Visualizzazione post con etichetta popolo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta popolo. Mostra tutti i post

venerdì 24 aprile 2009

Democrazia: realtà e prospettive

In questo lungo ma appassionante ciclo di articoli (“Democrazia. Anatomia di un falso”) abbiamo analizzato – seppur “a volo d’uccello” – i vari aspetti della Democrazia, sia in senso diacronico che sincronico. Malgrado una retorica capziosa e speciosa, abbiamo visto che la Democrazia non è ciò che dice e pretende di essere: non ha resistito alla prova dei fatti. Eppure esistono margini d’intervento concreti, dei quali deve assolutamente tener conto un politico degno di questo nome, che abbia realmente a cuore le sorti del suo popolo, affinché esso torni finalmente protagonista attivo della Storia. Nessuno meglio di Francesco Polacchi poteva dunque riassumere i punti-cardine di questo ciclo, illustrandoci inoltre – cosa più importante – le prospettive che si offrono a noi per un’azione politica che, al di là di ogni sterile critica meramente distruttiva, possa riportarci – come Comunità e come Popolo – ad essere artefici del nostro destino.




«Democrazia significa semplicemente far bastonare il popolo dal popolo in nome del popolo. L’abbiamo smascherata»

(Oscar Wilde)


Eccoci qui, dunque, a tracciare le somme di questo ciclo di articoli sulla democrazia.
Democrazia. Un concetto giustamente definito meta-storico e che oggi è divenuto sinonimo di tutto ciò che può essere “bello, buono e corretto”.
Democrazia. Al di fuori di essa nessuno può.

È proprio da questo principio che nasce la nostra critica.
Nei precedenti articoli è emerso che l’idea che questa parola porta con sé (democrazia = potere del popolo) è spesso stata tradita dal tempo o dall’istinto dell’uomo che nella storia ci ha dimostrato di essere incapace di sapersi organizzare in strutture rette dal pensiero debole. È questo pensiero infatti che ci fa capire che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.

Così come si parla di socialismo reale, infatti, è doveroso distinguere tra democrazia ideale e democrazia reale. La prima idealizzata ad Atene quando era una polis, negli Stati Uniti d’America e in Francia durante le rivoluzioni, durante il periodo risorgimentale e poi a seguire da una buona parte dell’intellighenzia post-II Guerra Mondiale, la Democrazia si è sempre scontrata con i fatti. Così come fu ucciso Socrate – il più grande processo politico della storia dopo Norimberga – fu compiuto il genocidio degli indiani d’America, in Francia la democrazia si conquistò anche con la ghigliottina, e nel periodo attuale essa si mantiene in vita con la demonizzazione dell’avversario attraverso l’uso dei media o quello indiscriminato della magistratura, delle leggi. La famosa divisione istituzionale dei poteri è infatti una faccenda passata. Essa presuppone infatti che l’entità-Stato abbia la sovranità su stesso. Basta pensare all’emissione e alla proprietà delle banconote per capire che così non è più. E poi quello che un tempo era definito il “quarto potere” – la stampa – oggi è di per sé strutturale al potere stesso. Nell’epoca della comunicazione rapida e immediata essa è pertanto influente delle dinamiche che si vengono a creare, non più semplice osservatrice.
E questo comunque non è un fenomeno prettamente odierno, se si pensa che alla manipolazione “mediatica” del pensiero altrui si era dedicato anche Platone, che ci parla di teatrocrazia (Leggi, III 693 a-702 e), in quanto molti spettacoli teatrali avevano evidentemente scopi denigratori o volevano condurre l’opinione pubblica sulle proprie posizioni.

Tutto ciò lascia credere al cittadino, al popolo, di detenere un vero potere. Egli è informato dei fatti, ne è a conoscenza. Si crede veramente partecipe alla vita politica dello Stato. Nonostante sia banale ricordare come una singola crocetta nelle tornate elettorali non faccia di un uomo l’artefice delle scelte di una nazione, credo sia doveroso farlo in virtù del fatto che oggi l’appartenenza alla vita politica si consuma squisitamente durante le elezioni.
È una delega. Per pigrizia? Forse, ma tale rimane. Quindi il popolo di fatto delega a qualcun altro l’amministrazione della cosa pubblica e questo qualcun altro, secondo l’articolo 64 della costituzione italiana, non ha vincolo di mandato. Quindi può dire una cosa e farne completamente un’altra all’insaputa del popolo stesso, che evidentemente non ha però la voglia di partecipare.

La tanto conclamata democrazia diretta infatti può avere luogo? Sicuramente non al governo o negli organi centrali dello Stato così composto. Sicuramente però esistono delle vie di mezzo in cui la partecipazione diretta della cittadinanza all’amministrazione di enti pubblici può funzionare. Nei municipi e nei piccoli comuni ciò può avvenire creando assemblee pubbliche in cui si affrontano i problemi reali e in cui si condividono, per esempio, i bilanci. Nelle aziende la partecipazione degli operai alla gestione e agli utili (socializzazione) può essere vista come una forma di potere del popolo. Se poi da questo principio si partisse e si cercasse di creare una camera complementare al Parlamento che funga da rappresentanza delle componenti economiche del Paese si otterrebbe la possibilità attiva e diretta di ogni singolo operaio di potere arrivare, secondo meriti e capacità, alle camere dell’esecutivo in una crescita costante e dinamica della nazione.

Ma il problema fondamentale è un altro. Per esserci un potere del popolo prima deve esserci un Popolo. Il Popolo non è semplicemente l’unione di cittadini “liberi”. Quella è una massa. Il Popolo è un insieme di individui che abbiano coscienza di sé, delle proprie origini, della propria storia, delle dinamiche evolutive delle loro leggi e istituzioni, e che veda nel bene di tutti la finalità del proprio essere. Un Popolo che sia cosciente, insomma. Oggi è evidentemente impossibile.
Nel precedente articolo è stata citata a più riprese la frase di Moeller van den Bruckdemocrazia è la partecipazione del popolo al proprio destino”. Essa fa riferimento comunque alla democrazia ideale, cioè nella speranza che ciò possa realmente verificarsi. Allo stato attuale della situazione non è il Popolo che decide, bensì il numero maggiore di “tifosi” per una delle fazioni in campo. E qui nasce un nuovo paradosso. Più fazioni ci sono e più sembra ci sia democrazia. Anche se ci fossero cento partiti differenti che però dicono la stessa cosa con forme differenti si penserebbe di essere in democrazia. È un’illusione a cui il cittadino del terzo millennio è portato. La possibilità di scegliere uno di questi club non può essere confusa con libertà e quindi non assimilabile alla parola “democrazia”. È una speculazione elettorale.

Il problema più grande nell’affrontare questa tematica è però quello circa il futuro di questo concetto. L’errore più grande che si fa solitamente è quello di credere che essendo ormai approdati a questa forma di governo essa rimarrà immutabile nei secoli per una presunta superiorità rispetto alle altre forme d’amministrazione del potere. A tal proposito Benito Mussolini dice una cosa importante: «Le dottrine politiche passano, i popoli restano». Con ciò si può intendere che anche le forme di governo siano soggette ad avere parabole discendenti ed essere superate da nuove. Nonostante ciò, è difficile prevedere cosa avverrà nel futuro. Se ci fosse un Palazzo d’Inverno da assaltare, sarebbe tutto più facile. Il potere oggi è poliedrico e polarizzato in più centri. Molti di essi dipendono/influenzano a più livelli l’economia. Parafrasando ciò che ha scritto Gabriele Adinolfi su Nuovo Ordine Mondiale, c’è un’impossibilità di competere con certi “mostri sacri” della politica e dell’economia ad armi pari. Bisogna quindi partire dalle piccole attività conquistando un’indipendenza e un’autonomia rispetto al mondo globalizzato attuale. Esse però devono essere il braccio e non il cuore di un qualcosa che è molto più importante: la Comunità.

Francesco Polacchi

Condividi

martedì 21 aprile 2009

Democrazia come partecipazione: Moeller van den Bruck


«La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino»


di Adriano Scianca


Si fa presto a dire “democrazia”. Termine che mette effettivamente i brividi, a chi abbia un po’ di esperienza circa il modus operandi dei “democratici” d’Italia e del mondo. Ma si può essere sostenitori della democrazia nonostante i democratici? Può una democrazia essere organica, comunitaria, nazionale, antiliberale e antioligarchica? In un’epoca di tecnocrazia e grandi potentati transnazionali che espropriano i popoli di ogni brandello di sovranità può la partecipazione essere la bandiera di una politica non conforme? Arthur Moeller van den Bruck (1876 – 1925, in foto) avrebbe risposto in modo affermativo a tutte queste domande. Ma andiamo con ordine. Chi era, innanzitutto, l’autore che porta un nome tanto imponente e ridondante?

Nato il 23 aprile 1876 a Solingen, Moeller è considerato uno dei padri nobili e degli spiriti animatori della vasta corrente di pensiero conosciuta come “Rivoluzione conservatrice”. Chiamato Arthur dal padre in onore di Schopenhauer, il futuro cantore dei “popoli giovani” comincia, nelle sue prime uscite pubbliche, ad affiancare al cognome paterno anche quello – di origine olandese – della madre: Elise van den Bruck. Si forma su Nietzsche, Dostoewskij, Langbehn, Chamberlain e Gobineau. Nella giovinezza un po’ bohémien fa la conoscenza di Rudolf Steiner, August Strindberg, del pittore völkisch Fidus, Edvard Munch, Dimitri Merezkowskij, Theodor Däubler ed Ernst Barlach. Dal 1904 al 1910 scrive l’opera enciclopedica Die Deutschen (I Tedeschi) un ritratto dei maggiori geni della cultura tedesca, mentre nel 1906 inizia la traduzione delle opere complete di Dostoewskij. Nel 1913 pubblica Die italienische Schönheit (La bellezza italiana). Nel 1914 parte volontario. Nel 1916 pubblica Der prussische Stil (Lo stile prussiano) e, dopo la disfatta, nel giugno 1919 lo troviamo tra i fondatori dello Juniklub, comunità nazionalconservatrice di Berlino, e di Gewissen, importante rivista nazionalista. Del 1919 è il suo saggio politico Das Recht der jungen Völker (Il diritto dei popoli giovani). Nel 1923 pubblica invece il suo libro più celebre, Das dritte Reich (Il terzo Reich, traduzione italiana di Luciano Arcella, Settimo Sigillo, Roma 2000). Nel 1925 si suicida a Berlino.

Nel suo saggio più celebre, che porta un titolo oggi piuttosto impegnativo come Il terzo Reich (ma ricordiamo che il testo uscì 10 anni prima dell’ascesa al potere del nazionalsocialismo e che l’autore si tolse la vita otto anni prima che Hitler divenisse cancelliere), Moeller traccia una originale visione politica basata su alcune istantanee fissate in modo vivido e caustico. Il libro è in effetti composto da diversi capitoli, ognuno dei quali prende le mosse da un termine del lessico politico e da una breve frase introduttiva. Das dritte Reich, per fare un esempio, si apre con il capitolo intitolato “Rivoluzionario – Vogliamo vincere la rivoluzione”, seguito da “Socialista – Ogni popolo ha il suo socialismo”. E così via. Ora, il quarto capitolo del saggio è dedicato esattamente alla democrazia ed ha per titolo: “Democratico – La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino”. Frase già di per sé rivelatrice, non c’è che dire. Come nel resto del libro, Moeller prende le mosse dalla situazione concreta della Repubblica di Weimar, per poi passare a considerazioni di tipo più generale. Leggiamo quindi l’inquadramento generale del problema in questi termini: «La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino. Ed il destino del popolo, dovremmo dire, è pertinenza del popolo. La domanda è sempre la stessa: come è realizzabile una effettiva partecipazione?». Con il Parlamento, risponderebbe il liberale. Moeller la pensa diversamente. Per lui il Reichstag è «la struttura incaricata della diffusione delle frasi fatte». Il problema, per il teorico della konservative Revolution, non sono tuttavia le istituzioni, ma lo spirito che le anima. La democrazia, scrive Moeller, esiste da prima del Parlamento. Essa era anzi intrinseca nella mentalità degli stessi antichi Germani. «Fra i neoconservatori – spiega Alain de Benoist – la nozione di Reich non è a priori antagonistica nei confronti della democrazia. Di fronte a questo tipo di regime, i membri dello Juniklub non professano, d’altronde, alcuna ostilità di principio. Cercano piuttosto di creare una “democrazia tedesca” – così come si pronunziano per un “socialismo tedesco”. È un atteggiamento, molto caratteristico in loro, mirante a “nazionalizzare” una dottrina piuttosto che non a respingerla».

Esiste una democrazia tutta tedesca, quindi, che non ha a che fare con il parlamentarismo. Quest’ultimo «in Germania non ha nessuna tradizione», e la Germania stessa «è un paese troppo nobile per il parlamentarismo». In questo quadro, «la volontà di democrazia è volontà di autocoscienza politica di un popolo: essa è la sua autoaffermazione nazionale. La democrazia è l’espressione dell’autostima di un popolo, oppure non è nulla».
In concreto, «si potrebbe immaginare in Germania una democrazia che si prenda cura soprattutto della vita del popolo, che sia in grado di radicare la repubblica nella specificità del paese, nella differenza delle componenti etniche e nell’armonia generale del popolo. Non la forma dello Stato, ma lo spirito dei cittadini realizza la democrazia. La sua base è il senso del popolo […]. Se vogliamo salvare la democrazia tedesca dobbiamo rivolgerci lì dove l’elemento umano e l’elemento tedesco non sono stati contaminati: al popolo stesso, al carattere originario di questo popolo, che può sussistere anche in questo Stato. E potremmo forse dire che vi sarà vera democrazia in Germania solo quando non vi saranno più “democratici”. Vi sono popoli che si sono sollevati mediante la democrazia. Vi sono altri popoli che sono andati in rovina con la democrazia. La democrazia può significare stoicismo, concezione repubblicana, inflessibilità, durezza. Ma allo stesso tempo può significare liberalismo, chiasso parlamentare, lassismo».

Ora, cosa ci trasmettono queste parole al di là della problematica “tedesca, troppo tedesca” e fatti salvi tutti i mutamenti di contesto dal 1923 a oggi? L’idea, ad esempio, che la partecipazione è la base di ogni organismo politico sano, così come la decisione ne costituisce l’altezza e la selezione la profondità. L’intuizione che dall’èra delle masse non si torna indietro e che essa rappresenta il campo di battaglia in cui si scontrano differenti concezioni del mondo. La consapevolezza che le battaglie antistoriche sono sempre perdenti e che è necessario “cavalcare la tigre” dei fenomeni in atto senza essere da loro cavalcati. Ma di tutto questo, va da sé, ci sarà tempo di riparlare.

Condividi

martedì 24 marzo 2009

Democrazia: il problema (Alain de Benoist)

«Non tutti, oggi, sono democratici, ma tutti pretendono di esserlo...»

(Alain de Benoist, Democrazia: il problema, 1985)


Alain de Benoist (in foto), scrittore francese quanto mai interessante, fu tra gli animatori negli anni ‘70 del movimento culturale Nouvelle Droite (Nuova Destra). Tra le sue opere spicca Democrazia: il problema (1985), sintetica ma attenta disamina dell’evoluzione del concetto di “democrazia”.
In tale opera l’autore ci fornisce una visione completa della democrazia, analizzando come il “fenomeno” abbia mutato forma e sostanza nel tempo fino a proporre un’idea di democrazia “organica” che – a detta sua – sarebbe oggigiorno più “efficace”. Il tutto arricchito da citazioni tratte dal pensiero di autorevoli personalità che vanno da Aristotele a Carl Schmitt, passando per Montesquieu, Sartori, Tocqueville, Michels e tanti altri.

Erroneamente, c’è chi crede la democrazia un “prodotto moderno”. Così non è. Fino al XIX secolo il concetto di democrazia non trovò grossa eco in Europa. De Benoist ci suggerisce allora di volgere lo sguardo in Grecia per studiare la “vera” democrazia; una democrazia diretta (tutti i cittadini potevano prender parte all’ekklesìa o assemblea, vero organo decisionale) dove «il popolo governava, invece di eleggere gli uomini incaricati di governarlo».

La democrazia è concepita non in rapporto all’individuo, ma alla comunità organizzata, alla città (pòlis). Caratteristica principale della sua esistenza è perciò il concetto di cittadinanza, dove cittadino (polìtes) è chi appartiene a una patria, cioè a una terra e ad un passato.

Anche per il concetto di “libertà” vale la stessa premessa: per il Greco è l’appartenenza a conferire la libertà, essere libero significa avere il diritto di poter partecipare alla vita politica, alla vita della città dunque. Ebbene se la democrazia è inscindibilmente legata al concetto di libertà, e questo è legato a sua volta al concetto di appartenenza a una comunità (cittadinanza quindi), ne risulta che in una città di uomini liberi, l’interesse particolare non può che sottostare all’interesse generale, cioè quello della comunità/città.

Proseguendo nella sua analisi, de Benoist passa in rassegna le critiche che più spesso si muovono oggi contro la moderna democrazia.

Una di queste critiche è quella che vede il “regno dei partiti” attentatore all’unità nazionale. Portando avanti ognuno i propri interessi, sempre divergenti, il gioco politico perde di vista l’interesse generale creando uno stato di “endemica guerra civile”.

La democrazia non è poi legata “naturalmente” al concetto di libertà. Sono stati molti i regimi democratici oppressivi e terroristici (si pensi al genocidio vandeano, o alle “democrazie popolari” dell’Europa dell’Est fino al 1989...).

Altra critica è mossa verso chi confonde la democrazia con il liberalismo. Una loro congiunzione, essendo la prima fondata sul concetto di “potere del popolo” e il secondo sui diritti dell’individuo scaturiti da una “naturale” condizione di eguaglianza, appare quanto mai complicata. Nello stato democratico è il popolo ad essere sovrano. Altra cosa avviene nello stato liberale dove sovrano diventa il numero.

Proseguendo, l’autore sposta l’attenzione sul concetto di pluralismo e sovranità popolare.

Le moderne democrazie rappresentative vedono nel pluralismo un connotato fondante la democrazia stessa. In altri termini o la moderna democrazia rappresentativa riconosce il pluralismo o non è. Tuttavia riconoscere il pluralismo significa difendere anche quelle “arene” politico-sociali non propriamente democratiche e/o spesso avverse al regime stesso. Posta così la questione, il pluralismo rischia di essere un fattore “disgregante” per la democrazia, più che istitutivo.

Sulla sovranità popolare (espressione democratica per antonomasia...) e sul principio di maggioranza che le è proprio, resta da indicare significato e portata da attribuire a tale principio. Esso può considerarsi allora come un dogma o come una tecnica. Se la osserviamo nell’accezione dogma, è allora la quantità che risulta essere l’extrema ratio; è il numero che fa nuovamente da “sovrano”.
Se la consideriamo come tecnica, e assodiamo che il regime liberale vede ogni forma di dominio antidemocratica, è il riconoscimento dei diritti alla minoranza (opposizione) che garantisce il buon funzionamento democratico. Ma riconoscere tali diritti significa riconoscere il pluralismo e tutti i rischi ad esso connessi, non ultimo quello di disgregazione della nozione di popolo, base della democrazia stessa.

Il IV capitolo del libro è dedicato a (ed intitolato) “la crisi della democrazia”.

Le moderne democrazie occidentali assumono la forma, per dirla con Dahl, di poliarchie elettive in quanto il popolo delega a chi elegge la «cura di far passare nella realtà le sue decisioni». Il rappresentante, però, delegherà a sua volta parte del compito a collaboratori, funzionari, esperti, e via dicendo. Inoltre il potere politico non è il solo potere esistente nella società (si pensi ad istanze economiche, al potere dei media, ad altre istituzioni culturali, ecc.). I partiti rendono ancor più caotico il contesto: essendo organizzati internamente secondo logiche oligarchiche (R. Michels), essi «pretendono di difendere l’interesse comune, ma difendono in realtà la propria potenza. Contrapposti gli uni agli altri, sono tutti d’accordo per mantenere il regime dei partiti».
L’elettore, che dovrebbe essere il “protagonista” del regime democratico, fa in realtà la parte della “comparsa”; si aggiunga poi che tanto è più alto il numero dell’elettorato, tanto più l’importanza del singolo voto si marginalizza: se votano 40 milioni di persone, il voto del singolo non è che la 40 milionesima parte della volontà generale. Questa demoralizzante condizione dell’elettore è aggravata dal fatto che la volontà popolare non è mai auto-determinata, ma quasi sempre “fabbricata” da tecniche di condizionamento dell’opinione ad opera degli organi di informazione. «Pubblicità e marketing hanno raccolto il testimone della propaganda. Nessun dispotismo era fino ad oggi riuscito a far accettare così passivamente una simile Gleichschaltung (messa al passo)».

La limitata durata del mandato non può che aggravare la situazione. I programmi politici dei candidati tenderanno infatti a concentrarsi su politiche che mirano al breve termine. Puntando tutto sulla “seduzione” per poter raccogliere il più alto numero di voti possibile, i programmi elettorali saranno scarni, a scarsissimo carattere ideologico e per lo più standardizzati; lasciando l’elettore con la sensazione che «tutti gli uomini politici dicono le stesse cose».

Per finire, Alain de Benoist ci indica la direzione “verso una democrazia organica”. Sapendo già da Aristotele che una democrazia non può esistere in Stati con troppe persone, sembrerebbe impossibile proporre tale regime in un contesto come quello contemporaneo. Eppure la nostra società si compone di una moltitudine di comunità (regioni, comuni, municipi, ecc.). È qui che la democrazia può trovare espressione nella sua forma più “pura” ed originaria: quella diretta.

Altra forma di espressione diretta è il plebiscito (oggi referendum). Essendo la democrazia fondata sul concetto di partecipazione, quale mezzo migliore dell’iniziativa popolare per far sentire la collettività realmente partecipe?

Per partecipare, poi, è indispensabile riconoscersi nel contesto in cui la partecipazione avviene; da qui risulta indispensabile riprendere il concetto greco di cittadinanza, dove l’interesse comune non sottostà a quello individuale, ma, al contrario, l’individuo assume coscienza di sé proprio perché appartenente a una collettività.
In una siffatta società, dove l’idea di patria assumerebbe un’importanza centrale, è il sentimento di fratellanza che diventa fondamento non solo della solidarietà, ma anche della giustizia sociale, del patriottismo e della partecipazione democratica.

Condividi

venerdì 30 gennaio 2009

Studenti romani per un Tibet libero

Students for a free Tibet è un’associazione internazionale che lotta per i diritti del Tibet, soprattutto a livello studentesco.

Nasce nel 1994 a New York ed ha sedi in tutto il mondo. Dal 2005 ha posto le sue radici anche in Italia grazie a Gelek Yakar, responsabile nazionale. Successivamente si è estesa anche a Milano, Trento, Bolzano, Siena e nel maggio 2008 a Roma.
È e vuole essere un’associazione completamente apolitica e trasversale, che porti nelle scuole e negli atenei, attraverso assemblee, conferenze e qualsiasi altra attività, una sensibilità maggiore per il dramma che il millenario popolo tibetano patisce quotidianamente, oramai da lunghi decenni.

Negli anni passati siamo stati protagonisti di molte proteste, tra cui quelle antecedenti alle olimpiadi di Pechino, abbiamo organizzato varie conferenze in licei ed università e abbiamo partecipato a molte manifestazioni, cercando di dare sempre il massimo alla lotta per la libertà del Tibet.

Con l’occasione della nascita del sito internet di Students for a free Tibet Roma, proponiamo questo interessante articolo intitolato “Gli interessi cinesi in Tibet” tratto dall’opuscolo informativo “La questione tibetana”, scaricabile in formato pdf sia nella sezione link sulla destra del nostro blog, che direttamente dal sito http://www.sftitalia.org

I motivi per cui la Cina porta avanti una vera e propria occupazione coloniale nel terzo millennio sono molteplici e tutti inquadrabili nella continua ricerca di risorse per sostenere il suo sfrenato sviluppo economico.
Il programma di sviluppo occidentale cinese del 2000 (China Western Development) è stato attuato anche in diverse regioni “autonome” e così milioni di dollari arrivati da Pechino hanno potuto trasformare il Tibet da una delle zone più incontaminate del mondo ad una immensa fabbrica di risorse naturali e manodopera a costo zero. Non solo infrastrutture, sfruttamento di risorse naturali e centrali nucleari ma anche i cosiddetti “programmi di educazione e salute sociale” hanno cambiato in modo irreversibile “il tetto del mondo” e la sua popolazione; decine di specie di mammiferi, rettili e volatili sono scomparse dalla faccia della terra e vastissime riserve naturali oggi sono violate da autostrade, industrie e discariche nucleari.
Negli ultimi anni sono state distrutte foreste millenarie di querce e betulle per fare spazio all’agricoltura intensiva praticata dagli immigrati cinesi in cerca di fortuna, senza contare che la sola raccolta di legname ha fruttato alla Cina più di sessanta miliardi di dollari.

L’altopiano tibetano e i suoi ghiacci rappresentano la più importante riserva d’acqua di tutta l’Asia, il controllo di questo bene sempre più raro è fondamentale per il governo cinese: oltre alla costruzione di dighe e centrali idroelettriche sono stati deviati i corsi di decine di fiumi per rifornire d’acqua città cinesi come Chengdu, Xining, Lanzhou e Xian con tutte le nefaste conseguenze ambientali che questo comporta, dalla desertificazione alle inondazioni improvvise.
L’estrazione di petrolio concessa a compagnie petrolifere occidentali e lo sfruttamento delle risorse minerarie (uranio in primis ma anche ferro, oro, rame) di cui il Tibet è ricchissimo hanno fatto guadagnare al regime di Pechino più di ottanta miliardi di dollari. Secondo i rapporti di diversi organismi internazionali e per stessa ammissione del governo cinese il Tibet, essendo dotato delle più importanti riserve di uranio oggi conosciute, è teatro di numerosi esperimenti nucleari portati avanti dall’industria bellica e ciò produce gravissime conseguenze su tutta la popolazione.

Allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali si accompagnano i famigerati programmi di educazione sociale e l’arrivo di milioni di immigrati da una Cina sempre più afflitta dal problema della sovrappopolazione.
Negli ultimi cinquant’anni nella sola provincia dell’Amdo la popolazione è aumentata da 1,5 a 5 milioni di abitanti, migliaia di pastori e contadini locali sono stati costretti a trasferirsi, acquistare nuove case e indebitarsi con le banche. L’esercito della Cina comunista occupa tutt’ora militarmente il Tibet e, dopo aver costretto all’esilio il Dalai Lama e il governo, continua nella distruzione dei monasteri, delle biblioteche e di tutta la millenaria cultura tibetana, basti pensare che oggi nelle scuole tibetane viene insegnato soltanto il cinese.

Intanto nel 2008 gli Usa cancellano la Cina, uno dei maggiori investitori di Wall Strett, dalla lista dei paesi che violano i diritti umani (ignorando che moltissime multinazionali nordamericane sfruttano la manodopera a costo zero dei laogai), arrivano le olimpiadi e tutti i paesi occidentali fanno a gara per delocalizzare la produzione e stipulare accordi commerciali con la dittatura capital-comunista.

Condividi

sabato 24 gennaio 2009

L’Università che vogliamo



A conclusione del ciclo “Scuola e Università”, è Francesco Polacchi, responsabile nazionale del Blocco Studentesco, a offrirci la sua penna. Dopo l’analisi del pensiero di illustri uomini della cultura europea, è il momento di noi giovani! Ecco l’università che vogliamo!


Oggi si vive un momento molto particolare per l’Università italiana che viene colpita da più parti e su più livelli.
Cominciando dalle ultime novità in materia di legge, che prevedono la possibilità di trasformare gli atenei italiani in fondazioni di diritto privato permettendo, in futuro, a interessi privati di subentrare nei consigli di amministrazione e, al di là di scopi di mecenatismo, di usufruire delle strutture e delle ricerche che vengono condotte all’interno. Questo è quindi l’ennesimo atto di smantellamento dell’università pubblica appartenente allo stato sociale, ossia alla “cosa pubblica”.

Partendo proprio dal concetto di “res publica”, oggi lo Stato dovrebbe essere l’integrazione spirituale alla vita di un Popolo che si riconosce nella storia e nelle tradizioni dei propri Padri che hanno vissuto entro certi limiti geografici: la Nazione. L’idea di Stato è quindi la sintesi etica della comunità di Popolo che vive la Nazione. Esso deve aspirare alla formazione per la crescita delle nuove generazioni e adempiere il proprio destino. Per questo c’è bisogno di un continuo ricambio al proprio vertice e che siano i giovani, più volenterosi e attivi, a farsene carico.

Il luogo per eccellenza fruitore di una sana educazione alla vita della comunità nazionale e della specializzazione professionale e tecnica in una visone organica dello Stato è l’Università.
Domanda: oggi è veramente così? Lo Stato garantisce, secondo un’equa considerazione dei diritti e dei doveri del cittadino, la possibilità di avere un’istruzione che non sia semplicemente un’impartizione nozionistica su base manualistica? La risposta è ovviamente no.

Leggendo le considerazioni che Nietzsche faceva sull’università tedesca e di Le Bon su quella francese di fine ‘800, capiamo quanto esse siano attuali. Oggi assistiamo infatti allo svilimento della cultura nel suo aspetto più puro, ossia nella ricerca. Bisogna però fare un distinguo importante: per ricerca non si intende solo quella scientifica e tecnica, ma anche quella umanistica che è stata completamente sormontata e declassata negli ultimi tempi, in favore proprio di quella sopracitata che crea però un approccio del tutto diverso nella vita di tutti i giorni. Se è vero che bisogna ammiccare al progresso e alla tecnologia senza perderne il controllo (il rischio è quello di essere sottomessi dalla tecnica anziché saperla sfruttare), non è ammissibile che ci sia così poco riguardo per tutte quelle discipline che nella storia hanno elevato l’Uomo a “non essere solo ciò che mangia”, ma anzi sono riuscite a creare le basi culturali favorevoli allo sviluppo delle civiltà che si sono susseguite. Di fatto possiamo dire che la salute dell’Università possa essere indice del grado di civiltà a cui una determinata società/comunità sia arrivata. Per civiltà intendo la capacità di un popolo di aspirare ai valori assoluti di Giustizia, Bene e Bellezza sapendoli adattare al tempo e allo spazio (evoluzione del diritto, tipologia di architettura…).

Sempre nell’articolo su Nietzsche si legge come egli avesse notato che la cultura si andava adattando all’uomo sovvertendo la vecchia abitudine in cui era lo studente che doveva avviarsi a un percorso di crescita. Ciò avveniva e avviene tutt’oggi in quanto si vuol far conoscere un po’ di tutto a tutti. Dunque la televisione. Informazioni su informazioni, riempire la testa di informazioni tanto da far sembrare a chi le riceve di essere dinamico, non accorgendosi invece della passività cui è portato. Questo diviene il primo passaggio verso la standardizzazione del pensiero generale che ci porta palesemente verso il “pensiero unico”, ossia sulla divisione delle analisi legate più al gusto che non alla scelta profonda dell’individuo. È così infatti che si è creata nell’ultimo secolo la finta battaglia ideale, comunque dualista, tra liberal/capitalismo e comunismo: che differenza c’è nella sostanza, e non nella forma, tra globalizzazione e internazionalismo, tra le due forme di materialismo (del denaro e dialettico/storico) che portano comunque sempre all’assenza di una visione della vita e della cultura che sia “al di sopra dello stato del bisogno”, e nelle lotte di classe del ricco contro il povero o della classe “proletaria” che si arroga gli stessi privilegi delle classi più abbienti?

Starà comunque ai giovani essere in grado di rimettere le mani sul proprio presente per costruire il proprio futuro, è la giovinezza che deve salire al potere. L’idea di giovinezza! Essa non è un periodo della vita, ma una mentalità, una forma mentis, uno stato d’animo.
È la giovinezza che deve farsi carico, per dirla con Heidegger o con Mazzini (in foto), della missione spirituale di un popolo. Una volta apportata questa rivoluzione esistenziale ci sarà bisogno di una maggiore rappresentanza studentesca all’interno dei vari organi istituzionali universitari che portino una ventata di originalità e partecipazione alle attività comunitarie.

Si deve ritornare alla costituzione dei giochi sportivi, come quelli della gioventù, in cui far prevalere i concetti di sportività e sana competizione tipo spirito olimpico (quello antico non quello attuale).
Si deve ricostruire, inoltre, un nuovo rapporto tra uomo e natura cercando di trasformare le università in dei laboratori di crescita e sviluppo delle energie alternative, riuscendo cioè a essere in grado di sfruttare tutte le opportunità che essa ci offre.

In conclusione l’ambizione della nuova generazione deve essere quella di scrivere l’enciclopedia di tutte le scienze, a Le Bon non piacerà, basandosi sullo studio più raffinato, approfondito e meticoloso alla materia che viene presa in esame. Essa non deve essere vista come sapere statico, come assenza di attenzione verso il singolo o come inculcazione di nozioni da recepire e subire. Il concetto di enciclopedia non deve escludere l’attività manuale o fisica e deve essere un ampliamento delle conoscenze di base anche per la formazione del carattere e della personalità del singolo. È fondamentale che ci sia questa aspirazione perché essa starebbe alla base della conoscenza generale su cui poter intervenire inserendo i propri studi, o dal quale se ne possano ricavare testi sintetici per le scuole primarie. Sta alle nuove generazioni creare attenzione sulla cultura, e promuovere ogni forma di studio. Non è certo la staticità da manuale che bisogna ricercare, ma un lavoro di squadra finalizzato alla condivisione del sapere per tutto il popolo italiano, e al fornire strumenti specifici e migliori per chi vuole intraprendere studi più dettagliati. Come fece la Treccani durante il fascismo.

Mio caro Le Bon le masse si basano su istinti irrazionali che li portano a distruggere anziché a costruire, è vero, ma se guidate, non solo da un capo carismatico bensì da un’avanguardia del pensiero e della politica, esse possono maturare e trasformarsi in Popolo e il Popolo necessita di un’educazione e di un’istruzione a 360 gradi.


Condividi

mercoledì 21 gennaio 2009

Heidegger e l’Università


In tempi in cui torna a farsi prepotente il dibattito sull’educazione superiore, vale la pena di riprendere in mano un’opera minore del grande esistenzialista tedesco Martin Heidegger (1889 – 1976, in foto). Si tratta del suo discorso d’insediamento al rettorato: “Die Selbstbehauptung der deutschen Universität” – pubblicato in Italia dall’editrice “Il melangolo” col titolo “L’autoaffermazione dell’università tedesca” – il quale è stato più volte accusato dalle solite ‘anime pie’ di collusione col nazionalsocialismo. Tuttavia, come mettono bene in chiaro gli apparati critici inclusi nel volumetto, non ultima la prefazione del figlio Hermann Heidegger e il breve scritto “Il rettorato 1933/34” (“1933/34”) redatto dal filosofo nel 1945, non solo non vi è il minimo riferimento al nazionalsocialismo nel testo, ma addirittura questo discorso non fu affatto gradito dal Partito. D’altra parte l’indubbio valore filosofico del testo fu ammesso anche da filosofi di sinistra quali Karl Jaspers (1883 – 1969) e Karl Löwith (1897 – 1973): “L’autoaffermazione dell’università tedesca è un discorso di elevato tenore filosofico e di grandi pretese, un piccolo capolavoro nella formulazione e nella composizione. Alla luce della filosofia è un’opera straordinariamente ambigua… e chi lo ascolta alla fine non sa se deve prendere in mano la silloge dei presocratici curata da Diels o marciare con le S.A.”

In ogni caso, nonostante Martin Heidegger fosse pienamente inserito nell’ambiente della Destra tedesca anti-weimariana, legato da rapporti anche d’amicizia con Carl Schmitt (1888 – 1985) ed Ernst Jünger (1895 – 1998), e ambisse ad essere per Hitler ciò che Gentile fu per Mussolini, gli eventi presero presto una piega diversa. In primo luogo, Heidegger, come molti altri autori della konservative Revolution, non condivideva affatto le teorie razzialiste che costituiscono la maggiore e più radicale differenza tra fascismo e nazionalsocialismo. Inoltre mancò da parte dei nazionalsocialisti, a differenza del fascismo italiano con le riforme Gentile e Bottai, un progetto organico che promuovesse e garantisse il valore e l’autonomia del sistema d’istruzione e dell’università tedesca (per altro già molto solide di per sé). Questo discorso risulta comunque essere di particolare interesse, proprio perché, nel suo piccolo, contiene in nocciolo una teoria coerente dell’università nazionale e sociale.

In esso, Heidegger rivendica innanzitutto l’autonomia dell’università come corpo studentesco e corpo docente uniti sotto la guida del rettore. Ai fini di quest’autonomia, è però necessario interrogare se stessi, meditare sul proprio stesso essere. “L’università tedesca è per noi l’istituzione che sulle fondamenta della scienza e mediante la scienza educa e forma nella disciplina i capi e custodi del destino del popolo tedesco. Volere l’essenza dell’università tedesca significa volere la scienza e cioè volere la missione spirituale del popolo tedesco, in quanto popolo giunto alla piena coscienza di sé nel suo stato”. Per meditare su se stessi e cogliere l’essenza di questa scienza, è opportuno risalire all’inizio stesso del pensiero occidentale: la filosofia greca, la quale era ben consapevole dell’impotenza del sapere davanti al destino, ragion per cui l’interrogarsi non è avulso dalla realtà, ma guarda saldamente davanti a sé.

“Dalla decisione del corpo studentesco tedesco, di fronteggiare il destino tedesco nella sua estrema indigenza, proviene una volontà diretta all’essenza dell’università”. Perciò, il concetto spesso travisato di ‘libertà accademica’ viene ricondotto a tre obblighi, uguali per necessità e rango: il primo rivolto alla comunità del popolo, consistente nel servizio del lavoro; il secondo rivolto all’onore e al destino della nazione, consistente nel servizio delle armi; il terzo rivolto alla missione specifica del popolo tedesco, consistente nel servizio del sapere. “L’università tedesca può acquistare potenza e forma solo se i tre servizi (…) si trovano cooriginariamente congiunti in un’unica forza”. A questo fine, “ogni capacità della volontà o del pensiero, tutte le forze del cuore e tutte le facoltà del corpo devono svilupparsi mediante la lotta, accrescersi nella lotta, e perseverare come lotta”, (intendendo questa in senso eracliteo).

Concludendo, emerge chiaramente come l’università, basata sull’unione del corpo studentesco e del corpo insegnante, debba essere autonoma nel perseguire gli obblighi che la rendono veramente capace di affrontare la scienza come missione spirituale della nazione, di fronte al destino.


Condividi

lunedì 10 novembre 2008

"Democrazia, il problema". Recensione del libro di A. de Benoist

"Non tutti, oggi, sono democratici, ma tutti pretendono di esserlo...". E' con questa frase che A. de Benoist, nel suo libro "Democrazia - il problema" inizia a trattare tale regime.

In questo saggio, l'autore ci fornisce una visione completa della democrazia, analizzando come il "fenomeno" abbia mutato forma e sostanza nel tempo fino a proporre un'idea di democrazia "organica" che, a detta sua, sarebbe oggigiorno più "efficace". Il tutto arricchito da citazioni tratte dal pensiero di autorevoli personalità cha vanno da Aristotele a Carl Schmitt, passando per Montesquieu, Sartori, Tocqueville, Michels e tanti altri...

Erroneamente, c'è chi crede la democrazia un "prodotto moderno". Così non è. Fino al XIX secolo il concetto di democrazia non trovò grossa eco in Europa. De Benoist ci suggerisce allora di volgere lo sguardo in Grecia per studiare la "vera" democrazia; una democrazia diretta (tutti i cittadini potevano prender parte all' ekklesia o assemblea, vero organo decisionale) dove "Il popolo governava, invece di eleggere gli uomini incaricati di governarlo".

La democrazia è concepita non in rapporto all'individuo, ma alla comunità organizzata, alla città. Caratteristica principale della sua esistenza è perciò il concetto di cittadinanza, dove cittadino (polites) è chi appartiene a una patria, cioè a una terra e ad un passato.

Anche per il concetto di "libertà" vale la stessa premessa: per il Greco è l'appartenenza a conferire la libertà, essere libero significa avere il diritto di poter partecipare alla vita politica, alla vita della città dunque. Ebbene se la democrazia è inscindibilmente legata al concetto di libertà, e questo è legato a sua volta al concetto di appartenenza a una comunità (cittadinanza quindi), ne risulta che in una città di uomini liberi, l'interesse particolare non può che sottostare all'interesse generale, cioè quello della comunità/città.

Proseguendo nella sua analisi, de Benoist passa in rassegna le critiche che più spesso si muovono oggi contro la moderna democrazia.

Una di queste critiche è quella che vede il "regno dei partiti" attentatore all'unità nazionale. Portando avanti ognuno i propri interessi, sempre divergenti, il gioco politico perde di vista l'interesse generale creando uno stato di "endemica guerra civile".

La democrazia non è poi legata "naturalmente" al concetto di libertà. Sono stati molti i regimi democratici oppressivi e terroristi (si pensi al genocidio vandeano, o alle "democrazie popolari" dell'est-Europa fino al 1989...).

Altra critica è mossa verso chi confonde la democrazia con il liberalismo. Una loro congiunzione, essendo la prima fondata sul concetto di "potere del popolo" e il secondo sui diritti dell'individuo scaturiti da una "naturale" condizione di eguaglianza, appare quantomai complicata. Nello stato democratico è il popolo ad essere sovrano. Altra cosa avviene nello stato liberale dove sovrano diventa il numero.

Proseguendo, l'autore sposta l'attenzione sul concetto di pluralismo e sovranità popolare.

Le moderne democrazie rappresentative vedono nel pluralismo un connotato fondante la democrazia stessa. In altri termini o la moderna democrazia rappresentativa riconosce il pluralismo o non è. Tuttavia riconoscere il pluralismo significa difendere anche quelle "arene" politico-sociali non propriamente democratiche e/o spesso avverse al regime stesso. Posta così, il pluralismo rischia di essere un fattore "disgregante" per la democrazia, più che istitutivo.

Sulla sovranità popolare (espressione democratica per antonomasia...) e sul principio di maggioranza che le è proprio, resta da indicare significato e portata da attribuire a tale principio. Esso può considerarsi allora come un dogma o come una tecnica. Se la osserviamo nell'accezione dogma, è allora la quantità che risulta essere l' extrema ratio; è il numero che fa nuovamente da "sovrano".
Se la consideriamo come tecnica, e assodiamo che il regime liberale vede ogni forma di dominio antidemocratica, è il riconoscimento dei diritti alla minoranza (opposizione) che garantisce il buon funzionamento democratico. Ma riconoscere tali diritti significa riconoscere il pluralismo e tutti i rischi ad esso connessi, non ultimo quello di disgregazione della nozione di popolo, base della democrazia stessa.

Il IV capitolo del libro è dedicato a (ed intitolato) "la crisi della democrazia".

Le moderne democrazie occidentali assumono la forma, per dirla con Dahl, di poliarchie elettive in quanto il popolo delega a chi elegge la "cura di far passare nella realtà le sue decisioni". Il rappresentante, però, delegherà a sua volta parte del compito a collaboratori, funzionari, esperti, e via dicendo. Inoltre il potere politico non è il solo potere esistente nella società (si pensi ad istanze economiche, al potere dei media, ad altre istituzioni culturali, ecc.). I partiti rendono ancor più caotico il contesto: essendo organizzati internamente secondo logiche oligarchiche (R. Michels), essi "pretendono di difendere l'interesse comune, ma difendono in realtà la propria potenza. Contrapposti gli uni agli altri, sono tutti d'accordo per mantenere il regime dei partiti".

L'elettore, che dovrebbe essere il "protagonista" del regime democratico, fa in realtà la parte della "comparsa"; si aggiunga poi che tanto è più alto il numero dell'elettorato, tanto più l'importanza del singolo voto si marginalizza: se votano 40 milioni di persone, il voto del singolo non è che la 40 milionesima parte della volontà generale. Questa demoralizzante condizione dell'elettore è aggravata dal fatto che la volontà popolare non è mai autodeterminata, ma quasi sempre "fabbricata" da tecniche di condizionamento dell'opinione ad opera degli organi di informazione. "Pubblicità e marketing hanno raccolto il testimone della propaganda. Nessun dispotismo era fino ad oggi riuscito a far accettare così passivamente una simile Gleichschaltung (messa al passo)".

La limitata durata del mandato non può che aggravare la situazione. I programmi politici dei candidati tenderanno infatti a concentrarsi su politiche che mirano al breve termine. Puntando tutto sulla "seduzione" per poter raccogliere il più alto numero di voti possibile, i programmi elettorali saranno scarni, a scarsissimo carattere ideologico e per lo più standardizzati; lasciando l'elettore con la sensazione che "tutti gli uomini politici dicono le stesse cose".

Per finifre, Alain de Benoist ci indica la direzione "verso una democrazia organica". Sapendo già da Aristotele che una democrazia non può esistere in stati con troppe persone, sembrerebbe impossibile proporre tale regime in un contesto come quello contemporaneo. Eppure la nostra società si compone di una multitudine di comunità (regioni, comuni, municipi, ecc.). E' qui che la democrazia può trovare espressione nella sua forma più "pura" ed originaria: quella diretta.

Altra forma di espressione diretta è il plebiscito (oggi referendum). Essendo la democrazia fondata sul concetto di partecipazione, quale mezzo migliore dell'iniziativa popolare per far sentire la collettività realmente partecipe?

Per partecipare, poi, è indispensabile riconoscersi nel contesto in cui la partecipazione avviene; da quì risulta indispensabile riprendere il concetto greco di cittadinanza, dove l'interesse comune non sottostà a quello individuale, ma, al contrario, l'individuo assume coscienza di sé proprio perchè appartenente a una collettività.
In una siffatta società, dove l'idea di patria assumerebbe un'importanza centrale, è il sentimento di fratellanza che diventa fondamento non solo della solidarietà, ma anche della giustizia sociale, del patriottismo e della partecipazione democratica.

Condividi