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mercoledì 9 febbraio 2011

Schiavi delle banche

di Matteo Rovatti


La moneta, sangue di ogni economia qualitativamente superiore al baratto, dona a chi ne governa le logiche un potere quasi sacerdotale, sovente all’insaputa dei popoli che tale moneta utilizzano. Per capirlo, è necessario capire come nasce la moneta e soprattutto quali effetti essa abbia sulla nostra esistenza quotidiana.

Nella UE tecnocratica, il processo di creazione della moneta può essere approssimato grossomodo in 5 diverse fasi:

1) La BCE (Banca Centrale Europea) stampa una certa somma (mettiamo un milione di euro), sostenendo delle effettive spese tipografiche (possiamo ipotizzare che, per la cifra qui ipotizzata, si aggirino nell’ordine di alcune migliaia di euro);
2) Una banca commerciale, necessitando di liquidità, si fa scontare (anticipare il capitale) dalla BCE tramite quella moneta, un pari importo in titoli di Stato. Ovvero, la banca cede alla BCE un milione in titoli di Stato in cambio di un milione cash;
3) Il milione entra così nel circuito finanziario, in cui grazie alla copertura frazionaria dei depositi, genera strumenti fiduciari di pagamento per valori multipli rispetto all’emissione cartacea. Con una riserva al 2%, un milione di euro genera depositi bancari per 50 milioni circa;
4) Allo scadere dei titoli, la banca (generalmente) li riacquista per intascare gli interessi, pagando alla BCE, oltre al milione, anche il Tasso di Sconto Ufficiale, ufficialmente unico profitto della BCE medesima;
5) La BCE pone al passivo di bilancio il milione in cartamoneta creato dal nulla inizialmente, azzerando contabilmente il milione che ritorna indietro, e realizzando una colossale opera di elusione fiscale.

Per quanto il quinto punto presupponga certamente un illecito, in quanto il sistema bancario che controlla la BCE realizza tramite esso una quotidiana opera di occultamento di capitali (di cui chi scrive ignora del tutto l’obiettivo), in realtà ciò su cui preme soffermarsi è il terzo punto, riguardante la copertura frazionaria dei depositi, il quale rende l’attuale sistema bancario intrinsecamente pernicioso dal punto di vista macroeconomico per almeno 8 differenti motivi:


Moltiplicatore monetario

La stragrande maggioranza degli strumenti di pagamento utilizzati dal sistema economico sono fiduciari, ovvero scritturali, creati dalle banche all’atto di concedere un prestito. Una banca con un deposito liquido (in cartamoneta o titoli facilmente liquidabili) di 1 milione presso la Banca Centrale, ipotizzando un tasso di riserva del 2%, può concedere prestiti fino a 980.000 euro (quindi detratto il 2%). Ipotizzando che l’intera somma finisca sul conto della medesima persona presso una banca (la medesima o un’altra, è indifferente), questa potrà prestare 960.400 euro, e così via, fino a che dal milione iniziale non si saranno creati depositi presso il sistema bancario per 50 milioni circa, generati da decisioni private e dalla congiuntura del mercato.


Potenziale instabilità degli investimenti

Quando un risparmiatore apre un deposito a vista presso la sua banca, esso considera il medesimo come immediatamente disponibile, mentre la banca lo usa per concedere prestiti. Quindi, come notava il nobel Maurice Allais (1911-2010), si assiste all’assurdo logico e potenzialmente destabilizzante per cui attività ad una data scadenza vengono finanziate con fondi ottenuti dal finanziatore (le banche) ad una scadenza inferiore, o addirittura nulla (il deposito a vista può teoricamente essere estinto istantaneamente dal correntista). Se io deposito 1000 euro in banca, posso utilizzarli per le mie spese, più o meno arbitrariamente, ma la banca userà i medesimi come base per concedere un prestito. Il rischio, come si noterà, è più che concreto.


Instabilità fondiaria ed immobiliare

La dipendenza della massa monetaria complessiva da situazioni congiunturali è la responsabile principale della continua oscillazione dei valori del mercato immobiliare, che favoriscono la speculazione e l’accaparramento improduttivo.


Inflazione permanente

La continua, irresponsabile ed incontrollata espansione della massa monetaria, e la conseguente creazione di strumenti fiduciari di pagamento denominati in valuta ufficiale da parte delle banche tende a svalutare progressivamente l’unità di conto, causando incontrollati rialzi dei prezzi al consumo di beni e servizi. L’inflazione si verifica infatti quando in circolazione esiste troppa moneta rispetto ai beni e servizi acquistabili sul mercato, che quindi si apprezzano per compensare la differenza. È pur vero che gli aumenti non sono omogenei – checché ne possano pensare i monetaristi –, ma sono maggiori nei settori in cui la domanda è più alta (alimentare sopratutto), ed in cui comunque esistono altre spinte all’aumento dei prezzi. L’inflazione, perlomeno ai livelli reali, è profondamente ingiusta in quanto altera sia l’efficienza del mercato interno – favorendo chi fa debiti rispetto a chi risparmia, che si vede svalutato il gruzzolo faticosamente guadagnato – che la redistribuzione ottimale della ricchezza, in quanto colpisce essenzialmente i redditi fissi (salari e pensioni), ed avvantaggiando i patrimoni già costituiti rispetto a quelli da costituirsi.


Altissima pressione fiscale

Quello che si fatica a capire, a livello anche mediatico, è che l’inflazione ha il medesimo effetto di una imposta indiretta (tipo IVA), e che quindi, se fosse causata dall’emissione sovrana di moneta da parte dello Stato, essa potrebbe – auspicabilmente – portare all’abbassamento della pressione fiscale complessiva. Infatti, se lo Stato emettesse direttamente 1 miliardo di euro per le proprie spese, avrebbe bisogno di tassare i cittadini-produttori per una cifra inferiore di un miliardo rispetto alla situazione (attuale) in cui la Sovranità Monetaria fosse in mani private. L’esautorazione dello Stato dal processo di creazione della moneta, per contro, costringe i governi ad indebitarsi e a spremere i propri cittadini-produttori per ottenere le risorse necessarie al sostentamento della spesa pubblica, con effetti economici e sociali devastanti ed il progressivo distacco delle istituzioni – viste come enti cleptocratici – ed il popolo.


Debito matematicamente inestinguibile

Se tutta la moneta viene emessa a debito, ne consegue che il debito totale è matematicamente inestinguibile, in quanto composto dalla somma algebrica di credito erogato ed interessi riscossi. Le conseguenze economiche sono devastanti: un sistema fondato sul debito può reggere solo se il debito medesimo può essere finanziato (pagare gli interessi) possibilmente all’infinito. È ferma opinione di chi scrive che il consumismo derivi appunto dall’inderogabile necessità delle imprese di smaltire sempre più velocemente la produzione, allo scopo di poter andare avanti. Non più investimenti produttivi, ma tagli, delocalizzazioni, marketing, obsolescenza programmata, bisogni mediaticamente indotti, hanno trasformato il capitalismo imprenditoriale, puritano, quasi avventuriero nel turbocapitalismo improduttivo odierno.


Finanziamento della speculazione da parte del credito

L’economia (produzione di beni e servizi all’interno di un ciclo di domanda-offerta) non può essere inflazionata impunemente molto a lungo. Per questo, la finanza si fa carico di assorbire quote sempre maggiori di liquidità. Si formano così quelle periodiche bolle finanziarie – la cui esplosione, ogni volta, rovina milioni di risparmiatori, se non intere nazioni, come nel caso delle «Tigri asiatiche» – in cui tutti comprano perché aumentano le quotazioni, e le quotazioni aumentano perché tutti comprano. Come si nota, è una sorta di maligna inflazione che non fa rincarare il pane o le case, ma i titoli quotati in borsa, creando l’illusione di un arricchimento generalizzato che, alla prova dei fatti, si rivela semplicemente una pericolosa chimera gonfiata dalle banche.


Mancato controllo pubblico sul credito

In virtù della sua eccezionale complessità, il sistema creditizio sfugge alla percezione della pubblica opinione, e quindi della politica (che della prima è l’espressione diretta). La prova la si è avuta con l’entrata dell’Italia nell’euro, con la caccia alle streghe scatenata dai media contro i commercianti, colpevoli dei folli rincari che hanno dimezzato il nostro potere d’acquisto effettivo. A livello collettivo, però, è facile dimostrare che detti rincari possono essere addebitati ad altri fattori: la «Cura Prodi» per entrare nell’euro (i famosi sacrifici, che hanno pagato come sempre i redditi fissi), l’abbattimento inflattivo dei coefficienti di riserva obbligatori (che hanno consentito alle banche di espandere il credito a dismisura) ed il crollo delle esportazioni, dovuto ad un euro innaturalmente forte per una economia manifatturiera come la nostra, che ha bisogno che all’estero comprino i nostri beni, e per cui la lira, moneta debole, andava benissimo.

Da quello che si è visto, il sistema bancario necessita di riforme profonde dei suoi ordinamenti. Chi scrive, è convinto che le idee di Irving Fisher (1867-1947) e del già citato nobel Maurice Allais possano essere la base per una detta riforma, fondata sulla separazione di depositi e prestiti e sul concetto di riserva al 100%. Diciamo che ogni operatore economico sia dotato di due conti: un conto di deposito, in cui mette i danari necessari alle spese mensili, da cui la banca non può trarre moneta da prestare, ma che gli fattura tutte le spese (custodia fisica della liquidità, pagamenti, incassi…). Il secondo conto sarà quello di prestito, in cui il risparmiatore potrà mettere le proprie eventuali eccedenze, stimolato dal costo del primo conto. È l’equivalente di un prestito: il risparmiatore presta il proprio denaro alla banca ad un dato termine, e la banca lo presta, a propria volta, ad un termine minore (o al limite uguale), lucrando sulla forbice fra interessi passivi (che corrisponde al risparmiatore) ed attivi (che incamera). Da notare che il risparmiatore, fino allo scadere del prestito, non avrà alcuna disponibilità sul proprio danaro: esso è fisicamente impegnato a finanziare una qualche attività. Tutta la moneta necessaria al funzionamento del sistema, deve essere creata dallo Stato, o quantomeno spesa dallo Stato, senza debito. La «moneta-lavoro» teorizzata da Ezra Pound, per quanto trascenda gli intenti di questo articolo, è senza dubbio l’obiettivo di lungo termine per una autentica rivoluzione fondata sulla Sovranità Monetaria, ovvero su una moneta considerata come monopolio naturale del popolo.

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venerdì 17 aprile 2009

60 anni di Partitocrazia italiana


«Vi sono almeno 50 compagni capaci di fare il prefetto meglio di me! Niente da fare. Valiani mi oppose le esigenze politiche della spartizione delle cariche tra i 5 partiti del comitato. Se non andavo io, il partito perdeva l’incarico ambito di prefetto politico di Milano. Ci ho pensato più tardi: le lottizzazioni contro le quali ho protestato e protesto tuttora, partirono proprio da noi, dall’antifascismo nel suo momento più militante, quello dell’insurrezione conclusiva». Parole pronunciate dal recentemente scomparso Vittorio Foa (in foto), presunto maestro di onestà e libertà, davanti al fallimento dei suoi sogni.

Una disincantata analisi che ci aiuta a comprendere l’anomalia tutta italiana di un sistema democratico che nasce dal suo aspetto degenerativo: la partitocrazia. Essa si insedia nelle istituzioni sin dal 1944, quando si era cancellata brutalmente ogni traccia del passato, ma non ve n’era ancora alcuna del futuro.
I partiti “nati” dalla resistenza provvedono subito a spartirsi cariche e compensi, e a creare apparati burocratici clientelari ed invadenti. Aggravante imperdonabile: più che dal reale consenso popolare furono spinti al potere da atti terroristici (si pensi a Via Rasella), da falsificazioni e propaganda (ad esempio, delle semplici scaramuccie furono fatte passare come le eroiche “quattro giornate” di Napoli) ed ordini di potenze straniere (dai diktat staliniani ai dollari americani).

Fattore decisivo fu il non voler riconoscere (da parte dei “padri costituenti”) a detti partiti veste giuridica, né di diritto privato né pubblico: permettendogli così di esercitare il loro arbitrio senza controlli e responsabilità. Da un Regime che cercava di immettere «tutto nello Stato» si passò all’esatto contrario. Un subdolo stato “illegale” (quello appunto dei partiti) deteneva i reali poteri decisonali finanziandosi per di più illecitamente (e nulla cambiò la successiva istituzione del finanziamento pubblico).

Vista la sua natura non avrebbe potuto fare altrimenti, come arrivò a riconoscere Craxi nel triste discorso del 3 Luglio 1992 (in foto), davanti ad un Parlamento sbigottito quanto colpevole: «I partiti hanno ricorso e ricorrono a risorse aggiuntive in forma illegale o irregolare (...) se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora tutto il sistema sarebbe criminale (...) non credo ci sia nessuno in quest’aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario (...)». E infatti nessuno si alzò... [guarda il video]
La politica italiana fu quindi diretta per 50 anni da un “comitato d’affari” che, per il modo in cui era nato e le idee (?) da cui era guidato, non riuscì mai a fare i veri interessi della Nazione (se si eccettuano sparuti episodi).

Il paese è stato un perfetto esempio di partitocrazia (termine coniato dal giurista G. Maranini già nel 1949) al suo “massimo splendore”, che «occupa ogni spazio possibile per compensare in termini di potere la perdita di consenso» (come disse lo storico Marco Gervasoni). Il reale potere decisionale dei cittadini viene svuotato e l’unica sintesi che si realizza è quella tra i vantaggi dei governanti. Questo stato di cose fu interrotto non da un ravvedimento della classe politica italiana, ma solamente dall’entrata in campo di forze economiche esterne, ovvero la “massoneria internazionale” di cui ha parlato il Sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi (in foto) nella conferenza del 1 Aprile 2009 a CasaPound. Francesco Cossiga, con una delle sue celebri “picconate”, rivelò le modalità: un incontro sul panfilo Britannia in cui i banchieri della City dettarono le condizioni della svendita del patrimonio pubblico italiano ai maggiori esponenti finanziari italiani (Prodi e Draghi in primis).

Compiuto tale scempio ed eliminato il massimo capro espiatorio Bettino Craxi (perché lui sì e il PCI, parimenti colpevole a livello locale e coperto di rubli, no?), tutto è tornato nella paludosa “normalità democratica”.
Le elezioni sono diventate (se possibile) ancor più momento di “scelta apparente” e la vita del popolo ha continuato ad essere guidata da potenze, interessi e dinamiche ad esso estranei. Il “comitato daffari” partitico si è rinnovato per trovarsi peggiore di prima: vista l’inesistenza di un’entità statale organica e superiore (o almeno di un’istituzione quale è tradizionalmente la Monarchia in Inghilterra), esso ha continuato ad agire secondo la sua natura: portando avanti interessi di casta a danno della collettività, il cui intimo significato gli è sconosciuto.
Per non avere problemi, i “camerieri dei banchieri” hanno accentuato il servilismo verso i poteri forti (Pound resta ancora il miglior “filtro” per capire l’economia), senza farsi mancare stretti rapporti con la criminalità organizzata (che ha introiti da capogiro, e spesso e volentieri decide le elezioni al Sud).

Ma il “sovrano” e “libero” popolo italiano non ha trovato di meglio che combattere e pontificare (60 anni dopo molti hanno ancora la bava alla bocca) contro chi aveva cercato e spesso trovato la soluzione al problema economico (IRI, Corporazione, Socializzazione delle imprese), messo fuori legge la massoneria, debellato le mafie, acquisito indipendenza sul piano internazionale e modernizzato il paese (gli edifici fascisti allAquila sono rimasti in piedi, non serve aggiungere altro).

Risultato: ci troviamo con la possibilità, grazie ad una magica X sulla scheda, di poter cambiare e migliorare il paese... sciegliendo tra candidati corrotti, manovrati e complici della rovina in cui ci troviamo. Non sono pochi quelli che, pur sapendolo, votano lo stesso “turandosi il naso” o per mero interesse. Democrazia?

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martedì 27 gennaio 2009

Chi ha tempo, si aspetti tempo!



In un’era come quella odierna, in cui il capitalismo sfrenato manovra la vita della gente come il burattinaio che tiene i fili delle proprie marionette, in Italia esiste un’associazione che questi fili è riuscita, almeno in parte, a tagliare da circa vent’anni.

Nasceva, infatti, nel 1988 in Emilia-Romagna (oggi presente anche a Roma, in Lombardia e nel Triveneto) la “Banca del Tempo”: associazione apartitica, senza scopo di lucro, basata sullo scambio del tempo a disposizione di ogni socio facente parte del sistema organizzativo.
All’interno della “Banca del Tempo”, pur essendoci organi gerarchici come il Tesoriere, l’Assemblea, il Consiglio Direttivo ecc., non esistono distinzioni sociali di alcun tipo perché come “moneta” viene usato il tempo che è costante e immutabile per ogni persona.

Chi fa parte di questa Banca del Tempo, sia esso un imbianchino, un insegnante, una casalinga, un addestratore di animali, un medico, un avvocato o qualsiasi altra persona, mette a disposizione il proprio tempo, poniamo di un’ora, che gli verrà restituita dal servizio di un altro socio per la durata di un’ora.
Facendo un esempio, l’insegnante di pianoforte fa una lezione di due ore ad un ragazzo di 16 anni, questo ragazzo per due ore insegna ad un avvocato come usare il pc e l’avvocato aiuta, sempre per due ore, l’insegnante di pianoforte per una denuncia a suo carico.
Ovviamente il tempo può essere non solo accreditato ma anche addebitato: qualora infatti avessi bisogno di 3 ore di servizio e fossi in credito solo di 2, potrei comunque usufruire dell’ora e restituirla in seguito.

Provate ad immaginare questo tipo di sistema non solo fra tre persone, come nel mio esempio, ma fra migliaia o milioni. Non pensate che sia una bella alternativa al capitalismo odierno?
Tutto questo non solo permette di adoperare in modo positivo il proprio tempo e di essere utili a qualcuno, ma soprattutto di abbattere le classi sociali, di considerare (come succedeva 70 anni fa) anche i lavori più umili come dignitosi, importanti ed indispensabili.

Per mostrare come funziona il meccanismo dello scambio del tempo nello specifico, è utile leggere il breve regolamento dell’associazione:

1. Scopo della Banca del Tempo è lo scambio paritario e non lucrativo di servizi o beni tra i soci. L’organizzazione delle attività dell’associazione è affidata a un Consiglio direttivo eletto dai soci.
2. Per aderire alla Banca del Tempo occorre:
• essere maggiorenni
• compilare la richiesta di adesione
• tenere un colloquio informativo
• sottoscrivere il regolamento
• pagare la quota d’iscrizione Auser consistente in lire 15.000 per anno solare (oggi circa 8 euro), a copertura di un’assicurazione sugli infortuni che potrebbero verificarsi durante la fornitura dei servizi
• versare ogni anno alla Banca del Tempo un assegno di 3 ore, che andranno a costituire un Fondo Ore.
3. Il Fondo Ore rappresenta un “Capitale Sociale” che potrà essere utilizzato per:
• coprire le ore impiegate da coloro che contribuiscono al funzionamento della Banca del tempo
• coprire ore di soci che non siano in grado di fornire servizi.
4. L’unità di misura dello scambio è esclusivamente il tempo, conteggiato in ore e mezze ore, a prescindere dal valore economico del servizio erogato o ricevuto. Si esclude quindi qualsiasi scambio di denaro tra gli utenti, tranne i rimborsi per i materiali eventualmente utilizzati.
5. Non vi è garanzia sulla qualità dei servizi (o beni) scambiati solo per il fatto che avvengano all’interno della Banca del Tempo. Quest’ultima pubblica un elenco dei servizi disponibili, ma non può essere ritenuta responsabile per essi. Il socio rinuncia espressamente a rivalersi nei confronti della Banca del Tempo per eventuali danni subiti in relazione agli scambi effettuati.
6. I rapporti di debito e di credito di ogni singolo socio sono contratti unicamente con la Banca del Tempo e non nei confronti dei singoli aderenti.
7. Il tempo impiegato negli spostamenti effettuati per erogare un servizio può essere eventualmente computato nello scambio, previo accordo tra i partecipanti.
8. I familiari dei soci, pur non essendo coperti da assicurazione, possono offrire e ricevere servizi, che verranno accreditati o addebitati agli stessi soci.
9. I rapporti di dare e avere di ogni singolo aderente saranno registrati mediante appositi assegni. La Banca del Tempo redigerà periodicamente gli estratti conto e fornirà l’elenco aggiornato dei servizi e degli iscritti. Quest’ultimo elenco, ai sensi della legge nazionale 675/96 (relativa alla privacy), non potrà essere mostrato né prestato ad estranei.
10. Chi alla fine dell’anno ha delle ore di credito in eccedenza può farne dono alla Banca del Tempo per gli scopi indicati al punto 3. A chi avesse contratto una quantità notevole di debiti, il Consiglio direttivo, dopo aver valutato i singoli casi, può offrire la possibilità di riequilibrare i conti.
11. Chi decidesse di non rinnovare l’iscrizione alla Banca del Tempo è tenuto a restituire il libretto degli assegni e l’elenco dei soci, ed è pregato di bilanciare i propri conti.
12. La Banca del Tempo richiede agli aderenti una disponibilità ad incontrarsi in date stabilite dai soci per garantire un efficace sistema di scambio e per offrire la possibilità di conoscersi.
13. Il presente Regolamento potrà essere modificato dall’Assemblea dei soci, con le stesse modalità con le quali è regolata la modifica dello statuto.


Non è difficile capire che, per come è organizzata fino ad ora questa associazione, non può proporsi certo come sistema economico indipendente e sovvertire i meccanicismi capitalisti presenti oggi, ma comunque è un buon punto di partenza, o per lo meno un modo per dare meno valore al puro denaro e un po’ di più alle capacità ed alle possibilità di ogni persona.


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venerdì 9 gennaio 2009

E noi? Baciamo le mani ai nostri CARNEFICI!

Signore e signori ecco a voi il più grande furto legalizzato della storia del mondo moderno: il Signoraggio!

Con il termine “signoraggio” si intende il provento che gli Stati ricavano attribuendo alle monete coniate un potere d’acquisto superiore a quello del metallo in esse contenuto.
In un regime monetario metallico quale quello vigente in Occidente fino all’inizio del sec. XX, il signoraggio deriva storicamente dall’inclusione dei costi di coniazione nelle regioni di scambio tra metallo coniato e metallo non coniato: tale regione di scambio è maggiore dell’unità (il metallo coniato comanda cioè un signoraggio) in quanto chi emette moneta deve recuperare i costi di coniazione.

Con il graduale rafforzarsi dell’autorità centrale dello Stato si instaura il monopolio statale della coniazione e si attribuisce alla moneta legalmente certificata potere liberatorio nei confronti dei rapporti di debito, in primis del debito fiscale; il signoraggio viene così a includere anche un vero e proprio profitto di monopolio. Il passaggio al corso forzoso della moneta durante questo secolo implica che la carta moneta non rappresenta più una passività redimibile in risorse reali (oro, terreni, ecc.) emettendo un debito irredimibile (la moneta) a fronte del quale non contrae nessuna obbligazione di pagamento per interessi. Il signoraggio si configura come una vera e propria fonte di entrate che lo Stato trae dall’emissione di moneta. Nell’uso corrente la nozione di signoraggio viene talvolta estesa a comprendere l’insieme delle risorse che lo Stato trae dal suo potere di creare inflazione espandendo l’offerta di monete, indipendentemente dallo strumento finanziario con cui esse vengono esatte.

Per fare un esempio, una banconota di 500 euro ha un valore intrinseco (circa 30 centesimi per stampa, distribuzione, ecc.) e un valore nominale (500 euro appunto); la differenza tra valore nominale e valore intrinseco è – appunto – il Signoraggio.

Ora spiegato il significato di signoraggio, veniamo all’Italia e alle implicazioni che ha sulla nostra economia.


La nostra moneta, ovvero l’euro, viene coniata dalla BCE (Banca Centrale Europea) che è un organo privato e di cui vari Paesi – compresa l’Italia – ha delle quote. La BCE ha il monopolio sulla coniazione dell’euro e regola, di conseguenza, tutti gli interessi che i Paesi devono pagare sulle banconote emesse e acquistate dal singolo Paese. La quota maggioritaria la detiene la Banca d’Inghilterra (Paese che non ha aderito all’euro, strano eh?). La BCE presta all’Italia 60 miliardi di euro l’anno di banconote, con un interesse del 3%, alla fine dell’anno l’Italia, tramite la tassazione ai cittadini, riesce a malapena a ripagare gli interessi alla BCE, quindi circa 2 miliardi di euro all’anno.
Non è difficile dedurre da questo che se l’Italia coniasse le proprie banconote senza interessi sopra, come fa per le monete ad esempio di 1 o 2 euro, non ci sarebbero interessi sul prestito e di conseguenza ogni cittadino risparmierebbe il 3% del proprio patrimonio.

Perché allora tutto questo? Chi è che si riempie le tasche? I banchieri!

E la politica? Cosa può fare? Beh come disse Ezra Pound (1885 – 1972) «i politici sono i camerieri dei banchieri»; fu infatti Pound uno dei primi a capire la truffa del signoraggio e il primo a teorizzarla e definirla.
In Italia il professore Giacinto Auriti (1926 – 2006) si è più volte battuto contro questa truffa sostenendo che la soluzione è semplice: «All’atto dell’emissione, la moneta nasce di proprietà dei Cittadini italiani, e va accreditata dalla banca Centrale allo Stato». Non solo questa soluzione non fu accettata, ma nonostante la continua lotta e dopo aver parlato sia con Fazio che con il Presidente della Repubblica in persona, nessuno è stato in grado di contraddirlo, ma nessuno ha fatto nulla per cambiare le cose perché ci sono gli interessi dei banchieri in ballo. Non so voi, ma io questa la chiamo MAFIA!

Dobbiamo questo problema non solo all’UE che legittima l’azione della BCE, ma sopratutto agli USA: le banconote infatti sono per legge trasformabili in dollari Usa, ma i dollari Usa non sono convertibili in oro e beni reali dal 1971.


Per concludere vorrei sottolineare che le Banche Centrali (la BCE e la FRB degli USA) regolano tutti i rapporti con le Nazioni e la Banca Mondiale (proprietà della banca d’Inghilterra e della FRB e proprietaria del Fondo Monetario Internazionale) non da prestiti alle Nazioni che non accettano di privatizzare l’acqua potabile.

Insomma, l’Europa ci “mette in crisi”, l’America pure... traete voi le vostre conclusioni!

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lunedì 24 novembre 2008

Governo ed economia reale

Venerdì 28 verrà approvato dal governo il "pacchetto famiglie" per incentivare la ripresa economica.

Più soldi ai ceti più bassi (aiuti minimi di 150 Euro alle famiglie a reddito compreso tra i 12 e i 20mila Euro) e riduzioni di spese fisse è ciò cui si punta.
Da gennaio potrebbero ridursi le accise sulla benzina e sulle bollette di elettricità e gas. Ritardandosi il meccanismo di formazione dei prezzi, il calo del greggio (ora sta 50 $ al barile circa) avrebbe iniziato a farsi sentire dai prossimi mesi. La manovra del governo è quella di anticipare tale calo con tagli già da gennaio per poi lasciare che il prezzo si stabilizzi ad aprile, quando cioè le accise torneranno al loro livello attuale.

Riguardo alle tariffe autostradali si pensa al congelamento di possibili aumenti futuri; possibilità che ha provocato venerdì a Piazza Affari una "brutta caduta" di Atlantia, società che controlla autostrade per l'Italia.

Cambiamenti in vista anche sul fronte mutui. Dai prossimi mesi le famiglie potrebbero beneficiare della riduzione dei tassi Euribor. Infatti nel codice etico che le banche riceventi i finanziamenti statali dovranno accettare, è previsto da parte delle suddette banche l'impegno a ridurre le rate dei mutui a sostegno delle famiglie, adottando eventualmente come base il tasso di riferimento della BCE invece che l' Euribor.

A vantaggio delle imprese è invece previsto un taglio di 3 punti su Ires e Irap ma non su l'Irpef, 3 punti che verranno recuperati a luglio 2009.


In questo scenario di crisi economica, si è sentito parlare molto di un incentivo a sostegno dell'economia reale; è a tal proposito interessante l'opinione del premio Nobel Samuelson che suggerisce di aiutare con tagli delle tasse e misure di accomodamenti i ceti più bisognosi contrariamente a quella che fu la politica di Bush che avvantaggiò, attraverso il compassionate conservatism, i ceti più abbienti. Aiutando i più poveri, infatti, essi avranno a disposizione più soldi per l'acquisto di beni di prima necessità (latte, pane, vestiario, ecc.) rimettendo così in circolo quel denaro che aiuterà l'economia (reale) a camminare. Secondo Samuelson aiutare i più ricchi significherebbe dargli l'opportunità per reinvestire in borsa.

Conclude l'economista, e qui conviene riportare direttamente le sue parole: " il capitalismo senza controlli e regole è destinato a suicidarsi"...

(tratto da "Il Messaggero" del 21/11/2008)

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