Visualizzazione post con etichetta alain de benoist. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alain de benoist. Mostra tutti i post

martedì 16 giugno 2009

Il cantore del mito nuovo: Giorgio Locchi



… suonava così antico, eppure era così nuovo…

(Richard Wagner, I Maestri Cantori di Norimberga)


di Adriano Scianca (2005)


E per ultima venne la “globalizzazione”. In duemila anni di pensiero unico egualitario ci siamo sorbiti: “l’inevitabile” venuta dei tempi messianici, “l’inevitabile” avanzata del progresso tecnico, economico e morale, “l’inevitabile” avvento della società senza classi, “l’inevitabile” trionfo del dominio americano, “l’inevitabile” instaurazione della società multirazziale. Ed ora, appunto, è la “globalizzazione” ad imporsi come “inevitabile”. Il cammino è già tracciato, nulla possiamo contro il Senso della Storia. Certo, l’ingresso trionfale nell’Eden finale va continuamente procrastinato, giacché sempre emergono popoli impertinenti che non apprezzano gli hegelismi in salsa yankee di cui sopra. Ma prima o poi – ce lo dice Bush, ce lo dicono i pacifisti, ce lo dicono gli scienziati, i filosofi e i preti – la storia finirà. È sicuro. Sicuro?


Fine della storia?


È vero: la storia può effettivamente finire. È del tutto plausibile che nel futuro che ci aspetta si possa assistere al triste spettacolo dell’“ultimo uomo” che saltella invitto e trionfante. Ma questo è solo uno dei possibili esiti del divenire storico. L’altro, anch’esso sempre possibile, va nella direzione opposta, verso una rigenerazione della storia attraverso un nuovo mito. Parola di Giorgio Locchi. Romano, laureato in giurisprudenza, corrispondente da Parigi de “Il Tempo” per più di trent’anni, animatore della prima e più geniale Nouvelle Droite, fine conoscitore della filosofia tedesca, della musica classica, della nuova fisica, Locchi ha rappresentato una delle menti più brillanti ed originali del pensiero anti-egualitario successivo alla sconfitta militare europea del ‘45.

Molti giovani promesse del pensiero anticonformista degli anni ‘70 conservano ancora oggi il nitido ricordo delle visite da “Meister Locchi” presso la sua casa di Saint-Cloud, a Parigi, «casa dove molti giovani francesi, italiani e tedeschi si recavano più in pellegrinaggio che in visita; ma simulando indifferenza, nella speranza che Locchi […] fosse come Zarathustra dell’umore giusto per vaticinare anziché, come disgraziatamente faceva più spesso, parlare del tempo o del suo cane o di attualità irrilevanti»1. Le ragioni di una tale venerazione non possono sfuggire anche a chi l’autore romano lo abbia conosciuto solo tramite i suoi testi. Leggere Locchi, infatti, è un’“esperienza di verità”: aprendo il suo Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista – un «grande libro», «uno dei testi classici dell’ermeneutica wagneriana», come lo definisce Paolo Isotta sul… “Corriere della Sera”!2 – ci si trova di fronte al disvelamento (ἀλήθεια, a-letheia) di un sapere originale ed originario. Disvelamento che non può mai essere totale.

L’aristocratica prosa locchiana è infatti ermetica ed allusiva. Il lettore ne è conquistato, nel tentativo di sbirciare tra le righe e cogliere un sapere ulteriore che, se ne è certi, l’autore già possiede ma dispensa con parsimonia3. Ad aumentare il fascino dell’opera di Locchi, poi, contribuisce anche la vastità dei riferimenti e la diversità degli ambiti toccati: dalle profonde dissertazioni filosofiche alle ampie parentesi musicologiche, dai riferimenti di storia delle religioni alle ardite digressioni sulla fisica e la biologia contemporanea. Chi è abituato alle atmosfere asfittiche di certo neofascismo onanistico o ai tic degli evolomani di stretta osservanza ne è subito rapito.


La libertà storica


Il punto di partenza del pensiero locchiano è il rifiuto di ogni determinismo storico, ovvero l’idea che «la storia – il divenire storico dell’uomo – scaturisca dalla storicità stessa dell’uomo, cioè dalla libertà storica dell’uomo e dall’esercizio sempre rinnovato che di questa libertà storica, di generazione in generazione, fanno personalità umane differenti»4. È il rifiuto della “logica dell’inevitabile”. La storia è sempre aperta e determinabile dalla volontà umana. Due sono, a livello macro-storico, gli esiti possibili, i poli opposti verso cui indirizzare il divenire: la tendenza egualitarista e la tendenza sovrumanista, esemplificate da Nietzsche con i due mitemi del trionfo dell’ultimo uomo e dell’avvento del superuomo (o, se si preferisce, dell’“oltreuomo”, come è stato rinominato da Vattimo nell’intento illusorio di depotenziarne la carica rivoluzionaria). Il filosofo della volontà di potenza afferma la libertà storica dell’uomo tramite l’annuncio della morte di Dio: chi ha acquisito la consapevolezza che “Dio è morto” «non crede più di essere governato da una legge storica che lo trascende e lo conduce, con l’umanità intera, verso un fine – ed una fine – della storia predeterminato ab aeterno o a principio; bensì sa ormai che è l’uomo stesso, in ogni “presente” della storia, a stabilire conflittualmente la legge con cui determinare l’avvenire dell’umanità»5.

Tutto ciò porta Locchi ad individuare una vera e propria “teoria aperta della storia”. Il futuro, in questa prospettiva, non è mai stabilito una volta per tutte, rimane costantemente da decidere. Non solo: anche il passato non è chiuso. Il passato, infatti, non è ciò che è avvenuto una volta per tutte, un mero dato inerte che l’uomo può studiare come fosse un puro oggetto. Esso, al contrario, è interpretazione eternamente cangiante. Il tempo storico, lo stiamo vedendo a poco a poco, assume un carattere tridimensionale, sferico, essendo caratterizzato da interpretazioni del passato, impegni nell’attualità e progetti per l’avvenire eternamente in movimento. L’origine mitica finisce per proiettarsi nel futuro, in funzione eversiva nei confronti dell’attualità. Le diverse prospettive che ne fuoriescono finiscono per scontrarsi dando vita al conflitto epocale.


Il conflitto epocale


Il “conflitto epocale” è dato dallo scontro di due tendenze antagoniste. Si è già detto quale siano le tendenze della nostra epoca: egualitarismo e sovrumanismo. Ogni tendenza attraversa tre fasi: quella mitica (in cui sorge una nuova visione del mondo in modo ancora istintuale, come sentimento del mondo non razionalizzato e quindi come unità dei contrari), quella ideologica (in cui la tendenza, affermandosi storicamente, comincia a riflettere su se stessa e quindi si divide in differenti ideologie apparentemente contrapposte tra loro) e quella autocritica o sintetica (in cui la tendenza prende atto della sua divisione ideologica e cerca di ricreare artificialmente la propria unità originaria). E se l’egualitarismo (oggi in fase “sintetica”) è la tendenza storica dominante da duemila anni, la prima espressione “mitica” del sovrumanismo va ricercata nei movimenti fascisti europei.

Il fascismo, per Locchi, non può essere compreso che alla luce della “predicazione sovrumanista” di Nietzsche e Wagner6 e della “volgarizzazione” di tali tesi ad opera degli intellettuali della Rivoluzione Conservatrice (che, quindi, cessa di essere un’entità “innocente”, astrattamente separata dalle sue realizzazioni pratiche, come vorrebbe certo neodestrismo debole). Fascismo come espressione politica del Nuovo Mito comparso nell’ottocento da qualche parte tra Bayreuth e Sils Maria, quindi. Un qualcosa di nuovo, dunque. Ma, wagnerianamente, anche un qualcosa di antico.

Il fascismo, infatti, rappresenta anche la piena assunzione del “residuopagano che il cristianesimo non è riuscito a cancellare e che è sopravvissuto nell’inconscio collettivo europeo. Un fenomeno rivoluzionario, insomma, che si richiama ad un passato quanto più possibile ancestrale ed arcaico, proiettandolo nel futuro per sovvertire il presente. Lo scopo, nella lunga durata, è quello di far «regredire oltre la soglia memoriale» la Weltanschauung cristiana, versando significati nuovi nei significanti vecchi di matrice biblica, così come originariamente il cristianesimo “falsificò” i termini pagani per veicolare la propria visione del mondo in un linguaggio che non risultasse incomprensibile alle genti europee. È il progetto che il Parsifal wagneriano esprime con la formula «redimere il redentore»7.


Il male americano


Ma il primo tentativo di agire concretamente nella storia da parte della tendenza sovrumanista, come sappiamo, è sfociato nella sconfitta militare europea del 1945. Una sconfitta che ha posto il vecchio continente tra le fauci della tenaglia costruita a Yalta. In quel periodo, è bene ricordarlo, troppi eredi del mondo uscito perdente dal secondo conflitto mondiale pensarono di rinverdire la loro militanza sostenendo uno dei due bracci della tenaglia a scapito dell’altro, vagheggiando di un Occidente “bianco” che altro non poteva essere se non la “terra della sera” (Abend-land) in cui veder tramontare ogni speranza di rinascita europea. Scelsero, quei “fascisti” vecchi o nuovi, la tattica del “male minore”. Che, notoriamente, non è altro che la tattica dell’“utile idiota” vista… dall’utile idiota.

In questo contesto, sarà proprio Locchi (non da solo, né per primo: si pensi solo a Jean Thiriart) a denunciare le insidie del “male americano”. E Il male americano è anche il titolo di un libro tratto da un articolo comparso su Nouvelle Ecole nel 1975 a firma Robert De Herte ed Hans-Jürgen Nigra, pseudonimi rispettivamente di Alain de Benoist e dello stesso Locchi. Tale testo contribuirà in maniera decisiva a depurare il corpus dottrinale della Nuova Destra di ogni suggestione occidentalista. Del resto, i due autori cortocircuiteranno la logica dei blocchi citando una frase di Jean Cau: «Nell’ordine dei colonialismi, è prima di tutto non essendo americani oggi che non saremo russi domani». C’è una grande saggezza in tutto ciò. Ne Il male americano l’America è descritta più nella sua ideologia implicita, nel suo way of life, che nella sua prassi criminale. Un’ideologia fatta di moralismo puritano, di disprezzo per ogni idea di politica, tradizione o autorità, di mentalità utilitarista, di conformismo e mancanza di stile, di odio freudiano contro l’Europa. Ciò che soprattutto interessa agli autori è l’influenza della Bibbia nella mentalità collettiva statunitense, senza la quale sarebbero inconcepibili i deliri neocons dell’attuale gestione. Ed inoltre – il ricordo del ‘68 è ancora caldo – non manca la ripetuta sottolineatura della sostanziale convergenza tra la contestazione sinistrorsa ed i miti di oltre-Atlantico. New York come capitale del neo-marxismo: ce n’è abbastanza per distinguere il testo di Locchi/De Benoist dalle denunce “progressiste” dei vari Noam Chomsky (che pure, beninteso, hanno anch’esse la loro funzione).


La terra dei figli


Ma “il male americano” è soprattutto un male dell’Europa. Oggi che la Guerra Fredda è finita e all’ordine di Yalta è subentrato il feroce solipsismo armato di uno pseudo-impero fanatico e usuraio, ce ne accorgiamo più che mai. L’Europa: il grande malato della storia contemporanea. Ma anche un’idea-forza, un mito, un ripiego sulle origini che è progetto d’avvenire, come vuole la logica del tempo sferico.





In questo senso, i riferimenti all’avventura indoeuropea o all’Imperium romano, alle poleis greche piuttosto che al medioevo ghibellino servono come materiale grezzo da cui forgiare qualcosa di nuovo, qualcosa che non si è mai visto. «Se si vuol parlare d’Europa, progettare una Europa, bisogna pensare all’Europa come a qualcosa che ancora non è mai stato, qualcosa il cui senso e la cui identità restano da inventare. L’Europa non è stata e non può essere una “patria”, una “terra dei padri”; essa soltanto può essere progettata, per dirla con Nietzsche, come “terra dei figli”»8. Se nostalgia dev’esserci, allora che sia “nostalgia dell’avvenire”, come nello (stranamente felice) slogan missino di qualche tempo fa. Questo mondo che crede nella fine della storia sta forse assistendo semplicemente alla fine della propria storia. Per il resto, nulla è scritto. Sprofonderemo anche noi fra le rovine putride di questa decadenza al neon? Oppure avremo la forza di forgiare il nostro destino attraverso l’istituzione di un “nuovo inizio”? A decidere sarà solo la saldezza della nostra fedeltà, la profondità della nostra azione, la tenacia della nostra volontà.


Note


(1) Stefano Vaj, Introduzione a Giorgio Locchi, Espressione e repressione del principio sovrumanista. Tra gli intellettuali influenzati da Locchi ricordiamo, oltre allo stesso Vaj, tutto il nucleo fondante della Novelle Droite anni ‘70/80, da De Benoist a Faye, Steukers, Vial, Krebs, ma anche Gennaro Malgieri ed Annalisa Terranova, oggi in AN. Spunti locchiani emergono anche in tempi recenti in Giovanni Damiano e Francesco Boco. Non possiamo non citare, inoltre, Paolo Isotta, critico musicale del “Corriere della Sera” (!), cui Maurizio Cabona riuscì a far redigere un entusiastico saggio introduttivo al libro su Nietzsche e Wagner e che anche ultimamente (vedi nota successiva) è tornato a citare Locchi proprio sulle colonne del maggiore quotidiano italiano.

(2) Paolo Isotta, “La Rivoluzione di Wagner”, ne “Il Corriere della Sera” del 04/04/2005.

(3) Va detto, inoltre, che tra le carte lasciate da Locchi si trova diverso materiale inedito, tra cui un saggio su Martin Heidegger probabilmente e sfortunatamente destinato a non vedere mai la luce.

(4) Da Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista.

(5) Ibidem.

(6) Grande merito di Locchi è del resto il fatto stesso di aver riscoperto le potenzialità rivoluzionarie dell’opera wagneriana in un ambiente che continuava a pensare al compositore tedesco nell’ottica della duplice “scomunica” nietzschana ed evoliana.

(7) Gli indoeuropei, la filosofia greca, Nietzsche, la Konservative Revolution, il fascismo, l’Europa: il lettore attento avrà già scorto, dietro a simili riferimenti, l’ombra possente di Adriano Romualdi. Eppure, incredibilmente, Locchi sviluppò il suo pensiero del tutto autonomamente da Romualdi. Anzi, sarà solo grazie ad alcuni giovani italiani recatisi da lui in visita a Parigi che il filosofo conoscerà l’opera del giovane pensatore morto prematuramente. Senza mancare di sottolineare l’oggettiva convergenza di vedute. Per gli amanti della rete (e i poliglotti), segnaliamo la presenza, in Internet, di un testo in spagnolo (La esencia del fascismo como fenómeno europeo. Conferencia-Homenaje a Adriano Romualdi) che riproduce un discorso di Locchi pronunciato proprio in onore del compianto autore di Julius Evola: l’uomo e l’opera. Ignoriamo le circostanze cui far risalire tale discorso.

(8) Da L’Europa: non è eredità ma missione futura.

Condividi

martedì 5 maggio 2009

Perché la Destra è più no-global della Sinistra

Pronunciare al giorno d’oggi la parola antiglobalizzazione fa subito venire in mente la sinistra radicale e il cosidetto fenomeno no-global. Niente di più sbagliato.

L’autore dell’illuminante opera A destra di Porto Alegre. Perché la destra è più no-global della sinistra sottolinea come questi movimenti accettino invece tutte le implicazioni omologatrici della globalizzazione, rifiutandone solamente il lato economico («la Sinistra ha come obiettivo la mondializzazione senza il mercato» scrive Jean-François Revel). Al contrario la Destra (termine usato operando un’evidente quanto utile semplificazione, che racchiude complesse esperienze “radicali”, non certo l’AN filo-atlantista di oggi) non solo effettua le sue critiche ben prima di chi sembra essersi svegliato l’altroieri, ma lo fa in modo più legittimo e profondo.
Essa, nella sua lunga storia, ha espresso valori come l’identità, la patria, la comunità, la specificità e il senso della gerarchia: tutti intrinsecamente antagonisti a qualsivoglia visione uniformante.

Partendo dagli inizi del XX secolo, Fraquelli ripercorre tutte le idee e i movimenti Destri fautori di istanze antiglobali. Le prime tesi di questo tipo (tra i sostenitori delle quali spicca il nobile russo-polacco Emmanuel Malynski) erano legate all’idea del cosiddettocomplotto ebraico: oscure trame del popolo di Sion per destabilizzare le nazioni che lo ospitano, al fine del dominio mondiale. Da queste prime e poco convincenti congetture (anche se “rilanciate” ultimamente dal filosofo di sinistra Gianni Vattimo), si passa a personaggi quali Adolf Hitler e Benito Mussolini, che incarnarono in maniera dirompente l’“armamentario classico” del pensiero anti-universalista.
In esso troviamo, in misura diversa, nazionalismo, gerarchia, tradizione, antisemitismo, lotta allAmerica, Terza Via e vicinanza al mondo musulmano. I due leaders cambiarono profondamente le nazioni in cui presero il potere, diffondendo in tutta Europa questi “sentimenti” fino al conflitto contro le “democrazie plutocratiche” che «detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e l’oro delle terra», simboli di quell’economia di mercato che appiattisce ogni differenza in nome del Dio denaro.
Come andò a finire la guerra è cosa nota, ma dalle ceneri della sconfitta non pochi gruppi raccolsero il lascito dei “fascismi”, sviluppandolo e innovandolo nel corso degli anni.

In Italia, nei primi anni del dopoguerra assunse rilievo una figura rimasta in ombra durante gli anni del regime: Julius Evola (in foto), che contribuì alla lotta “antiglobalizzazione” attraverso i suoi scritti e la diffusione di quelli di autori quali Oswald Spengler, Friedrich Nietzsche e René Guénon.
Punto centrale del suo pensiero è il concetto di Tradizione. Essa è «il filone di verità atemporale che percorre tutto il tempo concesso alla razza degli uomini», nella definizione del succitato Guénon. Il mondo che ci circonda sarebbe figlio della vittoria delle forze antitradizionali (dalla Rivoluzione Francese alla Seconda Guerra Mondiale), secondo un’interpretazione della storia come processo regressivo e non progressivo. Il risultato è la totale perdita del concetto del “Sacro” e il trionfo del materialismo: l’indivuo non è più “parte del Cosmo, della Polis e della Natura”, ma entità dissociata, imbastardita dalledonismo e dal consumismo imperanti. Anche per Evola dietro questa azione sovvertitrice si nasconde la mano ebraica, le cui lobbies detengono il potere finanziario.
La figura del filosofo siciliano è tutt’oggi al centro di aspri dibattiti all’interno dell’“area” Destra, tra chi ne rigetta quasi totalmente l’“incapacitante” contributo e chi al contrario lo ritiene ancora valido ed utile. Sicuramente un pensatore degno di studio, la cui produzione non può essere sintetizzata in poche righe.

Carica di tratti originali è anche la rivista “Orion” (fondata da Maurizio Murelli nel 1984), che propone arditamente l’unione degli ideali del “fascismo-movimento” (secondo l’espressione coniata da Renzo De Felice) con quelli del bolscevismo pre-regime, accanto ad un occhio di riguardo per il mondo islamico (soprattutto l’Iran di Khomeini). Ma gli accostamenti “rivoluzionari” non finiscono qui: soventi sono i richiami a Léon Degrelle, Che Guevara e numerosi altri simboli meta-politici, nell’ottica di un’aspra lotta al mondialismo (ovvero la globalizzazione nel suo significato più profondo, non solo economico ma anche politico-culturale) e i suoi principali fautori: gli USA.

Proprio il capitalismo a stelle e strisce attraverso massoneria, multinazionali, banche ed istituti finanziari alimenta “il Sistema per uccidere i popoli”, che ne disintegra la storia e la cultura per ridurli a meri aggregati di consumatori.
Questa analisi viene espressa dal francese Guillaume Faye (in foto) che propone l’“Archeofuturismo” come soluzione: bisogna riscoprire le proprie radici per difendersi, sapendo interpretare la modernità senza dimenticare il passato (arrivando a “conciliare Evola e Marinetti”). Faye è stato uno dei fondatori della “Nouvelle droite” assieme ad Alain de Benoist , altra figura capitale nella lotta all’America e alla globalizzazione.
Oltre all’alta finanza egli accusa anche l’ideologia marxista delluguaglianza e quella liberale dei diritti delluomo, che hanno spianato la strada ai disegni mondialisti del Sistema favorendo l’omologazione. La stessa democrazia odierna, privilegiando la quantità rispetto alla qualità, alimenta i processi sovvertitori.

Altro movimento degno di nota è quello del cosidetto “glocalismo” (animato in Italia da Eduardo Zarelli e la sua Associazione EstOvest) fortemente radicato sui princìpi del valore della Vita e della Natura per la riscoperta della dimensione genuina, “Locale” dell’esistenza. Aspra è la condanna della “megamacchina” (teorizzata dall’economista francese Serge Latouche), ovvero il modello globalizzante occidentale caratterizzato da utilitarismo, istinto livellatore, determinismo e colpevole dello sfruttamento indiscriminato della Terra.

Tematiche simili, queste, a quelle dei Comunitaristi, nati in America e fondati nella loro “corrente” di destra su antiliberalismo, anti-individualismo e forte senso della comunità (rifacendosi nobilmente ai “sensibili comuni” aristotelici). Tra i tanti interpreti di questa visione i più noti sono sicuramente Marco Tarchi, ex enfant prodige del Fronte della Gioventù, e Marcello Veneziani, un tempo punto di riferimento dell’“area”, oggi moderato e “raffreddato” protagonista in ambiti culturali più istituzionali.
È importante sottolineare che il filo conduttore di queste correnti di pensiero, la consapevolezza e la fierezza dellidentità, non comporta discriminazione verso “l’altro da sé”. Anzi solo una comunità con forte senso di appartenenza può accogliere facilmente (ovviamente in misura umana) nel proprio alveo individui estranei, risultando addirittura rafforzata dal proliferare di altri aggregati con universi valoriali ben radicati. Le differenze sono il sale della vita umana, accettarle e non tentare di appiattirle è l’unico modo “sano” di porsi per una Civiltà degna di questo nome.

La “ricognizione” dell’autore ci porta poi ad incontrare figure come Gabriele Adinolfi (nume tutelare della destra radicale, presente in “Orion” come in moltissime altre iniziative di valore), Massimo Fini (l’autore antimoderno per eccellenza) e il noto medievista Franco Cardini fino ai populisti “alla Haider”, passando attraverso una galassia di esperienze poco note ma ricche di valore (citando come ultimi, ma non certo per importanza, i fecondi contributi di Carlo Terraciano e Giorgio Locchi).

Fraquelli, pur dichiarando di non riconoscersi nell’ambiente analizzato, ci offre quindi un fondamentale contributo su un “mondo politico” misconosciuto quanto all’avanguardia e ricco di iniziativa, in cui non c’è più traccia di razzismo (tra l’altro “invenzione” di marca illuminista...) ma solo di spirito critico e saldezza ideale.


Per approfondire leggi l’intervista a Fraquelli realizzata dal Centro Studi Polaris

Condividi

martedì 21 aprile 2009

Democrazia come partecipazione: Moeller van den Bruck


«La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino»


di Adriano Scianca


Si fa presto a dire “democrazia”. Termine che mette effettivamente i brividi, a chi abbia un po’ di esperienza circa il modus operandi dei “democratici” d’Italia e del mondo. Ma si può essere sostenitori della democrazia nonostante i democratici? Può una democrazia essere organica, comunitaria, nazionale, antiliberale e antioligarchica? In un’epoca di tecnocrazia e grandi potentati transnazionali che espropriano i popoli di ogni brandello di sovranità può la partecipazione essere la bandiera di una politica non conforme? Arthur Moeller van den Bruck (1876 – 1925, in foto) avrebbe risposto in modo affermativo a tutte queste domande. Ma andiamo con ordine. Chi era, innanzitutto, l’autore che porta un nome tanto imponente e ridondante?

Nato il 23 aprile 1876 a Solingen, Moeller è considerato uno dei padri nobili e degli spiriti animatori della vasta corrente di pensiero conosciuta come “Rivoluzione conservatrice”. Chiamato Arthur dal padre in onore di Schopenhauer, il futuro cantore dei “popoli giovani” comincia, nelle sue prime uscite pubbliche, ad affiancare al cognome paterno anche quello – di origine olandese – della madre: Elise van den Bruck. Si forma su Nietzsche, Dostoewskij, Langbehn, Chamberlain e Gobineau. Nella giovinezza un po’ bohémien fa la conoscenza di Rudolf Steiner, August Strindberg, del pittore völkisch Fidus, Edvard Munch, Dimitri Merezkowskij, Theodor Däubler ed Ernst Barlach. Dal 1904 al 1910 scrive l’opera enciclopedica Die Deutschen (I Tedeschi) un ritratto dei maggiori geni della cultura tedesca, mentre nel 1906 inizia la traduzione delle opere complete di Dostoewskij. Nel 1913 pubblica Die italienische Schönheit (La bellezza italiana). Nel 1914 parte volontario. Nel 1916 pubblica Der prussische Stil (Lo stile prussiano) e, dopo la disfatta, nel giugno 1919 lo troviamo tra i fondatori dello Juniklub, comunità nazionalconservatrice di Berlino, e di Gewissen, importante rivista nazionalista. Del 1919 è il suo saggio politico Das Recht der jungen Völker (Il diritto dei popoli giovani). Nel 1923 pubblica invece il suo libro più celebre, Das dritte Reich (Il terzo Reich, traduzione italiana di Luciano Arcella, Settimo Sigillo, Roma 2000). Nel 1925 si suicida a Berlino.

Nel suo saggio più celebre, che porta un titolo oggi piuttosto impegnativo come Il terzo Reich (ma ricordiamo che il testo uscì 10 anni prima dell’ascesa al potere del nazionalsocialismo e che l’autore si tolse la vita otto anni prima che Hitler divenisse cancelliere), Moeller traccia una originale visione politica basata su alcune istantanee fissate in modo vivido e caustico. Il libro è in effetti composto da diversi capitoli, ognuno dei quali prende le mosse da un termine del lessico politico e da una breve frase introduttiva. Das dritte Reich, per fare un esempio, si apre con il capitolo intitolato “Rivoluzionario – Vogliamo vincere la rivoluzione”, seguito da “Socialista – Ogni popolo ha il suo socialismo”. E così via. Ora, il quarto capitolo del saggio è dedicato esattamente alla democrazia ed ha per titolo: “Democratico – La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino”. Frase già di per sé rivelatrice, non c’è che dire. Come nel resto del libro, Moeller prende le mosse dalla situazione concreta della Repubblica di Weimar, per poi passare a considerazioni di tipo più generale. Leggiamo quindi l’inquadramento generale del problema in questi termini: «La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino. Ed il destino del popolo, dovremmo dire, è pertinenza del popolo. La domanda è sempre la stessa: come è realizzabile una effettiva partecipazione?». Con il Parlamento, risponderebbe il liberale. Moeller la pensa diversamente. Per lui il Reichstag è «la struttura incaricata della diffusione delle frasi fatte». Il problema, per il teorico della konservative Revolution, non sono tuttavia le istituzioni, ma lo spirito che le anima. La democrazia, scrive Moeller, esiste da prima del Parlamento. Essa era anzi intrinseca nella mentalità degli stessi antichi Germani. «Fra i neoconservatori – spiega Alain de Benoist – la nozione di Reich non è a priori antagonistica nei confronti della democrazia. Di fronte a questo tipo di regime, i membri dello Juniklub non professano, d’altronde, alcuna ostilità di principio. Cercano piuttosto di creare una “democrazia tedesca” – così come si pronunziano per un “socialismo tedesco”. È un atteggiamento, molto caratteristico in loro, mirante a “nazionalizzare” una dottrina piuttosto che non a respingerla».

Esiste una democrazia tutta tedesca, quindi, che non ha a che fare con il parlamentarismo. Quest’ultimo «in Germania non ha nessuna tradizione», e la Germania stessa «è un paese troppo nobile per il parlamentarismo». In questo quadro, «la volontà di democrazia è volontà di autocoscienza politica di un popolo: essa è la sua autoaffermazione nazionale. La democrazia è l’espressione dell’autostima di un popolo, oppure non è nulla».
In concreto, «si potrebbe immaginare in Germania una democrazia che si prenda cura soprattutto della vita del popolo, che sia in grado di radicare la repubblica nella specificità del paese, nella differenza delle componenti etniche e nell’armonia generale del popolo. Non la forma dello Stato, ma lo spirito dei cittadini realizza la democrazia. La sua base è il senso del popolo […]. Se vogliamo salvare la democrazia tedesca dobbiamo rivolgerci lì dove l’elemento umano e l’elemento tedesco non sono stati contaminati: al popolo stesso, al carattere originario di questo popolo, che può sussistere anche in questo Stato. E potremmo forse dire che vi sarà vera democrazia in Germania solo quando non vi saranno più “democratici”. Vi sono popoli che si sono sollevati mediante la democrazia. Vi sono altri popoli che sono andati in rovina con la democrazia. La democrazia può significare stoicismo, concezione repubblicana, inflessibilità, durezza. Ma allo stesso tempo può significare liberalismo, chiasso parlamentare, lassismo».

Ora, cosa ci trasmettono queste parole al di là della problematica “tedesca, troppo tedesca” e fatti salvi tutti i mutamenti di contesto dal 1923 a oggi? L’idea, ad esempio, che la partecipazione è la base di ogni organismo politico sano, così come la decisione ne costituisce l’altezza e la selezione la profondità. L’intuizione che dall’èra delle masse non si torna indietro e che essa rappresenta il campo di battaglia in cui si scontrano differenti concezioni del mondo. La consapevolezza che le battaglie antistoriche sono sempre perdenti e che è necessario “cavalcare la tigre” dei fenomeni in atto senza essere da loro cavalcati. Ma di tutto questo, va da sé, ci sarà tempo di riparlare.

Condividi

martedì 24 marzo 2009

Democrazia: il problema (Alain de Benoist)

«Non tutti, oggi, sono democratici, ma tutti pretendono di esserlo...»

(Alain de Benoist, Democrazia: il problema, 1985)


Alain de Benoist (in foto), scrittore francese quanto mai interessante, fu tra gli animatori negli anni ‘70 del movimento culturale Nouvelle Droite (Nuova Destra). Tra le sue opere spicca Democrazia: il problema (1985), sintetica ma attenta disamina dell’evoluzione del concetto di “democrazia”.
In tale opera l’autore ci fornisce una visione completa della democrazia, analizzando come il “fenomeno” abbia mutato forma e sostanza nel tempo fino a proporre un’idea di democrazia “organica” che – a detta sua – sarebbe oggigiorno più “efficace”. Il tutto arricchito da citazioni tratte dal pensiero di autorevoli personalità che vanno da Aristotele a Carl Schmitt, passando per Montesquieu, Sartori, Tocqueville, Michels e tanti altri.

Erroneamente, c’è chi crede la democrazia un “prodotto moderno”. Così non è. Fino al XIX secolo il concetto di democrazia non trovò grossa eco in Europa. De Benoist ci suggerisce allora di volgere lo sguardo in Grecia per studiare la “vera” democrazia; una democrazia diretta (tutti i cittadini potevano prender parte all’ekklesìa o assemblea, vero organo decisionale) dove «il popolo governava, invece di eleggere gli uomini incaricati di governarlo».

La democrazia è concepita non in rapporto all’individuo, ma alla comunità organizzata, alla città (pòlis). Caratteristica principale della sua esistenza è perciò il concetto di cittadinanza, dove cittadino (polìtes) è chi appartiene a una patria, cioè a una terra e ad un passato.

Anche per il concetto di “libertà” vale la stessa premessa: per il Greco è l’appartenenza a conferire la libertà, essere libero significa avere il diritto di poter partecipare alla vita politica, alla vita della città dunque. Ebbene se la democrazia è inscindibilmente legata al concetto di libertà, e questo è legato a sua volta al concetto di appartenenza a una comunità (cittadinanza quindi), ne risulta che in una città di uomini liberi, l’interesse particolare non può che sottostare all’interesse generale, cioè quello della comunità/città.

Proseguendo nella sua analisi, de Benoist passa in rassegna le critiche che più spesso si muovono oggi contro la moderna democrazia.

Una di queste critiche è quella che vede il “regno dei partiti” attentatore all’unità nazionale. Portando avanti ognuno i propri interessi, sempre divergenti, il gioco politico perde di vista l’interesse generale creando uno stato di “endemica guerra civile”.

La democrazia non è poi legata “naturalmente” al concetto di libertà. Sono stati molti i regimi democratici oppressivi e terroristici (si pensi al genocidio vandeano, o alle “democrazie popolari” dell’Europa dell’Est fino al 1989...).

Altra critica è mossa verso chi confonde la democrazia con il liberalismo. Una loro congiunzione, essendo la prima fondata sul concetto di “potere del popolo” e il secondo sui diritti dell’individuo scaturiti da una “naturale” condizione di eguaglianza, appare quanto mai complicata. Nello stato democratico è il popolo ad essere sovrano. Altra cosa avviene nello stato liberale dove sovrano diventa il numero.

Proseguendo, l’autore sposta l’attenzione sul concetto di pluralismo e sovranità popolare.

Le moderne democrazie rappresentative vedono nel pluralismo un connotato fondante la democrazia stessa. In altri termini o la moderna democrazia rappresentativa riconosce il pluralismo o non è. Tuttavia riconoscere il pluralismo significa difendere anche quelle “arene” politico-sociali non propriamente democratiche e/o spesso avverse al regime stesso. Posta così la questione, il pluralismo rischia di essere un fattore “disgregante” per la democrazia, più che istitutivo.

Sulla sovranità popolare (espressione democratica per antonomasia...) e sul principio di maggioranza che le è proprio, resta da indicare significato e portata da attribuire a tale principio. Esso può considerarsi allora come un dogma o come una tecnica. Se la osserviamo nell’accezione dogma, è allora la quantità che risulta essere l’extrema ratio; è il numero che fa nuovamente da “sovrano”.
Se la consideriamo come tecnica, e assodiamo che il regime liberale vede ogni forma di dominio antidemocratica, è il riconoscimento dei diritti alla minoranza (opposizione) che garantisce il buon funzionamento democratico. Ma riconoscere tali diritti significa riconoscere il pluralismo e tutti i rischi ad esso connessi, non ultimo quello di disgregazione della nozione di popolo, base della democrazia stessa.

Il IV capitolo del libro è dedicato a (ed intitolato) “la crisi della democrazia”.

Le moderne democrazie occidentali assumono la forma, per dirla con Dahl, di poliarchie elettive in quanto il popolo delega a chi elegge la «cura di far passare nella realtà le sue decisioni». Il rappresentante, però, delegherà a sua volta parte del compito a collaboratori, funzionari, esperti, e via dicendo. Inoltre il potere politico non è il solo potere esistente nella società (si pensi ad istanze economiche, al potere dei media, ad altre istituzioni culturali, ecc.). I partiti rendono ancor più caotico il contesto: essendo organizzati internamente secondo logiche oligarchiche (R. Michels), essi «pretendono di difendere l’interesse comune, ma difendono in realtà la propria potenza. Contrapposti gli uni agli altri, sono tutti d’accordo per mantenere il regime dei partiti».
L’elettore, che dovrebbe essere il “protagonista” del regime democratico, fa in realtà la parte della “comparsa”; si aggiunga poi che tanto è più alto il numero dell’elettorato, tanto più l’importanza del singolo voto si marginalizza: se votano 40 milioni di persone, il voto del singolo non è che la 40 milionesima parte della volontà generale. Questa demoralizzante condizione dell’elettore è aggravata dal fatto che la volontà popolare non è mai auto-determinata, ma quasi sempre “fabbricata” da tecniche di condizionamento dell’opinione ad opera degli organi di informazione. «Pubblicità e marketing hanno raccolto il testimone della propaganda. Nessun dispotismo era fino ad oggi riuscito a far accettare così passivamente una simile Gleichschaltung (messa al passo)».

La limitata durata del mandato non può che aggravare la situazione. I programmi politici dei candidati tenderanno infatti a concentrarsi su politiche che mirano al breve termine. Puntando tutto sulla “seduzione” per poter raccogliere il più alto numero di voti possibile, i programmi elettorali saranno scarni, a scarsissimo carattere ideologico e per lo più standardizzati; lasciando l’elettore con la sensazione che «tutti gli uomini politici dicono le stesse cose».

Per finire, Alain de Benoist ci indica la direzione “verso una democrazia organica”. Sapendo già da Aristotele che una democrazia non può esistere in Stati con troppe persone, sembrerebbe impossibile proporre tale regime in un contesto come quello contemporaneo. Eppure la nostra società si compone di una moltitudine di comunità (regioni, comuni, municipi, ecc.). È qui che la democrazia può trovare espressione nella sua forma più “pura” ed originaria: quella diretta.

Altra forma di espressione diretta è il plebiscito (oggi referendum). Essendo la democrazia fondata sul concetto di partecipazione, quale mezzo migliore dell’iniziativa popolare per far sentire la collettività realmente partecipe?

Per partecipare, poi, è indispensabile riconoscersi nel contesto in cui la partecipazione avviene; da qui risulta indispensabile riprendere il concetto greco di cittadinanza, dove l’interesse comune non sottostà a quello individuale, ma, al contrario, l’individuo assume coscienza di sé proprio perché appartenente a una collettività.
In una siffatta società, dove l’idea di patria assumerebbe un’importanza centrale, è il sentimento di fratellanza che diventa fondamento non solo della solidarietà, ma anche della giustizia sociale, del patriottismo e della partecipazione democratica.

Condividi

lunedì 10 novembre 2008

"Democrazia, il problema". Recensione del libro di A. de Benoist

"Non tutti, oggi, sono democratici, ma tutti pretendono di esserlo...". E' con questa frase che A. de Benoist, nel suo libro "Democrazia - il problema" inizia a trattare tale regime.

In questo saggio, l'autore ci fornisce una visione completa della democrazia, analizzando come il "fenomeno" abbia mutato forma e sostanza nel tempo fino a proporre un'idea di democrazia "organica" che, a detta sua, sarebbe oggigiorno più "efficace". Il tutto arricchito da citazioni tratte dal pensiero di autorevoli personalità cha vanno da Aristotele a Carl Schmitt, passando per Montesquieu, Sartori, Tocqueville, Michels e tanti altri...

Erroneamente, c'è chi crede la democrazia un "prodotto moderno". Così non è. Fino al XIX secolo il concetto di democrazia non trovò grossa eco in Europa. De Benoist ci suggerisce allora di volgere lo sguardo in Grecia per studiare la "vera" democrazia; una democrazia diretta (tutti i cittadini potevano prender parte all' ekklesia o assemblea, vero organo decisionale) dove "Il popolo governava, invece di eleggere gli uomini incaricati di governarlo".

La democrazia è concepita non in rapporto all'individuo, ma alla comunità organizzata, alla città. Caratteristica principale della sua esistenza è perciò il concetto di cittadinanza, dove cittadino (polites) è chi appartiene a una patria, cioè a una terra e ad un passato.

Anche per il concetto di "libertà" vale la stessa premessa: per il Greco è l'appartenenza a conferire la libertà, essere libero significa avere il diritto di poter partecipare alla vita politica, alla vita della città dunque. Ebbene se la democrazia è inscindibilmente legata al concetto di libertà, e questo è legato a sua volta al concetto di appartenenza a una comunità (cittadinanza quindi), ne risulta che in una città di uomini liberi, l'interesse particolare non può che sottostare all'interesse generale, cioè quello della comunità/città.

Proseguendo nella sua analisi, de Benoist passa in rassegna le critiche che più spesso si muovono oggi contro la moderna democrazia.

Una di queste critiche è quella che vede il "regno dei partiti" attentatore all'unità nazionale. Portando avanti ognuno i propri interessi, sempre divergenti, il gioco politico perde di vista l'interesse generale creando uno stato di "endemica guerra civile".

La democrazia non è poi legata "naturalmente" al concetto di libertà. Sono stati molti i regimi democratici oppressivi e terroristi (si pensi al genocidio vandeano, o alle "democrazie popolari" dell'est-Europa fino al 1989...).

Altra critica è mossa verso chi confonde la democrazia con il liberalismo. Una loro congiunzione, essendo la prima fondata sul concetto di "potere del popolo" e il secondo sui diritti dell'individuo scaturiti da una "naturale" condizione di eguaglianza, appare quantomai complicata. Nello stato democratico è il popolo ad essere sovrano. Altra cosa avviene nello stato liberale dove sovrano diventa il numero.

Proseguendo, l'autore sposta l'attenzione sul concetto di pluralismo e sovranità popolare.

Le moderne democrazie rappresentative vedono nel pluralismo un connotato fondante la democrazia stessa. In altri termini o la moderna democrazia rappresentativa riconosce il pluralismo o non è. Tuttavia riconoscere il pluralismo significa difendere anche quelle "arene" politico-sociali non propriamente democratiche e/o spesso avverse al regime stesso. Posta così, il pluralismo rischia di essere un fattore "disgregante" per la democrazia, più che istitutivo.

Sulla sovranità popolare (espressione democratica per antonomasia...) e sul principio di maggioranza che le è proprio, resta da indicare significato e portata da attribuire a tale principio. Esso può considerarsi allora come un dogma o come una tecnica. Se la osserviamo nell'accezione dogma, è allora la quantità che risulta essere l' extrema ratio; è il numero che fa nuovamente da "sovrano".
Se la consideriamo come tecnica, e assodiamo che il regime liberale vede ogni forma di dominio antidemocratica, è il riconoscimento dei diritti alla minoranza (opposizione) che garantisce il buon funzionamento democratico. Ma riconoscere tali diritti significa riconoscere il pluralismo e tutti i rischi ad esso connessi, non ultimo quello di disgregazione della nozione di popolo, base della democrazia stessa.

Il IV capitolo del libro è dedicato a (ed intitolato) "la crisi della democrazia".

Le moderne democrazie occidentali assumono la forma, per dirla con Dahl, di poliarchie elettive in quanto il popolo delega a chi elegge la "cura di far passare nella realtà le sue decisioni". Il rappresentante, però, delegherà a sua volta parte del compito a collaboratori, funzionari, esperti, e via dicendo. Inoltre il potere politico non è il solo potere esistente nella società (si pensi ad istanze economiche, al potere dei media, ad altre istituzioni culturali, ecc.). I partiti rendono ancor più caotico il contesto: essendo organizzati internamente secondo logiche oligarchiche (R. Michels), essi "pretendono di difendere l'interesse comune, ma difendono in realtà la propria potenza. Contrapposti gli uni agli altri, sono tutti d'accordo per mantenere il regime dei partiti".

L'elettore, che dovrebbe essere il "protagonista" del regime democratico, fa in realtà la parte della "comparsa"; si aggiunga poi che tanto è più alto il numero dell'elettorato, tanto più l'importanza del singolo voto si marginalizza: se votano 40 milioni di persone, il voto del singolo non è che la 40 milionesima parte della volontà generale. Questa demoralizzante condizione dell'elettore è aggravata dal fatto che la volontà popolare non è mai autodeterminata, ma quasi sempre "fabbricata" da tecniche di condizionamento dell'opinione ad opera degli organi di informazione. "Pubblicità e marketing hanno raccolto il testimone della propaganda. Nessun dispotismo era fino ad oggi riuscito a far accettare così passivamente una simile Gleichschaltung (messa al passo)".

La limitata durata del mandato non può che aggravare la situazione. I programmi politici dei candidati tenderanno infatti a concentrarsi su politiche che mirano al breve termine. Puntando tutto sulla "seduzione" per poter raccogliere il più alto numero di voti possibile, i programmi elettorali saranno scarni, a scarsissimo carattere ideologico e per lo più standardizzati; lasciando l'elettore con la sensazione che "tutti gli uomini politici dicono le stesse cose".

Per finifre, Alain de Benoist ci indica la direzione "verso una democrazia organica". Sapendo già da Aristotele che una democrazia non può esistere in stati con troppe persone, sembrerebbe impossibile proporre tale regime in un contesto come quello contemporaneo. Eppure la nostra società si compone di una multitudine di comunità (regioni, comuni, municipi, ecc.). E' qui che la democrazia può trovare espressione nella sua forma più "pura" ed originaria: quella diretta.

Altra forma di espressione diretta è il plebiscito (oggi referendum). Essendo la democrazia fondata sul concetto di partecipazione, quale mezzo migliore dell'iniziativa popolare per far sentire la collettività realmente partecipe?

Per partecipare, poi, è indispensabile riconoscersi nel contesto in cui la partecipazione avviene; da quì risulta indispensabile riprendere il concetto greco di cittadinanza, dove l'interesse comune non sottostà a quello individuale, ma, al contrario, l'individuo assume coscienza di sé proprio perchè appartenente a una collettività.
In una siffatta società, dove l'idea di patria assumerebbe un'importanza centrale, è il sentimento di fratellanza che diventa fondamento non solo della solidarietà, ma anche della giustizia sociale, del patriottismo e della partecipazione democratica.

Condividi