giovedì 13 ottobre 2011
giovedì 6 ottobre 2011
«Caro Yvon, ...»: parla il Duce
«Pochissimi “documenti” mussoliniani – e nessuno di tanta ampiezza e ricchezza di particolari – hanno, per noi, l’importanza di questi Taccuini per cercare di penetrare la personalità di Mussolini»: parola di Renzo De Felice. Già partendo da qui possiamo afferrare, pertanto, l’importanza che riveste la recente impresa editoriale della casa editrice felsinea de Il Mulino (pp. 736, € 19), che ha voluto ristampare, pochi mesi or sono, la prima e unica edizione (1990) dei Taccuini mussoliniani di Yvon De Begnac (biografo ufficiale del Duce). Sono stati ovviamente mantenuti, inoltre, la prefazione dello stesso De Felice e il ponderoso saggio introduttivo di Francesco Perfetti, che dello storico reatino è uno dei migliori allievi.Questi Taccuini, in sostanza, rappresentano gli appunti che il giovane giornalista redasse durante i ripetuti incontri con Mussolini a Palazzo Venezia, i quali erano finalizzati alla pubblicazione della vasta biografia ufficiale che il Duce commissionò allo stesso De Begnac (ne uscirono i primi tre volumi, prima che la guerra interrompesse il progetto). Si tratta, in particolare, di lunghi monologhi ai quali il Capo del Fascismo volentieri si abbandonava, rievocando momenti cruciali della storia del movimento delle Camicie nere, tratteggiando ritratti delle massime personalità con cui veniva a contatto (sia fasciste che antifasciste), ma anche analizzando i caratteri principali della «cultura della Rivoluzione», senza tralasciare, infine, i suoi desiderata per l’avvenire.
Quel che emerge dalla lettura dei Taccuini, e che maggiormente colpisce l’attenzione del lettore a tanti anni di distanza dai temi affrontati dal Duce, è la profondità e la lucidità del Mussolini-politico: se risultano certamente importanti – per avallare le considerazioni di De Felice – gli aspetti psicologici e caratteriali della personalità mussoliniana, è a mio parere fondamentale, infatti, rilevare altresì il valore più propriamente politico, culturale, teorico, filosofico addirittura, del pensiero di Mussolini ivi contenuto. Un pensiero la cui vastità e la cui esattezza essenziale sono illustrate in tutta la loro chiarezza dalle corpose sezioni «culturali» della raccolta (capp. VIII e IX).
Entriamo così in contatto con i capisaldi dello spirito rivoluzionario del Fascismo, spirito promanante dalle parole del suo massimo esponente, che, nella colloquialità dell’occasione, quasi pare che si rivolga direttamente a noi, rendendo così la lettura più intima e avvolgente. E veniamo innanzitutto a conoscenza delle ampie ed eclettiche letture del Duce, che spaziano dai teorici marxisti ai Bernstein e ai Sorel, da Stirner a Michelstaedter, dai «vociani» a Nietzsche (quest’ultimo certamente il suo prediletto). E proprio dal filosofo tedesco Mussolini desume l’animus primigenio della cultura fascista, ossia il volontarismo («volontarismo, solo volontarismo nella nostra cultura? In gran parte, sì!»: p. 379), che nella nitida visione del Duce assume contorni «tragici», perché votato a creare e diffondere grandezza: esso, infatti, consiste «nella decisione – individuale, e collettiva – di rendere utile alla società ogni intervento, materiale e morale, autonomamente diretto a risvegliarne il sopito senso della vita e ad annullarne ogni tendenza indotta, volta a provocarne l’indebolimento e la fine. “Volontarismo” non significa compiere la quotidiana buona azione del boy-scout, ma è coscienza del divenire di una nuova civiltà, e determinazione a favorirne, al di fuori di ogni sollecitazione, la crescita. “Volontarismo” è sapere quel che si deve fare per impedire che la rivoluzione decada dall’esercizio del diritto a compiersi nel nome e per conto della collettività» (pp. 335-336).
Già grazie a questa bellissima citazione – nonché alla genialità di sintesi del suo autore – si staglia decisamente la grandezza dell’ideale fascista sostenuto dal suo Capo: l’ideale, cioè, di un «umanesimo antiutilitaristico, antindividualistico, svincolato da egoismi di classe e di casta» (p. 283), «umanesimo della scienza, della tecnica, del lavoro» (p. 304), «fondato sui diritti della giovinezza della vita» (p. 311). Quello che, insomma, un altro gigante come Giovanni Gentile chiamò, nel suo imprescindibile volume Genesi e struttura della società, «umanesimo del lavoro».
Un ulteriore dato che emerge da queste pagine illuminanti, poi, è la conoscenza certosina, da parte del Duce, di tutta la classe intellettuale dell’epoca, della quale sapeva tanto l’affidabilità e la fedeltà quanto l’opportunismo e la meschinità; così come colpisce l’aggiornamento costante sugli sviluppi della cultura italiana, tanto nelle sue forme artistiche quanto in quelle letterarie, non mancando, tra l’altro, di monitorare le promesse della stampa universitaria e giovanile fascista, tra cui spiccano i nomi di Berto Ricci, Edgardo Sulis, Roberto Pavese e Guido Pallotta: «questi giovani sono la giovane cultura italiana che, un giorno, andrà alla guida morale del paese» (p. 396). Ma non sono esclusi dal novero delle letture mussoliniane neanche quegli intellettuali stranieri che, più di altri, si dimostravano in sintonia con la Rivoluzione fascista, come Drieu, Brasillach, Céline, Shaw e Pound.
Una cultura viva, quindi, aderente alla vita della quale è integrazione, una cultura dell’azione: «in termini di cultura della rivoluzione, noi opponiamo la politica dell’azione alla lettera degli scribi che vendono futuro disanimato alle porte del tempio» (p. 399). Parole – come si vede – che si fanno marmo, che si fanno spada che squarcia il grigiore di certo intellettualismo podagroso e supponente, impersonato, in particolare, da Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, profeti del deserto che nel deserto predicavano, rinchiusi nelle loro torri d’avorio e inascoltati da un popolo che viveva, invece, una nuova giovinezza, stanco oramai delle prediche e delle omelie dei santoni del liberalismo decadente e decaduto.
Ma perché – ci si potrà chiedere – tanta attenzione alla cultura? Per un motivo molto semplice: perché Mussolini, come ogni costruttore di civiltà, aveva ben compreso che «la rivoluzione è, innanzi tutto, cultura, cultura sociale, arricchimento ideologico nel senso rivoluzionario della parola» (p. 350).
Questi, naturalmente, sono solo assaggi di quella che è una vera e propria miniera di aforismi, sentenze, analisi e intuizioni geniali del Duce del Fascismo, il quale, purtroppo, è più spesso citato che letto. I Taccuini, infatti, rappresentano una fonte fondamentale e indispensabile per penetrare nelle maglie della visione rivoluzionaria di Mussolini, di un uomo, cioè, per cui «esistere, era sempre, sarebbe rimasto sempre, una sfida». Un uomo che visse ardendo, che fece della propria vita un’opera d’arte. Un uomo che ci insegna a scrivere la storia («non la storia fa l’uomo, ma l’uomo la storia»), a costruire con coraggio e determinazione il nostro avvenire («abbiamo creato, con le nostre mani, il nostro destino») e a non arrenderci ai tempi vili in cui ci è toccato vivere. Perché il suo stesso Fascismo rappresentò, tra le altre cose, proprio «la risposta a un’epoca di cui non abbiamo voluto subire la violenza». Come marmo che vince la palude…
martedì 5 luglio 2011
Storia della cultura fascista
Il Fascismo ha una sua propria cultura. Il Fascismo, anzi, è cultura. Affermazione di per sé scontata, sottintesa, tautologica quasi, non appena si voglia scorrere, anche solo a passo di corsa, l’elenco degli intellettuali fascisti che quella cultura edificarono, traendola dallo spirito nuovo e rivoluzionario che informò il movimento mussoliniano: Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Sergio Panunzio, Carlo Costamagna, Carlo Curcio, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello, Angelo Oliviero Olivetti, Paolo Orano, Pietro De Francisci, Camillo Pellizzi, Armando Carlini, Francesco Orestano, Gioacchino Volpe, Francesco Ercole, Ugo Ojetti. Ma la lista potrebbe e dovrebbe allungarsi a dismisura. Insomma, il Fascismo si fregiò del contributo dei migliori intellettuali, artisti e uomini di cultura dell’Italia dell’epoca. Di che cosa stiamo parlando, quindi?
La questione, in effetti, è più complicata del previsto. Perché sino a non molto tempo fa (dalla fine della guerra sino agli anni Settanta, più o meno) l’ambiente intellettuale italiano e internazionale non solo – com’era prevedibile – tenne in dispregio quella cultura, ma addirittura la negò. Può sembrare incredibile, stupefacente, ma è proprio così. E risulta ancor più incredibile se valutiamo il fatto che questa enormità non fu propagandata solo dai commissari di partito dell’italietta serva e cialtrona nata dalla Resistenza e, soprattutto, dalle bombe «alleate», bensì da eminenti personalità dell’intellighenzia postbellica, che tra l’altro, in molti casi, della cultura fascista vissero e che talvolta quella cultura parteciparono a edificare. Note sono, per esempio, le teorie di Norberto Bobbio, Eugenio Garin, Alberto Asor Rosa, György Lukács e tanti altri, i quali negarono ogni tipo di cultura fascista, o – nella migliore delle ipotesi – al Fascismo attribuirono una cultura spuria, rabberciata, improvvisata, colonizzata talvolta dal nazionalismo talaltra dal cattolicesimo, ma sempre e comunque interpretata come sovrastruttura, superfetazione di un potere coercitivo e reazionario, e finalizzata pertanto a nascondere e camuffare la desolante realtà attraverso la sua propaganda invadente e invasiva. Fascismo, insomma, come anti-cultura.
Nonostante questa idea fallace sia purtroppo ancora radicata in alcuni ambienti semi-colti dell’Italia di oggi (scuola, stampa, televisione, ecc.), la storiografia più aggiornata ha nondimeno fatto passi da gigante (molto spesso volutamente trascurati dalla pubblicistica odierna), grazie agli studi, ad esempio, di Augusto Del Noce, A. James Gregor, George L. Mosse, Renzo De Felice, Zeev Sternhell, Roger Griffin ed Emilio Gentile. E i risultati più interessanti di questo dibattito, oramai largamente accettati negli ambienti specialistici, sono ben riassunti nel recente e pregevole lavoro di Alessandra Tarquini, allieva dello stesso Gentile e già distintasi per un altro lodevole volume, ossia Il Gentile dei fascisti: gentiliani e antigentiliani nel regime fascista (2009). Storia della cultura fascista (Il Mulino, pp. 239, € 18), infatti, è un’opera sintetica ma efficace che ripercorre a volo d’uccello i temi, gli esponenti e le politiche principali della cultura fascista, premurandosi inoltre di demolire le mistificazioni interessate tanto di Bobbio e compagni quanto di Croce ed epigoni vari.
I progressi della scienza storica – ben illustrati dalla Tarquini – hanno fatto giustizia, innanzitutto, della concezione crociana e liberale del Fascismo in quanto «malattia morale» alimentata dall’irrazionalismo di inizio Novecento. La potenza mobilitante del mito, così come i rituali e la liturgia del «culto del Littorio» (E. Gentile), scaturiti dal processo di progressiva «nazionalizzazione delle masse» (G. L. Mosse), infatti, non comportano minimamente l’abbandono o la svalutazione della ragione e della razionalità: come puntualizza l’autrice, in effetti, «celebrare i miti dell’ideologia del fascismo, sentendosi parte di un’esperienza collettiva religiosa, non significò essere dominati dalla furia cieca dell’irrazionalismo o costretti a comportarsi in un modo anziché in un altro perché privati della propria ragione» (p. 109). È semmai la supervalutazione e la deificazione della Ragione di matrice illuministica che i fascisti aborrivano; quella stessa cultura razionalistica, cioè, che intendeva negare la vittoria italiana con suadenti e «ragionati» richiami alla «pace perpetua» di kantiana memoria, e con la quale si voleva impedire a una generazione nata nelle trincee di costruire l’avvenire della nuova Italia.
E ad essere confutata, inoltre, è anche la teoria marxista del Fascismo come «reazione borghese e antiproletaria», esprimente una cultura demoniaca che, grazie alla prepotente propaganda, impediva alla classe operaia di acquisire la tanto agognata coscienza di classe: «oggi – spiega la Tarquini – è molto difficile trovare studiosi che adottino un’idea della cultura come strumento per indottrinare e mobilitare le masse popolari e quindi rigidamente funzionale alla lotta di classe e sempre meno consenso riscuotono quelle interpretazioni che considerano le espressioni culturali del fascismo false rappresentazioni della realtà o semplici promesse demagogiche» (p. 40).
Quel che emerge dallo studio delle opere dei principali intellettuali fascisti e dalle politiche scolastiche, educative e sociali del Regime è, invece, la natura eminentemente rivoluzionaria del Fascismo, la quale informò la propria cultura che, certamente e – aggiungiamo – giustamente, fu variegata e polifonica, ma che nondimeno si presentava coerente, unitaria e solida nelle sue aspirazioni di fondo: edificare lo «Stato nuovo» fascista, grazie a una «rivoluzione antropologica» (alla formazione, cioè, di un «uomo nuovo»), in grado di compiere in una rivoluzione permanente la missione universale della «terza Roma», fondatrice di una «nuova civiltà». Una rivoluzione che stavolta, però, doveva essere realizzata e intimamente vissuta da tutto il popolo, rimarginando così l’antica ferita lasciata aperta dal Risorgimento (ossia il mancato inserimento delle masse nello Stato); una rivoluzione che, in un’epoca di «politicità integrale» (C. Schmitt), doveva porre la politica al di sopra di tutto (in particolare dell’economia) e infondere di sé l’intera comunità nazionale mobilitandola in un progetto organico e totalitario.
Di qui il genuino carattere moderno dell’esperimento politico-culturale fascista che, realizzando una spietata critica della Rivoluzione francese e degli «immortali princìpi» dell’89, non intendeva tuttavia negarne gli aspetti positivi, come l’eliminazione delle caste nobiliari e del retaggio feudale e l’affermazione delle masse popolari nella storia. Non si trattava, pertanto, di una reazione o di un ritorno a un passato arcadico e bucolico, bensì di una modernità cambiata di segno, una modernità italiana e fascista.
Che il Fascismo non fosse una mera variante del nazionalismo, inoltre, lo si rileva in particolare dal concetto gentiliano di «Stato etico» che Mussolini volle indicare come perno centrale della dottrina fascista: rifiutando la concezione deterministica e naturalistica propria del nazionalismo, che vorrebbe la nazione un a priori, un «fatto bruto» che trascende la volontà del singolo e dello Stato, il Fascismo la intende invece come una creazione incessante, frutto di un approccio volontaristico e quindi libero: è lo Stato che, in quanto etico e dunque autodeterminantesi, crea la nazione, e non già viceversa. Fascismo, pertanto, come movimento creatore, faustiano, attivo, interventista, proiettato nel futuro che ha liberamente scelto di edificare (cap. IV).
Un altro pregiudizio che la Tarquini demistifica, poi, è quello secondo cui molti intellettuali parteciparono all’elaborazione della cultura fascista perché incoscienti o perché costretti. Si tratta di una volgare «defascistizzazione retroattiva» di molte grandi personalità che il consesso democratico non riesce ad accettare in quanto intelligenti, colte e, al contempo, fasciste: vediamo così, ad esempio, un Gentile «tradito» e vittima di un «abbaglio» (E. Garin) o un Bottai che diventa fascista «critico» (G. B. Guerri). Al contrario – sostiene la studiosa – «in tutti i settori, fra le realtà culturali più diverse, dai percorsi biografici più disparati, gli artisti e gli intellettuali italiani contribuirono nella loro maggioranza all’espressione della cultura fascista e alla costruzione del regime totalitario: furono cioè pronti a offrire il loro sapere, il loro talento, la loro energia alla causa della politica» (p. 225).
In questa stessa ottica, viene rigettata altresì la tesi tanto cara ai cosiddetti «redenti» (espressione coniata da Mirella Serri per indicare quegli intellettuali che nel dopoguerra tentarono di rifarsi una verginità politica) secondo la quale i Guf e i Littoriali della cultura rappresentarono per i fascisti della nuova generazione una «palestra di antifascismo». Ad onta dei «lunghi viaggi» alla Ruggero Zangrandi, quindi, è stato provato che i giovani, nati ed educati dal Regime, «non solo non furono fascisti critici, ma semmai furono più fascisti degli altri: in nome del fascismo, infatti, attaccarono gli indirizzi moderati che rintracciavano nella politica degli anni Trenta chiedendo di proseguire lungo la strada della fascistizzazione della società e dello Stato e combattendo contro chi, secondo loro, ostacolava la realizzazione del progetto originale e rivoluzionario» (p. 159). Di più: essi furono «i testimoni più autorevoli della riuscita di quell’esperimento totalitario che fu il fascismo» (p. 230).
Insomma, sono tante le tematiche che affronta la Tarquini in questo saggio che, certamente, costituisce un’ottima opera propedeutica allo studio e alla conoscenza della cultura fascista. Una cultura che, ancora oggi, viene cialtronescamente e furbescamente negata da alcuni gazzettieri d’accatto, così come essa – mancanza imperdonabile! – è poco o mal conosciuta da coloro stessi che del Fascismo si dichiarano – a torto o a ragione – eredi. E invece, studiando i massimi esponenti culturali del Regime, non si può che rimanere stupefatti dalla ricchezza e dalla profondità della cultura fascista, la quale si occupò, tra l’altro, delle più gravi sfide storiche che l’epoca presentava e che in molti casi, mutatis mutandis, risultano tutt’oggi quanto mai attuali. Si tratta, quindi, di un patrimonio che non deve assolutamente andar disperso o anche semplicemente relegato alle sole e anguste aule accademiche, ma che deve essere al contrario lasciato libero di respirare nel e con il mondo. Con buona pace di vestali dell’antifascismo e di «democratici sinceri». Sinceramente inutili…
mercoledì 13 ottobre 2010
«Nessun dolore»: intervista a Domenico Di Tullio
Ritengo che ogni romanzo sia espressione della personalità di chi lo scrive. Certamente fra i personaggi del libro uno in particolare mi è più vicino per età, professione e quartiere di Roma che abita.
2. Un romanzo su CasaPound che esce per Rizzoli: abbiamo vinto la rivoluzione e non ce ne siamo accorti oppure siamo semplicemente diventati parte del paesaggio di un sistema che ci ha già «digeriti»?
Non so se CasaPa’ abbia vinto la rivoluzione, certamente esiste un forte interesse per l’immaginario che esprime: è una fascinazione istintiva, che supera il pregiudizio e genera curiosità. Ciò che attrae è il modo di vivere, l’immagine e lo stile che esprimono le sue iniziative, persino più delle battaglie politiche. Questo libro è certamente la prova di questo interesse, oltreché del coraggio editoriale che bisogna riconoscere a chi lo ha voluto pubblicare. Ogni giorno, del resto, aumenta l’interesse verso il mondo delle tartarughe, lo stupore che un carapace così robusto e diverso dal solito contenga un’anima leggera e deliziosa.
3. Uno dei personaggi del romanzo è un «vecchio» militante che ha un rapporto ambivalente con la novità politica e quasi antropologica dei ragazzi del Blocco studentesco. Senza abbandonarci allo spoiler gratuito, puoi dirci qualcosa in più di questa figura?
4. Rimaniamo nella dialettica old school/new school: la tua conoscenza dell’ambiente politico di «destra radicale» data ormai dagli anni ’80, i cambiamenti sono stati molteplici ma diresti che hanno finito con l’investire lo stesso tipo umano che ne fa parte? In altre parole si può parlare di mutazione antropologica, almeno in dati ambiti?
5. Di tanto in tanto, in Nessun dolore, compare la Bellezza: kratofania che bagna di freschezza le menti e i corpi, vero e proprio «stato di grazia» che sopraggiunge a strappare i protagonisti dalla banalità del mondo degli uguali. Chi conosce il nostro universo sa di cosa parliamo. Agli «altri», a chi leggerà il romanzo senza conoscere il mondo che esso descrive, come racconteresti l’essenza della Bellezza?
6. Molto bella la descrizione del «corpo-macchina», di queste membra che si apprestano a compiere uno sforzo fisico che non è più «sport» ma già quasi «rito». C’è una specifica via alla politica attraverso la corporeità che è tipica di CasaPound?
7. CasaPound e il «mondo esterno»: in particolare in certi filoni pare emergere un nuovo protagonismo, laddove un tempo la percezione di una condizione di esclusione ha avuto effetti pressoché immobilizzanti... Il tuo romanzo in qualche modo parla anche di questo, no?
Certamente l’attenzione facilita la comunicazione attiva! CasaPound non è comunque un ghetto nel quale rinchiudersi e autocompiacersi, ma un avamposto nel mondo, una posizione da mantenere per slanciarsi alla conquista del nuovo. Il giovane Blocchetto non si limita a ritagliare un suo spazio rappresentativo all’interno di un educato consesso di mini politicanti scolastici, vuole riprendersi tutto un mondo che gli appartiene di diritto; il militante e il simpatizzante della Tartaruga vive con serenità e determinazione una lotta quotidiana per riconquistare tutto ciò che serve la sua visione della vita, non una riserva indiana né un giardinetto in qualche paradiso fiscale.
È una convinzione che condivido pienamente: il messaggio delle tartarughe si esprime al meglio attraverso i percorsi metapolitici e l’attitudine alla forma movimento, estremamente fluida e libera, aperta e ricca di iniziative e provocazioni intelligenti. La musica è l’origine del gruppo umano che ha fondato CasaPound e la sua espressione più condivisibile e universale. Il primo manifesto delle Tartarughe è stato sicuramente un cd degli Zetazeroalfa e anche l’ultimo e più recente.
9. L’attuale mondo digitale sta rendendo le forme di appartenenza sempre più «liquide», evanescenti... l’appartenenza che invece esce fuori dal romanzo pare avere tutt’altra concretezza...
Il concetto di appartenenza che racconto coincide esattamente con la militanza: oggi è difficile spiegarlo a chi non ha avuto esperienza diretta dell’unità e della coesione che vivono i ragazzi di CasaPound, della totale dedizione, del sacrificio e della compartecipazione delle loro azioni. La comunicazione digitale offre la possibilità di essere nello stesso istante in mille posti diversi, di sprecare mille vite diverse al giorno, di impegnarsi in cento discussioni contemporaneamente, senza essere mai se stessi, senza versare una sola stilla di sudore. La militanza dei ragazzi di CP è una testimonianza costante e veritiera della loro essenza, ciò che convince e conquista chiunque li veda all’opera.
10. Abbiamo iniziato con il classico «quanto c’è di te nel tuo libro», finiamo con un altro luogo comune: prossimi progetti letterari in cantiere?
Due o tre, beneficiando dei tempi lunghi che mi posso permettere, visto che rimango uno scrivente non professionista. Tra gli altri, mi piacerebbe scrivere un libro che racconti delle esperienze professionali e umane di una particolare declinazione di avvocato: il difensore d’ufficio. Alla maggior parte verrà in mente il pigro avvocato che si rimette alla clemenza della corte, tuttavia la realtà è molto diversa e spesso è grazie all’abnegazione professionale di questi professionisti bistrattati e malpagati che la giustizia italiana non crolla su se stessa. Nel frattempo, sto collaborando a un progetto giornalistico collettivo che si chiama Rashomon come il film di Kurosawa, che vuole raccontare in forma di diario e blog, quindi in soggettiva e in presa diretta, scenari di conflitto etnico e politico dal basso, raccogliendo testimonianze e offrendo immagini senza filtri. A metà settembre siamo stati in Kosovo, nuovo Stato a maggioranza musulmana albanese e radicatissima minoranza serba, che rappresenta bene la realtà balcanica, lacerato cuore dell’Europa più vicina all’Oriente.
giovedì 12 febbraio 2009
Il Kosovo è Serbia?
Per comprendere l’attaccamento viscerale del popolo serbo al Kosovo-Metohija è quindi necessario guardare a questa terra nell’ottica di chi per quella terra, ed in quella terra, ha costruito, vissuto e lottato per secoli.
Breve storia del Kosovo
La storia del popolo serbo inizia proprio in Kosovo: fu in questa regione che i regnanti serbi, con le dinastie dei Nemanjić prima e dei Lazarević poi, svilupparono tra il X e XIII secolo d.C. il primo embrione di stato serbo; fu a Peć, nella Metohija (ovvero il Kosovo occidentale) che la chiesa ortodossa serba ebbe per secoli la sua sede arcivescovile; è in Kosovo che apparvero le prime opere letteraria in lingua serba1; ed ancora, è del Kosovo che parlano poesie, canzoni e poemi epici serbi dal XI secolo ai giorni nostri.Non solo: l’evento fondante della nazione serba viene individuato proprio nella battaglia di Kosovo Polje, avvenuta il 28 giugno 1389 (il Vidovdan, ancora oggi festa nazionale), dove i serbi dimostrarono un coraggio senza pari: seppure in netta inferiorità numerica, non solo inflissero gravissime perdite al nemico turco, rallentandone di decenni l’avanzata verso l’Europa, ma riuscirono anche (per la prima ed unica volta nella storia) ad uccidere il sultano alla guida dell’esercito invasore.
Sebbene a Kosovo Polje i serbi risultassero alla fine sconfitti, fu solo con la caduta di Belgrado (avvenuta intorno al 1440) che venne completata la loro sottomissione all’impero ottomano, protrattasi poi per quasi cinque secoli. Infatti, solamente al termine della prima guerra balcanica (1878, conferenza di Berlino) venne riconosciuta al Regno di Serbia indipendenza e sovranità, seppure solo su una piccola parte dei territori “etnicamente” serbi: la percentuale maggiore della popolazione di etnia serba continuava infatti a vivere sotto il dominio dell’impero austro-ungarico (in Bosnia e nella Krajina) ottomano (Kosovo e Macedonia) ed in Montenegro2.
La rinconquista del Kosovo-Metohija avvenne nel corso della seconda guerra balcanica, conclusasi nel 1912 con la pace di Kumanovo. Durante i cinque secoli di dominio ottomano, però, la composizione demografica della regione era fortemente cambiata: i vicini albanesi (convertitisi all’Islam e quindi favoriti dai turchi rispetto ai serbi, rimasti cristiani ortodossi) avevano occupato indisturbati buona parte del territorio del Kosovo-Metohija, fino a superare il 50% della popolazione totale.
La riconquista della sovranità dei serbi sul Kosovo ebbe due risvolti negativi sugli albanesi, sia in Kosovo che in Albania: privò i primi dei tradizionali privilegi legati alla loro fede musulmana e bloccò le mire espansionistiche demografiche e territoriali dei secondi, che in Kosovo avevano per secoli trovato uno sbocco.
Alla fine della prima guerra mondiale, con l’instaurazione del “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni” (diventato nel 1929 “Regno di Jugoslavia”) il Kosovo fu oggetto di un’intensa opera di ri-serbizzazione, con l’invio di alcune decine di migliaia di “coloni” serbi ad affiancare la numerosa – ma minoritaria – popolazione serba locale. La coesistenza dei due principali gruppi etnici (serbi e albanesi) si era rivelata sinora estremamente precaria seppur priva di risvolti violenti, anche grazie al regno autoritario dei Karađorđević.Con l’invasione della Jugoslavia da parte delle truppe dell’Asse (Aprile 1941) e l’assegnazione del Kosovo all’Albania fascista si verificarono le prime pulizie etniche su grande scala ai danni dei serbi: circa 90.000 di loro (su 300.000) dovettero fuggire in seguito alle violenze dei ballisti albanesi, mentre circa 20.000 furono uccisi nei tre anni e mezzo di occupazione.
La situazione per i serbi del Kosovo non migliorò neanche con la successiva ascesa di Tito che, pensando di poter controllare l’Albania3 mediante gli albanesi jugoslavi del Kosovo e della Macedonia, concesse a quest’ultimi numerose agevolazioni a spese delle altre etnie minoritarie, impedendo oltretutto il ritorno in Kosovo dei coloni serbi cacciati nel corso del secondo conflitto mondiale.
Ben lungi dal sortire gli effetti sperati, questa mossa ebbe l’unico risultato di far perdere col tempo il controllo sulla regione alle autorità serbe e jugoslave, e gettarla di nuovo nel mirino dei nazionalisti pan-albanesi in buona parte sospinti dallo stesso Enver Hoxha, il quale riuscì addirittura ad infiltrare propri uomini di fiducia nei ranghi delle leghe dei comunisti kosovari e macedoni4. Inoltre, la relativa prosperità economica del Kosovo (che, pur essendo la regione più povera della Jugoslavia, confrontata all’Albania di Hoxha sembrava il paradiso5) indusse centinaia di migliaia di albanesi ad emigrarvi, raddoppiando nell’arco degli anni ‘60 e ‘70 il numero di abitanti di questa etnia, che all’inizio del 1980 rappresentava circa l’80% della popolazione totale6.
È importante sottolineare anche il fatto che, con la riforma costituzionale del 1974, al Kosovo-Metohija venne concesso lo status di provincia autonoma all’interno della federazione jugoslava, status che la sottraeva de facto all’autorità di Belgrado, e che permise alla maggioranza albanese di occupare tutte le più importanti posizioni amministrative senza possibilità di opposizione da parte delle autorità serbe.
Negli anni ‘80 la situazione cominciò a divenire insostenibile: nell’autunno 1980 le violente manifestazioni degli albanesi (che chiedevano di attribuire al Kosovo lo status di Repubblica, acquisendo quindi il diritto di secedere) richiesero l’intervento dell’esercito federale, ed i disordini continuarono ininterrottamente fino alla fine del decennio.Le minoranze non-albanesi del Kosovo (serbi in primis, ma anche montenegrini, gorani, rom, bosniaci e croati) erano nel frattempo diventate bersaglio degli estremisti albanesi; i quali, nel corso degli anni ‘70 ed ‘80, le costrinsero ad un vero e proprio esodo7.
Bisogna quindi contestualizzare sullo sfondo dell’immigrazione selvaggia, contornata da minacce e violenze, e di un’amministrazione controllata dagli albanesi (con una polizia che, per esempio, garantiva un misero 5% di crimini puniti nel caso in cui le vittime fossero state serbe e contava meno del 3% di serbi tra i propri ranghi) le proteste dei serbi del Kosovo del 1987, trampolino di lancio nella scena politica Jugoslava per un giovane dirigente della Lega dei Comunisti di Serbia: Slobodan Milošević.
L’ascesa di Slobodan Milošević
Torniamo quindi al 1987: nell’autunno di quell’anno, in seguito alle manifestazioni dei serbi, Slobodan Milošević venne inviato da Belgrado a Priština per cercare di riportare all’ordine una situazione sempre meno sotto controllo.
Fu in questa occasione che egli ebbe l’ “ardire” di esclamare di fronte ad una folla disperata radunatasi per l’occasione la celebre frase “Niko ne sme da vas bije” (letteralmente: «nessuno ha il permesso di picchiarvi»8) riferendosi ai poliziotti (tutti di etnia albanese) che avevano violentemente represso fino ad allora le manifestazioni serbe nella provincia.
Slobodan continuò poi a parlare con i manifestanti per diverse ore, esprimendo loro supporto ed affermando il loro diritto a vivere in pace nel Kosovo-Metohija, la loro terra, la terra santa di tutto il popolo serbo.
Non l’avesse mai fatto! L’establishment di Belgrado (e di tutte le altre repubbliche), intravedendo in questa manifestazione di solidarietà dei segni di nazionalismo “reazionario” cominciò ad osteggiare l’ascesa di Milošević in ogni modo – ottenendo come unico risultato un peggioramento delle relazioni inter-etniche in tutta la RSFJ, dove i serbi di ogni repubblica invece vedevano in lui un difensore della loro unità e dei loro legittimi interessi.
Sulla scia dell’entusiasmo popolare nei suoi confronti, Slobodan diventa in poco tempo presidente della Repubblica Serba (1989) promuovendo, con il supporto della stragrande maggioranza della popolazione, il rinnovamento della classe dirigente (i cosiddetti movimenti anti-burocratici) in tutta la Serbia e nel Montenegro.Nel 1990 abolisce l’autonomia formale in Kosovo e Vojvodina, sia per rafforzare l’unità nazionale che (soprattutto) per ristabilire l’ordine in Kosovo. Di fatto le due province continuarono a godere comunque di larghissime autonomie nel campo linguistico, scolastico e sanitario: l’intenzione di Milošević era più che altro di ristabilire la legalità in Kosovo, obbligando polizia e magistratura locali (di fatto complici della pulizia etnica ai danni dei serbi che da anni andava avanti silenziosamente) ad obbedire agli ordini di Belgrado.
Per tutta risposta, gli albanesi, guidati dal leader pacifista Ibrahim Rugova della “Lega Democratica del Kosovo” (LDK), dichiararono l’indipendenza del Kosovo, riconosciuta formalmente solo dall’Albania.
L’LDK guidò in seguito un movimento di boicottaggio di tutte le istituzioni (politiche, scolastiche, sanitarie ed amministrative) serbe nella provincia9, cercando di creare un apparato statale parallelo con il supporto finanziario dell’Albania e degli albanesi emigrati negli USA e nei paesi dell’Unione Europea.
Fino al 1996 in Kosovo si respira un’aria di calma apparente: i rapporti tra i due principali gruppi etnici, sebbene tesi, raramente sfociarono in episodi di violenza, e solo la presenza forte dello stato serbo nella regione sembra poter prevenire lo scoppio di disordini.
Gli eventi bellici ed economici che sconvolsero i balcani dal 1991 al 1996, però, dovevano ripercuotersi profondamente anche in questa provincia, innescando una spirale di violenza culminata con l’intervento della NATO nel marzo 1999.
Continua...
Note
(2) Montenegro e Serbia vennero entrambi riconosciuti indipendenti nella conferenza di Berlino, nel corso della quale venne anche esplicitamente proibita la loro unione, per evitare che un forte stato slavo del sud favorisse l’irredentismo e l’autodeterminazione di tutti i popoli sotto il giogo dei due imperi. Di fatto, però, serbi e montenegrini sono lo stesso popolo: separati solo da tradizioni storiche politico-sociali, essi condividono lingua e religione.
(3) Fino al 1948 – anno della rottura di Tito con Stalin – si supponeva che l’Albania dovesse entrare a far parte di una confederazione di stati balcanici assieme a Bulgaria e Jugoslavia.
(4) Le “Leghe dei Comunisti” erano gli organi amministrativi delle province e delle repubbliche jugoslave.
(5) Per non parlare del fatto che, in qualità di provincia povera, il Kosovo riceveva quasi il 40% dei fondi federali per lo sviluppo: di fatto i serbi – assieme alle altre nazionalità jugoslave – finanziavano infrastrutture, ospedali e università ad uso e consumo degli albanesi che si stavano impossessando della provincia.
(6) Nel 1948 gli albanesi erano poco meno di 500 mila su un totale di 750 mila abitanti della regione (escludendo gli oltre 100 mila serbi espulsi ed uccisi nel corso della II GM), ovvero il 65% del totale. Nel 1981 la situazione era la seguente: su 1 milione e 580 mila abitanti, 1 e 250 mila erano albanesi, ovvero circa l’80%. È ovvio che un incremento demografico di tali dimensioni (in soli 30 anni) può essere attribuito solo in minima parte ad un elevato tasso di natalità.
Nello stesso periodo invece, la popolazione totale di etnia non-albanese (in primo luogo serbi, ma anche montenegrini, turchi, gorani e rom) rimase sostanzialmente la stessa in numero: l’incremento dovuto alla natalità era ampiamente superato dall’emigrazione, nella maggior parte dei casi causata appunto dalle pressioni albanesi.
(7) In un articolo del 1987, il “New York Times” raccontava di come gli albanesi stessero volontariamente destabilizzando la provincia, vessando, minacciando ed uccidendo gli appartenenti ad altre etnie. L’articolo si trova qui.
(8) Questa frase è stata tradotta nei modi più disparati (ed inesatti) a seconda del grado di serbofobia del giornalista/storico di turno: non di rado ci si imbatte in “traduzioni” del tipo “Chi ha toccato i serbi pagherà col sangue” o “Nessuno dovrà mai più permettersi di toccare un serbo” tutte tese a dipingere (con l’aiuto della fantasia, ma non della storia) Milošević quale dittatore sanguinario già all’inizio della sua ascesa politica. Questa stessa gente in genere “cita” il “Memorandum dell’Accademia Serba delle Arti e delle Scienze” (un documento pro-serbo pubblicato su un giornale belgradese nel 1986 e firmato da una serie di professori ed intellettuali) come “prova” della cospirazione genocida serba: più o meno, è come se tra vent’anni un qualsiasi “Manifesto per la difesa della costituzione” (che appare con cadenza bimestrale qui in Italia) venga considerato la prova di una “opposizione sanguinosa al regime berlusconiano”. Tanto per citare un paio di “prove” e “fatti” che rendono l’idea dell’affidabilità e della competenza della “stampa libera” in materia.
(9) Gli apologeti dell’indipendenza kosovara in genere affermano che i serbi «impedirono l’accesso ad ospedali e scuole» agli albanesi. In realtà erano gli albanesi (o meglio, la parte di loro che supportava la secessione) che decisero di non accedere più a scuole ed ospedali. L’assenza di una discriminazione su base etnica da parte dell’amministrazione serba è provata (per esempio) dal fatto che il 15% della popolazione albanese rimasta leale alle istituzioni serbe continuò ad usufruire normalmente di tali servizi, così come fecero le comunità bosgnacche, rom, montenegrine e gorane residenti nella provincia.
Figure
1. Il monastero di Gračanica (1321).
2. Bandiera attuale della Serbia.
3. Il presidente Milošević durante il discorso per il seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje.
4. Mappa etnica del Kosovo: in giallo le zone a maggioranza serba (1999).
mercoledì 14 gennaio 2009
Nietzsche. Riflessioni sulla scuola
La cultura “attuale” trapassa qui nell’estremo della cultura “adatta al momento”: cioè il rozzo afferrare quel che è utile al momento. Nella cultura si vede ormai solo ciò che reca vantaggio con la cultura. La cultura generalizzata trapassa in odio nei confronti della vera cultura. Compito dei popoli non è più la cultura: bensì il lusso, la moda. [...] L’impulso alla massima generalizzazione possibile della cultura ha la sua origine nella totale secolarizzazione, nella subordinazione della cultura in quanto strumento al guadagno, alla felicità terrena rozzamente intesa.[...]
Nietzsche, 1871. Spunti tratti dagli appunti preparatori alle 5 conferenze sulla scuola tenute tra gennaio e marzo
Miei stimati uditori!
L’articolo di oggi verterà Sull’avvenire delle nostre scuole. Cinque sorprendenti conferenze sui problemi dell'educazione tenute da Friedrich Nietzsche (1844-1900) nel 1871.
Sul tema dell’educazione il filosofo prussiano rintraccia due tendenze figlie della modernità: da un lato si assiste alla massima estensione e diffusione della cultura, dall’altro al suo indebolimento e svilimento. Se dunque si allarga la diffusione della cultura entro cerchie più ampie, allo stesso tempo si esige che essa rinunci alle sue più alte e nobili vette per «dedicarsi al servizio di una qualche altra forma di vita». Ora, per mezzo dei moderni istituti di formazione, non è più l’uomo che sceglie di avvicinarsi alla cultura ma, viceversa, è la cultura che viene obbligata ad adattarsi all’uomo. Il risultato sarà che ognuno, in base alla propria natura, verrà formato in modo tale che dalla sua quantità di sapere tragga la massima quantità possibile di felicità. Un esempio di questo allargamento-svilimento della cultura e, al tempo stesso un ambito cui le due tendenze confluiscono, è il giornalismo. Il giornale prende il posto della cultura e anche lo studioso che non ha abbandonato pretese culturali spesso vi si appoggia; è nel giornale che culminano i fermenti culturali del presente ed è il giornalista che ora prende il posto del grande genio e diviene guida. Ma, come sappiamo, il giornale è diretto a un pubblico molto ampio e diversificato sia dal punto di vista sociale che intellettuale; è quindi ancora una volta la cultura che, trovando adesso espressione nelle pagine del giornale, deve di volta in volta cambiare veste ed adattarsi agli uomini e alla loro natura variabile e diversificata.
Nietzsche prosegue la sua analisi parlando del liceo e dei problemi che la modernità ha portato a tale istituzione considerata dal filosofo di grande importanza.
La sua prima considerazione verte sulla lingua tedesca che nel presente è per Nietzsche «scritta e parlata così male e in modo così volgare quanto solo è possibile in un’epoca di tedesco giornalistico». Una causa di ciò sta nel come oggi ci si accosta alla lingua: invece che spingere gli allievi a una severa autoeducazione lingustica, l’insegnante tratta la lingua madre come se fosse una lingua morta. Ma la cultura, invece, inizia quando si è in grado di trattare il “vivente come vivente” e, per quanto riguarda la lingua, bisognerebbe insegnarla reprimendo l'interesse storico.
Altro aspetto dell'insegnamento moderno che Nietzsche critica è “l’istituzione educativa” del tema. Il giovane liceale, nell’affrontare un tema, si trova a dover esprimere la propria individualità su materie per le quali però il suo pensiero non è ancora maturo. Ecco che, in un certo senso, dovrà dare il voto a opere poetiche o caratterizzare personaggi storici; compiti questi che necessitano di riflessioni che un liceale non è ancora in grado di sviluppare. Detto ciò la situazione è poi aggravata dal ruolo che gioca l’insegnante nel dover giudicare tali temi: egli infatti nel dare un giudizio andrà a criticare proprio gli eccessi di individualità che evincono dal tema dell’alunno, eccessi tuttavia più che giustificabili perché dettati dalla naturale condizione di giovane. Questo atteggiamento porterà a una progressiva mediocrità e a una standardizzazione del pensiero giovanile in quanto al giovane viene sì richiesta originalità, ma l’unica originalità possibile a quell’età viene poi giudicata negativamente e quindi rifiutata. Nel moderno liceo ognuno è considerato in diritto di avere opinioni personali su cose molto serie, mentre la giusta educazione è quella che abitui il giovane a «una stretta obbedienza sotto lo scettro del genio». Questa “obbedienza” tuttavia non avviene, e non può avvenire in un contesto come quello moderno poiché lo “scettro del genio”, che altro non è che la cultura classica, non viene percepito come qualcosa che vive con noi e, invece che «crescere sul suolo dei nostri apparati educativi» e accompagnare il giovane nella sua educazione, questo “scettro” risulta essere un ideale culturale sospeso per l’aria e perciò distante dalla scuola. Il passato dovrebbe dunque congiungersi al presente per il futuro in modo naturale, e siccome per Nietzsche il percorso storico ha forma ciclica, non possiamo stupirci né tantomeno dubitare sulla naturalezza e la giustezza di questa congiunzione tra passato, presente e futuro: tra Tradizione e progresso.
La cultura è per sua natura qualcosa che vive al di sopra dello stato del bisogno umano e della necessità. Le moderne scuole risultano essere invece istituzioni utili al superamento di necessità vitali umane. La cultura non è più studiata nella sua assolutezza, ma relativamente a quello che serve all’uomo. Nei licei non sono più gli studenti che vengono severamente indirizzati verso la cultura, ma viceversa è la cultura che viene asservita agli scopi e ai bisogni della scuola che si configura ora come istituto volto a formare, a seconda del ramo in cui è specializzata, i futuri funzionari, ufficiali, contabili, commercianti, e via dicendo.
L’indipendenza intellettuale che viene lasciata al liceale nell’accostarsi alla cultura classica la si rintraccia “all’ennesima potenza” nell' università dove è amplificato “all’ennesima potenza” anche il danno che tale indipendenza reca. In un’età in cui «l’uomo è massimamente bisognoso di una mano che lo guidi», lo si lascia libero di scegliere se seguire questa o quella lezione e, per quanto riguarda la filosofia, lo si lascia libero di scegliere e di misurare il valore di questo o quel filosofo. Lo stimolo a occuparsi di filosofia in maniera così neutrale non farà altro che bandire la filosofia stessa dall’università. Tuttavia, se un rapporto seppur troppo semplicistico esiste con la filosofia, con l’arte l’università non si rapporta affatto. A questo punto il filosofo prussiano si chiede: vivendo senza filosofia e senza arte che bisogno potrà mai avere il moderno e “indipendente” accademico di dedicarsi alla cultura greca e romana? E come si potrà arrivare alla cultura se l’università – che della cultura dovrebbe esserne regno – viene meno all’avvicinamento alla Grecia, all’antica Roma, alla filosofia e all’arte?
Nietzsche conclude la sua trattazione con l’elogio della corporazione studentesca che da lui è vista come valido tentativo di istituzione culturale. La corporazione studentesca aveva infatti capito, forse grazie all’esperienza della guerra e della vita militare, che chiunque voglia accostarsi alla cultura può farlo solo partendo dalla disciplina e dall’obbedienza verso grandi figure-guida. Dotata e portatrice di un vero spirito tedesco, e trovando in Schiller (1759-1805, in foto) una guida, alla corporazione studentesca si spalancarono le porte della filosofia, dell’arte, dell’antichità: della cultura! Tuttavia Schiller fu «troppo precocemente consunto dalla resistenza del mondo ottuso, di cui ora sentiva la mancanza con intima rabbia» e segnò così la fine della corporazione studentesca che perì per colpa delle troppe discordie interne dovute proprio alla mancanza di una nuova guida carismatica.
martedì 28 ottobre 2008
!!!28 oTToBrE 2008!!!
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