasse i 40 anni d’età. Si tratta dello stesso Mazzini che lasciò scritto, tra le altre cose, che «la gioventù è bollente per istinto, irrequieta per abbondanza di vita, costante ne’ propositi per vigore di sensazioni, sprezzatrice della morte per difetto di calcolo». Una giovinezza debordante di vita e di eroismo che – anche secondo Fichte – assumeva caratteri dirompenti e rivoluzionari: i giovani infatti, per il filosofo tedesco, «recano in petto un mondo tutto nuovo e diverso». Sembra di sentire Marinetti…

Insomma, il libro di Belardelli è importante per almeno due motivi: da una parte restituisce al pensiero mazziniano i suoi reali contorni (strappandolo quindi alle riletture democratiche e liberali di comodo), dall’altra, invece, ci mostra un Mazzini nella duplice veste di rivoluzionario e ribelle oltreché di profeta e martire di un’idea di potenza e libertà. Non sarebbe male, pertanto, riappropriarci di uno dei più puri protagonisti del Risorgimento, il quale già con la Repubblica romana ci ha dimostrato come sia possibile conciliare quei due elementi che veramente nobilitano la politica, ossia popolo e rivoluzione. Un uomo che fece della sua missione e del suo «apostolato» un dato carnale, vissuto, offrendosi all’esilio e alle più grandi sofferenze. Un uomo che, di contro ai moderati e ai vili d’ogni risma, per l’Italia era stato capace di concepire un destino. Un destino che oggi, nell’epoca dei governi tecnici antinazionali, dovremmo avere il coraggio di riprenderci. 

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mercoledì 28 marzo 2012

Le origini dell’ideologia fascista

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», aprile 2012.

Oramai esaurita e introvabile in libreria, è stata recentemente ristampata la seconda edizione (1996) di Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), opera tra le più importanti dell’insigne storico Emilio Gentile (Il Mulino, pp. 512, € 16). Si tratta di uno dei capisaldi della moderna storiografia sulla dottrina fascista, «catturata» nel momento della sua nascita e del suo evolversi sino alla svolta del 1925, allorché il governo di Mussolini si fece regime e il pensiero fascista entrò nella sua fase matura, ancorché tutt’altro che concluso e  cristallizzato, come si addice, del resto, a ogni moto spirituale e culturale schiettamente rivoluzionario, il quale non è mai stasi, ma è movimento, avanzata. Che non è mai contemplazione del passato e appagamento nelle mete raggiunte, bensì sguardo audace e proiezione entusiastica verso l’avvenire. Un avvenire che, com’è noto, è sempre incerto e, quindi, sommamente e meravigliosamente intrigante. Un pensiero, insomma, che fu creato dall’ardente fuoco di innovatori e di avanguardisti, e non certo dalla mente fredda e calcolatrice del borghese in vestaglia e pantofole, sempre timoroso del domani e, pertanto, nemico di ogni vera e autentica rivoluzione.

Il libro – arricchito rispetto alla prima edizione (1975) di un saggio introduttivo intitolato «La modernità totalitaria» – è fondamentale almeno per due motivi. Innanzitutto perché illustra con rigore ed efficacia non comuni il fiume impetuoso degli ideali fascisti in tutti i suoi rivoli e i suoi affluenti. In secondo luogo perché, al tempo della sua prima pubblicazione, fu una delle prime opere che, sulla scia della «rivoluzione storiografica» defeliciana, contribuirono a far giustizia di tutte le viete e artificiose teorie sul fascismo sorte nel dopoguerra, semplicistiche e ultra-ideologizzate: in particolare quella marxista, che vedeva nel fascismo una rozza e brutale reazione al soldo dell’alta borghesia industriale; e quella liberale, che interpretava il «fenomeno fascista» come «male del secolo», scaturito dall’esperienza disumanizzante della Grande Guerra, e di conseguenza come un imprevisto e ingombrante ostacolo alle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità borghese e neo/post-illuminista.

Gentile al contrario, destrutturando queste vecchie a fallaci interpretazioni, ricostruisce il percorso aurorale dell’ideologia fascista grazie al ricorso sapiente e antipregiudiziale alle fonti primarie dell’epoca, analizzando le parole e gli scritti degli uomini e degli intellettuali che, direttamente o indirettamente, contribuirono all’edificazione della cultura fascista. A cominciare, ovviamente, da Benito Mussolini, ossia da quel Mussolini socialista che, venuto a contatto con l’opera di filosofi e pensatori quali Nietzsche, Stirner, Sorel e Pareto, operò una revisione «idealistica» e perciò volontaristica del socialismo, che rappresentò senz’altro il primo passo verso la sua futura «presa di coscienza» fascista.

Tra le innumerevoli componenti culturali del fascismo, ritroviamo poi quelle correnti ardentemente e causticamente rivoluzionarie che, oggi, costituiscono la piattaforma esistenziale e mitica del fascismo del terzo millennio. Mi riferisco, in particolare, alle origini futur-ardite, fiumane, sindacaliste e squadriste del movimento mussoliniano, latrici di uno stile di vita sostanziato di «avventura, eroismo e spirito di sacrificio»: tutto ciò ben rappresenta, del resto, l’essenza di quel «romanticismo fascista» descritto già all’inizio degli anni Sessanta da Paul Sérant. Radici nobili e rivoluzionarie, quindi, che le tartarughe frecciate di CasaPound – attraverso una riappropriazione volontaristica dell’origine fascista, depurata dalle scorie passatiste e conservatrici – hanno posto a pietra angolare della loro azione politica avanguardistica.

Ma non potremmo neanche tacere le correnti attualiste, relativiste e scettiche del fascismo, incarnate dai loro capiscuola Giovanni Gentile, Adriano Tilgher e Giuseppe Rensi. Maggiormente conosciuto il primo, è stato certamente un gran merito dell’Autore aver riscoperto gli ultimi due. Tilgher, ad esempio, immettendo il fascismo – con l’entusiastica adesione del Duce – nell’alveo delle grandi correnti filosofiche relativistiche, sanciva la distruzione, o quanto meno la messa al bando di ogni «metafisica» tirannica e limitante, riconducendo pertanto il movimento delle camicie nere al suo specifico volontarismo d’origine nietzscheana. Stesso discorso vale per Rensi, esponente di punta dello scetticismo moderno (ben diverso da quello «classico»), anche se talora il suo pensiero si carica di tonalità eccessivamente naturalistiche e pessimistiche, le quali però – a onor del vero – ben si sposavano con alcuni aspetti di derivazione machiavelliana propri della mentalità di Mussolini.

Ciò che emerge, in sostanza, dalla ricognizione di Emilio Gentile nel sostrato ideologico del fascismo, è la sua natura eminentemente rivoluzionaria e moderna. Ideologia anti-ideologica, alla quale riconosceva un ruolo puramente strumentale, «il fascismo riassumeva nel mito dello Stato e nell’attivismo come ideale di vita i caratteri essenziali della sua ideologia, che lo distinsero dalle altre ideologie politiche del nostro tempo». Primato della politica e dell’azione, mito della nazione e dello Stato, culto della giovinezza e dell’eroismo, proiezione tragica e carica di destino nell’avvenire più remoto: questi i fondamenti del fascismo che, tra l’altro, sanciscono la sua originalità e autonomia rispetto a qualsiasi altra ideologia. A partire innanzitutto dal nazionalismo borghese e ottocentesco, in barba a tutte le superate speculazioni sulla «cattura ideologica» del fascismo da parte del nazionalismo. Come evidenzia Emilio Gentile, infatti, «il fascismo affermò l’idea della nazione come mito, mentre per i nazionalisti la nazione era una realtà naturale, per i reazionari un principio tradizionalista indipendente dalla volontà degli individui, un passato che condiziona il presente e determina il futuro secondo percorsi immutabili». Ovvero, per dirla con Henri Lemaître, la cultura fascista «concepisce la nazione non essenzialmente come eredità di valori, ma piuttosto come un divenire di potenza».

Divenire di potenza, prospettiva millenaria, primavera di bellezza. Niente di più prossimo al trittico casapoundiano etica-epica-estetica, recentemente tradotto da Scianca in volontà di potenza, volontà di forma, volontà di destino. Come si può vedere, ripercorrere le origini dell’ideologia fascista significa anche fare chiarezza su sé stessi. Ma – e ciò è fondamentale – tale percorso non è assolutamente quello del gambero. L’origine, cioè, non è mai alle nostre spalle, è sempre a venire. La rivoluzione, in altri termini, riguarda sia il passato che il futuro. La rivoluzione è ovunque e in ogni momento, è sempre in atto.

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lunedì 5 marzo 2012

La nuova politica e la nazionalizzazione delle masse

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», marzo 2012.  

«Pochi libri – forse nessuno tra quelli pubblicati in questi ultimi anni – hanno tanta potenza suggestiva e sono così ricchi di vera cultura e di stimoli intellettuali e di suggerimenti metodologici e tematici come questo di George L. Mosse. Fare in questo campo riferimenti, confronti, è sempre difficile. Eppure, se un riferimento, un confronto è possibile, i nomi, i titoli che vengono in mente sono due: quello di Johan Huizinga con il suo Autunno del Medioevo e quello di Marc Bloch con il suo I re taumaturghi». Così si esprimeva, con toni elogiativi, Renzo De Felice presentando al pubblico italiano nel 1975 l’opera di Mosse La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), recentemente ristampata dalla casa editrice Il Mulino (pp. 312; € 12).

Il lavoro di Mosse, in effetti, è di una importanza fondamentale nella storia degli studi sulle rivoluzioni nazionali del primo Novecento. Intanto perché mostra, in tutta la sua chiarezza, l’intrinseca modernità del cosiddetto «fenomeno fascista» (a cui noi preferiamo dare, in accordo con Giorgio Locchi, la definizione di «tendenza sovrumanista»), il quale dunque si distingueva nettamente da ogni altro movimento conservatore o reazionario sin lì presente sulla scena politica. In secondo luogo perché esso illustra a dovere il vasto e trasversale consenso che il nuovo stile politico riuscì a catalizzare e poi a incanalare nel suo progetto d’ampio respiro, denunciando così la patente debolezza di ogni speculazione semplicistica e interessata su termini quali «terrore», «propaganda» e «demagogia» applicati alla prassi politica dei governi nazional-rivoluzionari tra le due guerre. Da tutto ciò, tra l’altro, consegue la rivalutazione dell’immaginario mitico e simbolico che permeò la nuova politica «fascista», il quale non è più visto, pertanto, come mero gusto per la teatralità o – peggio – come mezzo di assoggettamento delle masse, ma piuttosto come «linguaggio» privilegiato per rendere effettiva e tangibile l’unità morale e spirituale della nazione.

Procediamo però con una premessa terminologica. Quando Mosse parla di «nuova politica», egli intende, sostanzialmente, quell’innovativo «stile politico» sorto con la Rivoluzione francese, il quale si sviluppò grazie alla prepotente irruzione delle masse nella storia, della quale esse si presentavano ora come protagoniste. Si tratta, più in particolare, della dirompente ascesa di quella che Jean-Jacques Rousseau definì la «volontà generale», che – in un mondo in cui «Dio è morto» – condusse a poco a poco alla creazione di una religione laica e secolare, e alla nascita di un «culto del popolo per se stesso». Mosse, dunque, analizza l’evoluzione della nuova politica nella Germania ottocentesca per giungere sino al nazionalsocialismo, tracciando determinatamente lo sviluppo di quella ch’egli definisce la «nazionalizzazione delle masse», ossia il progressivo sorgere della mistica nazionale e comunitaria attraverso cui il popolo tedesco creò quella liturgia politica che doveva cementare e inverare la sua unità spirituale.

Di qui l’importanza decisiva del ruolo svolto dai comitati patriottici, dalle confraternite studentesche, dalle associazioni ginniche e corali, dagli architetti neoclassici che – a partire dalle guerre anti-napoleoniche che risvegliarono l’orgoglio germanico – parteciparono attivamente al sostegno di questa euforia nazionalistica e che decisamente concorsero – attraverso i monumenti nazionali, le feste, le cerimonie, ecc. – alla creazione di una tradizione in cui poi si inserì il nazionalsocialismo nel periodo postbellico, allorché la fierezza dei tedeschi era stata messa a dura prova dalla sconfitta nella Grande Guerra e poi sostanzialmente calpestata dalla classe dirigente di Weimar.

Con la pubblicazione del libro, un problema che subito venne posto riguardava la possibilità di applicare i concetti di «nuova politica» e di «nazionalizzazione delle masse» anche all’Italia fascista. De Felice, sia nell’introduzione all’opera mossiana che nella sua celebre Intervista sul fascismo, si affrettò a fornire una risposta negativa, rimarcando anzi eccessivamente la distanza tra fascismo e nazionalsocialismo (arrivando addirittura a parlare di «antitesi») e proponendo la non convincente distinzione tra «totalitarismo di destra» (nazionalsocialismo tedesco) e «totalitarismo di sinistra» (fascismo italiano). Nonostante ciò, fu un allievo dello stesso De Felice a dimostrare l’aderenza del movimento mussoliniano alle pratiche della nuova politica. Mi riferisco, ovviamente, a Emilio Gentile che, nel 1993 e dopo alcuni lavori preparatòri, licenziò la pubblicazione de Il culto del littorio, in cui venivano analizzati i simboli, i miti, la liturgia e i riti della religione laica fondata dal fascismo.

Al di là dell’usuale condanna della nuova politica da parte dei gendarmi del pensiero egualitario, rimane tuttavia un assillante quesito a turbare il sonno degli epigoni di Locke e Montesquieu. Assistendo cioè al fallimento sostanziale (lasciamo perdere i circhi mediatici confezionati ad arte) delle democrazie occidentali nella mobilitazione delle masse e nella loro attiva partecipazione alla vita civile, e nel momento in cui torna in voga l’antipolitica, è possibile riconquistare le masse alla politica? Le rivoluzioni nazionali del Novecento hanno dimostrato che ciò è fattibile, in particolare grazie all’eliminazione di tutti i vari diaframmi che si frappongono tra il popolo e la classe dirigente (partiti, lobbies, parlamenti, ecc.) e stabilendo, pertanto, un più diretto contatto tra governanti e governati. E in ciò riuscirono, soprattutto, ricorrendo all’energia feconda e verace del mito, sfruttando tutta la potenza del linguaggio figurale e simbolico che faceva vibrare all’unisono le anime di tutto un popolo, e rifuggendo quindi dall’algida verbosità discorsiva e razionalistica dei politicanti e degli intellettuali «impegnati».

È dunque possibile, in definitiva, realizzare l’unica vera e autentica «democrazia» nell’èra postmoderna? È oggi possibile realizzare, in altri termini, quella democrazia che Moeller van den Bruck definiva giustamente «la partecipazione di un popolo al proprio destino»? Come si può vedere, nonostante settant’anni di ubriacatura egualitaria e demo-liberale, il problema della partecipazione delle masse alla politica e dell’autocoscienza civile dei popoli è ancora aperto. È ancora, malgrado tutto, la grande sfida del nostro tempo.

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giovedì 2 febbraio 2012

Processo alla borghesia: causa ancora pendente...

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», febbraio 2012.  

«Il credo del borghese è l’egoismo, il credo del fascista è l’eroismo». Parola di Mussolini. Parole che squarciano l’ipocrisia, che affondano nel burro della budinosa prudenza borghesuccia che la Rivoluzione fascista intendeva debellare dalla nuova Italia imperiale, risorta dal lavacro di sangue della Grande Guerra. L’Impero, d’altra parte, non è cosa per pantofolai e cacasotto. Il sangue contro l’oro: così cantava la gagliarda gioventù che entusiasticamente partiva volontaria per il fronte nel 1940. Si parte, si vince contro il nemico esterno, e poi si regolano i conti con gli «inglesi di casa nostra», cioè i borghesi, gli imboscati, i profittatori e i ruffiani della Rivoluzione. Così pensavano fiduciosi i nostri Ricci, Giani, Pallotta. Com’è arcinoto, le cose andarono diversamente. Ma il messaggio degli «eroi di Mussolini» non fu vano. Ce lo dimostra bene Processo alla borghesia, raccolta dei contributi della migliore élite intellettuale educata dal Regime. Un volume curato da Edgardo Sulis che, allorché fu pubblicato nel 1939, andò letteralmente a ruba, divorato dai giovani fascisti impegnati nella «bonifica integrale» voluta da Mussolini. Bonifica di ogni vigliaccheria, diserzione e profitto personale a danno della comunità.

È per questo che va tributata massima lode alla casa editrice Settimo Sigillo che ha recentemente ripubblicato il bestseller degli anni Trenta (pp. 117, € 15). Oltre alla preziosa introduzione di Luca Leonello Rimbotti, vengono riproposti inalterati i brevi saggi dei collaboratori dell’opera. Allora conosciamolo il fior fiore della giovane cultura fascista: Edgardo Sulis, Berto Ricci, Icilio Petrone, Roberto Pavese, Diano Brocchi, Alberto Luchini, Gianni Calza, Omero Valle, Gino Barbero e Federico Forni. Si tratta di un «processo» in piena regola, con tanto di «identificazione dell’imputato» (la borghesia, naturalmente), di presentazione delle prove e di «verdetto» finale (condanna, manco a dirlo).

Profilo dell’imputata: «figlia di Lutero e della Rivoluzione francese che accolse e soddisfece i suoi 95 desideri di comodità ideale e di peccato legittimo; nata in casa dell’economia lo stesso giorno in cui fu proclamata l’indipendenza economica; battezzata nel 1789 col sangue di un privilegio scaduto dal quale nacque un privilegio ben più tenace, non responsabile, comodissimo; senza patria; sposata in tenerissima età al denaro, senza figli; abitante in casa della proprietà privatissima o in casa del desiderio di proprietà come fine; connotati indefinibili; segni particolari nessuno; professioni: 1) antiaristocrazia; 2) costituzionalismo; 3) economismo; 4) antipopolo; 5) classismo; 6) intellettualismo». Si divertivano i giovani fascisti, altro che! Si divertivano a provocare gli imboscati, gli egoisti, gli irresponsabili, i padreterni della diserzione eretta a indegno stile di vita.

Ma Processo alla borghesia non è certo un progetto estemporaneo o una mera distrazione goliardica, come potrebbe insinuare il solito scureggione antifascista dalla lingua lunga e biforcuta. Nient’affatto. Il libro è invece una serissima disamina del «mal borghese» vivisezionato e analizzato in tutti i suoi inquietanti aspetti. È un progetto di fondamentale importanza che aveva, tra l’altro, l’appoggio di uno sponsor di grido. Leggiamo infatti in una piccola nota al contributo di Sulis che apre l’opera: «In omaggio a un lettore del manoscritto sono state stampate in corsivo le frasi da lui sottolineate». Il «lettore» è, ovviamente, Benito Mussolini. Il volume acquista così, com’è evidente, una notevole valenza dottrinaria e ufficiale.      

Le argomentazioni di Sulis e camerati, del resto, risultano ancora oggi di una sconcertante attualità. Proprio nel momento in cui la borghesia celebra il suo trionfo, non sarà quindi male ritornare alle cause che la fecero nascere. Cause da rintracciare, innanzitutto, nella sconfitta (meritata!) delle oligarchie feudali dell’Ancien Régime, oramai inadatte a ricoprire quel ruolo di comando che detenevano da tempi immemori. Ma – come nota Sulis avallato dal Duce – l’«intento della rivoluzione borghese dell’89 è naturalmente di sostituirsi alla debole aristocrazia la quale per essere scesa nella trincea della classe si oppone oramai al popolo. Il desiderio è di spartirsi gli enormi patrimoni aristocratici veramente degni di conquista se da mezzi quali erano, si rivelavano i fini della classe dirigente. Ma infine lo scopo, il vero scopo era di rovesciare l’incomodo e pericoloso principio della responsabilità del comando. Affermo che la grande invenzione della borghesia è il comando senza responsabilità, quella responsabilità ch’è l’anima della aristocrazia e gli costò la testa. Tale invenzione si chiama costituzione» (p. 10). Al contrario, la Rivoluzione fascista (rivoluzione eroica) intendeva formare una nuova «aristocrazia del comando» nuovamente responsabile «di fronte al popolo, il quale non è mai classe», quel popolo che – come scrive Berto Ricci – non è «né imitazione borghese né retrograda plebe, ma milizia e lavoro» (pp. 23-24). Borghesia, quindi, detentrice dei privilegi, ma anonima e assente nei suoi doveri, e nemica del popolo di cui illegittimamente si professa rappresentante. 

Ma la battaglia antiborghese dei giovani mussoliniani va ben oltre la polemica puramente verbale, e si trasforma invece in analisi economica e sociale. E, infatti, vengono attaccati frontalmente i baluardi della borghesia, ossia la proprietà privata (non «in sé» ma «per sé») e l’istituzione stessa del salario: «Il concetto medesimo del salario – scrive sempre Ricci – è borghese, perché riduce al minimo qualsiasi reale partecipare del lavoratore a una produzione che si traduce per l’economia di lui in un tanto fisso. Il salario è il lavoro-merce» (p. 25). Viceversa, il lavoro per i fascisti non doveva più essere merce, ossia oggetto dell’economia, ma – come ci ricorda Gino Barbero – «dovere sociale» e «soggetto dell’economia» (p. 97).

Attenzione, però! La borghesia vuol sì essere classe e casta, eppure non bisogna assolutamente scambiar lucciole per lanterne. C’è differenza tra la borghesia e il «ceto medio», come ben ci rammenta l’«universalista» Roberto Pavese: se il borghese, infatti, è «un evirato dello spirito, un bruto intelligente, anzi più furbo che intelligente», al contrario «il coraggio, il volontarismo, dall’epopea garibaldina alla grande guerra, sono del ceto medio, non della borghesia, che è la classe degli imboscati della guerra e della pace» (p. 42). Il borghese, in sostanza, non è in tanto borghese in quanto possiede una specifica posiziona sociale o un determinato conto in banca, ma in quanto vive di uno spirito che è egoistico, vile e reattivo. Può esser borghese, cioè, anche un operaio che non ha altro obiettivo nella vita che quello di diventar borghese, così come non è borghese il farmacista che, in camicia nera nella sua squadra d’azione, cade nell’agguato di una banda di socialisti. È una questione di spirito, dunque: come giustamente evidenzia Icilio Petrone, si tratta di quello «spirito carrieristico, agnostico, materialistico che caratterizza l’indifferenza, il comodo, l’elefantiasi della borghesia» (p. 35). Borghesia, quindi, come malattia mentale, come paralisi dell’anima.

E, purtroppo, questa mentalità borghese finisce per infettare tutta la comunità nazionale. Una mentalità, innanzitutto, che si basa sul valore assoluto della ricchezza, la quale non è più l’effetto del potere (potere comunque «responsabile») bensì la garanzia del potere (stavolta, però, potere irresponsabile e anonimo). Si tratta, secondo le caustiche parole di Ricci, di quell’«idolo antieroico e antifascista della ricchezza vertice dei valori» (p. 26). Per Gianni Calza, più in particolare, «bisogna invece arrivare alla demolizione del concetto stesso di ricchezza-potenza e fondare sulla gerarchia del lavoro il nuovo ordine sociale» (p. 79). Non che i fascisti – beninteso! – lanciassero improbabili anatemi sul denaro in sé, vagheggiando bucolici e pauperistici paradisi terrestri. Ma la differenza tra il fascista e il borghese sta nel valore, appunto, che si dà alla ricchezza: per il fascista è un mezzo per ottenere qualcos’altro (per esempio la potenza della nazione), per il borghese invece è il fine supremo dell’esistenza. Per dirla con Omero Valle, «il borghese serve il denaro, il non borghese se ne serve» (p. 94).

Come si può vedere, i temi sollevati dai fascisti rivoluzionari e antiborghesi sono ancora di scottante attualità. Il «processo» va indubbiamente ripreso, per evitare che i reati della rapace borghesia, la quale ha affamato popoli e nazioni per secoli, non cadano in prescrizione. Ma la battaglia deve cominciare alla radice stessa del problema: da noi. Scrive Berto: «L’antiborghesia fascista deve, soprattutto, non essere solo polemica. Dev’essere costruzione, educazione. Il borghese non esiste soltanto allo stato puro. Il borghese è in noi, in ciascuno di noi, con le sue rinunzie e le sue ambizioni, il suo sottilizzare e dubitare, il suo particolarismo d’individuo, di famiglia, di ceto, la sua brama di ricchezza, la sua – specialmente – paura della povertà; la sua paura del coraggio; il suo basto d’abitudini; la sua doccia tiepida d’accomodamenti; la sua estraneità dalla vita fisica e da quel tanto di natura che ci vuole all’uomo civile perché la civiltà non si deformi nella più gretta barbarie. La lotta antiborghese è dunque, nel suo significato più alto, tirocinio crudo di tutti noi, uno per uno, perché solo un’umanità fascista nella quale nessuno cerchi scuse e nessuno ne trovi, tutti accettino compiti e tutti ne ricevano, potrà riconoscere la supremazia dello spirito, detronizzare la ricchezza dalla vita» (pp. 28-29). Il primo nemico sei tu, siamo noi. È sempre e solo l’eterna battaglia tra l’egoismo più bieco e l’eroismo che crea e feconda la civiltà. Civiltà del lavoro, s’intende…    

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venerdì 28 ottobre 2011

Italia come volontà di potenza

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», novembre 2011. 


Ce n’era bisogno. Ce n’era bisogno davvero di questo libro e va detto forte e chiaro. C’era proprio bisogno di questa utilissima raccolta di saggi, diretta dall’ottimo Pietro Cappellari, a cui hanno partecipato, tra gli altri, lo stesso Cappellari, Gabriele Adinolfi, Stelvio Dal Piaz, Francesco Mancinelli, Alberto B. Mariantoni e Massimiliano Soldani, e che è stata recentemente presentata al nr. 8 di Via Napoleone III. Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore, € 20), infatti, è un’opera fondamentale per un motivo molto semplice: fa a pezzi sessant’anni di certo neofascismo che negò e vilipese la memoria e il portato ideale del nostro moto risorgimentale, vuoi per ispirazioni neoguelfe che vedono nel Risorgimento un piano occulto della Massoneria per annientare, assieme al potere temporale dei Papi, lo stesso cattolicesimo, vuoi per certo revanscismo borbonico e legittimista, che identifica l’Unità d’Italia con le depredazioni e le repressioni del Piemonte savoiardo ai danni del Meridione, vuoi infine per certo tradizionalismo di matrice evoliana che nega la nazione (in quanto creazione giacobina e sovversiva) in favore dell’Imperium.

Come si può vedere, pertanto, la questione dell’eredità del Risorgimento per i neofascisti è molto complessa e sfaccettata. Eppure – e questo va evidenziato con la massima decisione – tale questione, per i fascisti, non si era semplicemente mai posta. Si poteva al limite discutere su quale fosse la vera anima del Risorgimento (monarchica, repubblicana, liberale, federalista, socialista, ecc.), ma il nostro moto di liberazione nazionale rimase per il Fascismo un punto fermo nella storia d’Italia, di cui la Rivoluzione delle Camicie nere si presentava anzi come il glorioso compimento. Di questo tema, del resto, mi sono già occupato sulle colonne di «Occidentale» (maggio 2010) con l’articolo Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale (vedi anche qui), e quindi a questo rimando. Ora, infatti, vorrei porre l’accento su altre questioni ben analizzate nel libro curato da Cappellari.

L’intento di quest’opera, infatti, è chiaro sin dal suo sottotitolo. Innanzitutto, viene messa in discussione la stessa data del 17 marzo 1861, che altro non rappresenta se non la costituzione formale del Regno d’Italia, laddove, per poter parlare legittimamente di unità, ci si potrebbe viceversa riferire all’acquisizione del Veneto (1866), alla presa di Roma (1870), alla conquista di Trento e Trieste (1914) o anche all’annessione di Fiume (1924). Ma il problema, sollevato giustamente dal libro, non è o – meglio – non è solo territoriale: è anche e soprattutto ideale, morale, politico. Per questo motivo si fa risalire il terminus post quem del Risorgimento direttamente al 1831, all’anno cioè della creazione della Giovine Italia mazziniana e dei primi moti di rivolta nazionale. Perché, ci si potrà chiedere? Semplice: perché è allora che minoranze agguerrite e rivoluzionarie prendono coscienza della loro missione, ossia di rendere l’Italia, tramite l’insurrezione e il combattimento, finalmente libera, indipendente e sovrana.

Si tratta, in sostanza, di rintracciare quel filo rosso rivoluzionario che, al di là della diplomazia, del gretto parlamentarismo dell’Italia demo-liberale e del giolittismo, si dipana lungo la storia del nostro movimento di liberazione nazionale, impersonato in particolare da quelle avanguardie rivoluzionarie che da Mazzini, Garibaldi e Pisacane giungono sino al «crepuscolo degli dèi» della Repubblica Sociale Italiana. Si tratta cioè di individuare quei gruppi, quegli uomini, quei «profeti» (come li chiamò Giovanni Gentile) che, di contro alla mediocrità dell’italietta postrisorgimentale e alla «politica del piede di casa», mirarono a realizzare le genuine aspirazioni di grandezza dell’Italia, ossia a realizzare il mito mazziniano-giobertiano-orianesco della «Terza Roma», cioè della missione universale e del primato civile della nostra nazione nel mondo.

Entriamo così in contatto con fulgide personalità come Mameli, il giovanissimo poeta caduto eroicamente nella difesa disperata della Repubblica romana (1849), come Mazzini, latore di uno spiritualismo antindividualistico e di un cooperativismo solidaristico-nazionale, come Garibaldi, il «Duce» delle camicie rosse che si fece dittatore e che portò la sua guerra di liberazione ai quattro angoli della penisola, come Crispi, che, garibaldino, rilanciò la politica mediterranea dell’Italia, e come lo stesso Mussolini, che coronò i sogni imperiali degli italiani ridestati.

Come si può vedere dunque, a denunciare le politiche rapaci e sanguinarie del Piemonte sabaudo (che, depredando il Sud, creò la ancora irrisolta «questione meridionale») e ad avversare la borghesia rinunciataria e compromissoria (che si era accontentata dei privilegi ottenuti grazie all’Unità), si ergeva tutto un vasto e variegato movimento avanguardistico e rivoluzionario che, rifiutando l’arresto del processo risorgimentale, intendeva proseguire sul cammino tracciato dai suoi «profeti» per fare dell’Italia il faro di una nuova civiltà.

Questo grande disegno, tuttavia, si arrestò proprio alla «Quinta Guerra d’Indipendenza», ossia quel secondo conflitto mondiale che doveva rappresentare l’emancipazione dell’Italia dal giogo francese e, soprattutto, britannico nel Mediterraneo, il mare nostrum, viatico naturale e necessario alla realizzazione delle nostre ambizioni di potenza. È così che lo spirito del Risorgimento finì per animare i combattenti della Repubblica Sociale che, non a caso, enfatizzarono sempre più i loro richiami ai «profeti» della «Terza Italia», riallacciandosi in particolare alla gloriosa Repubblica romana e alla strenua resistenza degli eroi del Gianicolo. Ed è proprio in questa frattura tragica che risiede il dramma di incompiutezza di quel sottile filo rosso della nostra liberazione nazionale: dalle cannonate francesi contro Garibaldi e Manara ai bombardamenti anglo-americani sui militi e sulle popolazioni dell’ultima Italia libera e sovrana.

Perché – non dimentichiamolo! – furono proprio i combattenti di Salò a incarnare lo spirito risorgimentale, e non – come ben argomentano Dal Piaz e Adinolfi – quei partigiani che, viceversa, si resero protagonisti di una vera e propria «guerra di dipendenza» (da Mosca e da Washington). Le bande antifasciste infatti, sostenute da un forte apparato propagandistico, e per tenere il confronto con i fascisti anche su un piano ideologico, intesero presentare la Resistenza come un «Secondo Risorgimento». Fa ridere, lo so, ma è proprio così. Fatto sta che l’infatuazione nazionalistica durò assai poco, dato che ben presto la Dc guardò al Vaticano, il Pci all’Unione Sovietica e Pli e Pri a Londra, cioè a organismi e istituzioni di evidente matrice internazionalistica. Ma già solo la sottomissione politica dell’attuale repubblica parlamentare (nata dalla Resistenza) dovrebbe bastare a mettere in guardia da questo spregevole mascheramento puramente strumentale.

Constatando quindi l’odierno semi-servaggio italiota, non possiamo che rilevare il carattere incompiuto del nostro lungo processo risorgimentale, il cui spirito sembra momentaneamente sopito, o comunque vivente solo in poche minoranze, per quanto avanguardistiche e rivoluzionarie. E proprio in tal senso, questo libro rappresenta un preziosissimo strumento di riappropriazione ideale che, facendo giustizia delle troppe distorsioni interpretative e ideologiche del nostro moto di liberazione nazionale, ci richiama invece a incamminarci nuovamente su quel sentiero interrotto che conduce alla rivendicazione della missione e del primato dell’Italia nel mondo. Un libro quindi che, pur trattando del passato, ci sprona però verso il futuro. Un futuro da prendere d’assalto. Nel nome dei nostri «profeti» e dei nostri eroi.


Per approfondimenti:
Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale
Risorgimento e Fascismo

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giovedì 6 ottobre 2011

«Caro Yvon, ...»: parla il Duce

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», ottobre 2011.


«Pochissimi “documenti” mussoliniani – e nessuno di tanta ampiezza e ricchezza di particolari – hanno, per noi, l’importanza di questi Taccuini per cercare di penetrare la personalità di Mussolini»: parola di Renzo De Felice. Già partendo da qui possiamo afferrare, pertanto, l’importanza che riveste la recente impresa editoriale della casa editrice felsinea de Il Mulino (pp. 736, € 19), che ha voluto ristampare, pochi mesi or sono, la prima e unica edizione (1990) dei Taccuini mussoliniani di Yvon De Begnac (biografo ufficiale del Duce). Sono stati ovviamente mantenuti, inoltre, la prefazione dello stesso De Felice e il ponderoso saggio introduttivo di Francesco Perfetti, che dello storico reatino è uno dei migliori allievi.

Questi Taccuini, in sostanza, rappresentano gli appunti che il giovane giornalista redasse durante i ripetuti incontri con Mussolini a Palazzo Venezia, i quali erano finalizzati alla pubblicazione della vasta biografia ufficiale che il Duce commissionò allo stesso De Begnac (ne uscirono i primi tre volumi, prima che la guerra interrompesse il progetto). Si tratta, in particolare, di lunghi monologhi ai quali il Capo del Fascismo volentieri si abbandonava, rievocando momenti cruciali della storia del movimento delle Camicie nere, tratteggiando ritratti delle massime personalità con cui veniva a contatto (sia fasciste che antifasciste), ma anche analizzando i caratteri principali della «cultura della Rivoluzione», senza tralasciare, infine, i suoi desiderata per l’avvenire.

Quel che emerge dalla lettura dei Taccuini, e che maggiormente colpisce l’attenzione del lettore a tanti anni di distanza dai temi affrontati dal Duce, è la profondità e la lucidità del Mussolini-politico: se risultano certamente importanti – per avallare le considerazioni di De Felice – gli aspetti psicologici e caratteriali della personalità mussoliniana, è a mio parere fondamentale, infatti, rilevare altresì il valore più propriamente politico, culturale, teorico, filosofico addirittura, del pensiero di Mussolini ivi contenuto. Un pensiero la cui vastità e la cui esattezza essenziale sono illustrate in tutta la loro chiarezza dalle corpose sezioni «culturali» della raccolta (capp. VIII e IX).

Entriamo così in contatto con i capisaldi dello spirito rivoluzionario del Fascismo, spirito promanante dalle parole del suo massimo esponente, che, nella colloquialità dell’occasione, quasi pare che si rivolga direttamente a noi, rendendo così la lettura più intima e avvolgente. E veniamo innanzitutto a conoscenza delle ampie ed eclettiche letture del Duce, che spaziano dai teorici marxisti ai Bernstein e ai Sorel, da Stirner a Michelstaedter, dai «vociani» a Nietzsche (quest’ultimo certamente il suo prediletto). E proprio dal filosofo tedesco Mussolini desume l’animus primigenio della cultura fascista, ossia il volontarismo («volontarismo, solo volontarismo nella nostra cultura? In gran parte, sì!»: p. 379), che nella nitida visione del Duce assume contorni «tragici», perché votato a creare e diffondere grandezza: esso, infatti, consiste «nella decisione – individuale, e collettiva – di rendere utile alla società ogni intervento, materiale e morale, autonomamente diretto a risvegliarne il sopito senso della vita e ad annullarne ogni tendenza indotta, volta a provocarne l’indebolimento e la fine. “Volontarismo” non significa compiere la quotidiana buona azione del boy-scout, ma è coscienza del divenire di una nuova civiltà, e determinazione a favorirne, al di fuori di ogni sollecitazione, la crescita. “Volontarismo” è sapere quel che si deve fare per impedire che la rivoluzione decada dall’esercizio del diritto a compiersi nel nome e per conto della collettività» (pp. 335-336).

Già grazie a questa bellissima citazione – nonché alla genialità di sintesi del suo autore – si staglia decisamente la grandezza dell’ideale fascista sostenuto dal suo Capo: l’ideale, cioè, di un «umanesimo antiutilitaristico, antindividualistico, svincolato da egoismi di classe e di casta» (p. 283), «umanesimo della scienza, della tecnica, del lavoro» (p. 304), «fondato sui diritti della giovinezza della vita» (p. 311). Quello che, insomma, un altro gigante come Giovanni Gentile chiamò, nel suo imprescindibile volume Genesi e struttura della società, «umanesimo del lavoro».

Un ulteriore dato che emerge da queste pagine illuminanti, poi, è la conoscenza certosina, da parte del Duce, di tutta la classe intellettuale dell’epoca, della quale sapeva tanto l’affidabilità e la fedeltà quanto l’opportunismo e la meschinità; così come colpisce l’aggiornamento costante sugli sviluppi della cultura italiana, tanto nelle sue forme artistiche quanto in quelle letterarie, non mancando, tra l’altro, di monitorare le promesse della stampa universitaria e giovanile fascista, tra cui spiccano i nomi di Berto Ricci, Edgardo Sulis, Roberto Pavese e Guido Pallotta: «questi giovani sono la giovane cultura italiana che, un giorno, andrà alla guida morale del paese» (p. 396). Ma non sono esclusi dal novero delle letture mussoliniane neanche quegli intellettuali stranieri che, più di altri, si dimostravano in sintonia con la Rivoluzione fascista, come Drieu, Brasillach, Céline, Shaw e Pound.

Una cultura viva, quindi, aderente alla vita della quale è integrazione, una cultura dell’azione: «in termini di cultura della rivoluzione, noi opponiamo la politica dell’azione alla lettera degli scribi che vendono futuro disanimato alle porte del tempio» (p. 399). Parole – come si vede – che si fanno marmo, che si fanno spada che squarcia il grigiore di certo intellettualismo podagroso e supponente, impersonato, in particolare, da Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, profeti del deserto che nel deserto predicavano, rinchiusi nelle loro torri d’avorio e inascoltati da un popolo che viveva, invece, una nuova giovinezza, stanco oramai delle prediche e delle omelie dei santoni del liberalismo decadente e decaduto.

Ma perché – ci si potrà chiedere – tanta attenzione alla cultura? Per un motivo molto semplice: perché Mussolini, come ogni costruttore di civiltà, aveva ben compreso che «la rivoluzione è, innanzi tutto, cultura, cultura sociale, arricchimento ideologico nel senso rivoluzionario della parola» (p. 350).

Questi, naturalmente, sono solo assaggi di quella che è una vera e propria miniera di aforismi, sentenze, analisi e intuizioni geniali del Duce del Fascismo, il quale, purtroppo, è più spesso citato che letto. I Taccuini, infatti, rappresentano una fonte fondamentale e indispensabile per penetrare nelle maglie della visione rivoluzionaria di Mussolini, di un uomo, cioè, per cui «esistere, era sempre, sarebbe rimasto sempre, una sfida». Un uomo che visse ardendo, che fece della propria vita un’opera d’arte. Un uomo che ci insegna a scrivere la storia («non la storia fa l’uomo, ma l’uomo la storia»), a costruire con coraggio e determinazione il nostro avvenire («abbiamo creato, con le nostre mani, il nostro destino») e a non arrenderci ai tempi vili in cui ci è toccato vivere. Perché il suo stesso Fascismo rappresentò, tra le altre cose, proprio «la risposta a un’epoca di cui non abbiamo voluto subire la violenza». Come marmo che vince la palude…

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martedì 5 luglio 2011

Storia della cultura fascista

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», luglio 2011.


Il Fascismo ha una sua propria cultura. Il Fascismo, anzi, è cultura. Affermazione di per sé scontata, sottintesa, tautologica quasi, non appena si voglia scorrere, anche solo a passo di corsa, l’elenco degli intellettuali fascisti che quella cultura edificarono, traendola dallo spirito nuovo e rivoluzionario che informò il movimento mussoliniano: Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Sergio Panunzio, Carlo Costamagna, Carlo Curcio, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello, Angelo Oliviero Olivetti, Paolo Orano, Pietro De Francisci, Camillo Pellizzi, Armando Carlini, Francesco Orestano, Gioacchino Volpe, Francesco Ercole, Ugo Ojetti. Ma la lista potrebbe e dovrebbe allungarsi a dismisura. Insomma, il Fascismo si fregiò del contributo dei migliori intellettuali, artisti e uomini di cultura dell’Italia dell’epoca. Di che cosa stiamo parlando, quindi?

La questione, in effetti, è più complicata del previsto. Perché sino a non molto tempo fa (dalla fine della guerra sino agli anni Settanta, più o meno) l’ambiente intellettuale italiano e internazionale non solo – com’era prevedibile – tenne in dispregio quella cultura, ma addirittura la negò. Può sembrare incredibile, stupefacente, ma è proprio così. E risulta ancor più incredibile se valutiamo il fatto che questa enormità non fu propagandata solo dai commissari di partito dell’italietta serva e cialtrona nata dalla Resistenza e, soprattutto, dalle bombe «alleate», bensì da eminenti personalità dell’intellighenzia postbellica, che tra l’altro, in molti casi, della cultura fascista vissero e che talvolta quella cultura parteciparono a edificare. Note sono, per esempio, le teorie di Norberto Bobbio, Eugenio Garin, Alberto Asor Rosa, György Lukács e tanti altri, i quali negarono ogni tipo di cultura fascista, o – nella migliore delle ipotesi – al Fascismo attribuirono una cultura spuria, rabberciata, improvvisata, colonizzata talvolta dal nazionalismo talaltra dal cattolicesimo, ma sempre e comunque interpretata come sovrastruttura, superfetazione di un potere coercitivo e reazionario, e finalizzata pertanto a nascondere e camuffare la desolante realtà attraverso la sua propaganda invadente e invasiva. Fascismo, insomma, come anti-cultura.   

Nonostante questa idea fallace sia purtroppo ancora radicata in alcuni ambienti semi-colti dell’Italia di oggi (scuola, stampa, televisione, ecc.), la storiografia più aggiornata ha nondimeno fatto passi da gigante (molto spesso volutamente trascurati dalla pubblicistica odierna), grazie agli studi, ad esempio, di Augusto Del Noce, A. James Gregor, George L. Mosse, Renzo De Felice, Zeev Sternhell, Roger Griffin ed Emilio Gentile. E i risultati più interessanti di questo dibattito, oramai largamente accettati negli ambienti specialistici, sono ben riassunti nel recente e pregevole lavoro di Alessandra Tarquini, allieva dello stesso Gentile e già distintasi per un altro lodevole volume, ossia Il Gentile dei fascisti: gentiliani e antigentiliani nel regime fascista (2009). Storia della cultura fascista (Il Mulino, pp. 239, € 18), infatti, è un’opera sintetica ma efficace che ripercorre a volo d’uccello i temi, gli esponenti e le politiche principali della cultura fascista, premurandosi inoltre di demolire le mistificazioni interessate tanto di Bobbio e compagni quanto di Croce ed epigoni vari. 

I progressi della scienza storica – ben illustrati dalla Tarquini – hanno fatto giustizia, innanzitutto, della concezione crociana e liberale del Fascismo in quanto «malattia morale» alimentata dall’irrazionalismo di inizio Novecento. La potenza mobilitante del mito, così come i rituali e la liturgia del «culto del Littorio» (E. Gentile), scaturiti dal processo di progressiva «nazionalizzazione delle masse» (G. L. Mosse), infatti, non comportano minimamente l’abbandono o la svalutazione della ragione e della razionalità: come puntualizza l’autrice, in effetti, «celebrare i miti dell’ideologia del fascismo, sentendosi parte di un’esperienza collettiva religiosa, non significò essere dominati dalla furia cieca dell’irrazionalismo o costretti a comportarsi in un modo anziché in un altro perché privati della propria ragione» (p. 109). È semmai la supervalutazione e la deificazione della Ragione di matrice illuministica che i fascisti aborrivano; quella stessa cultura razionalistica, cioè, che intendeva negare la vittoria italiana con suadenti e «ragionati» richiami alla «pace perpetua» di kantiana memoria, e con la quale si voleva impedire a una generazione nata nelle trincee di costruire l’avvenire della nuova Italia.

E ad essere confutata, inoltre, è anche la teoria marxista del Fascismo come «reazione borghese e antiproletaria», esprimente una cultura demoniaca che, grazie alla prepotente propaganda, impediva alla classe operaia di acquisire la tanto agognata coscienza di classe: «oggi – spiega la Tarquini – è molto difficile trovare studiosi che adottino un’idea della cultura come strumento per indottrinare e mobilitare le masse popolari e quindi rigidamente funzionale alla lotta di classe e sempre meno consenso riscuotono quelle interpretazioni che considerano le espressioni culturali del fascismo false rappresentazioni della realtà o semplici promesse demagogiche» (p. 40).

Quel che emerge dallo studio delle opere dei principali intellettuali fascisti e dalle politiche scolastiche, educative e sociali del Regime è, invece, la natura eminentemente rivoluzionaria del Fascismo, la quale informò la propria cultura che, certamente e – aggiungiamo – giustamente, fu variegata e polifonica, ma che nondimeno si presentava coerente, unitaria e solida nelle sue aspirazioni di fondo: edificare lo «Stato nuovo» fascista, grazie a una «rivoluzione antropologica» (alla formazione, cioè, di un «uomo nuovo»), in grado di compiere in una rivoluzione permanente la missione universale della «terza Roma», fondatrice di una «nuova civiltà». Una rivoluzione che stavolta, però, doveva essere realizzata e intimamente vissuta da tutto il popolo, rimarginando così l’antica ferita lasciata aperta dal Risorgimento (ossia il mancato inserimento delle masse nello Stato); una rivoluzione che, in un’epoca di «politicità integrale» (C. Schmitt), doveva porre la politica al di sopra di tutto (in particolare dell’economia) e infondere di sé l’intera comunità nazionale mobilitandola in un progetto organico e totalitario.

Di qui il genuino carattere moderno dell’esperimento politico-culturale fascista che, realizzando una spietata critica della Rivoluzione francese e degli «immortali princìpi» dell’89, non intendeva tuttavia negarne gli aspetti positivi, come l’eliminazione delle caste nobiliari e del retaggio feudale e l’affermazione delle masse popolari nella storia. Non si trattava, pertanto, di una reazione o di un ritorno a un passato arcadico e bucolico, bensì di una modernità cambiata di segno, una modernità italiana e fascista.

Che il Fascismo non fosse una mera variante del nazionalismo, inoltre, lo si rileva in particolare dal concetto gentiliano di «Stato etico» che Mussolini volle indicare come perno centrale della dottrina fascista: rifiutando la concezione deterministica e naturalistica propria del nazionalismo, che vorrebbe la nazione un a priori, un «fatto bruto» che trascende la volontà del singolo e dello Stato, il Fascismo la intende invece come una creazione incessante, frutto di un approccio volontaristico e quindi libero: è lo Stato che, in quanto etico e dunque autodeterminantesi, crea la nazione, e non già viceversa. Fascismo, pertanto, come movimento creatore, faustiano, attivo, interventista, proiettato nel futuro che ha liberamente scelto di edificare (cap. IV).

Un altro pregiudizio che la Tarquini demistifica, poi, è quello secondo cui molti intellettuali parteciparono all’elaborazione della cultura fascista perché incoscienti o perché costretti. Si tratta di una volgare «defascistizzazione retroattiva» di molte grandi personalità che il consesso democratico non riesce ad accettare in quanto intelligenti, colte e, al contempo, fasciste: vediamo così, ad esempio, un Gentile «tradito» e vittima di un «abbaglio» (E. Garin) o un Bottai che diventa fascista «critico» (G. B. Guerri). Al contrario – sostiene la studiosa – «in tutti i settori, fra le realtà culturali più diverse, dai percorsi biografici più disparati, gli artisti e gli intellettuali italiani contribuirono nella loro maggioranza all’espressione della cultura fascista e alla costruzione del regime totalitario: furono cioè pronti a offrire il loro sapere, il loro talento, la loro energia alla causa della politica» (p. 225).

In questa stessa ottica, viene rigettata altresì la tesi tanto cara ai cosiddetti «redenti» (espressione coniata da Mirella Serri per indicare quegli intellettuali che nel dopoguerra tentarono di rifarsi una verginità politica) secondo la quale i Guf e i Littoriali della cultura rappresentarono per i fascisti della nuova generazione una «palestra di antifascismo». Ad onta dei «lunghi viaggi» alla Ruggero Zangrandi, quindi, è stato provato che i giovani, nati ed educati dal Regime, «non solo non furono fascisti critici, ma semmai furono più fascisti degli altri: in nome del fascismo, infatti, attaccarono gli indirizzi moderati che rintracciavano nella politica degli anni Trenta chiedendo di proseguire lungo la strada della fascistizzazione della società e dello Stato e combattendo contro chi, secondo loro, ostacolava la realizzazione del progetto originale e rivoluzionario» (p. 159). Di più: essi furono «i testimoni più autorevoli della riuscita di quell’esperimento totalitario che fu il fascismo» (p. 230).

Insomma, sono tante le tematiche che affronta la Tarquini in questo saggio che, certamente, costituisce un’ottima opera propedeutica allo studio e alla conoscenza della cultura fascista. Una cultura che, ancora oggi, viene cialtronescamente e furbescamente negata da alcuni gazzettieri d’accatto, così come essa – mancanza imperdonabile! – è poco o mal conosciuta da coloro stessi che del Fascismo si dichiarano – a torto o a ragione – eredi. E invece, studiando i massimi esponenti culturali del Regime, non si può che rimanere stupefatti dalla ricchezza e dalla profondità della cultura fascista, la quale si occupò, tra l’altro, delle più gravi sfide storiche che l’epoca presentava e che in molti casi, mutatis mutandis, risultano tutt’oggi quanto mai attuali. Si tratta, quindi, di un patrimonio che non deve assolutamente andar disperso o anche semplicemente relegato alle sole e anguste aule accademiche, ma che deve essere al contrario lasciato libero di respirare nel e con il mondo. Con buona pace di vestali dell’antifascismo e di «democratici sinceri». Sinceramente inutili…

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