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lunedì 5 marzo 2012

La nuova politica e la nazionalizzazione delle masse

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», marzo 2012.  

«Pochi libri – forse nessuno tra quelli pubblicati in questi ultimi anni – hanno tanta potenza suggestiva e sono così ricchi di vera cultura e di stimoli intellettuali e di suggerimenti metodologici e tematici come questo di George L. Mosse. Fare in questo campo riferimenti, confronti, è sempre difficile. Eppure, se un riferimento, un confronto è possibile, i nomi, i titoli che vengono in mente sono due: quello di Johan Huizinga con il suo Autunno del Medioevo e quello di Marc Bloch con il suo I re taumaturghi». Così si esprimeva, con toni elogiativi, Renzo De Felice presentando al pubblico italiano nel 1975 l’opera di Mosse La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), recentemente ristampata dalla casa editrice Il Mulino (pp. 312; € 12).

Il lavoro di Mosse, in effetti, è di una importanza fondamentale nella storia degli studi sulle rivoluzioni nazionali del primo Novecento. Intanto perché mostra, in tutta la sua chiarezza, l’intrinseca modernità del cosiddetto «fenomeno fascista» (a cui noi preferiamo dare, in accordo con Giorgio Locchi, la definizione di «tendenza sovrumanista»), il quale dunque si distingueva nettamente da ogni altro movimento conservatore o reazionario sin lì presente sulla scena politica. In secondo luogo perché esso illustra a dovere il vasto e trasversale consenso che il nuovo stile politico riuscì a catalizzare e poi a incanalare nel suo progetto d’ampio respiro, denunciando così la patente debolezza di ogni speculazione semplicistica e interessata su termini quali «terrore», «propaganda» e «demagogia» applicati alla prassi politica dei governi nazional-rivoluzionari tra le due guerre. Da tutto ciò, tra l’altro, consegue la rivalutazione dell’immaginario mitico e simbolico che permeò la nuova politica «fascista», il quale non è più visto, pertanto, come mero gusto per la teatralità o – peggio – come mezzo di assoggettamento delle masse, ma piuttosto come «linguaggio» privilegiato per rendere effettiva e tangibile l’unità morale e spirituale della nazione.

Procediamo però con una premessa terminologica. Quando Mosse parla di «nuova politica», egli intende, sostanzialmente, quell’innovativo «stile politico» sorto con la Rivoluzione francese, il quale si sviluppò grazie alla prepotente irruzione delle masse nella storia, della quale esse si presentavano ora come protagoniste. Si tratta, più in particolare, della dirompente ascesa di quella che Jean-Jacques Rousseau definì la «volontà generale», che – in un mondo in cui «Dio è morto» – condusse a poco a poco alla creazione di una religione laica e secolare, e alla nascita di un «culto del popolo per se stesso». Mosse, dunque, analizza l’evoluzione della nuova politica nella Germania ottocentesca per giungere sino al nazionalsocialismo, tracciando determinatamente lo sviluppo di quella ch’egli definisce la «nazionalizzazione delle masse», ossia il progressivo sorgere della mistica nazionale e comunitaria attraverso cui il popolo tedesco creò quella liturgia politica che doveva cementare e inverare la sua unità spirituale.

Di qui l’importanza decisiva del ruolo svolto dai comitati patriottici, dalle confraternite studentesche, dalle associazioni ginniche e corali, dagli architetti neoclassici che – a partire dalle guerre anti-napoleoniche che risvegliarono l’orgoglio germanico – parteciparono attivamente al sostegno di questa euforia nazionalistica e che decisamente concorsero – attraverso i monumenti nazionali, le feste, le cerimonie, ecc. – alla creazione di una tradizione in cui poi si inserì il nazionalsocialismo nel periodo postbellico, allorché la fierezza dei tedeschi era stata messa a dura prova dalla sconfitta nella Grande Guerra e poi sostanzialmente calpestata dalla classe dirigente di Weimar.

Con la pubblicazione del libro, un problema che subito venne posto riguardava la possibilità di applicare i concetti di «nuova politica» e di «nazionalizzazione delle masse» anche all’Italia fascista. De Felice, sia nell’introduzione all’opera mossiana che nella sua celebre Intervista sul fascismo, si affrettò a fornire una risposta negativa, rimarcando anzi eccessivamente la distanza tra fascismo e nazionalsocialismo (arrivando addirittura a parlare di «antitesi») e proponendo la non convincente distinzione tra «totalitarismo di destra» (nazionalsocialismo tedesco) e «totalitarismo di sinistra» (fascismo italiano). Nonostante ciò, fu un allievo dello stesso De Felice a dimostrare l’aderenza del movimento mussoliniano alle pratiche della nuova politica. Mi riferisco, ovviamente, a Emilio Gentile che, nel 1993 e dopo alcuni lavori preparatòri, licenziò la pubblicazione de Il culto del littorio, in cui venivano analizzati i simboli, i miti, la liturgia e i riti della religione laica fondata dal fascismo.

Al di là dell’usuale condanna della nuova politica da parte dei gendarmi del pensiero egualitario, rimane tuttavia un assillante quesito a turbare il sonno degli epigoni di Locke e Montesquieu. Assistendo cioè al fallimento sostanziale (lasciamo perdere i circhi mediatici confezionati ad arte) delle democrazie occidentali nella mobilitazione delle masse e nella loro attiva partecipazione alla vita civile, e nel momento in cui torna in voga l’antipolitica, è possibile riconquistare le masse alla politica? Le rivoluzioni nazionali del Novecento hanno dimostrato che ciò è fattibile, in particolare grazie all’eliminazione di tutti i vari diaframmi che si frappongono tra il popolo e la classe dirigente (partiti, lobbies, parlamenti, ecc.) e stabilendo, pertanto, un più diretto contatto tra governanti e governati. E in ciò riuscirono, soprattutto, ricorrendo all’energia feconda e verace del mito, sfruttando tutta la potenza del linguaggio figurale e simbolico che faceva vibrare all’unisono le anime di tutto un popolo, e rifuggendo quindi dall’algida verbosità discorsiva e razionalistica dei politicanti e degli intellettuali «impegnati».

È dunque possibile, in definitiva, realizzare l’unica vera e autentica «democrazia» nell’èra postmoderna? È oggi possibile realizzare, in altri termini, quella democrazia che Moeller van den Bruck definiva giustamente «la partecipazione di un popolo al proprio destino»? Come si può vedere, nonostante settant’anni di ubriacatura egualitaria e demo-liberale, il problema della partecipazione delle masse alla politica e dell’autocoscienza civile dei popoli è ancora aperto. È ancora, malgrado tutto, la grande sfida del nostro tempo.

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martedì 5 luglio 2011

Storia della cultura fascista

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», luglio 2011.


Il Fascismo ha una sua propria cultura. Il Fascismo, anzi, è cultura. Affermazione di per sé scontata, sottintesa, tautologica quasi, non appena si voglia scorrere, anche solo a passo di corsa, l’elenco degli intellettuali fascisti che quella cultura edificarono, traendola dallo spirito nuovo e rivoluzionario che informò il movimento mussoliniano: Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Sergio Panunzio, Carlo Costamagna, Carlo Curcio, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello, Angelo Oliviero Olivetti, Paolo Orano, Pietro De Francisci, Camillo Pellizzi, Armando Carlini, Francesco Orestano, Gioacchino Volpe, Francesco Ercole, Ugo Ojetti. Ma la lista potrebbe e dovrebbe allungarsi a dismisura. Insomma, il Fascismo si fregiò del contributo dei migliori intellettuali, artisti e uomini di cultura dell’Italia dell’epoca. Di che cosa stiamo parlando, quindi?

La questione, in effetti, è più complicata del previsto. Perché sino a non molto tempo fa (dalla fine della guerra sino agli anni Settanta, più o meno) l’ambiente intellettuale italiano e internazionale non solo – com’era prevedibile – tenne in dispregio quella cultura, ma addirittura la negò. Può sembrare incredibile, stupefacente, ma è proprio così. E risulta ancor più incredibile se valutiamo il fatto che questa enormità non fu propagandata solo dai commissari di partito dell’italietta serva e cialtrona nata dalla Resistenza e, soprattutto, dalle bombe «alleate», bensì da eminenti personalità dell’intellighenzia postbellica, che tra l’altro, in molti casi, della cultura fascista vissero e che talvolta quella cultura parteciparono a edificare. Note sono, per esempio, le teorie di Norberto Bobbio, Eugenio Garin, Alberto Asor Rosa, György Lukács e tanti altri, i quali negarono ogni tipo di cultura fascista, o – nella migliore delle ipotesi – al Fascismo attribuirono una cultura spuria, rabberciata, improvvisata, colonizzata talvolta dal nazionalismo talaltra dal cattolicesimo, ma sempre e comunque interpretata come sovrastruttura, superfetazione di un potere coercitivo e reazionario, e finalizzata pertanto a nascondere e camuffare la desolante realtà attraverso la sua propaganda invadente e invasiva. Fascismo, insomma, come anti-cultura.   

Nonostante questa idea fallace sia purtroppo ancora radicata in alcuni ambienti semi-colti dell’Italia di oggi (scuola, stampa, televisione, ecc.), la storiografia più aggiornata ha nondimeno fatto passi da gigante (molto spesso volutamente trascurati dalla pubblicistica odierna), grazie agli studi, ad esempio, di Augusto Del Noce, A. James Gregor, George L. Mosse, Renzo De Felice, Zeev Sternhell, Roger Griffin ed Emilio Gentile. E i risultati più interessanti di questo dibattito, oramai largamente accettati negli ambienti specialistici, sono ben riassunti nel recente e pregevole lavoro di Alessandra Tarquini, allieva dello stesso Gentile e già distintasi per un altro lodevole volume, ossia Il Gentile dei fascisti: gentiliani e antigentiliani nel regime fascista (2009). Storia della cultura fascista (Il Mulino, pp. 239, € 18), infatti, è un’opera sintetica ma efficace che ripercorre a volo d’uccello i temi, gli esponenti e le politiche principali della cultura fascista, premurandosi inoltre di demolire le mistificazioni interessate tanto di Bobbio e compagni quanto di Croce ed epigoni vari. 

I progressi della scienza storica – ben illustrati dalla Tarquini – hanno fatto giustizia, innanzitutto, della concezione crociana e liberale del Fascismo in quanto «malattia morale» alimentata dall’irrazionalismo di inizio Novecento. La potenza mobilitante del mito, così come i rituali e la liturgia del «culto del Littorio» (E. Gentile), scaturiti dal processo di progressiva «nazionalizzazione delle masse» (G. L. Mosse), infatti, non comportano minimamente l’abbandono o la svalutazione della ragione e della razionalità: come puntualizza l’autrice, in effetti, «celebrare i miti dell’ideologia del fascismo, sentendosi parte di un’esperienza collettiva religiosa, non significò essere dominati dalla furia cieca dell’irrazionalismo o costretti a comportarsi in un modo anziché in un altro perché privati della propria ragione» (p. 109). È semmai la supervalutazione e la deificazione della Ragione di matrice illuministica che i fascisti aborrivano; quella stessa cultura razionalistica, cioè, che intendeva negare la vittoria italiana con suadenti e «ragionati» richiami alla «pace perpetua» di kantiana memoria, e con la quale si voleva impedire a una generazione nata nelle trincee di costruire l’avvenire della nuova Italia.

E ad essere confutata, inoltre, è anche la teoria marxista del Fascismo come «reazione borghese e antiproletaria», esprimente una cultura demoniaca che, grazie alla prepotente propaganda, impediva alla classe operaia di acquisire la tanto agognata coscienza di classe: «oggi – spiega la Tarquini – è molto difficile trovare studiosi che adottino un’idea della cultura come strumento per indottrinare e mobilitare le masse popolari e quindi rigidamente funzionale alla lotta di classe e sempre meno consenso riscuotono quelle interpretazioni che considerano le espressioni culturali del fascismo false rappresentazioni della realtà o semplici promesse demagogiche» (p. 40).

Quel che emerge dallo studio delle opere dei principali intellettuali fascisti e dalle politiche scolastiche, educative e sociali del Regime è, invece, la natura eminentemente rivoluzionaria del Fascismo, la quale informò la propria cultura che, certamente e – aggiungiamo – giustamente, fu variegata e polifonica, ma che nondimeno si presentava coerente, unitaria e solida nelle sue aspirazioni di fondo: edificare lo «Stato nuovo» fascista, grazie a una «rivoluzione antropologica» (alla formazione, cioè, di un «uomo nuovo»), in grado di compiere in una rivoluzione permanente la missione universale della «terza Roma», fondatrice di una «nuova civiltà». Una rivoluzione che stavolta, però, doveva essere realizzata e intimamente vissuta da tutto il popolo, rimarginando così l’antica ferita lasciata aperta dal Risorgimento (ossia il mancato inserimento delle masse nello Stato); una rivoluzione che, in un’epoca di «politicità integrale» (C. Schmitt), doveva porre la politica al di sopra di tutto (in particolare dell’economia) e infondere di sé l’intera comunità nazionale mobilitandola in un progetto organico e totalitario.

Di qui il genuino carattere moderno dell’esperimento politico-culturale fascista che, realizzando una spietata critica della Rivoluzione francese e degli «immortali princìpi» dell’89, non intendeva tuttavia negarne gli aspetti positivi, come l’eliminazione delle caste nobiliari e del retaggio feudale e l’affermazione delle masse popolari nella storia. Non si trattava, pertanto, di una reazione o di un ritorno a un passato arcadico e bucolico, bensì di una modernità cambiata di segno, una modernità italiana e fascista.

Che il Fascismo non fosse una mera variante del nazionalismo, inoltre, lo si rileva in particolare dal concetto gentiliano di «Stato etico» che Mussolini volle indicare come perno centrale della dottrina fascista: rifiutando la concezione deterministica e naturalistica propria del nazionalismo, che vorrebbe la nazione un a priori, un «fatto bruto» che trascende la volontà del singolo e dello Stato, il Fascismo la intende invece come una creazione incessante, frutto di un approccio volontaristico e quindi libero: è lo Stato che, in quanto etico e dunque autodeterminantesi, crea la nazione, e non già viceversa. Fascismo, pertanto, come movimento creatore, faustiano, attivo, interventista, proiettato nel futuro che ha liberamente scelto di edificare (cap. IV).

Un altro pregiudizio che la Tarquini demistifica, poi, è quello secondo cui molti intellettuali parteciparono all’elaborazione della cultura fascista perché incoscienti o perché costretti. Si tratta di una volgare «defascistizzazione retroattiva» di molte grandi personalità che il consesso democratico non riesce ad accettare in quanto intelligenti, colte e, al contempo, fasciste: vediamo così, ad esempio, un Gentile «tradito» e vittima di un «abbaglio» (E. Garin) o un Bottai che diventa fascista «critico» (G. B. Guerri). Al contrario – sostiene la studiosa – «in tutti i settori, fra le realtà culturali più diverse, dai percorsi biografici più disparati, gli artisti e gli intellettuali italiani contribuirono nella loro maggioranza all’espressione della cultura fascista e alla costruzione del regime totalitario: furono cioè pronti a offrire il loro sapere, il loro talento, la loro energia alla causa della politica» (p. 225).

In questa stessa ottica, viene rigettata altresì la tesi tanto cara ai cosiddetti «redenti» (espressione coniata da Mirella Serri per indicare quegli intellettuali che nel dopoguerra tentarono di rifarsi una verginità politica) secondo la quale i Guf e i Littoriali della cultura rappresentarono per i fascisti della nuova generazione una «palestra di antifascismo». Ad onta dei «lunghi viaggi» alla Ruggero Zangrandi, quindi, è stato provato che i giovani, nati ed educati dal Regime, «non solo non furono fascisti critici, ma semmai furono più fascisti degli altri: in nome del fascismo, infatti, attaccarono gli indirizzi moderati che rintracciavano nella politica degli anni Trenta chiedendo di proseguire lungo la strada della fascistizzazione della società e dello Stato e combattendo contro chi, secondo loro, ostacolava la realizzazione del progetto originale e rivoluzionario» (p. 159). Di più: essi furono «i testimoni più autorevoli della riuscita di quell’esperimento totalitario che fu il fascismo» (p. 230).

Insomma, sono tante le tematiche che affronta la Tarquini in questo saggio che, certamente, costituisce un’ottima opera propedeutica allo studio e alla conoscenza della cultura fascista. Una cultura che, ancora oggi, viene cialtronescamente e furbescamente negata da alcuni gazzettieri d’accatto, così come essa – mancanza imperdonabile! – è poco o mal conosciuta da coloro stessi che del Fascismo si dichiarano – a torto o a ragione – eredi. E invece, studiando i massimi esponenti culturali del Regime, non si può che rimanere stupefatti dalla ricchezza e dalla profondità della cultura fascista, la quale si occupò, tra l’altro, delle più gravi sfide storiche che l’epoca presentava e che in molti casi, mutatis mutandis, risultano tutt’oggi quanto mai attuali. Si tratta, quindi, di un patrimonio che non deve assolutamente andar disperso o anche semplicemente relegato alle sole e anguste aule accademiche, ma che deve essere al contrario lasciato libero di respirare nel e con il mondo. Con buona pace di vestali dell’antifascismo e di «democratici sinceri». Sinceramente inutili…

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martedì 19 maggio 2009

Il Male Assoluto?


«Oggi è facile sottovalutare il fascino rivoluzionario del Fascismo; lobiettivo è stato quello di demistificarlo, e un nuovo positivismo si è impadronito dellimmaginazione storica»


George L. Mosse (1918 – 1999) era uno storico coraggioso e di chiara fama internazionale, oltre che di origine ebraica.
Forse proprio per questo ha potuto scrivere l’agile opera in questione (Il Fascismo. Verso una teoria generale), in cui tenta di storicizzare l’esperienza del Fascismo italiano facendo piazza pulita di molti luoghi comuni e preconcetti che hanno caratterizzato gli studi sulla questione (soprattutto in Italia).
Tutto ciò attraverso un’analisi breve quanto documentata e tagliente, che non pretende di essere esaustiva ma di offrire un decisivo contributo alla definizione dei caratteri fondamentali del fenomeno fascista. I giudizi e le espressioni che utilizza (e che noi mettiamo provocatoriamente in risalto) farebbero tutt’oggi trasalire i salottieri radical-chic e gli ottusi guardiani dell’antifascismo, cattivi maestri e primi colpevoli dell’ideologizzazione della storia.

Mosse afferma che «non si può condannare il totalitarismo senza tener conto della rovina delle strutture parlamentari e sociali» del tempo, piene di «problemi strutturali e ideologici». Il Fascismo infatti fece appello a «una tradizione antica e viva di democrazia popolare da sempre opposta ai parlamenti europei» molto sentita tra la popolazione, e su questa basò gran parte del suo successo.
Ad essa si rifacevano i culti nazionali del regime, con l’obiettivo di arrivare a una vera e propria “religione civile (sull’esempio di Rousseau). Primario fu il richiamo alla Romanità e alla forza della comunità naturale” e “genuina”, sintesi di tutte le istanze nazionali e superiore ai singoli interessi individuali.

Oltre a questi richiami al passato ci furono anche spinte rivoluzionarie «alimentate dalla gioventù e dall’esperienza bellica»: Futurismo, esaltazione della Giovinezza («anche i capi erano giovani») e culto della guerra: «il cameratismo veniva additato ad esempio per porre termine alla divisione di classe all’interno della nazione».
Quest’ultima frase ci collega ad un altro degli assi portanti del regime: il mito della Terza Via”, cioè la rivolta spirituale ed interclassista al materialismo del marxismo e del capitalismo. Proprio grazie a questa visione (nata nei Sindacati Rivoluzionari) si ebbe «la supremazia della politica fascista sull’aspetto economico: il mito spinse gli interessi economici in una posizione servile».

Non si può trascurare neanche l’importanza dei valori del mondo borghese («rispettabiltà, laboriosità, buone maniere») propri di gran parte della classe dirigente. Proprio contro di essi si scatenarono «i giovani italiani appartenenti alla classe ‘35» che «volevano tornare agli inizi del movimento, al suo attivismo e alla sua guerra contro l’alienazione» per portare fino in fondo «lutopia fascista».
Ed è appunto sulla scia di questi fermenti che Mussolini fa partire la campagna contro «i valori borghesi» per dare nuovo vigore al «fascismo che invecchia». Per la stessa ragione, egli si avvicina al razzismo, che non era componente «necessaria» della sua ideologia: fu un grave errore, dettato anche «dall’influenza tedesca».

Mosse riconosce però al Duce «una dimensione più umana rispetto al Führer».

Nonostante aspetti come questo ed altri parimenti criticabili, l’autore arriva a dire che «il mito fascista esercitò un richiamo interclassista e insieme ai successi tangibili rese possibile il consenso».
Vittorie «sociali ed economiche», oltre al fatto di aver «portato l’ordine e conferito un certo dinamismo a un governo che era stato fiacco e corrotto, riuscendo ad attutire gli effetti della depressione europea».

In definitiva «il nuovo stile politico si guadagnò il consenso popolare perché preferenze e desideri del popolo coincidevano in gran parte con quelli del regime».


La teoria generale sul Fascismo dell’autore risulta quindi quella di considerarlo come «un atteggiamento verso la vita» (vedi anche La tentazione fascista di Tarmo Kunnas) innervato da tutti gli aspetti culturali succitati, permeati di nazionalismo, che «era, ed è sempre, la principale forza coesiva tra i popoli».

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