Domenica 17 febbraio 2008 l’arroganza, l’impunità e la menzogna hanno portato al potere in una provincia espropriata ad uno Stato sovrano un gruppo di narcotrafficanti ed assassini, col beneplacito dell’imperialismo occidentale. Nell’anniversario di questo evento, è necessario ancora una volta opporre le ragioni della Storia, della Tradizione e della Sovranità dei popoli alle ragioni di un campo che trova solo nella violenza e nella menzogna le proprie giustificazioni.
Kosovo je Srbija. Per l’europeo “medio” risulta difficile se non impossibile capire il senso profondo di questa semplice frase. Niente di strano: a chi dimentica la propria identità e svilisce il proprio immenso patrimonio culturale per cullarsi nel sogno americano non si può chiedere di comprendere e valorizzare l’identità e la cultura di una nazione per cui questo sogno è stato sinonimo di distruzione.
Eppure noi europei avremmo molto da imparare da questo popolo balcanico: dal 1389 (anno della sconfitta nella battaglia di Kosovo Polje [Campo dei Merli] contro l’esercito del sultano turco Murad I) al 1999 (anno dell’aggressione NATO alla repubblica federale Jugoslava) la storia dei serbi è caratterizzata da una resistenza costante, testarda e coraggiosa all’imperialismo (turco, austro-ungarico, tedesco, sovietico ed infine euroatlantico) in nome della sovranità, dell’autodeterminazione e dell’indipendenza della propria nazione.Per comprendere l’attaccamento viscerale del popolo serbo al Kosovo-Metohija è quindi necessario guardare a questa terra nell’ottica di chi per quella terra, ed in quella terra, ha costruito, vissuto e lottato per secoli.
Breve storia del Kosovo
La storia del popolo serbo inizia proprio in Kosovo: fu in questa regione che i regnanti serbi, con le dinastie dei Nemanjić prima e dei Lazarević poi, svilupparono tra il X e XIII secolo d.C. il primo embrione di stato serbo; fu a Peć, nella Metohija (ovvero il Kosovo occidentale) che la chiesa ortodossa serba ebbe per secoli la sua sede arcivescovile; è in Kosovo che apparvero le prime opere letteraria in lingua serba1; ed ancora, è del Kosovo che parlano poesie, canzoni e poemi epici serbi dal XI secolo ai giorni nostri.Non solo: l’evento fondante della nazione serba viene individuato proprio nella battaglia di Kosovo Polje, avvenuta il 28 giugno 1389 (il Vidovdan, ancora oggi festa nazionale), dove i serbi dimostrarono un coraggio senza pari: seppure in netta inferiorità numerica, non solo inflissero gravissime perdite al nemico turco, rallentandone di decenni l’avanzata verso l’Europa, ma riuscirono anche (per la prima ed unica volta nella storia) ad uccidere il sultano alla guida dell’esercito invasore.
Sebbene a Kosovo Polje i serbi risultassero alla fine sconfitti, fu solo con la caduta di Belgrado (avvenuta intorno al 1440) che venne completata la loro sottomissione all’impero ottomano, protrattasi poi per quasi cinque secoli. Infatti, solamente al termine della prima guerra balcanica (1878, conferenza di Berlino) venne riconosciuta al Regno di Serbia indipendenza e sovranità, seppure solo su una piccola parte dei territori “etnicamente” serbi: la percentuale maggiore della popolazione di etnia serba continuava infatti a vivere sotto il dominio dell’impero austro-ungarico (in Bosnia e nella Krajina) ottomano (Kosovo e Macedonia) ed in Montenegro2.
La rinconquista del Kosovo-Metohija avvenne nel corso della seconda guerra balcanica, conclusasi nel 1912 con la pace di Kumanovo. Durante i cinque secoli di dominio ottomano, però, la composizione demografica della regione era fortemente cambiata: i vicini albanesi (convertitisi all’Islam e quindi favoriti dai turchi rispetto ai serbi, rimasti cristiani ortodossi) avevano occupato indisturbati buona parte del territorio del Kosovo-Metohija, fino a superare il 50% della popolazione totale.
La riconquista della sovranità dei serbi sul Kosovo ebbe due risvolti negativi sugli albanesi, sia in Kosovo che in Albania: privò i primi dei tradizionali privilegi legati alla loro fede musulmana e bloccò le mire espansionistiche demografiche e territoriali dei secondi, che in Kosovo avevano per secoli trovato uno sbocco.
Alla fine della prima guerra mondiale, con l’instaurazione del “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni” (diventato nel 1929 “Regno di Jugoslavia”) il Kosovo fu oggetto di un’intensa opera di ri-serbizzazione, con l’invio di alcune decine di migliaia di “coloni” serbi ad affiancare la numerosa – ma minoritaria – popolazione serba locale. La coesistenza dei due principali gruppi etnici (serbi e albanesi) si era rivelata sinora estremamente precaria seppur priva di risvolti violenti, anche grazie al regno autoritario dei Karađorđević.Con l’invasione della Jugoslavia da parte delle truppe dell’Asse (Aprile 1941) e l’assegnazione del Kosovo all’Albania fascista si verificarono le prime pulizie etniche su grande scala ai danni dei serbi: circa 90.000 di loro (su 300.000) dovettero fuggire in seguito alle violenze dei ballisti albanesi, mentre circa 20.000 furono uccisi nei tre anni e mezzo di occupazione.
La situazione per i serbi del Kosovo non migliorò neanche con la successiva ascesa di Tito che, pensando di poter controllare l’Albania3 mediante gli albanesi jugoslavi del Kosovo e della Macedonia, concesse a quest’ultimi numerose agevolazioni a spese delle altre etnie minoritarie, impedendo oltretutto il ritorno in Kosovo dei coloni serbi cacciati nel corso del secondo conflitto mondiale.
Ben lungi dal sortire gli effetti sperati, questa mossa ebbe l’unico risultato di far perdere col tempo il controllo sulla regione alle autorità serbe e jugoslave, e gettarla di nuovo nel mirino dei nazionalisti pan-albanesi in buona parte sospinti dallo stesso Enver Hoxha, il quale riuscì addirittura ad infiltrare propri uomini di fiducia nei ranghi delle leghe dei comunisti kosovari e macedoni4. Inoltre, la relativa prosperità economica del Kosovo (che, pur essendo la regione più povera della Jugoslavia, confrontata all’Albania di Hoxha sembrava il paradiso5) indusse centinaia di migliaia di albanesi ad emigrarvi, raddoppiando nell’arco degli anni ‘60 e ‘70 il numero di abitanti di questa etnia, che all’inizio del 1980 rappresentava circa l’80% della popolazione totale6.
È importante sottolineare anche il fatto che, con la riforma costituzionale del 1974, al Kosovo-Metohija venne concesso lo status di provincia autonoma all’interno della federazione jugoslava, status che la sottraeva de facto all’autorità di Belgrado, e che permise alla maggioranza albanese di occupare tutte le più importanti posizioni amministrative senza possibilità di opposizione da parte delle autorità serbe.
Negli anni ‘80 la situazione cominciò a divenire insostenibile: nell’autunno 1980 le violente manifestazioni degli albanesi (che chiedevano di attribuire al Kosovo lo status di Repubblica, acquisendo quindi il diritto di secedere) richiesero l’intervento dell’esercito federale, ed i disordini continuarono ininterrottamente fino alla fine del decennio.Le minoranze non-albanesi del Kosovo (serbi in primis, ma anche montenegrini, gorani, rom, bosniaci e croati) erano nel frattempo diventate bersaglio degli estremisti albanesi; i quali, nel corso degli anni ‘70 ed ‘80, le costrinsero ad un vero e proprio esodo7.
Bisogna quindi contestualizzare sullo sfondo dell’immigrazione selvaggia, contornata da minacce e violenze, e di un’amministrazione controllata dagli albanesi (con una polizia che, per esempio, garantiva un misero 5% di crimini puniti nel caso in cui le vittime fossero state serbe e contava meno del 3% di serbi tra i propri ranghi) le proteste dei serbi del Kosovo del 1987, trampolino di lancio nella scena politica Jugoslava per un giovane dirigente della Lega dei Comunisti di Serbia: Slobodan Milošević.
L’ascesa di Slobodan Milošević
Torniamo quindi al 1987: nell’autunno di quell’anno, in seguito alle manifestazioni dei serbi, Slobodan Milošević venne inviato da Belgrado a Priština per cercare di riportare all’ordine una situazione sempre meno sotto controllo.
Fu in questa occasione che egli ebbe l’ “ardire” di esclamare di fronte ad una folla disperata radunatasi per l’occasione la celebre frase “Niko ne sme da vas bije” (letteralmente: «nessuno ha il permesso di picchiarvi»8) riferendosi ai poliziotti (tutti di etnia albanese) che avevano violentemente represso fino ad allora le manifestazioni serbe nella provincia.
Slobodan continuò poi a parlare con i manifestanti per diverse ore, esprimendo loro supporto ed affermando il loro diritto a vivere in pace nel Kosovo-Metohija, la loro terra, la terra santa di tutto il popolo serbo.
Non l’avesse mai fatto! L’establishment di Belgrado (e di tutte le altre repubbliche), intravedendo in questa manifestazione di solidarietà dei segni di nazionalismo “reazionario” cominciò ad osteggiare l’ascesa di Milošević in ogni modo – ottenendo come unico risultato un peggioramento delle relazioni inter-etniche in tutta la RSFJ, dove i serbi di ogni repubblica invece vedevano in lui un difensore della loro unità e dei loro legittimi interessi.
Sulla scia dell’entusiasmo popolare nei suoi confronti, Slobodan diventa in poco tempo presidente della Repubblica Serba (1989) promuovendo, con il supporto della stragrande maggioranza della popolazione, il rinnovamento della classe dirigente (i cosiddetti movimenti anti-burocratici) in tutta la Serbia e nel Montenegro.Nel 1990 abolisce l’autonomia formale in Kosovo e Vojvodina, sia per rafforzare l’unità nazionale che (soprattutto) per ristabilire l’ordine in Kosovo. Di fatto le due province continuarono a godere comunque di larghissime autonomie nel campo linguistico, scolastico e sanitario: l’intenzione di Milošević era più che altro di ristabilire la legalità in Kosovo, obbligando polizia e magistratura locali (di fatto complici della pulizia etnica ai danni dei serbi che da anni andava avanti silenziosamente) ad obbedire agli ordini di Belgrado.
Per tutta risposta, gli albanesi, guidati dal leader pacifista Ibrahim Rugova della “Lega Democratica del Kosovo” (LDK), dichiararono l’indipendenza del Kosovo, riconosciuta formalmente solo dall’Albania.
L’LDK guidò in seguito un movimento di boicottaggio di tutte le istituzioni (politiche, scolastiche, sanitarie ed amministrative) serbe nella provincia9, cercando di creare un apparato statale parallelo con il supporto finanziario dell’Albania e degli albanesi emigrati negli USA e nei paesi dell’Unione Europea.
Fino al 1996 in Kosovo si respira un’aria di calma apparente: i rapporti tra i due principali gruppi etnici, sebbene tesi, raramente sfociarono in episodi di violenza, e solo la presenza forte dello stato serbo nella regione sembra poter prevenire lo scoppio di disordini.
Gli eventi bellici ed economici che sconvolsero i balcani dal 1991 al 1996, però, dovevano ripercuotersi profondamente anche in questa provincia, innescando una spirale di violenza culminata con l’intervento della NATO nel marzo 1999.
Continua...
Note
(1) È proprio in Kosovo, infatti, che si parla anche oggi il dialetto più antico della lingua serba.
(2) Montenegro e Serbia vennero entrambi riconosciuti indipendenti nella conferenza di Berlino, nel corso della quale venne anche esplicitamente proibita la loro unione, per evitare che un forte stato slavo del sud favorisse l’irredentismo e l’autodeterminazione di tutti i popoli sotto il giogo dei due imperi. Di fatto, però, serbi e montenegrini sono lo stesso popolo: separati solo da tradizioni storiche politico-sociali, essi condividono lingua e religione.
(3) Fino al 1948 – anno della rottura di Tito con Stalin – si supponeva che l’Albania dovesse entrare a far parte di una confederazione di stati balcanici assieme a Bulgaria e Jugoslavia.
(4) Le “Leghe dei Comunisti” erano gli organi amministrativi delle province e delle repubbliche jugoslave.
(5) Per non parlare del fatto che, in qualità di provincia povera, il Kosovo riceveva quasi il 40% dei fondi federali per lo sviluppo: di fatto i serbi – assieme alle altre nazionalità jugoslave – finanziavano infrastrutture, ospedali e università ad uso e consumo degli albanesi che si stavano impossessando della provincia.
(6) Nel 1948 gli albanesi erano poco meno di 500 mila su un totale di 750 mila abitanti della regione (escludendo gli oltre 100 mila serbi espulsi ed uccisi nel corso della II GM), ovvero il 65% del totale. Nel 1981 la situazione era la seguente: su 1 milione e 580 mila abitanti, 1 e 250 mila erano albanesi, ovvero circa l’80%. È ovvio che un incremento demografico di tali dimensioni (in soli 30 anni) può essere attribuito solo in minima parte ad un elevato tasso di natalità.
Nello stesso periodo invece, la popolazione totale di etnia non-albanese (in primo luogo serbi, ma anche montenegrini, turchi, gorani e rom) rimase sostanzialmente la stessa in numero: l’incremento dovuto alla natalità era ampiamente superato dall’emigrazione, nella maggior parte dei casi causata appunto dalle pressioni albanesi.
(7) In un articolo del 1987, il “New York Times” raccontava di come gli albanesi stessero volontariamente destabilizzando la provincia, vessando, minacciando ed uccidendo gli appartenenti ad altre etnie. L’articolo si trova qui.
(8) Questa frase è stata tradotta nei modi più disparati (ed inesatti) a seconda del grado di serbofobia del giornalista/storico di turno: non di rado ci si imbatte in “traduzioni” del tipo “Chi ha toccato i serbi pagherà col sangue” o “Nessuno dovrà mai più permettersi di toccare un serbo” tutte tese a dipingere (con l’aiuto della fantasia, ma non della storia) Milošević quale dittatore sanguinario già all’inizio della sua ascesa politica. Questa stessa gente in genere “cita” il “Memorandum dell’Accademia Serba delle Arti e delle Scienze” (un documento pro-serbo pubblicato su un giornale belgradese nel 1986 e firmato da una serie di professori ed intellettuali) come “prova” della cospirazione genocida serba: più o meno, è come se tra vent’anni un qualsiasi “Manifesto per la difesa della costituzione” (che appare con cadenza bimestrale qui in Italia) venga considerato la prova di una “opposizione sanguinosa al regime berlusconiano”. Tanto per citare un paio di “prove” e “fatti” che rendono l’idea dell’affidabilità e della competenza della “stampa libera” in materia.
(9) Gli apologeti dell’indipendenza kosovara in genere affermano che i serbi «impedirono l’accesso ad ospedali e scuole» agli albanesi. In realtà erano gli albanesi (o meglio, la parte di loro che supportava la secessione) che decisero di non accedere più a scuole ed ospedali. L’assenza di una discriminazione su base etnica da parte dell’amministrazione serba è provata (per esempio) dal fatto che il 15% della popolazione albanese rimasta leale alle istituzioni serbe continuò ad usufruire normalmente di tali servizi, così come fecero le comunità bosgnacche, rom, montenegrine e gorane residenti nella provincia.
Figure
1. Il monastero di Gračanica (1321).
2. Bandiera attuale della Serbia.
3. Il presidente Milošević durante il discorso per il seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje.
4. Mappa etnica del Kosovo: in giallo le zone a maggioranza serba (1999).
(2) Montenegro e Serbia vennero entrambi riconosciuti indipendenti nella conferenza di Berlino, nel corso della quale venne anche esplicitamente proibita la loro unione, per evitare che un forte stato slavo del sud favorisse l’irredentismo e l’autodeterminazione di tutti i popoli sotto il giogo dei due imperi. Di fatto, però, serbi e montenegrini sono lo stesso popolo: separati solo da tradizioni storiche politico-sociali, essi condividono lingua e religione.
(3) Fino al 1948 – anno della rottura di Tito con Stalin – si supponeva che l’Albania dovesse entrare a far parte di una confederazione di stati balcanici assieme a Bulgaria e Jugoslavia.
(4) Le “Leghe dei Comunisti” erano gli organi amministrativi delle province e delle repubbliche jugoslave.
(5) Per non parlare del fatto che, in qualità di provincia povera, il Kosovo riceveva quasi il 40% dei fondi federali per lo sviluppo: di fatto i serbi – assieme alle altre nazionalità jugoslave – finanziavano infrastrutture, ospedali e università ad uso e consumo degli albanesi che si stavano impossessando della provincia.
(6) Nel 1948 gli albanesi erano poco meno di 500 mila su un totale di 750 mila abitanti della regione (escludendo gli oltre 100 mila serbi espulsi ed uccisi nel corso della II GM), ovvero il 65% del totale. Nel 1981 la situazione era la seguente: su 1 milione e 580 mila abitanti, 1 e 250 mila erano albanesi, ovvero circa l’80%. È ovvio che un incremento demografico di tali dimensioni (in soli 30 anni) può essere attribuito solo in minima parte ad un elevato tasso di natalità.
Nello stesso periodo invece, la popolazione totale di etnia non-albanese (in primo luogo serbi, ma anche montenegrini, turchi, gorani e rom) rimase sostanzialmente la stessa in numero: l’incremento dovuto alla natalità era ampiamente superato dall’emigrazione, nella maggior parte dei casi causata appunto dalle pressioni albanesi.
(7) In un articolo del 1987, il “New York Times” raccontava di come gli albanesi stessero volontariamente destabilizzando la provincia, vessando, minacciando ed uccidendo gli appartenenti ad altre etnie. L’articolo si trova qui.
(8) Questa frase è stata tradotta nei modi più disparati (ed inesatti) a seconda del grado di serbofobia del giornalista/storico di turno: non di rado ci si imbatte in “traduzioni” del tipo “Chi ha toccato i serbi pagherà col sangue” o “Nessuno dovrà mai più permettersi di toccare un serbo” tutte tese a dipingere (con l’aiuto della fantasia, ma non della storia) Milošević quale dittatore sanguinario già all’inizio della sua ascesa politica. Questa stessa gente in genere “cita” il “Memorandum dell’Accademia Serba delle Arti e delle Scienze” (un documento pro-serbo pubblicato su un giornale belgradese nel 1986 e firmato da una serie di professori ed intellettuali) come “prova” della cospirazione genocida serba: più o meno, è come se tra vent’anni un qualsiasi “Manifesto per la difesa della costituzione” (che appare con cadenza bimestrale qui in Italia) venga considerato la prova di una “opposizione sanguinosa al regime berlusconiano”. Tanto per citare un paio di “prove” e “fatti” che rendono l’idea dell’affidabilità e della competenza della “stampa libera” in materia.
(9) Gli apologeti dell’indipendenza kosovara in genere affermano che i serbi «impedirono l’accesso ad ospedali e scuole» agli albanesi. In realtà erano gli albanesi (o meglio, la parte di loro che supportava la secessione) che decisero di non accedere più a scuole ed ospedali. L’assenza di una discriminazione su base etnica da parte dell’amministrazione serba è provata (per esempio) dal fatto che il 15% della popolazione albanese rimasta leale alle istituzioni serbe continuò ad usufruire normalmente di tali servizi, così come fecero le comunità bosgnacche, rom, montenegrine e gorane residenti nella provincia.
Figure
1. Il monastero di Gračanica (1321).
2. Bandiera attuale della Serbia.
3. Il presidente Milošević durante il discorso per il seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje.
4. Mappa etnica del Kosovo: in giallo le zone a maggioranza serba (1999).