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venerdì 23 dicembre 2011

Dentro e fuori CasaPound

L’interesse innegabile e crescente per il fenomeno di CasaPound, quando non si è tradotto in dossier e inchieste con intenti palesemente diffamatori e dal sapore paranoico, ha prodotto anche studi di un certo rilievo. Un tentativo di lettura «interna» è stato dato, per esempio, da Domenico Di Tullio con il suo ormai esaurito Centri sociali di destra: occupazioni e culture non conformi (Castelvecchi, 2006), che ripercorre la genesi politica e culturale dell’esperimento metapolitico e movimentistico della «tartaruga frecciata». Recentemente, inoltre, la strutturazione via via più complessa e stratificata della Weltanschauung casapoundiana – dinamicamente modellantesi, d’altra parte, in parallelo all’azione più propriamente politica del movimento – ha richiesto una sua messa-in-forma ad opera di Adriano Scianca che, con Riprendersi tutto (SEB, 2011), ha realizzato, tra le altre prospettive del volume, una vera e propria analisi politologica dell’«idea del mondo» di CasaPound.

A parte lo sforzo di auto-comprensione affrontato dai protagonisti stessi di CasaPound, è però soprattutto «da sinistra» che l’attenzione si è fatta e si sta facendo sempre più viva e, per certi versi, necessaria. Se l’operazione made in «Repubblica» rappresentata da OltreNero: nuovi fascisti italiani (Contrasto, 2009) di Alessandro Cosmelli e Marco Mathieu rimane tuttavia ancorata alle secche di certo giornalismo d’inchiesta scandalistico e furbescamente deformante, un esempio ben più edificante ci è fornito viceversa da Fuori dal cerchio: viaggio nella destra radicale italiana (Elliot, 2010) del giovane ex militante del Pci Nicola Antolini, che dedica gran parte del suo volume all’esperienza di CasaPound. Il lavoro di Antolini, in particolare, risulta difficilmente incasellabile in un preciso genere letterario, data la sua specifica natura: si tratta infatti di approfondite interviste a numerosi esponenti dell’area destro-radicale (ma non solo), sicché potremmo definirla un’analisi politologica informale. Ad ogni modo, quest’opera rappresenta senz’altro un proficuo e serrato confronto tra diverse «anime» politiche su un terreno franco e anti-pregiudiziale, con l’esplicito intento di scandagliare «il problema dell’egemonia culturale del paese, che secondo molti starebbe cambiando radicalmente di segno, spostandosi progressivamente da sinistra verso il fronte opposto» (p. 5).

Da considerazioni analoghe è nato il volume di recentissima pubblicazione Dentro e fuori CasaPound: capire il fascismo del terzo millennio (Armando, pp. 160, € 15) di Daniele Di Nunzio ed Emanuele Toscano, due giovani sociologi anch’essi di formazione culturale «di sinistra». Per motivare la loro ricerca su CasaPound, infatti, gli autori dichiarano:

La riflessione intorno all’avanzare della destra nei quartieri periferici e non della nostra città – Roma – aveva occupato già da un po’ le nostre discussioni. Da ricercatori, e prima ancora da cittadini impegnati da sempre in iniziative di quartiere, ci siamo chiesti dove e come la nostra generazione aveva sbagliato, non riuscendo a creare la cinghia di trasmissione con le nuove generazioni necessaria a dare continuità a quell’insieme di pratiche relazionali, creative e sociali che avevano caratterizzato gli spazi frequentati da adolescenti e universitari. Semplicemente, ci siamo accorti che i luoghi di aggregazione, di scambio, di incontro, stanno cambiando; e ai centri sociali, alle sezioni, si vanno sostituendo spazi in cui è più o meno chiara la matrice fascista, nelle scuole e nei quartieri della nostra città. Addebitavamo (e tuttora pensiamo sia così) questa «sconfitta» all’incapacità della sinistra – intesa in senso ampio e trasversale – di fornire risposte e soluzioni ai problemi e interpretazioni ai cambiamenti del mondo di oggi. Ma anche e soprattutto alla nostra – noi di sinistra – sicurezza nell’essere nel giusto, nel nostro porci in modo acritico nei confronti della realtà perché certi della forza delle nostre idee. Senza riuscire, e metterlo per iscritto non è certamente facile, a riattualizzare la nostra posizione di egemonia culturale, già fortemente provata dagli avvenimenti che avevano sconvolto la sinistra nell’ultimo decennio del secolo scorso. […] Questo libro ha come obiettivo quello di contribuire a conoscere il fenomeno CasaPound, il perché del suo avanzare soprattutto tra le giovani generazioni e il suo radicarsi in contesti spesso anche diversi e articolati, dalle periferie come nei quartieri più borghesi, nelle grandi città come nei piccoli centri (pp. 128-129).

Come si può vedere, da parte di certa sinistra esiste un’esigenza – scaturita dal graduale sgretolamento della sua egemonia culturale – di comprendere l’altro da sé rinunciando ai paraocchi ideologici e alle facili demonizzazioni ascientifiche e antiscientifiche. E – aggiungo – non è probabilmente un caso che tale esigenza sia maggiormente avvertita da alcuni dei più giovani, i quali non godono delle laute prebende derivanti da quella egemonia (a differenza di qualche vecchio maître à penser…) e che di essa hanno per lo più vissuto la fase decadente.

Ad ogni buon conto, Dentro e fuori CasaPound rappresenta uno studio sociologico di alto livello, che intende analizzare le ragioni della progressiva ascesa del movimento delle tartarughe frecciate. Uno studio preparato, del resto, da una ricerca sulla musica «non conforme» (che ha fruttato un articolo su «Alias», supplemento del «Manifesto», nell’aprile del 2009) e da un paper presentato al XVII Congresso mondiale dell’International Sociological Association, svoltosi a Göteborg nel luglio del 2010, ossia Can We Still Speak about Extreme Right Movements? CasaPound in Italy between Community and Subjectivation Drives (alcune conclusioni del quale sono riprese da un articolo per l’edizione online dell’«Espresso» dell’ottobre dello stesso anno, significativamente intitolato Perché piace CasaPound).

E infatti, come si evince in particolare dal titolo stesso del paper or ora citato, una delle prospettive più interessanti del libro è rappresentata proprio dal carattere di forte problematicità dell’identificazione di CasaPound con quella che è comunemente definita «estrema destra», sia nella prassi che nei presupposti teorici: un’identificazione che è invece riproposta e recitata a mo’ di mantra dalla sedimentata vulgata antifascista che, molto spesso in maniera interessata, è perennemente occupata a ricondurre l’ignoto e il nuovo al già noto e, più in generale, al dogma fideistico e a-razionale. Dalla ricerca degli autori, infatti, «emerge una distanza di CasaPound rispetto a orientamenti culturali, assetti politici e sociali riferibili alla destra estrema» e alla «destra conservatrice e reazionaria» (pp. 94-96) sostanziata, del resto, dall’idea dell’«EstremoCentroAlto», ossia quella «“visione del mondo” capace di andare al di là delle interpretazioni ideologiche tradizionali del fascismo e del neofascismo, del consociativismo e della socialdemocrazia» (p. 95). Una distanza che si concretizza, ad esempio, nel rifiuto del razzismo estremo-destro, giacché risultano assolutamente estranee a CasaPound «rivendicazioni di una presunta superiorità razziale nei confronti dei soggetti migranti, segnando in questo una discontinuità con il neofascismo classico del dopoguerra» (p. 52), così come questa differenza si avverte in ambito musicale, cioè il fulcro della metapolitica casapoundiana, dal momento che «i codici espressivi e di stile propri della destra radicale sono stati rimessi in discussione oppure, in alcuni casi, direttamente abbandonati», tanto che l’«autoironia è utilizzata come forma di critica verso i dogmi della tradizione di estrema destra» (p. 71). Non è un caso, d’altra parte, che di recente lo stesso Gianluca Iannone abbia esplicitamente fatto uso del termine «casapoundismo», proprio per evidenziare la radicale originalità del movimento di cui è leader.    

Lo studio inoltre, più specificamente, si fonda sull’analisi del Soggetto – sociologicamente inteso – e dei suoi rapporti con la comunità di cui fa parte. Partendo quindi dalla contrapposizione – proposta dal sociologo Alain Touraine – di auto-determinazione ed etero-direzione, si rileva che «all’interno di CasaPound l’individuo cerca il proprio spazio di vita dove costruire delle forme di resistenza al dominio, per elaborare e perseguire delle alternative politiche, sociali e culturali, a livello individuale e collettivo» (p. 74). La comunità di CasaPound è pertanto vista come una potenzialità di affermazione individuale in un contesto «non conforme» (altrimenti impossibile nella società atomistica e globalizzata), in cui si instaura un equilibrio, seppur mai scontato, tra individuo e collettività, tra autorità e libertà e tra gerarchia e partecipazione. L’impegno dei militanti in CasaPound, inoltre, «trascende dall’essere semplicemente un impegno politico e facilmente diventa esistenziale». Di più: «questo intenso coinvolgimento è percepito dai membri di CasaPound non come una costrizione o un’imposizione, ma come un’espressione naturale del proprio essere, poiché essi vedono in CasaPound uno spazio ideale per esprimere al meglio la loro esistenza», tanto che non è raro che si crei una «continuità tra il vissuto personale e quello comune in CasaPound» (p. 75).

Se il soggetto intravede quindi in CasaPound una «potenzialità per l’affermazione di sé», è altresì vero il contrario, e cioè che «l’affermazione dei singoli è considerata indispensabile a quella del movimento» (p. 76). Questo processo dialettico di socializzazione, che pone la forza della comunità come effetto della forza dei singoli, si osserva in particolare grazie alla partecipazione dei giovani (che in CasaPound è massiva) e al loro percorso formativo: «riguardo all’espressione autonoma della propria personalità», infatti, «i giovani di CasaPound sono invogliati a “osare” e a agire. È interessante sottolineare come è riconosciuto il diritto del giovane “di sbagliare” – entro certi limiti, soprattutto riguardanti il rispetto delle gerarchie – nell’idea che non bisogna frenare l’istinto rivoluzionario e creativo proprio delle giovani generazioni» (p. 81). In termini di partecipazione, poi, la stessa scelta dei capi, se da un lato segue le direttive gerarchiche, è però avvertita dai militanti come «naturale» e non imposta, giacché «i leader emergono da un confronto con la collettività sull’esperienza concreta che mettono in atto e sono valutati in base all’efficacia delle proprie interpretazioni e riflessioni così come dalla portata delle proprie azioni» (pp. 81-82). Insomma, ce n’è abbastanza per confutare tutti i deliri para-psicologici che si ritrovano spesso nei dossier antifascisti in stile «Repubblica».

I temi affrontati dal libro, del resto, sono molti e trattati con obiettività, dal rapporto di CasaPound con la violenza all’utilizzo sapiente e innovativo della comunicazione a tutti i livelli, dal carattere spiccatamente metapolitico del movimento all’importanza fondamentale dell’azione riflessiva. Una menzione speciale merita tuttavia l’analisi del rapporto dei militanti con la dimensione del corpo, considerato dalla moderna critica sociologica come il «luogo del sé agente». Secondo il sociologo Michel Wieviorka, in particolare, «mettere in discussione il proprio sé nel processo di affermazione della propria soggettività individuale implica al contempo l’esporre il proprio sé corporeo a dei rischi» (p. 72). Ed è proprio in base a queste considerazioni – e sulla scorta degli studi di Dick Hebdige sul pogo dei punk inglesi – che gli autori stabiliscono un curioso primato: parlare della cinghiamattanza evitando le usuali demonizzazioni scandalistiche. Secondo Di Nunzio e Toscano, infatti, essa rappresenta per i militanti di CasaPound «aspetti fondamentali dell’esistenza: la vitalità, il gioco, la lotta, contrapposti a un modello culturale dominante che riduce il corpo ad oggetto-merce» (p. 71).

Un ultimo accenno lo vorrei dedicare infine alla «tensione» che gli autori rilevano tra la visione del mondo di CasaPound e l’ambito valoriale della moderna concezione di «democrazia». Questo rapporto, in effetti, appare molto problematico, specialmente se si prende a modello di democrazia la definizione proposta da Norberto Bobbio. Senza contare i problemi d’ordine teorico che gli stessi intellettuali «democratici» (le virgolette sono d’obbligo…) incontrano nella conciliazione tra i tre postulati di libertà, uguaglianza e solidarietà, che si vorrebbero alla base della «democrazia moderna», la questione di maggior attrito mi sembra rappresentata dall’adesione fideistica alla dottrina dei «diritti dell’uomo», a cui gli autori paiono tenere in maniera particolare. Una dottrina – com’è noto – basata su un giusnaturalismo che, secondo lo stesso Bobbio, risulta sempre e comunque arbitrario. Un giusnaturalismo – aggiungo io – oltretutto deterministico, che, paradossalmente, nega all’uomo quella stessa libertà che gli vorrebbe conferire. Se infatti l’uomo è, a prescindere dalla sua volontà, esso risulta necessariamente privato della propria libertà di auto-determinazione, perché la sua essenza è pre-determinata da un assunto metafisico d’ascendenza divina, sebbene secolarizzata. Erano stati d’altronde già Giovanni Gentile (non a caso detestato da Bobbio) e la sua scuola a condurre una critica filosofica impietosa e radicale dell’uomo astratto e intellettualistico del liberalismo democratico, ossia un «fantoccio» totalmente avulso dalla storia e dal divenire, rivendicando invece al fascismo quel vero e autentico «liberalismo» che, sfociando nell’«umanesimo del lavoro», avrebbe edificato una «nuova civiltà». La tensione tra CasaPound e la democrazia bobbianamente intesa, pertanto, scaturisce a mio parere da irriducibili visioni dell’uomo (questa deterministica, limitante e statica, quella volontaristica, libera e dinamica), benché ad un livello fenomenico vi possano indubbiamente essere delle notevoli convergenze, come Di Nunzio e Toscano ben evidenziano (pp. 119-120). Su questo punto, però, il dibattito è aperto.

Ad ogni buon conto, questo libro testimonia di un lavoro onesto e scientificamente valido, da consigliare sicuramente a quanti continuano a proporre una visione distorta e caricaturale di CasaPound, molto spesso viziata da palesi intenti politico-ideologici. Siamo ancora su un livello pionieristico e, al momento, manca un’opera squisitamente politologica in grado di sostenere una critica serrata, qualificata e anti-pregiudiziale del pensiero e dell’azione di CasaPound. Ma per questo – ne sono certo – ci sarà tempo. Ciò che invece ora conta, in un periodo cioè di massicci e vili attacchi mediatici (ma non solo mediatici) a CasaPound, è che questo volume può indubbiamente rappresentare un utile punto di riferimento per chiunque vorrà accostarsi alle tartarughe frecciate rinunciando all’odio politico e a valutazioni puramente acritiche e preconcette. Il che, si converrà, non è poco…


Per approfondimenti:

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giovedì 20 gennaio 2011

giovedì 9 dicembre 2010

mercoledì 24 novembre 2010

«Astrazioni Concettuali»: il nuovo futurismo di Corrado Delfini


Autore: Corrado Delfini.

Luogo: Galleria Arte & Valore, Via Labicana 48, Roma.

Data & Orari: 19-28 novembre 2010, ore 17.00-20.30.

Manager: Matteo Pietrobelli (matteo.1@hotmail.it).

(Corrado Delfini)

Il 19 novembre è stata inaugurata la mostra Astrazioni Concettuali dell’artista romano Corrado Delfini, al cui vernissage ho presenziato di persona.

Recensione: L’opera di Corrado Delfini è fortemente materica. La tela è scelta e tagliata appositamente, per poi essere preparata con un procedimento quasi alchemico (pasta più fondo acrilico), alle pennellate ad olio, fino ad arrivare agli ultimi ritocchi, fatti col gesso. Strada facendo, non è raro che frammenti di giornali, o degli stessi stracci usati per pulire i pennelli, trovino il loro posto sulla tela. Il risultato è una pittura quasi tridimensionale, in cui il tatto subentra alla vista come secondo senso d’approccio.

Lo stile a cui egli si attiene è una scelta felice: una sintesi tra l’astrattismo (si sprecano le citazioni a Kandinskij), e il futurismo – italiano così come  russo. Le avanguardie di un secolo fa, ciò che tre generazioni d’uomo fa erano il futuro, ora diventano fonte di nuova ispirazione, e matrice per nuove avanguardie. Delfini non fa antiquariato, beninteso, e il suo astrattofuturismo diviene qualcosa di nuovo e immediato. Gli omaggi al passato non mancano affatto – da Roma a Majakovskij, al 1919 – ma è un passato reso presente (e quindi proiettato verso il futuro). E così Manifestazione non autorizzata rievoca l’impegno politico e l’allegria squadristica di CasaPound, cui il nostro artista è vicino, con gli stessi termini, in cui Marinetti celebrava la vis polemica del primo fascismo.

(C. DELFINI, Roma)

Le opere pittoriche di Corrado Delfini non sono però (né vogliono essere) interpretabili in maniera univoca o immediata, come allegorie o trasfigurazioni, quasi fossero dei rebus che, una volta risolti, perdono d’importanza. L’approccio a queste opere può essere sciolto da un’intuizione subitanea e fulminea, oppure richiede una meditazione, una contemplazione che faccia scaturire la scintilla della comprensione, che possa rivelare un dettaglio di più. E tuttavia, ci si rende subito conto che non può essere compresa e risolta una volta per tutte e per tutti, ma che ciascuno deve confrontarsi con l’opera vis-à-vis, senza pretendere d’averla vista definitivamente. E anche per questo motivo, conviene affrettarsi, finché l’esposizione sarà aperta.

Andrea Virga 



 


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giovedì 14 ottobre 2010

Giovani e ribelli: non «tre metri sopra il fascio»



di ANTONIO RAPISARDA (in «Secolo d’Italia», 13/10/2010, pp. 8-9)


Mancava. Ne hanno scritto sui giornali, l’hanno fotografata e radiografata nei documentari. I più, all’inizio per pregiudizio o superficialità, ne hanno demonizzato nome e obiettivi. Qualcun altro, seppur in buona fede, non è andato oltre il resoconto. Mancava. Perché probabilmente solo un romanzo poteva riuscire a inquadrare davvero il “fenomeno CasaPound”. Solo il racconto, con i suoi spazi e la capacità di legare l’immaginario a una vicenda, poteva dare conto di un “corpo” che è politica, ma è soprattutto una storia corale che andava espressa pubblicamente. Era difficile rappresentare, condensare un’esperienza che ha squarciato più di un pregiudizio e ravvivato un panorama giovanile asfittico e rinchiuso in un minimalismo sempre più antisociale. Era un azzardo aprire lo sguardo dentro una realtà che si esprime con le icone di Capitan Harlock e del futurismo ma che sente di avere, semplicemente, solo il proprio destino tra le mani e nulla e nulla da farsi perdonare. È toccato a Domenico Di Tullio, che di professione fa l’avvocato e che da tale difende CasaPound, il compito. E col romanzo Nessun dolore (edito da Rizzoli, pp. 238, € 16,50) ci è riuscito. Il tentativo era complesso, perché impresa ardua doveva essere quella di raccontare l’eresia per eccellenza – un “centro sociale occupato di destra” (ma loro forse direbbero di “estremocentroalto”) – senza il conforto dei sacerdoti della Santa Inquisizione.

Il rischio maggiore però, speculare alla demonizzazione, era l’agiografia. E invece questa sorta di narrazione dei seguaci di Ezra Pound scorre nelle pagine del romanzo veloce come gli scooter che scorazzano i giovani “blocchetti” in giro per Roma. Sì, al centro di tutto ci sono loro: i figli di questa creatura che ha un po’ rivoluzionato l’estetica e lo stile di un’antropologia che ha scelto l’impegno politico a destra ma non solo. E che un po’ come tanti piccoli Enea hanno rimodellato la propria fisionomia a partire dalle macerie di un ambiente metapolitico in crisi di linguaggi e di suggestioni che non fossero la stanca ripetizione di cliché o di memorialistica degli anni Settanta (forse quelli degli zii, ormai…).

Spavaldi e sfrontati sono i protagonisti del romanzo. Maledettamente vivi. Alle prese qui con una brutta storia di strada che diventerà l’espediente narrativo attraverso il quale l’autore ci porta dentro la corazza della “tartaruga” (il simbolo di CasaPound) di carne e marmo che dal 2003 è oggetto di studio per sociologi e politologi che ancora oggi non riescono a spiegarsi come un fenomeno del genere abbia coinvolto migliaia di ragazzi nel nome della “lotta all’usura” e del rock’n roll. Be’, basta uno dei dialoghi del libro per capirlo: «Oggi non avremmo fatto la rivoluzione, ma quanto ci siamo divertiti...». Con questa frase – più che qualunque socio-analisi – si schiude un mondo animato da «fasci eretici e anarchici insofferenti», da «poeti dell’alcol e dello scavalco, campioni di arti marziali letali quanto sconosciute, esperti dell’entro a spinta, filosofi dello scusa lo dici a tua sorella». Una sorta di codice metropolitano con venature di Sun Tsu, situazionismo e citazionismo da detournement alla Rino Gaetano. O forse, più semplicemente, una vitalistica ed eterna voglia di avventura.

E tutto questo avviene nello scenario di una Roma restituita alla sua complessità. Già, nelle pagine di Di Tullio non ci stanno i quartierini bohemien per fuori sede benestanti pugliesi, calabresi o siciliani e fighette gaudenti. Ma i protagonisti solcano strade vere, quelle che raccontano di quartieri vittime della speculazione del mercato immobiliare e del degrado, così come quelli di una città orgogliosa che ha conosciuto tra le sue strade la passione vera e i cui muri sono testimonianza, lavagne incise anche dal sangue di questa temperie. Ed è qui – vuoi che sia l’Esquilino e la seduzione notturna di piazza Vittorio o le periferie dell’Eur e di Casal Bruciato – che si muovono tutti i personaggi. La vicenda è un incontro tra tre generazioni che hanno vissuto in modo diverso una certa idea dell’impegno. Ci sono i protagonisti e leader del Blocco Studentesco Flavio e Giorgio, uno figlio della borghesia «che non ride mai» di Roma nord, l’altro romano della Garbatella sfrattato dal quartiere popolare assieme alla famiglia «dai nuovi ricchi borghesi e sinistrorsi, gente che parla con la bocca a culo di gallina, si fa i bagni con l’idromassaggio e si traveste da proletario quando esce». E dall’incontro tra i due, che sono l’alfa e omega di una comunità che intende aristocrazia dello spirito e goliardia popolare come assi cartesiani, che si entra all’interno delle storie nella storia. Perché accanto all’amicizia e alle scorribande dei due c’è la cultura di strada e le cicatrici di Massimo che con i suoi trent’anni rappresenta l’emblema di quella generazione che, a cavallo degli anni Novanta, rimase vittima della transizione politica di una destra che nella fretta di diventare di governo si dimenticò delle responsabilità verso un’intera generazione. E accanto, assieme e oltre questi c’è lui, l’avvocato. Un fascista-beat, un dandy che porta con sé il disincanto del limbo e affoga la rabbia perdendosi nelle vertebre ammorbidite di una rocker. Una sorta di guardiano della soglia, un “vecchio” (appena quarantenne) che di fronte alla vicenda e all’entusiasmo di questi giovani pirati rimarrà alla fine coinvolto e da tutto questo risvegliato. Ma in fondo in questa avventura sono tutti coinvolti. Richiamati da un marcia scandita dalle note degli Zetazeroalfa – la band capitanata dal leader e mentore di CasaPound Gianluca Iannone che nel romanzo assume una fisionomia ieratica – dal sudore che si spreca urlando la propria gloria allo stadio o tra gli abbracci stremati nel ring dopo un incontro. Tutti luoghi dell’anima per questa strana fauna che ha trovato «il proprio posto nel mondo» all’interno di una comunità integrata e variegata. Dove gli “anziani” (il più grande ha trentacinque anni) tramandano ai giovani, ma anche i giovani danno molto ai grandi: ed è da ciò che si irradia quella “bellezza” che nelle pagine del romanzo irrompe ogniqualvolta salpa la ciurma.

E questa avventura si incrocia fatalmente con il girone del dolore. Che è composto dal mondo delle carceri e dei tribunali (luoghi nei quali l’autore apre una fessura non banale né autocompiaciuta). Così come dalle strade e dalle mille storie che ispirano non più canzoni disperate, ma un disperato amore per le canzoni. Ed è nel dolore, infine, che si conosce anche l’altro. Che è carne, sudore, fame, ma anche le linee candide delle donne del romanzo: che sono demoni e genitrici. Perché c’è Giulia «bella come una carica della polizia», Daniela e il coraggio di dirle addio, Martina e il suo sorriso che riempie. Ma, attenzione, qui non c’è per spazio per i “tre metri sopra al fascio”. Lo stesso amore è lacerante, quello che fa crescere nell’incontro quanto nell’abbandono e nell’impossibilità. E anche quando i ragazzi si ritrovano a ponte Milvio, vena “fascia” di Roma descritta efficacemente, lo si fa per brindare all’anima bella di Brasillach e ai vincoli che non si spezzano. Altro che lucchetti.

Un romanzo choc? Forse sì. Ma proprio per il motivo che non ti aspetti: perché chiunque alla fine della storia può riconoscere un pezzo di sé e può immedesimarsi anche in una storia di giovani “fasci”. Un romanzo generazionale – ma anche generativo – frutto di una scelta coraggiosa e riuscita anche da parte della Rizzoli, che ha investito con rara libertà su un fenomeno che fa discutere perché crea dibattito e non, come vorrebbe ancora qualcuno, solo allarme. E proprio l’episodio (vero) di chiusura diventa occasione per raccontare lo spirito con il quale questi giovani si sentono «beati nei lividi di domani». Perché questi negli scontri di piazza Navona – quelli che li hanno messi alla ribalta quando sono stati caricati da chi voleva scacciarli dalla protesta studentesca – scegliendo non l’attacco ma la difesa di un principio hanno consacrato il proprio diritto di esserci. Dinanzi all’intolleranza, hanno sofferto per affermare libertà. Per questo alla fine di tutto non resta proprio “nessun dolore”. Ma solo gioia. E vita.

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mercoledì 13 ottobre 2010

«Nessun dolore»: intervista a Domenico Di Tullio

Fonte: Ideodromo CasaPound

1. Allora, Domenico, per non sbagliare partiamo da un evergreen della banalità giornalistica: quanto c’è di te nella voce narrante di Nessun dolore?

Ritengo che ogni romanzo sia espressione della personalità di chi lo scrive. Certamente fra i personaggi del libro uno in particolare mi è più vicino per età, professione e quartiere di Roma che abita.


2. Un romanzo su CasaPound che esce per Rizzoli: abbiamo vinto la rivoluzione e non ce ne siamo accorti oppure siamo semplicemente diventati parte del paesaggio di un sistema che ci ha già «digeriti»?

Non so se CasaPa’ abbia vinto la rivoluzione, certamente esiste un forte interesse per l’immaginario che esprime: è una fascinazione istintiva, che supera il pregiudizio e genera curiosità. Ciò che attrae è il modo di vivere, l’immagine e lo stile che esprimono le sue iniziative, persino più delle battaglie politiche. Questo libro è certamente la prova di questo interesse, oltreché del coraggio editoriale che bisogna riconoscere a chi lo ha voluto pubblicare. Ogni giorno, del resto, aumenta l’interesse verso il mondo delle tartarughe, lo stupore che un carapace così robusto e diverso dal solito contenga un’anima leggera e deliziosa.


3. Uno dei personaggi del romanzo è un «vecchio» militante che ha un rapporto ambivalente con la novità politica e quasi antropologica dei ragazzi del Blocco studentesco. Senza abbandonarci allo spoiler gratuito, puoi dirci qualcosa in più di questa figura?

Ho voluto costruire un personaggio che racchiudesse in sé tutte le contraddizioni di molti dei militanti della destra radicale prima di CasaPound. Un archetipo di quello che erano gli attivisti quindici anni fa, confusi tra la necessità di superare vecchi schemi e imbarazzanti eredità ideologiche, incapaci di distinguere la differenza tra forma e sostanza, tra tradizione e nostalgia, spesso prima sfruttati e poi sacrificati da chi ha abbandonato velocemente il bomber per cucirsi addosso un doppio petto su misura. Molti di questi «vecchi» militanti hanno successivamente trovato in CP la sintesi perfetta e pacificatrice, altri ancora raccontano di quanto ai loro tempi fosse tutto migliore e diverso, sempre reietti, sempre marginali, in fondo sprecati e inutili.


4. Rimaniamo nella dialettica old school/new school: la tua conoscenza dell’ambiente politico di «destra radicale» data ormai dagli anni ’80, i cambiamenti sono stati molteplici ma diresti che hanno finito con l’investire lo stesso tipo umano che ne fa parte? In altre parole si può parlare di mutazione antropologica, almeno in dati ambiti?


La mutazione antropologica negli ultimi dieci anni è stata evidente, propiziata da un clima più favorevole e dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione diretta, che certamente hanno influito e fatto crescere una parte consistente di quella che viene ancora definita la destra radicale. C’è da dire che grande importanza ha rivestito il fatto di avere dei luoghi fisici, occupazioni e spazi in altro modo raggiunti, che sono diventati veri e propri laboratori di cultura e azione, sia politica che, soprattutto, metapolitica.


5. Di tanto in tanto, in Nessun dolore, compare la Bellezza: kratofania che bagna di freschezza le menti e i corpi, vero e proprio «stato di grazia» che sopraggiunge a strappare i protagonisti dalla banalità del mondo degli uguali. Chi conosce il nostro universo sa di cosa parliamo. Agli «altri», a chi leggerà il romanzo senza conoscere il mondo che esso descrive, come racconteresti l’essenza della Bellezza?

La bellezza è l’elettricità che ti pervade, uno tra mille e unito a mille altri, quando riconosci il tuo amore, la tua essenza, il tuo destino. Non so spiegare la bellezza, mi limito a raccontare ciò che, credo, la maggior parte di noi ha la capacità di riconoscere. Nella quotidianità di CasaPound è presente un’attitudine particolare alla ricerca della bellezza, che diventa una vera e propria modalità d’azione: questa pervade le iniziative, i rapporti umani, le scelte culturali ed è una spinta costante, un incentivo, una motivazione fortissima e inebriante.


6. Molto bella la descrizione del «corpo-macchina», di queste membra che si apprestano a compiere uno sforzo fisico che non è più «sport» ma già quasi «rito». C’è una specifica via alla politica attraverso la corporeità che è tipica di CasaPound?

L’azione di CasaPound è sempre molto fisica, la corporeità ha una grandissima importanza tra i suoi militanti e simpatizzanti: le decine di associazioni sportive nate sotto l’egida della tartaruga, i tatuaggi simbolici immediatamente riconoscibili, il rito fisico che spesso accompagna i momenti di passaggio sono le manifestazioni naturali di una concezione tradizionale che vede il benessere del corpo coincidere con quello spirituale. Non è un caso il grande successo degli sport da combattimento tra i militanti di tutte le età, che educano al controllo, alla resistenza al dolore contingente, al rispetto per le regole e l’avversario, al coraggio.

 Quest’ultimo diviene una qualità spirituale e metafisica, uno stile di vita ove corporeità e spirito si fondono senza soluzione di continuità.


7. CasaPound e il «mondo esterno»: in particolare in certi filoni pare emergere un nuovo protagonismo, laddove un tempo la percezione di una condizione di esclusione ha avuto effetti pressoché immobilizzanti... Il tuo romanzo in qualche modo parla anche di questo, no?

Certamente l’attenzione facilita la comunicazione attiva! CasaPound non è comunque un ghetto nel quale rinchiudersi e autocompiacersi, ma un avamposto nel mondo, una posizione da mantenere per slanciarsi alla conquista del nuovo. Il giovane Blocchetto non si limita a ritagliare un suo spazio rappresentativo all’interno di un educato consesso di mini politicanti scolastici, vuole riprendersi tutto un mondo che gli appartiene di diritto; il militante e il simpatizzante della Tartaruga vive con serenità e determinazione una lotta quotidiana per riconquistare tutto ciò che serve la sua visione della vita, non una riserva indiana né un giardinetto in qualche paradiso fiscale.


8. Un altro elemento pare essere cambiato in peso e consistenza: quello della musica in ambito politico, che si è spostata dallo sfondo al primo piano.... La musica è un elemento che ha caratterizzato i primordi di CP. La nostra convinzione personale è che rappresenti al meglio l’ambito nel quale il movimento delle tartarughe eccelle, per ora: quello metapolitico e culturale.

È una convinzione che condivido pienamente: il messaggio delle tartarughe si esprime al meglio attraverso i percorsi metapolitici e l’attitudine alla forma movimento, estremamente fluida e libera, aperta e ricca di iniziative e provocazioni intelligenti. La musica è l’origine del gruppo umano che ha fondato CasaPound e la sua espressione più condivisibile e universale. Il primo manifesto delle Tartarughe è stato sicuramente un cd degli Zetazeroalfa e anche l’ultimo e più recente.


9. L’attuale mondo digitale sta rendendo le forme di appartenenza sempre più «liquide», evanescenti... l’appartenenza che invece esce fuori dal romanzo pare avere tutt’altra concretezza...

Il concetto di appartenenza che racconto coincide esattamente con la militanza: oggi è difficile spiegarlo a chi non ha avuto esperienza diretta dell’unità e della coesione che vivono i ragazzi di CasaPound, della totale dedizione, del sacrificio e della compartecipazione delle loro azioni. La comunicazione digitale offre la possibilità di essere nello stesso istante in mille posti diversi, di sprecare mille vite diverse al giorno, di impegnarsi in cento discussioni contemporaneamente, senza essere mai se stessi, senza versare una sola stilla di sudore. La militanza dei ragazzi di CP è una testimonianza costante e veritiera della loro essenza, ciò che convince e conquista chiunque li veda all’opera.


10. Abbiamo iniziato con il classico «quanto c’è di te nel tuo libro», finiamo con un altro luogo comune: prossimi progetti letterari in cantiere?

Due o tre, beneficiando dei tempi lunghi che mi posso permettere, visto che rimango uno scrivente non professionista. Tra gli altri, mi piacerebbe scrivere un libro che racconti delle esperienze professionali e umane di una particolare declinazione di avvocato: il difensore d’ufficio. Alla maggior parte verrà in mente il pigro avvocato che si rimette alla clemenza della corte, tuttavia la realtà è molto diversa e spesso è grazie all’abnegazione professionale di questi professionisti bistrattati e malpagati che la giustizia italiana non crolla su se stessa. Nel frattempo, sto collaborando a un progetto giornalistico collettivo che si chiama Rashomon come il film di Kurosawa, che vuole raccontare in forma di diario e blog, quindi in soggettiva e in presa diretta, scenari di conflitto etnico e politico dal basso, raccogliendo testimonianze e offrendo immagini senza filtri. A metà settembre siamo stati in Kosovo, nuovo Stato a maggioranza musulmana albanese e radicatissima minoranza serba, che rappresenta bene la realtà balcanica, lacerato cuore dell’Europa più vicina all’Oriente.



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mercoledì 29 settembre 2010

DIARIO DI UNO SQUADRISTA TOSCANO – Intervista ad Adriano Scianca


È appena uscita una ristampa del memorabile Diario di uno squadrista toscano di Mario Piazzesi. Un resoconto nato come documento privato, non destinato alla distribuzione di massa. Per questo motivo, l’opera rappresenta più di ogni altra una garanzia di genuinità di fronte a quel fenomeno straordinario che fu lo squadrismo. Un contributo fondamentale che implementa la trattazione saggistica, la quale per sua natura, spesso, sottrae alla storia la sua caratteristica fondamentale: l’essere stata fatta dagli uomini

E uomini sono gli squadristi che in quegli anni insanguinati e terribili (eppure così fecondi per il futuro dell’Italia e dell’Europa) seppero rappresentare la linfa vitale di una nazione in rinnovamento, uscita da una prova suprema alla quale la migliore gioventù italiana aveva donato tutta sé stessa, e che adesso reclamava il diritto a segnare il destino del Paese.
Uomini, dicevamo, ma animati da una straordinaria forza mistica, capace di trasformare la massa in popolo, il gruppo in squadra. Soldati politici di uno spessore ben più profondo di quello che la storiografia scolastica descrive, quando attribuisce loro il riduttivo ruolo di «bassa manovalanza» del «fascismo politico».

Abbiamo intervistato Adriano Scianca, Responsabile Cultura di CasaPound Italia e autore della consistente prefazione al libro.

Perché ristampare Diario di uno Squadrista Toscano?
 
Semplice: il Diario era stato pubblicato per la prima e unica volta molti anni fa, da una casa editrice «ufficiale» ma di nicchia. Negli ultimi anni era praticamente introvabile e le poche copie che ancora circolavano erano generalmente malridotte a causa della pessima rilegatura della vecchia edizione. Ripubblicarlo, quindi, è stato innanzitutto un gesto doveroso dal punto di vista culturale: è stato rimesso in circolazione un documento di inestimabile valore per la conoscenza di prima mano del fascismo (e non foss’altro che per questo bisognerebbe dire mille volte grazie alla Seb). Ma questa nuova edizione ha anche un valore politico. Significa indicare il nord, mostrare l’esempio in tutta la sua sfolgorante potenza. Noi non ci esauriamo in noi stessi, non facciamo politica per onanismo, non passiamo il tempo a specchiarci. Noi abbiamo degli archetipi, sappiamo che c’è qualcosa di più grande, qualcosa di normativo. Il Diario ci aiuta a ricordarcene.

Piazzesi descrive una Firenze nel caos, nella quale morti e feriti sono allordine del giorno. Secondo gli standard del pensiero omologato questa sarebbe la prova dellintrinseca malvagità dei cosiddetti «etremismi». Come rispondere?

La parola «estremismo» non l’ho mai capita, è uno di quei termini vuoti, buoni solo per la polemica spicciola. Giolitti – tanto per fare il nome dell’esponente più noto dell’italietta liberale e pre-fascista – non era forse estremamente vile, corrotto, incapace? Anche questo è un estremismo, in fondo...

Pensi che esistano differenze sostanziali fra il diario di Piazzesi e le innumerevoli «memorie» prodotte dallantifascismo antemarcia e post-8 Settembre nel corso di questi anni?

Ogni libro di memorie dice qualcosa. L’imbecillità dell’estensore, al limite. Il pregio del Diario di Piazzesi è di saper catturare la temperie di un’epoca come in un affresco generazionale, pregio che lo stesso De Felice riconobbe. Il fatto di essere stato scritto per uso privato ha pesato in senso positivo. Le memorie antifasciste, essendo stato l’antifascismo vincitore, sono troppo spesso poco più che curriculum gonfiati da chi voleva far carriera sulle macerie di una guerra civile. Gonfiandoli bene si può anche diventare un Giorgio Bocca, per dire...

Domanda senza retorica, come piace a noi: erano violenti questi squadristi?

Risposta senza retorica: sì. Erano violenti in un’epoca in cui la violenza era moneta corrente. Da parte di tutte le parti in causa. Al riguardo basti ricordare le parole degli storici (antifascisti) che ho citato nella prefazione. Per Emilio Gentile, ad esempio, il «biennio rosso» fu costituito da «un’ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del paese, condotti in gran parte dal partito socialista massimalista all’insegna di una imminente rivoluzione per instaurare anche in Italia, con la violenza, la dittatura del proletariato, come annunciava il nuovo statuto che il Partito socialista aveva adottato nel 1919». Oppure leggiamo Mimmo Franzinelli: «Il fenomeno squadrista è più complesso e sfaccettato di quanto non lo si sia rappresentato. E porta con sé alcuni miti da sfatare. Non è vero che a sinistra ci fossero solo vittime inermi, come pure non risponde a realtà che la violenza fosse patrimonio di una parte sola: i “sovversivi” si difesero e agirono con puntuali offensive, per quanto armi, tecniche e condizioni lo consentissero. È infondato sostenere che i fascisti aggredissero a freddo e muovessero all’attacco in dieci contro uno: diversi di loro morirono per i colpi di franchi tiratori».

Tra i legionari di Fiume, gli squadristi del 19 e le Brigate Nere del 43 cè, secondo me, un filo conduttore poetico e romantico; concordi?

Più che «poetico e romantico» direi politico ed esistenziale. È quel misto di goliardia, intransigenza, mistica, volontà, coraggio e gioia di vivere. È il demone della giovinezza. È la bellezza sovrumana del fascismo universale.

Leggendo il libro si può notare quanta importanza dava Piazzesi alla sua squadra, è chiaro il rapporto di stretto legame tra i camerati di una stessa squadra: pensi sia stato un fattore determinante per la rivoluzione? Pensi che questo sentimento di forte comunitarismo sia poi stato trasmesso a tutta lItalia Fascista?

Certo, il cameratismo, la fratellanza, costituiscono l’ossatura dello squadrismo. Ernst Von Salomon diceva che «il cameratismo si regge su di un vincolo di servizio, un patto in funzione di un terzo elemento: una persona straordinaria, un’idea, un compito eccezionale – forse, nell’ipotesi più attenuata, un comune universo di simboli». È per questo che «camerata» è più che «amico». Ovviamente questo tipo di legame è in sé tipico delle avanguardie, magari vastissime, ma pur sempre avanguardie. È tuttavia certamente vero che il senso del fascismo fosse quello di fare della nazione intera una «comunità organica di destino».
  
Nella prefazione sostieni che lo squadrismo avesse un marcato risvolto spirituale; spiegaci cosa intendi.

Il senso iniziatico dell’ingresso nella squadra, il culto dei morti, la sacralità del gagliardetto, il rito del «Presente!», lo spirito di sacrificio, la possibilità sempre incombente della morte fanno dello squadrismo il primo momento di quella che in seguito sarà chiamata «mistica fascista». Questa consapevolezza era molto marcata già negli squadristi stessi. Pensa a Piazzesi quando di tanto in tanto torna nella buona società fiorentina da cui proveniva: trova un mondo di morti. Lui ormai è un iniziato, non può più trovare posto tra «gli altri». Pensa anche a quel che dico nell’introduzione circa i soprannomi: è assai verosimile che l’uso di affibbiare nomignoli ai nuovi arrivati non fosse solo un gioco goliardico ma avesse anche il senso di una sorta di rinascita, di assunzione di una identità superiore e più consapevole. Questa usanza di inventarsi soprannomi, peraltro, mi ricorda qualcosa...
  
Nel diario Piazzesi critica, in modo neanche troppo velato la dirigenza del Fascismo, i «rammoliti di Milano»; nel 43 si dichiara pronto a dare la vita per Mussolini e per il Fascismo. Alla fine dei conti, loperato dei rammoliti di Milano soddisfece anche un intransigente fiorentino?

Piazzesi era un giovane uomo d’azione, Mussolini era un uomo d’azione ma anche un politico di razza, con tutto quel che ne consegue in termini di pragmatismo e intelligenza tattica. Che in alcuni momenti ci potessero essere delle divergenze è naturale. Ma alla fine contano i fatti. È grazie a Mussolini che la lotta di Piazzesi acquisisce un senso. Cosa che l’ex squadrista fiorentino capirà perfettamente, dimostrando la sua consapevolezza politica. E anche dopo la sua messa da parte, in cui ebbe un ruolo Pavolini, Piazzesi perse gli incarichi ma non la fede, tanto da farsi trovare pronto a tornare in gioco nella Rsi, dove di certo non fu un problema per lui trovarsi al fianco del gerarca con cui aveva avuto dei problemi in passato. Mi sembra una lezione da tener presente, soprattutto da parte di chi oggi subordina la fede all’ego. Ce ne sono molti in giro di tipi così, purtroppo...

Cosa cè dello squadrismo anni 20 in CasaPound Italia?

Il contesto è radicalmente mutato e certo i metodi necessari allora, durante la guerra civile, non possono essere riproposti oggi, questo sia detto con la massima chiarezza. Resta, tuttavia, uno stile che va al di là delle contingenze e che permane identico in guerra come in pace. La goliardia e la mistica, la filosofia del «me ne frego», il sacrificio con il sorriso sulle labbra, la volontà di «donare questa vita come getteresti un fiore», il gusto della beffa e della sfida, il senso della comunità: tutto questo sicuramente ci appartiene. Ma il senso di questo rapporto va chiarito: non basta individuare il proprio modello storico per essere uguale a quest’ultimo e appuntarsi di conseguenza medaglie di pongo sul petto. Al contrario: ci si sceglie un esempio per autosuperarsi nello sforzo di raggiungerlo, per trascendere se stessi, per migliorarsi. Per mantenere, infine, l’umiltà. Quando guardo ai politici che vengono dal neofascismo mi accorgo che i pochissimi che mantengono riferimenti «militanti» hanno comunque in mente solo la loro esperienza, nel loro gruppo, nella loro città, nel loro tempo. Gente per cui l’alfa e l’omega del fascismo è il Fronte della gioventù (sia detto con il rispetto del caso, ovviamente). E questi sono i migliori, dato che gli altri hanno scelto il carrierismo fine a se stesso. Ecco, in un ambiente così CasaPound è rivoluzionaria perché non cessa di meditare sull’Origine, non cessa di succhiarne linfa vitale e ispirazione. Noi siamo i figli di qualcosa di più grande, noi siamo fedeli a qualcosa che viene prima di noi, è sopra di noi e andrà oltre noi. Questo ci aiuta a guardare al mondo e a noi stessi con le dovute proporzioni.

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mercoledì 15 settembre 2010

Un Blocco all’assalto del futuro


di FRANCESCO POLACCHI & AVGVSTO


L’annata 2009-2010 ha registrato risultati assai positivi per il Blocco Studentesco, alcuni dei quali addirittura storici. Non potrebbero essere altrimenti considerati il raggiungimento – inedito nella storia repubblicana – dello status di primo movimento studentesco a Roma e l’elezione di un senatore all’università romana di Tor Vergata (con tanto di esclusione dei collettivi antifascisti), a cui si devono aggiungere la presidenza della Consulta provinciale degli studenti a Fermo, Ascoli, Latina, Aosta e l’entrata di un nostro candidato nel CdF di Lettere e Filosofia a Roma Tre, antico baluardo della sinistra antagonista che, da parte sua, ha subìto un drastico e – per lei – catastrofico ridimensionamento. Un altro dato sorprendente, del tutto imprevisto e che fa ben sperare in prospettiva, è stato raccolto a «La Sapienza», con i 314 voti «politici» ottenuti per l’elezione del CNSU nel più grande ateneo italiano, senza una benché minima propaganda elettorale. 

Altro e non meno importante motivo di soddisfazione è rappresentato dalla forte crescita dei nuclei non-romani di tutta Italia, tra cui è da segnalarsi l’ottimo exploit conseguito nell’ateneo palermitano, con ben sette candidati del Blocco eletti in diverse facoltà. Risultati, questi, tanto più preziosi in quanto chiaro sentore del superamento dell’atavico tarlo del romano-centrismo e in quanto conseguente radicamento del movimento su scala nazionale.

Al di là tuttavia dei meri dati numerici, ciò che più ha positivamente colpito è stata l’assenza di ottuse pregiudiziali riscontrata in molti studenti liceali e universitari: sintomo inequivocabile del progressivo abbandono, da parte dei giovani, di sterili contrapposizioni ideologiche e di una auspicabile ripresa di un sano spirito «corporativo» studentesco. Interloquendo con numerosi studenti, sono infatti emersi apprezzabili attestati di stima nei confronti del Blocco Studentesco e della sua politica «sindacale», piattaforma di partenza per un futuro allargamento di consensi trasversali e antipregiudiziali.

A fronte di questi incoraggianti risultati, sarebbe però un fatale errore lasciarsi assalire da un ingiustificato senso di appagamento, e appare più che necessario rammentare che la vera battaglia deve ancora cominciare: più la forza di un movimento aumenta, infatti, e più conseguentemente aumentano le sue responsabilità. Responsabilità che non possono essere assolutamente eluse o sottovalutate, giacché è precisamente dalla capacità di tener fede ai propri proponimenti e al proprio spirito di trincea che verrà deciso il destino del Blocco Studentesco.

Prescindendo però dai prosaici traguardi elettorali, è ben altro ciò che ci interessa: perché il Blocco cresce? Per la profferta di prospettive carrieristiche agli aspiranti militanti? Per l’offerta di facili benefici ai potenziali elettori di scuole e università? Ovviamente no: non è certo questo il modus operandi del Blocco, e lasciamo ben volentieri queste squallide «imprese» alle altre associazioni studentesche, infarcite di saltimbanchi della politica e di commissari di partito.

Detto ciò, è necessario ricercare altrove i motivi dell’affermazione del movimento, e innanzitutto nel contesto storico in cui esso è nato e agisce.
Il primo decennio del Terzo millennio, infatti, ha assistito a una netta accelerazione di quel processo di destrutturazione delle categorie della «vecchia» politica (già avviato negli anni ’90 a seguito del decesso dell’Unione Sovietica), proiettando le masse nella cosiddetta «èra post-ideologica». Tralasciando una più dettagliata disamina di questo complesso fenomeno, possiamo però rilevarne alcuni più vistosi effetti, ossia l’affermarsi di sentimenti diffusi di «antipolitica», uno scetticismo sterile e parolaio verso le istituzioni, un rumoroso quanto inconcludente qualunquismo alla Beppe Grillo.
Nonostante le élites globaliste si affannino a porre il concetto di «democrazia» in termini di larga partecipazione del cittadino alla gestione della cosa pubblica, assistiamo al contrario a una sempre più profonda rottura e disaffezione delle masse nei confronti della politica. E il problema di fondo, forse, nasce dal fatto che, affossando le ideologie, si sono uccise anche le idee.

È proprio in un contesto siffatto che si inserisce l’azione del Blocco Studentesco, che intende riportare la politica verso il popolo e, soprattutto, riguadagnare il popolo alla politica, conscio del fatto che, senza popolo, non esiste partecipazione, e, senza partecipazione, non può esistere una «comunità di destino».

Di qui la natura movimentistica dinamica e duttile del Blocco (e di CasaPound), ben lontana dalla rigidità della struttura/partito. Una natura movimentistica che non è però antipartitica, bensì aperta e costruttiva, partecipativa e «trans-partitica», e che si pone quindi come «terza via» tra il trasformismo «istituzionale» e l’adolescenziale e onanistico extraparlamentarismo o antagonismo auto-ghettizzante. Un movimento, dunque, totalmente sganciato dalle imposizioni di padroni e padrini, che privilegia l’azione concreta «sindacale» e trasversale, non egoista ed egocentrica, e che ha come unico obiettivo il bene comune degli studenti (in particolare) e della Nazione (più in generale).

Ovviamente, al fine di rendere praticabile questo progetto, risulta indispensabile un programma pragmatico e rivoluzionario, capace di sorpassare sia le ricette oligarchiche delle istituzioni sia il nulla strepitante dell’antipolitica istrionica e velleitaria. Ma, assieme e alla base dei programmi (vedi qui: 1, 2, 3 e 4), deve esistere un modello culturale ed esistenziale in grado di realizzare una vera e propria rivoluzione antropologica, e di opporre, di conseguenza, un «Uomo nuovo» (essenzialmente politico) al «fantoccio-consumatore» globalizzato e all’«individuo-codice a barre» alienato e dis-sociato.

In particolare a giovani e studenti, dimenticati e sviliti – al di là della facile demagogia – dai politicanti di turno, il messaggio del Blocco Studentesco offre risposte concrete ed entusiasmanti, riassumibili in una lotta disinteressata, su tutti i fronti, per riappropriarsi dell’avvenire che è stato loro rubato. Nell’epoca del precariato e delle caste/cricche dei vecchi oligarchi, allorché sembra smarrita ogni bussola e ogni coordinata, il Blocco chiama a raccolta i giovani dicendo loro che è possibile, se lo si vuole, tornare a essere i protagonisti della Storia, che è possibile, attraverso la volontà e il sacrificio, riprendersi il proprio destino, «riprendersi tutto».

Tutto ciò trova il suo fondamento nel recupero/attualizzazione di miti viventi e volontaristici fortemente mobilitanti, quali ad esempio il futurismo, lo squadrismo, l’impresa fiumana, i pirati della Tortuga, il sindacalismo rivoluzionario e, ultimamente con maggior enfasi, il garibaldinismo. Miti mobilitanti – si diceva – capaci di (ri)creare un immaginario affascinante e più largamente comunitario, che esaltano una visione eroica della vita fatta di valore, coraggio, solidarietà, generosità, gerarchia, libertà e sacrificio. Sicché non è difficile comprendere il fascino esercitato sugli studenti da motti incisivi e ardenti come «Giovinezza al potere», «assalta il futuro» e «17 anni per tutta la vita», i quali celebrano l’entusiasmo genuino e il furore scanzonato propri della gioventù, l’unica, quest’ultima, capace – come recita una recente e immaginifica canzone degli ZetaZeroAlfa – di «donare questa vita come getteresti un fiore».

C’è di più: il Blocco Studentesco (e CasaPound più in generale) ha ormai anche un suo «mito fondativo», che mette ben in luce, oltre alle ovvie ed evidenti filiazioni storiche, la sua natura innovativa, irriducibile e originale (nonché originaria), tanto che luoghi come il Cutty Sark e il nr. 8 di Via Napoleone III sono diventati spazi metafisici di pratica comunitaria e metapolitica, in grado di suscitare inoltre meraviglia e curiosità quasi ‘mistica’ in simpatizzanti ed estimatori. Il Blocco e CasaPound, quindi, non si configurano più, o – meglio – non solo come l’eredità di un’esperienza storica e umana, ma piuttosto come l’inizio, la fondazione, la tracciatura di un solco nella Storia e nel Destino.
E «tracciare un solco» vuol dire, come intendevano i nostri padri, fondare la civitas, la polis, simbolo di una nuova politica che torna ad essere creazione di volontà e sacrificio.

Su un altro punto vorremmo poi porre l’attenzione: per decenni quasi tutti i gruppi «antagonisti» hanno agito e atteso il momento opportuno per «fare la rivoluzione». Ebbene, noi non abbiamo bisogno di aspettare alcuna «saturazione del mercato» o alcuna fine di qualsivoglia Kali Yuga per fare la rivoluzione, perché noi, la rivoluzione, la stiamo già facendo. È una rivoluzione che parte anzitutto da se stessi: è il continuo miglioramento di sé, l’annullamento del proprio ego, del proprio egoismo, del proprio egocentrismo, del proprio narcisismo, per la (ri)nascita nel noi. È pertanto una rivoluzione severa e impietosa, una «rivoluzione permanente», una «palestra dell’anima».
Anche l’affermazione «stiamo facendo la rivoluzione», tuttavia, rischierebbe di essere inesatta. Perché noi, sostanzialmente, non facciamo la rivoluzione: siamo noi stessi la rivoluzione. Noi non facciamo i rivoluzionari, non giochiamo a fare i rivoluzionari: noi siamo rivoluzionari.

E questa rivoluzione, in definitiva, non può che essere realizzata dai giovani. I nostri nonni e i nostri padri ci hanno infatti consegnato un mondo di rovine e macerie, fatto di odio politico, disagio sociale, bancarotta morale (prima ancora che materiale), opportunismo, individualismo e corruzione. Hanno deluso: adesso è il nostro momento! Una volta qualcuno disse che «nei momenti felici la gioventù di una nazione riceve gli esempi, nei momenti difficili li dà». È proprio questo l’obiettivo dei ragazzi del Blocco: dare esempi a chi, per viltà o per inadeguatezza, ha tradito le nostre speranze, il nostro entusiasmo e la nostra gioia di vivere, dicendoci magari che «va tutto bene». E tutto ciò lo facciamo e lo faremo perché i giovani hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. Perché abbiamo stabilito che il futuro ci appartiene, e dunque veniamo a riprenderci tutto, noi che siamo – come avrebbe detto Marinetti – «gli ultimi studenti ribelli di questo mondo troppo saggio».
Come realizziamo e realizzeremo questa rivoluzione? Con amore, con un «disperato amore» temprato e sublimato dal combattimento nelle scuole e nelle università, lasciando la facile e inutile indignazione ai frustrati e ai pantofolai.   

Irrazionale voglia di vivere, interventismo rivoluzionario, adesione entusiastica e dionisiaca alla vita, goliardia dirompente, visione eroica e volontaristica dell’esistenza, etica epica estetica: questi gli ideali e il messaggio che il Blocco Studentesco propone e offre ai giovani, gli «architetti del domani». Questa la «visione del mondo» di una gioventù che alla discoteca ha preferito il rito comunitario, che alla passività della speranza ha preferito l’energia attiva della volontà, che alla vita comoda e alla rassegnazione ha preferito la trincea.

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venerdì 10 settembre 2010

Tre giorni 2010 di CPI

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sabato 31 luglio 2010

Stasera vi porto a CasaPound



Fonte: Zentropa

 
Il freddo invernale cominciava a piegare le ginocchia di fronte agli attacchi vigorosi del sole di fine marzo. I negozi lungo la strada avevano tirato fuori i loro altoparlanti che sbraitavano ritmi hip-hop o elettronici e di cui il volume isterico faceva concorrenza ai latrati dei cani del gruppo di punk sparpagliato sul marciapiede. Marco non poté trattenere un leggero sorriso di soddisfazione vedendo tre ragazzini coi giubbotti flight seduti alla terrazza di un bar, con gli occhiali da sole appoggiati sul tavolino accanto ai sacchetti de «La Testa di Ferro» carichi di libri e magliette. Certo, erano sicuramente dei piccoli fancazzisti che si erano travestiti per il week-end, ma nonostante ciò, in mezzo alla fauna losca e deprimente che riempiva Termini, brodaglia infame di diversi residui di tribù del mondo passate sotto il rullo compressore della religione neo-consumista, la loro visione era un piacevole respiro, il sentimento fugace, e senza dubbio ingannevole, che non tutto era andato perso.

E poi, dopotutto, forse erano dei veri militanti, solidi e quadrati. Perché ricorrere sistematicamente al cinismo per soffocare la minima scintilla di entusiasmo? Forse perché Marco aveva «lasciato l’area» da più di 10 anni e che «ricominciare a credere», anche puntualmente, anche furtivamente, sarebbe ammettere di avere disertato e farebbe di lui, vista la sua attuale passività, un complice supino del sistema.

Marco conosceva tutto sull’ambiente di estrema destra. I suoi fallimenti, le sue mitomanie, le sue incoerenze, le sue ridicolezze, i suoi traffici loschi, i suoi folclori, le sue monomanie... Le sue grandezze, le sue dedizioni, le sue fedeltà, i suoi talenti e anche i suoi successi. Ma, col tempo, il suo spirito aveva cancellato uno a uno tutti gli aspetti positivi per convincersi che la sua scelta d’abbandono era non solo giustificata, ma addirittura l’unica possibilità, l’unica ragionevolmente considerabile...

Quando si ha una famiglia, un lavoro, delle responsabilità, potete ben capire, queste ragazzate, queste messe in scena, queste sciocchezze turbolente... non era proprio più possibile...

Eppure, oggi, seduto di fronte a un collega in completo H&M che gli spiegava le tecniche migliori per «rifarsi alla Borsa», fiancheggiato da una bionda slavata che commentava fervidamente i suoi ultimi acquisti di scarpe e da due gay con le canottiere fluo che litigavano come una vecchia coppia – che forse erano –, cosa non avrebbe dato per ritrovarsi alla tavola di quei tre adolescenti persi nei loro giubbotti di cuoio troppo grandi, pieni di speranza e di progetti così diversi e talvolta contradditori, ma per i quali il fine ultimo non era quello di avere accesso ad un’esistenza di star hollywoodiana?

E allora si immaginava seduto in mezzo a loro, fornendo la sua esperienza, le sue relazioni, i suoi mezzi, e loro nutrendolo in cambio con le loro energie e la loro vitalità rivoltosa. Ma sarebbe sicuramente tornato a casa, quella sera, nella sua villa periferica, senza aver fatto né detto niente.

E avrebbe osservato i suoi bambini incantati di fronte alla loro playstation, e loro non avrebbero nemmeno girato la testa al suo arrivo. Avrebbe avuto voglia di distruggere l’infetto televisore, di prendere i bambini, di baciarli vigorosamente e di spiegare loro che esiste dell’altro, che c’è un altro mondo da costruire, che bisogna credere e investirsi... Ma sapeva già che a quel punto, i quattro piccoli occhi si sarebbero piantati nei suoi per chiedergli: «E tu, papà, cosa fai?».

«Non cosa fai. Cosa facciamo. Stasera vi porto a Casapound, e ricominciamo da capo».

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giovedì 10 giugno 2010

Perché ci piace Rino Gaetano



di Renato Montagnolo (Blocco Studentesco Prato)


La notte tra il 1° e il 2 giugno 2009 CasaPound Italia celebra Rino Gaetano con migliaia di manifesti e striscioni affissi su tutto il territorio nazionale.
Un anno dopo l’associazione ripete l’iniziativa nelle città di Prato e Lamezia terme.
Qualcuno potrebbe domandarsi, perché proprio Rino Gaetano?
La risposta è semplice: perché ci piace!

Rino Gaetano, dopo essere finito nel dimenticatoio per anni, è ultimamente «tornato di moda»; internet ha permesso alle nuove generazioni di conoscere questo genio della musica italiana.

I testi delle sue canzoni colpiscono perché parlano di problemi sociali, di vita reale, attaccano i personaggi cult della nostra società (gli Agnelli, i Costanzo, gli onorevoli e i senatori, ecc.), ma lo fanno in modo leggere, scanzonato, irriverente e divertente, in un modo che lo differenzia dai vari Guccini e De André.

Rino Gaetano ci piace per questo, perché è un artista popolare (ovvero del popolo), perché le sue canzoni nascono nelle strade e nelle osterie, perché prendono spunto – come lui disse più volte – da frasi dette da gente comune davanti a un caffè o a un bicchiere di vino.

Ci piace perché, nella migliore delle ipotesi, viene snobbato mentre, in altri casi, viene addirittura screditato e infangato (un esempio ne è la fiction trasmessa dalla RAI) dall’élite della canzone italiana e dai media.

Ci piace perché era un Uomo Libero, non riconducibile a nessun partito, un artista anarchico che aveva il coraggio di attaccare tutti e tutto, che già 40 anni fa si scagliava contro coloro che avrebbero dovuto portare avanti le istanze del popolo.

Ci piace quando parla delle fabbriche e del «lavoro di catena che curva a poco a poco la tua schiena», quando parla di «sub-appalti e corruzione e bustarelle da un milione», quando parla di «politici imbrillantinati che minimizzano i loro reati» (quant’è attuale Rino!!), ma anche quando si incazza e dice che «con la mia guerra voglio andare ancora avanti e, costi quel che costi, la vincerò non ci son santi», oppure cerca in ogni cosa «uno spunto per la rivoluzione»; ci piace quando urla «la festa è finita, evviva la vita!», perché sembra volerci dire che i problemi si affrontano senza piangersi addosso.

Ci piace, in tre parole, perché era un Artista Libero e Rivoluzionario.

Non mi voglio dilungare ulteriormente: potrei analizzare i suoi testi oppure parlare della sua morte e degli ospedali che non hanno potuto curarlo, ma lo farò in un’altra occasione.
Oggi non mi va, oggi c’è il sole, oggi «il cielo è sempre più blu!».

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venerdì 28 maggio 2010

Le Donne di CasaPound



di Francesca Focarelli (responsabile del Blocco Studentesco Siena)


Essere donna all’interno di CasaPound Italia è facilissimo, molto più che esserlo fuori.
Eppure c’è chi rivolge al movimento più solido e dinamico sulla scena politica italiana continue accuse di sessismo. Le sento il 7 maggio dal furgoncino che fungeva da palco per i nostri confusi avversari, mentre noi eravamo in piazza Esedra per una grande e gioiosa festa, le leggo sui giornali di partito e sui muri.

Be’, certo che siamo proprio stupide: centinaia e centinaia di donne stupide animano CasaPound Italia ed il Blocco Studentesco da ormai due anni; centinaia di stupide che ricoprono ruoli importanti e difficili, che vengono ascoltate, apprezzate e stimate da altrettanti uomini sessisti e trogloditi.
Sarà che siamo Donne e non femmine, non strumenti, non siamo le pupe portate a braccetto dai bulli. Siamo quelle che camminano spalla a spalla, alla pari degli uomini, fratelli, quelle che le priorità le hanno ben chiare, quelle che hanno deciso di combattere per una nuova scuola, una nuova università, una nuova società.

Siamo quelle che pensano che la casa sia un diritto, che rivolgono un pensiero importante alle mamme lavoratrici, che collaborano al campo base di Poggio Picenze per aiutare i terremotati abruzzesi senza il timore di spezzarsi un’unghia o seccarsi i capelli. Siamo quelle che non vedono un’ingiustizia nelle differenze biologiche tra uomo e donna, siamo quelle che rifiutano il femminismo, che rende prima schiave di insoddisfazione e frustrazione e poi scudo per una sinistra populista e sempre più stantia. Noi siamo quelle che affermano se stesse con l’impegno ed il rispetto, senza lagne e rivendicazioni di sorta.

Siamo quelle che, per citare Ernesto «Che» Guevara, «hanno tanti fratelli che non riescono a contarli e una sorella bellissima che si chiama ‘Libertà’». La libertà di scegliere le nostre battaglie e i nostri eroi, senza che sia una storia pallida e malaticcia a dettarceli, la libertà di prendere ordini senza sentirci discriminate e di darli senza sentirci fuori luogo, senza accettare una finta moralità.

Siamo le Donne di CasaPound, dove il confronto è libero, l’impegno costante ne è la linfa, il sacrificio una gioia. Siamo tutti pezzi di un puzzle impeccabilmente assemblato per dare nuova luce a questa società. Tutti importanti, nessuno indispensabile.

Dalla semplice militante alla responsabile cittadina o regionale, di CasaPound Italia o del Blocco Studentesco, tutte siamo le donne dalle scelte coraggiose, siamo quelle che combattono col sorriso ed il sessismo lo lasciamo agli stolti ed agli ignoranti.

Portiamo alta e fiera la nostra bandiera sulle teste di politicanti da salotto e giovani pseudo-ribelli, figli di una società molto «anti» e molto «ma», «se», incomprensibile, inaccettabile.
Laviamo il sangue rappreso con sudore e lacrime, di gioia s’intende. Ispirate da Evita immaginiamo la giustizia sociale e la rivoluzione degli animi mentre, come leonesse, difendiamo con le unghie e con i denti il nostro branco e lottiamo per la sua sopravvivenza.

La nostra non è militanza in gonnella, ma quella delle mani sciupate, della fronte madida, del cuore a mille, del cervello vigile, della fratellanza, della parola libera purché rispettosa, dello spirito volontario di trincea e di vetta da cui vediamo sempre il sole.

Ed è inutile che i soliti noti sputino le loro accuse sul nostro guscio, perché ci feriscono come lo farebbe una pioggia di petali di rosa, perché la nostra forza è l’unione che ci lega e sta in ogni traguardo che raggiungiamo assieme.

Perché «Camerata» ci puoi chiamare sia un uomo che una donna.
E il senso non cambia.

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