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mercoledì 2 dicembre 2009

Bettino Craxi: un punto di vista

Le poche righe che seguono non vogliono essere la minuziosa ricostruzione storica delle vicende che videro protagonista Bettino Craxi, ma semplicemente offrire una visione “altra” dell’ex leader socialista, al di là delle grida indignate delle legioni travagliane, ma anche delle rivalutazioni di comodo effettuate sia dal centro-destra (con Berlusconi che ne condivide l’aspra avversione alla magistratura) che dal centro-sinistra (penosamente alla ricerca di identità).
Craxi si avvicinò alla politica grazie alla militanza antifascista del padre durante la Seconda Guerra Mondiale, entrando di lì a poco nel Partito Socialista e non uscendone più sino al 1994, a causa dei ben noti scandali di Tangentopoli.
Negli infuocati scontri universitari dei suoi anni giovanili cominciò a maturare quella che sarà una costante del suo bagaglio politico: la gelosia per l’autonomia, del suo Paese e del suo partito. I socialisti in Italia infatti, vivevano costantemente all’ombra del PCI, schiacciati dalla forza elettorale e culturale del partito egemone della sinistra italiana. L’inversione di tendenza cominciò proprio con l’elezione di Craxi a Segretario del Partito Socialista, datata 1976. Bettino nel frattempo aveva maturato una notevole abilità ed esperienza, guadagnandosi la prima elezione in parlamento e svolgendo diversi incarichi di rilievo in Italia e all’estero, oltre a divenire il “delfino” di Pietro Nenni.

Eppure l’opinione pubblica conosceva poco o niente di questo giovane catapultato agli onori delle cronache, tanto che fu definito «signor Nulla» in un articolo di Fortebraccio sull’Unità. I “colonnelli” del PSI, come Giacomo Mancini, pensavano di poterlo controllare e manovrare dall’alto, ma sbagliarono clamorosamente i calcoli. Craxi favorì sin da subito le nuove leve del partito, dando inizio a quel ricambio generazionale che è stato definito «la rivoluzione dei quarantenni», che portò nuova linfa ai socialisti. Ad animare il rinnovato protagonismo di questi ultimi fu il fermento culturale acceso dalla rivista «Mondoperaio» di Federico Coen e da Norberto Bobbio, impegnati ad emancipare la sinistra italiana dal marxismo-leninismo.
Craxi si inserì perfettamente in questo contesto, plasmando un PSI indipendente e dalle solide e rinnovate radici culturali. Esse furono descritte nel saggio datato agosto 1978 intitolato Il Vangelo Socialista, da molti considerato l’atto di definitiva rottura dei socialisti con il comunismo. Partendo da Proudhon ed arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, il leader socialista tracciò il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista ed i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana.

In quello stesso anno, durante i 55 giorni del sequestro-Moro, fu uno dei pochi politici a spingere per l’apertura di trattative con le Br, contro la «linea della fermezza» espressa dai maggiori partiti del paese: DC e PCI. Questa inaspettata dimostrazione di coraggio ed indipendenza portò il leader democristiano a rivolgersi direttamente a Craxi in alcune lettere dalla prigionia, chiedendogli di fare il possibile per mobilitare la classe dirigente italiana, che però rimase sorda. Una fermezza pericolosamente vicina all’essere un colpevole disimpegno, come ribadito da recenti inchieste giornalistiche (vedasi ad esempio quella ad opera di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, culminata nel libro del 2008 Doveva morire).

Nel 1979 arrivò l’ennesimo “strappo” all’ortodossia ideologica della sinistra, con l’assenso all’installazione degli «euromissili» di matrice americana sul suolo italiano, in risposta allo schieramento degli SS20 da parte dell’URSS, che esponevano l’Europa a rinnovate e pericolose minacce. Una presa di posizione che fu subito bollata dai comunisti come la conferma dell’asservimento di Craxi agli USA e della “mutazione genetica” dei socialisti sotto il nuovo segretario. Ma queste facili letture verrano smentite dal tempo: il politico milanese dimostrerà che la scelta atlantica non impedisce al PSI di mantenere ampi margini di manovra su diversi fronti, che verranno rafforzati con la clamorosa elezione di Craxi a Presidente del Consiglio, datata 1983. Il caso più emblematico è ovviamente quello di Sigonella, il momento più alto di tensione tra Italia ed Usa di tutto il dopoguerra, in cui la concezione di sovranità nazionale imposta dal capo del governo risulta inaspettatamente vincente.

Inoltre fortissimo fu l’impegno per l’accelerazione del processo di integrazione europea, da costruirsi in opposizione al «vento di destra» di marca tatcheriana e liberista. Egli criticò sempre quelli che definiva «burosauri dell’europeismo, fautori di un’Europa tecnocratica, socialmente indifferente e moralmente assente», antitesi della sua visione del continente prima di tutto “politica”, marcatamente sociale ed espressione reale dei cittadini. Craxi vinse gli strenui tentativi d’ostruzione al processo di integrazione di Margaret Tatcher, riuscendo nel Consiglio Europeo di Milano del 1985 ad ottenere la convocazione di una conferenza intergovernativa dei primi ministri da cui discendono l’Atto Unico Europeo, la moneta unica e la lunga marcia verso la Costituzione.

Il suo terreno privilegiato d’impegno però fu quello mediterraneo, volto alla creazione di un vero e proprio asse commerciale e culturale con i paesi arabi. Incentivò collaborazioni ed interventi dell’IRI e dell’ENI nei paesi della zona, guadagnandosi ampio credito, come testimoniato dalla vicinanza delle autorità tunisine nei suoi ultimi anni di vita. Anche Arafat fu un suo grande amico, vista l’opera craxiana di opposizione alla «visione di un grande Israele, installato anche su territori che sono abitati ed appartengono a popolazioni arabe e palestinesi», come disse nel 1982, proprio dopo un incontro con il leader palestinese.
Ma l’apice venne raggiunto nel dibattito parlamentare seguente al succitato caso-Sigonella, dove giunse ad affermare: «Io contesto all’OLP l’uso della lotta armata non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché sono convinto che la lotta armata non porterà a nessuna soluzione. Non ne contesto la legittimità, che è cosa diversa» [guarda il video], portando ad esempio le lotte risorgimentali italiane, necessariamente violente nell’ottica dell’indipendenza nazionale. Craxi fu un profondo conoscitore e cultore del nostro periodo risorgimentale, divenendo nel tempo uno dei massimi collezionisti di cimeli garibaldini. Oltre a Mazzini, infatti, egli ammirava l’«eroe dei due mondi», non a caso fautore di un socialismo gradualista e riformista, in netta opposizione con Marx. Le relazioni congressuali del leader socialista verranno spesso arrichite con appassionati richiami a quelle lotte e quegli ideali, patrimonio da riscoprire in una società come la nostra, preda di «malattie moderne» e sempre più sommersa da «dubbi, disagi e terapie neuro-psichiatriche».

I congressi del PSI divennero nel tempo sempre più fastosi, grazie alle coreografie dell’architetto Filippo Panseca, visto che Craxi dimostrò ben presto di voler dare un’idea fortemente modernizzatrice di sé e del suo partito, sfruttando in pieno l’immagine ed i mass-media. L’attenzione si concentrò ben presto quasi esclusivamente su di lui, che aveva spazzato via poco democraticamente le correnti interne al PSI, e si era proposto al paese quale leader nuovo e credibile. La sua strategia fu premiata con la nomina a capo del governo, ma le critiche si erano succedute ininterrotte: Biagio De Giovanni parlò di tendenza ad «americanizzare la vita italiana», mentre Bobbio gli contestò aspramente il meccanismo di elezione per acclamazione e la scarsa dialettica interna al partito. Anche Enzo Biagi ed Indro Montanelli non furono teneri. Craxi ovviamente ribatté alle accuse parlando di un partito che aveva trovato l’unità, facendone l’arma per agire più efficacemente.
Nei quattro anni come Primo Ministro (1983-1987), difatti, non mancarono gli eventi significativi: il primo da segnalare è il raggiungimento del quinto posto tra i paesi industrializzati dellItalia, superando la Gran Bretagna, nel gennaio 1987. «Il maggior successo della storia repubblicana» secondo Giano Accame, intellettuale di destra autore del libro Socialismo Tricolore.

Una definizione calzante per la politica craxiana, che mentre promuoveva il progressismo, portava a termine il nuovo concordato Stato-Chiesa, valorizzava come non mai il Made in Italy, ammetteva Almirante per la prima volta alle consultazioni precedenti la formazione di un governo, combatteva le droghe leggere, rifiutava la tesi dello stragismo fascista, riscopriva il garofano quale simbolo e concludeva i congressi al grido di: «Viva l’Italia!».
Inoltre, secondo l’acuta lettura dello storico Marco Gervasoni, il governo-Craxi «evitò ogni privatizzazione» e «cercò sempre il coinvolgimento dei sindacati nella politica della concertazione. Il risanamento passò anche dall’intervento sulla scala mobile. (…) Le politiche economiche dei governi di quegli anni recavano il segno di una sensibilità sociale. Certo si può obiettare che la riduzione dell’inflazione fu facilitata dal mini-boom e si potrebbe dire che tale sensibilità era più il frutto dell’uso politico della spesa pubblica a fini di consenso. Ciò non toglie che gli interventi di allora furono incisivi e costituirono un precedente per gli esperimenti di aggiornamento delle policies socialiste in un periodo di sfide tutto nuovo».

Ma ovviamente ci furono anche aspetti negativi, in primis la crescita esponenziale del debito pubblico, venti punti percentuali secondo gli accurati dati dello Studio Ambrosetti.
Ma ciò che più gli costò fu la mancata attuazione del suo cavallo di battaglia: La «Grande Riforma» istituzionale in senso presidenziale, tesa a velocizzare e migliorare i pachidermici ritmi politici italiani («Non è il paese in ritardo con la Costituzione antifascista, ma la Costituzione fatta all’indomani del trauma della dittatura ad aver disegnato un’attività istituzionale in ritardo sulle esigenze di legiferare e governare», chiarì il giornalista e politico del PSI Ugo Finetti).
Così proprio lui, il più grande fautore del cambiamento, rimase schiacciato dal tacito e convergente interesse alla staticità politica di concorrenti dotati di numeri più pesanti.

Terminata la fruttuosa esperienza di governo a guida socialista, i partiti storici del paese iniziarono un periodo di declino, accompagnato dall’emergere di nuovi fenomeni come quello della Lega Nord (da Craxi aspramente criticata quale movimento «qualunquista e razzista»).

Nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e del sistema sovietico diede definitivamente ragione alle battaglie anticomuniste di Craxi, che sin dagli anni giovanili era stato accanto al mondo dei dissidenti di quei paesi. Le sue opere in questo senso furono innumerevoli: dalla candidatura al Parlamento Europeo dell’esule cecoslovacco Jiri Pelikan, alla promozione della «Biennale del dissenso» del ’77 (alla quale fu l’UNICO capo di partito italiano a partecipare), fino alla vicinanza culturale e finanziaria ai movimenti d’opposizione al sistema. Per capire la dimensione della sua opera, basti ricordare le parole di Lech Wałęsa (foto), leader di Solidarność: «Non saprei dire oggi come sarebbero andate le cose se non ci fossero stati leader della portata di Craxi».
È soprattutto per queste azioni che il PCI vide Craxi come fumo negli occhi, poiché il partito di Botteghe Oscure veniva da lui costantemente messo davanti alle proprie contraddizioni. Le legnate del leader socialista non risparmiarono nessuno: dal “padre nobile” Togliatti fino a Berlinguer, con cui si aprì uno scontro all’insegna della diversità politica, d’immagine e di carattere. Tanto austero il sardo quanto spregiudicato e giovanile il milanese, e basti qui citare il cosiddetto periodo della «Milano da bere».

E siamo arrivati ora a Tangentopoli. Craxi fu sicuramente uno dei maggiori responsabili dell’acuirsi della pratica tangentizia, anche per via della sua sfrenata ricerca di spazi politici (la stessa che lo portò a favorire smaccatamente l’imprenditore amico Silvio Berlusconi). Ma l’esito di quel periodo di inchieste non può che lasciare interdetti. Intere parti politiche furono praticamente risparmiate, ed il PCI, parimenti colpevole e per di più finanziato dall’URSS, ne uscì lindo e pulito.
Nel suo libro Il Caso C., Craxi denunciò tutte le anomalie ed abusi di stampa e magistratura (“contro” la quale aveva già promosso il refendum per la responsabilità civile dei giudici, che ebbe esito favorevole ma rimase lettera morta), che lo portarono a sospettare un «complotto» ai suoi danni. Ma l’atto più clamoroso del leader socialista fu sicuramente il discorso pronunciato alla Camera il 3 Luglio 1992, in cui accusò tutti i politici presenti di essere al corrente del finanziamento illegale ai partiti, sfidando chi dissentisse dalle sue parole ad alzarsi. NESSUNO lo fece. [guarda il video]

Nonostante questo Craxi passò come capro espiatorio, mentre altri esponenti della prima repubblica torneranno sulla scena di lì a poco.
Il fatto poi che il polverone si alzò dopo le elezioni del ’92, che, seppur in un clima di sfiducia popolare, avevano visto Craxi affermarsi come unico candidato possibile alla Presidenza del Consiglio, ha portato Finetti a sostenere che «il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi è visto con avversione, si configura come la riaffermazione di una centralità del potere politico e di riflesso dello Stato. Alla sua pretesa di “dialettizzare” i vertici imprenditoriali sostenendo l’emergere di nuovi soggetti si aggiunge la riluttanza che sempre più manifesta alla cessione di porzioni strategiche che sono in mano pubblica. In un paese come l’Italia ogni smottamento è frutto di una pluralità di concause. Per i più – magistrati, uomini d’affari, operatori culturali – l’anticraxismo è stato molto semplicemente un’opportunità professionale. Nel rifiuto di assurde dietrologie non bisogna negare l’evidenza e cioè il fatto che Craxi è stato colpito per via extraparlamentare, da forze extraparlamentari e che all’epoca in Italia la più consistente opposizione a Craxi non era nel mondo politico, ma in quello economico-finanziario».

Una tesi che fa il paio con le ricostruzioni di Sergio Romano e Francesco Cossiga, che videro lo zampino della finanza inglese (nazione per di più da sempre ostile ad azioni indipendenti italiane sul Mediterraneo) nello scompaginamento del panoramana politico italiano, per poter approfittare della svendita del patrimonio pubblico. L’incontro del panfilo Britannia tra banchieri della City ed esponenti del mondo economico italiano è stato descritto in lungo e in largo, e la concezione di politique d’abord di Craxi era ciò che di più scomodo potesse esserci a questo disegno. Complottismo? Quello che è certo è che mai come nel periodo seguente a Tangentopoli si è assisto a privatizzazioni continue (proprietà del Ministero del Tesoro, come: Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni, Enel, Mediocredito Centrale, Bnl; dell’Iri come Finmeccanica, Aeroporti di Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, Ilva, Stet; dell’Eni: come Enichem, Saipem, Nuovo Pignone; dell’Efim e di altri enti a controllo pubblico, come: Istituto Bancario S. Paolo di Torino e Banca Monte dei Paschi di Siena; di enti pubblici locali, come Acea: Aem, Amga. Solo per dare l’idea...). Mentre la corruzione e l’incapacità della classe politica non sembrano minimamente estirpate. Anzi…

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venerdì 17 aprile 2009

60 anni di Partitocrazia italiana


«Vi sono almeno 50 compagni capaci di fare il prefetto meglio di me! Niente da fare. Valiani mi oppose le esigenze politiche della spartizione delle cariche tra i 5 partiti del comitato. Se non andavo io, il partito perdeva l’incarico ambito di prefetto politico di Milano. Ci ho pensato più tardi: le lottizzazioni contro le quali ho protestato e protesto tuttora, partirono proprio da noi, dall’antifascismo nel suo momento più militante, quello dell’insurrezione conclusiva». Parole pronunciate dal recentemente scomparso Vittorio Foa (in foto), presunto maestro di onestà e libertà, davanti al fallimento dei suoi sogni.

Una disincantata analisi che ci aiuta a comprendere l’anomalia tutta italiana di un sistema democratico che nasce dal suo aspetto degenerativo: la partitocrazia. Essa si insedia nelle istituzioni sin dal 1944, quando si era cancellata brutalmente ogni traccia del passato, ma non ve n’era ancora alcuna del futuro.
I partiti “nati” dalla resistenza provvedono subito a spartirsi cariche e compensi, e a creare apparati burocratici clientelari ed invadenti. Aggravante imperdonabile: più che dal reale consenso popolare furono spinti al potere da atti terroristici (si pensi a Via Rasella), da falsificazioni e propaganda (ad esempio, delle semplici scaramuccie furono fatte passare come le eroiche “quattro giornate” di Napoli) ed ordini di potenze straniere (dai diktat staliniani ai dollari americani).

Fattore decisivo fu il non voler riconoscere (da parte dei “padri costituenti”) a detti partiti veste giuridica, né di diritto privato né pubblico: permettendogli così di esercitare il loro arbitrio senza controlli e responsabilità. Da un Regime che cercava di immettere «tutto nello Stato» si passò all’esatto contrario. Un subdolo stato “illegale” (quello appunto dei partiti) deteneva i reali poteri decisonali finanziandosi per di più illecitamente (e nulla cambiò la successiva istituzione del finanziamento pubblico).

Vista la sua natura non avrebbe potuto fare altrimenti, come arrivò a riconoscere Craxi nel triste discorso del 3 Luglio 1992 (in foto), davanti ad un Parlamento sbigottito quanto colpevole: «I partiti hanno ricorso e ricorrono a risorse aggiuntive in forma illegale o irregolare (...) se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora tutto il sistema sarebbe criminale (...) non credo ci sia nessuno in quest’aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario (...)». E infatti nessuno si alzò... [guarda il video]
La politica italiana fu quindi diretta per 50 anni da un “comitato d’affari” che, per il modo in cui era nato e le idee (?) da cui era guidato, non riuscì mai a fare i veri interessi della Nazione (se si eccettuano sparuti episodi).

Il paese è stato un perfetto esempio di partitocrazia (termine coniato dal giurista G. Maranini già nel 1949) al suo “massimo splendore”, che «occupa ogni spazio possibile per compensare in termini di potere la perdita di consenso» (come disse lo storico Marco Gervasoni). Il reale potere decisionale dei cittadini viene svuotato e l’unica sintesi che si realizza è quella tra i vantaggi dei governanti. Questo stato di cose fu interrotto non da un ravvedimento della classe politica italiana, ma solamente dall’entrata in campo di forze economiche esterne, ovvero la “massoneria internazionale” di cui ha parlato il Sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi (in foto) nella conferenza del 1 Aprile 2009 a CasaPound. Francesco Cossiga, con una delle sue celebri “picconate”, rivelò le modalità: un incontro sul panfilo Britannia in cui i banchieri della City dettarono le condizioni della svendita del patrimonio pubblico italiano ai maggiori esponenti finanziari italiani (Prodi e Draghi in primis).

Compiuto tale scempio ed eliminato il massimo capro espiatorio Bettino Craxi (perché lui sì e il PCI, parimenti colpevole a livello locale e coperto di rubli, no?), tutto è tornato nella paludosa “normalità democratica”.
Le elezioni sono diventate (se possibile) ancor più momento di “scelta apparente” e la vita del popolo ha continuato ad essere guidata da potenze, interessi e dinamiche ad esso estranei. Il “comitato daffari” partitico si è rinnovato per trovarsi peggiore di prima: vista l’inesistenza di un’entità statale organica e superiore (o almeno di un’istituzione quale è tradizionalmente la Monarchia in Inghilterra), esso ha continuato ad agire secondo la sua natura: portando avanti interessi di casta a danno della collettività, il cui intimo significato gli è sconosciuto.
Per non avere problemi, i “camerieri dei banchieri” hanno accentuato il servilismo verso i poteri forti (Pound resta ancora il miglior “filtro” per capire l’economia), senza farsi mancare stretti rapporti con la criminalità organizzata (che ha introiti da capogiro, e spesso e volentieri decide le elezioni al Sud).

Ma il “sovrano” e “libero” popolo italiano non ha trovato di meglio che combattere e pontificare (60 anni dopo molti hanno ancora la bava alla bocca) contro chi aveva cercato e spesso trovato la soluzione al problema economico (IRI, Corporazione, Socializzazione delle imprese), messo fuori legge la massoneria, debellato le mafie, acquisito indipendenza sul piano internazionale e modernizzato il paese (gli edifici fascisti allAquila sono rimasti in piedi, non serve aggiungere altro).

Risultato: ci troviamo con la possibilità, grazie ad una magica X sulla scheda, di poter cambiare e migliorare il paese... sciegliendo tra candidati corrotti, manovrati e complici della rovina in cui ci troviamo. Non sono pochi quelli che, pur sapendolo, votano lo stesso “turandosi il naso” o per mero interesse. Democrazia?

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martedì 7 aprile 2009

Democrazia e guerra fredda: anatomia di un paradosso



di Carlomanno Adinolfi


Con la fine della guerra mondiale “democrazia” sembra diventare la parola d’ordine per tutti gli Stati protagonisti della scena globale. “Democrazia” diventa il baluardo della modernità e dei popoli contro le “dittature” sconfitte con le armi dall’alleanza finanza-comunismo. Eppure “democrazia” diventa sempre di più una parola astratta a cui ognuno dà diversi significati a seconda talvolta della convenienza, talvolta della matrice culturale in cui essa nasce.
Nell’immediato dopoguerra, quando il mondo comincia ad assumere l’assetto deciso a Jalta dai cosiddetti “grandi” (Roosevelt, Stalin e il proclamatore dell’inizio delle belligeranze, Churchill) i principali modelli di democrazia diventano quello occidentale, di stampo parlamentare, e quello popolare, proprio dei regimi ad est della cortina di ferro.
Ovviamente i rappresentanti dei due modelli rivendicano ognuno la legittimità del definirsi “democratico”.

Le democrazie occidentali

I paesi cosiddetti occidentali, sotto la leadership militare, economica e politica degli Usa, sono tutti fautori di quelle che comunemente vengono definite democrazie parlamentari. Questi paesi ponevano e pongono tutt’ora come concetto cardine della loro democrazia le libertà individuali e la loro difesa in tutti i campi. In questa concezione la massima espressione di libertà è il voto per decidere i propri rappresentanti in parlamento e negli organi di governo territoriale.

Tuttavia il principio fondante di quella che dovrebbe essere una democrazia nel vero senso della parola, ossia “governo del popolo”, viene del tutto a mancare: la partecipazione stessa del popolo al governo e alla vita politica. La partecipazione attiva dei cittadini alla sfera politica nasce e si esaurisce all’interno delle urne nella scelta dei rappresentanti. Da quel momento in poi quella che dovrebbe essere res publica torna di fatto ad essere sfera privata degli eletti a “rappresentanti del popolo”. Se si va ad analizzare a fondo la realtà concreta, infatti, è evidente che solo una piccolissima percentuale della popolazione ha a che fare con la gestione effettiva della politica, e si prospetta una visione che sembra sempre più quella di una oligarchia, piuttosto che quella di una democrazia – visione che diviene sempre più accentuata man mano che i cosiddetti rappresentanti diventano sempre più legati alle lobbies economico-finanziarie.

Altro fattore che faceva degli Stati occidentali delle democrazie solo a parole è il fatto che (altro cardine del mondo occidentale) a vincere sia la cosiddetta maggioranza.
Nei paesi con una moltitudine di partiti nella scena politica, questo, di fatto, sta a significare che al governo, tranne in casi eccezionali, non vada affatto la rappresentanza della maggioranza dei cittadini, ma semplicemente i rappresentanti della minoranza più grande. Nei paesi a sistema proporzionale è poi necessario che queste “grandi minoranze” debbano allearsi con partiti teoricamente più vicini ideologicamente per raggiungere e mantenere il governo. Questo crea altri scenari paradossali con partiti che di fatto sono rappresentanti di una minima parte di cittadinanza che hanno il potere di ricatto politico verso i più grandi, e che possono in questo modo andare al governo a discapito di partiti ben più rappresentativi che si trovano però fuori dalla coalizione vincente.

L’unico caso in cui ad andare al governo è effettivamente la maggioranza, ossia chi si accaparra almeno un voto in più del 50% dei votanti, è quello dei sistemi bipolari in cui di fatto sono presenti solo due partiti ma, fuori dagli Usa, un terzo conta sempre qualcosa, come accade in Germania o Inghilterra. Ma anche qui il paradosso è enorme, in quanto la totalità della popolazione deve per forza riconoscersi in uno dei due schieramenti.
In tutti i casi, comunque, chi raggiunge la cosiddetta maggioranza, sia essa relativa o assoluta, lascia di fatto esclusa dal governo una fetta enorme della popolazione, rendendo il termine “governo del popolo” del tutto inadatto a descrivere il sistema di governo occidentale.

Le democrazie popolari

Paradossalmente gli Stati che durante la guerra fredda si avvicinavano di più al concetto vero di democrazia erano proprio gli Stati sotto influenza sovietica, i quali avevano dalla loro le cosiddette democrazie popolari.

Facendo propria la considerazione di J. J. Rousseau (1712 – 1778), secondo cui la volontà di tutti (volonté générale) non coincide affatto con la somma delle singole volontà, queste democrazie cercarono di scardinare il sistema atomista, secondo cui ognuno deve promuovere i propri interessi a discapito di quelli dell’avversario sperando di andare al governo (o di esservi rappresentato) per veder così attuato il proprio programma personale o quello della propria fazione. Promossero pertanto un sistema che vedeva tutta la popolazione rappresentata da un unico partito: quello comunista.
In quest’ottica si cercò di reintrodurre il concetto di partecipazione attiva della popolazione alla politica, rendendo obbligatoria l’iscrizione al partito, vietando il più possibile la proprietà privata e rendendo, di conseguenza, tutto proprietà dello Stato, facendo sì che ogni lavoratore e ogni fabbrica lavorassero solo ed unicamente per il partito, in un’ottica che vedeva l’economia del tutto assoggettata al volere degli alti gradi del polit bureau che rappresentavano l’intera collettività.

Sebbene però questo sistema fosse, dal punto di vista teorico, più vicino al concetto di “governo del popolo” rispetto alla controparte occidentale, di fatto anche qui il popolo era del tutto estraneo non solo alle decisioni ma anche ai vantaggi del proprio lavoro. Essendo praticamente annullata la sfera individuale a discapito di quella collettiva, la politica economica attuata tramite i cosiddetti “piani quinquennali” non era affatto finalizzata al benessere economico e sociale dei lavoratori, ma piuttosto al benessere – appunto – dell’intera collettività, che – di fatto – era rappresentata dal partito e dallo Stato.

I paradossi dei due mondi

Abbiamo già visto il paradosso secondo cui sarebbe stato più corretto chiamare democrazie quelle popolari piuttosto che quelle occidentali.
Ma ci sono altri e ben più grandi paradossi nei due sistemi.
Nell’ottica sovietica appena trattata, secondo la quale l’individuo è annullato nella collettività, il lavoratore diventa un ingranaggio per il benessere dello Stato e non per se stesso, facendo un lavoro di cui non vedrà mai personalmente i frutti, economici o politici, andando a ricostruire esattamente lo scenario criticato dallo stesso Marx, e facendo dell’economia dei paesi sovietici praticamente un capitalismo di Stato.

Ma il paradosso più grande forse riguarda proprio il mondo occidentale. La volontà esplicita di liberare l’economia e la finanza dal controllo dello Stato favorì non solo l’assoggettarsi delle politiche nazionali alle logiche di mercato, ma soprattutto favorì la creazione e il proliferare di una classe finanziaria internazionale che cercò e riuscì a gestire le politiche nazionali per i propri fini. Questo fece sì che lobbies sovra e inter-nazionali potessero controllare i governi, e che Stati con assai poca sovranità nazionale potessero essere governati di fatto da rappresentanti di aziende o multinazionali straniere. A conti fatti, il mondo occidentale risultò quindi attuare perfettamente il concetto di internazionalismo che il comunismo russo invece aveva abbandonato fin dai tempi in cui Stalin estromise a picconate Trotsky, attuando invece un gigantesco nazionalismo al servizio della Grande Russia.

Il terrore come mezzo di auto-sostentamento dei due modelli

Il clima di guerra fredda che iniziò fin dalla fine della guerra mondiale di certo aiutò il consolidarsi dei due modelli, che furono comunque contrastati per una ventina d’anni dai paesi non-allineati, i quali facevano riferimento a leaders popolari e nazionali come l’egiziano Nasser e l’argentino Perón.

A est della cortina di ferro qualunque contatto con il mondo occidentale era vietato o fortemente “sconsigliato” per la difesa dell’utopia sovietica. Qualunque corrente non conforme a quella dominante di volta in volta nel politburo di Mosca era purgata con esecuzioni od omicidi politici, tacciata d’essere “reazionaria” o comunque “nemica del popolo”. Qualunque tentativo di indipendenza dall’influenza moscovita, o qualunque tentativo di riforma della classe politica anche solo verso il socialismo o la socialdemocrazia, era repressa nel sangue, come nei casi ben noti di Praga, Budapest o in Polonia.

Ma anche in Occidente si fece largo uso del terrore per mantenere lo status quo deciso a Jalta. Con il piano Marshall – di fatto – tutti i paesi europei divennero talmente legati alla politica statunitense, tanto da divenirne praticamente schiavi. Il quotidiano timore per l’imminente scoppio del conflitto nucleare costrinse gli Stati occidentali a fare quadrato dietro agli Usa, e ciò impedì di fatto qualunque forma di ricerca (o di ritorno) di una terza via, tanto politica quanto economica.

Non è un caso poi che le nazioni in cui si permise di avere fortissimi partiti comunisti fossero proprio i paesi più pericolosi per l’ottica che voleva l’Europa assoggettata politicamente ed economicamente: tolte la Germania divisa e l’Inghilterra, che si era già demolita con Churchill fin dagli anni ‘30, si permise ai partiti comunisti di divenire potentissimi in Italia, chiave del mediterraneo e a cui si doveva impedire di tornare ad avere una politica da protagonista, e in Francia, dove una tradizione di grandeur e di senso dello Stato poteva intaccare quel senso di internazionalismo anti-Stato. Di fatto questa politica riuscì solo in Italia, in cui il PCI e i suoi alleati riuscirono ad abbattere tanto l’auto-sostentamento militare che quello energetico con la battaglia antinucleare e con la guerra ai sostenitori della politica mediterranea e filo-araba (si pensi al delitto Moro, alla guerra a Craxi e alla collusione tanto di dirigenti che di terroristi rossi con lobbies israeliane come Terracini, Bertoli, Israel il rosso”, ecc.).
Gli stessi Usa, paladini della libertà, usarono l’arma del terrore durante l’epoca McCarthy e soffocarono nel sangue i tentativi di liberazione dalla loro influenza dai paesi dell’America Latina.

Di fatto il clima di continua tensione, certamente aiutato dall’impotenza politica dell’Onu che prevedeva diritto di veto tanto dagli Usa che dai sovietici, non fece altro che aiutare i due grandi colossi a reggersi in piedi nel dominio delle rispettive sfere d’influenza. Tensione che i due colossi fecero ben attenzione a non far mai esplodere e far andare fuori controllo, come dimostrano il sospetto assassinio del presidente Kennedy e il contemporaneo improvviso golpe contro il presidente Kruscev, proprio i due uomini politici che rischiarono di dar inizio alla guerra nell’episodio della crisi missilistica di Cuba.

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