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martedì 14 aprile 2009

Democrazia e capitale


«Oggi il nome democrazia è rimasto alle usurocrazie, o alle “daneistocrazie”, se preferite una parola accademicamente corretta, ma forse meno comprensibile, che significa: dominio dei prestatori di denaro»

(Ezra Pound)


Un importante fattore che promuove il potere politico dello Stato liberale, tipico delle odierne democrazie, è stato l’avvento di un’economia di mercato connessa ad un modo di produzione capitalistico sotto un principio economico liberista. Quando si parla di liberismo e capitalismo, si definiscono due teorie economiche ben distinte, ma sicuramente concilianti nel mondo occidentale di oggi. Il liberismo, teorizzato dal celeberrimo Adam Smith (1723 – 1790, in foto) alla fine del Settecento, è il principio del libero scambio delle merci che afferma il valore dell’iniziativa privata opponendosi ad ogni intervento statale, mentre il capitalismo, in senso stretto, indica esclusivamente un sistema economico e sociale nel quale i mezzi di produzione appartengono a coloro che hanno investito i capitali. Capiamo quindi perché queste teorie economiche non solo possano convivere, ma siano per loro stessa natura, espressione di un’unica concezione del sistema economico.

L’economia di mercato si basa su un libero incontro tra domanda ed offerta di uno specifico bene; nel mercato gli interessi dell’offerente e dell’acquirente sono contrastanti (uno tende ad alzare il prezzo per il proprio guadagno, mentre l’altro desidera comprare ad un prezzo più basso possibile). Questo tipo di economia si basa sul massimo decentramento, visto che il calcolo economico dei singoli offerenti e venditori è il solo elemento che determina il prezzo di ciascuna transizione e, di conseguenza, l’equilibrio generale è la risultante di un enorme numero di contratti conclusi tra i singoli individui.

Lo Stato assoluto contrastava questo tipo di economia. Oggi, invece, va sottolineata l’assenza di unitarietà e coerenza delle leggi vigenti in ogni Stato o Comunità liberale. Sul campo più propriamente economico, l’idea capitalista rende disponibili per gli investimenti dei privati i fattori produttivi, ossia terre e capitali, evitando che lo Stato li assorba per il suo funzionamento sottraendoli al mercato. Pertanto, le nuove modalità di produzione della ricchezza e l’esigenza di garanzia di libertà contro tentazioni assolutistiche, condussero all’affermazione di una “società civile” distinta e separata dallo Stato. Lo Stato assoluto rendeva la società oggetto di gestione politica, invece lo Stato liberale riconosce e garantisce la capacità della società civile e del mercato di auto-gestirsi e sviluppare autonomamente i propri interessi.

Attualmente, l’indebolimento del controllo dello Stato sul proprio territorio è anche da collegare all’affermazione di quella che viene chiamata globalizzazione, ovvero un mercato internazionale in cui i fattori produttivi si spostano con estrema facilità da un Paese all’altro. Dalla globalizzazione dell’economia discendono varie conseguenze. Prima di tutto, le risorse più importanti, e cioè il capitale finanziario, le informazioni e le conoscenze, che per loro natura non sono legate al territorio, si spostano da uno Stato all’altro alla ricerca di luoghi più convenienti in cui posizionarsi, sfuggendo quasi totalmente al controllo dei poteri pubblici. In secondo luogo, gli Stati sono sempre più influenzati da decisioni che vengono prese fuori dai loro confini, ma che al loro interno hanno considerevoli ripercussioni. Si prenda ad esempio la decisione di grandi investitori di realizzare vendite massicce dei titoli del debito pubblico di un dato Stato, che, mettendone in crisi la liquidità, determinano un rialzo di tassi di interesse e il conseguente aumento del debito dello Stato. Pensiamo anche alle conseguenze sul livello dei prezzi e perciò sul tasso di inflazione, delle decisioni prese dai Paesi produttori di petrolio o da grandi gruppi multinazionali. Per ultimo, si realizza una competizione tra Stati per attrarre imprese e capitali e, in tal modo, per aumentare la ricchezza che esiste e si produce nel loro territorio.

Tutto ciò significa che gli Stati si trovano davanti ad un inevitabile bivio: chiudere le proprie frontiere agli scambi con l’esterno, rischiando impoverimento o tensioni politiche con altri Paesi, oppure garantire la piena libertà di movimento di capitali, di beni e servizi, accettando così di conformarsi alla logica del mercato globale ed alla competizione tra aree territoriali. L’adesione alla seconda alternativa porta una certa riduzione dell’area delle scelte politiche consentite allo Stato.

Lo Stato è formalmente libero di adottare gli indirizzi politici che ritiene più opportuni, essendo in “democrazia”, ma sostanzialmente è costretto a sottostare al giudizio del mercato e, quindi, a seguire indirizzi politici compatibili con le esigenze della competizione internazionale. Concludendo, ve la sentite ancora di parlare di “democrazia” quando lo Stato (“governato dal popolo”) non ha piena sovranità sul proprio territorio visti i condizionamenti del mercato estero?

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martedì 27 gennaio 2009

Chi ha tempo, si aspetti tempo!



In un’era come quella odierna, in cui il capitalismo sfrenato manovra la vita della gente come il burattinaio che tiene i fili delle proprie marionette, in Italia esiste un’associazione che questi fili è riuscita, almeno in parte, a tagliare da circa vent’anni.

Nasceva, infatti, nel 1988 in Emilia-Romagna (oggi presente anche a Roma, in Lombardia e nel Triveneto) la “Banca del Tempo”: associazione apartitica, senza scopo di lucro, basata sullo scambio del tempo a disposizione di ogni socio facente parte del sistema organizzativo.
All’interno della “Banca del Tempo”, pur essendoci organi gerarchici come il Tesoriere, l’Assemblea, il Consiglio Direttivo ecc., non esistono distinzioni sociali di alcun tipo perché come “moneta” viene usato il tempo che è costante e immutabile per ogni persona.

Chi fa parte di questa Banca del Tempo, sia esso un imbianchino, un insegnante, una casalinga, un addestratore di animali, un medico, un avvocato o qualsiasi altra persona, mette a disposizione il proprio tempo, poniamo di un’ora, che gli verrà restituita dal servizio di un altro socio per la durata di un’ora.
Facendo un esempio, l’insegnante di pianoforte fa una lezione di due ore ad un ragazzo di 16 anni, questo ragazzo per due ore insegna ad un avvocato come usare il pc e l’avvocato aiuta, sempre per due ore, l’insegnante di pianoforte per una denuncia a suo carico.
Ovviamente il tempo può essere non solo accreditato ma anche addebitato: qualora infatti avessi bisogno di 3 ore di servizio e fossi in credito solo di 2, potrei comunque usufruire dell’ora e restituirla in seguito.

Provate ad immaginare questo tipo di sistema non solo fra tre persone, come nel mio esempio, ma fra migliaia o milioni. Non pensate che sia una bella alternativa al capitalismo odierno?
Tutto questo non solo permette di adoperare in modo positivo il proprio tempo e di essere utili a qualcuno, ma soprattutto di abbattere le classi sociali, di considerare (come succedeva 70 anni fa) anche i lavori più umili come dignitosi, importanti ed indispensabili.

Per mostrare come funziona il meccanismo dello scambio del tempo nello specifico, è utile leggere il breve regolamento dell’associazione:

1. Scopo della Banca del Tempo è lo scambio paritario e non lucrativo di servizi o beni tra i soci. L’organizzazione delle attività dell’associazione è affidata a un Consiglio direttivo eletto dai soci.
2. Per aderire alla Banca del Tempo occorre:
• essere maggiorenni
• compilare la richiesta di adesione
• tenere un colloquio informativo
• sottoscrivere il regolamento
• pagare la quota d’iscrizione Auser consistente in lire 15.000 per anno solare (oggi circa 8 euro), a copertura di un’assicurazione sugli infortuni che potrebbero verificarsi durante la fornitura dei servizi
• versare ogni anno alla Banca del Tempo un assegno di 3 ore, che andranno a costituire un Fondo Ore.
3. Il Fondo Ore rappresenta un “Capitale Sociale” che potrà essere utilizzato per:
• coprire le ore impiegate da coloro che contribuiscono al funzionamento della Banca del tempo
• coprire ore di soci che non siano in grado di fornire servizi.
4. L’unità di misura dello scambio è esclusivamente il tempo, conteggiato in ore e mezze ore, a prescindere dal valore economico del servizio erogato o ricevuto. Si esclude quindi qualsiasi scambio di denaro tra gli utenti, tranne i rimborsi per i materiali eventualmente utilizzati.
5. Non vi è garanzia sulla qualità dei servizi (o beni) scambiati solo per il fatto che avvengano all’interno della Banca del Tempo. Quest’ultima pubblica un elenco dei servizi disponibili, ma non può essere ritenuta responsabile per essi. Il socio rinuncia espressamente a rivalersi nei confronti della Banca del Tempo per eventuali danni subiti in relazione agli scambi effettuati.
6. I rapporti di debito e di credito di ogni singolo socio sono contratti unicamente con la Banca del Tempo e non nei confronti dei singoli aderenti.
7. Il tempo impiegato negli spostamenti effettuati per erogare un servizio può essere eventualmente computato nello scambio, previo accordo tra i partecipanti.
8. I familiari dei soci, pur non essendo coperti da assicurazione, possono offrire e ricevere servizi, che verranno accreditati o addebitati agli stessi soci.
9. I rapporti di dare e avere di ogni singolo aderente saranno registrati mediante appositi assegni. La Banca del Tempo redigerà periodicamente gli estratti conto e fornirà l’elenco aggiornato dei servizi e degli iscritti. Quest’ultimo elenco, ai sensi della legge nazionale 675/96 (relativa alla privacy), non potrà essere mostrato né prestato ad estranei.
10. Chi alla fine dell’anno ha delle ore di credito in eccedenza può farne dono alla Banca del Tempo per gli scopi indicati al punto 3. A chi avesse contratto una quantità notevole di debiti, il Consiglio direttivo, dopo aver valutato i singoli casi, può offrire la possibilità di riequilibrare i conti.
11. Chi decidesse di non rinnovare l’iscrizione alla Banca del Tempo è tenuto a restituire il libretto degli assegni e l’elenco dei soci, ed è pregato di bilanciare i propri conti.
12. La Banca del Tempo richiede agli aderenti una disponibilità ad incontrarsi in date stabilite dai soci per garantire un efficace sistema di scambio e per offrire la possibilità di conoscersi.
13. Il presente Regolamento potrà essere modificato dall’Assemblea dei soci, con le stesse modalità con le quali è regolata la modifica dello statuto.


Non è difficile capire che, per come è organizzata fino ad ora questa associazione, non può proporsi certo come sistema economico indipendente e sovvertire i meccanicismi capitalisti presenti oggi, ma comunque è un buon punto di partenza, o per lo meno un modo per dare meno valore al puro denaro e un po’ di più alle capacità ed alle possibilità di ogni persona.


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mercoledì 3 dicembre 2008

La giustizia del lavoro: Socializzazione delle imprese


12 febbraio 1944. Il nuovo governo di Mussolini vara il decreto n. 375, comprendente 46 articoli. Detto così ci parrebbe mera prassi burocratica. Tuttavia il tema del decreto è il seguente: “Sulla socializzazione delle imprese”. Ma che cos’è precisamente la Socializzazione delle Imprese? Le interpretazioni sono state varie, discordanti e talvolta oscure. Eppure ci troviamo di fronte a una svolta epocale in campo economico, una vera RIVOLUZIONE! Una delle più grandi riforme economiche che l’uomo ricordi fu studiata, redatta, promulgata e, soprattutto, applicata da quello che è definito uno Stato-“fantoccio”: la Repubblica Sociale Italiana.

A scuola ci hanno infatti insegnato che la cosiddetta “Repubblica di Salò” era uno pseudo-Stato alla completa mercè dei super-cattivoni nazisti, comandati dal Diavolo in persona (ovvero Hitler). Ma – obiezione! – può uno Stato-“fantoccio” far ritirare la moneta d’occupazione (Reichskredit Kassenscheine), a seguito della sua imposizione da parte dell’Impero del Male (ovvero la Germania nazista giudeicida)? Può ottenere la permanenza in Italia (quella del Nord, ossia quella vera) dell’oro della Banca d’Italia? Può realizzare la Socializzazione delle Imprese, osteggiata tra l’altro dal comando tedesco? Mistero…

Per comprendere a fondo l’enorme portata rivoluzionaria della Socializzazione, è necessario tornare un po’ indietro nel tempo: alla cosiddetta “Rivoluzione industriale”. Per Rivoluzione industriale si intende un processo di evoluzione economica che da un sistema agricolo-artigianale-commerciale porta ad un sistema industriale “moderno”, il quale è caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall’utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili). Tale processo avviene gradualmente tra metà ‘700 e metà ‘800. In sostanza, però, cosa accade? La nascente impresa capitalistica dunque, dopo aver soppiantato la tradizionale impresa artigianale, grazie all’ampio impiego di macchinari sempre più numerosi ed efficienti, aveva sovvertito di fatto il rapporto tra il lavoro umano e gli strumenti di lavoro veri e propri.

Nell’oramai antica impresa artigianale era la qualità dell’opera dell’uomo a determinare la qualità del prodotto e della conseguente retribuzione; nella nuova impresa capitalista, invece, era la macchina a conquistare il primato nei confronti del meccanismo produzione/profitto, denobilitanto fattualmente l’uomo a suo accessorio. Inoltre nacque al tempo la famosa “legge bronzea dei salari”: essendo l’opera dell’uomo meno richiesta e, quindi, deprezzata, il deprezzamento doveva colpire necessariamente anche i salari (poi “salari di sussistenza”, ossia il minimo per la sopravvivenza stessa dell’operaio).
L’imprenditore, a sua volta, smetteva di essere il “primo” lavoratore dell’impresa, comunque in rapporto umano con gli operai, e diveniva ora azionista: ossia colui che fornisce capitale.

Che cosa dice, invece, il PRIMO articolo del decreto n. 375/1944? «Alla gestione della impresa SOCIALIZZATA prende parte DIRETTA IL LAVORO». A imperare non è più quindi l’impalpabile e apolide tirannia del capitale, unico e anonimo beneficiario del profitto senza limiti e senza regole, bensì la co-gestione dell’impresa da parte di proprietari/capi (ma presenti e attivi) e operai/lavoratori (finalmente protagonisti).

Ciò vuol dire: Consiglio di Gestione composto per la metà dai rappresentanti degli operai, eletti da quest’ultimi tramite votazione segreta. Imprenditore e lavoratori diventano quindi una comunità che opera di concerto per il bene dell’impresa stessa che essi rappresentano. Sì, proprio perché socializzare vuol dire anzitutto costituire una società; al contrario le società capitalistiche per azioni – contro ciò che comunemente si crede – non sono affatto loro stesse società, ma proprietarie di società, solamente fornitrici di capitali, e quindi avulse dai reali processi di lavoro e produzione.

Ultimo articolo e ultimo punto, certamente il più rivoluzionario: la ripartizione degli Utili e la destinazione delle Eccedenze (un buon marxista avrebbe parlato di “plusvalore”). Leggiamo quindi l’art. 46:

«Gli utili dell'impresa […] verranno ripartiti tra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, in rapporto all'entità delle renumerazioni percepite nel corso dell'anno. Tale ripartizione non potrà superare comunque il 30 per cento del complesso delle retribuzioni nette corrisposte ai lavoratori nel corso dell'esercizio. Le eccedenze saranno destinate ad una cassa di compensazione amministrata dall'Istituto di Gestione e Finanziamento e destinata a scopi di natura sociale e produttiva».

Di fronte a tanta grandezza, ogni altra parola risulterebbe superflua…

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lunedì 24 novembre 2008

Governo ed economia reale

Venerdì 28 verrà approvato dal governo il "pacchetto famiglie" per incentivare la ripresa economica.

Più soldi ai ceti più bassi (aiuti minimi di 150 Euro alle famiglie a reddito compreso tra i 12 e i 20mila Euro) e riduzioni di spese fisse è ciò cui si punta.
Da gennaio potrebbero ridursi le accise sulla benzina e sulle bollette di elettricità e gas. Ritardandosi il meccanismo di formazione dei prezzi, il calo del greggio (ora sta 50 $ al barile circa) avrebbe iniziato a farsi sentire dai prossimi mesi. La manovra del governo è quella di anticipare tale calo con tagli già da gennaio per poi lasciare che il prezzo si stabilizzi ad aprile, quando cioè le accise torneranno al loro livello attuale.

Riguardo alle tariffe autostradali si pensa al congelamento di possibili aumenti futuri; possibilità che ha provocato venerdì a Piazza Affari una "brutta caduta" di Atlantia, società che controlla autostrade per l'Italia.

Cambiamenti in vista anche sul fronte mutui. Dai prossimi mesi le famiglie potrebbero beneficiare della riduzione dei tassi Euribor. Infatti nel codice etico che le banche riceventi i finanziamenti statali dovranno accettare, è previsto da parte delle suddette banche l'impegno a ridurre le rate dei mutui a sostegno delle famiglie, adottando eventualmente come base il tasso di riferimento della BCE invece che l' Euribor.

A vantaggio delle imprese è invece previsto un taglio di 3 punti su Ires e Irap ma non su l'Irpef, 3 punti che verranno recuperati a luglio 2009.


In questo scenario di crisi economica, si è sentito parlare molto di un incentivo a sostegno dell'economia reale; è a tal proposito interessante l'opinione del premio Nobel Samuelson che suggerisce di aiutare con tagli delle tasse e misure di accomodamenti i ceti più bisognosi contrariamente a quella che fu la politica di Bush che avvantaggiò, attraverso il compassionate conservatism, i ceti più abbienti. Aiutando i più poveri, infatti, essi avranno a disposizione più soldi per l'acquisto di beni di prima necessità (latte, pane, vestiario, ecc.) rimettendo così in circolo quel denaro che aiuterà l'economia (reale) a camminare. Secondo Samuelson aiutare i più ricchi significherebbe dargli l'opportunità per reinvestire in borsa.

Conclude l'economista, e qui conviene riportare direttamente le sue parole: " il capitalismo senza controlli e regole è destinato a suicidarsi"...

(tratto da "Il Messaggero" del 21/11/2008)

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lunedì 3 novembre 2008

L’Unità si svecchia e si adegua alle leggi del mercato

Finalmente i compagni del nuovo millennio hanno abbandonato eskimo, colbacco e barboni da Matusalemme per inserirsi, seppur con qualche decennio di ritardo, nella società capitalista e consumista, nella quale il sesso – come si sa – vende alla grande.

Eccola allora la pubblicità (motore del mercato) del nuovo formato dell’Unità:




Si attendono risposte dal femminismo militante...

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venerdì 31 ottobre 2008

Legge 133: Che Tajo!!!



La legge 133 ad opera degli uomini-forbice del governo, Tremonti-Brunetta, è stata approvata con tacito consenso del contestatissimo ministro Gelmini.

Le linee-guida per quanto riguarda il mondo universitario non sembrano essere cambiate rispetto a quelle a cui la “nostra” classe dirigente si ispira da anni. Dall’opera di Berlinguer fino a quella della Moratti (passando per Mussi) gli atenei hanno visto diminuire i fondi e aumentare a dismisura i privilegi dei Baroni con tutto ciò che questo ha quasi sempre comportato: prassi clientelare, fantomatici corsi di Laurea (dal 2001 sono RADDOPPIATI: 37 di essi hanno 1 solo iscritto, 323 non superano i 15!) e spese inutili (vedansi schermi al plasma nella Facoltà di Lettere Roma3) .

Perché l’odierna legge non colpisce queste disfunzioni ma applica solo pesantissimi tagli? La risposta è nella logica liberale degli uomini di governo. La loro soluzione, in perfetto “passo coi tempi” è dare alle facoltà italiane la possibilità (ma sembrerebbe più corretto parlare di NECESSITÀ) di trasformarsi in fondazioni di diritto privato.



Nonostante il sistema capitalista abbia mostrato e stia mostrando tutti i suoi limiti, una soluzione “mista” in stile anglosassone, che potrebbe essere il primo passo alla totale privatizzazione, è la soluzione optata dal governo.
Questo ennesimo colpo allo stato sociale italiano non può, non DEVE passare inosservato! Senza creare allarmismi sul futuro, la strada da seguire è quella dell’unità generazionale, è quella di scendere in piazza ogniqualvolta l’applicazione di questa legge colpirà il nostro sacrosanto diritto allo studio, senza lasciarci piegare da strategie della tensione. Non accettando che le nostre idee trovino espressione nelle bocche e siano strumentalizzate da chi, in continua ricerca di notorietà, si erge a portavoce di questa o quella protesta, ma non essendo poi meno colpevole di chi ha trasformato la società in mercato (ne sai niente Veltrò...?).

LA LIBERTÀ NON HA COLORE... SOLIDARIETÀ STUDENTESCA!

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