Visualizzazione post con etichetta avgvsto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta avgvsto. Mostra tutti i post

mercoledì 15 settembre 2010

Un Blocco all’assalto del futuro


di FRANCESCO POLACCHI & AVGVSTO


L’annata 2009-2010 ha registrato risultati assai positivi per il Blocco Studentesco, alcuni dei quali addirittura storici. Non potrebbero essere altrimenti considerati il raggiungimento – inedito nella storia repubblicana – dello status di primo movimento studentesco a Roma e l’elezione di un senatore all’università romana di Tor Vergata (con tanto di esclusione dei collettivi antifascisti), a cui si devono aggiungere la presidenza della Consulta provinciale degli studenti a Fermo, Ascoli, Latina, Aosta e l’entrata di un nostro candidato nel CdF di Lettere e Filosofia a Roma Tre, antico baluardo della sinistra antagonista che, da parte sua, ha subìto un drastico e – per lei – catastrofico ridimensionamento. Un altro dato sorprendente, del tutto imprevisto e che fa ben sperare in prospettiva, è stato raccolto a «La Sapienza», con i 314 voti «politici» ottenuti per l’elezione del CNSU nel più grande ateneo italiano, senza una benché minima propaganda elettorale. 

Altro e non meno importante motivo di soddisfazione è rappresentato dalla forte crescita dei nuclei non-romani di tutta Italia, tra cui è da segnalarsi l’ottimo exploit conseguito nell’ateneo palermitano, con ben sette candidati del Blocco eletti in diverse facoltà. Risultati, questi, tanto più preziosi in quanto chiaro sentore del superamento dell’atavico tarlo del romano-centrismo e in quanto conseguente radicamento del movimento su scala nazionale.

Al di là tuttavia dei meri dati numerici, ciò che più ha positivamente colpito è stata l’assenza di ottuse pregiudiziali riscontrata in molti studenti liceali e universitari: sintomo inequivocabile del progressivo abbandono, da parte dei giovani, di sterili contrapposizioni ideologiche e di una auspicabile ripresa di un sano spirito «corporativo» studentesco. Interloquendo con numerosi studenti, sono infatti emersi apprezzabili attestati di stima nei confronti del Blocco Studentesco e della sua politica «sindacale», piattaforma di partenza per un futuro allargamento di consensi trasversali e antipregiudiziali.

A fronte di questi incoraggianti risultati, sarebbe però un fatale errore lasciarsi assalire da un ingiustificato senso di appagamento, e appare più che necessario rammentare che la vera battaglia deve ancora cominciare: più la forza di un movimento aumenta, infatti, e più conseguentemente aumentano le sue responsabilità. Responsabilità che non possono essere assolutamente eluse o sottovalutate, giacché è precisamente dalla capacità di tener fede ai propri proponimenti e al proprio spirito di trincea che verrà deciso il destino del Blocco Studentesco.

Prescindendo però dai prosaici traguardi elettorali, è ben altro ciò che ci interessa: perché il Blocco cresce? Per la profferta di prospettive carrieristiche agli aspiranti militanti? Per l’offerta di facili benefici ai potenziali elettori di scuole e università? Ovviamente no: non è certo questo il modus operandi del Blocco, e lasciamo ben volentieri queste squallide «imprese» alle altre associazioni studentesche, infarcite di saltimbanchi della politica e di commissari di partito.

Detto ciò, è necessario ricercare altrove i motivi dell’affermazione del movimento, e innanzitutto nel contesto storico in cui esso è nato e agisce.
Il primo decennio del Terzo millennio, infatti, ha assistito a una netta accelerazione di quel processo di destrutturazione delle categorie della «vecchia» politica (già avviato negli anni ’90 a seguito del decesso dell’Unione Sovietica), proiettando le masse nella cosiddetta «èra post-ideologica». Tralasciando una più dettagliata disamina di questo complesso fenomeno, possiamo però rilevarne alcuni più vistosi effetti, ossia l’affermarsi di sentimenti diffusi di «antipolitica», uno scetticismo sterile e parolaio verso le istituzioni, un rumoroso quanto inconcludente qualunquismo alla Beppe Grillo.
Nonostante le élites globaliste si affannino a porre il concetto di «democrazia» in termini di larga partecipazione del cittadino alla gestione della cosa pubblica, assistiamo al contrario a una sempre più profonda rottura e disaffezione delle masse nei confronti della politica. E il problema di fondo, forse, nasce dal fatto che, affossando le ideologie, si sono uccise anche le idee.

È proprio in un contesto siffatto che si inserisce l’azione del Blocco Studentesco, che intende riportare la politica verso il popolo e, soprattutto, riguadagnare il popolo alla politica, conscio del fatto che, senza popolo, non esiste partecipazione, e, senza partecipazione, non può esistere una «comunità di destino».

Di qui la natura movimentistica dinamica e duttile del Blocco (e di CasaPound), ben lontana dalla rigidità della struttura/partito. Una natura movimentistica che non è però antipartitica, bensì aperta e costruttiva, partecipativa e «trans-partitica», e che si pone quindi come «terza via» tra il trasformismo «istituzionale» e l’adolescenziale e onanistico extraparlamentarismo o antagonismo auto-ghettizzante. Un movimento, dunque, totalmente sganciato dalle imposizioni di padroni e padrini, che privilegia l’azione concreta «sindacale» e trasversale, non egoista ed egocentrica, e che ha come unico obiettivo il bene comune degli studenti (in particolare) e della Nazione (più in generale).

Ovviamente, al fine di rendere praticabile questo progetto, risulta indispensabile un programma pragmatico e rivoluzionario, capace di sorpassare sia le ricette oligarchiche delle istituzioni sia il nulla strepitante dell’antipolitica istrionica e velleitaria. Ma, assieme e alla base dei programmi (vedi qui: 1, 2, 3 e 4), deve esistere un modello culturale ed esistenziale in grado di realizzare una vera e propria rivoluzione antropologica, e di opporre, di conseguenza, un «Uomo nuovo» (essenzialmente politico) al «fantoccio-consumatore» globalizzato e all’«individuo-codice a barre» alienato e dis-sociato.

In particolare a giovani e studenti, dimenticati e sviliti – al di là della facile demagogia – dai politicanti di turno, il messaggio del Blocco Studentesco offre risposte concrete ed entusiasmanti, riassumibili in una lotta disinteressata, su tutti i fronti, per riappropriarsi dell’avvenire che è stato loro rubato. Nell’epoca del precariato e delle caste/cricche dei vecchi oligarchi, allorché sembra smarrita ogni bussola e ogni coordinata, il Blocco chiama a raccolta i giovani dicendo loro che è possibile, se lo si vuole, tornare a essere i protagonisti della Storia, che è possibile, attraverso la volontà e il sacrificio, riprendersi il proprio destino, «riprendersi tutto».

Tutto ciò trova il suo fondamento nel recupero/attualizzazione di miti viventi e volontaristici fortemente mobilitanti, quali ad esempio il futurismo, lo squadrismo, l’impresa fiumana, i pirati della Tortuga, il sindacalismo rivoluzionario e, ultimamente con maggior enfasi, il garibaldinismo. Miti mobilitanti – si diceva – capaci di (ri)creare un immaginario affascinante e più largamente comunitario, che esaltano una visione eroica della vita fatta di valore, coraggio, solidarietà, generosità, gerarchia, libertà e sacrificio. Sicché non è difficile comprendere il fascino esercitato sugli studenti da motti incisivi e ardenti come «Giovinezza al potere», «assalta il futuro» e «17 anni per tutta la vita», i quali celebrano l’entusiasmo genuino e il furore scanzonato propri della gioventù, l’unica, quest’ultima, capace – come recita una recente e immaginifica canzone degli ZetaZeroAlfa – di «donare questa vita come getteresti un fiore».

C’è di più: il Blocco Studentesco (e CasaPound più in generale) ha ormai anche un suo «mito fondativo», che mette ben in luce, oltre alle ovvie ed evidenti filiazioni storiche, la sua natura innovativa, irriducibile e originale (nonché originaria), tanto che luoghi come il Cutty Sark e il nr. 8 di Via Napoleone III sono diventati spazi metafisici di pratica comunitaria e metapolitica, in grado di suscitare inoltre meraviglia e curiosità quasi ‘mistica’ in simpatizzanti ed estimatori. Il Blocco e CasaPound, quindi, non si configurano più, o – meglio – non solo come l’eredità di un’esperienza storica e umana, ma piuttosto come l’inizio, la fondazione, la tracciatura di un solco nella Storia e nel Destino.
E «tracciare un solco» vuol dire, come intendevano i nostri padri, fondare la civitas, la polis, simbolo di una nuova politica che torna ad essere creazione di volontà e sacrificio.

Su un altro punto vorremmo poi porre l’attenzione: per decenni quasi tutti i gruppi «antagonisti» hanno agito e atteso il momento opportuno per «fare la rivoluzione». Ebbene, noi non abbiamo bisogno di aspettare alcuna «saturazione del mercato» o alcuna fine di qualsivoglia Kali Yuga per fare la rivoluzione, perché noi, la rivoluzione, la stiamo già facendo. È una rivoluzione che parte anzitutto da se stessi: è il continuo miglioramento di sé, l’annullamento del proprio ego, del proprio egoismo, del proprio egocentrismo, del proprio narcisismo, per la (ri)nascita nel noi. È pertanto una rivoluzione severa e impietosa, una «rivoluzione permanente», una «palestra dell’anima».
Anche l’affermazione «stiamo facendo la rivoluzione», tuttavia, rischierebbe di essere inesatta. Perché noi, sostanzialmente, non facciamo la rivoluzione: siamo noi stessi la rivoluzione. Noi non facciamo i rivoluzionari, non giochiamo a fare i rivoluzionari: noi siamo rivoluzionari.

E questa rivoluzione, in definitiva, non può che essere realizzata dai giovani. I nostri nonni e i nostri padri ci hanno infatti consegnato un mondo di rovine e macerie, fatto di odio politico, disagio sociale, bancarotta morale (prima ancora che materiale), opportunismo, individualismo e corruzione. Hanno deluso: adesso è il nostro momento! Una volta qualcuno disse che «nei momenti felici la gioventù di una nazione riceve gli esempi, nei momenti difficili li dà». È proprio questo l’obiettivo dei ragazzi del Blocco: dare esempi a chi, per viltà o per inadeguatezza, ha tradito le nostre speranze, il nostro entusiasmo e la nostra gioia di vivere, dicendoci magari che «va tutto bene». E tutto ciò lo facciamo e lo faremo perché i giovani hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. Perché abbiamo stabilito che il futuro ci appartiene, e dunque veniamo a riprenderci tutto, noi che siamo – come avrebbe detto Marinetti – «gli ultimi studenti ribelli di questo mondo troppo saggio».
Come realizziamo e realizzeremo questa rivoluzione? Con amore, con un «disperato amore» temprato e sublimato dal combattimento nelle scuole e nelle università, lasciando la facile e inutile indignazione ai frustrati e ai pantofolai.   

Irrazionale voglia di vivere, interventismo rivoluzionario, adesione entusiastica e dionisiaca alla vita, goliardia dirompente, visione eroica e volontaristica dell’esistenza, etica epica estetica: questi gli ideali e il messaggio che il Blocco Studentesco propone e offre ai giovani, gli «architetti del domani». Questa la «visione del mondo» di una gioventù che alla discoteca ha preferito il rito comunitario, che alla passività della speranza ha preferito l’energia attiva della volontà, che alla vita comoda e alla rassegnazione ha preferito la trincea.

Condividi

venerdì 5 febbraio 2010

Intervista a Miro Renzaglia


Miro Renzaglia è nato a Roma nel 1957. È poeta, scrittore, giornalista, autore e performer teatrale. Ha pubblicato
Controversi (Milano, 1988), I rossi e i neri (Roma, 2002), A spese mie (Roma, 2009). Nel 1990 ha fondato la rivista di letteratura ed immagini «Kr 991» che ha diretto fino al 1999. Suoi testi poetici sono presenti in antologie e riviste. In qualità di saggista, critico letterario e di costume, collabora a siti web, periodici e quotidiani, fra cui «Secolo d’Italia». È autore e performer del concerto di musica-poesia «Radiografia di uno sfacelo» (2003). Dirige il magazine online «il Fondo».



Cominciamo con una domanda complessa. Che cos’è stato sinteticamente il Fascismo, in che modo il suo insegnamento può essere ancora valido oggi, e in che senso te ne senti continuatore?

Il fascismo è un movimento sociale e politico. La sua carta fondativa, Il manifesto dei fasci di combattimento, del 1919, è un programma che prevedeva il profondo cambiamento dell’Italia post-unitaria in senso, appunto, politico e sociale. Su «Il Fondo», in passato, ho postato sei articoli che vanno sotto il titolo complessivo di «Il fascismo oggettivo» (leggere qui e, di seguito, le altre puntate) che dimostrano come la produzione legislativa del ventennio abbia avuto una linea di marcia maestra che va dalla Carta del Lavoro, alla costruzione dello Stato Corporativo fino alla socializzazione delle imprese. Su questo percorso, che io considero principale e privilegiato, si sono poi creati degli innesti non previsti dal Manifesto: a volte positivi (penso soprattutto alla grande impresa delle Città di fondazione…) e a volte assolutamente catastrofici e negativi, quali considero le leggi razziali. L’essenzialmente valido resta la via maestra che conduce ad uno Stato politico e sociale alternativo sia al capitalismo che al comunismo. Ammesso e non concesso che io sia continuatore di qualcosa, lo sono come freccia direzionale nel prosieguo di questa via.


Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?

Miti? Uno solo ma immenso e multicomprensivo: Roma. La mia esperienza politica fondamentale l’ho vissuta negli anni ’70, con tutto quel che ne è conseguito anche sul piano strettamente personale. Nella mia formazione ha avuto un ruolo di assoluto rilievo Ezra Pound, al quale devo sia la mia visione politico-economica che quella poetico-culturale. Poi: Nietzsche e Carlo Michelstaedter, per quanto riguarda la filosofia dell’esistenza. Dante, Gottfried Benn e Arthur Rimbaud, sul piano strettamente poetico.


In passato, in alcuni tuoi interventi, avevi avanzato perplessità circa l’istituzione della famiglia. Potresti approfondire il concetto?

La famiglia tradizionale non esiste più. E quella che consideriamo tradizionale (padre-lavoratore + madre-educatrice X pargoli al seguito) è un’istituzione relativamente recente: qualche centinaio di anni, forse meno. Quella che viene spacciata come famiglia tradizionale, oggi, è un luogo di produzione di nevrosi, se va bene, di atti di violenza gravi, fino all’omicidio su donne e bambini, quando va male. E va male spesso: basta pensare che l’85% di violenza sulle donne avviene all’interno delle mura domestiche, e a commettere questi atti di assoluta vigliaccheria sono sempre i mariti, i padri, gli zii, i conviventi delle vittime: li chiamano, non a caso, delitti prossimali. L’evoluzione della società contemporanea, con evidente progressione dal dopo ultima guerra mondiale, ha creato strutture diverse e più adatte alla riproduzione della specie (in fondo poi è questa la funzione della famiglia): coppie di fatto, comunità para-familiari allargate a più soggetti non vincolati da obblighi di fedeltà eterna. Il problema è che non sempre gli Stati hanno contemplato come positive tali nuove figure, preferendo intestardirsi nella difesa della vecchia concezione fino al punto di escludere forme di assistenza ai nuovi soggetti nucleari. Credo che dipenda anche da questa ottusità statale il calo della natalità in molti paesi europei.


Immigrazione e cittadinanza. Qual è il tuo pensiero in materia?

Vengo spesso spacciato per un fautore dell’immigrazione: non lo sono. E credo che nemmeno la stragrande maggioranza degli immigrati lo sia. Non si può essere fautori di un fenomeno che, quando assume le proporzioni che ha oggi, produce solo sofferenze sociali e personali. E quando dico «sociali», non mi riferisco solo alle società dei paesi che ospitano i flussi, ma anche a quelli che li producono: molto spesso chi viene a cercare fortuna nei paesi dell’Occidente (falsamente) opulento, è dotato di formazione professionale e culturale che farebbe la fortuna dei loro paesi di origine. Il problema è che molti di questi paesi sono sotto il cappio usuraio del debito pubblico (penso ai paesi dell’Africa sub-sahariana, ma sono solo il 6% del totale immigrato da noi) imposto proprio dal capitalismo vincente in Occidente. Inoltre, se guardo alle cifre reali che comprendono il fenomeno in Italia mi accorgo di due cose: a) più del 50% della popolazione allogena (circa 2 milioni e 200 mila, su un totale di 4 milioni e mezzo) proviene da paesi europei dell’Est; b) vi proviene come conseguenza diretta dell’implosione dei loro regimi comunisti. Ovvero: il capitalismo produce immigrazione a ogni suo stato di avanzamento. Basta guardare come la progressione di quei flussi ha avuto una impennata geometrica proprio a partire dal fatidico 1989. Siccome tutto questo è assolutamente accertato, a me non resta che tirarne le ovvie conclusioni: è il capitalismo la radice del male. L’immigrazione è solo uno dei suoi tanti effetti nefasti. Combattere gli effetti con i respingimenti, con i Cie, con il reato di clandestinità, vale come pretendere di guarire un organismo curando le metastasi ma lasciando intatta la massa tumorale. Che fare, quindi? Aspettiamo che il capitalismo imploda come è imploso il comunismo e tutto torni alla normalità? Fermo restando che trovo assolutamente irreale l’ipotesi di espellere 4 milioni e mezzo di persone, bisogna creare le condizioni perché questa gente, sentendosi estranea al corpo della nazione, finisca per rappresentare quel pericolo che molti paventano. Io non conosco altra strada che il riconoscimento dei diritti, da quello di soggiorno a quello di una cittadinanza NON più facile, ma prevista in modi più tempestivi a disinnescare la minaccia. Le sollevazioni delle masse non avvengono quando si allargano i diritti, avvengono quando si applica loro il potere della discriminazione e del divieto: da quello della tutela sul lavoro a quello religioso, per esempio.


Si parla spesso di «identità», o con richiami puramente retorici oppure con invocazioni ideologiche al meticciato: che senso ha questa parola? Il melting pot è, secondo te, un pericolo o una possibilità?

A me piace discutere di queste cose con i dati alla mano. Chi blatera di pericolo in Italia di melting pot biologico, di multiculturalismo, di identità non conosce i numeri e ne vaneggia come conseguenza dei flussi migratori. Non solo, ma non conosce nemmeno la storia e la geografia. Ho già detto che oltre il 50% degli immigrati provengono da paesi Europei, Ue e zona-euro e che, in quanto tali, sono perfettamente identici alla nostra costituzione biologica indo-europea. Perché noi siamo indo-europei, vero? E qualcuno dei vaneggiatori di cui sopra, sa da quante nazioni indo-europee, tra Europa e Asia, importiamo emigranti? Ve lo dico io: una trentina. E così copriamo circa l’80% della popolazione allogena residente in Italia, con la quale abbiamo da condividere le medesime origini biologiche. Di quale pericolo multirazziale vanno parlando? Il pericolo è allora nella multireligiosità e, in particolare, in quella importata dagli immigrati musulmani? Qualcuno ricorda anche solo per sentito dire che per quasi mille anni buona parte dell’Europa, dalla Spagna alla Grecia, dalla Romania all’Ungheria, dalla Sicilia alla Sardegna, fino alle porte di Vienna è stata dominata dall’Islam, in maniera tanto malvagia che gran parte di quelle che consideriamo nostre civili abitudini quotidiane ci vengono da questo millenario contatto con loro? E il multiculturalismo, poi? Chi vuole difendere chi e da cosa? Già che in epoca della comunicazione totale, come è la nostra, si parli di purezza culturale a me fa ridere. Non ho bisogno nemmeno di scendere per strada: accendo il mio pc e sono immediatamente contaminato da tutti i germi culturali del mondo. Anche ammesso che si voglia difendere la nostra cultura (quale, poi?) avrebbe un senso qualsiasi chiudere le frontiere? Fra il II e il I millennio a.C. le polis greche si chiusero a difesa della loro identità. Risultato? Dimenticarono persino il dono della scrittura. Glielo restituirono i fenici quando le polis ripresero la sana abitudine di riaprirsi al commercio, di ogni tipo, con gli altri. La verità è che la paura di perdere la propria identità ce l’ha chi sa di averla fragile, di non averla proprio e di non volere nemmeno sapere quale sia.


Quali sono, a tuo parere, i meriti e i demeriti del movimento omosessuale? Che giudizio dài dell’intervento dell’onorevole Anna Paola Concia a CasaPound?

Un modo molto semplice ed infallibile per distinguere fra libertari e reazionari è osservare le loro richieste: chi vuole un ampliamento dei diritti è libertario. Chi, invece, tende a restringere i diritti a caste di privilegiati è reazionario. Io, in quanto fascista, sono un libertario. Il fascismo fu un eminente esempio di movimento politico a forte prevalenza (con qualche rarissima caduta di livello) libertaria: basta pensare a tutte le iniziative legislative realizzate su territorio intese ad allargare i diritti per il lavoro (le 40 ore settimanali, le ferie pagate, la previdenza sociale, l’antinfortunistica, etc…), per la sanità pubblica, per la casa popolare, etc… Ora, il movimento gay chiede per sé il riconoscimento di diritti già in uso per le coppie eterosessuali. Bene: non trovo un solo motivo, né etico, né spirituale, né sociale che mi impedisca di riconoscere eque e giuste le loro istanze. Del resto, su «Il Fondo», non ho fatto mancare una mia critica alla recente richiesta di estendere le aggravanti previste dalla legge Mancino per i reati commessi contro di loro. Sbagliano: inasprire le leggi di repressione (e quindi di segno reazionario) anche di opinione non servono ad altro che consolidare e diffondere la fobia del «diverso». Lo sappiamo bene noi fascisti degli anni ’70. L’ho detto anche all’on. Anna Paola Concia, che collabora a «Il Fondo», in quanto proponitrice della legge antiomofobia. Come giudico il suo intervento a CasaPound? Di un rilievo politico che va anche al di là, e in positivo, della specifica questione…


Che senso ha e che contributi può offrire il femminismo oggi?

Pierre Bourdieu, in uno dei suoi libri più noti e intensi, Il dominio maschile dimostra come la costruzione del maschile e del femminile non abbia nulla di naturale e che quanto consideriamo oggettivo, cioè il dominio di un sesso sull’altro, su altro non è fondato che su un principio culturale di subalternità indiscutibile, in quanto «la forza dell’ordine maschile si misura dal fatto che non deve giustificarsi». Come ogni ordine, può essere infranto ma per farlo non basta l’atto di volere del dominante che fa concessione al dominato di una generosa parità (tanto per fare un esempio: le famose «quote rosa» di rappresentanza politica). È necessario, invece, che il maschio rinunci a quel «non» (della citazione sopra riportata) convincendosi che la sua forza, invece, «deve» essere sempre e comunque giustificata dall’altra. Dove il «giustificarsi» ha un senso di giustizia condivisa. È, ovviamente, un percorso ben più difficile da compiere, ma qualcosa si muove. Stefano Ciccone nel suo recente libro Essere maschi, tra potere e libertà ci mette davanti alla questione più importante: «Un uomo può schierarsi per la parità tra i sessi nell’accesso al potere o al reddito, può battersi contro la violenza sulle donne o la mercificazione dei loro corpi, può affermare il loro diritto a decidere del proprio corpo e a determinare le proprie scelte riproduttive. Ma se ascolterà fino in fondo ciò che queste scelte portano dentro di sé, vedrà che non parlano soltanto delle donne, ma parlano di lui, del suo rapporto con il proprio corpo, con la sua identità di uomo…». Sottoscrivo…


Cambiamo scenario. Come giudichi esperienze come quelle di Castro a Cuba o di Chávez in Venezuela? Quale valore assumono all’interno della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo a stelle e strisce?

Sono un castrista da sempre. Ora, sono anche un chaveziano o bolivariano, se preferite. Ma non mi basta la loro dichiarata opposizione all’imperialismo americano, pure importante. Cuba (che ho visitato personalmente e di cui ho dato resoconto con un reportage sul mio vecchio blog) e Venezuela sono soprattutto degli esperimenti in corso d’opera di socialismo nazionale: quella terza via che io auspico fra capitalismo e comunismo. Intendiamoci: nessuna delle due è il fascismo italiano. Né possono esserlo, mutati come sono tempi e dinamiche politico-economiche. Pur tuttavia, come il primo peronismo argentino, rappresentano quanto di meglio un concetto di alternativa al liberismo possa offrire allo studio di chi quell’alternativa, oggi, va cercando.


Nella stessa ottica, come può essere inquadrata l’opera di Putin? L’intesa italo-russa avviata da Berlusconi può giovare all’Italia e aprire nuovi scenari di politica estera?

Non condivido gli entusiasmi di chi vede in Berlusconi un combattente per la sovranità italiana contro i perfidi Usa. Intendiamoci: tutto ciò che sottrae l’Italia all’egemonia Usa in campo politico, economico, culturale etc… è da me valutato con estremo favore. Quindi, tanto per stare alla cronaca recente, l’accordo Italia-Russia che prevede la creazione di un nuovo gasdotto alternativo a quello controllato dagli Usa, mi trova consenziente. Ciononostante, il segnale è ampiamente bilanciato, in negativo, dalla nostra sudditanza agli ordini militari oltreoceanici che ci impongono l’utilizzo dell’esercito, e il sacrificio dei nostri soldati, in quelle guerre, Iraq e Afghanistan, che sono quanto di più lontano dai nostri interessi. Avrei barattato volentieri la conferma della fornitura del gas attraverso la compagnia Nabucco, con il ritiro delle nostre truppe laggiù impropriamente appostate. Inoltre, ho delle perplessità in merito agli interessi pratici dell’accordo South Stream. Ricordo, ad esempio, che l’ex cancelliere della Germania, Gerhard Schröder, sottoscrisse ai tempi del suo cancellierato un accordo con Vladimir Putin per la costruzione di un gasdotto che, passando sotto il Mare del Nord, potesse arrivare a rifornire direttamente il territorio tedesco. Ebbene, sapete che posto è andato ad occupare l’ex cancelliere immediatamente all’indomani della sua sconfitta elettorale ad opera della Merkel? Quello della presidenza del consorzio costituito per la costruzione del gasdotto. Insomma, non mi stupirei troppo se dietro alle grandi insegne politiche ed ideali sventolate da Berlusconi nell’occasione, ci siano interessi – come dire? – un tantinello personali…


Che cosa pensi del processo di unificazione europea? Meglio un’unione “inquinata” da derive liberalcapitalistiche, oppure un rafforzamento delle sovranità nazionali?

Quale processo di unificazione? Il solo processo di unificazione realizzato in Europa è quello delle banche. E quello realizzabile, ammesso che si arrivi a realizzarlo, sarà fortemente viziato da questo processo preliminare. D’altronde, mi atterrisce chi predica il ritorno alle piccole patrie: padane, borboniche, sarde, etc… Come se l’annullamento degli attuali Stati nazionali fosse l’antidoto al male assoluto: il capitalismo finanziario. Il problema da porsi e da risolvere è sempre quello che vale, ad esempio, per il fenomeno dell’immigrazione: finché non asporteremo il tumore, ogni medicina sarà inutile… In primo luogo deve esserci la lotta al capitalismo… Poi, a seguire, in caso di vittoria ci mettiamo seduti ad un tavolino e ragioniamo sugli eventuali nuovi assetti geo-politici. È per questo che mi incazzo sempre quando vedo tanta energia militante disperdersi in battaglie di retroguardia…


Recentemente hai espresso apprezzamenti verso talune prese di posizione di Gianfranco Fini. Che idea ti sei fatto dei suoi ultimi orientamenti politici e culturali?

Non so a cosa sia dovuto il recente ri-orientamento di Fini verso posizioni che un tempo, quando ancora c’era il vecchio Msi e, poi, An, lo trovavano sempre dall’altra parte della mia barricata. Le cose che sostiene oggi Fini (il testamento biologico, la proposta di diritto di cittadinanza agli immigrati regolari, la denuncia e il rifiuto del provvedimento che avrebbe creato i «medici-spia» e i «presidi-spia» contro i clandestini, il richiamo alla laicità dello Stato, il favore da lui espresso al riconoscimento delle coppie di fatto, anche gay, etc…) mi trovano assolutamente d’accordo. Non dovevo prendere atto della sua mutazione politica e culturale perché si è dichiarato antifascista? E perché mai? Io fascista non l’ho mai considerato e credo che non ci si sia considerato mai neanche lui. E non capisco perché da antifascista (Fini) ad antifascista (Berlusconi) debba preferire il secondo al primo, come fa buona parte della destra terminale. In temi di battaglia per i diritti civili non ho dubbi: sto con Fini. Sapendo bene, magari, che domani me lo posso ritrovare a sventolare la più bieca bandiera della reazione. Ma domani è un altro giorno e si vedrà…


Esiste oggi un partito, un movimento, o una personalità che ritieni affine al tuo pensiero?

CasaPound.


«Il Fondo», la tua rivista settimanale online, sta esprimendo una linea di trasversalità e di dialogo, con contributi di scrittori e intellettuali di diversa connotazione politica. Che cosa ti aspetti da questa esperienza e quale messaggio intendi lanciare?

Mi interessa esplorare spazi di discussione inevasa. Lo sto facendo. Continuerò a farlo. Fate di quel che faccio l’uso che volete. Non vedrò la nuova alba. Il domani appartiene a VOI…



Condividi

mercoledì 28 ottobre 2009

Primo anniversario dell’AVGVSTO!



28/10/2008 - 28/10/2009: L’AVGVSTO compie un anno

Condividi

sabato 5 settembre 2009

Torna l’AVGVSTO!



Dalla prossima settimana l’AVGVSTO inizia la nuova stagione. Si ricomincia con un ciclo di articoli dedicato a Giulio Cesare, che ripercorrerà le tappe dell’inimitabile vita di un uomo straordinario. Dalle prime battaglie politiche alla campagna di Gallia, dalla guerra civile alle Idi di marzo, un’avventurosa epopea che ha edificato un mito imperituro che, ancora oggi, può insegnarci molto.



Condividi

venerdì 5 giugno 2009

Giovani e Politica: A chi appartiene il domani? (Adinolfi-Morucci)



L’AVGVSTO oggi vuole offrire un arricchimento culturale a tutti i giovani, di qualsiasi colore politico, che fanno o si interessano di politica. Attraverso la testimonianza di due personaggi “scomodi”, che ad essa hanno dedicato la vita. Con l’ambizione di contribuire all’abbattimento degli steccati ideologici e degli inutili odi di parte, che non fanno altro che rafforzare il consenso della “casta” che ci governa. Chiunque abbia idee e coraggio raccolga la sfida!


Giovani e Politica: A chi appartiene il domani?


Sia Adinolfi che Morucci ignoravano le risposte dell’altro e le hanno lette solo quando sono state pubblicate sul blog.


Come definirebbe a larghi tratti il mondo che ci circonda?


Morucci: Sull’orlo dell’abisso. Un punto ottimo per cercare nuove strade. Se l’abisso è il Nulla da cui siamo sempre fuggiti inventandoci mille storie, ora quelle storie sono finite. Tanto vale buttarsi. Anche se abbiamo tutti paura come il Sundance Kid meglio affrontarla una volta per tutte. Senza inventarci una qualche nuova ri-velazione. Il velo va tolto. Qualsiasi cosa ci sia dietro.

Adinolfi: La società europea vive un periodo di profonda trasformazione, processo che i Greci chiamavano crisis. Ne uscirà sicuramente in qualche modo, ma al momento c’è una convergenza di fattori che attestano una chiara predominanza di patologie. Ne elenco alcuni tra i principali: eccesso di ricchezza e di nutrimento; cultura viziata, individualistica, consumatrice, infarcita dal reclamo indefesso di pretesi diritti che ci sarebbero dovuti; ipnosi permanente di quella che venne definita “società dello spettacolo” ma che si è intanto trasformata in “spettacolo della società”; disgregazione delle relazioni comunicazionali tra la gente; divaricazione accentuata tra fasce sociali; invecchiamento biologico; sterilità demografica; nevrosi ideologica che si rispecchia tanto nei riferimenti culturali quanto nel modo di vivere la religione, al tempo stesso sempre più biblico e americano; disperazione intesa nel senso di mancanza di sogno e di speranza.
Non ha radici né assi portanti: è la schiuma di un’onda che attende il riflusso.
Esistono però fattori promettenti; la modifica chiara e netta dei rapporti di forza internazionali – dovuta al declino della Superpotenza americana che da sempre incarna la decadenza e l’incoltura – sta aprendo prospettive geopolitiche e culturali nuove. Queste prospettive possono risultare foriere di rinascenze per l’afflusso di sangue barbaro e per la realizzazione di nuovi equilibri di potenza (in ambo i casi penso all’est del Continente).
L’imbarbarimento culturale, poi, sta anche producendo sani anticorpi di diffidenza verso le ideologie, verso i professorini della morale e del politicamente corretto.
L’unione di queste componenti, se accompagnata da una rinata fierezza identitaria e imperiale (che è l’opposto d’imperialistica) può lasciar bene sperare.

Di chi e di cosa è figlio? Quali sono le sue radici e i suoi assi portanti?

Morucci: Dall’inizio o da un po’ più in là? Provo a dire in breve come la vedo. Viene dal fuoco di Prometeo, incautamente dato agli uomini, che non sarebbero stati in grado di dominarlo. Dicevano gli Dèi. Poi però il Dio della Bibbia degli ebrei ha assegnato a quegli stessi uomini il dominio sulla Terra, pesci uccelli e tutto il creato. Tagliamo un po’ e arriviamo al punto in cui il fuoco ha finalmente partorito. Vapore, pressione, movimento meccanico. È la Rivoluzione industriale. Ora c’erano gli strumenti per realizzare al meglio quel dominio. Ma vengono da un capitale, cioè denaro investito per trarne profitto attraverso la creazione di merci. Se non c’è profitto non è capitale, e senza capitale non c’è produzione. È un meccanismo che, in quanto tale, non può avere un’etica. Deve travolgere ogni ostacolo, piegare ogni forza contraria. Umana o anche divina. Quel vapore ha sprigionato una violenza inaudita. Non umana.

Dice il mio maestro Mario Tronti: «La grandezza del capitalismo è che su questi eventi terribili per l’uomo ha costruito il progresso della società umana. La miseria del capitalismo è che su questo progresso sociale ha impiantato la forma più perfetta di dominio totale sull’essere umano, il potere liberamente accettato».

Adinolfi: Di chi è figlia la società che attraversa questa crisis? Potremmo dire che lo è della piovra multinazionale, quella che i vincitori della Seconda Guerra Mondiale hanno messo alla gestione economica, finanziaria, criminale e culturale del mondo “decolonizzato”, ma sarebbe insufficiente. Essa è nipote delle ideologie teologiche, oligarchiche e razzistiche fondate su concetti come “Terra Promessa” o “Popolo eletto” alimentate da titanismi uniformanti che sono eredi diretti del loro genitore guelfo. Ma soprattutto direi di cosa è orfana: è orfana del padre perché si è voluto uccidere questa figura, e non solo questa società è orfana ma è una transgender castrata perché da tempo immemore vive di un incantesimo svirilizzante. Ma gli incantesimi hanno sempre una fine.

Come si è avvicinato alla politica? Più per una fascinazione o dopo una meditata analisi?

Adinolfi: Sono stato attratto sin da piccolo dalla politica, intesa come avventura rivoluzionaria; seguivo da piccolissimo Castro, Lumumba, Ciombé, Benbella, L’Oas, De Gaulle, i mercenari in Africa, l’epopea tragica dei Watussi. Inoltre ero in sintonia con la generazione del rock e del beat, ero fanatico dei Beatles e affascinato dall’On the Road. Passai alla politica attiva a quattordici anni, per il Sessantotto.

Morucci: Non erano quelli anni in cui si faceva alcunché per analisi. Eravamo troppo compressi, troppo inesistenti, inconsiderati. E avevamo ormai il rock e il rhythm and Blues nel sangue. Ma comunque, francamente, mi deprimerei a pensare che qualcuno si butti nella mischia dopo ‘meditata analisi’. Il problema sarebbe perché ci si butta. Il fascino, dici. Sì anche il fascino. Dell’esserci, dell’esistere ma anche dell’uscire dal branco, del non accettare supinamente un destino già segnato. Dell’essere diverso, speciale, insomma. E non è ancora politica, viene prima. È carattere, è forse l’essere uomini: impossibilitati a restare fermi perché non hanno una nicchia ecologica: fare vedere cercare. C’è sempre qualcosa di meglio da scoprire. Quindi si è insofferenti verso chi vuole tenere fermi, chi dice che quello in cui sei è il migliore dei mondi possibili. Poi vengono le parole dell’azione, la Politica. E la Politica è, da più o meno un paio di secoli, impedire che il destino annunciato dalla infinita, quanto feroce, potenza sprigionata da quel vapore si realizzasse a pieno. Dirottarla, mitigarla, umanizzarla, accelerarla o rallentarla. Su questo ci si è sempre scontrati.

L’idea che si ha comunemente oggi della gioventù degli Anni di Piombo è quella di una generazione che ha fallito, rovinatasi in una triste spirale di violenza. Per Lei quella gioventù ha fallito? Se sì, perché?

Morucci: Se è per questo i benpensanti ritengono che sia stata una iattura anche il ‘68.
Pochi hanno capito che è stata l’ultima possibilità offerta a questa società di ripensare se stessa. Confondono ciò che è stato poi, o ciò verso cui è stato dirottato, con ciò che rappresentava. Non era un movimento politico. Come movimento politico è stato una tragedia. Una riproposizione modernizzata, nei migliori dei casi, delle anticaglie del movimento comunista: l’economia politica, i ‘bisogni delle masse’, il salario, l’avanguardia e tutti questi ferri vecchi. Gli operai della FIAT scuotevano la fabbrica in corteo brandendo cartelli con su scritto ‘W la Fica’. Erano più avanti di noi, lì con il Capitale non ci si arrivava. Ma prima, prima della Politica anche noi eravamo lì. La vita, la gioia, la ricchezza di sé, non del frigorifero Zoppas. Antimaterialista, antieconomicista, antiautoritario. Per la libertà dal dominio degli oggetti, per la jeffersoniana ricerca delle felicità ora che era possibile il benessere nella ‘società opulenta’. Noi da lì venivamo, poi la Politica come ideologia ci ha persi. E chi di noi è arrivato alla lotta armata ha fallito perché è andato fino al fondo di una strada che andava indietro anziché avanti. Gli altri, quelli delle seconda ondata scaturita dal movimento del ‘77, hanno seguito un’altra strada. Ma di questo, che è la parte che più dovrebbe interessarvi, andrebbe fatto un discorso a parte. Era quella una ripresa del ‘68, Libertà non Potere, per dirla in due parole, ma agita da un diverso soggetto. Direttamente coinvolto. Più concreto/creativo e molto più incazzato.

Adinolfi: Ci è stata consegnata un’immagine falsata di allora e lo si è fatto perché in troppi hanno voluto nascondere anche a se stessi le proprie responsabilità. Tra giornalisti, scrittori, uomini di spettacolo, centinaia e centinaia di uomini e di donne illustri spinsero chiaramente ed esplicitamente la gioventù a impugnare le armi; e poi quei miserabili apprendisti stregoni rigettarono la paternità di quello che avevano messo al mondo.
La lotta armata non fu, come si vorrebbe far credere oggi, il frutto di una minoranza paranoica e delirante; tutta una propaganda letteraria, cinematografica e televisiva incentrata sul “tirannicidio”, sul dovere di rivolta e sul modello partigiano dell’azione nell’ombra e del colpo alle spalle costruì l’humus per la lotta armata; la stessa lotta armata in favore della quale attori e uomini di cultura pubblicarono addirittura un manifesto. Purtroppo allora i partigiani erano ancora attivi e nel fiore degli anni e il loro modello fu così ripreso con i risultati che tutti noi conosciamo. Che si poteva pretendere, del resto, da un’Italia il cui Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, decorava di medaglia d’oro quel Bentivegna autore della strage di via Rasella che causò le Fosse Ardeatine? Il terrorismo è stato istigato e “nobilitato” da decenni di partigianeria istituzionalizzata.
Ci si scorda poi sempre di dire che la lotta armata fu sì l’effetto di una paranoia e di un’influenza culturale criminale ma anche quello di una disperazione.
La disperazione si spiega nel grande equivoco del ‘68. Si ritiene spesso, sbagliando, e lo si ritenne sbagliando anche allora, che il ‘68 sia stato l’inizio di un processo rivoluzionario quando in realtà segnò la fine di una solare, ridente, positiva, rivolta generazionale iniziata dieci anni prima nel filone del rock: una rivolta composita e piena di ogni genere di componenti. Quando cercò di politicizzarsi essa fallì. Lo ha spiegato bene Cohn Béndit, il leader del Sessantotto francese; vent’anni dopo affermò: «Sapevamo perfettamente contro cosa ci battevamo ma non sapevamo perché, e ricorremmo ai modelli già pronti che ci sembravano alternativi, ma che erano inefficaci e perdenti».
La forza organizzativa, quasi militare, delle opposizioni di sinistra finì così coll’irrigimentare la rivolta e con il lottizzarla; la spinse in chiesette in cui si esaurì e si abbrutì. La speranza divenne cinismo per alcuni (che oggi hanno fatto carriera soprattutto nei media) e disperazione per altri che passarono chi all’eroina chi alla lotta armata.
Ma non fu quella generazione a fallire, essa fu, semmai, la testimone attiva e tragica di un fallimento che affonda nella nostra storia ad almeno tre decenni prima della lotta armata.
In Italia, unico tra i paesi sviluppati, abbiamo patito dal 1945 in poi una classe dirigente che non ha mai amato il suo popolo e la sua terra e che ha sempre dato esempi pessimi e giocato allo sfascio. Quella classe dirigente, così come faceva Saturno con i suoi figli, fagocitò anche quella gioventù ma, benché vittoriosa, fallita e fallimentare fu proprio essa.
Dobbiamo poi tener conto di una cosa; si parla sempre del terrorismo e della lotta armata perché la tragedia, il dramma e il sangue fanno spettacolo. Ma quella generazione, sotto ogni bandiera, produsse anche tante cose diverse come il sostegno reale a fasce disadattate quali i senza tetto o la gente di borgata ed espresse laboratori politici e culturali anche importanti e interessanti, oltre a produrre una serie infinita di scelte esistenziali notevoli e fuori dal gregge. Ma nello “spettacolo della politica” queste cose contano poco, il sangue fa più cassetta.

Per un giovane che senso ha avvicinarsi alla politica oggi? Come e quale sarebbe un’azione politica in grado di cambiare realmente le cose?

Morucci: Qui mi state chiedendo un po’ troppo. E poi io sono fuori dall’azione diretta. Lavoro e penso sui retroscena, sull’origine delle cose. Presa da qui posso dire che oggi potrebbe avere più senso di allora. Perché oggi quei percorsi che si mangiavano la coda sono stati bruciati dalla nostra esperienza. Oggi sarebbe forse possibile pensare alla politica non come progetto palingenetico, ma come attività concreta di cittadinanza. Solo partendo dalla concretezza, dallo scambio diretto all’interno di una sovranità popolare determinata localmente, può essere possibile fissare e rinsaldare un ordine di priorità in grado di dare un altro senso alla nostra presenza sulla terra. Finora il senso è stato dato dall’Economia come risposta al bisogno. Tutti gli scontri, tutte le apparenti palingenesi in contrasto tra loro, si sono mosse entro questi confini. Cioè sui modi e tempi di quella risposta. Oggi che l’Economia sta regredendo con ferocia, tenendo a freno la capacità produttiva e la diffusione della tecnologia per mantenere il profitto, siamo al punto in cui la si può superare. Anzi dobbiamo. Non ci è più utile. Se prima ci spingeva oggi ci frena. È il momento in cui è possibile darsi nuove priorità. Ma è ovviamente un trauma. Dobbiamo uscire dal conosciuto, dalla sicurezza che dà un sistema di vita – di riferimenti identità valore di sé – comunque consolidato per affrontare l’ignoto. L’abisso di cui alla prima risposta.

Adinolfi: Il discorso sarebbe lungo e complesso. Per farla breve diciamo che oggi è improponibile (ma forse lo era anche quarant’anni fa) una soluzione immediata e diretta.
Si possono fare cose molto significative però, sia sul piano culturale che su quello artistico che su quello simbolico; andando a formare nuove élites e al contempo a rivitalizzare il sociale.
Se ai tempi della “contestazione” esistevano uno stato d’animo coinvolgente e un fascino d’avventura, oggi tra i giovani prevale la ricerca d’identità, di appartenenza e di significanza.
Pertanto la soluzione più in linea con i tempi ritengo che debba unire il senso comunitario e la pratica del volontariato (vero, non retribuito...). Il tutto legato a una volontà di potenza e a un gusto di sfida; ambo gli ingredienti sono indispensabili per opporsi alla castrazione di cui parlavo prima.

Quali sono stati i testi che l’hanno formata ed ispirata politicamente? E quali e perché, invece, quelli che ritiene imprescindibili per un militante di oggi?

Adinolfi: Non amo mai proporre la “biblioteca del militante”; la lettura a mio avviso deve accompagnarsi alla vita e non precederla; ma neppure seguirla. Deve andare di pari passo e, pertanto, muta a seconda dei percorsi e delle esigenze del momento che in ciascuno di noi variano continuamente. L’unico libro universale – ma non è politico – per me resta Così parlò Zarathustra.

Morucci: Quelli del passato sono i ‘classici’ del romanzo. Più americani che europei. Più vitali. Quelli imprescindibili oggi? Tanti. A caso: Jünger, Trattato del ribelle; Marcuse, L’uomo a una dimensione; F. Saba Sardi, Dominio: Potere, Religione, Guerra; come summa di divulgazione filosofica, per non passare dagli originali, U. Garimberti, Psiche e Techne. L’uomo nell’età della tecnica (Heidegger, Jaspers, etc); M. Tronti, Tramonto della politica; Ortega y Gasset, La ribellione delle masse; Z. Bauman, Il disagio della postmodernità. Ma ce ne sono troppi altri. Quello che ho scoperto però è che se si va al senso delle cose, mettendo da parte gli ingannevoli aspetti fenomenologici, si trovano più facilmente sintonie, e illuminazioni, tra libri apparentemente distanti. Comunque sia l’importante è mettere come ultimo libro Elogio dell’errore di Pino Aprile, tanto per riabbassare un po’ le penne.

Quali sono i luoghi comuni e gli steccati ideologici che vanno superati e come?

Adinolfi: Tutti. Ridendo.

Morucci: Uno dei luoghi comuni potrebbe essere che i fascisti sono reazionari e i comunisti progressisti. Nei fatti il Fascismo è stato progressista, cioè ha sviluppato industria e agricoltura, non certo meno che il Comunismo in URSS, per dire. Mentre i nostri comunisti sono stati perlopiù reazionari, politicamente e culturalmente. Politicamente hanno difeso una classe operaia, e il suo corrispondente sistema industriale, tipo la siderurgia, anche quando questo è stato ostacolo allo sviluppo. Culturalmente erano più bigotti dei preti. Moralisti, bacchettoni. Sul divorzio sono stati tirati per i capelli dai radicali. Etc etc.

Esiste oggi un partito o movimento che rispecchia il suo ideale di azione politica?

Morucci: Temo proprio di no.

Adinolfi: Nella trasformazione che stiamo vivendo è cambiato il ruolo della politica e stanno mutando i ruoli e le componenti dei partiti. Questi ultimi sono orami divenuti dei luoghi di congiunzione tra masse e oligarchie, tra gruppi di potere e consumatori. Sono degli strumenti di marketing e di sottopotere. Non ha alcun senso provare a riconoscersi in un partito politico e men che meno volercisi riconoscere; ma neppure ha senso rigettarli con sdegno come “traditori”: sono un’espressione dello scenario attuale e come tali vanno riconosciuti.
Chi voglia fare politica, o anche solo cultura o interventismo sociale, deve comprendere che i luoghi della politica sono ovunque e che i partiti si limitano a provare a rappresentarne e a lottizzarne una parte. Ragion per cui, a meno di perseguire una carriera in quell’ambito, si deve superare lo schema partitico senza lasciarsi abbindolare però da tentazioni “antagonistiche” del tutto eteree e risibili o da extraparlamentarismi datati e patetici.
Un movimentismo aperto e costruttivo, partecipativo, aperto e trans-partitico è quello che l’epoca richiede, e mi pare che s’inizi a comprendere, di sicuro lo ha capito CasaPound. Questo modello decolla e trova sinergia se insieme ad altri soggetti s’ispira e si orienta ad un Centro Studi serio e moderno, che produce non tesi intellettuali e ideologiche ma analisti e professionisti di primo livello, parlo di quello che la politica oggi definisce – rigorosamente in inglese – think tank.
Si tratta di un sistema di forze, autonomo e autocentrato che può benissimo avere rapporti preferenziali con un partito come con più partiti, ma potrebbe anche essere del tutto estraneo a questo genere di realtà. Perché il partito oggi ha assunto un ruolo tattico; non solo non è più l’espressione di un’identità o di un’idea-forza ma non ha più neppure un ruolo strategico.
Aggiungo che chiunque, perché deluso dalla mancanza di rappresentatività ad opera dei partiti principali, cerchi di tenere in vita una miniatura di partito identitario inseguendo proustianamente un modello tramontato da tempo fa una caricatura di seduta spiritica.
La soluzione per chi non si riconosce nei partiti dominanti non è quella di auspicare la crescita di un partito inattuale ma di fare altre cose; che abbiano un senso e un’anima.

A chi appartiene il domani?

Morucci: A chi non agisce pensando a ieri. A chi non cerca soluzioni entro il quadro dato dal ‘900. A chi non ha paura di abbandonare una rassicurante sopravvivenza da suddito per affrontare una travagliata esistenza da cittadino.

Adinolfi: Lo sapremo solo vivendo. In ogni caso a chi recupererà gioia, ingenuità e volontà di potenza.




Ringraziamo Valerio e Gabriele per la disponibiltà, e Nervo per l’incessante e fondamentale sostegno.
Infine, per approfondimenti, leggi il nostro articolo sulla conferenza di Morucci del 6 febbraio a CasaPound.

Condividi