Visualizzazione post con etichetta risorgimento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta risorgimento. Mostra tutti i post

mercoledì 31 ottobre 2012

Giuseppe Mazzini: il profeta della «Nuova Italia»


L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», novembre 2012.

Grazie agli sterminati contributi (certo per quantità ma non sempre per valore) prodotti in occasione del 150° anniversario dell’Unità, si era iniziato un più vasto processo di rilettura del Risorgimento e dei suoi protagonisti, presto cessato, però, a causa dell’evidente fastidio di parlare di un’Italia «una e indipendente» nel mentre si assisteva all’insediamento (illegittimo) di uno dei governi più antinazionali e servili che la storia del nostro disgraziato popolo ricordi. Tra oleografie istituzionali, rivendicazioni neoborboniche, rivalse padane e reazioni neoguelfe, tuttavia abbiamo anche assistito a una quanto mai opportuna riconciliazione di alcuni ambienti eredi del fascismo con il nostro moto risorgimentale, grazie principalmente a due opere di cui abbiamo già parlato qui sulle pagine di «Occidentale»: la raccolta di saggi Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore), curata da Pietro Cappellari, e l’e-book Dell’elmo di Scipio di Sandro Consolato (Flower-ed). 

Ad ogni modo, tra le opere pubblicate nel 2011 o poco prima, una in particolare è stata pressoché trascurata e lasciata sotto traccia, ossia l’ottimo Mazzini di Giovanni Belardelli (il Mulino, pp. 264, € 12). Docente di Storia del pensiero politico contemporaneo all’Università di Perugia, Belardelli si è anche distinto per il volume Il Ventennio degli intellettuali (Laterza, 2005) incentrato su aspetti notevoli della cultura fascista.  

Il suo Mazzini, più in particolare, risulta quanto mai utile per comprendere sino in fondo l’apporto decisivo che il patriota genovese fornì al nostro processo di unificazione nazionale. Un contributo più spirituale, morale e culturale che non squisitamente «politico-fattuale» (si pensi all’esempio glorioso ma purtroppo effimero della Repubblica romana), che si rivelò nondimeno fondamentale per mantenere ardente la fiamma delle nostre rivendicazioni d’indipendenza e di unità, svolgendo un ruolo tutt’altro che secondario nello spronare le varie correnti patriottiche del Risorgimento.

Non fosse solo per questo (e già basterebbe!), non si può inoltre trascurare l’influenza che il suo esempio esercitò sugli intrepidi giovani che daranno vita alla rivoluzione italiana del Novecento. Ci siamo del resto già altre volte soffermati sul debito contratto dal fascismo nei confronti dell’eredità politica e culturale mazziniana, in particolare per quanto riguarda il primato della nazione sulla classe, lo spiritualismo anti-materialistico, la rivoluzione sociale tramite l’associazionismo e la collaborazione interclassista, la visione della politica come missione e pedagogia collettiva, l’identificazione di pensiero e azione, l’etica del dovere e dell’eroismo, l’approccio volontaristico alla realtà, il ruolo centrale di élites volitive e d’avanguardia, il mito della «Terza Italia» e della nuova Roma. Senza contare le numerose venature romantiche che caratterizzavano la mentalità e l’azione di sindacalisti rivoluzionari, di interventisti e di molti esponenti dello squadrismo che provenivano dalla tradizione politica repubblicana. Tanto che Emilio Gentile ha inserito Mazzini nel vasto magma ideologico da cui prese forma il movimento mussoliniano, e addirittura si è potuto parlare di un «Mazzini in “camicia nera”» (P. Benedetti).     

L’Italia postbellica, viceversa, si è richiamata a Mazzini solo nella misura in cui egli rientrava nell’interpretazione ufficiale e oramai oleografica e vuotamente retorica del nostro Risorgimento, formulata dall’entourage sabaudo, il quale aveva già in larga parte depoliticizzato e depotenziato il verbo mazziniano, espungendovi i suoi caratteri rivoluzionari e anti-monarchici. Il suo abbandono nel secondo dopoguerra era perciò naturale e scontato, visto che le ardenti parole d’ordine di Mazzini, così come i suoi richiami al primato dell’Italia sulle nazioni, ben poco si attagliavano a governi e intellettuali che si erano prostituiti alla Casa Bianca o al Cremlino. Imperativi di fuoco che, oltretutto, spesso si coloravano di nero.

Un discorso a parte, inoltre, merita l’opportunità e la legittimità (non dico filologica, ma perlomeno ideale) di un «recupero» di Mazzini all’interno dell’immaginario rivoluzionario e avanguardistico, fortemente intriso di vitalismo, che è alla base del «fascismo del terzo millennio». Se per Garibaldi e il garibaldinismo non si sono presentati problemi di sorta, grazie agli elementi nazionali e sociali (ma non marxisti) che caratterizzavano l’«eroe dei due mondi», nonché agli ideali di giovinezza e spirito di sacrificio che permearono sempre il volontarismo delle camicie rosse, potrebbe invece apparire una stonatura il richiamo ideale a quel Mazzini che Carducci immortalò come «grande, austero, immoto» e dal «volto che giammai non rise». Quello stesso Mazzini che, già durante gli anni universitari, decise di vestirsi a lutto per l’oppressione della sua patria (abitudine che conservò per tutta la vita).

Eppure, accanto al Mazzini brumoso che volontariamente teneva a rappresentarsi come un profeta e un martire, quasi un «santone», è esistito e convissuto anche il Mazzini dall’intraprendenza romantica e ribelle, il quale – come ben illustra Belardelli – fu tra i primi del suo tempo a fare della giovinezza e del dato generazionale un «diretto valore politico». Uno spirito indomito, oltretutto, che si manifestò già nella sua prima esperienza politica, allorché partecipò, a neanche 17 anni, ai moti studenteschi di Genova nel marzo 1821. Armato di bastone, si recò assieme ai suoi compagni dal governatore del capoluogo ligure per reclamare, con fare minaccioso, la Costituzione. Ebbene sì, quando c’erano in gioco i destini della nazione, chi aveva 17 anni poteva anche brandire i bastoni con l’intenzione, peraltro, di usarli. Si capisce ora il perché chi non tollera fumogeni e passeggiate futuriste per i corridoi di scuola difficilmente potrebbe apprezzare uno dei più grandi padri della patria… 

Ma, per tornare a noi, il culto tipicamente romantico della giovinezza e dei sani ardori giovanili contrapposti alla pusillanime prudenza dei vecchi (temi recepiti dalla lettura di Foscolo, Goethe e Byron) influenzò dunque fortemente il giovane Giuseppe e la prima associazione politica mazziniana (così come la sua pluridecennale esperienza cospirativa). La Giovine Italia infatti (e già il nome è significativo) fu indirizzata per espressa volontà di Mazzini a chi non superasse i 40 anni d’età. Si tratta dello stesso Mazzini che lasciò scritto, tra le altre cose, che «la gioventù è bollente per istinto, irrequieta per abbondanza di vita, costante ne’ propositi per vigore di sensazioni, sprezzatrice della morte per difetto di calcolo». Una giovinezza debordante di vita e di eroismo che – anche secondo Fichte – assumeva caratteri dirompenti e rivoluzionari: i giovani infatti, per il filosofo tedesco, «recano in petto un mondo tutto nuovo e diverso». Sembra di sentire Marinetti…

Insomma, il libro di Belardelli è importante per almeno due motivi: da una parte restituisce al pensiero mazziniano i suoi reali contorni (strappandolo quindi alle riletture democratiche e liberali di comodo), dall’altra, invece, ci mostra un Mazzini nella duplice veste di rivoluzionario e ribelle oltreché di profeta e martire di un’idea di potenza e libertà. Non sarebbe male, pertanto, riappropriarci di uno dei più puri protagonisti del Risorgimento, il quale già con la Repubblica romana ci ha dimostrato come sia possibile conciliare quei due elementi che veramente nobilitano la politica, ossia popolo e rivoluzione. Un uomo che fece della sua missione e del suo «apostolato» un dato carnale, vissuto, offrendosi all’esilio e alle più grandi sofferenze. Un uomo che, di contro ai moderati e ai vili d’ogni risma, per l’Italia era stato capace di concepire un destino. Un destino che oggi, nell’epoca dei governi tecnici antinazionali, dovremmo avere il coraggio di riprenderci. 

Condividi

martedì 5 giugno 2012

Il Risorgimento nel mito di Roma

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», giugno 2012.

In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia – oltre ai festeggiamenti e ai «solenni» discorsi delle alte cariche dello Stato – è stata prodotta una mole imponente di saggi, monografie, miscellanee, conferenze e convegni che hanno trattato del nostro Risorgimento. Molto spesso a sproposito, lasciando oltretutto ampio spazio ai vari rigurgiti antinazionali (padani, neoborbonici, neoguelfi, internazionalisti, mondialisti, ecc. ecc.). E anche la «nebulosa» neofascista ha in molti casi snobbato la memoria del nostro processo unitario, secondo schemi e modalità assai complessi e stratificati di cui abbiamo ampiamente trattato qui sulle colonne di «Occidentale».

Eppure, proprio in seno all’ambiente nazional-rivoluzionario, abbiamo potuto apprezzare una coraggiosa, doverosa e puntuale messa in discussione della tradizione antirisorgimentale neofascista. E questo, in particolare, grazie al volume miscellaneo curato da Pietro Cappellari Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore), il quale segna un punto di rottura all’interno del proprio ambiente di riferimento, e che si propone anche come punto di non ritorno: come fine degli equivoci, come riappropriazione di una gloriosa tradizione che, invece di essere dimenticata o distorta o umiliata, deve essere al contrario proiettata, decantata e potenziata, nell’avvenire prossimo e remoto.  

È proprio in tal contesto che si inserisce l’ultima fatica di Sandro Consolato, ossia Dell’elmo di Scipio. Risorgimento, storia d’Italia e memoria di Roma (Flower-ed, pp. 331, € 14). Consolato, cultore di «studi tradizionali» e direttore de «La Cittadella», per quest’operazione editoriale ha scelto un’opzione innovativa e coraggiosa, cioè la formula dell’e-book: gli amanti del cartaceo potrebbero scoraggiarsi nell’impresa, eppure – premetto subito – la lettura del documento telematico non risulta affatto scomoda o limitante. Tra l’altro l’opera merita un’attenta e meditata lettura poiché – sulla scorta di una vasta e valida bibliografia, oltreché grazie a una interessante chiave di interpretazione – l’autore confuta una per una tutte le distorsioni neofasciste del Risorgimento, mettendo altresì in luce la plurisecolare continuità, talvolta palese talaltra sotterranea, dell’ideale unitario italiano all’insegna di Roma e della romanità.

La specificità tutta italiana di quest’idea di ri-sorgenza (pensiamo, oltre a «Risorgimento», a termini quali «Rinascimento» e «Riscossa»), ossia l’idea del ripiego – per usare una formula locchiana – su un’origine mitica e carica di gloria, era stata del resto già notata e posta in rilievo da un insospettabile come Antonio Gramsci (insospettabile solo per chi ragiona ancora con paraocchi ideologici), che Consolato opportunamente cita: «Nel linguaggio storico-politico italiano è da notare tutta una serie di espressioni legate strettamente al modo tradizionale di concepire la storia della nazione e della cultura italiana, che è difficile e talvolta impossibile di tradurre nelle lingue straniere. […] Nasce nell’Ottocento il termine “Risorgimento” in senso più strettamente nazionale e politico, accompagnato dalle altre espressioni di “Riscossa nazionale” e “riscatto nazionale”: tutti esprimono il concetto del ritorno a uno stato di cose già esistito nel passato o di “ripresa” offensiva (“riscossa”) delle energie nazionali disperse intorno a un nucleo militante e concentrato, o di emancipazione da uno stato di servitù per ritornare alla primitiva autonomia (“riscatto”). Sono difficili da tradurre appunto perché strettamente legate alla tradizione letteraria-nazionale di una continuità essenziale della storia svoltasi nella penisola italiana, da Roma all’unità dello Stato moderno, per cui si concepisce la nazione italiana “nata” o “sorta” con Roma, si pensa che la cultura greco-romana sia “rinata”, la nazione sia “risorta”, ecc. La parola “riscossa” è del linguaggio militare francese, ma poi si è legata alla nozione di un organismo vivo che cade in letargia e si riscuote, sebbene non si possa negare che le è rimasto un po’ del primitivo senso militare».

L’acume di Gramsci, in effetti, lascia sbalorditi: in questa lucidissima notazione dell’intellettuale comunista, infatti, è contenuta l’idea fondamentale del ritorno all’origine mitica visto non come restaurazione anacronistica o reazionaria di un passato morto e sepolto, bensì come risveglio delle «energie nazionali», come progetto d’avvenire, come «ripresa offensiva», ossia come avanzata. È una concezione squisitamente rivoluzionaria, anche nel senso «tradizionale» indicato da Consolato, il quale intende la «ri-voluzione come ri-torno, quasi astronomicamente scandito, a una condizione originaria perduta in virtù di un perturbamento intervenuto nell’ordo rerum». Non fu d’altronde già D’Annunzio, non a caso cultore del mondo greco-romano nonché «Vate» della nuova Italia, a definire la nostra nazione, con un magnifico epiteto dall’eco omerica, la «Semprerinascente»?

E Consolato, di fatti, tenta di rintracciare il filo rosso del nostro ideale nazionale dall’Antichità sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, passando per i sovrani longobardi, Federico II di Svevia, Dante, Petrarca, Cola Di Rienzo, Alfonso d’Aragona, Machiavelli, Campanella, Vico, Filangieri, Romagnosi, Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi e tanti altri, più o meno conosciuti dal grande pubblico, i quali desiderarono ardentemente e prepararono lungo i secoli la rinascita dell’Italia nel nome augusto di Roma.

Proprio in questo contesto, del resto, si inserisce la critica spietata, ma acuta e documentata, delle fallaci interpretazioni neofasciste del Risorgimento. A cominciare da quella – interna dunque al «movimento tradizionale» – di Julius Evola, la quale aveva d’altra parte già ricevuto le obiezioni puntuali di Adriano Romualdi, uno tra i migliori allievi del Barone. Evola, infatti, fece sua in buona parte la lettura demonizzante della corrente neoguelfa («a destra» rappresentata soprattutto da Attilio Mordini), la quale vedeva nel Risorgimento un complotto massonico ai danni della Chiesa e del «mondo tradizionale», rintracciando viceversa i paladini della Tradizione nella Santa Alleanza, nell’Austria asburgica, nelle potenze della Restaurazione e in quel Metternich (l’«ultimo grande europeo» secondo Evola) che reputava l’Italia una mera «espressione geografica». Tutto un mondo, cioè, che tra l’altro – argomenta l’autore – si presenta tutt’altro che cristallino e in regola anche da un punto di vista strettamente tradizionale, non mancando tra le sue fila persone equivoche, ambigue e poco nobili, le quali talvolta intrattenevano inquietanti rapporti con varie sette e massonerie ben poco rispettabili.

E questo proprio mentre l’autore illustra, con dovizia di particolari e con valida documentazione, come presso molti gruppi insorgenti e unitaristi la Massoneria svolgesse la «funzione di “copertura” di realtà iniziatiche italiane ben più antiche della Libera Muratoria nata in Inghilterra nel 1717», con gli esempi di spicco della Carboneria, della Società dei Raggi e della Guelfia (ma il nome non tragga in inganno), le quali molto spesso si caratterizzavano in quanto depositarie dell’antica sapienza pitagorica. Così si può dire del resto di Garibaldi, spesso disprezzato dalla vulgata neoguelfa in quanto appartenente alla Massoneria, laddove Consolato mette ben in luce la poco nota ma radicatissima ispirazione romana dell’«eroe dei due mondi».

Insomma, ce n’è abbastanza per mandare in soffitta settant’anni di neofascismo reazionario e antirisorgimentale, riattivando invece – sia secondo tradizione che secondo rivoluzione (che è la quintessenziale sintesi fascista) – il nostro mito più puro e originario. Un mito che è carico di storia e di gloria, ma anche – se noi ancora lo vorremo – del più splendido destino.

Condividi

venerdì 28 ottobre 2011

Italia come volontà di potenza

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», novembre 2011. 


Ce n’era bisogno. Ce n’era bisogno davvero di questo libro e va detto forte e chiaro. C’era proprio bisogno di questa utilissima raccolta di saggi, diretta dall’ottimo Pietro Cappellari, a cui hanno partecipato, tra gli altri, lo stesso Cappellari, Gabriele Adinolfi, Stelvio Dal Piaz, Francesco Mancinelli, Alberto B. Mariantoni e Massimiliano Soldani, e che è stata recentemente presentata al nr. 8 di Via Napoleone III. Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore, € 20), infatti, è un’opera fondamentale per un motivo molto semplice: fa a pezzi sessant’anni di certo neofascismo che negò e vilipese la memoria e il portato ideale del nostro moto risorgimentale, vuoi per ispirazioni neoguelfe che vedono nel Risorgimento un piano occulto della Massoneria per annientare, assieme al potere temporale dei Papi, lo stesso cattolicesimo, vuoi per certo revanscismo borbonico e legittimista, che identifica l’Unità d’Italia con le depredazioni e le repressioni del Piemonte savoiardo ai danni del Meridione, vuoi infine per certo tradizionalismo di matrice evoliana che nega la nazione (in quanto creazione giacobina e sovversiva) in favore dell’Imperium.

Come si può vedere, pertanto, la questione dell’eredità del Risorgimento per i neofascisti è molto complessa e sfaccettata. Eppure – e questo va evidenziato con la massima decisione – tale questione, per i fascisti, non si era semplicemente mai posta. Si poteva al limite discutere su quale fosse la vera anima del Risorgimento (monarchica, repubblicana, liberale, federalista, socialista, ecc.), ma il nostro moto di liberazione nazionale rimase per il Fascismo un punto fermo nella storia d’Italia, di cui la Rivoluzione delle Camicie nere si presentava anzi come il glorioso compimento. Di questo tema, del resto, mi sono già occupato sulle colonne di «Occidentale» (maggio 2010) con l’articolo Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale (vedi anche qui), e quindi a questo rimando. Ora, infatti, vorrei porre l’accento su altre questioni ben analizzate nel libro curato da Cappellari.

L’intento di quest’opera, infatti, è chiaro sin dal suo sottotitolo. Innanzitutto, viene messa in discussione la stessa data del 17 marzo 1861, che altro non rappresenta se non la costituzione formale del Regno d’Italia, laddove, per poter parlare legittimamente di unità, ci si potrebbe viceversa riferire all’acquisizione del Veneto (1866), alla presa di Roma (1870), alla conquista di Trento e Trieste (1914) o anche all’annessione di Fiume (1924). Ma il problema, sollevato giustamente dal libro, non è o – meglio – non è solo territoriale: è anche e soprattutto ideale, morale, politico. Per questo motivo si fa risalire il terminus post quem del Risorgimento direttamente al 1831, all’anno cioè della creazione della Giovine Italia mazziniana e dei primi moti di rivolta nazionale. Perché, ci si potrà chiedere? Semplice: perché è allora che minoranze agguerrite e rivoluzionarie prendono coscienza della loro missione, ossia di rendere l’Italia, tramite l’insurrezione e il combattimento, finalmente libera, indipendente e sovrana.

Si tratta, in sostanza, di rintracciare quel filo rosso rivoluzionario che, al di là della diplomazia, del gretto parlamentarismo dell’Italia demo-liberale e del giolittismo, si dipana lungo la storia del nostro movimento di liberazione nazionale, impersonato in particolare da quelle avanguardie rivoluzionarie che da Mazzini, Garibaldi e Pisacane giungono sino al «crepuscolo degli dèi» della Repubblica Sociale Italiana. Si tratta cioè di individuare quei gruppi, quegli uomini, quei «profeti» (come li chiamò Giovanni Gentile) che, di contro alla mediocrità dell’italietta postrisorgimentale e alla «politica del piede di casa», mirarono a realizzare le genuine aspirazioni di grandezza dell’Italia, ossia a realizzare il mito mazziniano-giobertiano-orianesco della «Terza Roma», cioè della missione universale e del primato civile della nostra nazione nel mondo.

Entriamo così in contatto con fulgide personalità come Mameli, il giovanissimo poeta caduto eroicamente nella difesa disperata della Repubblica romana (1849), come Mazzini, latore di uno spiritualismo antindividualistico e di un cooperativismo solidaristico-nazionale, come Garibaldi, il «Duce» delle camicie rosse che si fece dittatore e che portò la sua guerra di liberazione ai quattro angoli della penisola, come Crispi, che, garibaldino, rilanciò la politica mediterranea dell’Italia, e come lo stesso Mussolini, che coronò i sogni imperiali degli italiani ridestati.

Come si può vedere dunque, a denunciare le politiche rapaci e sanguinarie del Piemonte sabaudo (che, depredando il Sud, creò la ancora irrisolta «questione meridionale») e ad avversare la borghesia rinunciataria e compromissoria (che si era accontentata dei privilegi ottenuti grazie all’Unità), si ergeva tutto un vasto e variegato movimento avanguardistico e rivoluzionario che, rifiutando l’arresto del processo risorgimentale, intendeva proseguire sul cammino tracciato dai suoi «profeti» per fare dell’Italia il faro di una nuova civiltà.

Questo grande disegno, tuttavia, si arrestò proprio alla «Quinta Guerra d’Indipendenza», ossia quel secondo conflitto mondiale che doveva rappresentare l’emancipazione dell’Italia dal giogo francese e, soprattutto, britannico nel Mediterraneo, il mare nostrum, viatico naturale e necessario alla realizzazione delle nostre ambizioni di potenza. È così che lo spirito del Risorgimento finì per animare i combattenti della Repubblica Sociale che, non a caso, enfatizzarono sempre più i loro richiami ai «profeti» della «Terza Italia», riallacciandosi in particolare alla gloriosa Repubblica romana e alla strenua resistenza degli eroi del Gianicolo. Ed è proprio in questa frattura tragica che risiede il dramma di incompiutezza di quel sottile filo rosso della nostra liberazione nazionale: dalle cannonate francesi contro Garibaldi e Manara ai bombardamenti anglo-americani sui militi e sulle popolazioni dell’ultima Italia libera e sovrana.

Perché – non dimentichiamolo! – furono proprio i combattenti di Salò a incarnare lo spirito risorgimentale, e non – come ben argomentano Dal Piaz e Adinolfi – quei partigiani che, viceversa, si resero protagonisti di una vera e propria «guerra di dipendenza» (da Mosca e da Washington). Le bande antifasciste infatti, sostenute da un forte apparato propagandistico, e per tenere il confronto con i fascisti anche su un piano ideologico, intesero presentare la Resistenza come un «Secondo Risorgimento». Fa ridere, lo so, ma è proprio così. Fatto sta che l’infatuazione nazionalistica durò assai poco, dato che ben presto la Dc guardò al Vaticano, il Pci all’Unione Sovietica e Pli e Pri a Londra, cioè a organismi e istituzioni di evidente matrice internazionalistica. Ma già solo la sottomissione politica dell’attuale repubblica parlamentare (nata dalla Resistenza) dovrebbe bastare a mettere in guardia da questo spregevole mascheramento puramente strumentale.

Constatando quindi l’odierno semi-servaggio italiota, non possiamo che rilevare il carattere incompiuto del nostro lungo processo risorgimentale, il cui spirito sembra momentaneamente sopito, o comunque vivente solo in poche minoranze, per quanto avanguardistiche e rivoluzionarie. E proprio in tal senso, questo libro rappresenta un preziosissimo strumento di riappropriazione ideale che, facendo giustizia delle troppe distorsioni interpretative e ideologiche del nostro moto di liberazione nazionale, ci richiama invece a incamminarci nuovamente su quel sentiero interrotto che conduce alla rivendicazione della missione e del primato dell’Italia nel mondo. Un libro quindi che, pur trattando del passato, ci sprona però verso il futuro. Un futuro da prendere d’assalto. Nel nome dei nostri «profeti» e dei nostri eroi.


Per approfondimenti:
Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale
Risorgimento e Fascismo

Condividi

venerdì 9 luglio 2010

Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale


 
Articolo pubblicato in «Occidentale», maggio 2010, pp. 20-22.


Il 24 ottobre del 1922 Benito Mussolini, in Piazza del Plebiscito a Napoli, di fronte a decine di migliaia di fascisti pronti alla Marcia su Roma, porta con sé l’ultimo garibaldino in vita. Un gesto dall’alto valore simbolico che mette magnificamente in luce, al di là di ogni ulteriore considerazione, quel filo rosso che lega il Fascismo al Risorgimento.

Purtroppo ancora non esiste uno studio che analizzi esaurientemente il rapporto tra il moto della nostra unità nazionale e il movimento fascista che, senza mezzi termini, se ne considerava il giusto e glorioso compimento. Un primo buon passo lo ha compiuto recentemente Massimo Baioni con il suo Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell’Italia fascista (Carocci, Roma 2006, pp. 290). Tuttavia il quadro è ben più complesso e poliedrico di quanto possa apparire ad uno sguardo corrivo e superficiale.

Il Fascismo infatti, dopo la vittoria e la presa del potere, si trovò a doversi confrontare con due miti fortemente radicati nella società italiana: il Risorgimento e la Grande Guerra. Un raffronto ineludibile, giacché – come rimarca il Baioni – «il confronto con il passato era vitale per dare un senso della dimensione storica del fascismo e per connotarne l’identità, precisando il posto che esso ambiva ad occupare nel flusso della storia italiana». Se per il conflitto mondiale però, reputato l’atto fondativo «morale» del Fascismo stesso, non vi furono problemi di sorta, le contraddizioni e le aporie che il Risorgimento già recava in sé e con sé, invece, confluirono nel nuovo regime, suscitando diatribe e polemiche. 

I vari approcci degli esponenti del Fascismo al moto risorgimentale, infatti, non furono univoci. Quel che è certo però – come ci assicura Emilio Gentile nel suo celeberrimo Il culto del littorio – è che «dalla borghesia patriottica e dai fautori di una restaurazione del regime liberale, il fascismo era osannato come il salvatore della patria, risorta dalla guerra ma trascinata dai suoi ‘nemici interni’ sull’orlo di un baratro, e come il restauratore del culto della nazione nei suoi miti, nei suoi riti e nei suoi simboli. Ma la restaurazione fascista aveva un ritmo e uno stile che ben poco corrispondevano all’idea di un ripristino del culto della patria nelle forme nostalgicamente ottocentesche, vagheggiate dai fautori di una restaurazione dell’Italia monarchica al di sopra dei partiti, dopo l’agnosticismo democratico degli anni giolittiani e il caos dissacrante del ‘biennio rosso’».

Il Fascismo, dunque, intendeva sì inserirsi nella tradizione risorgimentale, ma sottolineando altresì la propria natura innovativa e irriducibile: continuazione proiettata nel futuro, quindi, e non già appendice di un momento storico che i fascisti reputavano glorioso ma concluso. Il Fascismo era infatti considerato – come ben sintetizza lo storico Roberto Pertici – «il compimento della rivoluzione nazionale iniziatasi con il Risorgimento, che doveva riuscire dove il processo risorgimentale e il cinquantennio successivo avevano fallito: nell’inserimento e nell’integrazione delle masse nello Stato nazionale, nella creazione di una più vera democrazia, ben diversa dal ‘parlamentarismo’ e lontana dall’‘affarismo’, dal ‘particolarismo’, dall’‘inerzia’ che avevano caratterizzato l’Italia liberale».

Un’occasione importante per chiarire il rapporto Fascismo-Risorgimento si presentò nel 1932, anno del 50° anniversario della morte di Garibaldi e del decennale della Marcia su Roma: «Le principali manifestazioni del 1932 – argomenta il Baioni – sembravano confermare il nesso tra il bisogno di presentare il fascismo come erede delle migliori tradizioni nazionali e la volontà non meno forte ad enfatizzarne le componenti moderne, che avrebbero dovuto distinguerlo come originale esperimento politico e sociale».

Tuttavia, come dianzi accennato, le letture del Risorgimento date dai vari esponenti fascisti furono molteplici e spesso in conflitto, dal momento che le diverse «anime» del Fascismo riflettevano altrettante interpretazioni di quel periodo storico già di per sé complesso e policromo.
Una delle più incisive fu sicuramente quella «monarchica», che aveva il maggior rappresentante in Cesare Maria De Vecchi, quadrumviro della Marcia su Roma, il quale ricevette la cura degli istituti e degli studi storici risorgimentali (tra cui il fondamentale Istituto per la Storia del Risorgimento). De Vecchi, infatti, era un fervente sostenitore della fusione tra Fascismo e tradizione sabauda del moto risorgimentale, arrivando addirittura alla codificazione di un vero e proprio paradigma sabaudo-fascista. Questa visione del Risorgimento ebbe quindi un più profondo impatto sociale, grazie principalmente alla sua diffusione nella scuola, nell’editoria e nella rappresentazione museale.

Di qui le vive proteste di un giovane Felice Chilanti: «A ben guardare anche la storia del nostro Risorgimento, quella che va ancora per la maggiore nelle scuole fasciste, è dominata dalla tesi borghese, che fa coincidere la grandezza italiana con la ‘destra storica’, e la decadenza con l’avvento delle sinistre. Tutti sappiamo quale tizzone cova sotto la svalutazione della sinistra». E di fatti proprio i «fascisti rossi», in aperta polemica con le versioni oleografiche filo-monarchiche, rivendicarono a sé e al Fascismo quel «Risorgimento popolare» e repubblicano di Mazzini, Garibaldi, Ferrari, Cattaneo e Pisacane in opposizione a quell’altro di matrice borghese, colpevole – a loro dire – di aver tradito il Risorgimento stesso.

E così, oltre alle interessanti riletture di Angelo Oliviero Olivetti, Curzio Malaparte, Armando Casalini e Alceste De Ambris (che all’inizio aderì al Fascismo per poi discostarsene), anche il giovane e mordace Berto Ricci evocava lo spiritualismo mazziniano e l’eroismo garibaldino nell’intento di opporne la «moralità popolare» a quella borghesia che, tradito il Risorgimento, stava ora tramando ai danni della rivoluzione fascista: «Il populismo fascista di Ricci […] – spiega Paolo Buchignani nella sua biografia dell’intellettuale toscano – si caratterizza per il suo contrapporre il popolo (sano, maschio, fiero) alla borghesia vile, corrotta e corruttrice che il fascismo dovrebbe sradicare dalla società e dalle coscienze, per immettervi, invece, quella moralità ‘popolare’ presente non solo in Mazzini e in Garibaldi, ma anche nell’‘uomo Carducci’ di Giovanni Papini». E sempre Ricci, in uno dei primi numeri de «L’Universale», recuperava la tradizione rivoluzionaria di Mazzini per scagliarla idealmente contro la borghesia liberale e compromissoria: «E qui non sarebbe male ricordare che il gran repubblicano fu imperialista, assai più, assai meglio, d’ogni bertuccia moderata».

Parimenti Sergio Panunzio, rifiutando il Risorgimento «diplomatico» e «costituzionale», affermava a chiare lettere: «Dobbiamo ricorrere con la mente alla ‘insurrezione’, anch’essa di carattere militare di Mazzini e di Pisacane, di Garibaldi e così del partito d’azione del Risorgimento, e del movimento fiumano di D’Annunzio, per trovarci in presenza di tentativi e di approssimazioni di fatti morali e storici simili a quello presentato in grande stile dal Fascismo».

In una posizione mediana, troviamo invece due tra i più grandi intellettuali del tempo: Giovanni Gentile (foto) e Gioacchino Volpe. La loro visione «unitaria», infatti, sottolineava la reciproca necessità delle varie «anime» del Risorgimento. Come previsto, la loro interpretazione scontentò tutti, sia filo-monarchici che filo-repubblicani. Eppure era stato proprio Volpe (monarchico), nel suo L’Italia in cammino, a ridare dignità all’azione del socialismo nazionale nella formazione della nazione italiana. Gentile invece, ne I profeti del Risorgimento italiano, rintracciava la sintesi dei vari Mazzini, Garibaldi, De Sanctis, Rosmini, Cavour, Cuoco e Gioberti proprio nella incrollabile fede e nella ferma volontà di rendere l’Italia finalmente unita e indipendente. E per il filosofo di Castelvetrano, il campione di questa fede era proprio Mazzini, il quale, con il suo spiritualismo e il suo senso di sacrificio per un ideale più grande, combatteva il materialismo e l’individualismo (antichi tarli d’italica memoria), rappresentati dall’«uomo del Guicciardini». Lo stesso Mazzini che aveva intuito – come argomenta splendidamente Gentile – che «una nazione non è un’esistenza naturale, ma una realtà morale. Nessuno la trova perciò dalla nascita, ognuno deve lavorare a crearla. Un popolo è nazione non in quanto ha una storia, che sia il suo passato materialmente accertato, ma in quanto sente la sua storia, e se l’appropria con viva coscienza come la sua medesima personalità; quella personalità, alla cui edificazione gli tocca di lavorare giorno per giorno, sempre; che perciò non può dir mai di possedere già, o che esista come in natura esiste il sole o il monte o il mare; ma è piuttosto prodotto di volontà attiva che s’indirizza costantemente al proprio ideale; e perciò si dice libera. […] Questo l’alto concetto mazziniano della nazione, che poté infatti riscuotere il sentimento nazionale degl’italiani, e porre il nostro problema nazionale come problema di educazione e di rivoluzione: di quella rivoluzione, senza la quale neanche Cavour sarebbe stato in grado di fare l’Italia. […] La nazione sì, veramente, non è geografia e non è storia: è programma, è missione. E perciò è sacrificio. E non è, né sarà mai un fatto compiuto» [i corsivi sono miei].

Al contrario, dopo il 25 luglio e l’8 settembre del ’43, con il tradimento della Monarchia, è lo stesso Mussolini, già dal suo primo discorso di Radio Monaco, a richiamarsi al patriota genovese: «Quanto alle tradizioni [nazionali] ce ne sono più di repubblicane che di monarchiche. Più che dai monarchici, la libertà e l’indipendenza dell’Italia furono volute dalla corrente repubblicana e dal suo più puro e grande apostolo Giuseppe Mazzini». E più tardi, con ancor maggior veemenza: «La storia del Risorgimento deve ancora essere fatta: bisogna creare una sintesi tra la storia così come è stata manipolata dai monarchici, i quali ipotecarono il Risorgimento, e la versione dei repubblicani. Bisogna stabilire quale fu l’apporto del popolo e quale quello della Monarchia; che cosa diede la rivoluzione e quel che diede la diplomazia». 

È infatti nei 600 giorni della Repubblica Sociale Italiana che gli appelli al Risorgimento repubblicano e socialista si fanno sempre più intensi e costanti: Mazzini, Garibaldi, Mameli, Pisacane, ecc. – i simboli del Risorgimento «sconfitto» – assurgono ora a numi tutelari di Salò.

Ma il destino dell’Italia era ormai segnato, la sconfitta incombeva ineluttabile. E mentre il Fascismo repubblicano veniva schiacciato dalle bombe degli Alleati e l’ultimo lembo d’Italia libera veniva calpestato dai cingolati dei «liberatori», gli insegnamenti e le speranze dei «profeti del Risorgimento» venivano invece traditi nell’orgia di sangue della guerra civile. Chi sognò, si batté e morì per l’unità nazionale, morale prima ancora che geografica, vedeva ora la terra tanto amata dilaniata dall’odio, dall’invidia e dalla cieca volontà di vendetta. Forse è proprio per questo che oggi c’è tanto imbarazzo nel celebrare il 150° anniversario dell’Unità: perché uno Stato a sovranità limitata, preda dei rapaci oligarchi dell’«antinazione», diviso dai rancori ideologici e privo degli ideali virili di libertà e grandezza, impallidirebbe di fronte alla monumentalità di un Mazzini, di un Garibaldi, di un Pisacane. È la vergogna che prova quest’italietta di papponi e saltimbanchi per la propria miseria morale, è il sentirsi indegna di chi, nella solitudine dell’esilio o con la baionetta in canna, aveva capito che «si può dare anche la vita per vivere». Per vivere veramente…


Condividi

venerdì 1 maggio 2009

Risorgimento e Fascismo


Risorgimento italiano
. Una pagina fondamentale della nostra storia, che ancora oggi presenta molti lati oscuri non mancando di suscitare polemiche e dibattiti. C’è chi difende l’operato dei Savoia e chi, al contrario, ne contesta aspramente la legittimità, difendendo a spada tratta il Sud martoriato.
Se pur è vero che al meridione i piemontesi si macchiarono di crimini e atrocità (basti pensare alla legge Pica, che permetteva di giustiziare un “brigante” sulla base del semplice sospetto), comportandosi spesso come veri e propri colonialisti, la chiave di lettura più saggia deve rintracciare le spinte ideali che infiammarono quel periodo per trarne gli spunti ancor oggi attuali.

A fronte di una casa Savoia ingorda, miope e manovrata dalla Francia e dalla Massoneria inglese c’è un Risorgimento-movimento (traendo spunto da De Felice) costituito dalla spontanea rivolta popolare. E queste istanze realmente rivoluzionarie sono incarnate da Luciano Manara, Goffredo Mameli, Giuseppe Mazzini, la Giovine Italia, le Camicie Rosse e la Repubblica Romana, dall'eroismo delle rivolte di Brescia, Venezia e Milano.
Al di là delle diverse reazioni (e dei diversi progetti) che ogni regione italiana ebbe di fronte all’unificazione, sono questi esempi il cuore pulsante di un’avanguardia nella quale possiamo rintracciare tutte le caratteristiche di una Nazione degna di questo nome. Purtroppo fu sostanzialmente tradita dalle circostanze avverse, e dovrà aspettare il primo conflitto mondiale per trovare completa realizzazione.
Infatti la Prima Guerra Mondiale viene vissuta come Quarta Guerra dIndipendenza da tutti quei combattenti, intellettuali ed artisti che riprendono il “filo rosso” del processo rivoluzionario interrotto 60 anni prima. Vittorio Veneto è il simbolo del riscatto del popolo italiano. Il Risorgimento viene portato a termine dal figlio di questi eventi, il Fascismo, che ne raccoglie l’essenza più pura e si afferma prepotentemente “sanando” tutte le ferite ancora aperte della Nazione. Viene ridata dignità al Sud, nel nobile tentativo di “fare gli italiani”, senza distinzioni di classe ed ipocrisie. Viene riaffermata la leggittima vocazione mediterranea, che affonda le sue radici nel pensiero garibaldino e che fu ignominiosamente soffocata dall’Inghilterra. Proprio questo aspetto sarà uno dei fattori scatenanti il secondo conflitto mondiale.

Ma è soprattuto nei miti e nei simboli che si afferma la continuità: pochi giorni prima della Marcia su Roma, Benito Mussolini porta con sé l’ultimo garibaldino in vita, nel comizio di Piazza del Plebiscito a Napoli. Lo stesso Duce fonda qualche anno dopo il Museo del Risorgimento. Senza contare le affinità tra Carboneria e Squadrismo e soprattuto tra Repubblica Romana ed R.S.I.: Mazzini sarà l’asse portante della propaganda repubblicana impegnata nella strenua difesa dall’invasore alleato. Agli americani la strada viene spianata dal voltafaccia di quelle stesse entità che erano state all’origine del “Risorgimento tradito”: Trono e Altare. Il re e la Chiesa non perdono tempo nel passare al campo avverso, per la vittoria delle forze economiche che sin dalla Restaurazione avevano condizionato la vita dei popoli. In una parola: Il Capitalismo.
È questo il prezzo che il Regime paga per non aver saputo eliminare fino in fondo l’antinazione”, i potentati internazionalisti massonici e clericali. Come già Garibaldi e Mazzini, il Fascismo scende a compromessi allevandosi delle “serpi in seno” che gli saranno esiziali.

Dalla fine della guerra ad oggi è proprio al trionfo di suddette forze che abbiamo assistito, anche se si cominciano ad avvertire i primi scricchiolii (la crisi economica ne è l’aspetto più evidente).
Nasce proprio dall’esigenza di affrontare nuove sfide e nuove crisi (che come abbiamo più volte ricordato significa “pericolo” e “opportunità” al tempo stesso) il bisogno di capire la storia al di là delle letture a senso unico. La cui matrice è spesso la “teologia illuminista” che Francesco Mancinelli ha mirabilmente descritto: «continuatrice sottile ed incosciente di quel monoteismo biblico che avrebbe voluto azzerare».

Il Risorgimento non dev’essere più questione di tifoserie inferocite, ma terreno di feconda Sintesi, sull’esempio dell’esperienza mussoliniana. Risulta così più che mai utile unire il prezioso lavoro di studiosi come Paolo Zanetov e Valentino Romano, che ci aprono gli occhi sul dolore del Sud, sul complesso fenomeno del brigantaggio e su figure luminose come José Borjès, a quello del succitato Francesco Mancinelli e di Gabriele Adinolfi. Due pensatori meta-politici fondamentali per capire le anime rivoluzionarie del periodo in esame, colte nella loro reale essenza. Tra di esse, spicca l’eroismo della Repubblica Romana, impareggiabile per consenso e valore culturale, oltre che esempio di pura italianità. Non è un caso che fu stroncata dall’esercito francese (con generali massoni), su richiesta del Papa Pio IX (!), rovesciando nei fatti la vulgata che la descrive come mera entità massonica. Anche su Garibaldi sono stati fatti tentativi denigratori, tesi a disconoscere il suo valore di uomo d’armi tacciandolo di viltà. È lo stesso meccanismo subdolo messo in atto con Che Guevara – come descrive ancora Adinolfi – che non deve resistere davanti alla forza del mito, irrorato dalla verità (basti menzionare la battaglia di Bezzecca del 12 Luglio 1866, momento di inarrivabile coraggio dei volontari garibaldini).

Sgombrato il campo dagli equivoci, possiamo ora approcciarci più serenamente alle vicende di quegli anni lontani, i cui strascichi polemici non mancheranno di animare nuovi dibattiti. Il tutto senza perdere la centralità del valore unitario della nostra Patria, ricordandosi che «non esistono questioni meridionali o settentrionali, ma questioni nazionali».

Condividi

lunedì 15 dicembre 2008

"Fight Club" 150 anni prima: la Scapigliatura

Articolo di Francesco Polacchi, responsabile del Blocco Studentesco, apparso su L'Occidentale (ottobre 2008).


Irriverenti, anticonformisti, dissacranti.

Amano l’arte nelle sue più variegate espressioni, scrutano il mondo da lontano con un ghigno che trasmette amarezza e disillusione per i repentini cambiamenti sociali e non, avvenuti in un periodo così breve da non riuscire a starne al passo. È giunta l’unità d’Italia, è in atto quell’insieme di iniziative economiche private e statali che prende il nome di rivoluzione industriale con tutte le sue conseguenze. L’uomo vive un’alienazione profonda dalla vita e dal lavoro, è sempre più schiavo delle macchine, del denaro e del mercantilismo. Sono questi i nuovi padroni. Sono questi i nuovi princìpi cui guardare. La borghesia è ormai la classe sociale che più governa i ritmi sociali, l’organizzazione del nuovo stato e lo scheletro economico non solo italiano ma mondiale.

Il Risorgimento è un vecchio ricordo, un sogno non ancora terminato ma derubato da una monarchia impopolare e retrograda. L’artista è messo al bando, ghettizzato dal ruolo pedagogico e sociale che aveva avuto fino ad allora; è deriso, umiliato, è come un albatros che “esiliato sulla terra, fra scherni, camminare non può per le sue ali di gigante”. “Albatros” di Baudelaire è sicuramente una poesia-manifesto della frustrazione angosciosa che prova l’artista europeo della seconda metà dell’800. Sarà grande l’influenza dei poeti “maledetti” su un gruppo di amici milanesi che danno vita ad un movimento non codificato in scritti teorici ma coeso da un comune sentire di ripulsione e ribellione verso i princìpi del meccanicismo e del progresso che il mondo borghese sta trasformando in religione rivelata.

Nell’arte come nella vita, questi anomali personaggi fanno loro il mito di un’esistenza irregolare e dissipata come rifiuto radicale delle convenzioni correnti e delle norme morali. Sono gli Scapigliati. Alcolisti incalliti, musicisti, poeti, pittori, combattenti, giornalisti e politici: questo il volto rivoluzionario del nuovo genio artista. Cantano il bene e il male, il bello e l’orrendo, declamano virtù e vizi, raccontano sogni e realtà. È l’incertezza la protagonista della lacerazione interiore, l’angoscia pesa come un macigno sui loro indomiti spiriti. È palpabile un senso di smarrimento che porta al mistero o alla paura di non poter più raggiungere l’ideale, il mondo del fantastico. Allora si ergono a raccontare i fatti reali consunti di amarezza e di pietosa comprensione per chi non capisce, per esempio, cosa sia la ferrovia “… E tornando al miserrimo tetto,/ scorderan per quel dì la canzone,/ e nei sogni la strana visione/ tornerà nuovi enigmi a fischiar…”. Occhio attento, dunque, quello di Emilio Praga (in foto) che in “La strada ferrata” si pone da osservatore del mondo contadino, raccontando quali cambiamenti i treni abbiano portato, vagheggiando ironicamente alla celebrazione della fisica applicata anziché del canto della Bellezza! Questo è il trillo della delusione di un uomo in miseria distrutto dall’alcool suo compagno di viaggio; un antico Jack Kerouac, un anarchico integrale, insofferente alla morale, alla religione e alla retorica; sarà lui il primo a cantare la “morte di Dio” ossia di tutte quelle costruzioni razionali e formali che così come nella poesia anche nella storia del mondo hanno messo le catene all’uomo ormai incapace di travalicare i limiti dell’esistenza per assurgere alla vera conoscenza.
In “Preludio” tuona: “…Casto poeta che l’Italia adora,/ Vegliardo in sante visioni assorto,/ tu puoi morir!... degli antecristi è l’ora!/ Cristo è rimorto!/// O nemico lettor, canto la Noia, l’eredità del dubbio e dell’ignoto,/ il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia,/ il tuo cielo, e il tuo loto…” e ancora “… canto l’amore dei sette peccati…”. È dunque Praga l’anticipatore del pensiero di Nietzsche che in “Così parlò Zarathustra” annuncerà la morte di Dio per la nascita dello übermensch pronto a farsi carico del peso dell’umanità tutta. In questo pezzo si nota una profonda critica al “casto poeta”, Alessandro Manzoni, ritenuto vecchio, passatista, troppo religioso e incapace di saper leggere gli avvenimenti. La critica al Manzoni, padre letterario della rivincita nazionale contro l’oppressore straniero e che ebbe la grandezza di innalzarsi su un promontorio ideale ad osservare gli stravolgimenti e le innovazioni apportate da Napoleone in Europa, è una costante in tutti gli Scapigliati nonostante ci fosse quel comune sentire di attaccamento alla Patria.

Ecco dunque un'altra peculiarità della Scapigliatura, la lotta per la Patria.

Cletto Arrighi
(pseudonimo di Carlo Righetti), a cui si deve la paternità del termine “Scapigliatura”, partecipò alle Cinque Giornate di Milano nel 1848 e si arruolò come volontario alla II guerra d’indipendenza nel 1859. Vita disordinata la sua, sempre pronto a menar le mani per strada, in osteria o a seguir con entusiasmo le vicende nazionali. Acuto giornalista e attento analizzatore ci dà un grosso aiuto per capire il movimento: “Questa casta o classe – che sarà meglio detto – vero pandemonio del secolo; personificazione della follia che sta fuori dai manicomii; serbatoio del disordine, dell’imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti; - io l’ho chiamata appunto la Scapigliatura”, che però “…nell’ordine dell’universo attrae fra di loro le cose consimili.” A leggere la sua storia di poeta-combattente e romanziere impegnato ci sembra di vedere un eroe dei romanzi di D’annunzio in giovane età ancora combattuto tra una visione decadente completa e la rinascita di quello spirito latino dal quale si temprerà un nuovo ordine universale che sarà narrato nel suo capolavoro “Le vergini delle rocce”. Cletto Arrighi è dunque più simile a Giorgio Aurispa, protagonista de “Il trionfo della morte” che non a Claudio Cantelmo eroe de “Le vergini delle rocce”, in quanto nella tragicità comune della fine della vita di entrambi si nota la volontà di vivere autenticamente alla ricerca di valori profondi, non superficiali anche al costo di indagare nell’ombra.

Altri grandi esponenti furono scapigliati: i fratelli Boito, Giovanni Camerana e Igino Tarchetti tutti fantastici interpreti di quell’indagine nel macabro e ricerca del bello in una vita condotta sempre al limite avversa a qualsiasi moralismo. È questo atteggiamento disincantato che Arrigo Boito (in foto) immortala in “Dualismo” altra poesia manifesto affermando: “Son luce ed ombra; angelica/ farfalla o verme immondo,/ sono un caduto cherubo/ dannato a errar sul mondo,/ o un demone che sale,/ affaticando l’ale,/ verso un lontan ciel…”. Appare chiara la condizione spirituale di chiusura verso l’esterno e sconvolgimento personale.
Boito come Praga, Faccio e soprattutto Arrighi fu uomo comunque impegnato, non emarginato, bensì disprezzatore delle evoluzioni in atto, mai passatista e mai ricercatore di una vita tranquilla e bucolica; seguendo il vento della passione patriottica con Garibaldi nel 1866 nella III guerra d’indipendenza, viene eletto al senato italiano nel 1912 su posizioni anarchico-radicali.

La Scapigliatura rappresenta il fenomeno italico a un comune sentire europeo di crisi spirituale e di allontanamento dalla padronanza di se stessi di un uomo conquistato sempre più dal materialismo a cui contrapporgli un costante combattimento interiore che a volte sfocia nell’esoterismo. Sembrano tematiche alla “Fight Club” di Palanhiuk, solo che nascono quasi un secolo e mezzo prima rimanendo sconosciute ai più.

Condividi