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giovedì 9 maggio 2013

Alessandro Pavolini: L’ultimo poeta armato


L’articolo è stato pubblicato in «Occidentale», aprile 2013.


Il mito, sin dai tempi più remoti, cela in sé una potenza primordiale e misteriosa. Il mito, attraverso simboli e immagini, ci parla, tecnicamente ci «narra», ci invita all’azione, alla fedeltà a un archetipo. Nel caso di Alessandro Pavolini, la fedeltà al fascismo. La perfetta e simmetrica identificazione del segretario del Pfr con il suo mito archetipico (il fascismo sansepolcrista, lo squadrismo delle origini) ha poi reso lui stesso un mito. «Un’Idea vive nella sua pienezza e si collauda nella sua profondità quando il morire battendosi per essa non è metaforico giuramento, ma pratica quotidiana»: così Alessandro Pavolini ha magistralmente espresso, in una prosa tragicamente vibrante, l’essenza dell’ideale fascista, della salda fedeltà al fascismo, che poi altro non voleva dire che fedeltà a sé stessi, al proprio destino che si è liberalmente scelto.

Senza scomodare Sorel, è troppo facile constatare che, specialmente nell’epoca moderna, conformarsi a un mito, a un’immagine di sé stessi e della propria comunità, è un atto eminentemente rivoluzionario. E questo perché, nella «società liquida» e del nichilismo realizzato, si avverte intorno a noi un malcelato rifiuto di tutto ciò che è Forma, di tutto ciò che è strutturato, che è scultura di sé, che è costruito con abnegazione e attraverso la distruzione del proprio «io» egoista e borghese – un rifiuto di tutto ciò che è bello perché autentico, che è conturbante perché, in definitiva, terribilmente vero.

È proprio per questo motivo, cioè per esorcizzare la bellezza solare del mito incarnato e vissuto, che la parola d’ordine del borghese invidioso è diventata «demitizzare». Cosa ben diversa dalla demistificazione, che invece non è altro che lo smascherare una menzogna artificiosa. No, la demitizzazione è un processo molto più sottile e spudoratamente vile. Essa consiste, in ultima analisi, nel diffamare l’autenticità, nell’abbassare la grandezza e le più alte vette dell’esistenza alle turpi bassezze dei nani. Essere fedeli al proprio mito è in effetti il peggiore dei crimini agli occhi del borghese politicamente corretto, il quale non fa altro che predicare la prudenza, la diserzione, l’individualismo più retrivo. È per questo che il nume sfavillante di Pavolini si è cercato più volte di demitizzarlo. Una vana illusione, del resto, perché il regno delle aquile non potrà mai essere il loro starnazzante pollaio. 

Ma, d’altronde, come si poteva perdonare al Pavolini creatore dei Littoriali, del Maggio Musicale Fiorentino, delle Rassegne d’Arte, della Fiera del Libro, del Teatro Sperimentale dei Guf, ecc. – come si poteva perdonare a quest’uomo di profonda, raffinata e vivace cultura di essere stato fascista? Di più: come si poteva perdonargli di aver incarnato così fedelmente l’idea fascista tanto da immolarsi per essa, mentre tutti gli altri tradivano, si imboscavano, si prostituivano? 

«Le Brigate Nere in che periodo sono apparse? Quando altri si squagliavano e noi ci adunammo. Altri dimettevano il distintivo e noi ci rimettemmo la camicia nera. Altri cercavano di farsi dimenticare e noi ci ricordammo. Ci ricordammo delle parole date, delle fedi promesse, dei compagni perduti. Noi ci ricorderemo sempre». Ecco, la fedeltà al mito e al proprio ideale: questo, i biliosi e i truffatori, non glielo potevano proprio perdonare.

Ora, la seconda edizione ampiamente arricchita de L’ultimo poeta armato. Alessandro Pavolini segretario del Pfr (Seb, pp. 436, € 24) di Massimiliano Soldani, recentemente pubblicata a più di un decennio di distanza dalla prima (1999), ci aiuta a meglio comprendere il mito di Alessandro Pavolini. L’opera di Soldani infatti, arricchita peraltro da una magnifica introduzione di Gabriele Adinolfi, rappresenta un ottimo esempio di storiografia competente e non conforme che rifugge da un tipico tranello in cui spesso è incappato il variegato ambiente neofascista, ossia la trasformazione del fondatore delle Brigate Nere in un santino e in una figurina. Ricordare Pavolini unicamente come l’eroe che resiste fino all’ultimo, fino all’ultima cartuccia, è un altro modo, cioè, per depotenziare la sua figura. Perché Pavolini, prima del supremo ed eroico sacrificio, è stato un uomo che ha vissuto, che ha lottato durante tutta la sua esistenza per qualcosa di ben preciso.  

L’Autore infatti, grazie a una rara padronanza delle fonti, ricostruisce con esattezza le numerose tappe della battaglia politico-culturale di Pavolini, dagli anni del «Bargello» sino agl’ultimi provvedimenti da segretario del Pfr. Dalle pagine dell’opera di Soldani, dunque, emerge chiaramente il fascismo per cui Pavolini si è battuto. Che non è il «fascismo» dei fiancheggiatori, dei conservatori e dei liberali in orbace, bensì il fascismo degli squadristi della prima ora, il fascismo come cultura totale, il corporativismo che anela alla rivoluzione sociale, la socializzazione che introduce gli operai alla gestione delle imprese: è, in definitiva, lo stupendo fascismo mussoliniano sociale e nazionale, il fascismo immenso e rosso.

Si badi che l’appunto è tutt’altro che banale. Se per vent’anni molti si erano costruiti un fascismo fatto su misura, Pavolini al contrario, pur non rinunciando certamente alla discussione e alle critiche costruttive, è sempre rimasto fedele al fascismo originario e rivoluzionario. E ciò è ancora più importante e notevole se riflettiamo sul fatto che tutti questi vari «fascismi» sono poi sopravvissuti nel dopoguerra, e tuttora convivono all’interno della cosiddetta «area» neofascista. In altre parole quindi, conoscere a fondo, grazie a questo volume, la personalità di Pavolini ci aiuta a non perdere di vista la stella polare, ossia il fascismo autentico e genuino, quello in camicia nera. Il fascismo aristocratico perché popolare, imperiale perché nazionale, culturale perché incarnato nell’azione. Quel fascismo che fu veramente la «poesia del XX secolo». 

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venerdì 28 ottobre 2011

Italia come volontà di potenza

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», novembre 2011. 


Ce n’era bisogno. Ce n’era bisogno davvero di questo libro e va detto forte e chiaro. C’era proprio bisogno di questa utilissima raccolta di saggi, diretta dall’ottimo Pietro Cappellari, a cui hanno partecipato, tra gli altri, lo stesso Cappellari, Gabriele Adinolfi, Stelvio Dal Piaz, Francesco Mancinelli, Alberto B. Mariantoni e Massimiliano Soldani, e che è stata recentemente presentata al nr. 8 di Via Napoleone III. Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore, € 20), infatti, è un’opera fondamentale per un motivo molto semplice: fa a pezzi sessant’anni di certo neofascismo che negò e vilipese la memoria e il portato ideale del nostro moto risorgimentale, vuoi per ispirazioni neoguelfe che vedono nel Risorgimento un piano occulto della Massoneria per annientare, assieme al potere temporale dei Papi, lo stesso cattolicesimo, vuoi per certo revanscismo borbonico e legittimista, che identifica l’Unità d’Italia con le depredazioni e le repressioni del Piemonte savoiardo ai danni del Meridione, vuoi infine per certo tradizionalismo di matrice evoliana che nega la nazione (in quanto creazione giacobina e sovversiva) in favore dell’Imperium.

Come si può vedere, pertanto, la questione dell’eredità del Risorgimento per i neofascisti è molto complessa e sfaccettata. Eppure – e questo va evidenziato con la massima decisione – tale questione, per i fascisti, non si era semplicemente mai posta. Si poteva al limite discutere su quale fosse la vera anima del Risorgimento (monarchica, repubblicana, liberale, federalista, socialista, ecc.), ma il nostro moto di liberazione nazionale rimase per il Fascismo un punto fermo nella storia d’Italia, di cui la Rivoluzione delle Camicie nere si presentava anzi come il glorioso compimento. Di questo tema, del resto, mi sono già occupato sulle colonne di «Occidentale» (maggio 2010) con l’articolo Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale (vedi anche qui), e quindi a questo rimando. Ora, infatti, vorrei porre l’accento su altre questioni ben analizzate nel libro curato da Cappellari.

L’intento di quest’opera, infatti, è chiaro sin dal suo sottotitolo. Innanzitutto, viene messa in discussione la stessa data del 17 marzo 1861, che altro non rappresenta se non la costituzione formale del Regno d’Italia, laddove, per poter parlare legittimamente di unità, ci si potrebbe viceversa riferire all’acquisizione del Veneto (1866), alla presa di Roma (1870), alla conquista di Trento e Trieste (1914) o anche all’annessione di Fiume (1924). Ma il problema, sollevato giustamente dal libro, non è o – meglio – non è solo territoriale: è anche e soprattutto ideale, morale, politico. Per questo motivo si fa risalire il terminus post quem del Risorgimento direttamente al 1831, all’anno cioè della creazione della Giovine Italia mazziniana e dei primi moti di rivolta nazionale. Perché, ci si potrà chiedere? Semplice: perché è allora che minoranze agguerrite e rivoluzionarie prendono coscienza della loro missione, ossia di rendere l’Italia, tramite l’insurrezione e il combattimento, finalmente libera, indipendente e sovrana.

Si tratta, in sostanza, di rintracciare quel filo rosso rivoluzionario che, al di là della diplomazia, del gretto parlamentarismo dell’Italia demo-liberale e del giolittismo, si dipana lungo la storia del nostro movimento di liberazione nazionale, impersonato in particolare da quelle avanguardie rivoluzionarie che da Mazzini, Garibaldi e Pisacane giungono sino al «crepuscolo degli dèi» della Repubblica Sociale Italiana. Si tratta cioè di individuare quei gruppi, quegli uomini, quei «profeti» (come li chiamò Giovanni Gentile) che, di contro alla mediocrità dell’italietta postrisorgimentale e alla «politica del piede di casa», mirarono a realizzare le genuine aspirazioni di grandezza dell’Italia, ossia a realizzare il mito mazziniano-giobertiano-orianesco della «Terza Roma», cioè della missione universale e del primato civile della nostra nazione nel mondo.

Entriamo così in contatto con fulgide personalità come Mameli, il giovanissimo poeta caduto eroicamente nella difesa disperata della Repubblica romana (1849), come Mazzini, latore di uno spiritualismo antindividualistico e di un cooperativismo solidaristico-nazionale, come Garibaldi, il «Duce» delle camicie rosse che si fece dittatore e che portò la sua guerra di liberazione ai quattro angoli della penisola, come Crispi, che, garibaldino, rilanciò la politica mediterranea dell’Italia, e come lo stesso Mussolini, che coronò i sogni imperiali degli italiani ridestati.

Come si può vedere dunque, a denunciare le politiche rapaci e sanguinarie del Piemonte sabaudo (che, depredando il Sud, creò la ancora irrisolta «questione meridionale») e ad avversare la borghesia rinunciataria e compromissoria (che si era accontentata dei privilegi ottenuti grazie all’Unità), si ergeva tutto un vasto e variegato movimento avanguardistico e rivoluzionario che, rifiutando l’arresto del processo risorgimentale, intendeva proseguire sul cammino tracciato dai suoi «profeti» per fare dell’Italia il faro di una nuova civiltà.

Questo grande disegno, tuttavia, si arrestò proprio alla «Quinta Guerra d’Indipendenza», ossia quel secondo conflitto mondiale che doveva rappresentare l’emancipazione dell’Italia dal giogo francese e, soprattutto, britannico nel Mediterraneo, il mare nostrum, viatico naturale e necessario alla realizzazione delle nostre ambizioni di potenza. È così che lo spirito del Risorgimento finì per animare i combattenti della Repubblica Sociale che, non a caso, enfatizzarono sempre più i loro richiami ai «profeti» della «Terza Italia», riallacciandosi in particolare alla gloriosa Repubblica romana e alla strenua resistenza degli eroi del Gianicolo. Ed è proprio in questa frattura tragica che risiede il dramma di incompiutezza di quel sottile filo rosso della nostra liberazione nazionale: dalle cannonate francesi contro Garibaldi e Manara ai bombardamenti anglo-americani sui militi e sulle popolazioni dell’ultima Italia libera e sovrana.

Perché – non dimentichiamolo! – furono proprio i combattenti di Salò a incarnare lo spirito risorgimentale, e non – come ben argomentano Dal Piaz e Adinolfi – quei partigiani che, viceversa, si resero protagonisti di una vera e propria «guerra di dipendenza» (da Mosca e da Washington). Le bande antifasciste infatti, sostenute da un forte apparato propagandistico, e per tenere il confronto con i fascisti anche su un piano ideologico, intesero presentare la Resistenza come un «Secondo Risorgimento». Fa ridere, lo so, ma è proprio così. Fatto sta che l’infatuazione nazionalistica durò assai poco, dato che ben presto la Dc guardò al Vaticano, il Pci all’Unione Sovietica e Pli e Pri a Londra, cioè a organismi e istituzioni di evidente matrice internazionalistica. Ma già solo la sottomissione politica dell’attuale repubblica parlamentare (nata dalla Resistenza) dovrebbe bastare a mettere in guardia da questo spregevole mascheramento puramente strumentale.

Constatando quindi l’odierno semi-servaggio italiota, non possiamo che rilevare il carattere incompiuto del nostro lungo processo risorgimentale, il cui spirito sembra momentaneamente sopito, o comunque vivente solo in poche minoranze, per quanto avanguardistiche e rivoluzionarie. E proprio in tal senso, questo libro rappresenta un preziosissimo strumento di riappropriazione ideale che, facendo giustizia delle troppe distorsioni interpretative e ideologiche del nostro moto di liberazione nazionale, ci richiama invece a incamminarci nuovamente su quel sentiero interrotto che conduce alla rivendicazione della missione e del primato dell’Italia nel mondo. Un libro quindi che, pur trattando del passato, ci sprona però verso il futuro. Un futuro da prendere d’assalto. Nel nome dei nostri «profeti» e dei nostri eroi.


Per approfondimenti:
Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale
Risorgimento e Fascismo

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giovedì 20 gennaio 2011

martedì 21 dicembre 2010

Hávámal

di Gabriele Adinolfi

Solstizio, tempo d’introspezione e di doni che fan bene allo spirito.
Il dono solstiziale quest’anno non può essere altro che Hávámal, edito da Diana in quest’anno solare.

Hávámal, come ci ricorda il curatore dell’opera, può essere tradotto con «Parole dall’Alto», ossia di Odinn (in italiano Odino), la massima divinità del pantheon nordico. La tradizione vuole infatti che gli Hávámal siano stati composti da Odinn stesso.
Il testo appare in una raccolta che va sotto il nome di Edda Poetica, da non confondere con l’omonima Edda di Snorri.

Si tratta di precetti di vita che provengono dall’alto della saggezza e che trattano ogni aspetto: si va dall’ospitalità, all’amicizia, all’etica, alle relazioni tra i sessi.
Si passa poi di livello, con la rievocazione del modo con il quale Odinn s’impossessa dell’idromele della saggezza e con la trasformazione iniziatica, fino al commiato.
Con le strofe del Runatal viene evocato l’atto solenne del sacrificio di Odinn. Il re degli Dei nordici s’impicca all’albero del mondo, Yggdrassill, per conquistare mediante il ciclo di morte e rinascita la conoscenza delle Rune, gli arcani simboli della magia nordica.

Antonio Costanzo, un giovane napoletano che ho avuto la fortuna di conoscere mentre era impegnato nell’opera, ha curato quest’edizione dell’Hávámal con anni e anni di studio filologico che lo hanno condotto a parlare correntemente l’islandese e a trascorrere mesi in Islanda allo scopo di renderci questa perla in tutta la sua brillantezza e nella sua precisione.
Un vero e proprio capolavoro di serietà, di rigore e di dedizione, Antonio.

Chi non avesse idea di cosa stiamo parlando sappia che la lettura degli Hávámal non solo è agevole ed estremamente piacevole, ma che tutto quel che ci trasmette è al contempo più sensato, più profondo e più tangibile di ciò a cui siamo stati abituati dalle consuete letture etiche, religiose ed esistenziali.
Una sobrietà luminosa caratterizza gli Hávámal.
259 pagine più annessi per € 18,50.
Il regalo solstiziale per eccellenza.

http://www.dianaedizioni.com/havamal.html

Antonio Costanzo è nato a Napoli nel 1979. Laureato con lode in fisica teorica alla Federico II di Napoli con la tesi Approccio spazio-temporale alle teorie di gauge quantizzate. Studioso delle lingue moderne ed antiche, parla correntemente islandese, norvegese, tedesco e inglese. Studioso della cultura germanica collabora con riviste e giornali di settore. È animatore del centro studî Nostra Romanitas e direttore responsabile della collana di studî nordici, Sunna, per la casa editrice Diana.

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venerdì 5 marzo 2010

Intervista a Gabriele Adinolfi


Gabriele Adinolfi è nato a Roma nel 1954. Tra i fondatori di Terza Posizione, è analista politico e scrittore. Ha collaborato a numerose iniziative culturali, tra cui «Orion», gestisce il sito di informazione «Noreporter» e ha istituito il Centro Studi Polaris.


Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?

Silla, Cesare, Augusto, Giuliano, gli Ottoni, Barbarossa, Carlo V, Napoleone e i grandi dell’Asse.
Poi, sul piano degli scrittori, Friedrich Nietzsche, in cui è essenziale lo sforzo poetico dello spirito guerriero, il coraggio di guardare la nudità senza arrossire; Pierre Drieu La Rochelle, la sobria e cosciente concezione di vivere la tragedia; Julius Evola, il nume che ti presenta direttamente la tua verità ancestrale e quella divina; Benito Mussolini, il pensiero lineare e lirico in geometrie perfette; Luigi Pirandello, come dice lui stesso, «le maschere nude», quindi l’ironia divina nell’introspezione della commedia umana; Jean Mabire, la capacità di disegnare paesaggi e personaggi eroici propri ad un romanziere, che è stato ufficiale di commando e che resta legato ad un immaginario pagano; infine Alexandre Dumas, l’espressione delle gerarchie valoriali che si rivelano nel pieno delle passioni umane. Ma penso si debbano aggiungere anche Emilio Salgari che con i suoi capolavori di avventura ha creato un immaginario impareggiabile invitandoci a vivere sul serio, ed Edmondo De Amicis che con il libro Cuore ha insegnato e formato tantissimo le generazioni che vanno da quella cresciuta immediatamente prima del fascismo alla mia.


Soppressione delle libertà politiche, leggi razziali, imperialismo coloniale, alleanza con Hitler. Queste sono le classiche accuse rivolte al Fascismo dalla vulgata corrente. Che cosa rispondi a chi presenta tutto ciò come la definitiva condanna in sede storiografica e politica del Ventennio?

Che chi lo pensa è ignorante, male informato o prevenuto.
Il Fascismo e l’Asse hanno rappresentato l’espressione piena e vitale della libertà e della dignità dei popoli e lo hanno fatto da ogni punto di vista: esistenziale, politico, culturale, finanziario, economico, energetico e sociale.
Chi ha conculcato le libertà, oltre ad aver eliminato centinaia di milioni di uomini, chi ha imposto il sistema criminale e mafioso in cui versa oggi un pianeta allo sbando, preda dello sfruttamento integrale di popoli, individui e risorse, della speculazione intensiva ed estensiva che si estende al sistematico utilizzo del narcotraffico e alle miliardarie e delinquenziali operazioni farmaceutiche che apportano epidemie e impediscono qualsiasi cura di successo, è proprio chi alla Germania dichiarò guerra nel 1939 e poi combatté contro di noi ed il Giappone. Si tratta di quegli stessi che, dopo aver commesso il genocidio completo dei nativi americani, hanno compiuto i massacri al fosforo, al napalm e con le bombe atomiche.
Non possono così che suonare grottesche le accuse mosse all’Asse; in particolare quella che va ultimamente alla moda di prendersela con il Fascismo per le leggi razziali, stilate peraltro al varo dell’Impero, «dimenticando» che tra i «buoni» le leggi razziste erano attive, dall’arrivo dei «progressisti» al potere, come in Francia dove furono introdotte da un premier israelita o negli Usa dove rimasero attive fino al 1964. Pretendere che queste fossero un motivo di differenziazione e di scontro è ridicolo come lo è la distrazione odierna, visto che nessuno si scandalizza per quelle tuttora in vigore in Liberia e in Israele.
Che i padrini della mafia americana e cosmopolita o i lacchè dello stalinismo possano aver presentato, a posteriori, il Fascismo e l’Asse in questo modo falso e fittizio ci sta pure: hanno vinto e possono fare quello che vogliono, anche imporre leggi contro la ricerca storica. Poiché poi la menzogna è tipica della loro cultura, è normalissimo che la propaghino ovunque a mascheratura della loro sozzura.
Quello che non si può invece avallare è il tentativo pietoso di coloro che, avendo frequentato ambienti diversi dai dominanti, ambienti in cui proprio la conoscenza storica è la prima attività politica, si affannino a dire bestialità di questo tipo nel vile e servile conato di essere accettati. Non si sa bene da chi vogliano esserlo né come sperino di riuscirci perché chi striscia non piace neppure a colui verso cui si prosterna. Ma mi chiedo anche perché mai costoro dovrebbero fare carriera.
Cos’hanno, infatti, da farci la Nazione, il popolo, la stessa umanità, di gente così?
Infine ci sono quelli a cui, come si dice a Roma «non regge la pompa»: quelli che hanno paura di essere giudicati e cercano di farsi strada a gomitate «prendendo le distanze» da questo o da quell’aspetto, in modo da non sentirsi scomunicati. La scala di valori tra costoro varia: molti sono semplicemente dei deboli, altri sono degli influenzati, comunque scarsamente combattivi, parecchi invece sono dei banali miserabili.
Non hanno la forza e il coraggio di andare in fondo nella ricerca della giustizia e della verità e preferiscono evitare di pagare dazio, gettando al mare la memoria dei vinti perché tanto non costa nulla. Infatti perdono solo la dirittura e la dignità.


Uno sguardo all’attualità. Come giudichi sinteticamente Berlusconi e la sua politica estera?

Berlusconi è un po’ Craxi, un po’ Pacciardi e un po’ Cossiga. Ovviamente è soprattutto craxiano, anche se il ruolo dell’Italia è cambiato sulla questione palestinese; infatti, a differenza di Craxi, Berlusconi è filo-israeliano. Ma non dimentichiamoci che non c’è più Arafat dalla parte dei palestinesi, e quindi mancano le parti con cui dialogare.


Oltre a un’innegabile componente craxiana, in Berlusconi rivedi confluite anche altre tradizioni politiche, per esempio di un Giolitti?

Sicuramente Berlusconi ha una componente giolittiana. Nondimeno il presidente più simile a Giolitti è stato Andreotti.


Che ne pensi della politica economica dell’attuale governo?

L’Italia, dal punto di vista capitalista, diplomatico ed energetico, sta seguendo le linee di politica estera già abbozzate e poi delineate da Mussolini verso est e sud. Ribadisco che tuttavia il modello politico, sociale e culturale non è sicuramente mussoliniano.


Sul caso Alitalia, come giudichi il comportamento dell’esecutivo?

In Italia il capitalismo funziona sul consociativismo e sul co-interesse. Ossia: più do da mangiare ad un nemico e meno lo ho contro.


Quale reputi che sia l’influenza della massoneria oggi?

Nei precedenti governi, compresi quelli Berlusconi, ci furono certamente uomini con una forte connotazione massonica e con un passato di quel marchio, ma oggi i poteri forti sono altra cosa: a livello nevralgico c’è una compenetrazione di interessi vaticani, laici, protestanti, israeliti che convivono tramite strutture miste. L’«Ancien Régime» vuole questo consociativismo con le comunità islamiche, e questo modello è dettato da Usa e Francia.


Come giudichi la caduta dell’ultimo Governo Prodi?

Vista la situazione internazionale, con il Trattato di Lisbona, è interesse dei centri di potere che vengano fatte determinate riforme. I poteri forti volevano Prodi, ma è impossibile governare ricorrendo ogni volta al voto determinante dei senatori a vita. Quindi, dopo aver concepito l’irrimediabilità della bancarotta per il governo Prodi, i centri di potere hanno permesso nuovamente a Berlusconi di gestire la situazione. Tuttavia Murdoch, i magistrati e la CEI sono in conflitto con il Cavaliere, che però è supportato dal Vaticano. Le oligarchie comunque non sono di certo filo-berlusconiane.


La Mafia è, secondo te, un potere forte?

Non totalmente. Lo Stato non la può abbattere e non ha i mezzi per farlo. Ma, qualora acquisisse tutto questo, lo potrebbe fare sicuramente.


Perché Berlusconi è entrato in politica?

Entra in politica per salvare le tv. Poi, dopo averci preso gusto, ha deciso di rimanerci ed ampliare il suo impero, entrando in collisione con i magistrati.


Che cosa ne pensi delle affermazioni di Gelli su Berlusconi? Secondo te chi ha fatto entrare il Cavaliere in politica?

A proposito di Gelli, non è affatto vero che la P2 voleva bloccare l’avanzata comunista al governo. Inoltre va detto che ricevere complimenti da Gelli non è affatto positivo; magari Gelli li ha fatti perché, avendo perso la leadership, è geloso di Berlusconi. Resta comunque una persona poco credibile e, quel che è certo, non è stato lui a far entrare il Cavaliere in politica, ma piuttosto Bettino Craxi e Francesco Cossiga.


Capitolo «Gianfranco Fini»: con le sue ultime scelte, dove vuole arrivare?

Innanzitutto voglio precisare che ritengo che Fini sia mosso dall’invidia nei confronti di Berlusconi. Ad ogni modo, il suo sogno è fare il Presidente della Repubblica, ma forse ha fatto calcoli inesatti, perché nel suo giochino «scandalistico» ottiene consenso a sinistra, che tuttavia è effimero: la sinistra infatti non lo sosterrebbe mai a discapito di un suo esponente. Un altro suo possibile errore è l’eccessiva convinzione che sembra nutrire di essere tutelato e garantito da centri di potere esteri, che, a parte Londra, non hanno motivi per appoggiarlo.


Ultimamente si sono accese roventi polemiche sul ruolo effettivo di Di Pietro in Tangentopoli. Tu come la vedi?

Americani e comunisti, sapendo che non avrebbe mai potuto affossare il Pci, hanno fatto fare a Di Pietro una manovra politico-giudiziaria che ha spazzato via tutti i partiti politici del tempo, escludendo solo il Pci. Non a caso, per darsi una collocazione politica, si è fatto aiutare da Occhetto che, comunque, resta per me il vero regista della manovra di Tangentopoli.


Passiamo velocemente alla storia. Riguardo alla Guerra Fredda, che cos’è che non ci ha raccontato la storiografia ufficiale?

La Guerra Fredda si è combattuta realmente in Asia, non in Europa. Kennedy e Krusciov, che passano per moderati, sono stati coloro che hanno alzato maggiormente il tiro e rischiato seriamente di arrivare ad uno scontro armato. Da questa situazione chi ne ha tratto vantaggio è stata la Cina, perché è stata utilizzata dagli USA in funzione anti-sovietica.


Non furono in pochi coloro che, dopo la disfatta bellica, traslocarono dal Pfr al Pci, come ad es. Stanis Ruinas. Come giudichi questa scelta? Fu un tradimento o un percorso rivoluzionario alternativo?

A mio giudizio è dura passare il solco tra Fascismo e Pci, in particolare dopo le stragi ignobili commesse dai partigiani; anche se il Msi è lontano anni luce dal Fascismo, non bisogna dimenticare che il Movimento Sociale non aveva spazi e perciò, invece che scomparire, ha dovuto fare delle scelte. Il problema di quel partito, secondo me, è comportamentale, perché questo al suo interno aveva personaggi rivoluzionari, ma aveva una gestione para-statale. Comunque in politica non esiste il «giusto» o «sbagliato»: ciò che conta è l’uomo e nel Msi purtroppo vi fu molto l’inversione delle gerarchie con tutto quello che ne è conseguito.


Torniamo alla politica attuale. Quali prospettive per CasaPound?

Innanzitutto dipenderà dal ritmo che CasaPound avrà, anche se a mio parere gli allargamenti numerici sono stati negli ultimi tempi un po’ eccessivi e la obbligano a un forte impegno per rispondere al suo clamoroso successo. Ma dal punto di vista della creazione artistica e delle capacità dialettiche e mediatiche, CasaPound sta bruciando qualsiasi record. Proprio per questo ci vuole tenuta. Ad oggi è difficile capire quali siano i limiti che possa incontrare e quali gli obiettivi che le possano essere preclusi, se riesce a mantenere una corsa cadenzata.


Come giudichi le accuse di entrismo, giunte sia da destra che da sinistra, rivolte a CasaPound?

CasaPound ha abbandonato l’infantilismo destro-terminale e lo ha fatto senza sottostare alle logiche dell’entrismo. Questo fa letteralmente impazzire i duri e puri della «masturb-azione» che vedono ogni giorno la fotografia dell’essere radicali, idealisti e concreti e non hanno alibi per motivare la loro mancanza di azione.


Parliamo di Polaris. Come nasce questo centro studi, e perché?

Nel sistema moderno ed oligarchico, un ruolo essenziale nella formazione delle élites è dovuto ai think tank, che restano comunque un modello americano. Anche in Europa esistono, mentre in Cina e in India si stanno sviluppando. In Italia i centri studi, se hanno forza, producono programmi scientifici (come la Fondazione Ugo Spirito), oppure sono salotti correntizi dei politici che hanno tendenza alla superficialità. Il think tank fa analisi, propone soluzioni e strategie per conto di poteri forti economici privati. Polaris prova una terza via, cioè tracciare e proporre analisi e strategie per tutti gli operatori politici ed a vantaggio della nazione. Facendo un esempio, è come un’agenzia di servizi per le questioni politiche, giuridiche ed economiche; al contrario di come spesso avviene, Polaris è cresciuta gradualmente e da marzo editerà una pubblicazione trimestrale, che si pone ai livelli e nelle competenze trattate di riviste come «Limes» o «Aspenia».


Come è possibile coniugare movimentismo futur-ardito, attività culturale d’avanguardia ed elaborazioni strategiche ad ampio respiro?

Essenzialmente bisogna coniugare strutture a importanti reti relazionali.




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venerdì 5 giugno 2009

Giovani e Politica: A chi appartiene il domani? (Adinolfi-Morucci)



L’AVGVSTO oggi vuole offrire un arricchimento culturale a tutti i giovani, di qualsiasi colore politico, che fanno o si interessano di politica. Attraverso la testimonianza di due personaggi “scomodi”, che ad essa hanno dedicato la vita. Con l’ambizione di contribuire all’abbattimento degli steccati ideologici e degli inutili odi di parte, che non fanno altro che rafforzare il consenso della “casta” che ci governa. Chiunque abbia idee e coraggio raccolga la sfida!


Giovani e Politica: A chi appartiene il domani?


Sia Adinolfi che Morucci ignoravano le risposte dell’altro e le hanno lette solo quando sono state pubblicate sul blog.


Come definirebbe a larghi tratti il mondo che ci circonda?


Morucci: Sull’orlo dell’abisso. Un punto ottimo per cercare nuove strade. Se l’abisso è il Nulla da cui siamo sempre fuggiti inventandoci mille storie, ora quelle storie sono finite. Tanto vale buttarsi. Anche se abbiamo tutti paura come il Sundance Kid meglio affrontarla una volta per tutte. Senza inventarci una qualche nuova ri-velazione. Il velo va tolto. Qualsiasi cosa ci sia dietro.

Adinolfi: La società europea vive un periodo di profonda trasformazione, processo che i Greci chiamavano crisis. Ne uscirà sicuramente in qualche modo, ma al momento c’è una convergenza di fattori che attestano una chiara predominanza di patologie. Ne elenco alcuni tra i principali: eccesso di ricchezza e di nutrimento; cultura viziata, individualistica, consumatrice, infarcita dal reclamo indefesso di pretesi diritti che ci sarebbero dovuti; ipnosi permanente di quella che venne definita “società dello spettacolo” ma che si è intanto trasformata in “spettacolo della società”; disgregazione delle relazioni comunicazionali tra la gente; divaricazione accentuata tra fasce sociali; invecchiamento biologico; sterilità demografica; nevrosi ideologica che si rispecchia tanto nei riferimenti culturali quanto nel modo di vivere la religione, al tempo stesso sempre più biblico e americano; disperazione intesa nel senso di mancanza di sogno e di speranza.
Non ha radici né assi portanti: è la schiuma di un’onda che attende il riflusso.
Esistono però fattori promettenti; la modifica chiara e netta dei rapporti di forza internazionali – dovuta al declino della Superpotenza americana che da sempre incarna la decadenza e l’incoltura – sta aprendo prospettive geopolitiche e culturali nuove. Queste prospettive possono risultare foriere di rinascenze per l’afflusso di sangue barbaro e per la realizzazione di nuovi equilibri di potenza (in ambo i casi penso all’est del Continente).
L’imbarbarimento culturale, poi, sta anche producendo sani anticorpi di diffidenza verso le ideologie, verso i professorini della morale e del politicamente corretto.
L’unione di queste componenti, se accompagnata da una rinata fierezza identitaria e imperiale (che è l’opposto d’imperialistica) può lasciar bene sperare.

Di chi e di cosa è figlio? Quali sono le sue radici e i suoi assi portanti?

Morucci: Dall’inizio o da un po’ più in là? Provo a dire in breve come la vedo. Viene dal fuoco di Prometeo, incautamente dato agli uomini, che non sarebbero stati in grado di dominarlo. Dicevano gli Dèi. Poi però il Dio della Bibbia degli ebrei ha assegnato a quegli stessi uomini il dominio sulla Terra, pesci uccelli e tutto il creato. Tagliamo un po’ e arriviamo al punto in cui il fuoco ha finalmente partorito. Vapore, pressione, movimento meccanico. È la Rivoluzione industriale. Ora c’erano gli strumenti per realizzare al meglio quel dominio. Ma vengono da un capitale, cioè denaro investito per trarne profitto attraverso la creazione di merci. Se non c’è profitto non è capitale, e senza capitale non c’è produzione. È un meccanismo che, in quanto tale, non può avere un’etica. Deve travolgere ogni ostacolo, piegare ogni forza contraria. Umana o anche divina. Quel vapore ha sprigionato una violenza inaudita. Non umana.

Dice il mio maestro Mario Tronti: «La grandezza del capitalismo è che su questi eventi terribili per l’uomo ha costruito il progresso della società umana. La miseria del capitalismo è che su questo progresso sociale ha impiantato la forma più perfetta di dominio totale sull’essere umano, il potere liberamente accettato».

Adinolfi: Di chi è figlia la società che attraversa questa crisis? Potremmo dire che lo è della piovra multinazionale, quella che i vincitori della Seconda Guerra Mondiale hanno messo alla gestione economica, finanziaria, criminale e culturale del mondo “decolonizzato”, ma sarebbe insufficiente. Essa è nipote delle ideologie teologiche, oligarchiche e razzistiche fondate su concetti come “Terra Promessa” o “Popolo eletto” alimentate da titanismi uniformanti che sono eredi diretti del loro genitore guelfo. Ma soprattutto direi di cosa è orfana: è orfana del padre perché si è voluto uccidere questa figura, e non solo questa società è orfana ma è una transgender castrata perché da tempo immemore vive di un incantesimo svirilizzante. Ma gli incantesimi hanno sempre una fine.

Come si è avvicinato alla politica? Più per una fascinazione o dopo una meditata analisi?

Adinolfi: Sono stato attratto sin da piccolo dalla politica, intesa come avventura rivoluzionaria; seguivo da piccolissimo Castro, Lumumba, Ciombé, Benbella, L’Oas, De Gaulle, i mercenari in Africa, l’epopea tragica dei Watussi. Inoltre ero in sintonia con la generazione del rock e del beat, ero fanatico dei Beatles e affascinato dall’On the Road. Passai alla politica attiva a quattordici anni, per il Sessantotto.

Morucci: Non erano quelli anni in cui si faceva alcunché per analisi. Eravamo troppo compressi, troppo inesistenti, inconsiderati. E avevamo ormai il rock e il rhythm and Blues nel sangue. Ma comunque, francamente, mi deprimerei a pensare che qualcuno si butti nella mischia dopo ‘meditata analisi’. Il problema sarebbe perché ci si butta. Il fascino, dici. Sì anche il fascino. Dell’esserci, dell’esistere ma anche dell’uscire dal branco, del non accettare supinamente un destino già segnato. Dell’essere diverso, speciale, insomma. E non è ancora politica, viene prima. È carattere, è forse l’essere uomini: impossibilitati a restare fermi perché non hanno una nicchia ecologica: fare vedere cercare. C’è sempre qualcosa di meglio da scoprire. Quindi si è insofferenti verso chi vuole tenere fermi, chi dice che quello in cui sei è il migliore dei mondi possibili. Poi vengono le parole dell’azione, la Politica. E la Politica è, da più o meno un paio di secoli, impedire che il destino annunciato dalla infinita, quanto feroce, potenza sprigionata da quel vapore si realizzasse a pieno. Dirottarla, mitigarla, umanizzarla, accelerarla o rallentarla. Su questo ci si è sempre scontrati.

L’idea che si ha comunemente oggi della gioventù degli Anni di Piombo è quella di una generazione che ha fallito, rovinatasi in una triste spirale di violenza. Per Lei quella gioventù ha fallito? Se sì, perché?

Morucci: Se è per questo i benpensanti ritengono che sia stata una iattura anche il ‘68.
Pochi hanno capito che è stata l’ultima possibilità offerta a questa società di ripensare se stessa. Confondono ciò che è stato poi, o ciò verso cui è stato dirottato, con ciò che rappresentava. Non era un movimento politico. Come movimento politico è stato una tragedia. Una riproposizione modernizzata, nei migliori dei casi, delle anticaglie del movimento comunista: l’economia politica, i ‘bisogni delle masse’, il salario, l’avanguardia e tutti questi ferri vecchi. Gli operai della FIAT scuotevano la fabbrica in corteo brandendo cartelli con su scritto ‘W la Fica’. Erano più avanti di noi, lì con il Capitale non ci si arrivava. Ma prima, prima della Politica anche noi eravamo lì. La vita, la gioia, la ricchezza di sé, non del frigorifero Zoppas. Antimaterialista, antieconomicista, antiautoritario. Per la libertà dal dominio degli oggetti, per la jeffersoniana ricerca delle felicità ora che era possibile il benessere nella ‘società opulenta’. Noi da lì venivamo, poi la Politica come ideologia ci ha persi. E chi di noi è arrivato alla lotta armata ha fallito perché è andato fino al fondo di una strada che andava indietro anziché avanti. Gli altri, quelli delle seconda ondata scaturita dal movimento del ‘77, hanno seguito un’altra strada. Ma di questo, che è la parte che più dovrebbe interessarvi, andrebbe fatto un discorso a parte. Era quella una ripresa del ‘68, Libertà non Potere, per dirla in due parole, ma agita da un diverso soggetto. Direttamente coinvolto. Più concreto/creativo e molto più incazzato.

Adinolfi: Ci è stata consegnata un’immagine falsata di allora e lo si è fatto perché in troppi hanno voluto nascondere anche a se stessi le proprie responsabilità. Tra giornalisti, scrittori, uomini di spettacolo, centinaia e centinaia di uomini e di donne illustri spinsero chiaramente ed esplicitamente la gioventù a impugnare le armi; e poi quei miserabili apprendisti stregoni rigettarono la paternità di quello che avevano messo al mondo.
La lotta armata non fu, come si vorrebbe far credere oggi, il frutto di una minoranza paranoica e delirante; tutta una propaganda letteraria, cinematografica e televisiva incentrata sul “tirannicidio”, sul dovere di rivolta e sul modello partigiano dell’azione nell’ombra e del colpo alle spalle costruì l’humus per la lotta armata; la stessa lotta armata in favore della quale attori e uomini di cultura pubblicarono addirittura un manifesto. Purtroppo allora i partigiani erano ancora attivi e nel fiore degli anni e il loro modello fu così ripreso con i risultati che tutti noi conosciamo. Che si poteva pretendere, del resto, da un’Italia il cui Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, decorava di medaglia d’oro quel Bentivegna autore della strage di via Rasella che causò le Fosse Ardeatine? Il terrorismo è stato istigato e “nobilitato” da decenni di partigianeria istituzionalizzata.
Ci si scorda poi sempre di dire che la lotta armata fu sì l’effetto di una paranoia e di un’influenza culturale criminale ma anche quello di una disperazione.
La disperazione si spiega nel grande equivoco del ‘68. Si ritiene spesso, sbagliando, e lo si ritenne sbagliando anche allora, che il ‘68 sia stato l’inizio di un processo rivoluzionario quando in realtà segnò la fine di una solare, ridente, positiva, rivolta generazionale iniziata dieci anni prima nel filone del rock: una rivolta composita e piena di ogni genere di componenti. Quando cercò di politicizzarsi essa fallì. Lo ha spiegato bene Cohn Béndit, il leader del Sessantotto francese; vent’anni dopo affermò: «Sapevamo perfettamente contro cosa ci battevamo ma non sapevamo perché, e ricorremmo ai modelli già pronti che ci sembravano alternativi, ma che erano inefficaci e perdenti».
La forza organizzativa, quasi militare, delle opposizioni di sinistra finì così coll’irrigimentare la rivolta e con il lottizzarla; la spinse in chiesette in cui si esaurì e si abbrutì. La speranza divenne cinismo per alcuni (che oggi hanno fatto carriera soprattutto nei media) e disperazione per altri che passarono chi all’eroina chi alla lotta armata.
Ma non fu quella generazione a fallire, essa fu, semmai, la testimone attiva e tragica di un fallimento che affonda nella nostra storia ad almeno tre decenni prima della lotta armata.
In Italia, unico tra i paesi sviluppati, abbiamo patito dal 1945 in poi una classe dirigente che non ha mai amato il suo popolo e la sua terra e che ha sempre dato esempi pessimi e giocato allo sfascio. Quella classe dirigente, così come faceva Saturno con i suoi figli, fagocitò anche quella gioventù ma, benché vittoriosa, fallita e fallimentare fu proprio essa.
Dobbiamo poi tener conto di una cosa; si parla sempre del terrorismo e della lotta armata perché la tragedia, il dramma e il sangue fanno spettacolo. Ma quella generazione, sotto ogni bandiera, produsse anche tante cose diverse come il sostegno reale a fasce disadattate quali i senza tetto o la gente di borgata ed espresse laboratori politici e culturali anche importanti e interessanti, oltre a produrre una serie infinita di scelte esistenziali notevoli e fuori dal gregge. Ma nello “spettacolo della politica” queste cose contano poco, il sangue fa più cassetta.

Per un giovane che senso ha avvicinarsi alla politica oggi? Come e quale sarebbe un’azione politica in grado di cambiare realmente le cose?

Morucci: Qui mi state chiedendo un po’ troppo. E poi io sono fuori dall’azione diretta. Lavoro e penso sui retroscena, sull’origine delle cose. Presa da qui posso dire che oggi potrebbe avere più senso di allora. Perché oggi quei percorsi che si mangiavano la coda sono stati bruciati dalla nostra esperienza. Oggi sarebbe forse possibile pensare alla politica non come progetto palingenetico, ma come attività concreta di cittadinanza. Solo partendo dalla concretezza, dallo scambio diretto all’interno di una sovranità popolare determinata localmente, può essere possibile fissare e rinsaldare un ordine di priorità in grado di dare un altro senso alla nostra presenza sulla terra. Finora il senso è stato dato dall’Economia come risposta al bisogno. Tutti gli scontri, tutte le apparenti palingenesi in contrasto tra loro, si sono mosse entro questi confini. Cioè sui modi e tempi di quella risposta. Oggi che l’Economia sta regredendo con ferocia, tenendo a freno la capacità produttiva e la diffusione della tecnologia per mantenere il profitto, siamo al punto in cui la si può superare. Anzi dobbiamo. Non ci è più utile. Se prima ci spingeva oggi ci frena. È il momento in cui è possibile darsi nuove priorità. Ma è ovviamente un trauma. Dobbiamo uscire dal conosciuto, dalla sicurezza che dà un sistema di vita – di riferimenti identità valore di sé – comunque consolidato per affrontare l’ignoto. L’abisso di cui alla prima risposta.

Adinolfi: Il discorso sarebbe lungo e complesso. Per farla breve diciamo che oggi è improponibile (ma forse lo era anche quarant’anni fa) una soluzione immediata e diretta.
Si possono fare cose molto significative però, sia sul piano culturale che su quello artistico che su quello simbolico; andando a formare nuove élites e al contempo a rivitalizzare il sociale.
Se ai tempi della “contestazione” esistevano uno stato d’animo coinvolgente e un fascino d’avventura, oggi tra i giovani prevale la ricerca d’identità, di appartenenza e di significanza.
Pertanto la soluzione più in linea con i tempi ritengo che debba unire il senso comunitario e la pratica del volontariato (vero, non retribuito...). Il tutto legato a una volontà di potenza e a un gusto di sfida; ambo gli ingredienti sono indispensabili per opporsi alla castrazione di cui parlavo prima.

Quali sono stati i testi che l’hanno formata ed ispirata politicamente? E quali e perché, invece, quelli che ritiene imprescindibili per un militante di oggi?

Adinolfi: Non amo mai proporre la “biblioteca del militante”; la lettura a mio avviso deve accompagnarsi alla vita e non precederla; ma neppure seguirla. Deve andare di pari passo e, pertanto, muta a seconda dei percorsi e delle esigenze del momento che in ciascuno di noi variano continuamente. L’unico libro universale – ma non è politico – per me resta Così parlò Zarathustra.

Morucci: Quelli del passato sono i ‘classici’ del romanzo. Più americani che europei. Più vitali. Quelli imprescindibili oggi? Tanti. A caso: Jünger, Trattato del ribelle; Marcuse, L’uomo a una dimensione; F. Saba Sardi, Dominio: Potere, Religione, Guerra; come summa di divulgazione filosofica, per non passare dagli originali, U. Garimberti, Psiche e Techne. L’uomo nell’età della tecnica (Heidegger, Jaspers, etc); M. Tronti, Tramonto della politica; Ortega y Gasset, La ribellione delle masse; Z. Bauman, Il disagio della postmodernità. Ma ce ne sono troppi altri. Quello che ho scoperto però è che se si va al senso delle cose, mettendo da parte gli ingannevoli aspetti fenomenologici, si trovano più facilmente sintonie, e illuminazioni, tra libri apparentemente distanti. Comunque sia l’importante è mettere come ultimo libro Elogio dell’errore di Pino Aprile, tanto per riabbassare un po’ le penne.

Quali sono i luoghi comuni e gli steccati ideologici che vanno superati e come?

Adinolfi: Tutti. Ridendo.

Morucci: Uno dei luoghi comuni potrebbe essere che i fascisti sono reazionari e i comunisti progressisti. Nei fatti il Fascismo è stato progressista, cioè ha sviluppato industria e agricoltura, non certo meno che il Comunismo in URSS, per dire. Mentre i nostri comunisti sono stati perlopiù reazionari, politicamente e culturalmente. Politicamente hanno difeso una classe operaia, e il suo corrispondente sistema industriale, tipo la siderurgia, anche quando questo è stato ostacolo allo sviluppo. Culturalmente erano più bigotti dei preti. Moralisti, bacchettoni. Sul divorzio sono stati tirati per i capelli dai radicali. Etc etc.

Esiste oggi un partito o movimento che rispecchia il suo ideale di azione politica?

Morucci: Temo proprio di no.

Adinolfi: Nella trasformazione che stiamo vivendo è cambiato il ruolo della politica e stanno mutando i ruoli e le componenti dei partiti. Questi ultimi sono orami divenuti dei luoghi di congiunzione tra masse e oligarchie, tra gruppi di potere e consumatori. Sono degli strumenti di marketing e di sottopotere. Non ha alcun senso provare a riconoscersi in un partito politico e men che meno volercisi riconoscere; ma neppure ha senso rigettarli con sdegno come “traditori”: sono un’espressione dello scenario attuale e come tali vanno riconosciuti.
Chi voglia fare politica, o anche solo cultura o interventismo sociale, deve comprendere che i luoghi della politica sono ovunque e che i partiti si limitano a provare a rappresentarne e a lottizzarne una parte. Ragion per cui, a meno di perseguire una carriera in quell’ambito, si deve superare lo schema partitico senza lasciarsi abbindolare però da tentazioni “antagonistiche” del tutto eteree e risibili o da extraparlamentarismi datati e patetici.
Un movimentismo aperto e costruttivo, partecipativo, aperto e trans-partitico è quello che l’epoca richiede, e mi pare che s’inizi a comprendere, di sicuro lo ha capito CasaPound. Questo modello decolla e trova sinergia se insieme ad altri soggetti s’ispira e si orienta ad un Centro Studi serio e moderno, che produce non tesi intellettuali e ideologiche ma analisti e professionisti di primo livello, parlo di quello che la politica oggi definisce – rigorosamente in inglese – think tank.
Si tratta di un sistema di forze, autonomo e autocentrato che può benissimo avere rapporti preferenziali con un partito come con più partiti, ma potrebbe anche essere del tutto estraneo a questo genere di realtà. Perché il partito oggi ha assunto un ruolo tattico; non solo non è più l’espressione di un’identità o di un’idea-forza ma non ha più neppure un ruolo strategico.
Aggiungo che chiunque, perché deluso dalla mancanza di rappresentatività ad opera dei partiti principali, cerchi di tenere in vita una miniatura di partito identitario inseguendo proustianamente un modello tramontato da tempo fa una caricatura di seduta spiritica.
La soluzione per chi non si riconosce nei partiti dominanti non è quella di auspicare la crescita di un partito inattuale ma di fare altre cose; che abbiano un senso e un’anima.

A chi appartiene il domani?

Morucci: A chi non agisce pensando a ieri. A chi non cerca soluzioni entro il quadro dato dal ‘900. A chi non ha paura di abbandonare una rassicurante sopravvivenza da suddito per affrontare una travagliata esistenza da cittadino.

Adinolfi: Lo sapremo solo vivendo. In ogni caso a chi recupererà gioia, ingenuità e volontà di potenza.




Ringraziamo Valerio e Gabriele per la disponibiltà, e Nervo per l’incessante e fondamentale sostegno.
Infine, per approfondimenti, leggi il nostro articolo sulla conferenza di Morucci del 6 febbraio a CasaPound.

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martedì 5 maggio 2009

Perché la Destra è più no-global della Sinistra

Pronunciare al giorno d’oggi la parola antiglobalizzazione fa subito venire in mente la sinistra radicale e il cosidetto fenomeno no-global. Niente di più sbagliato.

L’autore dell’illuminante opera A destra di Porto Alegre. Perché la destra è più no-global della sinistra sottolinea come questi movimenti accettino invece tutte le implicazioni omologatrici della globalizzazione, rifiutandone solamente il lato economico («la Sinistra ha come obiettivo la mondializzazione senza il mercato» scrive Jean-François Revel). Al contrario la Destra (termine usato operando un’evidente quanto utile semplificazione, che racchiude complesse esperienze “radicali”, non certo l’AN filo-atlantista di oggi) non solo effettua le sue critiche ben prima di chi sembra essersi svegliato l’altroieri, ma lo fa in modo più legittimo e profondo.
Essa, nella sua lunga storia, ha espresso valori come l’identità, la patria, la comunità, la specificità e il senso della gerarchia: tutti intrinsecamente antagonisti a qualsivoglia visione uniformante.

Partendo dagli inizi del XX secolo, Fraquelli ripercorre tutte le idee e i movimenti Destri fautori di istanze antiglobali. Le prime tesi di questo tipo (tra i sostenitori delle quali spicca il nobile russo-polacco Emmanuel Malynski) erano legate all’idea del cosiddettocomplotto ebraico: oscure trame del popolo di Sion per destabilizzare le nazioni che lo ospitano, al fine del dominio mondiale. Da queste prime e poco convincenti congetture (anche se “rilanciate” ultimamente dal filosofo di sinistra Gianni Vattimo), si passa a personaggi quali Adolf Hitler e Benito Mussolini, che incarnarono in maniera dirompente l’“armamentario classico” del pensiero anti-universalista.
In esso troviamo, in misura diversa, nazionalismo, gerarchia, tradizione, antisemitismo, lotta allAmerica, Terza Via e vicinanza al mondo musulmano. I due leaders cambiarono profondamente le nazioni in cui presero il potere, diffondendo in tutta Europa questi “sentimenti” fino al conflitto contro le “democrazie plutocratiche” che «detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e l’oro delle terra», simboli di quell’economia di mercato che appiattisce ogni differenza in nome del Dio denaro.
Come andò a finire la guerra è cosa nota, ma dalle ceneri della sconfitta non pochi gruppi raccolsero il lascito dei “fascismi”, sviluppandolo e innovandolo nel corso degli anni.

In Italia, nei primi anni del dopoguerra assunse rilievo una figura rimasta in ombra durante gli anni del regime: Julius Evola (in foto), che contribuì alla lotta “antiglobalizzazione” attraverso i suoi scritti e la diffusione di quelli di autori quali Oswald Spengler, Friedrich Nietzsche e René Guénon.
Punto centrale del suo pensiero è il concetto di Tradizione. Essa è «il filone di verità atemporale che percorre tutto il tempo concesso alla razza degli uomini», nella definizione del succitato Guénon. Il mondo che ci circonda sarebbe figlio della vittoria delle forze antitradizionali (dalla Rivoluzione Francese alla Seconda Guerra Mondiale), secondo un’interpretazione della storia come processo regressivo e non progressivo. Il risultato è la totale perdita del concetto del “Sacro” e il trionfo del materialismo: l’indivuo non è più “parte del Cosmo, della Polis e della Natura”, ma entità dissociata, imbastardita dalledonismo e dal consumismo imperanti. Anche per Evola dietro questa azione sovvertitrice si nasconde la mano ebraica, le cui lobbies detengono il potere finanziario.
La figura del filosofo siciliano è tutt’oggi al centro di aspri dibattiti all’interno dell’“area” Destra, tra chi ne rigetta quasi totalmente l’“incapacitante” contributo e chi al contrario lo ritiene ancora valido ed utile. Sicuramente un pensatore degno di studio, la cui produzione non può essere sintetizzata in poche righe.

Carica di tratti originali è anche la rivista “Orion” (fondata da Maurizio Murelli nel 1984), che propone arditamente l’unione degli ideali del “fascismo-movimento” (secondo l’espressione coniata da Renzo De Felice) con quelli del bolscevismo pre-regime, accanto ad un occhio di riguardo per il mondo islamico (soprattutto l’Iran di Khomeini). Ma gli accostamenti “rivoluzionari” non finiscono qui: soventi sono i richiami a Léon Degrelle, Che Guevara e numerosi altri simboli meta-politici, nell’ottica di un’aspra lotta al mondialismo (ovvero la globalizzazione nel suo significato più profondo, non solo economico ma anche politico-culturale) e i suoi principali fautori: gli USA.

Proprio il capitalismo a stelle e strisce attraverso massoneria, multinazionali, banche ed istituti finanziari alimenta “il Sistema per uccidere i popoli”, che ne disintegra la storia e la cultura per ridurli a meri aggregati di consumatori.
Questa analisi viene espressa dal francese Guillaume Faye (in foto) che propone l’“Archeofuturismo” come soluzione: bisogna riscoprire le proprie radici per difendersi, sapendo interpretare la modernità senza dimenticare il passato (arrivando a “conciliare Evola e Marinetti”). Faye è stato uno dei fondatori della “Nouvelle droite” assieme ad Alain de Benoist , altra figura capitale nella lotta all’America e alla globalizzazione.
Oltre all’alta finanza egli accusa anche l’ideologia marxista delluguaglianza e quella liberale dei diritti delluomo, che hanno spianato la strada ai disegni mondialisti del Sistema favorendo l’omologazione. La stessa democrazia odierna, privilegiando la quantità rispetto alla qualità, alimenta i processi sovvertitori.

Altro movimento degno di nota è quello del cosidetto “glocalismo” (animato in Italia da Eduardo Zarelli e la sua Associazione EstOvest) fortemente radicato sui princìpi del valore della Vita e della Natura per la riscoperta della dimensione genuina, “Locale” dell’esistenza. Aspra è la condanna della “megamacchina” (teorizzata dall’economista francese Serge Latouche), ovvero il modello globalizzante occidentale caratterizzato da utilitarismo, istinto livellatore, determinismo e colpevole dello sfruttamento indiscriminato della Terra.

Tematiche simili, queste, a quelle dei Comunitaristi, nati in America e fondati nella loro “corrente” di destra su antiliberalismo, anti-individualismo e forte senso della comunità (rifacendosi nobilmente ai “sensibili comuni” aristotelici). Tra i tanti interpreti di questa visione i più noti sono sicuramente Marco Tarchi, ex enfant prodige del Fronte della Gioventù, e Marcello Veneziani, un tempo punto di riferimento dell’“area”, oggi moderato e “raffreddato” protagonista in ambiti culturali più istituzionali.
È importante sottolineare che il filo conduttore di queste correnti di pensiero, la consapevolezza e la fierezza dellidentità, non comporta discriminazione verso “l’altro da sé”. Anzi solo una comunità con forte senso di appartenenza può accogliere facilmente (ovviamente in misura umana) nel proprio alveo individui estranei, risultando addirittura rafforzata dal proliferare di altri aggregati con universi valoriali ben radicati. Le differenze sono il sale della vita umana, accettarle e non tentare di appiattirle è l’unico modo “sano” di porsi per una Civiltà degna di questo nome.

La “ricognizione” dell’autore ci porta poi ad incontrare figure come Gabriele Adinolfi (nume tutelare della destra radicale, presente in “Orion” come in moltissime altre iniziative di valore), Massimo Fini (l’autore antimoderno per eccellenza) e il noto medievista Franco Cardini fino ai populisti “alla Haider”, passando attraverso una galassia di esperienze poco note ma ricche di valore (citando come ultimi, ma non certo per importanza, i fecondi contributi di Carlo Terraciano e Giorgio Locchi).

Fraquelli, pur dichiarando di non riconoscersi nell’ambiente analizzato, ci offre quindi un fondamentale contributo su un “mondo politico” misconosciuto quanto all’avanguardia e ricco di iniziativa, in cui non c’è più traccia di razzismo (tra l’altro “invenzione” di marca illuminista...) ma solo di spirito critico e saldezza ideale.


Per approfondire leggi l’intervista a Fraquelli realizzata dal Centro Studi Polaris

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venerdì 24 aprile 2009

Democrazia: realtà e prospettive

In questo lungo ma appassionante ciclo di articoli (“Democrazia. Anatomia di un falso”) abbiamo analizzato – seppur “a volo d’uccello” – i vari aspetti della Democrazia, sia in senso diacronico che sincronico. Malgrado una retorica capziosa e speciosa, abbiamo visto che la Democrazia non è ciò che dice e pretende di essere: non ha resistito alla prova dei fatti. Eppure esistono margini d’intervento concreti, dei quali deve assolutamente tener conto un politico degno di questo nome, che abbia realmente a cuore le sorti del suo popolo, affinché esso torni finalmente protagonista attivo della Storia. Nessuno meglio di Francesco Polacchi poteva dunque riassumere i punti-cardine di questo ciclo, illustrandoci inoltre – cosa più importante – le prospettive che si offrono a noi per un’azione politica che, al di là di ogni sterile critica meramente distruttiva, possa riportarci – come Comunità e come Popolo – ad essere artefici del nostro destino.




«Democrazia significa semplicemente far bastonare il popolo dal popolo in nome del popolo. L’abbiamo smascherata»

(Oscar Wilde)


Eccoci qui, dunque, a tracciare le somme di questo ciclo di articoli sulla democrazia.
Democrazia. Un concetto giustamente definito meta-storico e che oggi è divenuto sinonimo di tutto ciò che può essere “bello, buono e corretto”.
Democrazia. Al di fuori di essa nessuno può.

È proprio da questo principio che nasce la nostra critica.
Nei precedenti articoli è emerso che l’idea che questa parola porta con sé (democrazia = potere del popolo) è spesso stata tradita dal tempo o dall’istinto dell’uomo che nella storia ci ha dimostrato di essere incapace di sapersi organizzare in strutture rette dal pensiero debole. È questo pensiero infatti che ci fa capire che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.

Così come si parla di socialismo reale, infatti, è doveroso distinguere tra democrazia ideale e democrazia reale. La prima idealizzata ad Atene quando era una polis, negli Stati Uniti d’America e in Francia durante le rivoluzioni, durante il periodo risorgimentale e poi a seguire da una buona parte dell’intellighenzia post-II Guerra Mondiale, la Democrazia si è sempre scontrata con i fatti. Così come fu ucciso Socrate – il più grande processo politico della storia dopo Norimberga – fu compiuto il genocidio degli indiani d’America, in Francia la democrazia si conquistò anche con la ghigliottina, e nel periodo attuale essa si mantiene in vita con la demonizzazione dell’avversario attraverso l’uso dei media o quello indiscriminato della magistratura, delle leggi. La famosa divisione istituzionale dei poteri è infatti una faccenda passata. Essa presuppone infatti che l’entità-Stato abbia la sovranità su stesso. Basta pensare all’emissione e alla proprietà delle banconote per capire che così non è più. E poi quello che un tempo era definito il “quarto potere” – la stampa – oggi è di per sé strutturale al potere stesso. Nell’epoca della comunicazione rapida e immediata essa è pertanto influente delle dinamiche che si vengono a creare, non più semplice osservatrice.
E questo comunque non è un fenomeno prettamente odierno, se si pensa che alla manipolazione “mediatica” del pensiero altrui si era dedicato anche Platone, che ci parla di teatrocrazia (Leggi, III 693 a-702 e), in quanto molti spettacoli teatrali avevano evidentemente scopi denigratori o volevano condurre l’opinione pubblica sulle proprie posizioni.

Tutto ciò lascia credere al cittadino, al popolo, di detenere un vero potere. Egli è informato dei fatti, ne è a conoscenza. Si crede veramente partecipe alla vita politica dello Stato. Nonostante sia banale ricordare come una singola crocetta nelle tornate elettorali non faccia di un uomo l’artefice delle scelte di una nazione, credo sia doveroso farlo in virtù del fatto che oggi l’appartenenza alla vita politica si consuma squisitamente durante le elezioni.
È una delega. Per pigrizia? Forse, ma tale rimane. Quindi il popolo di fatto delega a qualcun altro l’amministrazione della cosa pubblica e questo qualcun altro, secondo l’articolo 64 della costituzione italiana, non ha vincolo di mandato. Quindi può dire una cosa e farne completamente un’altra all’insaputa del popolo stesso, che evidentemente non ha però la voglia di partecipare.

La tanto conclamata democrazia diretta infatti può avere luogo? Sicuramente non al governo o negli organi centrali dello Stato così composto. Sicuramente però esistono delle vie di mezzo in cui la partecipazione diretta della cittadinanza all’amministrazione di enti pubblici può funzionare. Nei municipi e nei piccoli comuni ciò può avvenire creando assemblee pubbliche in cui si affrontano i problemi reali e in cui si condividono, per esempio, i bilanci. Nelle aziende la partecipazione degli operai alla gestione e agli utili (socializzazione) può essere vista come una forma di potere del popolo. Se poi da questo principio si partisse e si cercasse di creare una camera complementare al Parlamento che funga da rappresentanza delle componenti economiche del Paese si otterrebbe la possibilità attiva e diretta di ogni singolo operaio di potere arrivare, secondo meriti e capacità, alle camere dell’esecutivo in una crescita costante e dinamica della nazione.

Ma il problema fondamentale è un altro. Per esserci un potere del popolo prima deve esserci un Popolo. Il Popolo non è semplicemente l’unione di cittadini “liberi”. Quella è una massa. Il Popolo è un insieme di individui che abbiano coscienza di sé, delle proprie origini, della propria storia, delle dinamiche evolutive delle loro leggi e istituzioni, e che veda nel bene di tutti la finalità del proprio essere. Un Popolo che sia cosciente, insomma. Oggi è evidentemente impossibile.
Nel precedente articolo è stata citata a più riprese la frase di Moeller van den Bruckdemocrazia è la partecipazione del popolo al proprio destino”. Essa fa riferimento comunque alla democrazia ideale, cioè nella speranza che ciò possa realmente verificarsi. Allo stato attuale della situazione non è il Popolo che decide, bensì il numero maggiore di “tifosi” per una delle fazioni in campo. E qui nasce un nuovo paradosso. Più fazioni ci sono e più sembra ci sia democrazia. Anche se ci fossero cento partiti differenti che però dicono la stessa cosa con forme differenti si penserebbe di essere in democrazia. È un’illusione a cui il cittadino del terzo millennio è portato. La possibilità di scegliere uno di questi club non può essere confusa con libertà e quindi non assimilabile alla parola “democrazia”. È una speculazione elettorale.

Il problema più grande nell’affrontare questa tematica è però quello circa il futuro di questo concetto. L’errore più grande che si fa solitamente è quello di credere che essendo ormai approdati a questa forma di governo essa rimarrà immutabile nei secoli per una presunta superiorità rispetto alle altre forme d’amministrazione del potere. A tal proposito Benito Mussolini dice una cosa importante: «Le dottrine politiche passano, i popoli restano». Con ciò si può intendere che anche le forme di governo siano soggette ad avere parabole discendenti ed essere superate da nuove. Nonostante ciò, è difficile prevedere cosa avverrà nel futuro. Se ci fosse un Palazzo d’Inverno da assaltare, sarebbe tutto più facile. Il potere oggi è poliedrico e polarizzato in più centri. Molti di essi dipendono/influenzano a più livelli l’economia. Parafrasando ciò che ha scritto Gabriele Adinolfi su Nuovo Ordine Mondiale, c’è un’impossibilità di competere con certi “mostri sacri” della politica e dell’economia ad armi pari. Bisogna quindi partire dalle piccole attività conquistando un’indipendenza e un’autonomia rispetto al mondo globalizzato attuale. Esse però devono essere il braccio e non il cuore di un qualcosa che è molto più importante: la Comunità.

Francesco Polacchi

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