martedì 10 marzo 2009

Democrazia. Anatomia di un falso



Introduzione


Alcuni termini, esprimenti concetti precisi e ascrivibili a una realtà storica e concreta, subiscono nel tempo non di rado variazioni e sfumature di significato che, talvolta, li snaturano e, sovente, li offrono a inevitabili fraintendimenti. Uno di questi è il termine “democrazia”, termine di cui tutti fanno uso, ma del quale pochissimi conoscono genesi, sviluppo e trasformazione. La demokratìa nasce, infatti, in un determinato periodo storico ad Atene, grazie alla riforma di Clìstene (nell’anno 508/7 a.C.), ed indica la costituzione di questa polis greca nei secoli V e IV a.C. – costituzione che subì in tale torno di tempo variazioni più o meno significative, ma che rimase sostanzialmente salda nella sua struttura fondamentale.

Una volta conclusasi l’esperienza storica della democrazia ateniese (l’unica, vera e autentica democrazia), il termine assunse un significato meta-storico e astratto – un Idealtypus, per dirla con Max Weber: ossia ognuno, rifacendosi a quella precisa realtà, con o senza una giusta cognizione, le diede le definizioni più disparate e le attribuì le qualità più variegate. Dai giacobini agli anglosassoni – i quali la intesero i primi in un modo e i secondi in un altro – per arrivare alle più moderne distinzioni tra democrazie “liberali” e democrazie “popolari” negli anni della Guerra Fredda, e attualmente tra democrazia “secondo libertà” e democrazia “secondo uguaglianza”, queste distinzioni creano oggi una tale confusione che l’elettore “democratico” si ritrova ineluttabilmente spaesato: egli sentirà, infatti, i politici nostrani accusarsi reciprocamente di essere poco o non abbastanza “democratici”, o li vedrà indignarsi poiché vi è – a loro dire – un «deficit di “democrazia”».

A questo punto vi chiederete: ma, allora!, si può sapere che diavolo è ‘sta “democrazia”?
Ebbene, l’AVGVSTO tenterà – per quanto in suo potere – di ripercorrere le tappe storiche del destino di questa parola tanto abusata quanto imbastardita, al fine di svelarne la vera natura, una volta che – attraverso questo ciclo di articoli – l’avremo liberata da tutta l’ipocrisia e l’ideologia che la celano dietro un alone di falsa retorica e sofistica menzogna.

Sarà allora necessario riprendere la democrazia allorché essa nacque, cioè nell’Atene di fine VI secolo a.C., in quel momento tanto decisivo e pregno di conseguenze per le sorti della Grecia, dell’Europa, dell’Occidente, del mondo intero.


La Democrazia Ateniese




«Non c’è bisogno che io parli più a lungo di questa costituzione [degli ateniesi] e di quella dei tebani, nelle quali tutte le cose sono gestite secondo il proprio capriccio da un volgo che, in un caso, si distingue per spigolosità e asprezza e, nell’altro, è stato educato nella violenza e nell’animosità»

(Polibio, Storie, VI 44,9)


Ad eccezione dello storico Erodoto, che però non era ateniese e poco la conobbe, tutto il pensiero politico degli antichi – su ogni livello – fu una incessante critica della democrazia: da Socrate a Platone, da Tucidide ad Aristotele, dallo pseudo-Senofonte a Polibio lo stesso termine “Democrazia” connota una forma negativa e degenerativa di governo. Demokratìa deriva infatti da dèmos (= popolo) e kràtos (= potere); ma kràtos in greco vuol dire anche «violenza», la «forza» in tutto il suo violento esplicarsi: la democrazia è, quindi, violenza (il celebre oratore Demostene invitava, ad esempio, a «bastonare» e a tacciare di «tradimento» tutti gli avversari politici anti-democratici). Il termine “democrazia” fu in effetti coniato dai nobili oligarchi insofferenti di fronte alla «prepotenza» del plèthos (massa popolare): così si esprime lo pseudo-Senofonte (o anonimo ateniese, da alcuni identificato in Crizia) nella sua Costituzione degli ateniesi, trattatello in forma dialogica, in cui il vecchio oligarca deplora la violenza e il disordine della «plebaglia» (poneròi), la quale reca danno ai «gentiluomini» (chrestòi o kalokagathòi), cioè i nobili.

Il nome che, invece, volle darsi la nascente costituzione di Clistene fu quello di isonomìa (= governo basato sulla “uguaglianza dei diritti”), a séguito della timocrazia soloniana (definita eunomìa, o “buongoverno”) e della “tirannide” di Pisìstrato e dei suoi discendenti.

Le riforme di Clistene, dunque, divisero la popolazione ateniese in 10 tribù (in luogo delle 4 precedenti), ognuna delle quali è ripartita e dislocata in 3 distretti territoriali (le “trittìe”), ossia area costiera, area interna e città. Ogni trittia, infine, comprende diversi “demi” (circa 139 in totale in Attica), cioè villaggi circondati da un’area agricola oppure quartieri urbani, vero fulcro della vita di comunità. Come è facile intendere, questa riorganizzazione aveva come conseguenza la “mescolanza” di membri delle diverse tribù, la convivenza di individui di diverso ceto e ostacolava decisamente il clientelismo a base territoriale praticato dalle grandi famiglie ateniesi: in definitiva, un sistema formalmente egualitario.

A livello più strettamente politico, le magistrature e gli organi di governo più importanti erano i seguenti:
- 10 Strateghi, uno per tribù, eletti dall’ekklesìa (assemblea popolare formata da tutti i cittadini): detengono il potere esecutivo e quello militare, sono le cariche-chiave dello Stato;
- Boulè, consiglio dei 500, composto da 50 membri per tribù eletti attraverso sorteggio, nel quale a turno durante l’anno, diviso in 10 sezioni, ogni tribù riveste la pritanìa o “presidenza”: il suo compito principale è l’elaborazione delle leggi da sottoporre all’assemblea (funzione probuleumatica);
- Ekklesìa, l’assemblea di tutti i cittadini: vota e approva le leggi sottopostegli dalla boulè;
- Eliea, tribunale del popolo, composto da 6000 cittadini, 600 per tribù, ripartiti in diversi tribunali attraverso un sorteggio che possiamo definire radicalmente “democratico”: il suo giudizio nelle faccende giuridiche è sovrano.

La strutturazione della costituzione è – come si può notare – estremamente egualitaria e permette formalmente a ogni cittadino di partecipare attivamente alla vita pubblica.

Non dobbiamo tuttavia lasciarci ingannare. È necessario, anzitutto, rilevare almeno due importanti elementi: 1) L’oratoria e la retorica erano strumenti indispensabili al fine di condizionare le decisioni dell’assemblea e – come abbiamo già illustrato in un precedente articolo – tali strumenti furono però esclusivo appannaggio delle classi abbienti, le uniche in grado di permettersi un’adeguata istruzione (che nella Grecia classica fu sempre privata). È proprio ad Atene che nascono la “demagogia” (da dèmos = popolo e àghein = condurre) e i demagoghi; 2) La “strategìa”, la carica nevralgica dello Stato, poteva essere rivestita unicamente dai membri della prima classe censitaria, ossia i più ricchi cioè – solitamente – i nobili; alle più alte cariche finanziarie potevano parimenti accedere solo gli appartenenti alle prime due classi. La vita politica ateniese fu infatti dominata da uomini illustri quali Aristide, Temistocle, Cimone, Pericle, Cleone, Nicia, Alcibiade e altri.

Risulta evidente che, sebbene il popolo fosse formalmente sovrano, a governare fu de facto un’élite politico-militare che, al contrario degli oligarchici radicali e più riottosi, accettò il sistema democratico e si propose per dirigerlo. E ciò a ulteriore dimostrazione del fatto che sono sempre le élites che detengono il potere reale e decisivo (vedi in proposito l’illuminante pensiero di Vilfredo Pareto in un nostro articolo).
Sulla natura del potere di Pericle (sotto in foto), infatti, il grande storico Tucidide scrive candidamente: «Vi era a parole la democrazia, ma nei fatti il governo del “principe”» (II 65,9). Il termine tucidideo è pròtos anèr (= primo cittadino), che non è affatto dissimile dalla figura del princeps che incarnò Ottaviano Augusto quattro secoli dopo.




E non poteva essere altrimenti, giacché, se la costituzione ateniese garantiva un accesso indifferenziato dei cittadini all’amministrazione della cosa pubblica, possiamo solo immaginare che sarebbe successo se non vi fossero stati i capaci statisti che abbiamo sopra elencato! Il concetto di competenza e la constatazione che essa fosse posseduta solo da pochi, infatti, rivestì un ruolo primario nelle critiche mosse alla democrazia sin dall’Antichità (con buona pace del sofista Protagora). Il succitato pseudo-Senofonte concludeva ironicamente che la democrazia, il «predominio della canaglia», proprio nel suo pessimo funzionamento, è un sistema a suo modo perfetto.

Ora dobbiamo però tornare un attimo indietro: democrazia = potere del popolo. Ma chi è il popolo (dèmos)? La risposta è semplice: tutti i cittadini (polìtai). Ma – e qui è la chiave di volta di tutta la questione – chi sono i cittadini? Ebbene, sono cittadini tutti i maschi adulti di condizione libera e figli di ateniesi: in altre parole sono esclusi dal diritto di cittadinanza donne, stranieri e schiavi. Se poi riflettiamo sul fatto che sul territorio di tutta l’Attica (la regione di Atene) il rapporto tra cittadini e schiavi è di 1 a 4, capiremo allora che la stragrande maggioranza dei residenti sotto il dominio ateniese è priva dei diritti civili. Insomma, non proprio un fulgido esempio di “democrazia”!
Se poi aggiungiamo ancora che la schiavitù fu asse portante della società nel mondo antico e, quindi, anche ad Atene, risulta impossibile far collimare il sistema democratico ateniese (l’unico autentico) con i princìpi che sono alla base del moderno concetto di “democrazia”.

L’istituzione del sistema democratico ad Atene comportò indubbiamente un allargamento del corpo cittadino in Attica, con la donazione della cittadinanza ai non possidenti, i quali, sino a quel momento, ne erano stati esclusi. Ma ciò fu fatto perché servivano soldati (nell’Antichità l’esercito rappresentò sempre un buon mezzo per ottenere la cittadinanza) e, in particolare, marinai. Atene divenne infatti la maggiore potenza navale tra i popoli greci e basò sulla forza della flotta il suo dominio sui mari, tramutato poi in un vasto impero marittimo. Non mancò, inoltre, di “esportare” la democrazia ai popoli assoggettati e sottoposti a pesanti tributi (un concetto che anche noi oggi conosciamo molto bene…).
Una volta che, a séguito delle conquiste, aumentarono gli individui che vivevano sotto l’impero, ad essi non fu tuttavia concessa la cittadinanza, in special modo a causa di quegli stessi non possidenti che da poco l’avevano acquisita, oramai gelosi dei privilegi che la cittadinanza stessa comportava e, quindi, contrari alla possibilità che anche altri ne beneficiassero.

La costituzione democratica ateniese si configura quindi, in ultima analisi, come una “oligarchia allargata”.

Ma ora, ribaltando il ragionamento, è proprio vero che la “nostra” democrazia è tanto dissimile dall’antica? Tracciando una croce su una scheda elettorale siamo davvero sicuri di essere sovrani? Oppure è vero anche per noi che a governare è un’oligarchia? E ancora: siamo sicuri di non praticare lo schiavismo? Faccio solo notare che gli immigrati utilizzati come comoda manodopera a basso costo non differiscono poi molto dagli schiavi antichi: manca loro solamente lo status giuridico. Parimenti si può dire dei “dipendenti” delle multinazionali che subiscono le peggiori angherie da parte dei nostri imprenditori “democratici”: la lunga distanza spaziale da queste realtà – o l’ignorarle volontariamente – rende forse la nostra democrazia più bella e meno terribile? (la prima legge del Fascismo in Abissinia fu invece l’abolizione della schiavitù. Vabbe’… altri uomini, altra storia, altro concetto di civiltà!). E infine: non ci siamo anche noi dati al più bieco imperialismo e alla “esportazione” della democrazia, che presuntuosamente riteniamo l’unica e retta via attraverso la quale sia possibile raggiungere la “civiltà”?

Lasciando tali questioni ai prossimi articoli, è importante soffermarsi in conclusione su questo paradosso: il modello di democrazia ateniese a cui guardiamo con riverenza e venerazione scopriamo, infine, che di “democratico” ha ben poco e che potrebbe non piacerci affatto; ma, al contempo, ravvisiamo inquietanti similitudini tra la democrazia antica e la nostra che ci lasciano profondamente turbati e interdetti.

Forse è proprio vero: abbiamo infine realizzato quel modello di autentica Democrazia che, ora, si manifesta a noi in tutta la sua crudezza e in tutti i suoi lati più oscuri e agghiaccianti.

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4 commenti:

  1. Complimenti, artcolo molto interessante.
    Per chi è interessato all'argomento consiglio il libro SUDDITI di Massimo Fini e FOGLI CONSAGUINEI di Buttafuoco

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  2. Complimenti, bellissimo articolo!
    Chiedo a voi il permesso di pubblicare alcuni dei vostri articoli in un gruppo su Facebook.

    http://www.facebook.com/group.php?gid=58048217464&ref=search&sid=1575885598.2569602686..1

    Have Imperator!

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  3. "Complimenti, bellissimo articolo!
    Chiedo a voi il permesso di pubblicare alcuni dei vostri articoli in un gruppo su Facebook.

    http://www.facebook.com/group.php?gid=58048217464&ref=search&sid=1575885598.2569602686..1

    Have Imperator!"


    Nessun problema. Basta mettere la fonte al nostro blog. A presto!

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  4. A me le attuali forme di governo non paiono vere democrazie, i rappresentanti sono anni luce lontani da chi li ha eletti. Per avere decisori veramente rappresentanti dei popolo essi potrebbero venire sorteggiati, come già facevano in parte ad Atene. È un'idea che mi attira sempre di più, tanto ho aperto un blog che parla della demarchia, la democrazia del sorteggio appunto. Secondo me varrebbe la pena provare a ripristinare questo strumento da millenni abbandonato.

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