Visualizzazione post con etichetta emilio gentile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emilio gentile. Mostra tutti i post

venerdì 8 febbraio 2013

E fu subito Regime: il fascismo e la marcia su Roma


L’articolo è stato pubblicato in «Occidentale», gennaio 2013.

È stata recentemente pubblicata l’ultima opera dello storico Emilio Gentile, E fu subito regime: il fascismo e la marcia su Roma (Laterza, pp. 336, € 18). Gentile, uno dei massimi storici del fascismo, affronta così una vicenda su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro e su cui permangono tuttora molti lati oscuri, specialmente riguardo a quelle ore febbrili che vanno dal 27 al 30 ottobre allorché Mussolini, con un’abilità politica senza pari, «fece fessi tutti» – come dichiarò il suo attendente Cesare Rossi – e riuscì a coronare di successo l’insurrezione armata delle squadre d’azione.

Tuttavia – ci duole dirlo – questo libro non sembra francamente aggiungere nulla a quel che già si sapeva sugli eventi, e non contribuisce minimamente a far luce sulle notizie insicure e contraddittorie delle fonti e delle testimonianze a nostra disposizione. Anche la tesi centrale e pretesamente originale dell’opera, che verte sulla questione del «regime», è tanto discutibile quanto già sentita, visto che è stata di recente rispolverata da Giulia Albanese (precisamente nel 2006, peraltro proprio per Laterza!). Se De Felice infatti sostenne che la conquista del potere da parte dei fascisti non coincise con un vero e proprio rivolgimento istituzionale ma piuttosto con la creazione di un gabinetto di compromesso, rimandando al 3 gennaio 1925 la trasformazione del governo Mussolini in regime, Gentile afferma sostanzialmente che la data della fondazione del regime fascista sarebbe viceversa da anticipare proprio al 28 ottobre del ’22. 

In questo Gentile ha ragione allorché argomenta che le modalità e la natura stessa del colpo di Stato costituirono allora un fatto senza precedenti, ossia un partito-milizia che conquista il potere tramite un’insurrezione armata con il dichiarato intento di smantellare lo Stato liberale, laddove De Felice si mostrava più cauto sui propositi «sovversivi» di Mussolini. D’altro lato, però, ci sembra azzardato parlare di un autentico trapasso di «regime» basandosi solamente – come fa Gentile – sui semplici desiderata di un capo rivoluzionario e, per esempio, sulla creazione del Gran Consiglio del fascismo! Quest’ultimo in particolare, creato il 15 dicembre del ’22, era un organo del Pnf e non un istituto dello Stato (lo sarebbe diventato il 9 dicembre del 1928): se la sua fondazione rappresentò senz’altro uno smacco, ma pur sempre relativo, nei confronti dello Stato liberale, esso tuttavia era ancora un organo ufficioso e informale: un po’ poco per parlare di regime!  

Decisamente deludente, poi, l’analisi di Gentile in relazione ai rapporti di forza militare e alla questione dello stato d’assedio. L’interpretazione di De Felice è qui seguita alla lettera, dando ampio credito alle tesi del generale Emanuele Pugliese, comandante della guarnigione preposta alla difesa della capitale, il quale fornì la sua versione dei fatti nel dopoguerra in risposta alle accuse infamanti rivoltegli da Emilio Lussu, un decorato della Grande Guerra che si attestò poi su posizioni radicalmente antifasciste. Pugliese ha indicato cifre quanto meno sospette riguardo alla sua guarnigione, non mancando di rilasciare dichiarazioni da gradasso del tipo «sarebbero bastati pochi colpi di cannone a salve, per disperdere e disarmare quelle torme». Le «torme» di cui parla con disprezzo Pugliese sarebbero le colonne di squadristi accampate ai confini di Roma, formate da circa 30.000 armati. Nel resto del centro-nord i fascisti, che avevano mobilitato 300.000 camicie nere, avevano già occupati quasi tutti i centri nevralgici della principali città, spesso aiutati dai militari, entrando in possesso di fucili, mitragliatrici e, addirittura, pezzi d’artiglieria. Sebbene la loro organizzazione non fosse irreprensibile (come valutava il quadrumviro De Bono), si deve pur sempre calcolare che le squadre erano per la maggior parte formate da ex combattenti e decorati al valore. Quindi gli esiti di un eventuale scontro, per lo meno in quel frangente, erano tutt’altro che scontati.

Tant’è che Vittorio Emanuele, interrogando lo Stato Maggiore, si sentì rispondere che l’esercito era «troppo simpatizzante col fascismo da poterlo arrischiare in un conflitto» e che la guarnigione di Pugliese «disponeva di 5-6.000 uomini in tutto. Si trattava di reparti raccogliticci e non sicuri al cento per cento». Al re, in sostanza, fu detto: «l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova». Insomma, le cose sono molto più complesse e intricate di quanto non lascino intendere Gentile e l’auto-apologia di Pugliese. 

Se dovessimo però cercare un pregio dell’opera di Gentile, questo è senz’altro da rintracciare nella demolizione di una delle più grottesche e insistenti interpretazioni antifasciste della marcia su Roma, e cioè che essa non sia stata altro che «una goffa kermesse» (A. Repaci) o «poco più che una trascurabile adunata di utili idioti» (D. Sassoon). Gentile, infatti, ben evidenzia l’assoluta gravità della situazione, rimarcando il pericolo reale ed effettivo di un partito-milizia di massa che minacciava apertamente le istituzioni democratiche dello Stato liberale. Chiosa giustamente l’autore: «il sarcasmo storiografico lascia senza risposta, ripetendo così l’errore di incomprensione commesso a suo tempo dalla maggior parte degli antifascisti, che non presero sul serio il fascismo e la “marcia su Roma”. Poi, sconfitti e messi al bando dal fascismo, si consolarono ridicolizzando la “marcia su Roma” come una messa in scena, e proiettarono questa immagine su tutta la successiva esperienza del regime totalitario: e non capivano che, in tal modo, essi ridicolizzavano se stessi, perché si erano lasciati travolgere dai commedianti di un’opera buffa, i quali rimasero al potere per un ventennio, e furono detronizzati soltanto dopo essere stati sopraffatti e disfatti dagli eserciti stranieri in una seconda guerra mondiale».

In conclusione, quest’opera di Gentile lascia perplessi, anche riguardo ai toni, allorché emerge implicitamente una sua interpretazione antifascista moderata e liberale della marcia su Roma. Proprio perché in finale, più che Luigi Salvatorelli (le cui tesi sono apprezzate da Gentile), fu all’epoca Richard Child, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, a cogliere l’essenziale dell’evento: «Qui stiamo assistendo a una bella rivoluzione di giovani (…) ricca di colore e di entusiasmo». Gioventù, colore, entusiasmo. Questo è fascismo. 

Condividi

mercoledì 28 marzo 2012

Le origini dell’ideologia fascista

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», aprile 2012.

Oramai esaurita e introvabile in libreria, è stata recentemente ristampata la seconda edizione (1996) di Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), opera tra le più importanti dell’insigne storico Emilio Gentile (Il Mulino, pp. 512, € 16). Si tratta di uno dei capisaldi della moderna storiografia sulla dottrina fascista, «catturata» nel momento della sua nascita e del suo evolversi sino alla svolta del 1925, allorché il governo di Mussolini si fece regime e il pensiero fascista entrò nella sua fase matura, ancorché tutt’altro che concluso e  cristallizzato, come si addice, del resto, a ogni moto spirituale e culturale schiettamente rivoluzionario, il quale non è mai stasi, ma è movimento, avanzata. Che non è mai contemplazione del passato e appagamento nelle mete raggiunte, bensì sguardo audace e proiezione entusiastica verso l’avvenire. Un avvenire che, com’è noto, è sempre incerto e, quindi, sommamente e meravigliosamente intrigante. Un pensiero, insomma, che fu creato dall’ardente fuoco di innovatori e di avanguardisti, e non certo dalla mente fredda e calcolatrice del borghese in vestaglia e pantofole, sempre timoroso del domani e, pertanto, nemico di ogni vera e autentica rivoluzione.

Il libro – arricchito rispetto alla prima edizione (1975) di un saggio introduttivo intitolato «La modernità totalitaria» – è fondamentale almeno per due motivi. Innanzitutto perché illustra con rigore ed efficacia non comuni il fiume impetuoso degli ideali fascisti in tutti i suoi rivoli e i suoi affluenti. In secondo luogo perché, al tempo della sua prima pubblicazione, fu una delle prime opere che, sulla scia della «rivoluzione storiografica» defeliciana, contribuirono a far giustizia di tutte le viete e artificiose teorie sul fascismo sorte nel dopoguerra, semplicistiche e ultra-ideologizzate: in particolare quella marxista, che vedeva nel fascismo una rozza e brutale reazione al soldo dell’alta borghesia industriale; e quella liberale, che interpretava il «fenomeno fascista» come «male del secolo», scaturito dall’esperienza disumanizzante della Grande Guerra, e di conseguenza come un imprevisto e ingombrante ostacolo alle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità borghese e neo/post-illuminista.

Gentile al contrario, destrutturando queste vecchie a fallaci interpretazioni, ricostruisce il percorso aurorale dell’ideologia fascista grazie al ricorso sapiente e antipregiudiziale alle fonti primarie dell’epoca, analizzando le parole e gli scritti degli uomini e degli intellettuali che, direttamente o indirettamente, contribuirono all’edificazione della cultura fascista. A cominciare, ovviamente, da Benito Mussolini, ossia da quel Mussolini socialista che, venuto a contatto con l’opera di filosofi e pensatori quali Nietzsche, Stirner, Sorel e Pareto, operò una revisione «idealistica» e perciò volontaristica del socialismo, che rappresentò senz’altro il primo passo verso la sua futura «presa di coscienza» fascista.

Tra le innumerevoli componenti culturali del fascismo, ritroviamo poi quelle correnti ardentemente e causticamente rivoluzionarie che, oggi, costituiscono la piattaforma esistenziale e mitica del fascismo del terzo millennio. Mi riferisco, in particolare, alle origini futur-ardite, fiumane, sindacaliste e squadriste del movimento mussoliniano, latrici di uno stile di vita sostanziato di «avventura, eroismo e spirito di sacrificio»: tutto ciò ben rappresenta, del resto, l’essenza di quel «romanticismo fascista» descritto già all’inizio degli anni Sessanta da Paul Sérant. Radici nobili e rivoluzionarie, quindi, che le tartarughe frecciate di CasaPound – attraverso una riappropriazione volontaristica dell’origine fascista, depurata dalle scorie passatiste e conservatrici – hanno posto a pietra angolare della loro azione politica avanguardistica.

Ma non potremmo neanche tacere le correnti attualiste, relativiste e scettiche del fascismo, incarnate dai loro capiscuola Giovanni Gentile, Adriano Tilgher e Giuseppe Rensi. Maggiormente conosciuto il primo, è stato certamente un gran merito dell’Autore aver riscoperto gli ultimi due. Tilgher, ad esempio, immettendo il fascismo – con l’entusiastica adesione del Duce – nell’alveo delle grandi correnti filosofiche relativistiche, sanciva la distruzione, o quanto meno la messa al bando di ogni «metafisica» tirannica e limitante, riconducendo pertanto il movimento delle camicie nere al suo specifico volontarismo d’origine nietzscheana. Stesso discorso vale per Rensi, esponente di punta dello scetticismo moderno (ben diverso da quello «classico»), anche se talora il suo pensiero si carica di tonalità eccessivamente naturalistiche e pessimistiche, le quali però – a onor del vero – ben si sposavano con alcuni aspetti di derivazione machiavelliana propri della mentalità di Mussolini.

Ciò che emerge, in sostanza, dalla ricognizione di Emilio Gentile nel sostrato ideologico del fascismo, è la sua natura eminentemente rivoluzionaria e moderna. Ideologia anti-ideologica, alla quale riconosceva un ruolo puramente strumentale, «il fascismo riassumeva nel mito dello Stato e nell’attivismo come ideale di vita i caratteri essenziali della sua ideologia, che lo distinsero dalle altre ideologie politiche del nostro tempo». Primato della politica e dell’azione, mito della nazione e dello Stato, culto della giovinezza e dell’eroismo, proiezione tragica e carica di destino nell’avvenire più remoto: questi i fondamenti del fascismo che, tra l’altro, sanciscono la sua originalità e autonomia rispetto a qualsiasi altra ideologia. A partire innanzitutto dal nazionalismo borghese e ottocentesco, in barba a tutte le superate speculazioni sulla «cattura ideologica» del fascismo da parte del nazionalismo. Come evidenzia Emilio Gentile, infatti, «il fascismo affermò l’idea della nazione come mito, mentre per i nazionalisti la nazione era una realtà naturale, per i reazionari un principio tradizionalista indipendente dalla volontà degli individui, un passato che condiziona il presente e determina il futuro secondo percorsi immutabili». Ovvero, per dirla con Henri Lemaître, la cultura fascista «concepisce la nazione non essenzialmente come eredità di valori, ma piuttosto come un divenire di potenza».

Divenire di potenza, prospettiva millenaria, primavera di bellezza. Niente di più prossimo al trittico casapoundiano etica-epica-estetica, recentemente tradotto da Scianca in volontà di potenza, volontà di forma, volontà di destino. Come si può vedere, ripercorrere le origini dell’ideologia fascista significa anche fare chiarezza su sé stessi. Ma – e ciò è fondamentale – tale percorso non è assolutamente quello del gambero. L’origine, cioè, non è mai alle nostre spalle, è sempre a venire. La rivoluzione, in altri termini, riguarda sia il passato che il futuro. La rivoluzione è ovunque e in ogni momento, è sempre in atto.

Condividi

lunedì 5 marzo 2012

La nuova politica e la nazionalizzazione delle masse

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», marzo 2012.  

«Pochi libri – forse nessuno tra quelli pubblicati in questi ultimi anni – hanno tanta potenza suggestiva e sono così ricchi di vera cultura e di stimoli intellettuali e di suggerimenti metodologici e tematici come questo di George L. Mosse. Fare in questo campo riferimenti, confronti, è sempre difficile. Eppure, se un riferimento, un confronto è possibile, i nomi, i titoli che vengono in mente sono due: quello di Johan Huizinga con il suo Autunno del Medioevo e quello di Marc Bloch con il suo I re taumaturghi». Così si esprimeva, con toni elogiativi, Renzo De Felice presentando al pubblico italiano nel 1975 l’opera di Mosse La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), recentemente ristampata dalla casa editrice Il Mulino (pp. 312; € 12).

Il lavoro di Mosse, in effetti, è di una importanza fondamentale nella storia degli studi sulle rivoluzioni nazionali del primo Novecento. Intanto perché mostra, in tutta la sua chiarezza, l’intrinseca modernità del cosiddetto «fenomeno fascista» (a cui noi preferiamo dare, in accordo con Giorgio Locchi, la definizione di «tendenza sovrumanista»), il quale dunque si distingueva nettamente da ogni altro movimento conservatore o reazionario sin lì presente sulla scena politica. In secondo luogo perché esso illustra a dovere il vasto e trasversale consenso che il nuovo stile politico riuscì a catalizzare e poi a incanalare nel suo progetto d’ampio respiro, denunciando così la patente debolezza di ogni speculazione semplicistica e interessata su termini quali «terrore», «propaganda» e «demagogia» applicati alla prassi politica dei governi nazional-rivoluzionari tra le due guerre. Da tutto ciò, tra l’altro, consegue la rivalutazione dell’immaginario mitico e simbolico che permeò la nuova politica «fascista», il quale non è più visto, pertanto, come mero gusto per la teatralità o – peggio – come mezzo di assoggettamento delle masse, ma piuttosto come «linguaggio» privilegiato per rendere effettiva e tangibile l’unità morale e spirituale della nazione.

Procediamo però con una premessa terminologica. Quando Mosse parla di «nuova politica», egli intende, sostanzialmente, quell’innovativo «stile politico» sorto con la Rivoluzione francese, il quale si sviluppò grazie alla prepotente irruzione delle masse nella storia, della quale esse si presentavano ora come protagoniste. Si tratta, più in particolare, della dirompente ascesa di quella che Jean-Jacques Rousseau definì la «volontà generale», che – in un mondo in cui «Dio è morto» – condusse a poco a poco alla creazione di una religione laica e secolare, e alla nascita di un «culto del popolo per se stesso». Mosse, dunque, analizza l’evoluzione della nuova politica nella Germania ottocentesca per giungere sino al nazionalsocialismo, tracciando determinatamente lo sviluppo di quella ch’egli definisce la «nazionalizzazione delle masse», ossia il progressivo sorgere della mistica nazionale e comunitaria attraverso cui il popolo tedesco creò quella liturgia politica che doveva cementare e inverare la sua unità spirituale.

Di qui l’importanza decisiva del ruolo svolto dai comitati patriottici, dalle confraternite studentesche, dalle associazioni ginniche e corali, dagli architetti neoclassici che – a partire dalle guerre anti-napoleoniche che risvegliarono l’orgoglio germanico – parteciparono attivamente al sostegno di questa euforia nazionalistica e che decisamente concorsero – attraverso i monumenti nazionali, le feste, le cerimonie, ecc. – alla creazione di una tradizione in cui poi si inserì il nazionalsocialismo nel periodo postbellico, allorché la fierezza dei tedeschi era stata messa a dura prova dalla sconfitta nella Grande Guerra e poi sostanzialmente calpestata dalla classe dirigente di Weimar.

Con la pubblicazione del libro, un problema che subito venne posto riguardava la possibilità di applicare i concetti di «nuova politica» e di «nazionalizzazione delle masse» anche all’Italia fascista. De Felice, sia nell’introduzione all’opera mossiana che nella sua celebre Intervista sul fascismo, si affrettò a fornire una risposta negativa, rimarcando anzi eccessivamente la distanza tra fascismo e nazionalsocialismo (arrivando addirittura a parlare di «antitesi») e proponendo la non convincente distinzione tra «totalitarismo di destra» (nazionalsocialismo tedesco) e «totalitarismo di sinistra» (fascismo italiano). Nonostante ciò, fu un allievo dello stesso De Felice a dimostrare l’aderenza del movimento mussoliniano alle pratiche della nuova politica. Mi riferisco, ovviamente, a Emilio Gentile che, nel 1993 e dopo alcuni lavori preparatòri, licenziò la pubblicazione de Il culto del littorio, in cui venivano analizzati i simboli, i miti, la liturgia e i riti della religione laica fondata dal fascismo.

Al di là dell’usuale condanna della nuova politica da parte dei gendarmi del pensiero egualitario, rimane tuttavia un assillante quesito a turbare il sonno degli epigoni di Locke e Montesquieu. Assistendo cioè al fallimento sostanziale (lasciamo perdere i circhi mediatici confezionati ad arte) delle democrazie occidentali nella mobilitazione delle masse e nella loro attiva partecipazione alla vita civile, e nel momento in cui torna in voga l’antipolitica, è possibile riconquistare le masse alla politica? Le rivoluzioni nazionali del Novecento hanno dimostrato che ciò è fattibile, in particolare grazie all’eliminazione di tutti i vari diaframmi che si frappongono tra il popolo e la classe dirigente (partiti, lobbies, parlamenti, ecc.) e stabilendo, pertanto, un più diretto contatto tra governanti e governati. E in ciò riuscirono, soprattutto, ricorrendo all’energia feconda e verace del mito, sfruttando tutta la potenza del linguaggio figurale e simbolico che faceva vibrare all’unisono le anime di tutto un popolo, e rifuggendo quindi dall’algida verbosità discorsiva e razionalistica dei politicanti e degli intellettuali «impegnati».

È dunque possibile, in definitiva, realizzare l’unica vera e autentica «democrazia» nell’èra postmoderna? È oggi possibile realizzare, in altri termini, quella democrazia che Moeller van den Bruck definiva giustamente «la partecipazione di un popolo al proprio destino»? Come si può vedere, nonostante settant’anni di ubriacatura egualitaria e demo-liberale, il problema della partecipazione delle masse alla politica e dell’autocoscienza civile dei popoli è ancora aperto. È ancora, malgrado tutto, la grande sfida del nostro tempo.

Condividi

martedì 5 luglio 2011

Storia della cultura fascista

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», luglio 2011.


Il Fascismo ha una sua propria cultura. Il Fascismo, anzi, è cultura. Affermazione di per sé scontata, sottintesa, tautologica quasi, non appena si voglia scorrere, anche solo a passo di corsa, l’elenco degli intellettuali fascisti che quella cultura edificarono, traendola dallo spirito nuovo e rivoluzionario che informò il movimento mussoliniano: Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Sergio Panunzio, Carlo Costamagna, Carlo Curcio, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello, Angelo Oliviero Olivetti, Paolo Orano, Pietro De Francisci, Camillo Pellizzi, Armando Carlini, Francesco Orestano, Gioacchino Volpe, Francesco Ercole, Ugo Ojetti. Ma la lista potrebbe e dovrebbe allungarsi a dismisura. Insomma, il Fascismo si fregiò del contributo dei migliori intellettuali, artisti e uomini di cultura dell’Italia dell’epoca. Di che cosa stiamo parlando, quindi?

La questione, in effetti, è più complicata del previsto. Perché sino a non molto tempo fa (dalla fine della guerra sino agli anni Settanta, più o meno) l’ambiente intellettuale italiano e internazionale non solo – com’era prevedibile – tenne in dispregio quella cultura, ma addirittura la negò. Può sembrare incredibile, stupefacente, ma è proprio così. E risulta ancor più incredibile se valutiamo il fatto che questa enormità non fu propagandata solo dai commissari di partito dell’italietta serva e cialtrona nata dalla Resistenza e, soprattutto, dalle bombe «alleate», bensì da eminenti personalità dell’intellighenzia postbellica, che tra l’altro, in molti casi, della cultura fascista vissero e che talvolta quella cultura parteciparono a edificare. Note sono, per esempio, le teorie di Norberto Bobbio, Eugenio Garin, Alberto Asor Rosa, György Lukács e tanti altri, i quali negarono ogni tipo di cultura fascista, o – nella migliore delle ipotesi – al Fascismo attribuirono una cultura spuria, rabberciata, improvvisata, colonizzata talvolta dal nazionalismo talaltra dal cattolicesimo, ma sempre e comunque interpretata come sovrastruttura, superfetazione di un potere coercitivo e reazionario, e finalizzata pertanto a nascondere e camuffare la desolante realtà attraverso la sua propaganda invadente e invasiva. Fascismo, insomma, come anti-cultura.   

Nonostante questa idea fallace sia purtroppo ancora radicata in alcuni ambienti semi-colti dell’Italia di oggi (scuola, stampa, televisione, ecc.), la storiografia più aggiornata ha nondimeno fatto passi da gigante (molto spesso volutamente trascurati dalla pubblicistica odierna), grazie agli studi, ad esempio, di Augusto Del Noce, A. James Gregor, George L. Mosse, Renzo De Felice, Zeev Sternhell, Roger Griffin ed Emilio Gentile. E i risultati più interessanti di questo dibattito, oramai largamente accettati negli ambienti specialistici, sono ben riassunti nel recente e pregevole lavoro di Alessandra Tarquini, allieva dello stesso Gentile e già distintasi per un altro lodevole volume, ossia Il Gentile dei fascisti: gentiliani e antigentiliani nel regime fascista (2009). Storia della cultura fascista (Il Mulino, pp. 239, € 18), infatti, è un’opera sintetica ma efficace che ripercorre a volo d’uccello i temi, gli esponenti e le politiche principali della cultura fascista, premurandosi inoltre di demolire le mistificazioni interessate tanto di Bobbio e compagni quanto di Croce ed epigoni vari. 

I progressi della scienza storica – ben illustrati dalla Tarquini – hanno fatto giustizia, innanzitutto, della concezione crociana e liberale del Fascismo in quanto «malattia morale» alimentata dall’irrazionalismo di inizio Novecento. La potenza mobilitante del mito, così come i rituali e la liturgia del «culto del Littorio» (E. Gentile), scaturiti dal processo di progressiva «nazionalizzazione delle masse» (G. L. Mosse), infatti, non comportano minimamente l’abbandono o la svalutazione della ragione e della razionalità: come puntualizza l’autrice, in effetti, «celebrare i miti dell’ideologia del fascismo, sentendosi parte di un’esperienza collettiva religiosa, non significò essere dominati dalla furia cieca dell’irrazionalismo o costretti a comportarsi in un modo anziché in un altro perché privati della propria ragione» (p. 109). È semmai la supervalutazione e la deificazione della Ragione di matrice illuministica che i fascisti aborrivano; quella stessa cultura razionalistica, cioè, che intendeva negare la vittoria italiana con suadenti e «ragionati» richiami alla «pace perpetua» di kantiana memoria, e con la quale si voleva impedire a una generazione nata nelle trincee di costruire l’avvenire della nuova Italia.

E ad essere confutata, inoltre, è anche la teoria marxista del Fascismo come «reazione borghese e antiproletaria», esprimente una cultura demoniaca che, grazie alla prepotente propaganda, impediva alla classe operaia di acquisire la tanto agognata coscienza di classe: «oggi – spiega la Tarquini – è molto difficile trovare studiosi che adottino un’idea della cultura come strumento per indottrinare e mobilitare le masse popolari e quindi rigidamente funzionale alla lotta di classe e sempre meno consenso riscuotono quelle interpretazioni che considerano le espressioni culturali del fascismo false rappresentazioni della realtà o semplici promesse demagogiche» (p. 40).

Quel che emerge dallo studio delle opere dei principali intellettuali fascisti e dalle politiche scolastiche, educative e sociali del Regime è, invece, la natura eminentemente rivoluzionaria del Fascismo, la quale informò la propria cultura che, certamente e – aggiungiamo – giustamente, fu variegata e polifonica, ma che nondimeno si presentava coerente, unitaria e solida nelle sue aspirazioni di fondo: edificare lo «Stato nuovo» fascista, grazie a una «rivoluzione antropologica» (alla formazione, cioè, di un «uomo nuovo»), in grado di compiere in una rivoluzione permanente la missione universale della «terza Roma», fondatrice di una «nuova civiltà». Una rivoluzione che stavolta, però, doveva essere realizzata e intimamente vissuta da tutto il popolo, rimarginando così l’antica ferita lasciata aperta dal Risorgimento (ossia il mancato inserimento delle masse nello Stato); una rivoluzione che, in un’epoca di «politicità integrale» (C. Schmitt), doveva porre la politica al di sopra di tutto (in particolare dell’economia) e infondere di sé l’intera comunità nazionale mobilitandola in un progetto organico e totalitario.

Di qui il genuino carattere moderno dell’esperimento politico-culturale fascista che, realizzando una spietata critica della Rivoluzione francese e degli «immortali princìpi» dell’89, non intendeva tuttavia negarne gli aspetti positivi, come l’eliminazione delle caste nobiliari e del retaggio feudale e l’affermazione delle masse popolari nella storia. Non si trattava, pertanto, di una reazione o di un ritorno a un passato arcadico e bucolico, bensì di una modernità cambiata di segno, una modernità italiana e fascista.

Che il Fascismo non fosse una mera variante del nazionalismo, inoltre, lo si rileva in particolare dal concetto gentiliano di «Stato etico» che Mussolini volle indicare come perno centrale della dottrina fascista: rifiutando la concezione deterministica e naturalistica propria del nazionalismo, che vorrebbe la nazione un a priori, un «fatto bruto» che trascende la volontà del singolo e dello Stato, il Fascismo la intende invece come una creazione incessante, frutto di un approccio volontaristico e quindi libero: è lo Stato che, in quanto etico e dunque autodeterminantesi, crea la nazione, e non già viceversa. Fascismo, pertanto, come movimento creatore, faustiano, attivo, interventista, proiettato nel futuro che ha liberamente scelto di edificare (cap. IV).

Un altro pregiudizio che la Tarquini demistifica, poi, è quello secondo cui molti intellettuali parteciparono all’elaborazione della cultura fascista perché incoscienti o perché costretti. Si tratta di una volgare «defascistizzazione retroattiva» di molte grandi personalità che il consesso democratico non riesce ad accettare in quanto intelligenti, colte e, al contempo, fasciste: vediamo così, ad esempio, un Gentile «tradito» e vittima di un «abbaglio» (E. Garin) o un Bottai che diventa fascista «critico» (G. B. Guerri). Al contrario – sostiene la studiosa – «in tutti i settori, fra le realtà culturali più diverse, dai percorsi biografici più disparati, gli artisti e gli intellettuali italiani contribuirono nella loro maggioranza all’espressione della cultura fascista e alla costruzione del regime totalitario: furono cioè pronti a offrire il loro sapere, il loro talento, la loro energia alla causa della politica» (p. 225).

In questa stessa ottica, viene rigettata altresì la tesi tanto cara ai cosiddetti «redenti» (espressione coniata da Mirella Serri per indicare quegli intellettuali che nel dopoguerra tentarono di rifarsi una verginità politica) secondo la quale i Guf e i Littoriali della cultura rappresentarono per i fascisti della nuova generazione una «palestra di antifascismo». Ad onta dei «lunghi viaggi» alla Ruggero Zangrandi, quindi, è stato provato che i giovani, nati ed educati dal Regime, «non solo non furono fascisti critici, ma semmai furono più fascisti degli altri: in nome del fascismo, infatti, attaccarono gli indirizzi moderati che rintracciavano nella politica degli anni Trenta chiedendo di proseguire lungo la strada della fascistizzazione della società e dello Stato e combattendo contro chi, secondo loro, ostacolava la realizzazione del progetto originale e rivoluzionario» (p. 159). Di più: essi furono «i testimoni più autorevoli della riuscita di quell’esperimento totalitario che fu il fascismo» (p. 230).

Insomma, sono tante le tematiche che affronta la Tarquini in questo saggio che, certamente, costituisce un’ottima opera propedeutica allo studio e alla conoscenza della cultura fascista. Una cultura che, ancora oggi, viene cialtronescamente e furbescamente negata da alcuni gazzettieri d’accatto, così come essa – mancanza imperdonabile! – è poco o mal conosciuta da coloro stessi che del Fascismo si dichiarano – a torto o a ragione – eredi. E invece, studiando i massimi esponenti culturali del Regime, non si può che rimanere stupefatti dalla ricchezza e dalla profondità della cultura fascista, la quale si occupò, tra l’altro, delle più gravi sfide storiche che l’epoca presentava e che in molti casi, mutatis mutandis, risultano tutt’oggi quanto mai attuali. Si tratta, quindi, di un patrimonio che non deve assolutamente andar disperso o anche semplicemente relegato alle sole e anguste aule accademiche, ma che deve essere al contrario lasciato libero di respirare nel e con il mondo. Con buona pace di vestali dell’antifascismo e di «democratici sinceri». Sinceramente inutili…

Condividi