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martedì 17 marzo 2009

Platone: l’alfiere anti-democratico




«È naturale quindi – continuai – che la tirannide non si formi da altra costituzione che la democrazia; cioè, a mio avviso, dalla somma libertà viene la schiavitù maggiore e più feroce»

(Platone, Repubblica, 564 a)


Siamo nell’Atene del IV secolo a.C., un periodo di grandi trasformazioni sociali e politiche, caratterizzato dall’individualismo e il relativismo gnoseologico dei sofisti, dalla sfrenata licenza di poter dire e di poter pensare qualsiasi cosa si voglia. E ancora dalla fine della democrazia periclea, dall’instaurarsi del regime oligarchico dei Trenta Tiranni, e di nuovo dalla restaurazione della democrazia, molto diversa dalla precedente e soprattutto colpevole dei più alti crimini, primo fra tutti quello di aver condannato a morte Socrate, l’uomo giusto per eccellenza, il prototipo del filosofo, l’incarnazione del Bene e della Giustizia.

È in questo periodo che opera Platone (427 – 347 a.C.), ed è da questi grandi cambiamenti che prende forma la sua ricerca filosofica. Ma soprattutto è dalla condanna e la conseguente morte del maestro che comincia la riflessione politica sulla situazione di Atene: se il governo di una città poteva commettere il più grave dei crimini, ossia condannare a morte Socrate, era chiaro che la civiltà e la prosperità esteriore della democrazia ateniese nascondevano al loro interno una malattia morale che solo la riflessione filosofica può guarire.

Platone si scaglia contro ogni tipo di individualismo e a favore del giusto reinserimento dell’individuo nella polis, della parte nel tutto. Nella filosofia platonica l’individuo viene presentato come un uomo composto da tre esseri: un mostro a più teste, un leone e un uomo. I tre esseri corrispondono alle tre componenti dell’anima di ciascuno e alle tre classi della polis ordinata secondo giustizia, in modo tale che ciascuno, inserito in una delle tre classi, possa esercitare quel compito a cui la natura l’ha meglio indirizzato. La componente più bassa dell’anima è quella desiderativa (epithymetikòn), che spinge alla soddisfazione dei desideri e al possesso dei beni strumentali. Se essa prevale nel singolo, costui apparterrà alla classe bronzea dei lavoratori, la cui virtù specifica è la temperanza, in quanto questa classe è l’unica a cui è concessa la proprietà privata. Questa classe non può partecipare al governo della polis, in quanto è interessata all’accrescimento dei propri beni.

La componente intermedia è quella animosa (thymoeidès), che volge all’impegno costante per il perseguimento di stabili obiettivi, al di là del piacere momentaneo. Se essa prevale, il singolo apparterrà alla classe argentea dei guerrieri custodi che provvedono alla difesa armata della città. La virtù che li caratterizza è il coraggio. Ad essi non è concesso avere né possessi privati né famiglia propria. Ciò corrisponde all’intento platonico di una separazione tra potere e ricchezza, la quale impedisce atteggiamenti competitivi ed egoistici a discapito dell’unità del “tutto armonico” della polis.
L’ultima componente dell’anima è quella razionale-intellettuale (loghistikòn), che è in grado, elevandosi al di là dell’opinione e passando attraverso la Scienza, di arrivare a cogliere le “idee” e le loro relazioni. Se essa prevale nel singolo, questo apparterrà alla classe aurea dei custodi governanti (àrchontes), ovvero i filosofi. La virtù propria di questa classe è la sapienza (sophìa).

Da questa breve descrizione del pensiero politico-filosofico di Platone possiamo facilmente dedurre che esso sia caratterizzato da una sottile ed incisiva critica alla democrazia, alla sua pretesa di universalità, alla stessa antropologia su cui essa si fonda. Il suo, dunque, è un pensiero anti-egualitario, anti-individualista, ferocemente collettivista, in una parola anti-democratico. La democrazia, infatti, si richiama fondamentalmente a due princìpi: libertà e uguaglianza. Platone respinge entrambi questi princìpi, mostrandone l’intrinseca problematicità. A proposito della libertà, egli osserva che essa è destinata ad autonegarsi e a sfociare nel suo opposto, la tirannide, come lo stesso Platone afferma nella Repubblica: «Un’eccessiva libertà si trasforma in un’eccessiva schiavitù, nella vita privata come in quella pubblica. Dunque la tirannide non si insedia a partire da nessun’altra costituzione se non dalla democrazia; dall’estrema libertà deriva la schiavitù maggiore e più selvaggia» (Rp. 564 a). Inoltre l’unica vera forma di libertà, alla quale possono accedere gli individui nei quali dominano le istanze irrazionali, risiede nell’accettazione del comando di coloro in cui la ragione esercita il predominio. Meglio essere governati dalla ragione che appartiene ad un altro, piuttosto che dagli istinti irrazionali che risiedono nella propria anima.

Per quanto riguarda l’uguaglianza, egli nega che essa sia un dato acquisito sul piano morale, antropologico e intellettuale: gli uomini non sono affatto uguali. Considera poi l’uguaglianza non il punto di partenza, ma l’obiettivo di una società giusta.
La prassi democratica, la quale prevede che le decisioni siano prese a maggioranza all’interno dell’Assemblea e che molte cariche siano assegnate per sorteggio, nega il principio di competenza e la connessione, indispensabile per Platone, tra Potere e Sapere. Egli ritiene invece che la maggioranza degli individui non possegga né il grado di competenza, né il livello di consapevolezza, e neppure l’attitudine etico-morale per contribuire al governo della città. Per il filosofo la politica, almeno per quanto concerne la necessità di possedere una competenza disciplinare specifica, non differisce da una qualsiasi altra tecnica, come lo stesso Platone afferma nel Gorgia attraverso l’analogia tra la politica e la medicina: come questa, infatti, la politica comporta il possesso di un sapere oggettivo e controllabile, richiede un sapere e una competenza specialistica e per questo non può essere affidata all’arbitrio dei più, i quali posseggono solo una dotazione minimale di tale competenza. Solo un numero esiguo di individui è in grado di esercitare un pieno controllo della ragione sulle istanze razionali della propria anima. Ciò significa che gli uomini non sono affatto tutti uguali, perché la maggior parte è influenzabile dagli appetiti e dalle passioni.

È importante specificare che gli argomenti platonici contro la democrazia assumono connotati antropologici, e per questo assumono una validità universale, ossia non si riferiscono solamente alla democrazia esistente ad Atene. Platone non critica solo questo o quel meccanismo istituzionale in vigore nella città democratica, ma soprattutto l’uomo democratico, i suoi valori, i princìpi stessi sui quali si fonda la democrazia. È per questo che la critica platonica può essere estesa ad ogni forma democratica, dunque anche a quella attuale.

La presunta presenza nelle opere tarde di Platone di una revisione del giudizio sulla democrazia non sembra efficace, infine, se si considera che la collocazione mediana della democrazia nella gerarchia delle forme di governo esposta nel Politico non dipende dalla presenza, nella costituzione democratica, di elementi positivi, ma dalla semplice constatazione che la democrazia e l’uomo democratico hanno una sorta di mediocrità che li rende incapaci di realizzare in forma estrema tanto il Bene quanto il Male. Inoltre la costituzione delle Leggi, anche se considerata “mista” (di elementi monarchici e democratici), è in realtà aristocratica, in quanto si fonda sull’obbedienza alle leggi, espressione del sapere e dell’intelligenza. Elementi del tutto estranei alla democrazia.

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lunedì 19 gennaio 2009

L’utopia di una scuola pubblica nella Grecia classica


Il primo filosofo e uomo politico ad intraprendere iniziative relative all’allargamento dell’istruzione verso un pubblico sempre più vasto, secondo una tradizione riferita dallo storico Diodoro Siculo, sarebbe stato Caronda di Catania, il semimitico autore delle leggi di Turi nel VII sec. a.C.; il legislatore avrebbe fatto varare, fra gli altri, un provvedimento secondo il quale i figli di tutti i cittadini avrebbero dovuto imparare le lettere e che le spese della loro istruzione avrebbero dovuto essere pagate completamente dalla città. Aneddoti come questo aiutano certamente a cogliere un cambiamento circa le modalità dell’istruzione fra l’età classica e l’età ellenistica, e di un più generale approccio alla problematica pedagogica.

Nella Grecia dell’età classica l’istruzione era una questione essenzialmente privata. Soltanto le famiglie che avessero avuto un’adeguata disponibilità economica sarebbero state in grado di impartire un’educazione ai propri figli, rivolgendosi comunque a maestri privati. In mancanza di una qualsiasi forma di monitoraggio pubblico (mancavano dei corsi di studio regolari intesi in senso moderno), l’educazione non mirava al conseguimento di un bagaglio di nozioni determinate, ma all’adesione completa ai valori della polis. All’interno di questo sistema, stabilire quanti possedessero le competenze necessarie per leggere un qualsiasi tipo di opera letteraria è difficile capirlo; l’ipotesi più probabile è che comunque questo bagaglio di competenze si restringesse alle classi egemoni, le uniche a possedere la disponibilità economica indispensabile, e che quindi riguardasse un numero ristretto di individui.

L’interesse verso l’allargamento dell’istruzione comincia ad avvertirsi alla metà del IV sec. a.C.




I primi segni di questo processo sono inizialmente limitati alla speculazione teorica e sono ravvisabili nella riflessione filosofica di Platone, in cui, nei dialoghi della maturità, quali ad es. la Repubblica, le osservazioni pedagogiche proposte fino a quel momento diventano funzionali alla costituzione dello Stato ideale continuamente cercato. Dalla tarda antichità ci è pervenuta la notizia per cui sul portone dell’Accademia era esposta questa frase come epigrafe: ΑΓΕΩΜΕΤΡΗΤΟΣ ΜΗΔΕΙΣ ΕΙΣΙΤΩ («non entri chi non è geometra»), e ciò in virtù della selezione da affrontare per poter raggiungere le vette dell’educazione, cui solo il filosofo può aspirare. Tuttavia, quand’anche l’epigrafe risultasse essere solo una finzione poetica creata dai rètori ellenistici, la massima esprime in modo assolutamente perfetto il programma che Platone metteva in atto nell’Accademia, per cui la scienza del numero costituiva lo sbarramento per poter raggiungere la sfera dell’intelligibile e contemplare l’Essere. Al fine di costruire una città il più possibile ordinata, Platone fornisce alcune indicazioni concrete in tal senso, contenenti molte novità rispetto alla tradizione precedente, come l’insistenza in più di un luogo della sua opera di pianificare per legge un aumento del numero degli alfabeti.

La trattatistica politica successiva continua a confrontarsi con il problema dell’educazione, come riflesso delle esigenze delle nuove realtà statali createsi dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C., in foto). Nei regni dei diàdochi, infatti, caratterizzati da un alto tasso di burocratizzazione e da un conseguente aumento del numero dei documenti, gli analfabeti erano penalizzati rispetto a chi possedesse un alfabetismo anche solo funzionale. Il filosofo Aristotele dedica all’argomento la fine del VII e tutto l’VIII libro della Politica, purtroppo giunto a noi in forma incompleta. Quest’opera, nonostante un’impostazione teorica meno ambiziosa, pone l’educazione al centro delle preoccupazioni politiche di un governante: «nessuno potrà contestare che il legislatore debba adoperarsi al massimo grado per garantire l’istruzione dei giovani». Tutto ciò implica che l’istruzione sia garantita a tutti e pubblica: «non come accade oggi che ognuno si prende cura privatamente dei propri figli e fornisce loro, in privato, l’istruzione che preferisce». Quest’idea inizia a trovare accoglienza sempre più vasta presso altre scuole filosofiche ellenistiche, cui sono dedicati un ampio numero di trattati specialistici: il Perì paidèias (“Sull’educazione”) che Sozione annovera tra gli scritti di Aristippo, i Paudeutikòi nòmoi (“Le regole dell’educazione”) di Aristosseno e, non ultimi, il Perì tès Ellenikès paidèias (“Sull’educazione ellenica”) di Zenone, e il Perì agoghès (“Sul percorso educativo”) di Cleante.

Tuttavia, nonostante l’interesse mostrato verso questo tipo di esigenze, avvertite da strati sempre più ampi della popolazione, l’accesso all’istruzione non raggiunse mai soluzioni di massa, come nei tempi attuali, ma fu patrimonio esclusivo di un’élite politico-militare di volta in volta al comando.

Lo stesso avvenne ad Atene, madre legittima della genuina e autentica democrazia, in cui, sebbene l’alfabetismo fosse lievemente più diffuso che in altre poleis elleniche, una scuola pubblica capace di formare il cittadino politicamente capace non vide mai la propria nascita. Non a caso Socrate (in foto) – antidemocratico viscerale – lamentò più volte il mal costume proprio dei sofisti, i quali attiravano i rampolli delle più nobili schiatte della città al fine di essere remunerati in cambio di lezioni private. E la retorica sofistica era arma assai preziosa in un sistema assembleare e formalmente paritetico quale quello ateniese.

Anche nell’Atene democratica, dunque, l’istruzione – o meglio la “precettura” – fu esclusivo appannaggio delle classi abbienti ed egemoni, le reali, benché inconfessate, detentrici del potere politico.

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giovedì 20 novembre 2008

Non originali, ma originari: “Le radici spirituali dell’Europa. Romanità ed Ellenicità”


«La Storia è la metafora del Mito». Il breve saggio di Giandomenico Casalino, che riproduce un suo intervento ad una conferenza del 2006, è intriso di questo concetto fondamentale. Parole – e lo stesso Casalino se ne stupisce – di Andrea Carandini, celebre archeologo di formazione marxista. Questa premessa risulta indispensabile al vero e proprio tema della discussione, ossia le radici spirituali dell’Europa; «l’idiota modernista dice che il MITO È UNA METAFORA DELLA STORIA, cioè – secondo lui – il Fatto è l’unica cosa concreta e reale; il mito è la chiacchiera che metaforizza il fatto. Ma ignora – perché è cieco e non vede – che il fatto è tale ed esiste in quanto incarna l’Idea, come dice Hegel».

Casalino ci parla quindi della Romanità non già in senso storico e scientifico, bensì in senso strettamente spirituale e meta-storico, giacché «Roma non nasce, ma si manifesta alla Storia». Sono dunque presi in esame quei princìpi, quei valori – in una parola – quella Weltanschauung (Visione o Idea del mondo) che ha caratterizzato la civiltà romana, la quale seppe poi trasmetterla ai popoli soggetti (poi romanizzati e poi romani) e tramandarla – da qui “Tradizione” – ai posteri. Dice Casalino, infatti, che «il mistero di Roma è il mistero della nostra tradizione», e NOI ne siamo gli eredi «perché l’erede è spirituale, poi può esserlo patrimonialmente, ma prima di tutto deve ereditare moralmente: haeres nel diritto romano è colui che eredita lo ius gentis e lo ius imaginis, quindi il patrimonio cioè la tradizione del padre». Qui l’autore pone l’accento sull’etimologia del termine patrimonium, che viene da pater (padre) e -monium che accenna ad agente, ad azione: prima di essere un’eredità materiale, essa è dunque spirituale, poiché è richiesta l’azione da parte dell’erede; come diceva Goethe «ciò che hai ereditato dai padri conquistalo per possederlo».

Viene poi tracciata la differenza tra la Grecia e Roma. La Grecità è dunque «la scienza della contemplazione, è l’epistéme filosofico; quello greco è il discorso del “DATO COME VOLUTO” […] Il greco, trovandosi davanti l’universo, il cosmos, lo considera VOLUTO, cioè lo accetta poiché esso è divino». Dunque l’uomo greco contempla la perfezione della natura, ne carpisce la bellezza, e si armonizza ad essa; la filosofia ellenica appare dunque come la ricerca della comprensione di questo cosmos meraviglioso che gli dèi hanno creato, e l’arte scultorea ed architettonica greca ne riprodurrebbe l’armonia. In definitiva, la Grecità è l’Ascesi della Contemplazione.


La Romanità, al contrario, segue il discorso del VOLUTO COME DATO; secondo la formula di Carandini «Roma è l’atto costitutivo dell’Occidente». Quindi Roma, se “costituisce”, crea ex nihilo, è l’Ascesi dell’Azione. E l’áskesis, che è esercizio e salita, è sacrificio e abnegazione, «l’ascesi è eroica […] Il romano pertanto non vede un cosmos già ordinato, bello, che lui accetta. Il romano crea l’ordine dal nulla con “l’atto costitutivo”, pensa la natura in termini giuridici; nella sua cultura la legge è la natura ordinata in cosmos che è la res publica. […] Come il romano realizza l’ordine? Mediante l’azione che è sacra perché guarda verso l’Alto, verso il Sacro. E qual è l’azione sacra per eccellenza? Il Rito!». Quindi per Roma il cosmos è non già la natura, bensì lo Stato, la Res Publica, al di fuori del cosmos-res publica è il caos dei barbari; ma – secondo la celeberrima equazione ciceroniana – Res Publica è Res Populi, è il popolo ordinato secondo la legge, che è sacra, quindi il popolo è sacro (non a caso, i Tribuni della Plebe sono rivestiti della sacrosanctitas, ossia sono intoccabili in quanto sacri).

«Allora come con l’azione, con il rito si realizza l’Ordine? Prima del rito e prima di realizzare l’ordine cosa c’è? C’è la guerra, la via eroico-guerriera, la triade Iuppiter, Mars, Quirinus», ossia dalla città in pace (Quirino), attraverso la guerra (Marte), si giunge alla pace basata sulla giustizia (Giove), la costituzione della sacra res publica, l’Idea, il pactum, cioè la legge.

È con la legge, infatti, che Roma ha unificato il mondo: Roma è una civitas augescens, ossia una civiltà che si accresce, che accoglie gli altri popoli nel suo ordinamento civile basato sulla giustizia, e accomuna i loro destini al proprio, realizzandone la sintesi: è «la polarità tra l’Unità e la Molteplicità, che è il mistero risolto della Grecità e della Romanità». Per questo motivo l’ecumene romana e romanizzata è vissuta, nel suo essere storico, un millennio: poiché non ha violentato le altre genti, ma le ha accolte, ne ha fatto un solo popolo che è sacro e retto dalla giustizia della legge: «Roma cosa ha fatto? Ha realizzato la sintesi dell’inconciliabile […] cioè la sovranità del popolo con il sacro, il diritto con il sacro, lo ius imperii con la fede nella libertas, valore aristocratico indoeuropeo».

Ora ci sarà più facile capire come e perché Aurelio Simmaco, senatore della migliore nobiltà romana, rètore, filosofo e giurista, nel IV secolo d.C., poteva chiamare il poeta gallo Ausonio «maestro di latinitas e di romanitas»; e come e perché il generale e patrizio di origini vandale Stilicone poteva dire «fatevi da parte! Perché il nostro impero, anzi il mio impero, la mia civiltà, il mio mondo lo difendo io!».

E allora non ci stupiremo più se, negli anni bui dell’autunno dell’impero, il poeta gallo-romano Rutilio Namaziano scrive nel suo saluto a Roma, come a voler lasciare un imperituro messaggio di una civiltà che tramonta, Urbem fecisti quod prius orbis erat: «Hai reso città ciò che prima si chiamava mondo».

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martedì 18 novembre 2008

Pericle e il conflitto delle interpretazioni

Figura controversa fin dall’antichità, Pericle è stato uno dei pochi uomini che hanno ricevuto dai posteri la possibilità di assegnare il proprio nome ad un preciso momento della storia; non è un caso, infatti, che nei secoli successivi, lo statista greco avrebbe incarnato la grandezza di Atene all’apogeo della sua espansione.

Per comprendere il come e il perché gli siano stati attribuiti un ruolo ed un’importanza così fuori dall’ordinario, si è aperto un aspro dibattito fra gli studiosi sul rapporto fra Pericle e il regime democratico ateniese del V secolo.




Lasciando da parte gli antichi, Tucidide in primo luogo, seguito dalla Costituzione degli Ateniesi attribuita ad Aristotele e dalla Vita di Pericle di Plutarco, è noto che l’interesse dei moderni per le imprese degli uomini illustri dell’antichità inizia a partire dall’età rinascimentale, grazie soprattutto alla riscoperta in occidente delle biografie del già citato Plutarco. La figura di Pericle, nonostante l’importanza riconosciutagli in seguito, rispetto ad altri personaggi quali Aristide, Solone o Temistocle, restò tuttavia a lungo in secondo piano. Questo perché egli appariva come l’incarnazione della democrazia, vale a dire di una forma di governo da molto tempo condannata all’oblio. L’interesse verso la democrazia ed il relativo sviluppo storico cominciò a manifestarsi nel XVIII secolo in relazione più o meno diretta con la critica dei regimi assolutistici portata avanti dalla filosofia dei "lumi".

Alla vigilia della rivoluzione francese un’opera soprattutto merita particolare attenzione, Le voyage du jeune Anacharsis dell’abate Barthélemy , vero e proprio monumento di erudizione in cui nella seconda parte dell’introduzione storica viene dedicata un’intera sezione alla figura di Pericle, intitolata appunto “Il secolo di Pericle”, dove l’abate traccia un ampio ritratto del personaggio, largamente desunto da Plutarco, al momento della sua entrata nella scena politica e più avanti mettendo in evidenza le sue doti nella ricerca del consenso del démos: “Grazie al suo ascendente, Pericle dispose del tesoro pubblico degli Ateniesi e di quello dei suoi alleati, riempì Atene di capolavori d’arte, assegnò pensioni ai cittadini poveri, attribuì loro una parte delle terre conquistate[…] Il popolo, non vedendo altro che la mano che elargiva, chiudeva gli occhi sulla fonte cui essa attingeva. Si univa sempre di più a Pericle, il quale , per legarlo più fortemente a sé, lo rese complice delle sue ingiustizie e si servì di esso per assestare quei colpi eccezionali che aumentano il credito rendendolo manifesto”.

Giudizi simili a questo vengono formulati senza una certa originalità anche nel secolo XIX, non mancando tuttavia di sottolineare come la democrazia vigente nell’Atene classica fosse riservata comunque ad una minoranza dell’Attica. Negli anni che seguono immediatamente la seconda guerra mondiale è sempre l’immagine di un Pericle come un politico intelligente a dominare la produzione storiografica dell’Europa occidentale.

Gaetano de Sanctis (1944) traccia l’immagine di un Pericle dotato di intelligenza, umanità e cultura, da discepolo del filosofo Anassagora pone la sua ricca personalità al servizio della propria patria e costruisce una democrazia ideale, che si riflette nell’orazione funebre. Anche de Sanctis, comunque, non rinuncia a sottolineare le ristrettezze della democrazia ateniese e della politica imperialista, e l’incapacità di unificare la Grecia intorno ad un comune principio democratico. Non sarebbe difficile moltiplicare citazioni di ispirazione analoga, che mettano in risalto al tempo stesso il patriottismo, l’integrità e tutte le altre virtù periclèe grazie alle quali seppe realizzare un’adeguata politica sociale volta ad assicurare il benessere dei cittadini.

Recentemente lo studioso americano Josiah Ober nel suo Political Dissent in Democratic Athens: Intellectual Critics of Popular Rule (2001) ha ribadito come Pericle sia stato una figura dominante della storia di Atene grazie al modo in cui seppe usare la carica di stratego, ma soprattutto grazie alle abilità oratorie e all’acuta percezione delle aspettative ateniesi. Per lo studioso americano, Pericle seppe valorizzare lo spirito dei cittadini Ateniesi in virtù del principio democratico per sbarazzarsi dell’opposizione della compagine aristocratica.

In conclusione, Pericle, al pari di altri uomini illustri nell’antichità, seppe sfruttare la nascente democrazia ateniese per affermarsi come principale guida della politica ateniese al momento della sua massima espansione.

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venerdì 31 ottobre 2008

L'utopia di una scuola pubblica nella Grecia classica

Il primo filosofo e uomo politico ad intraprendere iniziative relative all’allargamento dell’istruzione verso un pubblico sempre più vasto, secondo una tradizione riferita dallo storico Diodoro Siculo, sarebbe stato Caronda di Catania, il semimitico autore delle leggi di Turi nel VII sec. a. C.; il legislatore avrebbe fatto varare, fra gli altri, un provvedimento secondo il quale i figli di tutti i cittadini avrebbero dovuto imparare le lettere e che le spese della loro istruzione avrebbero dovuto essere pagate completamente dalla città. Aneddoti come questo aiutano certamente a cogliere un cambiamento circa le modalità dell’istruzione fra l'età classica e l'età ellenistica, e di un più generale approccio alla problematica pedagogica.


Nella Grecia dell’età classica l’istruzione era una questione essenzialmente privata. Soltanto le famiglie che avessero avuto un’adeguata disponibilità economica sarebbero state in grado di impartire un’educazione ai propri figli, rivolgendosi comunque a maestri privati. In mancanza di una qualsiasi forma di monitoraggio pubblico (mancavano dei corsi di studio regolari intesi in senso moderno), l’educazione non mirava al conseguimento di un bagaglio di nozioni determinate, ma all’adesione completa ai valori della polis. All’interno di questo sistema, stabilire quanti possedessero le competenze necessarie per leggere un qualsiasi tipo di opera letteraria è difficile capirlo; l’ipotesi più probabile è che comunque questo bagaglio di competenze si restringesse alle classi egemoni, le uniche a possedere la disponibilità economica indispensabile, e che quindi riguardasse un numero ristretto di individui. L’interesse verso l’allargamento dell’istruzione comincia ad avvertirsi alla metà del IV sec. a.C.

I primi segni di questo processo sono inizialmente limitati alla speculazione teorica e sono ravvisabili nella riflessione filosofica di Platone, in cui, nei dialoghi della maturità quali la Repubblica ad es., le osservazioni pedagogiche proposte fino a quel momento diventano funzionali alla costituzione dello Stato ideale continuamente cercato. Dalla tarda antichità ci è pervenuta la notizia per cui sul portone dell’Accademia era esposta questa frase come epigrafe ΑΓΕΩΜΕΤΡΗΤΟΣ ΜΗΔΕΙΣ ΕΙΣΙΤΩ (“non entri chi non è geometra”), in virtù della selezione da affrontare per poter raggiungere le vette dell’educazione, cui solo il filosofo può aspirare. Tuttavia, quand’anche l’epigrafe risultasse essere solo una finzione poetica creata dai rètori ellenistici, la massima esprime in modo assolutamente perfetto il programma che Platone metteva in atto nell’Accademia, per cui la scienza del numero costituiva lo sbarramento per poter raggiungere la sfera dell’intelligibile e contemplare l’essere. Al fine di costruire una città il più possibile ordinata, Platone fornisce alcune indicazioni concrete in tal senso, contenenti molte novità rispetto alla tradizione precedente, come l’insistenza in più di un luogo della sua opera di pianificare per legge un aumento del numero degli alfabeti.

La trattatistica politica successiva continua a confrontarsi con il problema dell’educazione, come riflesso delle esigenze delle nuove realtà statali createsi dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.). Nei regni dei diadochi, infatti, caratterizzati da un alto tasso di burocratizzazione e da un conseguente aumento del numero dei documenti, gli analfabeti erano penalizzati rispetto a chi possedesse un alfabetismo anche solo funzionale. Il filosofo Aristotele dedica all’argomento la fine del VII e tutto l’VIII libro della Politica, purtroppo giunto a noi in forma incompleta. Quest’opera, nonostante un’impostazione teorica meno ambiziosa, pone l’educazione al centro delle preoccupazioni politiche di un governante: “nessuno potrà contestare che il legislatore debba adoperarsi al massimo grado per garantire l’istruzione dei giovani”. Tutto ciò implica che l’istruzione sia garantita a tutti e pubblica: “non come accade oggi che ognuno si prende cura privatamente dei propri figli e fornisce loro, in privato, l’istruzione che preferisce”. Quest’idea inizia a trovare accoglienza sempre più vasta presso altre scuole filosofiche ellenistiche, cui sono dedicati un ampio numero di trattati specialistici: il Perì paidèias (“Sull’educazione”) che Sozione annovera tra gli scritti di Aristippo, i Paudeutikòi nòmoi (“Le regole dell’educazione”) di Aristosseno e, non ultimi, il Perì tès Ellenikès paidèias (“Sull’educazione ellenica”) di Zenone, e il Perì agoghès (“Sul percorso educativo”) di Cleante.

Tuttavia, nonostante l’interesse mostrato verso questo tipo di esigenze, avvertite da strati sempre più ampi della popolazione, l’accesso all’istruzione non raggiunse mai soluzioni di massa, come nei tempi attuali, ma fu patrimonio esclusivo di un’élite politico-militare di volta in volta al comando.

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