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venerdì 1 maggio 2009

Risorgimento e Fascismo


Risorgimento italiano
. Una pagina fondamentale della nostra storia, che ancora oggi presenta molti lati oscuri non mancando di suscitare polemiche e dibattiti. C’è chi difende l’operato dei Savoia e chi, al contrario, ne contesta aspramente la legittimità, difendendo a spada tratta il Sud martoriato.
Se pur è vero che al meridione i piemontesi si macchiarono di crimini e atrocità (basti pensare alla legge Pica, che permetteva di giustiziare un “brigante” sulla base del semplice sospetto), comportandosi spesso come veri e propri colonialisti, la chiave di lettura più saggia deve rintracciare le spinte ideali che infiammarono quel periodo per trarne gli spunti ancor oggi attuali.

A fronte di una casa Savoia ingorda, miope e manovrata dalla Francia e dalla Massoneria inglese c’è un Risorgimento-movimento (traendo spunto da De Felice) costituito dalla spontanea rivolta popolare. E queste istanze realmente rivoluzionarie sono incarnate da Luciano Manara, Goffredo Mameli, Giuseppe Mazzini, la Giovine Italia, le Camicie Rosse e la Repubblica Romana, dall'eroismo delle rivolte di Brescia, Venezia e Milano.
Al di là delle diverse reazioni (e dei diversi progetti) che ogni regione italiana ebbe di fronte all’unificazione, sono questi esempi il cuore pulsante di un’avanguardia nella quale possiamo rintracciare tutte le caratteristiche di una Nazione degna di questo nome. Purtroppo fu sostanzialmente tradita dalle circostanze avverse, e dovrà aspettare il primo conflitto mondiale per trovare completa realizzazione.
Infatti la Prima Guerra Mondiale viene vissuta come Quarta Guerra d’Indipendenza da tutti quei combattenti, intellettuali ed artisti che riprendono il “filo rosso” del processo rivoluzionario interrotto 60 anni prima. Vittorio Veneto è il simbolo del riscatto del popolo italiano. Il Risorgimento viene portato a termine dal figlio di questi eventi, il Fascismo, che ne raccoglie l’essenza più pura e si afferma prepotentemente “sanando” tutte le ferite ancora aperte della Nazione. Viene ridata dignità al Sud, nel nobile tentativo di “fare gli italiani”, senza distinzioni di classe ed ipocrisie. Viene riaffermata la leggittima vocazione mediterranea, che affonda le sue radici nel pensiero garibaldino e che fu ignominiosamente soffocata dall’Inghilterra. Proprio questo aspetto sarà uno dei fattori scatenanti il secondo conflitto mondiale.

Ma è soprattuto nei miti e nei simboli che si afferma la continuità: pochi giorni prima della Marcia su Roma, Benito Mussolini porta con sé l’ultimo garibaldino in vita, nel comizio di Piazza del Plebiscito a Napoli. Lo stesso Duce fonda qualche anno dopo il Museo del Risorgimento. Senza contare le affinità tra Carboneria e Squadrismo e soprattuto tra Repubblica Romana ed R.S.I.: Mazzini sarà l’asse portante della propaganda repubblicana impegnata nella strenua difesa dall’invasore alleato. Agli americani la strada viene spianata dal voltafaccia di quelle stesse entità che erano state all’origine del “Risorgimento tradito”: Trono e Altare. Il re e la Chiesa non perdono tempo nel passare al campo avverso, per la vittoria delle forze economiche che sin dalla Restaurazione avevano condizionato la vita dei popoli. In una parola: Il Capitalismo.
È questo il prezzo che il Regime paga per non aver saputo eliminare fino in fondo l’“antinazione”, i potentati internazionalisti massonici e clericali. Come già Garibaldi e Mazzini, il Fascismo scende a compromessi allevandosi delle “serpi in seno” che gli saranno esiziali.

Dalla fine della guerra ad oggi è proprio al trionfo di suddette forze che abbiamo assistito, anche se si cominciano ad avvertire i primi scricchiolii (la crisi economica ne è l’aspetto più evidente).
Nasce proprio dall’esigenza di affrontare nuove sfide e nuove crisi (che come abbiamo più volte ricordato significa “pericolo” e “opportunità” al tempo stesso) il bisogno di capire la storia al di là delle letture a senso unico. La cui matrice è spesso la “teologia illuminista” che Francesco Mancinelli ha mirabilmente descritto: «continuatrice sottile ed incosciente di quel monoteismo biblico che avrebbe voluto azzerare».

Il Risorgimento non dev’essere più questione di tifoserie inferocite, ma terreno di feconda Sintesi, sull’esempio dell’esperienza mussoliniana. Risulta così più che mai utile unire il prezioso lavoro di studiosi come Paolo Zanetov e Valentino Romano, che ci aprono gli occhi sul dolore del Sud, sul complesso fenomeno del brigantaggio e su figure luminose come José Borjès, a quello del succitato Francesco Mancinelli e di Gabriele Adinolfi. Due pensatori meta-politici fondamentali per capire le anime rivoluzionarie del periodo in esame, colte nella loro reale essenza. Tra di esse, spicca l’eroismo della Repubblica Romana, impareggiabile per consenso e valore culturale, oltre che esempio di pura italianità. Non è un caso che fu stroncata dall’esercito francese (con generali massoni), su richiesta del Papa Pio IX (!), rovesciando nei fatti la vulgata che la descrive come mera entità massonica. Anche su Garibaldi sono stati fatti tentativi denigratori, tesi a disconoscere il suo valore di uomo d’armi tacciandolo di viltà. È lo stesso meccanismo subdolo messo in atto con Che Guevara – come descrive ancora Adinolfi – che non deve resistere davanti alla forza del mito, irrorato dalla verità (basti menzionare la battaglia di Bezzecca del 12 Luglio 1866, momento di inarrivabile coraggio dei volontari garibaldini).

Sgombrato il campo dagli equivoci, possiamo ora approcciarci più serenamente alle vicende di quegli anni lontani, i cui strascichi polemici non mancheranno di animare nuovi dibattiti. Il tutto senza perdere la centralità del valore unitario della nostra Patria, ricordandosi che «non esistono questioni meridionali o settentrionali, ma questioni nazionali».

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martedì 24 marzo 2009

Democrazia: il problema (Alain de Benoist)

«Non tutti, oggi, sono democratici, ma tutti pretendono di esserlo...»

(Alain de Benoist, Democrazia: il problema, 1985)


Alain de Benoist (in foto), scrittore francese quanto mai interessante, fu tra gli animatori negli anni ‘70 del movimento culturale Nouvelle Droite (Nuova Destra). Tra le sue opere spicca Democrazia: il problema (1985), sintetica ma attenta disamina dell’evoluzione del concetto di “democrazia”.
In tale opera l’autore ci fornisce una visione completa della democrazia, analizzando come il “fenomeno” abbia mutato forma e sostanza nel tempo fino a proporre un’idea di democrazia “organica” che – a detta sua – sarebbe oggigiorno più “efficace”. Il tutto arricchito da citazioni tratte dal pensiero di autorevoli personalità che vanno da Aristotele a Carl Schmitt, passando per Montesquieu, Sartori, Tocqueville, Michels e tanti altri.

Erroneamente, c’è chi crede la democrazia un “prodotto moderno”. Così non è. Fino al XIX secolo il concetto di democrazia non trovò grossa eco in Europa. De Benoist ci suggerisce allora di volgere lo sguardo in Grecia per studiare la “vera” democrazia; una democrazia diretta (tutti i cittadini potevano prender parte all’ekklesìa o assemblea, vero organo decisionale) dove «il popolo governava, invece di eleggere gli uomini incaricati di governarlo».

La democrazia è concepita non in rapporto all’individuo, ma alla comunità organizzata, alla città (pòlis). Caratteristica principale della sua esistenza è perciò il concetto di cittadinanza, dove cittadino (polìtes) è chi appartiene a una patria, cioè a una terra e ad un passato.

Anche per il concetto di “libertà” vale la stessa premessa: per il Greco è l’appartenenza a conferire la libertà, essere libero significa avere il diritto di poter partecipare alla vita politica, alla vita della città dunque. Ebbene se la democrazia è inscindibilmente legata al concetto di libertà, e questo è legato a sua volta al concetto di appartenenza a una comunità (cittadinanza quindi), ne risulta che in una città di uomini liberi, l’interesse particolare non può che sottostare all’interesse generale, cioè quello della comunità/città.

Proseguendo nella sua analisi, de Benoist passa in rassegna le critiche che più spesso si muovono oggi contro la moderna democrazia.

Una di queste critiche è quella che vede il “regno dei partiti” attentatore all’unità nazionale. Portando avanti ognuno i propri interessi, sempre divergenti, il gioco politico perde di vista l’interesse generale creando uno stato di “endemica guerra civile”.

La democrazia non è poi legata “naturalmente” al concetto di libertà. Sono stati molti i regimi democratici oppressivi e terroristici (si pensi al genocidio vandeano, o alle “democrazie popolari” dell’Europa dell’Est fino al 1989...).

Altra critica è mossa verso chi confonde la democrazia con il liberalismo. Una loro congiunzione, essendo la prima fondata sul concetto di “potere del popolo” e il secondo sui diritti dell’individuo scaturiti da una “naturale” condizione di eguaglianza, appare quanto mai complicata. Nello stato democratico è il popolo ad essere sovrano. Altra cosa avviene nello stato liberale dove sovrano diventa il numero.

Proseguendo, l’autore sposta l’attenzione sul concetto di pluralismo e sovranità popolare.

Le moderne democrazie rappresentative vedono nel pluralismo un connotato fondante la democrazia stessa. In altri termini o la moderna democrazia rappresentativa riconosce il pluralismo o non è. Tuttavia riconoscere il pluralismo significa difendere anche quelle “arene” politico-sociali non propriamente democratiche e/o spesso avverse al regime stesso. Posta così la questione, il pluralismo rischia di essere un fattore “disgregante” per la democrazia, più che istitutivo.

Sulla sovranità popolare (espressione democratica per antonomasia...) e sul principio di maggioranza che le è proprio, resta da indicare significato e portata da attribuire a tale principio. Esso può considerarsi allora come un dogma o come una tecnica. Se la osserviamo nell’accezione dogma, è allora la quantità che risulta essere l’extrema ratio; è il numero che fa nuovamente da “sovrano”.
Se la consideriamo come tecnica, e assodiamo che il regime liberale vede ogni forma di dominio antidemocratica, è il riconoscimento dei diritti alla minoranza (opposizione) che garantisce il buon funzionamento democratico. Ma riconoscere tali diritti significa riconoscere il pluralismo e tutti i rischi ad esso connessi, non ultimo quello di disgregazione della nozione di popolo, base della democrazia stessa.

Il IV capitolo del libro è dedicato a (ed intitolato) “la crisi della democrazia”.

Le moderne democrazie occidentali assumono la forma, per dirla con Dahl, di poliarchie elettive in quanto il popolo delega a chi elegge la «cura di far passare nella realtà le sue decisioni». Il rappresentante, però, delegherà a sua volta parte del compito a collaboratori, funzionari, esperti, e via dicendo. Inoltre il potere politico non è il solo potere esistente nella società (si pensi ad istanze economiche, al potere dei media, ad altre istituzioni culturali, ecc.). I partiti rendono ancor più caotico il contesto: essendo organizzati internamente secondo logiche oligarchiche (R. Michels), essi «pretendono di difendere l’interesse comune, ma difendono in realtà la propria potenza. Contrapposti gli uni agli altri, sono tutti d’accordo per mantenere il regime dei partiti».
L’elettore, che dovrebbe essere il “protagonista” del regime democratico, fa in realtà la parte della “comparsa”; si aggiunga poi che tanto è più alto il numero dell’elettorato, tanto più l’importanza del singolo voto si marginalizza: se votano 40 milioni di persone, il voto del singolo non è che la 40 milionesima parte della volontà generale. Questa demoralizzante condizione dell’elettore è aggravata dal fatto che la volontà popolare non è mai auto-determinata, ma quasi sempre “fabbricata” da tecniche di condizionamento dell’opinione ad opera degli organi di informazione. «Pubblicità e marketing hanno raccolto il testimone della propaganda. Nessun dispotismo era fino ad oggi riuscito a far accettare così passivamente una simile Gleichschaltung (messa al passo)».

La limitata durata del mandato non può che aggravare la situazione. I programmi politici dei candidati tenderanno infatti a concentrarsi su politiche che mirano al breve termine. Puntando tutto sulla “seduzione” per poter raccogliere il più alto numero di voti possibile, i programmi elettorali saranno scarni, a scarsissimo carattere ideologico e per lo più standardizzati; lasciando l’elettore con la sensazione che «tutti gli uomini politici dicono le stesse cose».

Per finire, Alain de Benoist ci indica la direzione “verso una democrazia organica”. Sapendo già da Aristotele che una democrazia non può esistere in Stati con troppe persone, sembrerebbe impossibile proporre tale regime in un contesto come quello contemporaneo. Eppure la nostra società si compone di una moltitudine di comunità (regioni, comuni, municipi, ecc.). È qui che la democrazia può trovare espressione nella sua forma più “pura” ed originaria: quella diretta.

Altra forma di espressione diretta è il plebiscito (oggi referendum). Essendo la democrazia fondata sul concetto di partecipazione, quale mezzo migliore dell’iniziativa popolare per far sentire la collettività realmente partecipe?

Per partecipare, poi, è indispensabile riconoscersi nel contesto in cui la partecipazione avviene; da qui risulta indispensabile riprendere il concetto greco di cittadinanza, dove l’interesse comune non sottostà a quello individuale, ma, al contrario, l’individuo assume coscienza di sé proprio perché appartenente a una collettività.
In una siffatta società, dove l’idea di patria assumerebbe un’importanza centrale, è il sentimento di fratellanza che diventa fondamento non solo della solidarietà, ma anche della giustizia sociale, del patriottismo e della partecipazione democratica.

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martedì 25 novembre 2008

Tornare ad essere veri uomini, veri guerrieri



Yukio Mishima (14 gennaio 1925 – 25 novembre 1970) era uno scrittore e drammaturgo giapponese di fama mondiale. Al suo innegabile talento letterario seppe unire un “vivere inimitabile” fatto di anticorformismo, culto del corpo e spirito guerriero, oltre che sconfinato amore per la Patria.
38 anni fa compì il suicidio rituale (seppuku) dopo aver occupato (con quattro membri dell’Associazione degli Scudi, il suo gruppo paramilitare) simbolicamente il Ministero della Difesa. Fu uno spettacolare ed estremo gesto di ribellione davanti ad un paese schiavo dell’America e svuotato di ogni Tradizione, senza più alcuna dignità (qualcosa che anche noi conosciamo bene...).

Qualche mese prima di morire scrisse parole profetiche, sia riguardo al suo destino che a quello della sua nazione:

«Aver vissuto tranquillamente in questi venticinque anni di democrazia, traendone vantaggi nonostante la mia disapprovazione, ferisce da lungo tempo il mio animo (...) il Giappone è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che ciò sia tollerabile, io non intendo parlare»


Ecco le ultime parole del Samurai, che ancora risuonano nell’edificio militare dove si tolse la vita:

«(...) insorgeremo insieme ed insieme moriremo per l’onore. Ma prima di morire ridoneremo al Giappone il suo autentico volto.
Avete tanto cara la vita da sacrificarle l’esistenza dello spirito? Che sorta di esercito è mai questo, che non concepisce valore più nobile della vita? Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà, non è la democrazia. È il Giappone. Il paese della nostra amata storia, delle nostre Tradizioni: il Giappone.
Non c’è nessuno tra di voi disposto a morire per scagliarsi contro la Costituzione che ha disossato la nostra Patria? Se esiste, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso questa azione nell’ardente speranza che voi tutti, a cui è stato donato un animo purissimo, possiate tornare ad essere veri uomini, veri guerrieri»

La morte è l’ultima delle sue opere, l’estremo tentativo di unire arte e vita.
Una vita che Mishima aveva saputo Tendere come un Arco.


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lunedì 10 novembre 2008

"Democrazia, il problema". Recensione del libro di A. de Benoist

"Non tutti, oggi, sono democratici, ma tutti pretendono di esserlo...". E' con questa frase che A. de Benoist, nel suo libro "Democrazia - il problema" inizia a trattare tale regime.

In questo saggio, l'autore ci fornisce una visione completa della democrazia, analizzando come il "fenomeno" abbia mutato forma e sostanza nel tempo fino a proporre un'idea di democrazia "organica" che, a detta sua, sarebbe oggigiorno più "efficace". Il tutto arricchito da citazioni tratte dal pensiero di autorevoli personalità cha vanno da Aristotele a Carl Schmitt, passando per Montesquieu, Sartori, Tocqueville, Michels e tanti altri...

Erroneamente, c'è chi crede la democrazia un "prodotto moderno". Così non è. Fino al XIX secolo il concetto di democrazia non trovò grossa eco in Europa. De Benoist ci suggerisce allora di volgere lo sguardo in Grecia per studiare la "vera" democrazia; una democrazia diretta (tutti i cittadini potevano prender parte all' ekklesia o assemblea, vero organo decisionale) dove "Il popolo governava, invece di eleggere gli uomini incaricati di governarlo".

La democrazia è concepita non in rapporto all'individuo, ma alla comunità organizzata, alla città. Caratteristica principale della sua esistenza è perciò il concetto di cittadinanza, dove cittadino (polites) è chi appartiene a una patria, cioè a una terra e ad un passato.

Anche per il concetto di "libertà" vale la stessa premessa: per il Greco è l'appartenenza a conferire la libertà, essere libero significa avere il diritto di poter partecipare alla vita politica, alla vita della città dunque. Ebbene se la democrazia è inscindibilmente legata al concetto di libertà, e questo è legato a sua volta al concetto di appartenenza a una comunità (cittadinanza quindi), ne risulta che in una città di uomini liberi, l'interesse particolare non può che sottostare all'interesse generale, cioè quello della comunità/città.

Proseguendo nella sua analisi, de Benoist passa in rassegna le critiche che più spesso si muovono oggi contro la moderna democrazia.

Una di queste critiche è quella che vede il "regno dei partiti" attentatore all'unità nazionale. Portando avanti ognuno i propri interessi, sempre divergenti, il gioco politico perde di vista l'interesse generale creando uno stato di "endemica guerra civile".

La democrazia non è poi legata "naturalmente" al concetto di libertà. Sono stati molti i regimi democratici oppressivi e terroristi (si pensi al genocidio vandeano, o alle "democrazie popolari" dell'est-Europa fino al 1989...).

Altra critica è mossa verso chi confonde la democrazia con il liberalismo. Una loro congiunzione, essendo la prima fondata sul concetto di "potere del popolo" e il secondo sui diritti dell'individuo scaturiti da una "naturale" condizione di eguaglianza, appare quantomai complicata. Nello stato democratico è il popolo ad essere sovrano. Altra cosa avviene nello stato liberale dove sovrano diventa il numero.

Proseguendo, l'autore sposta l'attenzione sul concetto di pluralismo e sovranità popolare.

Le moderne democrazie rappresentative vedono nel pluralismo un connotato fondante la democrazia stessa. In altri termini o la moderna democrazia rappresentativa riconosce il pluralismo o non è. Tuttavia riconoscere il pluralismo significa difendere anche quelle "arene" politico-sociali non propriamente democratiche e/o spesso avverse al regime stesso. Posta così, il pluralismo rischia di essere un fattore "disgregante" per la democrazia, più che istitutivo.

Sulla sovranità popolare (espressione democratica per antonomasia...) e sul principio di maggioranza che le è proprio, resta da indicare significato e portata da attribuire a tale principio. Esso può considerarsi allora come un dogma o come una tecnica. Se la osserviamo nell'accezione dogma, è allora la quantità che risulta essere l' extrema ratio; è il numero che fa nuovamente da "sovrano".
Se la consideriamo come tecnica, e assodiamo che il regime liberale vede ogni forma di dominio antidemocratica, è il riconoscimento dei diritti alla minoranza (opposizione) che garantisce il buon funzionamento democratico. Ma riconoscere tali diritti significa riconoscere il pluralismo e tutti i rischi ad esso connessi, non ultimo quello di disgregazione della nozione di popolo, base della democrazia stessa.

Il IV capitolo del libro è dedicato a (ed intitolato) "la crisi della democrazia".

Le moderne democrazie occidentali assumono la forma, per dirla con Dahl, di poliarchie elettive in quanto il popolo delega a chi elegge la "cura di far passare nella realtà le sue decisioni". Il rappresentante, però, delegherà a sua volta parte del compito a collaboratori, funzionari, esperti, e via dicendo. Inoltre il potere politico non è il solo potere esistente nella società (si pensi ad istanze economiche, al potere dei media, ad altre istituzioni culturali, ecc.). I partiti rendono ancor più caotico il contesto: essendo organizzati internamente secondo logiche oligarchiche (R. Michels), essi "pretendono di difendere l'interesse comune, ma difendono in realtà la propria potenza. Contrapposti gli uni agli altri, sono tutti d'accordo per mantenere il regime dei partiti".

L'elettore, che dovrebbe essere il "protagonista" del regime democratico, fa in realtà la parte della "comparsa"; si aggiunga poi che tanto è più alto il numero dell'elettorato, tanto più l'importanza del singolo voto si marginalizza: se votano 40 milioni di persone, il voto del singolo non è che la 40 milionesima parte della volontà generale. Questa demoralizzante condizione dell'elettore è aggravata dal fatto che la volontà popolare non è mai autodeterminata, ma quasi sempre "fabbricata" da tecniche di condizionamento dell'opinione ad opera degli organi di informazione. "Pubblicità e marketing hanno raccolto il testimone della propaganda. Nessun dispotismo era fino ad oggi riuscito a far accettare così passivamente una simile Gleichschaltung (messa al passo)".

La limitata durata del mandato non può che aggravare la situazione. I programmi politici dei candidati tenderanno infatti a concentrarsi su politiche che mirano al breve termine. Puntando tutto sulla "seduzione" per poter raccogliere il più alto numero di voti possibile, i programmi elettorali saranno scarni, a scarsissimo carattere ideologico e per lo più standardizzati; lasciando l'elettore con la sensazione che "tutti gli uomini politici dicono le stesse cose".

Per finifre, Alain de Benoist ci indica la direzione "verso una democrazia organica". Sapendo già da Aristotele che una democrazia non può esistere in stati con troppe persone, sembrerebbe impossibile proporre tale regime in un contesto come quello contemporaneo. Eppure la nostra società si compone di una multitudine di comunità (regioni, comuni, municipi, ecc.). E' qui che la democrazia può trovare espressione nella sua forma più "pura" ed originaria: quella diretta.

Altra forma di espressione diretta è il plebiscito (oggi referendum). Essendo la democrazia fondata sul concetto di partecipazione, quale mezzo migliore dell'iniziativa popolare per far sentire la collettività realmente partecipe?

Per partecipare, poi, è indispensabile riconoscersi nel contesto in cui la partecipazione avviene; da quì risulta indispensabile riprendere il concetto greco di cittadinanza, dove l'interesse comune non sottostà a quello individuale, ma, al contrario, l'individuo assume coscienza di sé proprio perchè appartenente a una collettività.
In una siffatta società, dove l'idea di patria assumerebbe un'importanza centrale, è il sentimento di fratellanza che diventa fondamento non solo della solidarietà, ma anche della giustizia sociale, del patriottismo e della partecipazione democratica.

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venerdì 31 ottobre 2008

Recensione: "A destra di Porto Alegre, perché la Destra è più no-gobal della sinistra" di M.Fraquelli

Pronunciare al giorno d'oggi la parola antiglobalizzazione fa subito venire in mente la sinistra radicale e il cosidetto fenomeno "no-global". Niente di più sbagliato.

L'autore di questa interessantissima opera sottolinea come questo movimento accetti invece tutte le implicazioni omologatrici della globalizzazione, esclusa quella economica (ma di fatto non scindibile) al contrario della Destra (intesa in senso tradizionale, non certo l'AN filo-atlantista di oggi). Quest'ultima, nella sua plurisecolare storia, ha espresso valori come l'identità, la patria, la comunità, la specificità e il senso della gerarchia: tutti intrinsecamente antagonisti a qualsivoglia visione uniformante.
Partendo dagli inizi del XX secolo, Fraquelli ripercorre tutte le idee e i movimenti "Destri" fautori di istanze antiglobali. Le prime tesi di questo tipo erano legate all'idea del cosiddetto "complotto ebraico": oscure trame del popolo di Sion per destabilizzare le nazioni che lo ospitano, al fine del dominio mondiale. Da queste prime e "claudicanti" congetture si passa a personaggi più noti come Hitler, Evola e Mussolini in cui troviamo l'"armamentario classico" del pensiero anti-universalista (citando in ordine sparso): nazionalismo, gerarchia, tradizione, antisemitismo, lotta all'America, Terza Via, vicinanza al mondo musulmano ecc... tutte istanze raccolte da associazioni e partiti antiglobali nati dalle ceneri della sconfitta dei Fascismi.

Tra questi, la rivista "Orion" (fondata da M.Murelli) assume posizioni originali proponendo l'unione degli ideali del "fascismo-movimento" (espressione coniata da De Felice) e di quelli del bolscevismo pre-regime, con un occhio di riguardo per il mondo islamico (soprattutto l'Iran di Khomeini). Il tutto per sconfiggere il mondialismo (ovvero la globalizzazione nel suo significato economico più profondo) e i suoi principali fautori: gli USA.

Proprio il capitalismo a stelle e strisce attraverso massoneria, multinazionali, banche e istituti finanziari alimenta "il Sistema per uccidere i popoli" distruggendone la storia e la cultura e riducendoli a meri aggregati di consumatori. Questa analisi viene espressa dal francese G. Faye che propone l'"Archeofuturismo" come soluzione: bisogna cioè riscoprire le proprie radici per difendersi, sapendo interpretare la modernità senza tuttavia dimenticare il passato (arrivando a "conciliare Evola e Marinetti"). Faye è stato uno dei fondatori della "Nouvelle droite" assieme ad A. De Benoist, altra figura capitale nella lotta all'America e alla globalizzazione. Oltre all'alta finanza egli accusa anche l'ideologia marxista dell'uguaglianza e quella dei diritti dell'uomo, che hanno spianato la strada ai disegni mondialisti del Sistema favorendo l'omologazione.


Altro movimento importante è quello del cosidetto "glocalismo" (animato in Italia da E. Zarelli e la sua Associazione EstOvest) fortemente radicato sui princìpi del valore della Vita e della Natura per la riscoperta della dimensione genuina, "Locale" dell'esistenza.


Tematiche simili, queste, a quelle dei Comunitari, fondati nella loro "corrente" di destra su antiliberalismo, anti-individualismo e forte senso della comunità (i "sensibili comuni" aristotelici) senza che questo comporti discriminazione. Anzi: solo una comuità con forte senso di appartenenza può accogliere facilmente nel proprio alveo individui estranei.

La "ricognizione" dell'autore ci porta poi ad incontrare figure come G. Adinolfi (figura di spicco della destra radicale, presente in Orion come in molte altre iniziative), Massimo Fini (l'autore antimoderno per eccellenza) e il noto medievista F. Cardini fino ai populisti "alla Haider", passando attraverso una galassia di esperienze poco note ma ricche di valore.

Fraquelli, pur dichiarando di non riconoscersi nell'ambiente analizzato, ci offre quindi un fondamentale contributo su un "mondo politico" misconosciuto quanto all'avanguardia e ricco di iniziativa, in cui non c'è più traccia di razzismo (tra l'altro invenzione illuminista...) ma di spirito critico e saldezza ideale.

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