Visualizzazione post con etichetta adriano scianca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta adriano scianca. Mostra tutti i post

mercoledì 30 gennaio 2013

«Il mio amico Pound ha ragione»


di Adriano Scianca 


«“Ma qvesto”,
disse il Duce, “è divertente”
afferrando il punto prima degli esteti».

L’incipit del canto 41 in cui Ezra Pound rievoca il suo incontro con Benito Mussolini (the Boss, nella versione originale) avvenuto esattamente 80 anni fa costituisce da sempre un vero rompicapo per gli storici e i letterati. Se la “v” in “qvesto” sembra alludere in parte alla romanità e in parte al marcato accento romagnolo di Mussolini (un particolare, quest’ultimo, che viene sottolineato proprio per segnare ulteriormente la natura popolare e popolana del capo del fascismo e la conseguente distanza tra lui e “gli esteti”), il giudizio si riferisce, come noto, alla lettura, da parte del Duce, dei primi 30 Cantos. Ma facciamo un passo indietro.

Informazioni di prima mano su Mussolini, al di là di ciò che il poeta leggeva nei giornali e vedeva per le strade, Pound le aveva avute da Olga Rudge, che già nel 1923 aveva suonato il violino per il leader fascista, riportandone un’opinione lusinghiera: il Capo di Stato appariva alla musicista americana come un uomo politico illuminato, amante dell’arte, che sapeva a sua volta suonare il violino e sembrava molto competente della materia per essere un profano. Tali racconti dovevano aver fatto grande presa su Pound, che da sempre auspicava una politica più attenta al mondo dell’arte e della cultura. Nei primi anni Trenta il poeta, come detto in precedenza, cominciò a muoversi per cercare di incontrare Mussolini. Anni dopo cercherà di fare altrettanto con Roosvelt, senza riuscirci. Con Mussolini dovette insistere un bel po’, ma alla fine lo incontrò (ulteriore conferma, ai suoi occhi, della superiorità dell’Italia fascista sull’America democratica), precisamente il 30 gennaio 1933, alle 17.30.

Il poeta portò a Mussolini una copia dei canti 1-30. Il Duce li sfogliò, lesse per un po’, poi esclamò: «È divertente». Il commento appare a prima vista naif, superficiale, quasi irridente. Tale, almeno, è sembrato negli anni ai soloni della cultura. Non così all’autore dei Cantos, che proprio a questo episodio dedicherà l’incipit del canto 41 che abbiamo già visto precedentemente. Come spiegare l’entusiasmo di Pound? I più propendono per l’accecamento puro e semplice del poeta di fronte al suo eroe, ma forse che le cose stanno diversamente. Secondo Tim Redman, infatti, Mussolini era rimasto colpito da un passaggio in cui un personaggio dei Cantos parla in dialetto e aveva chiesto di cosa si trattasse. Dopo la spiegazione, il Duce si mise a ridere e disse che la cosa era divertente. Pound rimase folgorato e il perché ce lo ha spiegato di recente la figlia Mary: «Solo pochi giorni prima Joyce si era lamentato con mio padre perché nessuno gli aveva detto che l’Ulysses era divertente. Bisogna conoscere i retroscena». Antonio Pantano, invece, ha ricondotto il divertimento di Mussolini alla comprensione del metodo poundiano per eliminare le imposte, tassando direttamente il denaro con il ben noto meccanismo della moneta prescrittibile. Eliminare le tasse: quale governante non riterrebbe questo “divertente”?

Nello stesso incontro, comunque, pare che Mussolini e Pound abbiano discusso di cultura cinese e del concetto confuciano del “mettere ordine nelle parole” per mettere ordine nelle idee. Al che Mussolini, evidentemente molto ben ispirato, quel giorno, chiese al poeta perché mai volesse mettere ordine nelle sue idee, confermando a Pound l’impressione di stare parlando con un uomo geniale. Idea che molti commentatori hanno giudicato ingenua, anche se uno studioso non certo fascisteggiante come Hugh Kenner ha potuto scrivere: «Nel 1933 sembrava possibile credere che Benito Mussolini comprendesse queste nozioni. Forse, in un certo senso, era così». Anche il fatto che Pound lo chiamasse “the Boss” (ma altre volte utilizzava nomignoli come “Mus” o “Ben” oppure, curiosamente, lo appellava “il toro”) non va trascurata: Pound, evidentemente, riconosceva nel capo del fascismo anche il proprio capo.

La convocazione dell’udienza venne appesa nello studio di Pound, mentre sulla carta da lettere finì la frase mussoliniana «la libertà è un dovere», liberty, a duty. Nel 1945, nei primi interrogatori con il comando militare americano, ricostruirà ancora una volta l’incontro con Mussolini, sbagliando la data ma aggiungendo ulteriori particolari: «Intorno al 1929, ho avuto un’udienza con Benito Mussolini che era a conoscenza del mio libro “Guido Cavalcanti” che gli avevo presentato l’anno prima. Lui pensava di discutere di quello, ma io invece gli ho sottoposto una serie di domande di argomento economico molto incalzanti». Altre richieste di colloquio finirono invece nel vuoto, spesso bloccate sul nascere dalla segreteria del Duce, decisamente poco a suo agio di fronte alla prosa creativa dei testi che il poeta continuava a inviare a Mussolini. Eppure il nome di Pound ricorre più di una volta in un testo centrale per la comprensione del pensiero del capo del fascismo: i Taccuini mussoliniani di Yvon De Begnac. Come noto si tratta della mole sterminata di appunti che il giovane giornalista conservò in occasione dei suoi colloqui con Mussolini avvenuti fra il 1934 e il 1943. Da questi taccuini avrebbe dovuto infine nascere una biografia del Duce che non vide mai la luce per le contingenze storiche, mentre gli appunti vennero in seguito pubblicati così come erano, con lunghi monologhi privi di domande sugli argomenti più disparati. E in tutto questo, come detto, compare più volte il nome di Pound. La citazione più importante recita, fra l’altro:

«Il mio amico Ezra Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura. È guerra all’usura pubblica e all’usura privata. Demolisce le tattiche delle battaglie di borsa. Distrugge i parassitismi di base, sui quali i moderati costruiscono le loro fortezze. Insegna a consumare al modo giusto, secondo logica di tempo, quel che è possibile produrre. Reagisce alle altalene del tasso di sconto, che fanno la sventura di chi chiede per investire nell’industria, e aumenta il mondo del risparmio, riducendone il coraggio, contraendone la volontà di ascesa, incrementandone la sfiducia nell’oggi, che è più letale ancora della sfiducia nel domani. Allorché il mio amico Ezra Pound mi donò le sue “considerazioni” sull’usura, mi disse che il potere non è del danaro, o del danaro soltanto, ma dell’usura soltanto, del danaro che produce danaro, che produce soltanto danaro, che non salva nessuno di noi, che lancia noi deboli nel gorgo dalla cui corrente altro danaro verrà espresso, come supremo male del mondo. Aggiunse in quel suo italiano, gaelico e slanghistico, infarcito di arcaismi tratti da Dante e dai cronachisti del trecento, che il potere del danaro e tutti gli uomini di questo potere regnano su un mondo del quale hanno monetizzato il cervello e trasformato la coscienza in lenzuoli di banconote. Il danaro che produce danaro. La formula del mio amico Ezra Pound riassume la spaventosa condizione del nostro tempo. Il danaro non si consuma. Regge al contatto dell’umanità. Nulla cede delle proprie qualità deteriori. Contamina peggiorandoci in ragione della continua salita del suo corso tra i banchi e le grida della borsa nelle cui caverne l’umano viene, inesorabilmente, macinato. Il mio amico Pound ha le qualità del predicatore cui è nota la tempesta dell’anno mille, dell’anno “n volte mille” sempre alle porte della nostra casa di dannati all’autodistruzione. La lava del denaro, infuocata e onnivora, scende dalla montagna che il cielo ha lanciato contro di noi, mi ha detto il mio amico Pound; e nessuno, tra noi, si salverà. Il mio amico Pound ha continuato con voi, come mi avete detto, nella casa romana dello scrittore di cose navali Ubaldo degli Uberti, l’analisi di come il danaro produce soltanto danaro, e non beni che sollevino il nostro spirito dalla palude nella quale il suo potere ci ha immerso. Non è ossessione la sua. Nessun uomo saggio, se ancora ne esistono, ha elementi per dichiarare esito di pericolosa paranoia il suo vedere, tra i blocchi di palazzi di Wall Street e tra le stanze dei banchieri della City, le pareti indistruttibili dell’inferno di oggi. I Kahn, i Morgan, i Morgenthau, i Toeplitz di tutte le terre egli vede alla testa dell’armata dell’oro. Pound piange i morti che quell’esercito fece. E vorrebbe sottrarre a ogni pericolo tutti noi esposti alla furia del potere dell’oro. Con il vostro amico Pound ho parlato di quello che Peguy ha scritto contro il potere dell’oro. Conosce quasi a memoria quelle pagine. Ne recita brani interi, senza dimenticarne alcuna parola. Il suo francese risale agli anni parigini in cui la gente di New York, di Boston, emigrata a Parigi, pensava ancora che l’occidente fosse fra noi. Illusa, quella gente, che scegliendo Parigi, il potere dell’oro sarebbe andato per stracci, almeno per questi migranti della letteratura. È, quel francese di Pound, come un prodotto del passato, come una denuncia del troppo che stiamo dimenticando, tutti noi che corriamo il rischio, o che già lo abbiamo corso, di finire maciullati dal potere dell’oro».

Condividi

mercoledì 28 marzo 2012

Le origini dell’ideologia fascista

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», aprile 2012.

Oramai esaurita e introvabile in libreria, è stata recentemente ristampata la seconda edizione (1996) di Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), opera tra le più importanti dell’insigne storico Emilio Gentile (Il Mulino, pp. 512, € 16). Si tratta di uno dei capisaldi della moderna storiografia sulla dottrina fascista, «catturata» nel momento della sua nascita e del suo evolversi sino alla svolta del 1925, allorché il governo di Mussolini si fece regime e il pensiero fascista entrò nella sua fase matura, ancorché tutt’altro che concluso e  cristallizzato, come si addice, del resto, a ogni moto spirituale e culturale schiettamente rivoluzionario, il quale non è mai stasi, ma è movimento, avanzata. Che non è mai contemplazione del passato e appagamento nelle mete raggiunte, bensì sguardo audace e proiezione entusiastica verso l’avvenire. Un avvenire che, com’è noto, è sempre incerto e, quindi, sommamente e meravigliosamente intrigante. Un pensiero, insomma, che fu creato dall’ardente fuoco di innovatori e di avanguardisti, e non certo dalla mente fredda e calcolatrice del borghese in vestaglia e pantofole, sempre timoroso del domani e, pertanto, nemico di ogni vera e autentica rivoluzione.

Il libro – arricchito rispetto alla prima edizione (1975) di un saggio introduttivo intitolato «La modernità totalitaria» – è fondamentale almeno per due motivi. Innanzitutto perché illustra con rigore ed efficacia non comuni il fiume impetuoso degli ideali fascisti in tutti i suoi rivoli e i suoi affluenti. In secondo luogo perché, al tempo della sua prima pubblicazione, fu una delle prime opere che, sulla scia della «rivoluzione storiografica» defeliciana, contribuirono a far giustizia di tutte le viete e artificiose teorie sul fascismo sorte nel dopoguerra, semplicistiche e ultra-ideologizzate: in particolare quella marxista, che vedeva nel fascismo una rozza e brutale reazione al soldo dell’alta borghesia industriale; e quella liberale, che interpretava il «fenomeno fascista» come «male del secolo», scaturito dall’esperienza disumanizzante della Grande Guerra, e di conseguenza come un imprevisto e ingombrante ostacolo alle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità borghese e neo/post-illuminista.

Gentile al contrario, destrutturando queste vecchie a fallaci interpretazioni, ricostruisce il percorso aurorale dell’ideologia fascista grazie al ricorso sapiente e antipregiudiziale alle fonti primarie dell’epoca, analizzando le parole e gli scritti degli uomini e degli intellettuali che, direttamente o indirettamente, contribuirono all’edificazione della cultura fascista. A cominciare, ovviamente, da Benito Mussolini, ossia da quel Mussolini socialista che, venuto a contatto con l’opera di filosofi e pensatori quali Nietzsche, Stirner, Sorel e Pareto, operò una revisione «idealistica» e perciò volontaristica del socialismo, che rappresentò senz’altro il primo passo verso la sua futura «presa di coscienza» fascista.

Tra le innumerevoli componenti culturali del fascismo, ritroviamo poi quelle correnti ardentemente e causticamente rivoluzionarie che, oggi, costituiscono la piattaforma esistenziale e mitica del fascismo del terzo millennio. Mi riferisco, in particolare, alle origini futur-ardite, fiumane, sindacaliste e squadriste del movimento mussoliniano, latrici di uno stile di vita sostanziato di «avventura, eroismo e spirito di sacrificio»: tutto ciò ben rappresenta, del resto, l’essenza di quel «romanticismo fascista» descritto già all’inizio degli anni Sessanta da Paul Sérant. Radici nobili e rivoluzionarie, quindi, che le tartarughe frecciate di CasaPound – attraverso una riappropriazione volontaristica dell’origine fascista, depurata dalle scorie passatiste e conservatrici – hanno posto a pietra angolare della loro azione politica avanguardistica.

Ma non potremmo neanche tacere le correnti attualiste, relativiste e scettiche del fascismo, incarnate dai loro capiscuola Giovanni Gentile, Adriano Tilgher e Giuseppe Rensi. Maggiormente conosciuto il primo, è stato certamente un gran merito dell’Autore aver riscoperto gli ultimi due. Tilgher, ad esempio, immettendo il fascismo – con l’entusiastica adesione del Duce – nell’alveo delle grandi correnti filosofiche relativistiche, sanciva la distruzione, o quanto meno la messa al bando di ogni «metafisica» tirannica e limitante, riconducendo pertanto il movimento delle camicie nere al suo specifico volontarismo d’origine nietzscheana. Stesso discorso vale per Rensi, esponente di punta dello scetticismo moderno (ben diverso da quello «classico»), anche se talora il suo pensiero si carica di tonalità eccessivamente naturalistiche e pessimistiche, le quali però – a onor del vero – ben si sposavano con alcuni aspetti di derivazione machiavelliana propri della mentalità di Mussolini.

Ciò che emerge, in sostanza, dalla ricognizione di Emilio Gentile nel sostrato ideologico del fascismo, è la sua natura eminentemente rivoluzionaria e moderna. Ideologia anti-ideologica, alla quale riconosceva un ruolo puramente strumentale, «il fascismo riassumeva nel mito dello Stato e nell’attivismo come ideale di vita i caratteri essenziali della sua ideologia, che lo distinsero dalle altre ideologie politiche del nostro tempo». Primato della politica e dell’azione, mito della nazione e dello Stato, culto della giovinezza e dell’eroismo, proiezione tragica e carica di destino nell’avvenire più remoto: questi i fondamenti del fascismo che, tra l’altro, sanciscono la sua originalità e autonomia rispetto a qualsiasi altra ideologia. A partire innanzitutto dal nazionalismo borghese e ottocentesco, in barba a tutte le superate speculazioni sulla «cattura ideologica» del fascismo da parte del nazionalismo. Come evidenzia Emilio Gentile, infatti, «il fascismo affermò l’idea della nazione come mito, mentre per i nazionalisti la nazione era una realtà naturale, per i reazionari un principio tradizionalista indipendente dalla volontà degli individui, un passato che condiziona il presente e determina il futuro secondo percorsi immutabili». Ovvero, per dirla con Henri Lemaître, la cultura fascista «concepisce la nazione non essenzialmente come eredità di valori, ma piuttosto come un divenire di potenza».

Divenire di potenza, prospettiva millenaria, primavera di bellezza. Niente di più prossimo al trittico casapoundiano etica-epica-estetica, recentemente tradotto da Scianca in volontà di potenza, volontà di forma, volontà di destino. Come si può vedere, ripercorrere le origini dell’ideologia fascista significa anche fare chiarezza su sé stessi. Ma – e ciò è fondamentale – tale percorso non è assolutamente quello del gambero. L’origine, cioè, non è mai alle nostre spalle, è sempre a venire. La rivoluzione, in altri termini, riguarda sia il passato che il futuro. La rivoluzione è ovunque e in ogni momento, è sempre in atto.

Condividi

venerdì 23 dicembre 2011

Dentro e fuori CasaPound

L’interesse innegabile e crescente per il fenomeno di CasaPound, quando non si è tradotto in dossier e inchieste con intenti palesemente diffamatori e dal sapore paranoico, ha prodotto anche studi di un certo rilievo. Un tentativo di lettura «interna» è stato dato, per esempio, da Domenico Di Tullio con il suo ormai esaurito Centri sociali di destra: occupazioni e culture non conformi (Castelvecchi, 2006), che ripercorre la genesi politica e culturale dell’esperimento metapolitico e movimentistico della «tartaruga frecciata». Recentemente, inoltre, la strutturazione via via più complessa e stratificata della Weltanschauung casapoundiana – dinamicamente modellantesi, d’altra parte, in parallelo all’azione più propriamente politica del movimento – ha richiesto una sua messa-in-forma ad opera di Adriano Scianca che, con Riprendersi tutto (SEB, 2011), ha realizzato, tra le altre prospettive del volume, una vera e propria analisi politologica dell’«idea del mondo» di CasaPound.

A parte lo sforzo di auto-comprensione affrontato dai protagonisti stessi di CasaPound, è però soprattutto «da sinistra» che l’attenzione si è fatta e si sta facendo sempre più viva e, per certi versi, necessaria. Se l’operazione made in «Repubblica» rappresentata da OltreNero: nuovi fascisti italiani (Contrasto, 2009) di Alessandro Cosmelli e Marco Mathieu rimane tuttavia ancorata alle secche di certo giornalismo d’inchiesta scandalistico e furbescamente deformante, un esempio ben più edificante ci è fornito viceversa da Fuori dal cerchio: viaggio nella destra radicale italiana (Elliot, 2010) del giovane ex militante del Pci Nicola Antolini, che dedica gran parte del suo volume all’esperienza di CasaPound. Il lavoro di Antolini, in particolare, risulta difficilmente incasellabile in un preciso genere letterario, data la sua specifica natura: si tratta infatti di approfondite interviste a numerosi esponenti dell’area destro-radicale (ma non solo), sicché potremmo definirla un’analisi politologica informale. Ad ogni modo, quest’opera rappresenta senz’altro un proficuo e serrato confronto tra diverse «anime» politiche su un terreno franco e anti-pregiudiziale, con l’esplicito intento di scandagliare «il problema dell’egemonia culturale del paese, che secondo molti starebbe cambiando radicalmente di segno, spostandosi progressivamente da sinistra verso il fronte opposto» (p. 5).

Da considerazioni analoghe è nato il volume di recentissima pubblicazione Dentro e fuori CasaPound: capire il fascismo del terzo millennio (Armando, pp. 160, € 15) di Daniele Di Nunzio ed Emanuele Toscano, due giovani sociologi anch’essi di formazione culturale «di sinistra». Per motivare la loro ricerca su CasaPound, infatti, gli autori dichiarano:

La riflessione intorno all’avanzare della destra nei quartieri periferici e non della nostra città – Roma – aveva occupato già da un po’ le nostre discussioni. Da ricercatori, e prima ancora da cittadini impegnati da sempre in iniziative di quartiere, ci siamo chiesti dove e come la nostra generazione aveva sbagliato, non riuscendo a creare la cinghia di trasmissione con le nuove generazioni necessaria a dare continuità a quell’insieme di pratiche relazionali, creative e sociali che avevano caratterizzato gli spazi frequentati da adolescenti e universitari. Semplicemente, ci siamo accorti che i luoghi di aggregazione, di scambio, di incontro, stanno cambiando; e ai centri sociali, alle sezioni, si vanno sostituendo spazi in cui è più o meno chiara la matrice fascista, nelle scuole e nei quartieri della nostra città. Addebitavamo (e tuttora pensiamo sia così) questa «sconfitta» all’incapacità della sinistra – intesa in senso ampio e trasversale – di fornire risposte e soluzioni ai problemi e interpretazioni ai cambiamenti del mondo di oggi. Ma anche e soprattutto alla nostra – noi di sinistra – sicurezza nell’essere nel giusto, nel nostro porci in modo acritico nei confronti della realtà perché certi della forza delle nostre idee. Senza riuscire, e metterlo per iscritto non è certamente facile, a riattualizzare la nostra posizione di egemonia culturale, già fortemente provata dagli avvenimenti che avevano sconvolto la sinistra nell’ultimo decennio del secolo scorso. […] Questo libro ha come obiettivo quello di contribuire a conoscere il fenomeno CasaPound, il perché del suo avanzare soprattutto tra le giovani generazioni e il suo radicarsi in contesti spesso anche diversi e articolati, dalle periferie come nei quartieri più borghesi, nelle grandi città come nei piccoli centri (pp. 128-129).

Come si può vedere, da parte di certa sinistra esiste un’esigenza – scaturita dal graduale sgretolamento della sua egemonia culturale – di comprendere l’altro da sé rinunciando ai paraocchi ideologici e alle facili demonizzazioni ascientifiche e antiscientifiche. E – aggiungo – non è probabilmente un caso che tale esigenza sia maggiormente avvertita da alcuni dei più giovani, i quali non godono delle laute prebende derivanti da quella egemonia (a differenza di qualche vecchio maître à penser…) e che di essa hanno per lo più vissuto la fase decadente.

Ad ogni buon conto, Dentro e fuori CasaPound rappresenta uno studio sociologico di alto livello, che intende analizzare le ragioni della progressiva ascesa del movimento delle tartarughe frecciate. Uno studio preparato, del resto, da una ricerca sulla musica «non conforme» (che ha fruttato un articolo su «Alias», supplemento del «Manifesto», nell’aprile del 2009) e da un paper presentato al XVII Congresso mondiale dell’International Sociological Association, svoltosi a Göteborg nel luglio del 2010, ossia Can We Still Speak about Extreme Right Movements? CasaPound in Italy between Community and Subjectivation Drives (alcune conclusioni del quale sono riprese da un articolo per l’edizione online dell’«Espresso» dell’ottobre dello stesso anno, significativamente intitolato Perché piace CasaPound).

E infatti, come si evince in particolare dal titolo stesso del paper or ora citato, una delle prospettive più interessanti del libro è rappresentata proprio dal carattere di forte problematicità dell’identificazione di CasaPound con quella che è comunemente definita «estrema destra», sia nella prassi che nei presupposti teorici: un’identificazione che è invece riproposta e recitata a mo’ di mantra dalla sedimentata vulgata antifascista che, molto spesso in maniera interessata, è perennemente occupata a ricondurre l’ignoto e il nuovo al già noto e, più in generale, al dogma fideistico e a-razionale. Dalla ricerca degli autori, infatti, «emerge una distanza di CasaPound rispetto a orientamenti culturali, assetti politici e sociali riferibili alla destra estrema» e alla «destra conservatrice e reazionaria» (pp. 94-96) sostanziata, del resto, dall’idea dell’«EstremoCentroAlto», ossia quella «“visione del mondo” capace di andare al di là delle interpretazioni ideologiche tradizionali del fascismo e del neofascismo, del consociativismo e della socialdemocrazia» (p. 95). Una distanza che si concretizza, ad esempio, nel rifiuto del razzismo estremo-destro, giacché risultano assolutamente estranee a CasaPound «rivendicazioni di una presunta superiorità razziale nei confronti dei soggetti migranti, segnando in questo una discontinuità con il neofascismo classico del dopoguerra» (p. 52), così come questa differenza si avverte in ambito musicale, cioè il fulcro della metapolitica casapoundiana, dal momento che «i codici espressivi e di stile propri della destra radicale sono stati rimessi in discussione oppure, in alcuni casi, direttamente abbandonati», tanto che l’«autoironia è utilizzata come forma di critica verso i dogmi della tradizione di estrema destra» (p. 71). Non è un caso, d’altra parte, che di recente lo stesso Gianluca Iannone abbia esplicitamente fatto uso del termine «casapoundismo», proprio per evidenziare la radicale originalità del movimento di cui è leader.    

Lo studio inoltre, più specificamente, si fonda sull’analisi del Soggetto – sociologicamente inteso – e dei suoi rapporti con la comunità di cui fa parte. Partendo quindi dalla contrapposizione – proposta dal sociologo Alain Touraine – di auto-determinazione ed etero-direzione, si rileva che «all’interno di CasaPound l’individuo cerca il proprio spazio di vita dove costruire delle forme di resistenza al dominio, per elaborare e perseguire delle alternative politiche, sociali e culturali, a livello individuale e collettivo» (p. 74). La comunità di CasaPound è pertanto vista come una potenzialità di affermazione individuale in un contesto «non conforme» (altrimenti impossibile nella società atomistica e globalizzata), in cui si instaura un equilibrio, seppur mai scontato, tra individuo e collettività, tra autorità e libertà e tra gerarchia e partecipazione. L’impegno dei militanti in CasaPound, inoltre, «trascende dall’essere semplicemente un impegno politico e facilmente diventa esistenziale». Di più: «questo intenso coinvolgimento è percepito dai membri di CasaPound non come una costrizione o un’imposizione, ma come un’espressione naturale del proprio essere, poiché essi vedono in CasaPound uno spazio ideale per esprimere al meglio la loro esistenza», tanto che non è raro che si crei una «continuità tra il vissuto personale e quello comune in CasaPound» (p. 75).

Se il soggetto intravede quindi in CasaPound una «potenzialità per l’affermazione di sé», è altresì vero il contrario, e cioè che «l’affermazione dei singoli è considerata indispensabile a quella del movimento» (p. 76). Questo processo dialettico di socializzazione, che pone la forza della comunità come effetto della forza dei singoli, si osserva in particolare grazie alla partecipazione dei giovani (che in CasaPound è massiva) e al loro percorso formativo: «riguardo all’espressione autonoma della propria personalità», infatti, «i giovani di CasaPound sono invogliati a “osare” e a agire. È interessante sottolineare come è riconosciuto il diritto del giovane “di sbagliare” – entro certi limiti, soprattutto riguardanti il rispetto delle gerarchie – nell’idea che non bisogna frenare l’istinto rivoluzionario e creativo proprio delle giovani generazioni» (p. 81). In termini di partecipazione, poi, la stessa scelta dei capi, se da un lato segue le direttive gerarchiche, è però avvertita dai militanti come «naturale» e non imposta, giacché «i leader emergono da un confronto con la collettività sull’esperienza concreta che mettono in atto e sono valutati in base all’efficacia delle proprie interpretazioni e riflessioni così come dalla portata delle proprie azioni» (pp. 81-82). Insomma, ce n’è abbastanza per confutare tutti i deliri para-psicologici che si ritrovano spesso nei dossier antifascisti in stile «Repubblica».

I temi affrontati dal libro, del resto, sono molti e trattati con obiettività, dal rapporto di CasaPound con la violenza all’utilizzo sapiente e innovativo della comunicazione a tutti i livelli, dal carattere spiccatamente metapolitico del movimento all’importanza fondamentale dell’azione riflessiva. Una menzione speciale merita tuttavia l’analisi del rapporto dei militanti con la dimensione del corpo, considerato dalla moderna critica sociologica come il «luogo del sé agente». Secondo il sociologo Michel Wieviorka, in particolare, «mettere in discussione il proprio sé nel processo di affermazione della propria soggettività individuale implica al contempo l’esporre il proprio sé corporeo a dei rischi» (p. 72). Ed è proprio in base a queste considerazioni – e sulla scorta degli studi di Dick Hebdige sul pogo dei punk inglesi – che gli autori stabiliscono un curioso primato: parlare della cinghiamattanza evitando le usuali demonizzazioni scandalistiche. Secondo Di Nunzio e Toscano, infatti, essa rappresenta per i militanti di CasaPound «aspetti fondamentali dell’esistenza: la vitalità, il gioco, la lotta, contrapposti a un modello culturale dominante che riduce il corpo ad oggetto-merce» (p. 71).

Un ultimo accenno lo vorrei dedicare infine alla «tensione» che gli autori rilevano tra la visione del mondo di CasaPound e l’ambito valoriale della moderna concezione di «democrazia». Questo rapporto, in effetti, appare molto problematico, specialmente se si prende a modello di democrazia la definizione proposta da Norberto Bobbio. Senza contare i problemi d’ordine teorico che gli stessi intellettuali «democratici» (le virgolette sono d’obbligo…) incontrano nella conciliazione tra i tre postulati di libertà, uguaglianza e solidarietà, che si vorrebbero alla base della «democrazia moderna», la questione di maggior attrito mi sembra rappresentata dall’adesione fideistica alla dottrina dei «diritti dell’uomo», a cui gli autori paiono tenere in maniera particolare. Una dottrina – com’è noto – basata su un giusnaturalismo che, secondo lo stesso Bobbio, risulta sempre e comunque arbitrario. Un giusnaturalismo – aggiungo io – oltretutto deterministico, che, paradossalmente, nega all’uomo quella stessa libertà che gli vorrebbe conferire. Se infatti l’uomo è, a prescindere dalla sua volontà, esso risulta necessariamente privato della propria libertà di auto-determinazione, perché la sua essenza è pre-determinata da un assunto metafisico d’ascendenza divina, sebbene secolarizzata. Erano stati d’altronde già Giovanni Gentile (non a caso detestato da Bobbio) e la sua scuola a condurre una critica filosofica impietosa e radicale dell’uomo astratto e intellettualistico del liberalismo democratico, ossia un «fantoccio» totalmente avulso dalla storia e dal divenire, rivendicando invece al fascismo quel vero e autentico «liberalismo» che, sfociando nell’«umanesimo del lavoro», avrebbe edificato una «nuova civiltà». La tensione tra CasaPound e la democrazia bobbianamente intesa, pertanto, scaturisce a mio parere da irriducibili visioni dell’uomo (questa deterministica, limitante e statica, quella volontaristica, libera e dinamica), benché ad un livello fenomenico vi possano indubbiamente essere delle notevoli convergenze, come Di Nunzio e Toscano ben evidenziano (pp. 119-120). Su questo punto, però, il dibattito è aperto.

Ad ogni buon conto, questo libro testimonia di un lavoro onesto e scientificamente valido, da consigliare sicuramente a quanti continuano a proporre una visione distorta e caricaturale di CasaPound, molto spesso viziata da palesi intenti politico-ideologici. Siamo ancora su un livello pionieristico e, al momento, manca un’opera squisitamente politologica in grado di sostenere una critica serrata, qualificata e anti-pregiudiziale del pensiero e dell’azione di CasaPound. Ma per questo – ne sono certo – ci sarà tempo. Ciò che invece ora conta, in un periodo cioè di massicci e vili attacchi mediatici (ma non solo mediatici) a CasaPound, è che questo volume può indubbiamente rappresentare un utile punto di riferimento per chiunque vorrà accostarsi alle tartarughe frecciate rinunciando all’odio politico e a valutazioni puramente acritiche e preconcette. Il che, si converrà, non è poco…


Per approfondimenti:

Condividi

martedì 21 giugno 2011

«Riprendersi tutto»: la voce delle «idee senza parole»

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», giugno 2011.


In principio era la Carne. Poi, solo poi, venne il Verbo. Non si è partiti dalla Repubblica platonica, dalla Bibbia o dal Capitale di Marx. Non si è partiti, cioè, da un’astratta teoria da rendere prassi. Niente di tutto ciò: prima nasce CasaPound, la sua azione metapolitica, mitopoietica e politica, e dopo, allorché se ne è avvertito il bisogno, è uscito Riprendersi tutto di Adriano Scianca (SEB, pp. 381, € 20), che rappresenta sostanzialmente una «messa a punto», un’istantanea del percorso ideale del movimento casapoundiano. Questo libro infatti – ci tengo a precisarlo per i malevoli – non è assolutamente il prodotto dell’intellettuale illuminato e dell’ideologo prezzolato che tenta di dare una patina civile e rivoluzionaria ai barbari rozzi e reazionari, così come quest’opera non è – e questo lo dico ai pigri della mente e dello spirito – la cristallizzazione in Sacra Scrittura di un pensiero che, in quanto rivoluzionario, è invece dinamico e in costante divenire, che non è pertanto un fatto ma un incessante farsi.

Il grande merito dell’autore, in effetti, è stato quello di non rinunciare alla propria individualità e al proprio estro – come si evince dai tanti riferimenti dotti e puntuali (ma mai invadenti o supponenti) – e, al contempo, di rendere questo libro un’opera «corale», descrivendo cioè la Weltanschauung dei casapoundiani soprattutto con il ricorso alle interviste ai militanti, alle canzoni della musica non conforme e, talvolta, addirittura ad allegre chiacchierate al Cutty Sark dalla saggezza e dal sapore «etilico».

Una scelta felice, inoltre, si è rivelata la struttura del libro stesso, ossia la successione e la declinazione delle parole-chiave che illustrano questa singolare «rivoluzione in atto»: rivoluzione dello spirito, del linguaggio e dell’azione. Si tratta di significanti abusati e distorti che, grazie all’afflato creatore dei suoi parlanti, assumono ora significati dall’eco così arcaica e al contempo così nuova, moderna, rivoluzionaria: è, in definitiva, un riappropriarsi dell’Origine (dell’archè, appunto) al fine di proiettarla, potenziata, nell’avvenire come progetto e missione, giacché «porsi in cammino verso l’origine significa andare avanti, non indietro; significa decidersi per un progetto che investe integralmente il nostro destino» (p. 196).

Il percorso di CasaPound infatti, ben descritto nel libro, è caratterizzato dall’uscita definitiva e senza troppi rimpianti dal ghetto del neofascismo sclerotizzato e sepolcrale; rappresenta la ricerca, in mare aperto su nave corsara, della propria origine: una ricerca che, però, è un continuo progredire verso il futuro, verso una nuova aurora. Se la destinazione è ignota, la rotta è nondimeno guidata da salde coordinate, lo sguardo è sempre fisso alla stella polare: non si naviga a vista, non si fa cabotaggio; la bussola non ha perso il suo magnete. La voce «fascismo», infatti, è un piccolo gioiello in cui l’autore ben illustra lo spirito ardente che fa pulsare il cuore delle tartarughe frecciate: uno spirito che ha una «dimensione estetica, simbolica, esistenziale, prima che politica», che è stile prima ancora di essere dottrina, che è fondazione e volontà storificante prima d’essere architettura statuale, che è «volontà di grandezza, di potenza, di bellezza, di eternità, di universalità» (p. 162). È, in definitiva, sogno vissuto e incarnato, mito mobilitante e in-formatore, giammai amministrazione meccanica. 


Che in CasaPound convivano l’antico e il moderno, l’hic et nunc e l’eterno, d’altronde, lo si rileva già da un epiteto, attribuito loro da un giornalista, che ai casapoundiani non è mai dispiaciuto («fascisti del Terzo millennio»), così come dalla monumentale epigrafe marmorea in basso rilievo che si staglia imponente sopra il portone del nr. 8 di Via Napoleone III. Ed è proprio qui, nel marmo baciato dal sole, che si sconfigge la palude, è qui che l’aratro traccia il solco del destino e della storia, è qui che si fonda una civiltà, si crea un mito.

Ma sono veramente tante altre le voci che sorprenderanno coloro che poco o mal conoscono Cpi, quali ad esempio «cultura», «destra», «donna», «identità», «immaginario», «valori», ecc. Illustrando la visione del mondo della tartaruga frecciata, infatti, Scianca, con notevole acume, demolisce ad uno ad uno tanto i «viaggi mentali» del neofascismo terminale quanto gli stereotipi deformati e deformanti della vulgata antifascista. E soprattutto, oltre a bonificare questa venefica melma palustre, l’autore riesce nell’arduo compito di dar voce a queste spengleriane «idee senza parole». Idee che, prima di tutto, sono attive, affermative, positive, creatrici (e quindi poetiche), sono idee lanciate all’assalto. Sono idee fatte di carne.

In principio era la Carne. «Incarnare»: questa è la parola d’ordine dell’etica casapoundiana. È incarnando il proprio mito e il proprio destino che si fa la storia, che si diventa – per dirla con Marinetti – «costruttori d’avvenire». È così che si è esempio, che si è rivoluzione.

Un esempio sui tanti? Parlando giusto poco tempo fa con una persona di grande cultura, ma purtroppo intrisa di radicalismo chic e salottiero, il discorso si era incentrato sull’italianità e sul sentimento d’unità nazionale (uno dei pilastri, cioè, del casapoundismo), e mi si diceva che gli italiani hanno una storia troppo diversificata che impedisce loro qualsiasi sintesi unitaria. In questo senso, mi si chiede che cosa fa CasaPound per realizzare l’unità morale della nazione, che cosa fa nell’hic et nunc. Al che espongo l’esperienza – tra l’altro abbastanza mediatizzata – di Poggio Picenze, ossia del progetto che assunse il significativo nome di «fratelli d’Italia»: Cpi in quell’occasione, infatti, non aiutò la popolazione terremotata in nome di un vago filantropismo, così come non si presentò ad essa per elargirle mortificanti elemosine. Le tartarughe frecciate erano lì, invece, per far sentire il proprio calore a un popolo che sentivano fratello, perché italiano, perché fatto della stessa carne e dello stesso sangue: l’Italia, in quel momento, si faceva lì, era lì. È qui, allora, che cadono gli alibi, che la supponente retorica fa posto al silenzio più eloquente, che lo sguardo, pocanzi altero e sicuro, si abbassa.

Ad ogni buon conto, Riprendersi tutto – oltre all’esposizione organica e allo stile piano e incalzante, che già di per sé lo rendono quanto mai prezioso e godibile – rappresenta a mio parere molto più di un libro, specialmente per i tanti militanti della tartaruga frecciata, perché in alcuni casi può disvelar loro in tutta chiarezza ciò che prima avevano capito e vissuto attraverso l’intuizione, la fascinazione e l’esperienza: più che di un semplice libro, infatti, si tratta di un’altra coordinata da aggiungere sulla bussola, di un punto di riferimento ulteriore per una consapevolezza a 360°, che – si badi bene – non deve trasformarsi né in un manuale d’istruzioni né in un Verbo rivelato, causando così tic e ricorsi autistici all’ipse dixit. Perché Riprendersi tutto – ripeto – non è il punto di arrivo di una percorso, bensì solamente una tappa, un atollo a cui si è fatto scalo prima di salpare nuovamente verso altre acque e altri arrembaggi. Perché la rivoluzione è continua, è permanente: è, come recita il sottotitolo dell’opera stessa, una «rivoluzione in atto».

Condividi

mercoledì 29 settembre 2010

DIARIO DI UNO SQUADRISTA TOSCANO – Intervista ad Adriano Scianca


È appena uscita una ristampa del memorabile Diario di uno squadrista toscano di Mario Piazzesi. Un resoconto nato come documento privato, non destinato alla distribuzione di massa. Per questo motivo, l’opera rappresenta più di ogni altra una garanzia di genuinità di fronte a quel fenomeno straordinario che fu lo squadrismo. Un contributo fondamentale che implementa la trattazione saggistica, la quale per sua natura, spesso, sottrae alla storia la sua caratteristica fondamentale: l’essere stata fatta dagli uomini

E uomini sono gli squadristi che in quegli anni insanguinati e terribili (eppure così fecondi per il futuro dell’Italia e dell’Europa) seppero rappresentare la linfa vitale di una nazione in rinnovamento, uscita da una prova suprema alla quale la migliore gioventù italiana aveva donato tutta sé stessa, e che adesso reclamava il diritto a segnare il destino del Paese.
Uomini, dicevamo, ma animati da una straordinaria forza mistica, capace di trasformare la massa in popolo, il gruppo in squadra. Soldati politici di uno spessore ben più profondo di quello che la storiografia scolastica descrive, quando attribuisce loro il riduttivo ruolo di «bassa manovalanza» del «fascismo politico».

Abbiamo intervistato Adriano Scianca, Responsabile Cultura di CasaPound Italia e autore della consistente prefazione al libro.

Perché ristampare Diario di uno Squadrista Toscano?
 
Semplice: il Diario era stato pubblicato per la prima e unica volta molti anni fa, da una casa editrice «ufficiale» ma di nicchia. Negli ultimi anni era praticamente introvabile e le poche copie che ancora circolavano erano generalmente malridotte a causa della pessima rilegatura della vecchia edizione. Ripubblicarlo, quindi, è stato innanzitutto un gesto doveroso dal punto di vista culturale: è stato rimesso in circolazione un documento di inestimabile valore per la conoscenza di prima mano del fascismo (e non foss’altro che per questo bisognerebbe dire mille volte grazie alla Seb). Ma questa nuova edizione ha anche un valore politico. Significa indicare il nord, mostrare l’esempio in tutta la sua sfolgorante potenza. Noi non ci esauriamo in noi stessi, non facciamo politica per onanismo, non passiamo il tempo a specchiarci. Noi abbiamo degli archetipi, sappiamo che c’è qualcosa di più grande, qualcosa di normativo. Il Diario ci aiuta a ricordarcene.

Piazzesi descrive una Firenze nel caos, nella quale morti e feriti sono allordine del giorno. Secondo gli standard del pensiero omologato questa sarebbe la prova dellintrinseca malvagità dei cosiddetti «etremismi». Come rispondere?

La parola «estremismo» non l’ho mai capita, è uno di quei termini vuoti, buoni solo per la polemica spicciola. Giolitti – tanto per fare il nome dell’esponente più noto dell’italietta liberale e pre-fascista – non era forse estremamente vile, corrotto, incapace? Anche questo è un estremismo, in fondo...

Pensi che esistano differenze sostanziali fra il diario di Piazzesi e le innumerevoli «memorie» prodotte dallantifascismo antemarcia e post-8 Settembre nel corso di questi anni?

Ogni libro di memorie dice qualcosa. L’imbecillità dell’estensore, al limite. Il pregio del Diario di Piazzesi è di saper catturare la temperie di un’epoca come in un affresco generazionale, pregio che lo stesso De Felice riconobbe. Il fatto di essere stato scritto per uso privato ha pesato in senso positivo. Le memorie antifasciste, essendo stato l’antifascismo vincitore, sono troppo spesso poco più che curriculum gonfiati da chi voleva far carriera sulle macerie di una guerra civile. Gonfiandoli bene si può anche diventare un Giorgio Bocca, per dire...

Domanda senza retorica, come piace a noi: erano violenti questi squadristi?

Risposta senza retorica: sì. Erano violenti in un’epoca in cui la violenza era moneta corrente. Da parte di tutte le parti in causa. Al riguardo basti ricordare le parole degli storici (antifascisti) che ho citato nella prefazione. Per Emilio Gentile, ad esempio, il «biennio rosso» fu costituito da «un’ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del paese, condotti in gran parte dal partito socialista massimalista all’insegna di una imminente rivoluzione per instaurare anche in Italia, con la violenza, la dittatura del proletariato, come annunciava il nuovo statuto che il Partito socialista aveva adottato nel 1919». Oppure leggiamo Mimmo Franzinelli: «Il fenomeno squadrista è più complesso e sfaccettato di quanto non lo si sia rappresentato. E porta con sé alcuni miti da sfatare. Non è vero che a sinistra ci fossero solo vittime inermi, come pure non risponde a realtà che la violenza fosse patrimonio di una parte sola: i “sovversivi” si difesero e agirono con puntuali offensive, per quanto armi, tecniche e condizioni lo consentissero. È infondato sostenere che i fascisti aggredissero a freddo e muovessero all’attacco in dieci contro uno: diversi di loro morirono per i colpi di franchi tiratori».

Tra i legionari di Fiume, gli squadristi del 19 e le Brigate Nere del 43 cè, secondo me, un filo conduttore poetico e romantico; concordi?

Più che «poetico e romantico» direi politico ed esistenziale. È quel misto di goliardia, intransigenza, mistica, volontà, coraggio e gioia di vivere. È il demone della giovinezza. È la bellezza sovrumana del fascismo universale.

Leggendo il libro si può notare quanta importanza dava Piazzesi alla sua squadra, è chiaro il rapporto di stretto legame tra i camerati di una stessa squadra: pensi sia stato un fattore determinante per la rivoluzione? Pensi che questo sentimento di forte comunitarismo sia poi stato trasmesso a tutta lItalia Fascista?

Certo, il cameratismo, la fratellanza, costituiscono l’ossatura dello squadrismo. Ernst Von Salomon diceva che «il cameratismo si regge su di un vincolo di servizio, un patto in funzione di un terzo elemento: una persona straordinaria, un’idea, un compito eccezionale – forse, nell’ipotesi più attenuata, un comune universo di simboli». È per questo che «camerata» è più che «amico». Ovviamente questo tipo di legame è in sé tipico delle avanguardie, magari vastissime, ma pur sempre avanguardie. È tuttavia certamente vero che il senso del fascismo fosse quello di fare della nazione intera una «comunità organica di destino».
  
Nella prefazione sostieni che lo squadrismo avesse un marcato risvolto spirituale; spiegaci cosa intendi.

Il senso iniziatico dell’ingresso nella squadra, il culto dei morti, la sacralità del gagliardetto, il rito del «Presente!», lo spirito di sacrificio, la possibilità sempre incombente della morte fanno dello squadrismo il primo momento di quella che in seguito sarà chiamata «mistica fascista». Questa consapevolezza era molto marcata già negli squadristi stessi. Pensa a Piazzesi quando di tanto in tanto torna nella buona società fiorentina da cui proveniva: trova un mondo di morti. Lui ormai è un iniziato, non può più trovare posto tra «gli altri». Pensa anche a quel che dico nell’introduzione circa i soprannomi: è assai verosimile che l’uso di affibbiare nomignoli ai nuovi arrivati non fosse solo un gioco goliardico ma avesse anche il senso di una sorta di rinascita, di assunzione di una identità superiore e più consapevole. Questa usanza di inventarsi soprannomi, peraltro, mi ricorda qualcosa...
  
Nel diario Piazzesi critica, in modo neanche troppo velato la dirigenza del Fascismo, i «rammoliti di Milano»; nel 43 si dichiara pronto a dare la vita per Mussolini e per il Fascismo. Alla fine dei conti, loperato dei rammoliti di Milano soddisfece anche un intransigente fiorentino?

Piazzesi era un giovane uomo d’azione, Mussolini era un uomo d’azione ma anche un politico di razza, con tutto quel che ne consegue in termini di pragmatismo e intelligenza tattica. Che in alcuni momenti ci potessero essere delle divergenze è naturale. Ma alla fine contano i fatti. È grazie a Mussolini che la lotta di Piazzesi acquisisce un senso. Cosa che l’ex squadrista fiorentino capirà perfettamente, dimostrando la sua consapevolezza politica. E anche dopo la sua messa da parte, in cui ebbe un ruolo Pavolini, Piazzesi perse gli incarichi ma non la fede, tanto da farsi trovare pronto a tornare in gioco nella Rsi, dove di certo non fu un problema per lui trovarsi al fianco del gerarca con cui aveva avuto dei problemi in passato. Mi sembra una lezione da tener presente, soprattutto da parte di chi oggi subordina la fede all’ego. Ce ne sono molti in giro di tipi così, purtroppo...

Cosa cè dello squadrismo anni 20 in CasaPound Italia?

Il contesto è radicalmente mutato e certo i metodi necessari allora, durante la guerra civile, non possono essere riproposti oggi, questo sia detto con la massima chiarezza. Resta, tuttavia, uno stile che va al di là delle contingenze e che permane identico in guerra come in pace. La goliardia e la mistica, la filosofia del «me ne frego», il sacrificio con il sorriso sulle labbra, la volontà di «donare questa vita come getteresti un fiore», il gusto della beffa e della sfida, il senso della comunità: tutto questo sicuramente ci appartiene. Ma il senso di questo rapporto va chiarito: non basta individuare il proprio modello storico per essere uguale a quest’ultimo e appuntarsi di conseguenza medaglie di pongo sul petto. Al contrario: ci si sceglie un esempio per autosuperarsi nello sforzo di raggiungerlo, per trascendere se stessi, per migliorarsi. Per mantenere, infine, l’umiltà. Quando guardo ai politici che vengono dal neofascismo mi accorgo che i pochissimi che mantengono riferimenti «militanti» hanno comunque in mente solo la loro esperienza, nel loro gruppo, nella loro città, nel loro tempo. Gente per cui l’alfa e l’omega del fascismo è il Fronte della gioventù (sia detto con il rispetto del caso, ovviamente). E questi sono i migliori, dato che gli altri hanno scelto il carrierismo fine a se stesso. Ecco, in un ambiente così CasaPound è rivoluzionaria perché non cessa di meditare sull’Origine, non cessa di succhiarne linfa vitale e ispirazione. Noi siamo i figli di qualcosa di più grande, noi siamo fedeli a qualcosa che viene prima di noi, è sopra di noi e andrà oltre noi. Questo ci aiuta a guardare al mondo e a noi stessi con le dovute proporzioni.

Condividi

mercoledì 17 marzo 2010

Intervista ad Adriano Scianca


Adriano Scianca è nato a Orvieto nel 1980. Laureato a Roma in filosofia, è giornalista e scrittore. Ha collaborato a numerose riviste culturali, tra cui «Orion», «Letteratura-Tradizione» ed «Eurasia». Per la cultura di CasaPound, gestisce l’
«Ideodromo» e ha redatto Il Manifesto dell’EstremoCentroAlto.



Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?

Una precoce lettura dei classici evoliani, dei quali mi appassionarono l’ampio respiro e la profondità storica in cui inquadrare i rudimenti della mia visione del mondo; l’incontro con la cosiddetta «Nuova destra», che ha sciolto certe cristallizzazioni e mi ha insegnato l’importanza di un confronto serrato con il pensiero dominante al quale opporre sempre tesi altrettanto persuasive; la collaborazione con una testata «storica» del mondo nazionalrivoluzionario come «Orion» grazie alla sostanziale mediazione di Gabriele Adinolfi, che mi ha insegnato a ridare spina dorsale a quelle intuizioni neodestre troppo spesso tendenti al debolismo; il passaggio dalla teoria alla prassi con l’ingresso nella palestra dell’anima di CasaPound, nella quale tutto ha finalmente acquisito un senso.


Georg W. F. Hegel è stato un filosofo fondamentale per la storia della filosofia occidentale. Quali sono state le sue migliori intuizioni e i suoi abbagli?

Hegel ha il merito di aver concepito il reale come divenire e il difetto di averne imprigionato l’essenza nella gabbia della dialettica. I suoi testi sono pieni di intuizioni geniali intrappolate nella ragnatela del «sistema» onnicomprensivo e definitivo. Molto interessanti, ovviamente, le sue riflessioni sullo Stato come eticità.


Quanto ha influito il pensiero di Nietzsche sulla società del suo tempo? Quanto è ancora attuale il filosofo tedesco?

Nella società del suo tempo passò pressoché inosservato, stampando i suoi libri da solo e impazzendo poco prima che il suo pensiero si diffondesse come una salutare epidemia. Nella storia del pensiero occidentale, in compenso, Nietzsche segna uno spartiacque fondamentale. Esiste un «prima di Nietzsche» e un «dopo Nietzsche», c’è poco da fare. Con Giorgio Locchi amo ricordarne la fondamentale intuizione della «apertura della storia» contro ogni finalismo; con Luciano Arcella mi piace sottolinearne la fondamentale «mediterraneità» contro la pesantezza «tedesca, troppo tedesca»; con Gilles Deleuze me ne servo per stanare lo spirito reattivo in ogni sua metamorfosi.


Che cosa può ancora insegnarci oggi l’opera di Robert Brasillach?

Non ebbe il talento letterario corrosivo di un Céline né la lucida visione tragica di un Drieu. Eppure seppe dipingere il «sentimento del fascismo» come nessun altro mai. Raccontò un fascismo che era soprattutto cameratismo e allegria e continuò a guardare i campi della gioventù, i fuochi nella notte, i canti dei Balilla con lo stupore estasiato di un bambino. Ecco, Brasillach ci insegna a non perdere mai quello sguardo, ad avere diciassette anni per tutta la vita, ad essere curiosi della propria epoca.


Hai più volte citato nei tuoi scritti Gilles Deleuze. Che valore dài al suo pensiero?

Me ne innamorai leggendo all’università Nietzsche e la filosofia, libro illuminante e straordinariamente scorrevole per l’autore. La sua lettura della Genealogia nietzscheana mi rivelò un mondo. Altre sue cose sono più pesanti, soprattutto quando in esse si fa sentire l’influenza di Felix Guattari. Fu un filosofo di sinistra? Primo: chi se ne frega. Secondo: chi sono io per contraddire Alain Badiou, che ha scritto: «[All’epoca] avevo la tendenza a identificare come “fascista” la sua apologia del movimento spontaneo, la teoria degli “spazi di libertà”, il suo odio della dialettica, per dirla tutta: la sua filosofia della vita e dell’Uno-Tutto naturale».


Giovanni Gentile è stato definito il «filosofo del Fascismo». Quanto è stato grande, a tuo parere, il suo contributo nell’edificazione del regime fascista?

È veramente paradossale che gran parte del neofascismo abbia snobbato questo pensatore. Persino un gigante come Adriano Romualdi ne parlò come di un liberale che si era dato una verniciata di fascismo. Eppure – tanto per limitarci all’essenziale – basterebbe rileggere La dottrina del fascismo, scritta insieme a Mussolini, per capire l’importanza del pensatore. Quanto all’aspetto più propriamente filosofico invito tutti a leggersi il fondamentale volume di Emanuele Lago, La volontà di potenza e il passato, nel quale emerge con chiarezza la parentela spirituale fra Gentile e Nietzsche.


La Scuola di Mistica Fascista è stata la fucina dei cosiddetti «apostoli del Fascismo». Quali furono i punti di forza di quell’affascinante esperienza?

Prendi un gruppo di giovani svegli, colti, laboriosi, gente che costituirebbe la classe dirigente di ogni Stato e a cui sarebbe possibile vivere di rendita. Metti che invece questi ragazzi abbiano l’unico pensiero fisso di donare totalmente se stessi a un’idea e che si applichino in questo senso con un ardore e una purezza incontrovertibili, fin nelle minuzie dell’esistenza quotidiana. Metti che queste persone fondino una scuola attorno a cui orbitino migliaia di altri giovani. Una scuola perfettamente inserita nell’ufficialità di un regime che faccia di essa il bastione e il motore di una rivoluzione. Metti che scoppi una guerra e che tutti, dico tutti, gli appartenenti alla scuola partano volontari, chiedendo, implorando la prima linea. E metti infine che questi ragazzi muoiano uno a uno, nel sacrificio esemplare e religioso di se stessi sull’altare dell’idea. Ecco, questo fu la Scuola di Mistica fascista. Un episodio che fa tremare i polsi, che ci mette di fronte a noi stessi in modo definitivo. Qualcosa che azzera le discussioni. Trovatemi un Giani o un Pallotta democratici, comunisti, liberali o anarchici. Non ne esistono e questo è quanto.


Fascismo-movimento e Fascismo-regime. La dizione defeliciana ha creato non pochi fraintendimenti, in quanto alcuni hanno enfatizzato le differenze di questi due elementi, mentre altri hanno preferito uno a discapito dell’altro. Tu come la vedi?

Una distinzione che non ho mai capito: in quale regime o tipo di governo non c’è una qualche distinzione tra le proposte di poeti, filosofi, intellettuali da una parte e l’azione di amministratori, governanti, politici dall’altra? Perché allora si enfatizza questa dialettica solo nel fascismo? Forse per salvare intellettuali di prim’ordine dalla condanna generalizzata e separare così astrattamente i «buoni» dai «cattivi»? Ogni momento storico conosce lo scarto fra teoria e prassi. Il fascismo, semmai, è fra i regimi in cui meno si può proporre un simile discorso: Pavolini fu fascista di movimento o di regime? E Gentile? Giani? Ricci? Evola? Gli psicodrammi sui fatti cattivi che tradiscono sempre le intenzioni buone lasciamole a comunisti e cristiani, a noi piace il movimento che si fa regime, l’intellettuale che coincide con il militante.


Destra e sinistra nel Fascismo. Quale è stato il rapporto tra queste due «anime» durante il Ventennio? Quale il loro lascito?

Il fascismo è sintesi o non è. La sua forza fu l’unione di tutte le verghe, sottrarne una a posteriori è sbagliato, in qualsiasi senso ciò accada. Si può, ovviamente, avere una sensibilità più affine all’una o all’altra corrente, basta non prepararsi alibi con discutibili viaggi mentali. Chiamo «viaggio mentale» ogni tesi che perda di vista la complessità del reale per venire incontro a mancanze tutte nostre e consentirci di fare le cose più semplici di quanto non lo siano. Il fascismo non fu una semplice variante del socialismo o una parodia di militarismo prussiano. Forse è ora di recuperare un sano «fascismo di centro»...


Evola è stato un punto di riferimento importante degli eredi del Fascismo. Qual è stata la forza e la debolezza del suo pensiero?

Quando, negli anni ’30, tutti si pavoneggiavano con i distintivi del Pnf lui urlò al mondo la sua adesione a idee che trascendevano il fascismo; quando tutti, dopo l’8 settembre, se la squagliavano lui era al suo posto di milizia. Mi sembra che questo basti a definire la statura del personaggio. Molto amato quanto odiato, andrebbe semmai contestualizzato. Diciamo che fu meno importante di quanto credano i suoi adoratori e più di quanto credano i suoi detrattori. Ha scritto diverse cose discutibili e fornito indicazioni esistenziali preziose. Alle prime si sono attaccati tutti gli sfigati del mondo, convinti che la ciclicità del tempo e il kali yuga fornissero un alibi alla loro inettitudine. Sono quelli, per capirci, che continuano a scrivere «epperoché», «femina» e «Aristotile» in ossequio al maestro. E tuttavia non sarà un caso che quanto di meglio è uscito dal nostro mondo rechi una forte impronta evoliana. Pensiamo solo a personalità come Clemente Graziani, Maurizio Murelli, Cesare Ferri, Carlo Terracciano, Claudio Mutti, Walter Spedicato, Adriano Romualdi, Peppe Dimitri, Gabriele Adinolfi. Forse i tempi oggi sono maturi per riscoprire un Evola oltre le incrostazioni, comprese quelle che lui stesso contribuì a creare. Un Evola scintillante e rinnovato. Un Evola mito mobilitante, come nel bellissimo manifesto rosso della conferenza che si svolse a CasaPound nel 2004.


È corretto parlare di egemonia della sinistra nel mondo della cultura e dell’informazione?

Per esserci vera egemonia ci dev’essere un progetto, una qualche idea di società da proporre, una politica. Oggi, palesemente, tutto questo manca. L’egemonia di sinistra è stata una realtà concretizzatasi in una mafia culturale odiosissima. Ora questa egemonia arranca e lascia solo rendite di posizione. Dall’altra parte la destra non sa opporre se non lamenti e alibi per le proprie sconfitte o cialtroni prezzolati che svillaneggiano nei posti che contano finché dura il boss, senza però costruire alcunché. Da una parte c’è un’egemonia in crisi, dall’altra l’incapacità di crearne una nuova. In questo teatrino della sconfitta, l’unica proposta d’avanguardia può essere solo quella volta a creare nuova egemonia. Sull’«Ideodromo» mi è capitato di scrivere: «Guardandoci attorno ora che molti bastioni di quel fortino culturale sono caduti, dobbiamo lanciare un messaggio che sia chiaro e netto: noi l’egemonia non la chiediamo, ce la prendiamo. Se le regole del gioco sono già scritte e ci vedono relegati fuori dallo stadio, noi facciamo invasione. Non cerchiamo scuse o riconoscimenti, ci rimbocchiamo le maniche e ci riprendiamo tutto. Dire che sia facile sarebbe da pazzi. Dire che è impossibile sarebbe da vili».


È possibile proporre un altro modo di fare cultura, che sia incisivo e accattivante, in grado di superare i dettami del «politicamente corretto»?

Il politicamente corretto già non è più cultura, è un rantolo d’agonia. Per il resto, praticamente tutta la cultura che conta del ’900 è affar nostro. Basta con i complessi di inferiorità. Solo noi abbiamo gli strumenti concettuali per interpretare la modernità: usiamoli! Solo dopo aver acquisito tale consapevolezza potremo impostare una seria politica culturale. Che, ovviamente, deve essere tutta puntata a creare senso: dare senso al mondo, dare senso all’epoca presente, dare senso alla comunità nazionale. Se si fa cultura in questo modo non occorre preoccuparsi di avere un approccio «incisivo e accattivante», le cose vengono da sé.


Che cosa rappresenta CasaPound nella cornice politica attuale? Quali le prospettive future?

Rappresenta una speranza, una volontà e una via. Pregi, difetti, prospettive e pericoli non dovrei essere io a indicarli: facendone parte la cosa assumerebbe toni autoelogiativi, questi sì un vero pericolo da evitare. Credo tuttavia di essere oggettivo se affermo che Cpi è la vera novità degli ultimi anni. Le prospettive mi sembrano luminose, a patto di saper capitalizzare la crescita esponenziale del movimento ed evitare l’effetto «recupero» da parte di un sistema che ha sempre bisogno di «cattivi» folcloristici da esibire.


Quali pensi che siano le maggiori qualità di Gianluca Iannone?

Ci sarebbe molto da dire, al riguardo, e invece dirò molto poco, poiché ho l’onore di confrontarmi quotidianamente con Gianluca e so quanto poco ami la personalizzazione delle battaglie di CasaPound. Generosità, lungimiranza, coerenza e genialità dell’uomo sono sotto gli occhi di tutti, anche dei nemici. Interni ed esterni.


Come e perché nasce il manifesto dell’EstremoCentroAlto? Quale idea di società e di politica vuole proporre?

Il manifesto dell’EstremoCentroAlto nasce in onore alla sentenza di Delfi: «divieni ciò che sei». Anche noi siamo divenuti ciò che già eravamo, ovvero spiriti liberi non incasellabili in categorie. La vera sfida ora è esplicitare i contenuti già presenti nel manifesto. Personalmente vedo l’EstremoCentroAlto come una visione originaria, cristallina sulla realtà del terzo millennio, oltre tutti i residui «ideologici» e i viaggi mentali del neofascismo. I tre termini che formano la nuova definizione segnano già una discontinuità in direzione di una politica non falsamente moderata, non ondivaga, non prostituita. Quale idea della società propone? Libertaria ma responsabile, scanzonata ma severa, popolare ma gerarchica. Questo mi sembra appaia chiaramente da parole come queste: «Un’idea ed una comunità sempre in bilico tra imperium e anarchia, un sentimento del mondo che non concepisce alcun ordine sociale al di fuori di un ordine lirico. Una visione che rifiuta il grigiore burocratico della città-caserma tanto quanto l’attrazione morbosa per l’informe, per il deforme, per i maleducati dello spirito. Un’idea politica che disprezza le cosche, le oligarchie, le caste, le sette e le lobby e che immagina, per ogni Stato degno di questo nome, la partecipazione per base, la decisione per altezza e la selezione per profondità». Insomma: uno Stato sovrano che non diventi però un cerbero o un aguzzino, una società in cui sia garantita la circolazione delle élites e il popolo si senta di nuovo padrone del proprio destino.

Condividi

martedì 16 giugno 2009

Il cantore del mito nuovo: Giorgio Locchi



… suonava così antico, eppure era così nuovo…

(Richard Wagner, I Maestri Cantori di Norimberga)


di Adriano Scianca (2005)


E per ultima venne la “globalizzazione”. In duemila anni di pensiero unico egualitario ci siamo sorbiti: “l’inevitabile” venuta dei tempi messianici, “l’inevitabile” avanzata del progresso tecnico, economico e morale, “l’inevitabile” avvento della società senza classi, “l’inevitabile” trionfo del dominio americano, “l’inevitabile” instaurazione della società multirazziale. Ed ora, appunto, è la “globalizzazione” ad imporsi come “inevitabile”. Il cammino è già tracciato, nulla possiamo contro il Senso della Storia. Certo, l’ingresso trionfale nell’Eden finale va continuamente procrastinato, giacché sempre emergono popoli impertinenti che non apprezzano gli hegelismi in salsa yankee di cui sopra. Ma prima o poi – ce lo dice Bush, ce lo dicono i pacifisti, ce lo dicono gli scienziati, i filosofi e i preti – la storia finirà. È sicuro. Sicuro?


Fine della storia?


È vero: la storia può effettivamente finire. È del tutto plausibile che nel futuro che ci aspetta si possa assistere al triste spettacolo dell’“ultimo uomo” che saltella invitto e trionfante. Ma questo è solo uno dei possibili esiti del divenire storico. L’altro, anch’esso sempre possibile, va nella direzione opposta, verso una rigenerazione della storia attraverso un nuovo mito. Parola di Giorgio Locchi. Romano, laureato in giurisprudenza, corrispondente da Parigi de “Il Tempo” per più di trent’anni, animatore della prima e più geniale Nouvelle Droite, fine conoscitore della filosofia tedesca, della musica classica, della nuova fisica, Locchi ha rappresentato una delle menti più brillanti ed originali del pensiero anti-egualitario successivo alla sconfitta militare europea del ‘45.

Molti giovani promesse del pensiero anticonformista degli anni ‘70 conservano ancora oggi il nitido ricordo delle visite da “Meister Locchi” presso la sua casa di Saint-Cloud, a Parigi, «casa dove molti giovani francesi, italiani e tedeschi si recavano più in pellegrinaggio che in visita; ma simulando indifferenza, nella speranza che Locchi […] fosse come Zarathustra dell’umore giusto per vaticinare anziché, come disgraziatamente faceva più spesso, parlare del tempo o del suo cane o di attualità irrilevanti»1. Le ragioni di una tale venerazione non possono sfuggire anche a chi l’autore romano lo abbia conosciuto solo tramite i suoi testi. Leggere Locchi, infatti, è un’“esperienza di verità”: aprendo il suo Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista – un «grande libro», «uno dei testi classici dell’ermeneutica wagneriana», come lo definisce Paolo Isotta sul… “Corriere della Sera”!2 – ci si trova di fronte al disvelamento (ἀλήθεια, a-letheia) di un sapere originale ed originario. Disvelamento che non può mai essere totale.

L’aristocratica prosa locchiana è infatti ermetica ed allusiva. Il lettore ne è conquistato, nel tentativo di sbirciare tra le righe e cogliere un sapere ulteriore che, se ne è certi, l’autore già possiede ma dispensa con parsimonia3. Ad aumentare il fascino dell’opera di Locchi, poi, contribuisce anche la vastità dei riferimenti e la diversità degli ambiti toccati: dalle profonde dissertazioni filosofiche alle ampie parentesi musicologiche, dai riferimenti di storia delle religioni alle ardite digressioni sulla fisica e la biologia contemporanea. Chi è abituato alle atmosfere asfittiche di certo neofascismo onanistico o ai tic degli evolomani di stretta osservanza ne è subito rapito.


La libertà storica


Il punto di partenza del pensiero locchiano è il rifiuto di ogni determinismo storico, ovvero l’idea che «la storia – il divenire storico dell’uomo – scaturisca dalla storicità stessa dell’uomo, cioè dalla libertà storica dell’uomo e dall’esercizio sempre rinnovato che di questa libertà storica, di generazione in generazione, fanno personalità umane differenti»4. È il rifiuto della “logica dell’inevitabile”. La storia è sempre aperta e determinabile dalla volontà umana. Due sono, a livello macro-storico, gli esiti possibili, i poli opposti verso cui indirizzare il divenire: la tendenza egualitarista e la tendenza sovrumanista, esemplificate da Nietzsche con i due mitemi del trionfo dell’ultimo uomo e dell’avvento del superuomo (o, se si preferisce, dell’“oltreuomo”, come è stato rinominato da Vattimo nell’intento illusorio di depotenziarne la carica rivoluzionaria). Il filosofo della volontà di potenza afferma la libertà storica dell’uomo tramite l’annuncio della morte di Dio: chi ha acquisito la consapevolezza che “Dio è morto” «non crede più di essere governato da una legge storica che lo trascende e lo conduce, con l’umanità intera, verso un fine – ed una fine – della storia predeterminato ab aeterno o a principio; bensì sa ormai che è l’uomo stesso, in ogni “presente” della storia, a stabilire conflittualmente la legge con cui determinare l’avvenire dell’umanità»5.

Tutto ciò porta Locchi ad individuare una vera e propria “teoria aperta della storia”. Il futuro, in questa prospettiva, non è mai stabilito una volta per tutte, rimane costantemente da decidere. Non solo: anche il passato non è chiuso. Il passato, infatti, non è ciò che è avvenuto una volta per tutte, un mero dato inerte che l’uomo può studiare come fosse un puro oggetto. Esso, al contrario, è interpretazione eternamente cangiante. Il tempo storico, lo stiamo vedendo a poco a poco, assume un carattere tridimensionale, sferico, essendo caratterizzato da interpretazioni del passato, impegni nell’attualità e progetti per l’avvenire eternamente in movimento. L’origine mitica finisce per proiettarsi nel futuro, in funzione eversiva nei confronti dell’attualità. Le diverse prospettive che ne fuoriescono finiscono per scontrarsi dando vita al conflitto epocale.


Il conflitto epocale


Il “conflitto epocale” è dato dallo scontro di due tendenze antagoniste. Si è già detto quale siano le tendenze della nostra epoca: egualitarismo e sovrumanismo. Ogni tendenza attraversa tre fasi: quella mitica (in cui sorge una nuova visione del mondo in modo ancora istintuale, come sentimento del mondo non razionalizzato e quindi come unità dei contrari), quella ideologica (in cui la tendenza, affermandosi storicamente, comincia a riflettere su se stessa e quindi si divide in differenti ideologie apparentemente contrapposte tra loro) e quella autocritica o sintetica (in cui la tendenza prende atto della sua divisione ideologica e cerca di ricreare artificialmente la propria unità originaria). E se l’egualitarismo (oggi in fase “sintetica”) è la tendenza storica dominante da duemila anni, la prima espressione “mitica” del sovrumanismo va ricercata nei movimenti fascisti europei.

Il fascismo, per Locchi, non può essere compreso che alla luce della “predicazione sovrumanista” di Nietzsche e Wagner6 e della “volgarizzazione” di tali tesi ad opera degli intellettuali della Rivoluzione Conservatrice (che, quindi, cessa di essere un’entità “innocente”, astrattamente separata dalle sue realizzazioni pratiche, come vorrebbe certo neodestrismo debole). Fascismo come espressione politica del Nuovo Mito comparso nell’ottocento da qualche parte tra Bayreuth e Sils Maria, quindi. Un qualcosa di nuovo, dunque. Ma, wagnerianamente, anche un qualcosa di antico.

Il fascismo, infatti, rappresenta anche la piena assunzione del “residuopagano che il cristianesimo non è riuscito a cancellare e che è sopravvissuto nell’inconscio collettivo europeo. Un fenomeno rivoluzionario, insomma, che si richiama ad un passato quanto più possibile ancestrale ed arcaico, proiettandolo nel futuro per sovvertire il presente. Lo scopo, nella lunga durata, è quello di far «regredire oltre la soglia memoriale» la Weltanschauung cristiana, versando significati nuovi nei significanti vecchi di matrice biblica, così come originariamente il cristianesimo “falsificò” i termini pagani per veicolare la propria visione del mondo in un linguaggio che non risultasse incomprensibile alle genti europee. È il progetto che il Parsifal wagneriano esprime con la formula «redimere il redentore»7.


Il male americano


Ma il primo tentativo di agire concretamente nella storia da parte della tendenza sovrumanista, come sappiamo, è sfociato nella sconfitta militare europea del 1945. Una sconfitta che ha posto il vecchio continente tra le fauci della tenaglia costruita a Yalta. In quel periodo, è bene ricordarlo, troppi eredi del mondo uscito perdente dal secondo conflitto mondiale pensarono di rinverdire la loro militanza sostenendo uno dei due bracci della tenaglia a scapito dell’altro, vagheggiando di un Occidente “bianco” che altro non poteva essere se non la “terra della sera” (Abend-land) in cui veder tramontare ogni speranza di rinascita europea. Scelsero, quei “fascisti” vecchi o nuovi, la tattica del “male minore”. Che, notoriamente, non è altro che la tattica dell’“utile idiota” vista… dall’utile idiota.

In questo contesto, sarà proprio Locchi (non da solo, né per primo: si pensi solo a Jean Thiriart) a denunciare le insidie del “male americano”. E Il male americano è anche il titolo di un libro tratto da un articolo comparso su Nouvelle Ecole nel 1975 a firma Robert De Herte ed Hans-Jürgen Nigra, pseudonimi rispettivamente di Alain de Benoist e dello stesso Locchi. Tale testo contribuirà in maniera decisiva a depurare il corpus dottrinale della Nuova Destra di ogni suggestione occidentalista. Del resto, i due autori cortocircuiteranno la logica dei blocchi citando una frase di Jean Cau: «Nell’ordine dei colonialismi, è prima di tutto non essendo americani oggi che non saremo russi domani». C’è una grande saggezza in tutto ciò. Ne Il male americano l’America è descritta più nella sua ideologia implicita, nel suo way of life, che nella sua prassi criminale. Un’ideologia fatta di moralismo puritano, di disprezzo per ogni idea di politica, tradizione o autorità, di mentalità utilitarista, di conformismo e mancanza di stile, di odio freudiano contro l’Europa. Ciò che soprattutto interessa agli autori è l’influenza della Bibbia nella mentalità collettiva statunitense, senza la quale sarebbero inconcepibili i deliri neocons dell’attuale gestione. Ed inoltre – il ricordo del ‘68 è ancora caldo – non manca la ripetuta sottolineatura della sostanziale convergenza tra la contestazione sinistrorsa ed i miti di oltre-Atlantico. New York come capitale del neo-marxismo: ce n’è abbastanza per distinguere il testo di Locchi/De Benoist dalle denunce “progressiste” dei vari Noam Chomsky (che pure, beninteso, hanno anch’esse la loro funzione).


La terra dei figli


Ma “il male americano” è soprattutto un male dell’Europa. Oggi che la Guerra Fredda è finita e all’ordine di Yalta è subentrato il feroce solipsismo armato di uno pseudo-impero fanatico e usuraio, ce ne accorgiamo più che mai. L’Europa: il grande malato della storia contemporanea. Ma anche un’idea-forza, un mito, un ripiego sulle origini che è progetto d’avvenire, come vuole la logica del tempo sferico.





In questo senso, i riferimenti all’avventura indoeuropea o all’Imperium romano, alle poleis greche piuttosto che al medioevo ghibellino servono come materiale grezzo da cui forgiare qualcosa di nuovo, qualcosa che non si è mai visto. «Se si vuol parlare d’Europa, progettare una Europa, bisogna pensare all’Europa come a qualcosa che ancora non è mai stato, qualcosa il cui senso e la cui identità restano da inventare. L’Europa non è stata e non può essere una “patria”, una “terra dei padri”; essa soltanto può essere progettata, per dirla con Nietzsche, come “terra dei figli”»8. Se nostalgia dev’esserci, allora che sia “nostalgia dell’avvenire”, come nello (stranamente felice) slogan missino di qualche tempo fa. Questo mondo che crede nella fine della storia sta forse assistendo semplicemente alla fine della propria storia. Per il resto, nulla è scritto. Sprofonderemo anche noi fra le rovine putride di questa decadenza al neon? Oppure avremo la forza di forgiare il nostro destino attraverso l’istituzione di un “nuovo inizio”? A decidere sarà solo la saldezza della nostra fedeltà, la profondità della nostra azione, la tenacia della nostra volontà.


Note


(1) Stefano Vaj, Introduzione a Giorgio Locchi, Espressione e repressione del principio sovrumanista. Tra gli intellettuali influenzati da Locchi ricordiamo, oltre allo stesso Vaj, tutto il nucleo fondante della Novelle Droite anni ‘70/80, da De Benoist a Faye, Steukers, Vial, Krebs, ma anche Gennaro Malgieri ed Annalisa Terranova, oggi in AN. Spunti locchiani emergono anche in tempi recenti in Giovanni Damiano e Francesco Boco. Non possiamo non citare, inoltre, Paolo Isotta, critico musicale del “Corriere della Sera” (!), cui Maurizio Cabona riuscì a far redigere un entusiastico saggio introduttivo al libro su Nietzsche e Wagner e che anche ultimamente (vedi nota successiva) è tornato a citare Locchi proprio sulle colonne del maggiore quotidiano italiano.

(2) Paolo Isotta, “La Rivoluzione di Wagner”, ne “Il Corriere della Sera” del 04/04/2005.

(3) Va detto, inoltre, che tra le carte lasciate da Locchi si trova diverso materiale inedito, tra cui un saggio su Martin Heidegger probabilmente e sfortunatamente destinato a non vedere mai la luce.

(4) Da Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista.

(5) Ibidem.

(6) Grande merito di Locchi è del resto il fatto stesso di aver riscoperto le potenzialità rivoluzionarie dell’opera wagneriana in un ambiente che continuava a pensare al compositore tedesco nell’ottica della duplice “scomunica” nietzschana ed evoliana.

(7) Gli indoeuropei, la filosofia greca, Nietzsche, la Konservative Revolution, il fascismo, l’Europa: il lettore attento avrà già scorto, dietro a simili riferimenti, l’ombra possente di Adriano Romualdi. Eppure, incredibilmente, Locchi sviluppò il suo pensiero del tutto autonomamente da Romualdi. Anzi, sarà solo grazie ad alcuni giovani italiani recatisi da lui in visita a Parigi che il filosofo conoscerà l’opera del giovane pensatore morto prematuramente. Senza mancare di sottolineare l’oggettiva convergenza di vedute. Per gli amanti della rete (e i poliglotti), segnaliamo la presenza, in Internet, di un testo in spagnolo (La esencia del fascismo como fenómeno europeo. Conferencia-Homenaje a Adriano Romualdi) che riproduce un discorso di Locchi pronunciato proprio in onore del compianto autore di Julius Evola: l’uomo e l’opera. Ignoriamo le circostanze cui far risalire tale discorso.

(8) Da L’Europa: non è eredità ma missione futura.

Condividi