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martedì 5 giugno 2012

Il Risorgimento nel mito di Roma

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», giugno 2012.

In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia – oltre ai festeggiamenti e ai «solenni» discorsi delle alte cariche dello Stato – è stata prodotta una mole imponente di saggi, monografie, miscellanee, conferenze e convegni che hanno trattato del nostro Risorgimento. Molto spesso a sproposito, lasciando oltretutto ampio spazio ai vari rigurgiti antinazionali (padani, neoborbonici, neoguelfi, internazionalisti, mondialisti, ecc. ecc.). E anche la «nebulosa» neofascista ha in molti casi snobbato la memoria del nostro processo unitario, secondo schemi e modalità assai complessi e stratificati di cui abbiamo ampiamente trattato qui sulle colonne di «Occidentale».

Eppure, proprio in seno all’ambiente nazional-rivoluzionario, abbiamo potuto apprezzare una coraggiosa, doverosa e puntuale messa in discussione della tradizione antirisorgimentale neofascista. E questo, in particolare, grazie al volume miscellaneo curato da Pietro Cappellari Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore), il quale segna un punto di rottura all’interno del proprio ambiente di riferimento, e che si propone anche come punto di non ritorno: come fine degli equivoci, come riappropriazione di una gloriosa tradizione che, invece di essere dimenticata o distorta o umiliata, deve essere al contrario proiettata, decantata e potenziata, nell’avvenire prossimo e remoto.  

È proprio in tal contesto che si inserisce l’ultima fatica di Sandro Consolato, ossia Dell’elmo di Scipio. Risorgimento, storia d’Italia e memoria di Roma (Flower-ed, pp. 331, € 14). Consolato, cultore di «studi tradizionali» e direttore de «La Cittadella», per quest’operazione editoriale ha scelto un’opzione innovativa e coraggiosa, cioè la formula dell’e-book: gli amanti del cartaceo potrebbero scoraggiarsi nell’impresa, eppure – premetto subito – la lettura del documento telematico non risulta affatto scomoda o limitante. Tra l’altro l’opera merita un’attenta e meditata lettura poiché – sulla scorta di una vasta e valida bibliografia, oltreché grazie a una interessante chiave di interpretazione – l’autore confuta una per una tutte le distorsioni neofasciste del Risorgimento, mettendo altresì in luce la plurisecolare continuità, talvolta palese talaltra sotterranea, dell’ideale unitario italiano all’insegna di Roma e della romanità.

La specificità tutta italiana di quest’idea di ri-sorgenza (pensiamo, oltre a «Risorgimento», a termini quali «Rinascimento» e «Riscossa»), ossia l’idea del ripiego – per usare una formula locchiana – su un’origine mitica e carica di gloria, era stata del resto già notata e posta in rilievo da un insospettabile come Antonio Gramsci (insospettabile solo per chi ragiona ancora con paraocchi ideologici), che Consolato opportunamente cita: «Nel linguaggio storico-politico italiano è da notare tutta una serie di espressioni legate strettamente al modo tradizionale di concepire la storia della nazione e della cultura italiana, che è difficile e talvolta impossibile di tradurre nelle lingue straniere. […] Nasce nell’Ottocento il termine “Risorgimento” in senso più strettamente nazionale e politico, accompagnato dalle altre espressioni di “Riscossa nazionale” e “riscatto nazionale”: tutti esprimono il concetto del ritorno a uno stato di cose già esistito nel passato o di “ripresa” offensiva (“riscossa”) delle energie nazionali disperse intorno a un nucleo militante e concentrato, o di emancipazione da uno stato di servitù per ritornare alla primitiva autonomia (“riscatto”). Sono difficili da tradurre appunto perché strettamente legate alla tradizione letteraria-nazionale di una continuità essenziale della storia svoltasi nella penisola italiana, da Roma all’unità dello Stato moderno, per cui si concepisce la nazione italiana “nata” o “sorta” con Roma, si pensa che la cultura greco-romana sia “rinata”, la nazione sia “risorta”, ecc. La parola “riscossa” è del linguaggio militare francese, ma poi si è legata alla nozione di un organismo vivo che cade in letargia e si riscuote, sebbene non si possa negare che le è rimasto un po’ del primitivo senso militare».

L’acume di Gramsci, in effetti, lascia sbalorditi: in questa lucidissima notazione dell’intellettuale comunista, infatti, è contenuta l’idea fondamentale del ritorno all’origine mitica visto non come restaurazione anacronistica o reazionaria di un passato morto e sepolto, bensì come risveglio delle «energie nazionali», come progetto d’avvenire, come «ripresa offensiva», ossia come avanzata. È una concezione squisitamente rivoluzionaria, anche nel senso «tradizionale» indicato da Consolato, il quale intende la «ri-voluzione come ri-torno, quasi astronomicamente scandito, a una condizione originaria perduta in virtù di un perturbamento intervenuto nell’ordo rerum». Non fu d’altronde già D’Annunzio, non a caso cultore del mondo greco-romano nonché «Vate» della nuova Italia, a definire la nostra nazione, con un magnifico epiteto dall’eco omerica, la «Semprerinascente»?

E Consolato, di fatti, tenta di rintracciare il filo rosso del nostro ideale nazionale dall’Antichità sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, passando per i sovrani longobardi, Federico II di Svevia, Dante, Petrarca, Cola Di Rienzo, Alfonso d’Aragona, Machiavelli, Campanella, Vico, Filangieri, Romagnosi, Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi e tanti altri, più o meno conosciuti dal grande pubblico, i quali desiderarono ardentemente e prepararono lungo i secoli la rinascita dell’Italia nel nome augusto di Roma.

Proprio in questo contesto, del resto, si inserisce la critica spietata, ma acuta e documentata, delle fallaci interpretazioni neofasciste del Risorgimento. A cominciare da quella – interna dunque al «movimento tradizionale» – di Julius Evola, la quale aveva d’altra parte già ricevuto le obiezioni puntuali di Adriano Romualdi, uno tra i migliori allievi del Barone. Evola, infatti, fece sua in buona parte la lettura demonizzante della corrente neoguelfa («a destra» rappresentata soprattutto da Attilio Mordini), la quale vedeva nel Risorgimento un complotto massonico ai danni della Chiesa e del «mondo tradizionale», rintracciando viceversa i paladini della Tradizione nella Santa Alleanza, nell’Austria asburgica, nelle potenze della Restaurazione e in quel Metternich (l’«ultimo grande europeo» secondo Evola) che reputava l’Italia una mera «espressione geografica». Tutto un mondo, cioè, che tra l’altro – argomenta l’autore – si presenta tutt’altro che cristallino e in regola anche da un punto di vista strettamente tradizionale, non mancando tra le sue fila persone equivoche, ambigue e poco nobili, le quali talvolta intrattenevano inquietanti rapporti con varie sette e massonerie ben poco rispettabili.

E questo proprio mentre l’autore illustra, con dovizia di particolari e con valida documentazione, come presso molti gruppi insorgenti e unitaristi la Massoneria svolgesse la «funzione di “copertura” di realtà iniziatiche italiane ben più antiche della Libera Muratoria nata in Inghilterra nel 1717», con gli esempi di spicco della Carboneria, della Società dei Raggi e della Guelfia (ma il nome non tragga in inganno), le quali molto spesso si caratterizzavano in quanto depositarie dell’antica sapienza pitagorica. Così si può dire del resto di Garibaldi, spesso disprezzato dalla vulgata neoguelfa in quanto appartenente alla Massoneria, laddove Consolato mette ben in luce la poco nota ma radicatissima ispirazione romana dell’«eroe dei due mondi».

Insomma, ce n’è abbastanza per mandare in soffitta settant’anni di neofascismo reazionario e antirisorgimentale, riattivando invece – sia secondo tradizione che secondo rivoluzione (che è la quintessenziale sintesi fascista) – il nostro mito più puro e originario. Un mito che è carico di storia e di gloria, ma anche – se noi ancora lo vorremo – del più splendido destino.

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sabato 13 dicembre 2008

Tradizione: il segreto della grandezza di Roma



Ci sono termini ed espressioni che hanno uno strano destino, soprattutto se si tratta di traduzioni. Una di queste è l’espressione latina “mos maiorum”. Purtroppo in ambito accademico i traduttori di opere greche e latine ci offrono spesso versioni letterali, orribili e – va detto! – “sbagliate”. Sbagliate non già sotto un aspetto prettamente semantico (la traduzione è, in fin dei conti, accettabile), ma perché non tengono conto di una più libera ma esatta equivalenza tra termini di lingue diverse e, soprattutto, eludono – per stanca e incolore prassi scientifico-accademica – il fattore estetico. Per rendere mos maiorum troverete, infatti, “usanze dei padri”, “costume degli antenati” e altre formulacce del genere. Al contrario, per tradurre esattamente il termine, esiste una e una precisa parola: Tradizione (in greco èthos). Che altro sono “i costumi dei padri” se non princìpi e valori verso i quali i membri di una comunità devono osservare venerazione ed emulazione? “Tradizione”. Punto.

Il mos maiorum è inoltre assolutamente necessario per comprendere veramente la Romanità: esso, infatti, era alla base e si manifestava in ogni aspetto (diritto, famiglia, politica, cultura, religione…) della vita comunitaria e privata dei cittadini romani.

Il diritto romano, anzitutto, fu da principio regolato unicamente dalla tradizione non scritta che gli avi trasmisero ai posteri: prima della codificazione delle leggi delle XII tavole non esisteva, infatti, legge (lex da lego, cioè che deve esser letta in quanto scritta). «La concezione romana rifiuta in linea di massima la codificazione e mostra una forte riluttanza nella emanazione di singole leggi. Il popolo del diritto non è il popolo della legge»: questa la celebre formula coniata da F. Schulz nei Prinzipien des römischen Rechts (Princìpi del Diritto romano). Da qui nasce, in ambito giuridico, la dicotomia/antitesi tra mos e lex, tra costume che viene dalla veneranda tradizione e la legge. Così Cicerone, nelle Catilinarie, invoca il mos maiorum contro la legge scritta per poter mettere a morte Catilina: secondo la Tradizione era possibile condannare a morte i nemici della Patria, non per le leges Valeriae-Semproniae che proibivano la pena capitale per un cittadino romano. Questo esempio mette in evidenza l’enorme potere che la Tradizione esercitava nel diritto romano, molto spesso superiore alla stessa legge.

La Tradizione era altresì fondamentale nella vita politica e, in particolar modo, per il Senato. I membri di quest’ultimo, infatti, erano i discendenti degli eroi che fecero grande Roma e, giacché secondo i Romani la virtus maiorum si trasmetteva di padre in figlio, la auctoritas e la legittimazione del potere dei senatori venivano direttamente dalla gloria dei loro antenati. Tale principio si manifestava al massimo grado nei funerali pubblici delle famiglie patrizie, in cui tutte le imagines degli antenati della gens (maschere di cera che riproducevano le fattezze degli avi) sfilavano in lunghi cortei che si concludevano con l’orazione celebrativa, nella quale si lodavano, oltre alle virtù del defunto, le gloriose gesta dei suoi progenitori. Era quindi obbligatorio per gli eredi delle grandi famiglie di Roma conoscere le imprese dei propri antenati, e l’educazione dei giovani nobili verteva eminentemente sulla trasmissione dei mores maiorum. È emblematica al riguardo l’immagine, lasciataci dalla letteratura antica, di Scipione Emiliano che ritrova vigore e propensione a grandiose gesta osservando le immagini dei suoi avi.

Ma tale culto della Tradizione non esisteva esclusivamente nelle autorevoli famiglie patrizie, ma era altresì venerata la gloria populi Romani, ossia la Tradizione comune a tutto il popolo di Roma.
Ogni cittadino romano ha dunque il dovere di mantenere e, possibilmente, di accrescere la gloria dei padri, praticando la via della virtus.

Parimenti in ambito militare e religioso il mos maiorum è un elemento inscindibile dall’essenza stessa della Romanità. Le virtù dei maiores, come ce le tramandano gli scrittori greci e romani, sono le seguenti:

- Fortitudo: capacità, coraggio;
- Fides: fedeltà (verso gli altri);
- Pietas: fedeltà (verso gli dèi, la Patria, la famiglia);
- Iustitia: senso della giustizia;
- Audacia: coraggio;
- Constantia: costanza;
- Magnitudo animi: nobiltà d’animo;
- Aequitas: equità;
- Probitas: probità;
- Auctoritas: autorità;
- Honestas: onestà;
- Temperantia: misura;
- Clementia: moderazione.

La tradizione romana si fondava, in ultima analisi, sugli exempla maiorum, ossia le eroiche gesta compiute dagli avi, le quali spingevano i giovani a rendere sempre più grande Roma: e questo proprio perché gli esempi di virtù degli antenati erano tali in quanto volti all’accrescimento della gloria dell’Urbe. Si capirà meglio, quindi, il motivo per il quale l’educazione dei fanciulli romani si basasse sugli exempla maiorum: non precetti ma esempi, giacché il precetto istruisce, ma è l’esempio che trascina e muove gli animi.

In conclusione, vediamo che sia gli antichi che i moderni ravvisarono nel culto della Tradizione (il mos maiorum) il segreto della grandezza di Roma; e tanto più i romani se ne discostavano, tanto più era lecito parlare di decadenza e degenerazione dei costumi.
Non a caso lo storico greco Polibio canta la gloria di Roma spiegando ai propri compatrioti che Roma ha conquistato il mondo grazie alle sue istituzioni e alla forza che le viene dall’osservanza della sua nobile Tradizione.

Ora, dunque, potremo comprendere più a fondo il celeberrimo verso del poeta Ennio che, scolpendo il suo esametro come solido marmo, cantò: Moribus antiquis res stat romana virisque, «Roma si fonda sulla Tradizione e sui suoi eroi»!

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giovedì 20 novembre 2008

Non originali, ma originari: “Le radici spirituali dell’Europa. Romanità ed Ellenicità”


«La Storia è la metafora del Mito». Il breve saggio di Giandomenico Casalino, che riproduce un suo intervento ad una conferenza del 2006, è intriso di questo concetto fondamentale. Parole – e lo stesso Casalino se ne stupisce – di Andrea Carandini, celebre archeologo di formazione marxista. Questa premessa risulta indispensabile al vero e proprio tema della discussione, ossia le radici spirituali dell’Europa; «l’idiota modernista dice che il MITO È UNA METAFORA DELLA STORIA, cioè – secondo lui – il Fatto è l’unica cosa concreta e reale; il mito è la chiacchiera che metaforizza il fatto. Ma ignora – perché è cieco e non vede – che il fatto è tale ed esiste in quanto incarna l’Idea, come dice Hegel».

Casalino ci parla quindi della Romanità non già in senso storico e scientifico, bensì in senso strettamente spirituale e meta-storico, giacché «Roma non nasce, ma si manifesta alla Storia». Sono dunque presi in esame quei princìpi, quei valori – in una parola – quella Weltanschauung (Visione o Idea del mondo) che ha caratterizzato la civiltà romana, la quale seppe poi trasmetterla ai popoli soggetti (poi romanizzati e poi romani) e tramandarla – da qui “Tradizione” – ai posteri. Dice Casalino, infatti, che «il mistero di Roma è il mistero della nostra tradizione», e NOI ne siamo gli eredi «perché l’erede è spirituale, poi può esserlo patrimonialmente, ma prima di tutto deve ereditare moralmente: haeres nel diritto romano è colui che eredita lo ius gentis e lo ius imaginis, quindi il patrimonio cioè la tradizione del padre». Qui l’autore pone l’accento sull’etimologia del termine patrimonium, che viene da pater (padre) e -monium che accenna ad agente, ad azione: prima di essere un’eredità materiale, essa è dunque spirituale, poiché è richiesta l’azione da parte dell’erede; come diceva Goethe «ciò che hai ereditato dai padri conquistalo per possederlo».

Viene poi tracciata la differenza tra la Grecia e Roma. La Grecità è dunque «la scienza della contemplazione, è l’epistéme filosofico; quello greco è il discorso del “DATO COME VOLUTO” […] Il greco, trovandosi davanti l’universo, il cosmos, lo considera VOLUTO, cioè lo accetta poiché esso è divino». Dunque l’uomo greco contempla la perfezione della natura, ne carpisce la bellezza, e si armonizza ad essa; la filosofia ellenica appare dunque come la ricerca della comprensione di questo cosmos meraviglioso che gli dèi hanno creato, e l’arte scultorea ed architettonica greca ne riprodurrebbe l’armonia. In definitiva, la Grecità è l’Ascesi della Contemplazione.


La Romanità, al contrario, segue il discorso del VOLUTO COME DATO; secondo la formula di Carandini «Roma è l’atto costitutivo dell’Occidente». Quindi Roma, se “costituisce”, crea ex nihilo, è l’Ascesi dell’Azione. E l’áskesis, che è esercizio e salita, è sacrificio e abnegazione, «l’ascesi è eroica […] Il romano pertanto non vede un cosmos già ordinato, bello, che lui accetta. Il romano crea l’ordine dal nulla con “l’atto costitutivo”, pensa la natura in termini giuridici; nella sua cultura la legge è la natura ordinata in cosmos che è la res publica. […] Come il romano realizza l’ordine? Mediante l’azione che è sacra perché guarda verso l’Alto, verso il Sacro. E qual è l’azione sacra per eccellenza? Il Rito!». Quindi per Roma il cosmos è non già la natura, bensì lo Stato, la Res Publica, al di fuori del cosmos-res publica è il caos dei barbari; ma – secondo la celeberrima equazione ciceroniana – Res Publica è Res Populi, è il popolo ordinato secondo la legge, che è sacra, quindi il popolo è sacro (non a caso, i Tribuni della Plebe sono rivestiti della sacrosanctitas, ossia sono intoccabili in quanto sacri).

«Allora come con l’azione, con il rito si realizza l’Ordine? Prima del rito e prima di realizzare l’ordine cosa c’è? C’è la guerra, la via eroico-guerriera, la triade Iuppiter, Mars, Quirinus», ossia dalla città in pace (Quirino), attraverso la guerra (Marte), si giunge alla pace basata sulla giustizia (Giove), la costituzione della sacra res publica, l’Idea, il pactum, cioè la legge.

È con la legge, infatti, che Roma ha unificato il mondo: Roma è una civitas augescens, ossia una civiltà che si accresce, che accoglie gli altri popoli nel suo ordinamento civile basato sulla giustizia, e accomuna i loro destini al proprio, realizzandone la sintesi: è «la polarità tra l’Unità e la Molteplicità, che è il mistero risolto della Grecità e della Romanità». Per questo motivo l’ecumene romana e romanizzata è vissuta, nel suo essere storico, un millennio: poiché non ha violentato le altre genti, ma le ha accolte, ne ha fatto un solo popolo che è sacro e retto dalla giustizia della legge: «Roma cosa ha fatto? Ha realizzato la sintesi dell’inconciliabile […] cioè la sovranità del popolo con il sacro, il diritto con il sacro, lo ius imperii con la fede nella libertas, valore aristocratico indoeuropeo».

Ora ci sarà più facile capire come e perché Aurelio Simmaco, senatore della migliore nobiltà romana, rètore, filosofo e giurista, nel IV secolo d.C., poteva chiamare il poeta gallo Ausonio «maestro di latinitas e di romanitas»; e come e perché il generale e patrizio di origini vandale Stilicone poteva dire «fatevi da parte! Perché il nostro impero, anzi il mio impero, la mia civiltà, il mio mondo lo difendo io!».

E allora non ci stupiremo più se, negli anni bui dell’autunno dell’impero, il poeta gallo-romano Rutilio Namaziano scrive nel suo saluto a Roma, come a voler lasciare un imperituro messaggio di una civiltà che tramonta, Urbem fecisti quod prius orbis erat: «Hai reso città ciò che prima si chiamava mondo».

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