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giovedì 19 novembre 2009

Noi, inutili



di Marco Aurelio Casalino


«Come eravamo inutili…». Scrive Nietzsche. Si riferisce alla sua adolescenza, in compagnia di un suo caro amico. Il tanto enigmatico filosofo si riferisce ad uno specifico “modo di essere”, che tocca il suo punto cardine nel periodo giovanile della vita. Azzardo a dire (rischiando di non essere più letto dopo questo rigo!), che chi non ha mai provato la sensazione a cui si riferisce il filosofo, e alla quale mi rifaccio in questo scritto, non ha mai avuto speranza di essere un uomo libero. Almeno per un attimo.

La polemica di Nietzsche è ovviamente sociale (nonché culturale, di conseguenza politica), radicata nel sistema che vive, ed è facilmente accostabile alla società che viviamo oggi: egli si scaglia contro l’egualitarismo democratico-borghese e utilitarista, contro l’uomo pratico-moderno (il cosiddetto «homo œconomicus»), che ha esclusivamente nel materiale la sua ragione di vita. A questo oppone quello che noi, volgarmente, chiamiamo «Superuomo» (ben lontano dal Superman americano, e ben lungi dall’essere super...), ovvero un mito, un punto di riferimento, una figura ideale che rappresenta la vera tensione e volontà di superamento, dove all’utile dell’uomo moderno è opposto l’«inutile» («come eravamo inutili»...), ossia alle «cose» vengono opposte le «idee», agli «oggetti» i «pensieri», alla pavida morale la virtù del coraggio, alla razionalità pratica l’innocenza infantile, alla conservazione passiva la creazione «divina e superumana», al conformismo e all’egoismo l’intransigenza e l’incontrollabilità, al brutto, servile, meschino, basso, timoroso, vile e “normale” oppone l’orgoglio di chi ride di scherno della legge del profitto e della morale piccolo-borghese. In pochissime parole, alla modernità oppone la tradizione.

Nietzsche, pensando gioiosamente alla sua giovinezza spensierata e pura («come eravamo inutili»...), guarda ai giovani del suo tempo ed alle generazioni future; la sua speculazione filosofica, in questo ambito, si basa sul descrivere quello che ai suoi occhi è il decadente scenario della sua cultura, per invogliare i giovani a ribellarsi alla prassi democratica dell’educazione di massa ed alla sottomissione della cultura e dell’educazione all’economia. Non sarà né il primo né l’ultimo a sviluppare questo pensiero, ma la perdita dello «stupore infantile» della società moderna, a vantaggio della «competenza-efficienza» (che è sempre auto-annullamento ed alienazione...) della società moderna, è spesso presente nei suoi scritti. E con sorprendente vigore denunciati. Questo «assoggettamento totale» dell’uomo al mero interesse economico è per Nietzsche una vera e propria castrazione dell’evoluzione naturale dell’uomo stesso, costretto a vivere «all’altezza del proprio tempo, con cui si conoscono tutte le realtà per arricchirsi, e nel modo più facile». Vittoria della predazione, quindi involuzione, regresso, decadenza. Ecco la modernità, il luogo principe della sovversione («il rovesciamento dei valori»), ove la massa è informe, indistinta, uguale a sé stessa. Nulla, insomma.

«Non possiamo certo passare sotto silenzio il fatto che molti presupposti dei nostri metodi moderni di educazione portino con sé il carattere dell’innaturalezza, e che le più fatali debolezze della nostra epoca si connettano proprio a questi metodi innaturali di educazione».
L’uomo utilitario, in un’epoca siffatta, diviene schiavo e soffocato da una morale misera e materialista, drogato dall’educazione di massa, e attuatore dell’idea egualitarista. L’egualitarismo, che Nietzsche vede come storicizzazione nei secoli della morale cristiana, è un potere che opprime l’uomo, l’uomo che vuole essere «libero di e non libero da». Egli vede come anima portante di quest’uomo decadente e simbolo dell’oppressione morale la figura del «prete», ma non solo nell’ambito Chiesa, bensì anche nella figura del politico, e quindi nella cultura, nell’arte, nella scienza. Insomma, una qualsiasi istituzione moderna è schiava del pensare moderno («umano troppo umano»).

Solo attraverso un grande «no», un grande rifiuto e un inopinabile disgusto verso questa società, una grande rivoluzione sarà in marcia. E solo così, forse, gli uomini potranno nuovamente sentire quella strana e unica sensazione di invincibile libertà, con gli occhi curiosi verso il mondo e il cuore pieno di ardore. Solo così potranno tornare a sentirsi, anche solo per un attimo, «inutili». Inutili per vivere intensamente la loro vita, ed abbracciare altrettanto intensamente la propria morte. «Colui che adempie la sua vita, morrà la sua morte da vittorioso. Così si dovrebbe imparare a morire. Questa è la morte migliore: morire in battaglia e profondere un animo grande». Sembra un’impresa, miei cari uomini liberi, attuare queste parole nella realtà che viviamo, ma non possiamo (non possiamo!) rassegnarci ad un’esistenza del «produci-consuma-crepa». «Siamo così, e non possiamo essere altrimenti», ci ricorda Evola.

E allora, il Superuomo nietzscheano, il «ricorda chi eravamo» di Re Leonida, il grido di vendetta di Achille e quello di libertà di William Wallace, il «mito della caverna» di Platone, il «cavalcare la tigre» di Evola, o il «verrà il nostro giorno» di Bobby Sands, il «Patria o muerte» del “Che”, o Dante quando ci dice «uomini siate, non pecore matte», e tanti altri, possono essere interpretati anche individualmente, se si tratta di ribellione, in mancanza di una vera guida.
Può essere chiamato anarchia, fascismo, comunismo, nazionalsocialismo, razzismo, socialismo, esistenzialismo, brigantaggio, populismo, etc.
Quello che veramente ci deve accomunare è la fede nei confronti di una guerra che, interiore o militante che sia, assume una forma quasi metafisica, ma soprattutto deve riconoscersi nello stesso nemico da combattere. Una guerra da combattere anche da soli, se è necessario. Contro tutto e tutti. Una guerra anche già persa, «inutile»... appunto. Noi siamo i ribelli. Gli inutili.

«Il ribelle vuole solo rimanere fedele a sé stesso, fedele ad una scelta fatta da ragazzo» scrive Massimo Fini. Cercate qualcosa per cui valga la pena vivere, e sarà la stessa cosa per cui varrà la pena morire, altrimenti non sarete pronti e forti e liberi abbastanza per vivere, e qualcun altro troverà “quel qualcosa” per voi. Questo ci insegnano i nostri padri. Così Nietzsche: «La natura mette, di tanto in tanto, al mondo certi uomini cui assegna compiti superiori al comune. Questi hanno un destino speciale: per loro è normale che non valgano le leggi comuni; essi devono far valere le loro idee, la loro forza, e devono usarla».

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martedì 19 maggio 2009

Il Male Assoluto?


«Oggi è facile sottovalutare il fascino rivoluzionario del Fascismo; lobiettivo è stato quello di demistificarlo, e un nuovo positivismo si è impadronito dellimmaginazione storica»


George L. Mosse (1918 – 1999) era uno storico coraggioso e di chiara fama internazionale, oltre che di origine ebraica.
Forse proprio per questo ha potuto scrivere l’agile opera in questione (Il Fascismo. Verso una teoria generale), in cui tenta di storicizzare l’esperienza del Fascismo italiano facendo piazza pulita di molti luoghi comuni e preconcetti che hanno caratterizzato gli studi sulla questione (soprattutto in Italia).
Tutto ciò attraverso un’analisi breve quanto documentata e tagliente, che non pretende di essere esaustiva ma di offrire un decisivo contributo alla definizione dei caratteri fondamentali del fenomeno fascista. I giudizi e le espressioni che utilizza (e che noi mettiamo provocatoriamente in risalto) farebbero tutt’oggi trasalire i salottieri radical-chic e gli ottusi guardiani dell’antifascismo, cattivi maestri e primi colpevoli dell’ideologizzazione della storia.

Mosse afferma che «non si può condannare il totalitarismo senza tener conto della rovina delle strutture parlamentari e sociali» del tempo, piene di «problemi strutturali e ideologici». Il Fascismo infatti fece appello a «una tradizione antica e viva di democrazia popolare da sempre opposta ai parlamenti europei» molto sentita tra la popolazione, e su questa basò gran parte del suo successo.
Ad essa si rifacevano i culti nazionali del regime, con l’obiettivo di arrivare a una vera e propria “religione civile (sull’esempio di Rousseau). Primario fu il richiamo alla Romanità e alla forza della comunità naturale” e “genuina”, sintesi di tutte le istanze nazionali e superiore ai singoli interessi individuali.

Oltre a questi richiami al passato ci furono anche spinte rivoluzionarie «alimentate dalla gioventù e dall’esperienza bellica»: Futurismo, esaltazione della Giovinezza («anche i capi erano giovani») e culto della guerra: «il cameratismo veniva additato ad esempio per porre termine alla divisione di classe all’interno della nazione».
Quest’ultima frase ci collega ad un altro degli assi portanti del regime: il mito della Terza Via”, cioè la rivolta spirituale ed interclassista al materialismo del marxismo e del capitalismo. Proprio grazie a questa visione (nata nei Sindacati Rivoluzionari) si ebbe «la supremazia della politica fascista sull’aspetto economico: il mito spinse gli interessi economici in una posizione servile».

Non si può trascurare neanche l’importanza dei valori del mondo borghese («rispettabiltà, laboriosità, buone maniere») propri di gran parte della classe dirigente. Proprio contro di essi si scatenarono «i giovani italiani appartenenti alla classe ‘35» che «volevano tornare agli inizi del movimento, al suo attivismo e alla sua guerra contro l’alienazione» per portare fino in fondo «lutopia fascista».
Ed è appunto sulla scia di questi fermenti che Mussolini fa partire la campagna contro «i valori borghesi» per dare nuovo vigore al «fascismo che invecchia». Per la stessa ragione, egli si avvicina al razzismo, che non era componente «necessaria» della sua ideologia: fu un grave errore, dettato anche «dall’influenza tedesca».

Mosse riconosce però al Duce «una dimensione più umana rispetto al Führer».

Nonostante aspetti come questo ed altri parimenti criticabili, l’autore arriva a dire che «il mito fascista esercitò un richiamo interclassista e insieme ai successi tangibili rese possibile il consenso».
Vittorie «sociali ed economiche», oltre al fatto di aver «portato l’ordine e conferito un certo dinamismo a un governo che era stato fiacco e corrotto, riuscendo ad attutire gli effetti della depressione europea».

In definitiva «il nuovo stile politico si guadagnò il consenso popolare perché preferenze e desideri del popolo coincidevano in gran parte con quelli del regime».


La teoria generale sul Fascismo dell’autore risulta quindi quella di considerarlo come «un atteggiamento verso la vita» (vedi anche La tentazione fascista di Tarmo Kunnas) innervato da tutti gli aspetti culturali succitati, permeati di nazionalismo, che «era, ed è sempre, la principale forza coesiva tra i popoli».

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sabato 13 dicembre 2008

Tradizione: il segreto della grandezza di Roma



Ci sono termini ed espressioni che hanno uno strano destino, soprattutto se si tratta di traduzioni. Una di queste è l’espressione latina “mos maiorum”. Purtroppo in ambito accademico i traduttori di opere greche e latine ci offrono spesso versioni letterali, orribili e – va detto! – “sbagliate”. Sbagliate non già sotto un aspetto prettamente semantico (la traduzione è, in fin dei conti, accettabile), ma perché non tengono conto di una più libera ma esatta equivalenza tra termini di lingue diverse e, soprattutto, eludono – per stanca e incolore prassi scientifico-accademica – il fattore estetico. Per rendere mos maiorum troverete, infatti, “usanze dei padri”, “costume degli antenati” e altre formulacce del genere. Al contrario, per tradurre esattamente il termine, esiste una e una precisa parola: Tradizione (in greco èthos). Che altro sono “i costumi dei padri” se non princìpi e valori verso i quali i membri di una comunità devono osservare venerazione ed emulazione? “Tradizione”. Punto.

Il mos maiorum è inoltre assolutamente necessario per comprendere veramente la Romanità: esso, infatti, era alla base e si manifestava in ogni aspetto (diritto, famiglia, politica, cultura, religione…) della vita comunitaria e privata dei cittadini romani.

Il diritto romano, anzitutto, fu da principio regolato unicamente dalla tradizione non scritta che gli avi trasmisero ai posteri: prima della codificazione delle leggi delle XII tavole non esisteva, infatti, legge (lex da lego, cioè che deve esser letta in quanto scritta). «La concezione romana rifiuta in linea di massima la codificazione e mostra una forte riluttanza nella emanazione di singole leggi. Il popolo del diritto non è il popolo della legge»: questa la celebre formula coniata da F. Schulz nei Prinzipien des römischen Rechts (Princìpi del Diritto romano). Da qui nasce, in ambito giuridico, la dicotomia/antitesi tra mos e lex, tra costume che viene dalla veneranda tradizione e la legge. Così Cicerone, nelle Catilinarie, invoca il mos maiorum contro la legge scritta per poter mettere a morte Catilina: secondo la Tradizione era possibile condannare a morte i nemici della Patria, non per le leges Valeriae-Semproniae che proibivano la pena capitale per un cittadino romano. Questo esempio mette in evidenza l’enorme potere che la Tradizione esercitava nel diritto romano, molto spesso superiore alla stessa legge.

La Tradizione era altresì fondamentale nella vita politica e, in particolar modo, per il Senato. I membri di quest’ultimo, infatti, erano i discendenti degli eroi che fecero grande Roma e, giacché secondo i Romani la virtus maiorum si trasmetteva di padre in figlio, la auctoritas e la legittimazione del potere dei senatori venivano direttamente dalla gloria dei loro antenati. Tale principio si manifestava al massimo grado nei funerali pubblici delle famiglie patrizie, in cui tutte le imagines degli antenati della gens (maschere di cera che riproducevano le fattezze degli avi) sfilavano in lunghi cortei che si concludevano con l’orazione celebrativa, nella quale si lodavano, oltre alle virtù del defunto, le gloriose gesta dei suoi progenitori. Era quindi obbligatorio per gli eredi delle grandi famiglie di Roma conoscere le imprese dei propri antenati, e l’educazione dei giovani nobili verteva eminentemente sulla trasmissione dei mores maiorum. È emblematica al riguardo l’immagine, lasciataci dalla letteratura antica, di Scipione Emiliano che ritrova vigore e propensione a grandiose gesta osservando le immagini dei suoi avi.

Ma tale culto della Tradizione non esisteva esclusivamente nelle autorevoli famiglie patrizie, ma era altresì venerata la gloria populi Romani, ossia la Tradizione comune a tutto il popolo di Roma.
Ogni cittadino romano ha dunque il dovere di mantenere e, possibilmente, di accrescere la gloria dei padri, praticando la via della virtus.

Parimenti in ambito militare e religioso il mos maiorum è un elemento inscindibile dall’essenza stessa della Romanità. Le virtù dei maiores, come ce le tramandano gli scrittori greci e romani, sono le seguenti:

- Fortitudo: capacità, coraggio;
- Fides: fedeltà (verso gli altri);
- Pietas: fedeltà (verso gli dèi, la Patria, la famiglia);
- Iustitia: senso della giustizia;
- Audacia: coraggio;
- Constantia: costanza;
- Magnitudo animi: nobiltà d’animo;
- Aequitas: equità;
- Probitas: probità;
- Auctoritas: autorità;
- Honestas: onestà;
- Temperantia: misura;
- Clementia: moderazione.

La tradizione romana si fondava, in ultima analisi, sugli exempla maiorum, ossia le eroiche gesta compiute dagli avi, le quali spingevano i giovani a rendere sempre più grande Roma: e questo proprio perché gli esempi di virtù degli antenati erano tali in quanto volti all’accrescimento della gloria dell’Urbe. Si capirà meglio, quindi, il motivo per il quale l’educazione dei fanciulli romani si basasse sugli exempla maiorum: non precetti ma esempi, giacché il precetto istruisce, ma è l’esempio che trascina e muove gli animi.

In conclusione, vediamo che sia gli antichi che i moderni ravvisarono nel culto della Tradizione (il mos maiorum) il segreto della grandezza di Roma; e tanto più i romani se ne discostavano, tanto più era lecito parlare di decadenza e degenerazione dei costumi.
Non a caso lo storico greco Polibio canta la gloria di Roma spiegando ai propri compatrioti che Roma ha conquistato il mondo grazie alle sue istituzioni e alla forza che le viene dall’osservanza della sua nobile Tradizione.

Ora, dunque, potremo comprendere più a fondo il celeberrimo verso del poeta Ennio che, scolpendo il suo esametro come solido marmo, cantò: Moribus antiquis res stat romana virisque, «Roma si fonda sulla Tradizione e sui suoi eroi»!

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martedì 9 dicembre 2008

Tradizione. Idee, teorie e forme


Il mito di Enea e la sua celebre fuga da Troia rappresentano, in maniera emblematica, la Tradizione: l'eroe che porta sulle proprie spalle il vecchio padre Anchise (con in mano le statuette dei Penati, gli spiriti degli antenati, protettori della casa), simbolo dell'uomo che ricorda e si riconosce nel proprio passato; ma l'eroe, a sua volta padre, tiene per mano anche il figlioletto Ascanio, il quale edificherà la nuova Troia (la Roma eterna), simbolo del futuro: perfetta immagine di trasmissione di padre in figlio.




Se pensiamo alla parola "tradizione" ci viene subito in mente un'immagine, una sorta di dipinto raffigurante usanze, costumi e luoghi lontani da noi; indietro nel tempo. Un qualcosa che ci appartiene ma che vive in un passato a cui possiamo avvicinarci solo tramite il ricordo, o l'immaginazione. Un qualcosa di irrangiungibile che, proprio per questo motivo, affascina e rende nostalgici al tempo stesso. Tuttavia Tradizione e nostalgia di tempi passati non sono la stessa cosa; anzi, erigere il passato a principio segna la scomparsa della Tradizione.

Su questo tema è interessante il libro Di padre in figlio: elogio della Tradizione di Marcello Veneziani. Nei tre capitoli che lo compongono, l'autore ci fornisce un ideario della Tradizione, ci spiega quali sono le maggiori teorie tradizionaliste e quali forme il fenomeno ha assunto attraverso il pensiero di diverse figure intellettuali come Nietzsche, Gentile, Vico, Machiavelli, Evola, Guénon, e tanti altri. Il suo studio si conclude con una domanda, cui segue una breve riflessione: «È viva e visibile la Tradizione nel nostro tempo?»

Come già detto, la Tradizione non è il culto del passato, di ciò che è estinto. Al contrario le tradizioni perdute non possono più nemmeno dirsi tradizioni perché hanno smesso di tradere. È invece nella resistenza alla morte che la Tradizione continua a vivere, e la sua essenza è «la visione di una continuità oltre il raggio individuale dell'esistenza».
Lo spirito della Tradizione non risiede nel rito o nell' usanza culturale, ma nella forma mentis che li originano. Tale spirito risiede nell'idea di Tradizione come categoria universale che mette il singolo o la comunità in condizione di «collegarsi, secondo un sapere e una prassi che si configurano appunto in una tradizione». Più è salda, e meno la Tradizione necessita di essere evocata. La cultura è, in questo senso, l'anello di congiunzione tra mito e realtà: è attraverso la costruzione di valori, usi e costumi che una comunità, riconoscendosi in essi e sentendoli come un qualcosa di naturalmente acquisito, può avvicinarsi al sacro; la Tradizione diviene allora la principale agenzia di questi valori e assume significato proprio in questa continuità, in questa viva trasmissione. Tuttavia, al fine di non creare confusione, va sottolineato che le tradizioni non sono universali, è il principio che le fonda ad esserlo.

La visione tradizionale è sempre una visione olistica, comunitaria. Fa tanto parte del passato quanto del futuro: essendo il suo principio vitale la continuità e non la memoria, essa «è il filo che unisce gli avi ai nipoti tramite noi»; il passato che attraverso il presente va verso il futuro. In questo scenario, dunque, se l'idea di Tradizione si fonda sulla trasmissione, sulla continuità, il suo antagonista non è il Progresso, come spesso ed erroneamente si tende a pensare, in quanto il Progresso non nega il concetto di continuità, anzi lo presuppone.

Quando una Tradizione muore, i valori vengono trasmessi da un Intellettuale Collettivo che, divenendo il nuovo interprete dello "Spirito del Tempo", può incaricarsi di liberare la comunità dal fardello delle radici e delle identità. Ma può anche farsi portatore di valori appartenenti a una defunta Tradizione. In questo caso, tali valori verranno percepiti come un qualcosa di distante dal comune sentire della collettività, e il vivere secondo questi valori risulterà più un'imposizione che un atto naturale.

La Tradizione, come abbiamo visto, è un importantissimo motore che, se acceso, trasmette ai popoli il bagaglio culturale che li catarerizza come tali. Non stupisce perciò che la Tradizione ha affascinato e acceso la curiosità di filosofi e studiosi dei fenomeni sociali. Veneziani ci illustra alcune (molte) teorie e vere e proprie ideologie fondate sul concetto di Tradizione di questi studiosi e ce ne fornisce, secondo il suo punto di vista, una sintesi.

Nietzsche (1844 - 1900) osserva la Tradizione e nota che la sua importanza varia a seconda dell'"ambiente" cui viene accostata. Se risulta indispensabile nella vita di un popolo poiché «architrave per la coesione sociale», risulta dannosa per l'individuo e in particolare per il filosofo, che dovrebbe svincolarsi da tale idea. Creare una nuova Tradizione, edificata dalla volontà di potenza e sul concetto di eterno ritorno dell'uguale, sarà invece compito del superuomo.
M. F. Sciacca (1908 - 1975) invece si fa più critico e se la prende col processo di estensione dei mercati, della globalizzazione diremmo oggi, colpevole di perpetrare uno sradicamento dei popoli e delle loro tradizioni. Studiando i fenomeni antagonisti di castrismo-guevarismo e kennedismo, egli osserva che sono due facce di una stessa medaglia. Le idee di queste due esperienze si congiungono e danno vita alla figura dell'anti-tradizionale liberal odierno.

Per Vico (1668 - 1744) la Tradizione è la tendenza umana a conservare «memorie delle leggi e ordini». I governi, e anche i poeti, devono conformarsi alla natura delle persone che sono governate. La sua visione della storia è ciclica ma non è una visione dove l'uguale ritorna eternamente, ma dove a ripresentarsi continuamente è l'analogo; il nuovo non è perciò ripetizione del vecchio, ma analogia. In un siffatto quadro l'idea vichiana di Tradizione non è incompatibile con l'idea di progresso.
Alla Tradizione dedica il suo studio anche Machiavelli (1469 - 1527), che la vede come elemento coesivo dei popoli e fondamento per le virtù civiche ed etiche. Per lui la politica non deve insegnare il bene, ma scovare il "nascondiglio del male" e combatterlo. L'attaccamento a valori tradizionali è un mezzo di lotta e di salvezza proprio a questo male, che per Machiavelli è caratterizzato dall'anarchico stato primitivo.

«La tradizione di un popolo è la sua paternità [...]», ci fa capire che «la nostra vita non è incominciata il dì della nostra nascita né sarà terminata il dì della nostra morte». Così parlò G. Gentile (1875 - 1944), e continua dicendo che una tradizione deve essere viva per essere vera; e, ravvisando lo spirito tradizionale italiano nei valori del Risorgimento, egli aggiunge che il Fascismo tentò di rendere disponibile la tradizione nazionale in epoca moderna: "socializzò i valori tradizionali".

Quando una Tradizione si eclissa e perde forza vitale, c'è chi assume una visione del mondo che si rifà ai valori di questa "morente" tradizione. Tale visione del mondo è il "tradizionalismo" e diviene una vera e propria corrente di pensiero. Capostipite della corrente tradizionalista è Joseph de Maistre (1753 - 1821). Secondo il suo pensiero l'ordine "preesiste al disordine" ed è difeso da una diretta discendente di un'autorità divina: la Tradizione. Per Donoso Cortés (1809 - 1853, in foto) la Tradizione è manifestazione di una universale verità assoluta che è andata comunicandosi di «padre in figlio, di famiglia in famiglia, di razza in razza, di popolo in popolo, per tutto il genere umano».
Altro rigoroso tradizionalista è R. Guénon (1886 - 1951). Egli da un lato fa convergere le tradizioni verso la Tradizione, poichè «tutte le tradizioni alla fine convergono verso la loro unità trascendente», dall'altro però separa le tradizioni dalle loro forme volgarizzate.
Alla base delle civiltà tradizionali vi è l'intuizione intellettuale e Guénon nota che la religione è una forma tradizionale e non riconoscerà mai le tradizioni profane come legittime. Tuttavia anche il Protestantesimo assume forma di religione anti-tradizionale poiché fondamento metafisico dell'individualismo.

Concludiamo con J. Evola (1898 - 1974). Egli lesse la Tradizione «in chiave antagonistica rispetto alla storia», la sua idea è anello di congiunzione tra Nietzsche e Guénon. Il tradizionalismo evoliano si prefigura come visione di una Tradizione senza Dio ove l'Essere non è fondamento della Tradizione, ma si identifica con essa. Per lui la Tradizione non è continuità, non è trasmissione; e non è nemmeno il comune sentire di un popolo. La Tradizione è una patria ideale a cui possono avvicinarsi solo pochi eletti, individualità coraggiose ed eroiche. Il "tradizionalissimo" concetto "Dio, Patria, Famiglia" non trova posto e senso nel tradizionalismo evoliano. La Tradizione non ha bisogno di Dio, la famiglia è un residuo cristiano-borghese, la patria diviene "vera patria" se ci si svincola dai legami di luogo e sangue. La "patria evoliana" è come una ideale Legione popolata unicamente da individui appartenenti a una aristocrazia guerriera o sapienziale.

Ciò che è "tradizionale" nell'aristocratico tradizionalismo di Evola è la profonda e radicale critica alla modernità, il richiamo a princìpi tradizionali come l'onore, la fedeltà, la gerarchia e, a rimanere integro è anche il significato esoterico della Tradizione, ovvero che il suo piano superiore sia accessibile solo a pochi eletti.

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