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venerdì 8 febbraio 2013

E fu subito Regime: il fascismo e la marcia su Roma


L’articolo è stato pubblicato in «Occidentale», gennaio 2013.

È stata recentemente pubblicata l’ultima opera dello storico Emilio Gentile, E fu subito regime: il fascismo e la marcia su Roma (Laterza, pp. 336, € 18). Gentile, uno dei massimi storici del fascismo, affronta così una vicenda su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro e su cui permangono tuttora molti lati oscuri, specialmente riguardo a quelle ore febbrili che vanno dal 27 al 30 ottobre allorché Mussolini, con un’abilità politica senza pari, «fece fessi tutti» – come dichiarò il suo attendente Cesare Rossi – e riuscì a coronare di successo l’insurrezione armata delle squadre d’azione.

Tuttavia – ci duole dirlo – questo libro non sembra francamente aggiungere nulla a quel che già si sapeva sugli eventi, e non contribuisce minimamente a far luce sulle notizie insicure e contraddittorie delle fonti e delle testimonianze a nostra disposizione. Anche la tesi centrale e pretesamente originale dell’opera, che verte sulla questione del «regime», è tanto discutibile quanto già sentita, visto che è stata di recente rispolverata da Giulia Albanese (precisamente nel 2006, peraltro proprio per Laterza!). Se De Felice infatti sostenne che la conquista del potere da parte dei fascisti non coincise con un vero e proprio rivolgimento istituzionale ma piuttosto con la creazione di un gabinetto di compromesso, rimandando al 3 gennaio 1925 la trasformazione del governo Mussolini in regime, Gentile afferma sostanzialmente che la data della fondazione del regime fascista sarebbe viceversa da anticipare proprio al 28 ottobre del ’22. 

In questo Gentile ha ragione allorché argomenta che le modalità e la natura stessa del colpo di Stato costituirono allora un fatto senza precedenti, ossia un partito-milizia che conquista il potere tramite un’insurrezione armata con il dichiarato intento di smantellare lo Stato liberale, laddove De Felice si mostrava più cauto sui propositi «sovversivi» di Mussolini. D’altro lato, però, ci sembra azzardato parlare di un autentico trapasso di «regime» basandosi solamente – come fa Gentile – sui semplici desiderata di un capo rivoluzionario e, per esempio, sulla creazione del Gran Consiglio del fascismo! Quest’ultimo in particolare, creato il 15 dicembre del ’22, era un organo del Pnf e non un istituto dello Stato (lo sarebbe diventato il 9 dicembre del 1928): se la sua fondazione rappresentò senz’altro uno smacco, ma pur sempre relativo, nei confronti dello Stato liberale, esso tuttavia era ancora un organo ufficioso e informale: un po’ poco per parlare di regime!  

Decisamente deludente, poi, l’analisi di Gentile in relazione ai rapporti di forza militare e alla questione dello stato d’assedio. L’interpretazione di De Felice è qui seguita alla lettera, dando ampio credito alle tesi del generale Emanuele Pugliese, comandante della guarnigione preposta alla difesa della capitale, il quale fornì la sua versione dei fatti nel dopoguerra in risposta alle accuse infamanti rivoltegli da Emilio Lussu, un decorato della Grande Guerra che si attestò poi su posizioni radicalmente antifasciste. Pugliese ha indicato cifre quanto meno sospette riguardo alla sua guarnigione, non mancando di rilasciare dichiarazioni da gradasso del tipo «sarebbero bastati pochi colpi di cannone a salve, per disperdere e disarmare quelle torme». Le «torme» di cui parla con disprezzo Pugliese sarebbero le colonne di squadristi accampate ai confini di Roma, formate da circa 30.000 armati. Nel resto del centro-nord i fascisti, che avevano mobilitato 300.000 camicie nere, avevano già occupati quasi tutti i centri nevralgici della principali città, spesso aiutati dai militari, entrando in possesso di fucili, mitragliatrici e, addirittura, pezzi d’artiglieria. Sebbene la loro organizzazione non fosse irreprensibile (come valutava il quadrumviro De Bono), si deve pur sempre calcolare che le squadre erano per la maggior parte formate da ex combattenti e decorati al valore. Quindi gli esiti di un eventuale scontro, per lo meno in quel frangente, erano tutt’altro che scontati.

Tant’è che Vittorio Emanuele, interrogando lo Stato Maggiore, si sentì rispondere che l’esercito era «troppo simpatizzante col fascismo da poterlo arrischiare in un conflitto» e che la guarnigione di Pugliese «disponeva di 5-6.000 uomini in tutto. Si trattava di reparti raccogliticci e non sicuri al cento per cento». Al re, in sostanza, fu detto: «l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova». Insomma, le cose sono molto più complesse e intricate di quanto non lascino intendere Gentile e l’auto-apologia di Pugliese. 

Se dovessimo però cercare un pregio dell’opera di Gentile, questo è senz’altro da rintracciare nella demolizione di una delle più grottesche e insistenti interpretazioni antifasciste della marcia su Roma, e cioè che essa non sia stata altro che «una goffa kermesse» (A. Repaci) o «poco più che una trascurabile adunata di utili idioti» (D. Sassoon). Gentile, infatti, ben evidenzia l’assoluta gravità della situazione, rimarcando il pericolo reale ed effettivo di un partito-milizia di massa che minacciava apertamente le istituzioni democratiche dello Stato liberale. Chiosa giustamente l’autore: «il sarcasmo storiografico lascia senza risposta, ripetendo così l’errore di incomprensione commesso a suo tempo dalla maggior parte degli antifascisti, che non presero sul serio il fascismo e la “marcia su Roma”. Poi, sconfitti e messi al bando dal fascismo, si consolarono ridicolizzando la “marcia su Roma” come una messa in scena, e proiettarono questa immagine su tutta la successiva esperienza del regime totalitario: e non capivano che, in tal modo, essi ridicolizzavano se stessi, perché si erano lasciati travolgere dai commedianti di un’opera buffa, i quali rimasero al potere per un ventennio, e furono detronizzati soltanto dopo essere stati sopraffatti e disfatti dagli eserciti stranieri in una seconda guerra mondiale».

In conclusione, quest’opera di Gentile lascia perplessi, anche riguardo ai toni, allorché emerge implicitamente una sua interpretazione antifascista moderata e liberale della marcia su Roma. Proprio perché in finale, più che Luigi Salvatorelli (le cui tesi sono apprezzate da Gentile), fu all’epoca Richard Child, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, a cogliere l’essenziale dell’evento: «Qui stiamo assistendo a una bella rivoluzione di giovani (…) ricca di colore e di entusiasmo». Gioventù, colore, entusiasmo. Questo è fascismo. 

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sabato 3 gennaio 2009

La “prima marcia su Roma”

«All’età di diciannove anni, di mia iniziativa e a mie spese, misi insieme un esercito, grazie al quale liberai la Repubblica dal dominio dei faziosi»

(Augusto, RGDA 1)


È questo l’incipit delle Res Gestae Divi Augusti, testamento politico dell’imperatore, scolpito nel bronzo e diffuso per l’intera ecumene romana, capolavoro di retorica e arte politica: la prima affermazione è la legittimazione di una rivoluzione e l’aperta rivendicazione di un colpo di Stato.

Nell’agosto del 43 a.C. Ottaviano, figlio adottivo ed erede di Gaio Giulio Cesare, attraversa il Rubicone e punta sulla capitale: è questa la “prima marcia su Roma”.

L’espressione “prima marcia su Roma” è stata recentemente rievocata da Luciano Canfora (in foto), noto filologo, nonché pubblicista presso il “Corriere della Sera”, professore all’Università di Bari, alla quale ha dedicato un agile libro nel 2007. Era stato per primo Sir Ronald Syme (1903 – 1989) a parlarne nella sua The Roman Revolution (1939), opera fondamentale per la comprensione dell’età delle guerre civili e del governo augusteo.

Tuttavia potrebbe sorgere l’obiezione sul termine “prima”: non fu infatti Silla il primo a marciare su Roma? O non fu invece Cesare il primo a varcare il Rubicone e a puntare sull’Urbe? A ciò risponde giustamente Canfora: «Una prima “marcia” su Roma era stata quella di Silla (dopo la battaglia di Porta Collina: 1.XI.82 a.C.), ma contro un governo considerato illegale, quello di Mario e Cinna. Una seconda era stata quella di Cesare (gennaio del 49), ma quando è nei pressi di Roma il Senato e i “legittimi poteri” sono fuggiti in Grecia! La “piccola marcia” di Ottaviano nell’estate del 44 non aveva avuto le dimensioni del colpo di Stato (ma Res Gestae 1 ne parla). È quella dell’agosto 43 la prima vera “marcia su Roma”». In effetti lo stesso Syme parlò di “prima” e “seconda” marcia su Roma di Ottaviano, però Canfora ha ragione: la vera “prima marcia su Roma”, con conseguente colpo di Stato, fu quella che ebbe la sua estrema conclusione il 19 agosto del 43.

Gli eventi che portano al “golpe-Ottaviano” e alla sua sfolgorante ascesa politica iniziano in una data storica: le Idi di marzo del 44 a.C., l’assassinio di Cesare. Tre giorni dopo (18 marzo) Marco Antonio, fedele luogotenente e amico di Cesare, legge il testamento del dittatore poco prima dei funerali pubblici a lui riservati. Oltre agli enormi lasciti in favore del popolo di Roma, viene adottato e designato quale erede quasi universale il giovanissimo nipote Gaio Ottavio. Da allora Ottavio si chiamò Gaio Giulio Cesare Ottaviano.

Ottaviano al tempo si trovava ad Apollonia (in Illiria, ai confini con la Macedonia) per terminare la sua istruzione e il suo addestramento, e in attesa di partecipare all’impresa partica che Cesare aveva intenzione di iniziare prima della sua prematura scomparsa. Ottaviano si reca quindi fulmineamente a Roma, onora la pesante eredità del padre adottivo, ed è accolto da manifestazioni di grande affetto da parte dei veterani di Cesare stanziati in Campania. Promette di rendere onore alla memoria del genitore e di vendicare la sua morte.

L’entrata in scena di Ottaviano rivoluziona lo scacchiere interno del Senato: gli “ottimatipompeiani, in maggioranza e capeggiati dal redivivo Cicerone, intendono servirsi del «ragazzo» per ridimensionare e sconfiggere Marco Antonio, capo dei “popolaricesariani; quest’ultimo, dal canto suo, mal digerisce il giovane avventuriero che sembra insidiare il suo ruolo di leader della fazione cesariana.

Successivamente gli eventi precipitano e inizia un’altra guerra civile: è la cosiddetta “Guerra di Modena”. Il cesaricida Decimo Bruto era assediato nella città da Marco Antonio, il quale reclamava il comando della provincia. Il Senato inviò quindi a rompere l’assedio i due consoli Irzio e Pansa e – in aggiunta – proprio Ottaviano, investito di un potere propretorio, il quale aveva reclutato in Campania un esercito privato (cosa inaudita per la Repubblica!), composto per la maggior parte dai fedeli veterani del padre più due legioni ribellatisi ad Antonio provenienti dalla Macedonia.

Ottaviano aveva illuso la fazione pompeiana di assecondare i suoi voleri (il carrierista Cicerone aveva preso stavolta un abbaglio madornale!), e non esitò a macchinare contro il Senato. La guerra si concluse, infatti, con la sconfitta di Antonio ma, mentre a Roma Cicerone faceva sfoggio di tutte le sue abilità retoriche nel glorificare la vittoria, Ottaviano mise in scacco il Senato. Bruto, dandosi all’inseguimento di Antonio sconfitto, da cacciatore si fece preda e fu ucciso. I consoli perirono in circostanze più che sospette: si diceva che Irzio fosse stato ucciso dallo stesso Ottaviano in mezzo alla mischia, e che il vulnerato Pansa fosse stato proditoriamente avvelenato dal suo medico su commissione di Ottaviano. Voci inquietanti, se veritiere (probabile) o meno non lo sapremo mai.

Il futuro Augusto, tuttavia, si trovava ora al comando di un esercito imponente e vittorioso senza capi (i consoli): un vuoto di potere troppo allettante e da sfruttare al massimo.
Ottaviano, quindi, non esitò a richiedere ricompense ai suoi soldati e il consolato per sé. Il Senato rifiutò e, in quella tremenda estate del 43, l’erede di Cesare varcò il Rubicone marciando rapidamente sull’Urbe: il dado era “nuovamente” tratto.
Con l’esercito alle porte di Roma, gli atterriti senatori inviarono messi al giovane proponendogli la sua candidatura al consolato in regolari elezioni. Ma era troppo tardi: un manipolo di uomini armati, capeggiati dal centurione Cornelio, irruppe in Senato. Il minaccioso centurione, che parlava per bocca di Ottaviano stesso, sguainando la spada tuonò: «Questa lo farà console se non lo farete voi!».

Il 19 agosto si compie il colpo di Stato: Ottaviano è eletto console assieme al cugino e coerede Quinto Pedio, quest’ultimo poi prontamente eliminato.


La Repubblica, già da tempo agonizzante, è all’inizio della fine: il Senato è ormai un’oligarchia parassitaria e incapace di governare un impero così vasto come quello di Roma. È tempo che un sol uomo erediti il potere. Ci aveva provato Cesare, amatissimo dal popolo, odiato acremente dai vecchi oligarchi e dai (falsi) “liberatori”. Fallì, ma ora toccava ad un giovane del suo stesso sangue. Dal caos delle lotte intestine e delle guerre fratricide nacque l’ordinatore della nuova Roma: nacque la stella di Augusto.

Fu l’epoca di Mecenate, Virgilio e Orazio. Fu il “secolo augusto”, quasi un cinquantennio di governo in cui l’erede di Cesare donò a Roma l’impero più grandioso che l’uomo ricordi.

Augusto, tuttavia, riuscì nel suo maestoso disegno poiché ne ebbe il tempo e le risorse; poiché, al contrario di altri, non vide mai Piazzale Loreto…

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domenica 28 dicembre 2008

!!!AVGVSTO!!!PiùaltoPiùoltre!!!


L’AVGVSTO compie oggi 2 mesi!!! Ringraziamo chi ci ha letto, apprezzato, criticato... con un articolo che ci riporta alle origini.

Parallelismi: Augusto e Mussolini.

Numerosi autori antichi hanno parlato di Historia magistra vitae (“la Storia è maestra di vita”) – formula coniata da Cicerone –, e molti intellettuali posteriori ribadirono e riproposero il concetto. La Storia, intesa in senso gnoseologico (ossia la conoscenza che noi abbiamo dei fatti storici), sarebbe un ottimo “strumento” grazie al quale ci è possibile riconoscere eventi simili tra loro, e che ci permetterebbe quindi di comportarci di conseguenza. Lo stesso Machiavelli (1469 – 1527, in foto) basò su questo concetto il suo celeberrimo trattato Il Principe: colui che conosce la storia e quali furono gli esempi di virtù o d’errore che occorsero di fronte ad analoghe condizioni, egli saprà indirizzare gli eventi a suo favore e sarà il “vero” e ottimo Principe, ossia il reggitore dello Stato. Tuttavia Guicciardini (1483 – 1540) si mostrò scettico nei confronti di questa teoria, obiettando che gli avvenimenti storici non si ripetono mai nella stessa maniera, e che il buon statista deve essere in grado di interpretarli correttamente, escogitando volta a volta le soluzioni migliori.

Ma – per tornare a noi – è proprio vero che la storia è magistra vitae? Forse sì, ma esiste certamente anche l’altra faccia della medaglia: Vita magistra historiae (“la vita è maestra della Storia”), ossia ogni epoca ha riletto, interpretandole in maniere sempre diverse, alcune singole esperienze storiche, lasciandovi qualcosa di se stessa. Così è stato ad es. per Sparta, giacché i comunisti videro nella costituzione di Licurgo un fulgido esempio di uguaglianza tra i cittadini, mentre i nazionalsocialisti la esaltarono quale Stato “razziale” per eccellenza.

Anche la figura di Ottaviano Augusto, una delle più affascinanti che la Storia abbia conosciuto, subì lo stesso processo. Un caso interessante fu quello dell’identificazione, in epoca fascista, di Augusto con Mussolini. Nel 1937 cadeva infatti il bimillenario della nascita dell’imperatore, e fu allestita – non a caso – la Mostra Augustea della Romanità. Tale mostra, che ebbe sede nel Palazzo delle Esposizioni a Roma (in foto) sotto la direzione del grande archeologo G. Q. Giglioli, raccoglieva un’imponente mole di riproduzioni di materiali inerenti alla storia di Roma antica, volendone essere una grandiosa celebrazione. Una sala dell’esposizione, l’ultima, era dedicata – per l’appunto – ad Augusto e Mussolini.

Ma perché il Duce del Fascismo era accostato ad Augusto? I motivi sono molteplici.

Augusto (63 a.C. – 14 d.C., in foto), al contrario di quanto alcuni ancora credono, non fu il vero erede politico del padre adottivo Gaio Giulio Cesare (100 – 44 a.C.). Cesare aveva in mente Roma come una monarchia universale, ossia uno Stato in continua espansione territoriale e governato da un monarca assoluto. Questa concezione era invero stata raccolta da Marco Antonio, suo fedele luogotenente e – non a caso – futuro nemico di Ottaviano (poi Augusto). L’ideale di quest’ultimo fu infatti quello che poi strutturò in quasi un cinquantennio di governo, ossia il Principato, retto da un capo carismatico (princeps) e non necessariamente espansionista, più vicino al modello statuale di Pompeo.
Augusto fu quindi visto nei secoli come il virtuoso “architetto” e ordinatore dello Stato, contrapposto al Cesare conquistatore e al suo mito (Cesarismo) che ebbe anch’esso molta fortuna, ad es. presso colui che meglio lo personificò: Napoleone Bonaparte (1769 – 1821).

Tuttavia sia Augusto che Mussolini possono essere letti e accostati secondo due ruoli che rivestirono entrambi: il rivoluzionario e lo statista.

Ultimamente è tornata molto di moda l’espressione “la prima marcia su Roma” – formula coniata da Ronald Syme nella sua splendida The Roman Revolution (1939) –, ossia quella che iniziò il futuro Augusto nell’agosto del 43 a.C. attraversando il Rubicone (come già fece suo padre Cesare). Si era appena conclusa la cosiddetta “Guerra di Modena” tra Ottaviano, investito del potere dal senato, e Antonio; durante i combattimenti perirono – in maniera più che sospetta – i due consoli Irzio e Pansa: Roma ora non aveva più i sommi magistrati che reggevano la repubblica. Questo vuoto di potere – casuale o abilmente macchinato – offrì a Ottaviano la tanto agognata “occasione” (kairòs in greco): richiese al senato il consolato per sé e ricompense ai suoi soldati; al netto rifiuto non esitò a marciare sull’Urbe. Il giovanissimo Ottaviano (aveva solo diciannove anni!) era precoce, e mostrò tutta la sua abilità politica prima di entrare in senato: quest’ultimo gli aveva mandato a dire che era possibile indire regolari elezioni a cui gli era lecito partecipare (concessione già di per sé inaudita, giacché l’età minima per rivestire il consolato era di 43 anni). Ma a rifiuto Ottaviano oppose rifiuto, inviò un manipolo di uomini armati, capeggiati dal centurione Cornelio il quale, entrando nella curia e mostrando l’elsa della spada quasi del tutto sguainata, tuonò: «Questa lo farà console se non lo farete voi!». Allora Cicerone, prototipo del vecchio statista, si abbandonò a imbarazzanti blandizie nei confronti di Ottaviano, con il recondito, benché vano, intento di poter meglio controllare il «ragazzo» (così lo chiamava nelle sue lettere). Questo ricordò a Syme il vecchio Giolitti che, dapprima umiliandosi, tentò invano di “pilotare”, previa marcia su Roma, il giovane (aveva appena trentanove anni) e arrembante Mussolini.

Ma il paragone tra Augusto e Mussolini per la Mostra Augustea della Romanità riguardava certamente le figure di Augusto e di Mussolini in quanto statisti.
Se durante la campagna etiopica, infatti, il Duce fu accostato, come si addiceva al fondatore del sorgente impero, a Cesare, negli anni successivi la propaganda del regime fascista pose l’accento sul Mussolini ordinatore dello Stato. La contrapposizione Cesare-Augusto aveva ispirato anni prima l’opera di Guglielmo Ferrero (1871 – 1942) Grandezza e decadenza di Roma (1906-7 in 5 volumi) che lodava il lavoro oscuro e paziente di Augusto (in antitesi con quello più appariscente e risonante di Cesare) identificandolo con Giolitti: paragone che certamente nobilitava oltremodo il vecchio statista italiano.

Al contrario la personalità politica di Benito Mussolini (1883 – 1945), grazie alla sua imponente e lungimirante opera di strutturazione del regime fascista, meglio si attagliava a quell’Augusto che, da vero “architetto” (così lo definì Rice Holmes), aveva dato forma al Principato con riforme che investirono quasi tutti gli aspetti dell’apparato statale romano. Altro tratto in comune tra i due “duci” fu il carattere restauratore delle due rivoluzioni a cui diedero vita: Augusto, nel fondare il nuovo Stato, si propose di restaurare – per l’appunto – la tanto amata Res Publica (ora, dunque, restituta), attraverso un oculato compromesso formale (come scrisse Tacito, i nomi delle magistrature erano gli stessi ma altri erano i concetti che essi esprimevano); anche Mussolini aveva donato alla rivoluzione fascista una connotazione non già sovversiva, bensì restauratrice. Ora che tale rivoluzione si stava esaurendo, e il Fascismo si andava affermando quindi come Regime, fu logica – e tutt’altro che peregrina – l’identificazione di Mussolini con Augusto.

Un ulteriore carattere lega, infine, i due statisti: l’auctoritas, la quale era la base del loro potere e che traeva la propria forza e legittimazione dal consenso pressoché unanime del popolo di cui essi godevano.

Tuttavia gli eventi che conclusero le loro esistenze non possono che differire in maniera più netta. Augusto morì alla veneranda età di quasi settantasei anni, con l’intima soddisfazione di aver edificato le fondamenta della Roma imperiale col plauso dei contemporanei e dei posteri; al contrario Mussolini soffrì il patibolo, al quale si avviò con l’animo sconsolato di chi è stato tradito da un popolo che tanto aveva amato, che, ingrato, avrebbe bestemmiato il suo nome nei decenni a venire.

A breve larticolo sulla “prima marcia su Roma”...

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lunedì 10 novembre 2008

Parallelismi: Augusto e Mussolini

Numerosi autori antichi hanno parlato di Historia magistra vitae (“la Storia è maestra di vita”) – formula coniata da Cicerone –, e molti intellettuali posteriori ribadirono e riproposero il concetto. La Storia, intesa in senso gnoseologico (ossia la conoscenza che noi abbiamo dei fatti storici), sarebbe un ottimo “strumento” grazie al quale ci è possibile riconoscere eventi simili tra loro, e che ci permetterebbe quindi di comportarci di conseguenza. Lo stesso Machiavelli (1469 – 1527, in foto) basò su questo concetto il suo celeberrimo trattato Il Principe: colui che conosce la storia e quali furono gli esempi di virtù o d’errore che occorsero di fronte ad analoghe condizioni, egli saprà indirizzare gli eventi a suo favore e sarà il “vero” e ottimo Principe, ossia il reggitore dello Stato. Tuttavia Guicciardini (1483 – 1540) si mostrò scettico nei confronti di questa teoria, obiettando che gli avvenimenti storici non si ripetono mai nella stessa maniera, e che il buon statista deve essere in grado di interpretarli correttamente, escogitando volta a volta le soluzioni migliori.

Ma – per tornare a noi – è proprio vero che la storia è magistra vitae? Forse sì, ma esiste certamente anche l’altra faccia della medaglia: Vita magistra historiae (“la vita è maestra della Storia”), ossia ogni epoca ha riletto, interpretandole in maniere sempre diverse, alcune singole esperienze storiche, lasciandovi qualcosa di se stessa. Così è stato ad es. per Sparta, giacché i comunisti videro nella costituzione di Licurgo un fulgido esempio di uguaglianza tra i cittadini, mentre i nazionalsocialisti la esaltarono quale Stato “razziale” per eccellenza.

Anche la figura di Ottaviano Augusto, una delle più affascinanti che la Storia abbia conosciuto, subì lo stesso processo. Un caso interessante fu quello dell’identificazione, in epoca fascista, di Augusto con Mussolini. Nel 1937 cadeva infatti il bimillenario della nascita dell’imperatore, e fu allestita – non a caso – la Mostra Augustea della Romanità. Tale mostra, che ebbe sede nel Palazzo delle Esposizioni a Roma (in foto) sotto la direzione del grande archeologo G. Q. Giglioli, raccoglieva un’imponente mole di riproduzioni di materiali inerenti alla storia di Roma antica, volendone essere una grandiosa celebrazione. Una sala dell’esposizione, l’ultima, era dedicata – per l’appunto – ad Augusto e Mussolini.

Ma perché il Duce del Fascismo era accostato ad Augusto? I motivi sono molteplici.

Augusto (63 a.C. – 14 d.C., in foto), al contrario di quanto alcuni ancora credono, non fu il vero erede politico del padre adottivo Caio Giulio Cesare (100 – 44 a.C.). Cesare aveva in mente Roma come una monarchia universale, ossia uno Stato in continua espansione territoriale e governato da un monarca assoluto. Questa concezione era invero stata raccolta da Marco Antonio, suo fedele luogotenente e – non a caso – futuro nemico di Ottaviano (poi Augusto). L’ideale di quest’ultimo fu infatti quello che poi strutturò in quasi un cinquantennio di governo, ossia il Principato, retto da un capo carismatico (princeps) e non necessariamente espansionista, più vicino al modello statuale di Pompeo.
Augusto fu quindi visto nei secoli come il virtuoso “architetto” e ordinatore dello Stato, contrapposto al Cesare conquistatore e al suo mito (Cesarismo) che ebbe anch’esso molta fortuna, ad es. presso colui che meglio lo personificò: Napoleone Bonaparte (1769 – 1821).

Tuttavia sia Augusto che Mussolini possono essere letti e accostati secondo due ruoli che rivestirono entrambi: il rivoluzionario e lo statista.

Ultimamente è tornata molto di moda l’espressione “la prima marcia su Roma” – formula coniata da Ronald Syme nella sua splendida The Roman Revolution (1939) –, ossia quella che iniziò il futuro Augusto nell’agosto del 43 a.C. attraversando il Rubicone (come già fece suo padre Cesare). Si era appena conclusa la cosiddetta “guerra di Modena” tra Ottaviano, investito del potere dal senato, e Antonio; durante i combattimenti perirono – in maniera più che sospetta – i due consoli Irzio e Pansa: Roma ora non aveva più i sommi magistrati che reggevano la repubblica. Questo vuoto di potere – casuale o abilmente macchinato – offrì a Ottaviano la tanto agognata “occasione” (kairòs in greco): richiese al senato il consolato per sé e ricompense ai suoi soldati; al netto rifiuto non esitò a marciare sull’Urbe. Il giovanissimo Ottaviano (aveva solo diciannove anni!) era precoce, e mostrò tutta la sua abilità politica prima di entrare al senato: quest’ultimo gli aveva mandato a dire che era possibile indire regolari elezioni a cui gli era lecito partecipare (concessione già di per sé inaudita, giacché l’età minima per rivestire il consolato era di 43 anni). Ma a rifiuto Ottaviano oppose rifiuto, inviò un manipolo di uomini armati, capeggiati dal centurione Cornelio il quale, entrando nella curia e gettando indietro il mantello mostrando l’elsa della spada quasi del tutto sguainata, tuonò: «Questa lo farà console se non lo farete voi!». Allora Cicerone, prototipo del vecchio statista, si abbandonò a imbarazzanti blandizie nei confronti di Ottaviano, con il recondito, benché vano, intento di poter meglio controllare il «ragazzo» (così lo chiamava nelle sue lettere). Questo ricordò a Syme il vecchio Giolitti che, dapprima umiliandosi, tentò invano di “pilotare”, previa marcia su Roma, il giovane (aveva appena trentanove anni) e arrembante Mussolini.

Ma il paragone tra Augusto e Mussolini per la Mostra Augustea della Romanità riguardava certamente le figure di Augusto e di Mussolini in quanto statisti.
Se durante la campagna etiopica, infatti, il Duce fu accostato, come si addiceva al fondatore del sorgente impero, a Cesare, negli anni successivi la propaganda del regime fascista pose l’accento sul Mussolini ordinatore dello Stato. La contrapposizione Cesare-Augusto aveva ispirato anni prima l’opera di Guglielmo Ferrero (1871 – 1942) Grandezza e decadenza di Roma (1906-7 in 5 volumi) che lodava il lavoro oscuro e paziente di Augusto (in antitesi con quello più appariscente e risonante di Cesare) identificandolo con Giolitti: paragone che certamente nobilitava oltremodo il vecchio statista italiano.

Al contrario la personalità politica di Benito Mussolini (1883 – 1945), grazie alla sua imponente e lungimirante opera di strutturazione del regime fascista, meglio si attagliava a quell’Augusto che, da vero “architetto”, aveva dato forma al Principato con riforme che investirono quasi tutti gli aspetti dell’apparato statale romano. Altro tratto in comune tra i due “duci” fu il carattere restauratore delle due rivoluzioni a cui diedero vita: Augusto, nel fondare il nuovo Stato, si propose di restaurare – per l’appunto – la tanto amata Res Publica, attraverso un oculato compromesso formale (come scrisse Tacito, i nomi erano gli stessi ma altri erano i concetti che essi esprimevano); anche Mussolini aveva donato alla rivoluzione fascista una connotazione non già sovversiva, bensì restauratrice. Ora che tale rivoluzione si stava esaurendo, e il Fascismo si andava affermando quindi come Regime, fu logica – e tutt’altro che peregrina – l’identificazione di Mussolini con Augusto.

Un ulteriore carattere lega, infine, i due statisti: l’auctoritas, la quale era la base del loro potere e che traeva la propria forza e legittimazione dal consenso pressoché unanime del popolo di cui essi godevano.

Tuttavia gli eventi che conclusero le loro esistenze non possono che differire in maniera più netta. Augusto morì alla veneranda età di quasi settantasei anni, con l’intima soddisfazione di aver edificato le fondamenta della Roma imperiale col plauso dei contemporanei e dei posteri; al contrario Mussolini soffrì il patibolo, al quale si avviò con l’animo sconsolato di chi è stato tradito da un popolo che tanto aveva amato, che, ingrato, avrebbe bestemmiato il suo nome nei decenni a venire.


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