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martedì 5 giugno 2012

Il Risorgimento nel mito di Roma

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», giugno 2012.

In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia – oltre ai festeggiamenti e ai «solenni» discorsi delle alte cariche dello Stato – è stata prodotta una mole imponente di saggi, monografie, miscellanee, conferenze e convegni che hanno trattato del nostro Risorgimento. Molto spesso a sproposito, lasciando oltretutto ampio spazio ai vari rigurgiti antinazionali (padani, neoborbonici, neoguelfi, internazionalisti, mondialisti, ecc. ecc.). E anche la «nebulosa» neofascista ha in molti casi snobbato la memoria del nostro processo unitario, secondo schemi e modalità assai complessi e stratificati di cui abbiamo ampiamente trattato qui sulle colonne di «Occidentale».

Eppure, proprio in seno all’ambiente nazional-rivoluzionario, abbiamo potuto apprezzare una coraggiosa, doverosa e puntuale messa in discussione della tradizione antirisorgimentale neofascista. E questo, in particolare, grazie al volume miscellaneo curato da Pietro Cappellari Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore), il quale segna un punto di rottura all’interno del proprio ambiente di riferimento, e che si propone anche come punto di non ritorno: come fine degli equivoci, come riappropriazione di una gloriosa tradizione che, invece di essere dimenticata o distorta o umiliata, deve essere al contrario proiettata, decantata e potenziata, nell’avvenire prossimo e remoto.  

È proprio in tal contesto che si inserisce l’ultima fatica di Sandro Consolato, ossia Dell’elmo di Scipio. Risorgimento, storia d’Italia e memoria di Roma (Flower-ed, pp. 331, € 14). Consolato, cultore di «studi tradizionali» e direttore de «La Cittadella», per quest’operazione editoriale ha scelto un’opzione innovativa e coraggiosa, cioè la formula dell’e-book: gli amanti del cartaceo potrebbero scoraggiarsi nell’impresa, eppure – premetto subito – la lettura del documento telematico non risulta affatto scomoda o limitante. Tra l’altro l’opera merita un’attenta e meditata lettura poiché – sulla scorta di una vasta e valida bibliografia, oltreché grazie a una interessante chiave di interpretazione – l’autore confuta una per una tutte le distorsioni neofasciste del Risorgimento, mettendo altresì in luce la plurisecolare continuità, talvolta palese talaltra sotterranea, dell’ideale unitario italiano all’insegna di Roma e della romanità.

La specificità tutta italiana di quest’idea di ri-sorgenza (pensiamo, oltre a «Risorgimento», a termini quali «Rinascimento» e «Riscossa»), ossia l’idea del ripiego – per usare una formula locchiana – su un’origine mitica e carica di gloria, era stata del resto già notata e posta in rilievo da un insospettabile come Antonio Gramsci (insospettabile solo per chi ragiona ancora con paraocchi ideologici), che Consolato opportunamente cita: «Nel linguaggio storico-politico italiano è da notare tutta una serie di espressioni legate strettamente al modo tradizionale di concepire la storia della nazione e della cultura italiana, che è difficile e talvolta impossibile di tradurre nelle lingue straniere. […] Nasce nell’Ottocento il termine “Risorgimento” in senso più strettamente nazionale e politico, accompagnato dalle altre espressioni di “Riscossa nazionale” e “riscatto nazionale”: tutti esprimono il concetto del ritorno a uno stato di cose già esistito nel passato o di “ripresa” offensiva (“riscossa”) delle energie nazionali disperse intorno a un nucleo militante e concentrato, o di emancipazione da uno stato di servitù per ritornare alla primitiva autonomia (“riscatto”). Sono difficili da tradurre appunto perché strettamente legate alla tradizione letteraria-nazionale di una continuità essenziale della storia svoltasi nella penisola italiana, da Roma all’unità dello Stato moderno, per cui si concepisce la nazione italiana “nata” o “sorta” con Roma, si pensa che la cultura greco-romana sia “rinata”, la nazione sia “risorta”, ecc. La parola “riscossa” è del linguaggio militare francese, ma poi si è legata alla nozione di un organismo vivo che cade in letargia e si riscuote, sebbene non si possa negare che le è rimasto un po’ del primitivo senso militare».

L’acume di Gramsci, in effetti, lascia sbalorditi: in questa lucidissima notazione dell’intellettuale comunista, infatti, è contenuta l’idea fondamentale del ritorno all’origine mitica visto non come restaurazione anacronistica o reazionaria di un passato morto e sepolto, bensì come risveglio delle «energie nazionali», come progetto d’avvenire, come «ripresa offensiva», ossia come avanzata. È una concezione squisitamente rivoluzionaria, anche nel senso «tradizionale» indicato da Consolato, il quale intende la «ri-voluzione come ri-torno, quasi astronomicamente scandito, a una condizione originaria perduta in virtù di un perturbamento intervenuto nell’ordo rerum». Non fu d’altronde già D’Annunzio, non a caso cultore del mondo greco-romano nonché «Vate» della nuova Italia, a definire la nostra nazione, con un magnifico epiteto dall’eco omerica, la «Semprerinascente»?

E Consolato, di fatti, tenta di rintracciare il filo rosso del nostro ideale nazionale dall’Antichità sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, passando per i sovrani longobardi, Federico II di Svevia, Dante, Petrarca, Cola Di Rienzo, Alfonso d’Aragona, Machiavelli, Campanella, Vico, Filangieri, Romagnosi, Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi e tanti altri, più o meno conosciuti dal grande pubblico, i quali desiderarono ardentemente e prepararono lungo i secoli la rinascita dell’Italia nel nome augusto di Roma.

Proprio in questo contesto, del resto, si inserisce la critica spietata, ma acuta e documentata, delle fallaci interpretazioni neofasciste del Risorgimento. A cominciare da quella – interna dunque al «movimento tradizionale» – di Julius Evola, la quale aveva d’altra parte già ricevuto le obiezioni puntuali di Adriano Romualdi, uno tra i migliori allievi del Barone. Evola, infatti, fece sua in buona parte la lettura demonizzante della corrente neoguelfa («a destra» rappresentata soprattutto da Attilio Mordini), la quale vedeva nel Risorgimento un complotto massonico ai danni della Chiesa e del «mondo tradizionale», rintracciando viceversa i paladini della Tradizione nella Santa Alleanza, nell’Austria asburgica, nelle potenze della Restaurazione e in quel Metternich (l’«ultimo grande europeo» secondo Evola) che reputava l’Italia una mera «espressione geografica». Tutto un mondo, cioè, che tra l’altro – argomenta l’autore – si presenta tutt’altro che cristallino e in regola anche da un punto di vista strettamente tradizionale, non mancando tra le sue fila persone equivoche, ambigue e poco nobili, le quali talvolta intrattenevano inquietanti rapporti con varie sette e massonerie ben poco rispettabili.

E questo proprio mentre l’autore illustra, con dovizia di particolari e con valida documentazione, come presso molti gruppi insorgenti e unitaristi la Massoneria svolgesse la «funzione di “copertura” di realtà iniziatiche italiane ben più antiche della Libera Muratoria nata in Inghilterra nel 1717», con gli esempi di spicco della Carboneria, della Società dei Raggi e della Guelfia (ma il nome non tragga in inganno), le quali molto spesso si caratterizzavano in quanto depositarie dell’antica sapienza pitagorica. Così si può dire del resto di Garibaldi, spesso disprezzato dalla vulgata neoguelfa in quanto appartenente alla Massoneria, laddove Consolato mette ben in luce la poco nota ma radicatissima ispirazione romana dell’«eroe dei due mondi».

Insomma, ce n’è abbastanza per mandare in soffitta settant’anni di neofascismo reazionario e antirisorgimentale, riattivando invece – sia secondo tradizione che secondo rivoluzione (che è la quintessenziale sintesi fascista) – il nostro mito più puro e originario. Un mito che è carico di storia e di gloria, ma anche – se noi ancora lo vorremo – del più splendido destino.

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martedì 21 giugno 2011

«Riprendersi tutto»: la voce delle «idee senza parole»

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», giugno 2011.


In principio era la Carne. Poi, solo poi, venne il Verbo. Non si è partiti dalla Repubblica platonica, dalla Bibbia o dal Capitale di Marx. Non si è partiti, cioè, da un’astratta teoria da rendere prassi. Niente di tutto ciò: prima nasce CasaPound, la sua azione metapolitica, mitopoietica e politica, e dopo, allorché se ne è avvertito il bisogno, è uscito Riprendersi tutto di Adriano Scianca (SEB, pp. 381, € 20), che rappresenta sostanzialmente una «messa a punto», un’istantanea del percorso ideale del movimento casapoundiano. Questo libro infatti – ci tengo a precisarlo per i malevoli – non è assolutamente il prodotto dell’intellettuale illuminato e dell’ideologo prezzolato che tenta di dare una patina civile e rivoluzionaria ai barbari rozzi e reazionari, così come quest’opera non è – e questo lo dico ai pigri della mente e dello spirito – la cristallizzazione in Sacra Scrittura di un pensiero che, in quanto rivoluzionario, è invece dinamico e in costante divenire, che non è pertanto un fatto ma un incessante farsi.

Il grande merito dell’autore, in effetti, è stato quello di non rinunciare alla propria individualità e al proprio estro – come si evince dai tanti riferimenti dotti e puntuali (ma mai invadenti o supponenti) – e, al contempo, di rendere questo libro un’opera «corale», descrivendo cioè la Weltanschauung dei casapoundiani soprattutto con il ricorso alle interviste ai militanti, alle canzoni della musica non conforme e, talvolta, addirittura ad allegre chiacchierate al Cutty Sark dalla saggezza e dal sapore «etilico».

Una scelta felice, inoltre, si è rivelata la struttura del libro stesso, ossia la successione e la declinazione delle parole-chiave che illustrano questa singolare «rivoluzione in atto»: rivoluzione dello spirito, del linguaggio e dell’azione. Si tratta di significanti abusati e distorti che, grazie all’afflato creatore dei suoi parlanti, assumono ora significati dall’eco così arcaica e al contempo così nuova, moderna, rivoluzionaria: è, in definitiva, un riappropriarsi dell’Origine (dell’archè, appunto) al fine di proiettarla, potenziata, nell’avvenire come progetto e missione, giacché «porsi in cammino verso l’origine significa andare avanti, non indietro; significa decidersi per un progetto che investe integralmente il nostro destino» (p. 196).

Il percorso di CasaPound infatti, ben descritto nel libro, è caratterizzato dall’uscita definitiva e senza troppi rimpianti dal ghetto del neofascismo sclerotizzato e sepolcrale; rappresenta la ricerca, in mare aperto su nave corsara, della propria origine: una ricerca che, però, è un continuo progredire verso il futuro, verso una nuova aurora. Se la destinazione è ignota, la rotta è nondimeno guidata da salde coordinate, lo sguardo è sempre fisso alla stella polare: non si naviga a vista, non si fa cabotaggio; la bussola non ha perso il suo magnete. La voce «fascismo», infatti, è un piccolo gioiello in cui l’autore ben illustra lo spirito ardente che fa pulsare il cuore delle tartarughe frecciate: uno spirito che ha una «dimensione estetica, simbolica, esistenziale, prima che politica», che è stile prima ancora di essere dottrina, che è fondazione e volontà storificante prima d’essere architettura statuale, che è «volontà di grandezza, di potenza, di bellezza, di eternità, di universalità» (p. 162). È, in definitiva, sogno vissuto e incarnato, mito mobilitante e in-formatore, giammai amministrazione meccanica. 


Che in CasaPound convivano l’antico e il moderno, l’hic et nunc e l’eterno, d’altronde, lo si rileva già da un epiteto, attribuito loro da un giornalista, che ai casapoundiani non è mai dispiaciuto («fascisti del Terzo millennio»), così come dalla monumentale epigrafe marmorea in basso rilievo che si staglia imponente sopra il portone del nr. 8 di Via Napoleone III. Ed è proprio qui, nel marmo baciato dal sole, che si sconfigge la palude, è qui che l’aratro traccia il solco del destino e della storia, è qui che si fonda una civiltà, si crea un mito.

Ma sono veramente tante altre le voci che sorprenderanno coloro che poco o mal conoscono Cpi, quali ad esempio «cultura», «destra», «donna», «identità», «immaginario», «valori», ecc. Illustrando la visione del mondo della tartaruga frecciata, infatti, Scianca, con notevole acume, demolisce ad uno ad uno tanto i «viaggi mentali» del neofascismo terminale quanto gli stereotipi deformati e deformanti della vulgata antifascista. E soprattutto, oltre a bonificare questa venefica melma palustre, l’autore riesce nell’arduo compito di dar voce a queste spengleriane «idee senza parole». Idee che, prima di tutto, sono attive, affermative, positive, creatrici (e quindi poetiche), sono idee lanciate all’assalto. Sono idee fatte di carne.

In principio era la Carne. «Incarnare»: questa è la parola d’ordine dell’etica casapoundiana. È incarnando il proprio mito e il proprio destino che si fa la storia, che si diventa – per dirla con Marinetti – «costruttori d’avvenire». È così che si è esempio, che si è rivoluzione.

Un esempio sui tanti? Parlando giusto poco tempo fa con una persona di grande cultura, ma purtroppo intrisa di radicalismo chic e salottiero, il discorso si era incentrato sull’italianità e sul sentimento d’unità nazionale (uno dei pilastri, cioè, del casapoundismo), e mi si diceva che gli italiani hanno una storia troppo diversificata che impedisce loro qualsiasi sintesi unitaria. In questo senso, mi si chiede che cosa fa CasaPound per realizzare l’unità morale della nazione, che cosa fa nell’hic et nunc. Al che espongo l’esperienza – tra l’altro abbastanza mediatizzata – di Poggio Picenze, ossia del progetto che assunse il significativo nome di «fratelli d’Italia»: Cpi in quell’occasione, infatti, non aiutò la popolazione terremotata in nome di un vago filantropismo, così come non si presentò ad essa per elargirle mortificanti elemosine. Le tartarughe frecciate erano lì, invece, per far sentire il proprio calore a un popolo che sentivano fratello, perché italiano, perché fatto della stessa carne e dello stesso sangue: l’Italia, in quel momento, si faceva lì, era lì. È qui, allora, che cadono gli alibi, che la supponente retorica fa posto al silenzio più eloquente, che lo sguardo, pocanzi altero e sicuro, si abbassa.

Ad ogni buon conto, Riprendersi tutto – oltre all’esposizione organica e allo stile piano e incalzante, che già di per sé lo rendono quanto mai prezioso e godibile – rappresenta a mio parere molto più di un libro, specialmente per i tanti militanti della tartaruga frecciata, perché in alcuni casi può disvelar loro in tutta chiarezza ciò che prima avevano capito e vissuto attraverso l’intuizione, la fascinazione e l’esperienza: più che di un semplice libro, infatti, si tratta di un’altra coordinata da aggiungere sulla bussola, di un punto di riferimento ulteriore per una consapevolezza a 360°, che – si badi bene – non deve trasformarsi né in un manuale d’istruzioni né in un Verbo rivelato, causando così tic e ricorsi autistici all’ipse dixit. Perché Riprendersi tutto – ripeto – non è il punto di arrivo di una percorso, bensì solamente una tappa, un atollo a cui si è fatto scalo prima di salpare nuovamente verso altre acque e altri arrembaggi. Perché la rivoluzione è continua, è permanente: è, come recita il sottotitolo dell’opera stessa, una «rivoluzione in atto».

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giovedì 17 marzo 2011

Viva l’Italia, la Semprerinascente!

CANTO AUGURALE ALLA NAZIONE ELETTA

(dall’Elettra, secondo libro delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi)




Italia, Italia,
sacra alla nuova Aurora
con l’aratro e la prora!

Il mattino balzò, come la gioia di mille titani,
agli astri moribondi.
Come una moltitudine dalle innumerevoli mani,
con un fremito solo, nei monti nei colli nei piani
si volsero tutte le frondi.
Italia! Italia!

Un’aquila sublime apparì nella luce, d’ignota
stirpe titania, bianca
le penne. Ed ecco splendere un peplo, ondeggiare una chioma...
Non era la Vittoria, l’amore d’Atene e di Roma,
la Nike, la vergine santa?
Italia! Italia!

La volante passò. Non le spade, non gli archi, non l’aste,
ma le glebe infinite.
Spandeasi nella luce il rombo dell’ali sue vaste
e bianche, come quando l’udìa trascorrendo il peltàste
su ’l sangue ed immoto l’oplite.
Italia! Italia!

Lungo il paterno fiume arava un uom libero i suoi
pingui iugeri, in pace.
Sotto il pungolo dura anelava la forza dei buoi.
Grande era l’uomo all’opra, fratello degli incliti eroi,
col piede nel solco ferace.
Italia! Italia!

La Vittoria piegò verso le glebe fendute il suo volo,
sfiorò con le sue palme
la nuda fronte umana, la stiva inflessibile, il giogo
ondante. E risalìa. Il vomere attrito nel suolo
balenò come un’arme.
Italia! Italia!

Parvero l’uomo, il rude stromento, i giovenchi indefessi
nel bronzo trionfale
eternati dal cenno divino. Dei beni inespressi
gonfia esultò la terra saturnia nutrice di messi.
O madre di tutte le biade,
Italia! Italia!

La Vittoria disparve tra nuvole meravigliose
aquila nell’altezza
dei cieli. Vide i borghi selvaggi, le bianche certose,
presso l’ampie fiumane le antiche città, gloriose
ancóra di antica bellezza.
Italia! Italia!

E giunse al Mare, a un porto munito. Era il vespro.
Tra la fumèa rossastra
alberi antenne sàrtie negreggiavano in un gigantesco
intrico, e s’udìa cupo nel chiuso il martello guerresco
rintronar su la piastra.
Italia! Italia!

Una nave construtta ingombrava il bacino profondo,
irta de l’ultime opere.
Tutta la gran carena sfavillava al rossor del tramonto;
e la prora terribile, rivolta al dominio del mondo,
aveva la forma del vomere.
Italia! Italia!

Sopra quella discese precìpite l’aquila ardente,
la segnò con la palma.
Una speranza eroica vibrò nella mole possente.
Gli uomini dell’acciaio sentirono subitamente
levarsi nei cuori una fiamma.
Italia! Italia!

Così veda tu un giorno il mare latino coprirsi
di strage alla tua guerra
e per le tue corone piegarsi i tuoi lauri e i tuoi mirti,
o Semprerinascente, o fiore di tutte le stirpi,
aroma di tutta la terra
Italia! Italia,
sacra alla nuova Aurora
con l’aratro e la prora!

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venerdì 15 maggio 2009

Spengler e l’Italia



Se si cercano nell’opera di Spengler (sopra in foto) indicazioni riguardanti la situazione politica e spirituale della nazione italiana, si troverà che non esiste un pensiero unitario al riguardo. Al di là dell’ammirazione espressa in Neubau des deutschen Reiches (1924) e in Jahre der Entscheidung (1933) verso Benito Mussolini – ammirazione che però non si estende al fascismo come movimento o ideologia ma rimane circoscritta alla figura cesarea del Duce, alla cui personalità Spengler riconduce tutto il fenomeno fascista in Italia – l’opinione di Spengler sull’anima italiana non è lusinghiera.

In Preußentum und Sozialismus (1919), gli Italiani, insieme ai Francesi, sono le nazioni anarchiche contrapposte alle nazioni socialiste (Spagnoli, Inglesi, Prussiani). «Nel XV secolo, l’anima di Firenze si rivoltava contro lo spirito gotico […]. Quello che noi chiamiamo Rinascimento è la volontà antigotica di un’arte composta e di una formazione intellettuale raffinata; è, assieme alla gran quantità di Stati predoni, alle repubbliche, ai condottieri, alla politica del “momento per momento” descritta nel classico libro di Machiavelli, al ristretto orizzonte di tutti i disegni di potenza – compresi quelli del Vaticano in quel periodo – una protesta contro la profondità e la vastità della coscienza cosmica faustiana. A Firenze è nato il tipo del popolo italiano». Nei frammenti storici, ascriverà l’anima di Firenze all’origine etrusca, ma non si dilungherà altrimenti sull’Italia.

Il secolo italiano si sarebbe dunque svolto e concluso già all’inizio del meriggio della Kultur faustiana, tra il ‘400 e il Sacco di Roma (1527), con cui inizia l’influenza spagnola. Allo spirito spagnolo Spengler attribuisce la creazione sia della corte asburgica di Vienna sia del Papato della Controriforma, tuttora dominato dallo spirito gotico-spagnolo e dall’idea universale dell’ultramontanismo, creazione dello spirito spagnolo così come il capitalismo è creazione dello spirito inglese e il socialismo lo è dello spirito prussiano. Questo spirito è anche ponte tra il socialismo prussiano e il periodo gotico: Bismarck per esempio è considerato l’ultimo uomo di Stato di stile spagnolo.

Questa analisi prosegue ora lasciandosi dietro gli scritti di Spengler, ma sempre alla luce del suo pensiero e traendone le giuste conseguenze. Esaurito il proprio secolo, la nazione italiana ha subìto varie influenze mischiate ed innestate sul proprio spirito: dalla politica francese del Piemonte madamista o della Serenissima al tramonto, al genio spagnolo di un Eugenio di Savoia, all’illuminismo “all’inglese” di un Francesco di Lorena, diventando campo di battaglia tra le idee e le nazioni faustiane. Anche il nostro Risorgimento reca i segni di uno scontro tra lo spirito spagnolo ormai al tramonto (l’Austria e il Papa), i limitati sussulti della Francia (Napoleone III), il liberalismo inglese (Mazzini, Garibaldi) e l’influenza prussiana (Cavour, Crispi). Di stampo italo-francese è stato poi l’intervento nel 1915, che mirava a Trento e Trieste, senza vedere la lotta titanica tra Inglesi e Prussiani. Dopo esser tornata protagonista col cesarismo mussoliniano, è sprofondata al ruolo di provincia, in seguito alla guerra mondiale.

Se ora si volesse, sempre con una visione storica di carattere spengleriano, inquadrare la giusta chiave per la riscossa nazionale dell’Italia – posto che, a nostro parere, il tentativo d’una nazione europea isolata rischia di risultare sterile – bisogna tenere conto e della situazione storica attuale e della storia del popolo italiano. Il cesarismo avanza, ma la lotta tra socialismo e capitalismo è ancora aperta, ed è inutile dire che il posto dell’Italia, come delle altre nazioni europee, non può che essere in una coalizione continentale d’animo prussiano anziché in una coalizione atlantica d’animo inglese, come oggi.




Il giudizio sull’anarchismo degli Italiani è impietoso ma vero, e spiega molti dei problemi del nostro Paese; ma l’Italia non è solo Firenze. Lasciando da parte lo spirito gotico-spagnolo asburgico-papale, in opposizione al quale essa si è formata, è a Roma che si deve guardare. Per Spengler, l’impero romano fu grande in un periodo di cesarismo, ed essendo l’animo di un popolo legato al paesaggio, è naturale che gli Italiani siano eredi di Roma e destinati a riscoprirne il destino di restare saldi di fronte al futuro. Così, se alla Germania Spengler mostrava il socialismo prussiano quale forma politica, è un “socialismo romano” che l’Italia deve riscoprire.

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martedì 10 febbraio 2009

Non scordo!

10 febbraio. Giorno della memoria per i martiri delle foibe. Il post di oggi, che prende spunto dal libro Venezia Giulia 1943. Prove tecniche di guerra fredda di Vincenzo Maria de Luca, ripercorre questa insanguinata pagina di storia italiana per troppi anni insabbiata dalla storiografia ufficiale.




Estate 1943. Arrestato Mussolini, Badoglio fu incaricato di formare un governo “tecnico” che, mentendo, si dichiarò favorevole nel proseguire la guerra a fianco dell’Asse. Durante i 45 giorni di governo badogliano, periodo in cui si contarono tra i civili più vittime che in tutto il ventennio fascista, si assistette al ritorno dei partiti sulla scena politica. Il 9 settembre 1943, giorno successivo all’annuncio dell’armistizio, i “risorti” partiti politici formarono il CLN (comitato di “liberazione” nazionale). Delle 6 formazioni politiche (partito socialista italiano di unità nazionale, partito d’azione, partito comunista italiano, democrazia cristiana, partito liberale italiano e partito della democrazia del lavoro) il partito comunista italiano (PCI) era quello più organizzato dal punto di vista strutturale e riuscì a mantenersi in collegamento con le realtà operaie del nord-est, zona che dal dopo 8 settembre conobbe la furia dei partigiani titini supportati, in nome di una fratellanza ideologica, dalla collaborazione dei comunisti italiani.

Facendo proprie le teorie di negazione del concetto di patria e di unione proletaria di Trotzkij, i partigiani comunisti consegnarono l’Istria e la Venezia Giulia nelle mani di Tito in nome della realizzazione (che non avvenne) del sogno della creazione di una superiore nazione socialista ed operaia. Fu, per migliaia di italiani che vi vivevano, l’inizio della fine. Deportazioni, infoibamenti (persone gettate, alcune ancora vive, nelle foibe; vale a dire voragini carsiche divenute fosse comuni) ed esodi furono le conseguenze della politica perpetrata da Tito e dalla collaborazione della sua quinta colonna comunista italiana.

Insieme al potere politico di Tito (in foto), crebbe anche l’acquiescenza e la passività del PCI nei suoi riguardi. Pur se mascherati dal rosso costume dell’ideologia comunista, nella realtà gli intenti di Tito erano quelli dell’allargamento territoriale, puntando sul controllo di tutta la Venezia Giulia nonché del Friuli. Già l’11 settembre 1943 il cosiddetto litorale sloveno venne annesso alla Slovenia; il 12 e il 13 la “dichiarazione di Pisino” tra partito comunista croato e PCI sanciva la nascita dell’Istria croata federata nella “libera e democratica” Jugoslavia.
La rilevanza politica di Tito si espanse al punto che, grazie all’appoggio di Stalin, egli riuscì ad ottennere che il suo fosse l’unico movimento partigiano operante in Jugoslavia. L'accordo che ne seguì tra Togliatti e Kardelj nell’ottobre 1944 nascondeva la sentenza di morte certa per gli italiani dell’Istria, motivo che spinse all’esilio ben 350.000 italiani tra il 1945 e il 1949. Fu col trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 che l’Italia veniva ufficialmente privata di Zara, Fiume e di quasi tutta l’Istria; e fu lo stesso trattato che istituì, su questi territori, due zone d’influenza: la zona “A” (Muggia, Trieste e il litorale fino a Monfalcone) sotto il controllo anglo-americano; la zona “B” (dal fiume Quieto a Capodistria e Buie) sotto il controllo slavo. Per ottenere il ritorno della zona “A” sotto il controllo italiano bisognerà attendere il 1954.

«La verità è oggi una cosa sola: il più puro antifascista che non abbracci senza riserve la tesi jugoslava diventa in queste terre martoriate, il più spregevole dei reazionari e nemico del popolo. Diventa semplicemente un fascista. Come tale gli spetta la foiba».
Questa parole, già pubblicate nel 1946 sull’opuscolo Foibe: la tragedia dell’Istria, indicano la verità e il criterio di scelta adottato dai partigiani titini sulla questione foibe; e in questo senso le parole di Ranieri Ponis fanno ancor più chiarezza: «non ci si accanì tanto su quelle persone perché fascisti, ma principalmente perché italiani».

Dal settembre 1943 gli slavi iniziarono a concretizzare il loro piano di cancellazione dell’italianità dell’Istria; in poco più di un mese i partigiani titini inflissero sofferenze di gran lunga più gravi di quelle subite dagli slavi nell’opera di snazionalizzazione istituita dal regime fascista. Anzi, è innegabile che i giovani slavi scorsero nell’opera fascista un miglioramento della loro condizione di vita: «tutti parlavano l’italiano, impararono a leggere e scrivere. Assolvendo agli obblighi di leva avevano girato l’Italia e visto che il mondo non si fermava là tra la stalla e il campanile [...]. I vecchi avevano visto la campagna rinverdirsi dopo secoli si siccità; avevano visto le strade asfaltate e macchine infernali rotolarvi sopra, contro le sgroppate a dorso d’asino dei loro tempi».

Tranne che nelle campagne, dove l’etnia dominante era slava, le cittadine dell’interno erano popolate da sempre da italiani. Gli slavi eliminarono i membri più in vista di tali cittadine e con azioni intimidatorie intimorirono l’opinione pubblica, vale a dire la massa della comunità italiana. Scomparvero nel nulla contadini, pescatori, preti e operai. Agricoltori titini e partigiani italiani avvicinarono all’idea comunista le masse proletarie con la falsa promessa di un regime democratico-progressista fondato sulla fratellanza italo-slava.

Dall’8 settembre 1943 la tattica italianicida era quella di far sembrare gli assassinî provocati dalla delinquenza comune (avvenivano di notte ed erano omicidi celeri); dal maggio 1945 tutto cambiò e l’eccidio venne portato avanti in modo più scientifico dalla polizia segreta di stato OZNA che si rese in questo protagonista assoluta. Per perpetrare uno sterminio rapido e senza clamori, la foiba era, per “predisposizione naturale”, perfetta. Essa fu tomba di tutte le “voci reazionarie” dove per reazionaria si intese, oltre che la componente fascista, tutta la resistenza italiana non comunista. Inoltre, rappresentando la classe dirigente (borghesia industriale), la comunità italiana dell’Istria fu vittima dell’intolleranza slavo-comunista: gli italiani vennero rastrellati casa per casa e processati da “tribunali popolari” in maniera più che sbrigativa.

Dal 1943 al 1945 e oltre, il numero degli infoibati si attesta su stime di 10.000 e passa persone. Vi sono tuttavia ben 37 foibe per le quali non è stato possibile alcun accertamento, ma al vaglio di analisi compiute negli ultimi anni, si confermerebbe che le vittime per mano slavo-comunista ammontino a un totale non inferiore a 16.500 persone.


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mercoledì 4 febbraio 2009

Privati a$$etati

Dall’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica, i privati hanno iniziato una vera e propria “politica aggressiva” per la conquista delle maggiori fonti e reti di distribuzione dell’acqua, tentando fino ad oggi di conquistare l’intero mercato nazionale. È fortemente maturato il loro interesse ad entrare nelle aziende municipalizzate ed a fare di queste facile e comoda fonte di speculazione e guadagno.

In ottemperanza alle direttive neoliberiste elaborate dai poteri forti internazionali, ciò che è di proprietà pubblica o di comunitaria utilità viene costantemente privatizzato. Nell’era del neoliberismo un bene che sia di pubblica utilità, offerto dalla natura e necessario alla sopravvivenza, viene ancor più considerato merce accaparrabile ed erogabile ai cittadini secondo le ordinarie logiche di mercato; anzi è proprio il suo essere un bene necessario alla sopravvivenza che offre opportunità di giganteschi profitti e fa sì che la vita venga costantemente controllata trasformando l’individuo in consumatore-schiavo: controllare i beni di vitale interesse comunitario significa effettivamente per le caste mercantili, le multinazionali e le mafie, suggellare il loro potere assoluto sui popoli.

La banca mondiale e le istituzioni finanziarie internazionali (IFI), in accordo con le multinazionali, chiedono ai paesi poveri d’impegnarsi per la privatizzazione del settore dell’acqua in cambio di prestiti. Gli accordi commerciali vanno nella stessa direzione: richiedono ai paesi di regolare i loro settori idrici e aprirli ad investimenti privati. Ironicamente, gran parte di questi paesi ha privatizzato per ricevere crediti dal Poverty Reduction and Growth Facility (PRGF).

Per quanto riguarda l’Italia la privatizzazione dell’acqua è stata legalizzata nel gennaio 1994 dalla legge Galli e il giro d’affari di questo scempio è di 2.530 milioni di euro all’anno. Gli Organismi ad hoc, espressione delle amministrazioni locali che occupano delle risorse idriche per il territorio di competenza, sono gli “Ato”. A loro tocca fissare le tariffe, decidere gli investimenti necessari, affidare la gestione tramite gare pubbliche o ricorrere ai privati. Ad oggi, dei 92 “Ato” italiani, 67 hanno già effettuato l'affidamento. Il 60% degli ambiti insediati ha optato per la concessione diretta a società a capitale pubblico, soprattutto nel nord dove su 68 gestori, 44 sono pubblici. I privati invece, tramite le società miste-pubbliche, controllano per circa il 70% l’erogazione dell’acqua di Lazio, Toscana ed Emilia. Diversa è la situazione di Sicilia, dove tutto il servizio di erogazione dell’acqua è gestito da capitalisti privati, e Sardegna, dove società a capitale pubblico, come la Abbanoa, sottraggono ai comuni la gestione della propria rete idrica e vengono gestite da manager signorotti della partitocrazia (ex sindaci, ex consiglieri, ex assessori etc.).

A loro volta, le società controllanti l’acqua sono controllate spesso da fondi di investimento, da banche d’affari, da imprese immobiliari e da multinazionali dell’acqua e non; e in tal proposito riportiamo come esempio l’Acea, azienda capitolina il cui maggior azionista è per il 51% il Comune di Roma, e il restante 49% è diviso principalmente tra la multinazionale francese Suez, il gruppo dell’immobiliarista Francesco Caltagirone e i due fondi di investimento Schroders Inv. e Pictet Asset management, quest’ultimo con forti partecipazioni in Veolia e Suez. Ben 7 società che controllano la nostra acqua sono quotate in borsa; dunque anche l’acqua, dopo il petrolio e i cereali diventa materia di gioco d’azzardo (è il termine per definire il mercato finanziario).

Una direttiva dell’Unione Europea impone gare pubbliche europee sia per l’affidamento di lavori che per la gestione del servizio idrico laddove sia applicata la legge Galli. L’articolo 35 della “finanziaria 2002” elaborato dall’allora governo Berlusconi ma approvato da entrambi i Poli, impose la conversione in società per azioni di tutte le aziende municipalizzate e di tutte le aziende di servizi pubblici entro il 2004; lo stesso articolo impose, sempre entro il 2004, la cessione ai privati del 40% della forza lavoro e delle infrastrutture delle aziende municipalizzate o pubbliche che controllavano più della metà dei servizi idrici italiani, con obbligo di gara per l’affidamento del servizio idrico a gestore privato. Il risultato di queste privatizzazioni è stato che rispetto a 4-5 anni fa, il costo delle bollette è triplicato, mentre i profitti delle aziende che controllano l’acqua sono aumentati del 700%.

Oltre al danno anche la beffa! Considerando che qualsiasi azienda privata (pur se travestita da pubblica) si pone come fine la massimizzazione del profitto col minimo dei costi e non il bene comune, accade che le imprese che gestiscono le risorse idriche hanno peggiorato la qualità del servizio offerto; basti pensare che il 40% dell’acqua si perde nel tragitto lungo le condutture, causa per cui in molti paesi l’acqua arriva a singhiozzo. Inoltre i processi che costituiscono il capitalismo, come l’industrialismo forsennato irrispettoso della natura fornisce spesso acqua inquinata: ormai oltre la metà delle falde acquifere del centro-nord sono gravemente inquinate; i grandi fiumi della Pianura Padana e delle regioni centrali portano con sé un mastodontico carico di veleni. Arsenico, ammoniaca, nitrati, pesticidi, ormoni e piombo sono solo una piccola parte delle sostanze presenti che hanno fatto aumentare l’incidenza di tumori. D’altronde è nell’interesse dei Mostri Societari che ci derubano l’acqua che questo bene scenda dai rubinetti avvelenato. Così facendo infatti ci costringono a comprare, non proprio a prezzi “popolari”, l’acqua imbottigliata che questi stessi Mostri Societari controllano.

La privatizzazione dell’acqua è una delle tante palesi dimostrazioni che il sistema politico-economico odierno esclude i cittadini da ogni reale funzione decisionale. Così descritta essa ha tutto l’aspetto di un crimine mondiale che va combattuto al pari di altri crimini commessi dalle belle plutocrazie oggi dominanti, quali l’ingordigia delle multinazionali, dei fondi internazionali e delle banche mondiali, i dettami dell’organizzazione mondiale del commercio (WTO) e dell’Unione Europea, e gli intrugli societari paramafiosi.

Tornando all’Italia, come si potrebbe impedire questo furto? Abolire la legge Galli e ritornare a far gestire le reti idriche ai comuni, integrando con sistemi di partecipazione diretta dei consumatori la direzione del servizio, rappresenterebbe una possibile soluzione; ma visto che la nostra è una realtà dove le leggi sono fatte a vantaggio di chi vive secondo l’etica del profitto e della speculazione, una soluzione socializzatrice risulterebbe fantascienza...


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giovedì 6 novembre 2008

Povera patria


ISTAT: "Sette milioni e mezzo di Italiani sono poveri, una famiglia su dieci sotto il limite minimo di spesa (986 € al mese!!), altre 890mila a rischio".



"La Democrazia è un modo per metterelo nel culo alla gente, soprattutto alla povera gente, col suo consenso". (M. Fini).



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