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martedì 5 maggio 2009

Perché la Destra è più no-global della Sinistra

Pronunciare al giorno d’oggi la parola antiglobalizzazione fa subito venire in mente la sinistra radicale e il cosidetto fenomeno no-global. Niente di più sbagliato.

L’autore dell’illuminante opera A destra di Porto Alegre. Perché la destra è più no-global della sinistra sottolinea come questi movimenti accettino invece tutte le implicazioni omologatrici della globalizzazione, rifiutandone solamente il lato economico («la Sinistra ha come obiettivo la mondializzazione senza il mercato» scrive Jean-François Revel). Al contrario la Destra (termine usato operando un’evidente quanto utile semplificazione, che racchiude complesse esperienze “radicali”, non certo l’AN filo-atlantista di oggi) non solo effettua le sue critiche ben prima di chi sembra essersi svegliato l’altroieri, ma lo fa in modo più legittimo e profondo.
Essa, nella sua lunga storia, ha espresso valori come l’identità, la patria, la comunità, la specificità e il senso della gerarchia: tutti intrinsecamente antagonisti a qualsivoglia visione uniformante.

Partendo dagli inizi del XX secolo, Fraquelli ripercorre tutte le idee e i movimenti Destri fautori di istanze antiglobali. Le prime tesi di questo tipo (tra i sostenitori delle quali spicca il nobile russo-polacco Emmanuel Malynski) erano legate all’idea del cosiddettocomplotto ebraico: oscure trame del popolo di Sion per destabilizzare le nazioni che lo ospitano, al fine del dominio mondiale. Da queste prime e poco convincenti congetture (anche se “rilanciate” ultimamente dal filosofo di sinistra Gianni Vattimo), si passa a personaggi quali Adolf Hitler e Benito Mussolini, che incarnarono in maniera dirompente l’“armamentario classico” del pensiero anti-universalista.
In esso troviamo, in misura diversa, nazionalismo, gerarchia, tradizione, antisemitismo, lotta allAmerica, Terza Via e vicinanza al mondo musulmano. I due leaders cambiarono profondamente le nazioni in cui presero il potere, diffondendo in tutta Europa questi “sentimenti” fino al conflitto contro le “democrazie plutocratiche” che «detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e l’oro delle terra», simboli di quell’economia di mercato che appiattisce ogni differenza in nome del Dio denaro.
Come andò a finire la guerra è cosa nota, ma dalle ceneri della sconfitta non pochi gruppi raccolsero il lascito dei “fascismi”, sviluppandolo e innovandolo nel corso degli anni.

In Italia, nei primi anni del dopoguerra assunse rilievo una figura rimasta in ombra durante gli anni del regime: Julius Evola (in foto), che contribuì alla lotta “antiglobalizzazione” attraverso i suoi scritti e la diffusione di quelli di autori quali Oswald Spengler, Friedrich Nietzsche e René Guénon.
Punto centrale del suo pensiero è il concetto di Tradizione. Essa è «il filone di verità atemporale che percorre tutto il tempo concesso alla razza degli uomini», nella definizione del succitato Guénon. Il mondo che ci circonda sarebbe figlio della vittoria delle forze antitradizionali (dalla Rivoluzione Francese alla Seconda Guerra Mondiale), secondo un’interpretazione della storia come processo regressivo e non progressivo. Il risultato è la totale perdita del concetto del “Sacro” e il trionfo del materialismo: l’indivuo non è più “parte del Cosmo, della Polis e della Natura”, ma entità dissociata, imbastardita dalledonismo e dal consumismo imperanti. Anche per Evola dietro questa azione sovvertitrice si nasconde la mano ebraica, le cui lobbies detengono il potere finanziario.
La figura del filosofo siciliano è tutt’oggi al centro di aspri dibattiti all’interno dell’“area” Destra, tra chi ne rigetta quasi totalmente l’“incapacitante” contributo e chi al contrario lo ritiene ancora valido ed utile. Sicuramente un pensatore degno di studio, la cui produzione non può essere sintetizzata in poche righe.

Carica di tratti originali è anche la rivista “Orion” (fondata da Maurizio Murelli nel 1984), che propone arditamente l’unione degli ideali del “fascismo-movimento” (secondo l’espressione coniata da Renzo De Felice) con quelli del bolscevismo pre-regime, accanto ad un occhio di riguardo per il mondo islamico (soprattutto l’Iran di Khomeini). Ma gli accostamenti “rivoluzionari” non finiscono qui: soventi sono i richiami a Léon Degrelle, Che Guevara e numerosi altri simboli meta-politici, nell’ottica di un’aspra lotta al mondialismo (ovvero la globalizzazione nel suo significato più profondo, non solo economico ma anche politico-culturale) e i suoi principali fautori: gli USA.

Proprio il capitalismo a stelle e strisce attraverso massoneria, multinazionali, banche ed istituti finanziari alimenta “il Sistema per uccidere i popoli”, che ne disintegra la storia e la cultura per ridurli a meri aggregati di consumatori.
Questa analisi viene espressa dal francese Guillaume Faye (in foto) che propone l’“Archeofuturismo” come soluzione: bisogna riscoprire le proprie radici per difendersi, sapendo interpretare la modernità senza dimenticare il passato (arrivando a “conciliare Evola e Marinetti”). Faye è stato uno dei fondatori della “Nouvelle droite” assieme ad Alain de Benoist , altra figura capitale nella lotta all’America e alla globalizzazione.
Oltre all’alta finanza egli accusa anche l’ideologia marxista delluguaglianza e quella liberale dei diritti delluomo, che hanno spianato la strada ai disegni mondialisti del Sistema favorendo l’omologazione. La stessa democrazia odierna, privilegiando la quantità rispetto alla qualità, alimenta i processi sovvertitori.

Altro movimento degno di nota è quello del cosidetto “glocalismo” (animato in Italia da Eduardo Zarelli e la sua Associazione EstOvest) fortemente radicato sui princìpi del valore della Vita e della Natura per la riscoperta della dimensione genuina, “Locale” dell’esistenza. Aspra è la condanna della “megamacchina” (teorizzata dall’economista francese Serge Latouche), ovvero il modello globalizzante occidentale caratterizzato da utilitarismo, istinto livellatore, determinismo e colpevole dello sfruttamento indiscriminato della Terra.

Tematiche simili, queste, a quelle dei Comunitaristi, nati in America e fondati nella loro “corrente” di destra su antiliberalismo, anti-individualismo e forte senso della comunità (rifacendosi nobilmente ai “sensibili comuni” aristotelici). Tra i tanti interpreti di questa visione i più noti sono sicuramente Marco Tarchi, ex enfant prodige del Fronte della Gioventù, e Marcello Veneziani, un tempo punto di riferimento dell’“area”, oggi moderato e “raffreddato” protagonista in ambiti culturali più istituzionali.
È importante sottolineare che il filo conduttore di queste correnti di pensiero, la consapevolezza e la fierezza dellidentità, non comporta discriminazione verso “l’altro da sé”. Anzi solo una comunità con forte senso di appartenenza può accogliere facilmente (ovviamente in misura umana) nel proprio alveo individui estranei, risultando addirittura rafforzata dal proliferare di altri aggregati con universi valoriali ben radicati. Le differenze sono il sale della vita umana, accettarle e non tentare di appiattirle è l’unico modo “sano” di porsi per una Civiltà degna di questo nome.

La “ricognizione” dell’autore ci porta poi ad incontrare figure come Gabriele Adinolfi (nume tutelare della destra radicale, presente in “Orion” come in moltissime altre iniziative di valore), Massimo Fini (l’autore antimoderno per eccellenza) e il noto medievista Franco Cardini fino ai populisti “alla Haider”, passando attraverso una galassia di esperienze poco note ma ricche di valore (citando come ultimi, ma non certo per importanza, i fecondi contributi di Carlo Terraciano e Giorgio Locchi).

Fraquelli, pur dichiarando di non riconoscersi nell’ambiente analizzato, ci offre quindi un fondamentale contributo su un “mondo politico” misconosciuto quanto all’avanguardia e ricco di iniziativa, in cui non c’è più traccia di razzismo (tra l’altro “invenzione” di marca illuminista...) ma solo di spirito critico e saldezza ideale.


Per approfondire leggi l’intervista a Fraquelli realizzata dal Centro Studi Polaris

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martedì 14 aprile 2009

Democrazia e capitale


«Oggi il nome democrazia è rimasto alle usurocrazie, o alle “daneistocrazie”, se preferite una parola accademicamente corretta, ma forse meno comprensibile, che significa: dominio dei prestatori di denaro»

(Ezra Pound)


Un importante fattore che promuove il potere politico dello Stato liberale, tipico delle odierne democrazie, è stato l’avvento di un’economia di mercato connessa ad un modo di produzione capitalistico sotto un principio economico liberista. Quando si parla di liberismo e capitalismo, si definiscono due teorie economiche ben distinte, ma sicuramente concilianti nel mondo occidentale di oggi. Il liberismo, teorizzato dal celeberrimo Adam Smith (1723 – 1790, in foto) alla fine del Settecento, è il principio del libero scambio delle merci che afferma il valore dell’iniziativa privata opponendosi ad ogni intervento statale, mentre il capitalismo, in senso stretto, indica esclusivamente un sistema economico e sociale nel quale i mezzi di produzione appartengono a coloro che hanno investito i capitali. Capiamo quindi perché queste teorie economiche non solo possano convivere, ma siano per loro stessa natura, espressione di un’unica concezione del sistema economico.

L’economia di mercato si basa su un libero incontro tra domanda ed offerta di uno specifico bene; nel mercato gli interessi dell’offerente e dell’acquirente sono contrastanti (uno tende ad alzare il prezzo per il proprio guadagno, mentre l’altro desidera comprare ad un prezzo più basso possibile). Questo tipo di economia si basa sul massimo decentramento, visto che il calcolo economico dei singoli offerenti e venditori è il solo elemento che determina il prezzo di ciascuna transizione e, di conseguenza, l’equilibrio generale è la risultante di un enorme numero di contratti conclusi tra i singoli individui.

Lo Stato assoluto contrastava questo tipo di economia. Oggi, invece, va sottolineata l’assenza di unitarietà e coerenza delle leggi vigenti in ogni Stato o Comunità liberale. Sul campo più propriamente economico, l’idea capitalista rende disponibili per gli investimenti dei privati i fattori produttivi, ossia terre e capitali, evitando che lo Stato li assorba per il suo funzionamento sottraendoli al mercato. Pertanto, le nuove modalità di produzione della ricchezza e l’esigenza di garanzia di libertà contro tentazioni assolutistiche, condussero all’affermazione di una “società civiledistinta e separata dallo Stato. Lo Stato assoluto rendeva la società oggetto di gestione politica, invece lo Stato liberale riconosce e garantisce la capacità della società civile e del mercato di auto-gestirsi e sviluppare autonomamente i propri interessi.

Attualmente, l’indebolimento del controllo dello Stato sul proprio territorio è anche da collegare all’affermazione di quella che viene chiamata globalizzazione, ovvero un mercato internazionale in cui i fattori produttivi si spostano con estrema facilità da un Paese all’altro. Dalla globalizzazione dell’economia discendono varie conseguenze. Prima di tutto, le risorse più importanti, e cioè il capitale finanziario, le informazioni e le conoscenze, che per loro natura non sono legate al territorio, si spostano da uno Stato all’altro alla ricerca di luoghi più convenienti in cui posizionarsi, sfuggendo quasi totalmente al controllo dei poteri pubblici. In secondo luogo, gli Stati sono sempre più influenzati da decisioni che vengono prese fuori dai loro confini, ma che al loro interno hanno considerevoli ripercussioni. Si prenda ad esempio la decisione di grandi investitori di realizzare vendite massicce dei titoli del debito pubblico di un dato Stato, che, mettendone in crisi la liquidità, determinano un rialzo di tassi di interesse e il conseguente aumento del debito dello Stato. Pensiamo anche alle conseguenze sul livello dei prezzi e perciò sul tasso di inflazione, delle decisioni prese dai Paesi produttori di petrolio o da grandi gruppi multinazionali. Per ultimo, si realizza una competizione tra Stati per attrarre imprese e capitali e, in tal modo, per aumentare la ricchezza che esiste e si produce nel loro territorio.

Tutto ciò significa che gli Stati si trovano davanti ad un inevitabile bivio: chiudere le proprie frontiere agli scambi con l’esterno, rischiando impoverimento o tensioni politiche con altri Paesi, oppure garantire la piena libertà di movimento di capitali, di beni e servizi, accettando così di conformarsi alla logica del mercato globale ed alla competizione tra aree territoriali. L’adesione alla seconda alternativa porta una certa riduzione dell’area delle scelte politiche consentite allo Stato.

Lo Stato è formalmente libero di adottare gli indirizzi politici che ritiene più opportuni, essendo in “democrazia”, ma sostanzialmente è costretto a sottostare al giudizio del mercato e, quindi, a seguire indirizzi politici compatibili con le esigenze della competizione internazionale. Concludendo, ve la sentite ancora di parlare di “democrazia” quando lo Stato (“governato dal popolo”) non ha piena sovranità sul proprio territorio visti i condizionamenti del mercato estero?

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venerdì 27 marzo 2009

“Sudditi”. Manifesto contro la Democrazia

«La Democrazia è un modo per metterlo nel culo alla gente, soprattutto alla povera gente, col suo consenso»

(Massimo Fini)


La democrazia è il sistema di autoregolazione del mondo migliore possibile?
È senza dubbio questo il quesito di partenza che Massimo Fini (in foto) ci invita a porre e a porci, come suo costume, in modo provocatorio e dissacrante, certo di scuotere la coscienza dei suoi lettori. Il saggio comincia parlandoci della democrazia universale e dei suoi amici; l’America per prima, naturalmente, ma anche un’Europa ossequiosa e uguale nei suoi sistemi, che siano liberali o social-democratici. Tra i grandi “amici della democrazia” cita il politologo americano Francis Fukuyama, che disse che il mondo e la storia erano finiti col crollo dell’impero sovietico, dato che la democrazia, avendo già distrutto i così detti “fascismi”, avrebbe regnato tranquilla e incontrastata. Non serve portarvi a monito l’odierna realtà per vedere quanto sia inesatta questa previsione; pertanto Fini lascia correre e osserva che, questa di Fukuyama, è l’aspirazione di chi, come Bush, ad esempio, vuol globalizzare la democrazia, facendone “dono” a tutti e a tutti i costi.

Fini poi vira altrove, a sinistra ad esempio, per dimostrare che questa convinzione generale (che la democrazia sia il massimo della vita), è assolutamente trasversale; Gianni Vattimo, autorevolissimo filosofo “catto-sinistrorso”, sulla “Repubblica”, in effetti, così si esprime: «Il male è ciò che è contrario alla democrazia». Poi, in una nota, e non per par condicio, irride il suo omonimo Presidente di Alleanza Nazionale, ex missino e post-fascista, che suggestionato dal clima di adorazione per la democrazia, definì il fascismo «il Male Assoluto». Ma ce ne è anche per la Rivoluzione industriale, che a detta di Nietzsche aveva creato gli “schiavi salariati”; l’Onu, che accoglie solo chi è positivo al test di democrazia; le Nazioni Unite e tutti gli obsoleti organismi che perpetuano e si perpetuano in questo sistema. Fini, successivamente, sposta l’attenzione sui nemici della democrazia. Qui a diverso titolo vivono i vari Hitler e Mussolini, molto meno i bolscevichi, che comunque la parola democrazia la volevano idealmente mettere vicino alla parola “socialista”; tra le pieghe anche Alexis de Tocqueville (in foto), un liberale che criticò fortemente il sistema democratico americano. Ma perché Fini ce l’ha tanto con la democrazia così come oggi viene spacciata e concepita? Facciamo uso delle sue parole: «La democrazia rappresentativa, liberale, borghese – insomma, la ‘democrazia reale’ come la conosciamo e la viviamo, e che è attualmente egemone, non è la democrazia. È una finzione. Una parodia. Un imbroglio. Una frode. Una truffa. Noi la definiamo in modo brutale, e in una prima approssimazione che pecca per difetto (perché, come vedremo, la realtà è persino peggiore): ‘un modo per metterlo nel culo alla gente col suo consenso’».

E la provocazione va oltre quando Fini sceglie l’esempio dei Nuer, un popolo nilotico che vive nelle paludi del Sudan meridionale, per spiegare che si può vivere armonicamente senza che nessuno ci governi: «È impossibile vivere tra i Nuer e immaginare dei governanti che li governino. Il Nuer è un prodotto di un’educazione dura ed egalitaria, profondamente democratico e facilmente portato alla violenza».

L’autore sceglie il sarcasmo per evidenziare che ciò a cui apparentemente anela la “superiore civiltà occidentale”, e che è stato fonte di estenuante dibattito tra illuministi, liberali e marxisti – libertà ed uguaglianza, appunto – viene invece facilmente raggiunto dai Nuer, piccolo popolo che a queste agognate virtù unisce anche il primordiale istinto alla violenza.

Ma cos’è allora veramente questa democrazia? Per Fini si tratta di un grande imbroglio, basato su un’etimologia che richiama al governo del popolo, ma che invece nei fatti è il suo esatto contrario: «Scordiamoci che il popolo abbia mai governato alcunché, almeno da quando esiste la democrazia liberale. Se c’è qualcosa che fa sorgere nell’anima di un liberale un puro sentimento di orrore è il governo del popolo».

L’autore individua nella nascita degli Stati nazionali la progressiva diminuzione del “potere popolare”. Burocrazia, pluripartitismo, rappresentatività a vari gradi e livelli; tutti specchietti per le allodole che celavano e celano un potere meno manifesto, più occulto e sotterraneo, ma più vincolante ed alienante. E più nel tempo hanno voluto spiegarci l’essenza di questo termine così onnicomprensivo, più i cosiddetti pensatori illuminati si sono incartati in teorie cangianti e allo stesso tempo vuote: nemmeno determinare capisaldi univoci ed assoluti si è riuscito a fare con facilità. Fini sguazza nelle contraddizioni di filosofi, politologi e pensatori di varia dignità e titolo, tenendo sempre ben ferma l’idea dell’assoluta dissonanza tra teoria e realtà; e anche laddove ci si riconduce finalmente a punti cardine condivisi (perlopiù nei modelli anglosassoni), il suo “martello” trae ispirazione dalla forza di quello nietzscheano. Dove si dice che il voto è uguale per tutti ad esempio, Fini fa uso delle teorie elitiste (Pareto e Mosca) per dimostrarne la falsità e, con lo stesso metodo e l’ausilio di diverse fonti, smonta anche la presunta uguaglianza, il controllo sul controllo, il rifiuto della violenza e demagogie assortite.

Nell’ultima parte l’autore si sofferma invece sull’idea di “progresso”. Estranea, almeno per come oggi viene intesa, ai greci, ai latini e agli orientali, cominciata a circolare nel mondo giudaico-cristiano, e tradotta al nostro tempo nella pretesa-attesa d’una migliore condizione dell’uomo sulla terra. Tornando al mondo moderno e a tempi più recenti, scorgiamo echi della prassi hegeliana nel pensiero liberale; nel voler vedere la democrazia – e il progresso che ne è la costola madre – come fine e centro della storia. Anche la prassi liberale, comunque, a parere di Fini, nonostante la sua presunta struttura indistruttibile, è soggetta a caducità e finitezza; né più e né meno del marxismo e dei suoi sottoprodotti. E allora, come vive realmente oggi l’opulento Occidente democratico?
Male, molto male, per Fini – e non solo per lui, almeno questo è evidente –, perché «dominato da oligarchie arbitrarie, non rispettate, ma che detengono la forza reale, si è abituato a servire ogni prepotenza».

Il debole Occidente, pertanto, teme smisuratamente il confronto, soprattutto con le genti del “Sud del mondo”, perché più motivate, più pronte a rischiare avendo meno da perdere, più inclini a scorgere valori alti – lo “scontro di civiltà” con l’Islam ne è una prova.
Anche l’antica dicotomia destra-sinistra sembra cadere in un siffatto contesto, come si consumano lentamente le idee base che ne erano il cardine, lasciando il posto ad un variegato mondo liberal-democratico-liberista con estemporanei cenni al sociale, più che altro usato solo come lustrino per la forma. “Liberale” e “democratico” per un solo ed unico pensiero conformante:
«È questo il pensiero unico di cui si sente tanto parlare senza peraltro sapere bene, spesso, di cosa si tratti. I pochi che osano mettersi di traverso a questo pensiero sono bollati come inguaribili e ridicoli parassiti».

Constatato che anche il movimento “no global”, ora “new global”, è risultato essere un bluff, manovrato consapevolmente o meno da un braccio meno evidente del potere stesso, Fini intravede fuori dall’Occidente un interessante fenomeno di resistenza all’omologazione planetaria: «Il movimento talebano del mullah Omar (in foto) che proponeva, nell’èra della modernità democratica trionfante, avanzante e conquistante, una sorta di ‘Medioevo sostenibile’ (che è qualcosa di meno imbecille dello ‘Sviluppo sostenibile’ che, allo stato attuale, è già un impossibile ossimoro, un’illusione o, piuttosto, una volgare menzogna), cioè una società regolata sul piano del costume da leggi arcaiche… non del tutto aliena però del far proprie alcune limitate e mirate conquiste tecnologiche». In fondo, ci fa capire l’autore, pare essere stato proprio il mullah Omar l’unico vero No Global dei nostri tempi.

Fini, come suo stile, chiude il saggio con un’ulteriore provocazione profetica, ovvero asserendo che non serve abbattere il sistema, tanto esso crollerà da solo portando via con sé tutto, la disperazione dei popoli e l’egemonia dei potenti. Perchè questo è un mondo che sta implodendo, perchè come L’obeso di Giorgio Gaber è «l’Infinito di un Leopardi americano». Ma si chiede anche: «Ci sarà l’alba di una nuova Aurora?». Sognare non costa nulla, e poi ci sono sempre i Nuer.

Originariamente pubblicato su “Lankelot”, a firma di Léon.

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venerdì 31 ottobre 2008

Recensione: "A destra di Porto Alegre, perché la Destra è più no-gobal della sinistra" di M.Fraquelli

Pronunciare al giorno d'oggi la parola antiglobalizzazione fa subito venire in mente la sinistra radicale e il cosidetto fenomeno "no-global". Niente di più sbagliato.

L'autore di questa interessantissima opera sottolinea come questo movimento accetti invece tutte le implicazioni omologatrici della globalizzazione, esclusa quella economica (ma di fatto non scindibile) al contrario della Destra (intesa in senso tradizionale, non certo l'AN filo-atlantista di oggi). Quest'ultima, nella sua plurisecolare storia, ha espresso valori come l'identità, la patria, la comunità, la specificità e il senso della gerarchia: tutti intrinsecamente antagonisti a qualsivoglia visione uniformante.
Partendo dagli inizi del XX secolo, Fraquelli ripercorre tutte le idee e i movimenti "Destri" fautori di istanze antiglobali. Le prime tesi di questo tipo erano legate all'idea del cosiddetto "complotto ebraico": oscure trame del popolo di Sion per destabilizzare le nazioni che lo ospitano, al fine del dominio mondiale. Da queste prime e "claudicanti" congetture si passa a personaggi più noti come Hitler, Evola e Mussolini in cui troviamo l'"armamentario classico" del pensiero anti-universalista (citando in ordine sparso): nazionalismo, gerarchia, tradizione, antisemitismo, lotta all'America, Terza Via, vicinanza al mondo musulmano ecc... tutte istanze raccolte da associazioni e partiti antiglobali nati dalle ceneri della sconfitta dei Fascismi.

Tra questi, la rivista "Orion" (fondata da M.Murelli) assume posizioni originali proponendo l'unione degli ideali del "fascismo-movimento" (espressione coniata da De Felice) e di quelli del bolscevismo pre-regime, con un occhio di riguardo per il mondo islamico (soprattutto l'Iran di Khomeini). Il tutto per sconfiggere il mondialismo (ovvero la globalizzazione nel suo significato economico più profondo) e i suoi principali fautori: gli USA.

Proprio il capitalismo a stelle e strisce attraverso massoneria, multinazionali, banche e istituti finanziari alimenta "il Sistema per uccidere i popoli" distruggendone la storia e la cultura e riducendoli a meri aggregati di consumatori. Questa analisi viene espressa dal francese G. Faye che propone l'"Archeofuturismo" come soluzione: bisogna cioè riscoprire le proprie radici per difendersi, sapendo interpretare la modernità senza tuttavia dimenticare il passato (arrivando a "conciliare Evola e Marinetti"). Faye è stato uno dei fondatori della "Nouvelle droite" assieme ad A. De Benoist, altra figura capitale nella lotta all'America e alla globalizzazione. Oltre all'alta finanza egli accusa anche l'ideologia marxista dell'uguaglianza e quella dei diritti dell'uomo, che hanno spianato la strada ai disegni mondialisti del Sistema favorendo l'omologazione.


Altro movimento importante è quello del cosidetto "glocalismo" (animato in Italia da E. Zarelli e la sua Associazione EstOvest) fortemente radicato sui princìpi del valore della Vita e della Natura per la riscoperta della dimensione genuina, "Locale" dell'esistenza.


Tematiche simili, queste, a quelle dei Comunitari, fondati nella loro "corrente" di destra su antiliberalismo, anti-individualismo e forte senso della comunità (i "sensibili comuni" aristotelici) senza che questo comporti discriminazione. Anzi: solo una comuità con forte senso di appartenenza può accogliere facilmente nel proprio alveo individui estranei.

La "ricognizione" dell'autore ci porta poi ad incontrare figure come G. Adinolfi (figura di spicco della destra radicale, presente in Orion come in molte altre iniziative), Massimo Fini (l'autore antimoderno per eccellenza) e il noto medievista F. Cardini fino ai populisti "alla Haider", passando attraverso una galassia di esperienze poco note ma ricche di valore.

Fraquelli, pur dichiarando di non riconoscersi nell'ambiente analizzato, ci offre quindi un fondamentale contributo su un "mondo politico" misconosciuto quanto all'avanguardia e ricco di iniziativa, in cui non c'è più traccia di razzismo (tra l'altro invenzione illuminista...) ma di spirito critico e saldezza ideale.

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