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giovedì 2 febbraio 2012

Processo alla borghesia: causa ancora pendente...

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», febbraio 2012.  

«Il credo del borghese è l’egoismo, il credo del fascista è l’eroismo». Parola di Mussolini. Parole che squarciano l’ipocrisia, che affondano nel burro della budinosa prudenza borghesuccia che la Rivoluzione fascista intendeva debellare dalla nuova Italia imperiale, risorta dal lavacro di sangue della Grande Guerra. L’Impero, d’altra parte, non è cosa per pantofolai e cacasotto. Il sangue contro l’oro: così cantava la gagliarda gioventù che entusiasticamente partiva volontaria per il fronte nel 1940. Si parte, si vince contro il nemico esterno, e poi si regolano i conti con gli «inglesi di casa nostra», cioè i borghesi, gli imboscati, i profittatori e i ruffiani della Rivoluzione. Così pensavano fiduciosi i nostri Ricci, Giani, Pallotta. Com’è arcinoto, le cose andarono diversamente. Ma il messaggio degli «eroi di Mussolini» non fu vano. Ce lo dimostra bene Processo alla borghesia, raccolta dei contributi della migliore élite intellettuale educata dal Regime. Un volume curato da Edgardo Sulis che, allorché fu pubblicato nel 1939, andò letteralmente a ruba, divorato dai giovani fascisti impegnati nella «bonifica integrale» voluta da Mussolini. Bonifica di ogni vigliaccheria, diserzione e profitto personale a danno della comunità.

È per questo che va tributata massima lode alla casa editrice Settimo Sigillo che ha recentemente ripubblicato il bestseller degli anni Trenta (pp. 117, € 15). Oltre alla preziosa introduzione di Luca Leonello Rimbotti, vengono riproposti inalterati i brevi saggi dei collaboratori dell’opera. Allora conosciamolo il fior fiore della giovane cultura fascista: Edgardo Sulis, Berto Ricci, Icilio Petrone, Roberto Pavese, Diano Brocchi, Alberto Luchini, Gianni Calza, Omero Valle, Gino Barbero e Federico Forni. Si tratta di un «processo» in piena regola, con tanto di «identificazione dell’imputato» (la borghesia, naturalmente), di presentazione delle prove e di «verdetto» finale (condanna, manco a dirlo).

Profilo dell’imputata: «figlia di Lutero e della Rivoluzione francese che accolse e soddisfece i suoi 95 desideri di comodità ideale e di peccato legittimo; nata in casa dell’economia lo stesso giorno in cui fu proclamata l’indipendenza economica; battezzata nel 1789 col sangue di un privilegio scaduto dal quale nacque un privilegio ben più tenace, non responsabile, comodissimo; senza patria; sposata in tenerissima età al denaro, senza figli; abitante in casa della proprietà privatissima o in casa del desiderio di proprietà come fine; connotati indefinibili; segni particolari nessuno; professioni: 1) antiaristocrazia; 2) costituzionalismo; 3) economismo; 4) antipopolo; 5) classismo; 6) intellettualismo». Si divertivano i giovani fascisti, altro che! Si divertivano a provocare gli imboscati, gli egoisti, gli irresponsabili, i padreterni della diserzione eretta a indegno stile di vita.

Ma Processo alla borghesia non è certo un progetto estemporaneo o una mera distrazione goliardica, come potrebbe insinuare il solito scureggione antifascista dalla lingua lunga e biforcuta. Nient’affatto. Il libro è invece una serissima disamina del «mal borghese» vivisezionato e analizzato in tutti i suoi inquietanti aspetti. È un progetto di fondamentale importanza che aveva, tra l’altro, l’appoggio di uno sponsor di grido. Leggiamo infatti in una piccola nota al contributo di Sulis che apre l’opera: «In omaggio a un lettore del manoscritto sono state stampate in corsivo le frasi da lui sottolineate». Il «lettore» è, ovviamente, Benito Mussolini. Il volume acquista così, com’è evidente, una notevole valenza dottrinaria e ufficiale.      

Le argomentazioni di Sulis e camerati, del resto, risultano ancora oggi di una sconcertante attualità. Proprio nel momento in cui la borghesia celebra il suo trionfo, non sarà quindi male ritornare alle cause che la fecero nascere. Cause da rintracciare, innanzitutto, nella sconfitta (meritata!) delle oligarchie feudali dell’Ancien Régime, oramai inadatte a ricoprire quel ruolo di comando che detenevano da tempi immemori. Ma – come nota Sulis avallato dal Duce – l’«intento della rivoluzione borghese dell’89 è naturalmente di sostituirsi alla debole aristocrazia la quale per essere scesa nella trincea della classe si oppone oramai al popolo. Il desiderio è di spartirsi gli enormi patrimoni aristocratici veramente degni di conquista se da mezzi quali erano, si rivelavano i fini della classe dirigente. Ma infine lo scopo, il vero scopo era di rovesciare l’incomodo e pericoloso principio della responsabilità del comando. Affermo che la grande invenzione della borghesia è il comando senza responsabilità, quella responsabilità ch’è l’anima della aristocrazia e gli costò la testa. Tale invenzione si chiama costituzione» (p. 10). Al contrario, la Rivoluzione fascista (rivoluzione eroica) intendeva formare una nuova «aristocrazia del comando» nuovamente responsabile «di fronte al popolo, il quale non è mai classe», quel popolo che – come scrive Berto Ricci – non è «né imitazione borghese né retrograda plebe, ma milizia e lavoro» (pp. 23-24). Borghesia, quindi, detentrice dei privilegi, ma anonima e assente nei suoi doveri, e nemica del popolo di cui illegittimamente si professa rappresentante. 

Ma la battaglia antiborghese dei giovani mussoliniani va ben oltre la polemica puramente verbale, e si trasforma invece in analisi economica e sociale. E, infatti, vengono attaccati frontalmente i baluardi della borghesia, ossia la proprietà privata (non «in sé» ma «per sé») e l’istituzione stessa del salario: «Il concetto medesimo del salario – scrive sempre Ricci – è borghese, perché riduce al minimo qualsiasi reale partecipare del lavoratore a una produzione che si traduce per l’economia di lui in un tanto fisso. Il salario è il lavoro-merce» (p. 25). Viceversa, il lavoro per i fascisti non doveva più essere merce, ossia oggetto dell’economia, ma – come ci ricorda Gino Barbero – «dovere sociale» e «soggetto dell’economia» (p. 97).

Attenzione, però! La borghesia vuol sì essere classe e casta, eppure non bisogna assolutamente scambiar lucciole per lanterne. C’è differenza tra la borghesia e il «ceto medio», come ben ci rammenta l’«universalista» Roberto Pavese: se il borghese, infatti, è «un evirato dello spirito, un bruto intelligente, anzi più furbo che intelligente», al contrario «il coraggio, il volontarismo, dall’epopea garibaldina alla grande guerra, sono del ceto medio, non della borghesia, che è la classe degli imboscati della guerra e della pace» (p. 42). Il borghese, in sostanza, non è in tanto borghese in quanto possiede una specifica posiziona sociale o un determinato conto in banca, ma in quanto vive di uno spirito che è egoistico, vile e reattivo. Può esser borghese, cioè, anche un operaio che non ha altro obiettivo nella vita che quello di diventar borghese, così come non è borghese il farmacista che, in camicia nera nella sua squadra d’azione, cade nell’agguato di una banda di socialisti. È una questione di spirito, dunque: come giustamente evidenzia Icilio Petrone, si tratta di quello «spirito carrieristico, agnostico, materialistico che caratterizza l’indifferenza, il comodo, l’elefantiasi della borghesia» (p. 35). Borghesia, quindi, come malattia mentale, come paralisi dell’anima.

E, purtroppo, questa mentalità borghese finisce per infettare tutta la comunità nazionale. Una mentalità, innanzitutto, che si basa sul valore assoluto della ricchezza, la quale non è più l’effetto del potere (potere comunque «responsabile») bensì la garanzia del potere (stavolta, però, potere irresponsabile e anonimo). Si tratta, secondo le caustiche parole di Ricci, di quell’«idolo antieroico e antifascista della ricchezza vertice dei valori» (p. 26). Per Gianni Calza, più in particolare, «bisogna invece arrivare alla demolizione del concetto stesso di ricchezza-potenza e fondare sulla gerarchia del lavoro il nuovo ordine sociale» (p. 79). Non che i fascisti – beninteso! – lanciassero improbabili anatemi sul denaro in sé, vagheggiando bucolici e pauperistici paradisi terrestri. Ma la differenza tra il fascista e il borghese sta nel valore, appunto, che si dà alla ricchezza: per il fascista è un mezzo per ottenere qualcos’altro (per esempio la potenza della nazione), per il borghese invece è il fine supremo dell’esistenza. Per dirla con Omero Valle, «il borghese serve il denaro, il non borghese se ne serve» (p. 94).

Come si può vedere, i temi sollevati dai fascisti rivoluzionari e antiborghesi sono ancora di scottante attualità. Il «processo» va indubbiamente ripreso, per evitare che i reati della rapace borghesia, la quale ha affamato popoli e nazioni per secoli, non cadano in prescrizione. Ma la battaglia deve cominciare alla radice stessa del problema: da noi. Scrive Berto: «L’antiborghesia fascista deve, soprattutto, non essere solo polemica. Dev’essere costruzione, educazione. Il borghese non esiste soltanto allo stato puro. Il borghese è in noi, in ciascuno di noi, con le sue rinunzie e le sue ambizioni, il suo sottilizzare e dubitare, il suo particolarismo d’individuo, di famiglia, di ceto, la sua brama di ricchezza, la sua – specialmente – paura della povertà; la sua paura del coraggio; il suo basto d’abitudini; la sua doccia tiepida d’accomodamenti; la sua estraneità dalla vita fisica e da quel tanto di natura che ci vuole all’uomo civile perché la civiltà non si deformi nella più gretta barbarie. La lotta antiborghese è dunque, nel suo significato più alto, tirocinio crudo di tutti noi, uno per uno, perché solo un’umanità fascista nella quale nessuno cerchi scuse e nessuno ne trovi, tutti accettino compiti e tutti ne ricevano, potrà riconoscere la supremazia dello spirito, detronizzare la ricchezza dalla vita» (pp. 28-29). Il primo nemico sei tu, siamo noi. È sempre e solo l’eterna battaglia tra l’egoismo più bieco e l’eroismo che crea e feconda la civiltà. Civiltà del lavoro, s’intende…    

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mercoledì 10 febbraio 2010

Intervista a Luca Leonello Rimbotti



Luca Leonello Rimbotti è nato a Milano nel 1951. Laureato in storia contemporanea, si occupa di mito, filosofia e politica nella cultura europea, in special modo tedesca. È autore – tra gli altri – dei volumi
Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona (Settimo Sigillo, 1989), Il mito al potere. Le origini pagane del nazionalsocialismo (Settimo Sigillo, 1992), Globalizzazione (Settimo Sigillo, 2003) e La rivoluzione pagana. Relativismo etnico e gerarchia delle forme (Ar, 2006). Ha collaborato con le riviste «Elementi», «Italicum», «Margini», «Linea», «Diorama letterario», «Trasgressioni».



Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?


Il Sovrumanismo di Nietzsche e Stirner, ma anche le individualità letterarie per così dire «eroiche» del tipo di Byron o William Blake, il Romanticismo anglo-tedesco, certe personalità che incarnano la lotta contro il proprio tempo e hanno il tratto del solitario e visionario precursore – da Herder a Oriani, per intenderci – fino ad ambienti del ribellismo storico, ad esempio l’anarco-squadrismo antemarcia. Poi ci metterei il classicismo dorico, l’estetica pre-raffaellita e in genere il figurativismo ottocentesco, da Friedrich ai Simbolisti al Futurismo... poi hanno avuto grande incidenza sulla mia formazione certi ambiti musicali della mia generazione, legati alla musica hard-rock e heavy-metal, coi loro immaginari rivoltosi e i loro rimandi ai valori tradizionali vissuti come opposizione anti-borghese... ma si potrebbe continuare.


Che cos’è stato sinteticamente il Fascismo, in che modo il suo insegnamento può essere ancora valido oggi, e in che senso te ne senti continuatore?

Il punto a mio vedere di gran lunga più importante del Fascismo è stato il tentativo storico di coniugare la tradizione popolare con la modernità: una nuova considerazione delle masse come soggetto politico, una concezione dinamica della vita e della socialità, un potente mito aggregante e identitario, una volontà di futuro che si sposava senza tante incrinature con la rivendicazione delle più lontane appartenenze, coi simboli antichi, col culto della terra dei padri, con la sacralizzazione della comunità di popolo, etc. Trovo che tutto questo proprio oggi rappresenti qualcosa di vivo, giudico che sia un’ideologia generosa di affratellamento e di fierezza, per cui ogni popolo dovrebbe riunirsi attorno ai propri patrimoni ereditati, così da offrire la maggiore resistenza contro il tentativo in atto di distruggere i legami nazionali a favore di un cosmopolitismo privo di identità e negatore delle differenze. Personalmente, mi sento un modesto ma tenace continuatore di tali valori: e da quarant’anni (da quando pubblicai il mio primo articolo) batto e ribatto sul medesimo tasto di una tenuta strenua sui significati di legame e di identità, poiché penso che, perduti questi, non si avranno più uomini e popoli, ognuno con la propria storia e la propria cultura, ma soltanto individui degradati e popolazioni ammassate a casaccio.


Quali sono gli storici che hanno contribuito secondo te ad una più oggettiva e disinteressata interpretazione del Fascismo?

Quelli classici. De Felice, Nolte, Mosse, poi Acquarone, Salvatorelli, Santarelli, sui quali mi sono formato. Ad essi si sono aggiunti Emilio Gentile, Settembrini, Sternhell, Parlato e pochi altri: ma nessuno di essi ha dato interpretazioni «disinteressate». Molti, anzi tutti, erano e sono in varia misura ostili al fascismo. Ciò non toglie che spunti, idee, metodi siano stati per me di insegnamento. Quando mi laureai, il mio professore mi disse che potevo, anzi dovevo avanzare giudizi di valore: da allora così faccio in ogni mio scritto e diffido di chi si proclama super partes. Non avere opinione su ciò che si scrive – essere dunque disinteressati – non è buona cosa per uno storico...


Quali sono, a tuo parere, le più profonde affinità e differenze tra il Fascismo italiano e il Nazionalsocialismo tedesco?

Sono stati movimenti storici molto più affini che differenti. Entrambi intesi a operare quella unione tra modernità e tradizione di cui dicevamo, entrambi basati su sistemi affini di mobilitazione popolare, su una struttura di partito e poi di Stato molto simile. La differenza sta nelle rispettive caratteristiche nazionali: l’antisemitismo, ad esempio, blando e solo di matrice cattolica in Italia, era in Germania diffuso a livello popolare. La maggiore somiglianza risiede, più che nei sistemi sociali o partitici, a mio parere, nella eguale volontà di operare una rivoluzione antropologica, creando un tipo nuovo di uomo che rompesse la tradizione progressista occidentale e si ricollegasse al mito eroico indoeuropeo: la Romanità e il Germanesimo ebbero questa funzione.


In cosa, secondo te, il Fascismo fu il legittimo erede di Roma antica? La Roma fascista fu veramente la Terza Roma?

Penso di sì. Se furono legittimi altri richiami alla Roma antica – pensiamo ai giacobini, ammiratori della Roma repubblicana, o a Mazzini, o ai poeti risorgimentali... – lo fu a maggior ragione il fascismo, che sui temi della fedeltà alla stirpe, la sacralizzazione della tradizione, l’imperialismo colonizzatore, la socialità corporativa, la gerarchia di rango, il senso del destino, etc. ci impiantò un moderno Stato nazionale. Dopo la Roma antica e quella papalina, davvero quella fascista avrebbe dovuto essere la Terza Roma, per dichiarazione esplicita dei suoi protagonisti: che fosse di cartapesta, grottesca o imbelle come ama dire la storiografia, non saprei. Dopotutto, a parte le gravissime deficienze umane, organizzative, etc. del fascismo, alla coalizione mondiale nemica occorsero diversi anni di guerra totale per abbattere un tale disegno politico... di cartone: o sbaglio? E, a giudicare da quanto se ne scrive ancora oggi, tutto questo ha lasciato una certa traccia nella storia.


Giovanni Gentile è stato definito il «filosofo del Fascismo». Quanto è stato grande, a tuo parere, il suo contributo nell’edificazione del regime fascista?

Gentile era uno dei pochi intellettuali italiani conosciuti a livello internazionale: e altri di questa categoria, come ad es. Pirandello o Marinetti, furono del pari fascisti. Ma il fascismo di Gentile fu piuttosto un liberalismo nazionale radicale. Anche se, dobbiamo dire, la socialità gentiliana aveva un tono non solo conservatore: l’umanesimo del lavoro aveva una sua nobiltà e una sua grandezza, e la sua concezione dell’Io come essere comunitario, la sua indicazione che la comunità nazionale non consiste nella mera cittadinanza, ma nell’unità spirituale, costituiscono un’ideologia di forte presa identitaria. La civiltà del lavoro come compiuta realizzazione dell’Idea ha una sua logica e sul finire Gentile – mi riferisco specialmente a Genesi e struttura della società, del 1943 – colse i rapporti tra liberalismo e anarchismo, rifiutandoli nel nome di una marcata funzione sociale dello Stato. Personalmente ho un po’ rivalutato Gentile per alcuni di questi aspetti: non vedeva il partito rivoluzionario, vedeva lo Stato, d’accordo, ma alla fine fece spazio – da buon hegeliano – a una concezione organica non certo di «destra». Sua fu poi, insieme a Mussolini, la visione del fascismo non come semplice movimento politico, ma come religione, forza dello spirito.


Quali furono i pregi e i difetti del «Fascismo di sinistra»?

I pregi? La volontà politica di eliminare i condizionamenti capitalistici senza distruggere il capitale, che è ricchezza del popolo, l’idea di dare al lavoro il protagonismo sociale, la determinazione di farne un elemento della decisione e non della sola esecuzione della volontà politica. Considerare un’unica classe: il popolo. E dare soltanto a chi vive del suo lavoro – che sia in basso o in alto – dignità e onore sociale. La competenza poi (ad es. in Bottai) era giudicata centrale, quindi niente retorica operaista, ma coscienza che senza gerarchia si fa la fine che ha fatto il comunismo, e che fecero le comuni ottocentesche. Al posto dell’utopia, la concreta concezione dello Stato organico: ognuno al suo posto e tutti a remare dalla stessa parte. I difetti? Non avere avuto una potente referente nel partito. Dopo l’accantonamento di Rossoni (1928) non si ha più un leader del fascismo corporativo. Mussolini si barcamena tra capitalisti, monarchia e Chiesa. La Carta del Lavoro era un buon punto di partenza, poi le corporazioni del 1934 rimasero sulla carta. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni poteva essere un ottimo strumento per istituzionalizzare il fascismo social-progressista... ma è del 1939, non ebbe tempo per incidere.


Berto Ricci è stato uno degli intellettuali più brillanti e vivaci della «nuova generazione». Qual è il valore della sua opera? Quale lezione ne possiamo trarre oggi?

La sua lotta contro il borghesismo e la concezione individualistica della società, che è tipica della cultura italiana, trovo che sia ancora oggi un messaggio vivo e un modello estremamente valido. Il suo battersi, insieme a tanti altri giovani dell’epoca, per un’idea di «aristocrazia di comando» che desse ai migliori, ai più efficienti e ai più disinteressati, le leve del potere, eliminando la corruzione, il clientelismo e la tradizionale pratica italiana di stare dalla parte del più forte. L’avvento di una generazione di uomini liberi da condizionamenti, che avesse in mente il riscatto dell’onore e della dignità del popolo, e che fosse per questo in grado di toccare gli interessi privati avendo come sponda il fulcro centrale del potere: il partito e Mussolini. Che, invece, rimasero troppo spesso prigionieri dei poteri forti pre-fascisti, alla fine – grazie alle vicende mondiali – risultati vincenti.


La Scuola di Mistica Fascista è stata la fucina dei cosiddetti «apostoli del Fascismo». Quali furono i punti di forza di quell’affascinante esperienza?

La volontà di considerare la vita degna di essere vissuta soltanto se spesa servendo ideali nobili di offerta di sé. Considero la Scuola di Mistica un vero sacerdozio, un ambiente che con taglio propriamente religioso giudicava il sacrificio – persino della propria vita – un fine luminoso cui aspirare, una meta con la quale la persona umana si completa, diventando qualcosa di sovrumano. La dimensione trascendente, innestata su una fede fanatica – non dissimile dalla fede dei santi e dei martiri – è una via difficile e dolorosa, tanto più ardua da intraprendere se concepita come offerta spontanea, persino gioiosa e sorridente nello sforzo di superare i limiti della nostra natura di uomini: si tratta di apici esistenziali difficilmente comprensibili dall’uomo normale, specialmente in un’epoca come la nostra, che premia il furbo, il dissacratore, l’arrivista... cioè i valori opposti a quelli di una visione mistica e sacrale della vita.


In cosa risiede la portata rivoluzionaria del Corporativismo e della Socializzazione delle imprese?

La conciliazione delle classi, il superamento della conflittualità interna al corpo sociale: questo il dato sovvertitore. Il fatto che può essere un partito egemone e addiririttura uno Stato illuminato a guidare il processo di liquidazione del predominio degli interessi privati su quelli comunitari. L’idea che il popolo è un’unità organica, una comunità unita da un medesimo destino e non un insieme di interessi divergenti, legati alla categoria di lavoro cui si appartiene. Pur con certe differenze, talora marcate, tra il sindacalismo integrale e il corporativismo vero e proprio, si nota un comune intendimento di pervenire al concetto di organicità dell’economia. Progetti come quello della corporazione proprietaria di Spirito – in un contesto di maggiore forza politica – avrebbero rivoluzionato gli assetti sociali dalle fondamenta: la proprietà, la gestione e gli utili d’impresa spartiti tra i membri della produzione, gli esecutivi come i direttivi. Ma anche il corporativismo «di regime», pur attuato poco e male, aveva un’ideale nobile: proprietà dei mezzi produttivi inalterata, ma verifica che non avesse a prevalere l’interesse del capitalista sull’interesse della produzione nazionale. La socializzazione, poi, che dava al lavoro la cointeressenza sugli utili, spingeva tale ottica rivoluzionaria a un punto radicale: la stessa gestione è appannaggio delle categorie del lavoro, e il ricavato viene suddiviso tra chi lavora, e non elargito dal capitalista in qualità di salario. Antioperaismo, anticapitalismo e produttivismo organico: non c’è nulla, in questa concezione, che non possa essere ancora oggi pienamente ripreso da un movimento politico inteso a superare le micidiali derive della gestione multinazionale dell’impresa e soprattutto a spezzare il predominio della finanza sull’economia e quello dell’economia sulla politica. Molto modestamente e con tutti i limiti del caso, il sottoscritto è stato il primo ad occuparsi specificamente del «fascismo di sinistra», anticipato solo dal breve saggio di Silvio Lanaro che comparve sulla rivista «Belfagor» nel 1975: lo stesso Settembrini – che nel suo libro Parlato, pur citandomi, dice essere stato il primo – mi seguì di due anni. Rivendico questa modesta primogenitura e confesso che non mi sono mai distaccato dalle mie giovanili convinzioni, che il fascismo avesse una forte spinta rivoluzionaria anche in senso sociale.


Evola è stato un punto di riferimento importante degli eredi del Fascismo. Qual è stata la forza e la debolezza del suo pensiero?

La sua forza è stata nella rara capacità di evocare miti viventi. Di fare di alcuni simboli e di alcuni mondi culturali l’antefatto immediato di una presa di coscienza politica che potesse essere ancora attuale. Il suo talento nell’affrescare valori storici e significati tradizionali imprime indubbiamente un’energia ideologica animatrice, che rimane indelebile in chi ha avuto i suoi libri tra gli elementi formativi. Certo, non comprese appieno il fascismo e la sua epoca. Non ebbe i mezzi culturali per apprezzare uno sforzo di tale portata, inteso a innestare i motivi tradizionali nella modernità, facendone cultura di popolo ed estraendoli dalle chiuse stanze degli eruditi. Similmente ai circoli nazionalconservatori tedeschi, era assente in Evola la sensibilità politica atta ad apprezzare il disegno di portata epocale di combinare l’arcaicità col futuro. Mancanza impolitica non da poco, che tuttavia non ne compromette il retaggio sotto il punto di vista del valore culturale e ideologico.


Quali sono stati, a tuo parere, i gruppi organizzati e le fucine di pensiero più importanti e validi del neofascismo dal dopoguerra ad oggi?

Penso che soltanto l’ambiente di Ordine Nuovo sia stato, ai tempi e per un breve periodo, un vero laboratorio di pensiero politico. Agganciato a Evola – pur coi difetti di costui di cui si è detto – quel sodalizio ebbe la capacità di sollevare argomenti, miti, inquadrature con ricadute sul politico, insomma un’ideologia in sé coerente, una vera concezione del mondo. Personalmente poi ho partecipato per lunghi anni all’esperienza della cosiddetta «Nuova Destra»: qui veramente si ebbero incisivi segnali di uno svecchiamento della cultura politica, nuovi temi affiorarono, antichi complessi venivano abbandonati. De Benoist per un periodo importante è stato un maestro di elaborazione nuova, un intellettuale creativo e fertile, che ha aperto spazi e indicato metodi. In maniera non dissimile, Marco Tarchi ha impresso in tanti di noi la capacità di vedere le cose più da lontano, con ottica libera, cercando nuovi collegamenti. Purtroppo il progetto metapolitico della Nuova Destra, isolata in modo crescente, non ha sfondato: e i suoi paladini hanno finito con l’essere attirati di nuovo dal magnete delle loro culture di provenienza. Così molti oggi sono tra le gambe del potere, altri sono rifluiti allo studio del fascismo e dintorni. Marco lotta ancora da solo e con qualche giovane nella sua trincea. Ma l’esperienza – parlo per me – non è stata infeconda, i suoi semi hanno in qualche modo fruttificato, anche se solo a livello individuale.


Anni di piombo. Quali i miti da sfatare, le logiche ed i protagonisti occulti di quel periodo?

Confesso che l’intero capitolo degli «anni di piombo» non mi ha mai interessato. L’ho sempre visto come un ginepraio di loschi traffici, atteggiamenti ambigui, idealismi mal riposti e oscene compromissioni. Ho un istintivo distacco per tutto quanto non è limpido e aperto. Dico soltanto che provo umana comprensione per tutti coloro che, senza colpe, sono stati travolti dalla logica dura del potere, e ne hanno sofferto.


Si parla spesso di «identità», o con richiami puramente retorici oppure con invocazioni ideologiche al meticciato: che senso ha questa parola? Il melting pot è, secondo te, un pericolo o una possibilità?

Identità è l’esser se stessi: ciò vale per un singolo uomo come per un singolo popolo. Tutto ciò che non attiene all’esser se stessi è evidentemente estraneo o addirittura nemico dell’identità, mirando a sfigurare un volto e a renderlo irriconoscibile. Gettare masse delle più disparate provenienze all’interno di un popolo significa volerne annientare la forma e la caratteristica storica, bella o brutta che sia. Tanto l’immigrante quanto chi subisce l’immigrazione perde qualcosa di sostanziale: la propria tradizione, il proprio passato, la propria cultura, il proprio onore di uomo, che non consiste solo nell’individualità, ma anche nell’appartenere a una cultura storica, sia pure la più umile del pianeta. Che, in quanto tale, merita anch’essa rispetto e protezione: che c’è di positivo in questo voler annientare i legami di storia e di cultura? In nome di cosa, poi? La cittadinanza universale?


Che cosa pensi del processo di unificazione europea? Meglio un’unione “inquinata” da derive liberalcapitalistiche, oppure un rafforzamento delle sovranità nazionali?

L’attuale unificazione europea è a gestione bancaria, lo vede anche un cieco. I popoli europei – del resto quasi mai consultati in proposito e, quando consultati, espressisi negativamente – non c’entrano niente. Un rafforzamento identitario a tutti i livelli, oggi che il vecchio nazionalismo è superato da due guerre civili, sarebbe auspicabile in vista di un’Europa unita. I regionalismi, in questo senso, li giudico positivamente, come ogni fenomeno di rinsaldamento identitario. Lo stesso nazionalismo non esclude né il regionalismo né l’europeismo, anzi li presuppone: gli imperi da sempre sono innestati sulle piccole appartenenze. Di solito si obietta che il nazionalismo porta alla guerra. Direi che non è vero. È solo quando il nazionalismo viene forzato dall’interesse economico imperialista che diventa un elemento infiammabile, altrimenti l’amare il proprio popolo non prevede affatto l’odiare quelli altrui, al contrario. Le recenti faide balcaniche sono state causate da precedenti motivi di internazionalismo comunista: popoli a forte identità mescolati a forza dal pregiudizio anti-nazionale, e che hanno scatenato l’odio reciproco che si crea dalla fusione coatta. Mi risulta poi che la liberaldemocrazia sia in grado di scatenare guerre perfettamente distruttive, senza avanzare la minima rivendicazione nazionale, ma anzi proprio nel nome di quelle utopie internazionaliste che vengono gestite da liberali e neo-giacobini (la «destra» e la «sinistra») in assoluta concordia.


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giovedì 7 gennaio 2010

La sinistra fascista e il «nuovo fascismo»



Tra le varie «anime» del movimento fascista, la corrente «sinistra» fu certamente la più rivoluzionaria e la più interessante, che non nacque col Fascismo e con questo perì, ma che comunque vi confluì con entusiasmo, contraddizioni e originalità, apportandovi contributi di grande valore.

Essa ha risvegliato ultimamente notevole interesse nella storiografia moderna, fruttando studi di estremo rilievo come Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona di Luca Leonello Rimbotti (Settimo Sigillo, Roma 1989), Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil (1928-1948) di Pietro Neglie (Il Mulino, Bologna 1996) e Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica di Paolo Buchignani (Mondadori, Milano 1998).

Ma un contributo davvero imprescindibile rimane comunque La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato di Giuseppe Parlato (Il Mulino, Bologna 2000), sia per il suo ampio respiro e l’efficace sintesi che per l’analisi circostanziata dei miti, delle proposte originali e dell’afflato rivoluzionario che animò gli esponenti della sinistra fascista.

Il prof. Parlato, esponente di punta della scuola defeliciana al pari di Francesco Perfetti, Emilio Gentile e Guglielmo Salotti, nonché relatore di recente a CasaPound per una conferenza su Nicola Bombacci, traccia nella sua opera, con altissimo spessore scientifico, la storia di questo movimento sui generis: dalle origini prefasciste e gli sviluppi protofascisti al movimentismo ante-Marcia su Roma, dalla «grande crisi» a seguito della svolta autoritaria del Regime nel 1925 alla renaissance del periodo imperiale e poi bellico, dall’esperienza della Repubblica Sociale sino ai differenti esiti nel dopoguerra.

Veniamo così a contatto con personalità quali Edmondo Rossoni, Curzio Malaparte, Sergio e Vito Panunzio, Ugo Spirito, Angelo Oliviero Olivetti, Bruno Spampanato, Tullio Cianetti, Giuseppe Landi, Giuseppe Bottai, Berto Ricci, Edoardo Malusardi, Riccardo Del Giudice, Felice Chilanti, Luigi Fontanelli, Paolo Orano, Amilcare De Ambris (fratello di Alceste), Eno Mecheri, Ugo Manunta, per non dire di tanti altri.

È doveroso tuttavia premettere che la sinistra fascista non fu mai un blocco unitario, con un’ideologia e un progetto organici, bensì vi si colgono sfumature, differenze, talvolta scontri, non sempre pacifici. Eppure questa corrente è riconoscibile grazie a caratteristiche inconfondibili quali «un forte e consapevole spirito antiborghese», «una polemica contro il modello capitalistico di produzione», «un radicato senso della socialità, che si espresse nel culto della comunità tipico del periodo squadrista ovvero nell’attenzione nei confronti delle classi meno abbienti e delle problematiche sociali», «una interpretazione della politica come rivoluzione» e il «rifiuto della democrazia liberale e la contemporanea rivendicazione, in prospettiva, di una democrazia popolare totalitaria di matrice roussoviana» (pp. 17-18*).

La nascita di questo movimento politico-ideale va ricercata, innanzitutto, nel Risorgimento progressivo e popolare di Mazzini, Garibaldi, Ferrari e Pisacane – esponenti di un socialismo non marxista e nazionale –, contrapposto al Risorgimento liberale e compromissorio di un Cavour (1), il cui esito era stato il giolittismo, che il Fascismo avrebbe dovuto demolire. Il Risorgimento mazziniano e garibaldino fu, infatti, un riferimento fondamentale per la sinistra fascista, e il suo richiamo ebbe un risveglio dirompente in Rsi all’approssimarsi della fine.
Altro precedente e mito costante dei «fascisti rossi» fu il Sindacalismo Rivoluzionario, di cui Filippo Corridoni era il massimo rappresentante, e che non mancò di essere la stella polare del sindacalismo fascista. Il Fiumanesimo, inoltre, con la sua carica rivoluzionaria, sia a livello estetico ed esistenziale che politico, fu oggetto di studio e riferimento culturale della sinistra fascista, in particolare relativamente alla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris, che da alcuni fu indicata (ma non senza polemiche) come uno dei precedenti del Corporativismo.

Dunque, «nel periodo che va da San Sepolcro al 1925, essa [la sinistra fascista] si manifestò nel sindacalismo rossoniano, nello squadrismo, nell’avanguardismo giovanile e nel ruolo di alcuni intellettuali atipici dei quali il più significativo rappresentante fu Malaparte» (pp. 18-19). E infatti Rossoni fu il punto di riferimento della sinistra fascista in questo primo momento – con la sua attività sindacale e la rivista «La Stirpe» –, fautore e alfiere di quel «sindacalismo integrale» che alla fine fu bocciato. Ed è proprio alla fine degli anni Venti con il cosiddetto «sbloccamento» (ossia la frantumazione delle organizzazioni sindacali fasciste) e con la svolta del ’25 che la sinistra fascista entrò in un periodo di crisi, non mancando tuttavia dibattiti e vivacità intellettuale.

Con la Guerra d’Etiopia, invece, le tematiche «di sinistra» tornarono d’attualità, anche grazie alla «presenza di un agguerrito mondo universitario», alla «progressiva acquisizione di un ruolo politico del sindacato» e al «concomitante affermarsi dello Stato sociale» (p. 21). Aggiungendo, ovviamente, la polemica antiborghese suscitata da Mussolini che, se nel Duce era essenzialmente critica di costume, dagli ambienti della sinistra fascista fu combattuta con un più concreto approccio socio-economico, come si può evincere dal «bestseller» Processo alla borghesia (1939), raccolta di saggi curata da Edgardo Sulis e a cui partecipò anche Berto Ricci.
Questa rinascenza fu definita dal De Felice il «nuovo fascismo» – in opposizione a quello che lo stesso Mussolini chiamò il «Fascismo che invecchia» –, ossia un periodo di grande rinnovamento culturale, in cui i «fascisti rossi» erano decisi a portare il Fascismo alle sue estreme conseguenze, rianimando quella Rivoluzione che aveva rallentato a causa delle resistenze dell’ala moderata della classe dirigente fascista.

Il sindacato e i Guf si fecero interpreti di questa nuova stagione con contributi culturali di altissimo livello, attraverso riviste come «Il Lavoro Fascista» di Luigi Fontanelli, «L’Ordine corporativo», «Il Maglio», «Cantiere», «L’Universale» di Berto Ricci, «Primato» di Giuseppe Bottai, «La Verità» di Nicola Bombacci, senza contare i numerosissimi fogli universitari.
La polemica antiborghese, in particolare, generò acute riflessioni sui meccanismi di produzione vigenti in Italia, constatando che si dovevano fare i conti con i residui del capitalismo liberale, realizzando finalmente lo Stato corporativo che – fino ad allora – aveva sì frenato l’ingordigia del «padronato» e migliorato vistosamente le condizioni dei lavoratori, ma non era ancora riuscito a trasformare strutturalmente il sistema economico italiano, condicio sine qua non per fare veramente la Rivoluzione: «Superamento del salario, programmazione economica e nuova concezione della proprietà privata rappresentarono pertanto i tre momenti attraverso i quali si tentò di trasformare il fascismo in una forza sociale e rivoluzionaria, in grado di incidere profondamente nella situazione sociale, economica e produttiva del paese» (p. 139).

In questo senso vi furono dibattiti e proposte per l’elaborazione di un originale concetto di proprietà privata in grado di superare sia la tirannia di quello liberale che quello collettivista di stampo sovietico, i cui esiti furono raccolti nella ponderosa opera La concezione fascista della proprietà privata (1939), «summa del pensiero fascista sulla questione sociale» (p. 142). Fu altresì sostenuta la necessità del superamento del salario, inquadrata nell’ottica dello Stato corporativo – problema ben delineato nel volume di Felice Chilanti ed Ettore Soave Dominare i prezzi e superare il salario (1938).

Il progetto della sinistra fascista fu, dunque, quello di rendere il lavoro non più oggetto, bensì soggetto dell’economia, attraverso l’autonomia delle masse lavoratrici, l’autogoverno delle categorie e l’autodisciplina nell’educazione alla responsabilità e alla coscienza politica, ossia i cavalli di battaglia del sindacato.

E fu proprio il lavoro il nuovo mito dei «fascisti rossi», inteso come mistica e come pedagogia rivoluzionaria.
Già Luigi Volpicelli, che aveva collaborato con Bottai (foto) alla Carta della Scuola, aveva denunciato e contestato la scissione avvenuta tra lavoro e cultura. Un vecchio preconcetto, infatti, proprio della società borghese, voleva che la vera cultura fosse essenzialmente umanistica, escludendo così il sapere tecnico dalle categorie di scienza e cultura; lo stesso Gentile, nella celebre Riforma della Scuola (1923), non si era totalmente discostato da questo fallace pregiudizio, sicché Bottai dovette rivedere questa impostazione con la già citata Carta.

Le polemiche furono roventi, e la sinistra fascista non mancò di armare le proprie bocche da fuoco, capitalizzando numerosi successi e propagandando quello che doveva essere il vero spirito rivoluzionario del Fascismo; ad esempio sempre Edgardo Sulis scrisse, nella sua Rivoluzione ideale (1939), che «la misura della civiltà è il lavoro umano». Se nel soldato, quindi, il Fascismo aveva visto il proprio mito negli anni Venti, negli anni Trenta dovevano essere i lavoratori la nuova aristocrazia italiana, senza distinzione alcuna tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, il nerbo rivoluzionario dello «Stato Nuovo», in cui «il lavoro cessa di essere una merce per assumere il ruolo di soggetto dell’economia, uno Stato collettivo e totalitario mirante a portare (non solo giuridicamente ma concretamente, cioè nella cultura, nella morale, nel costume, ecc.) le classi e categorie proletarie sullo stesso piano delle classi e categorie intellettuali o detentrici degli strumenti della produzione» (2).

Lo stesso Gentile rivide le proprie posizioni, formulando il concetto di «umanesimo del lavoro» in Genesi e struttura della società (pubblicato postumo nel 1946), «forse il suo libro più bello, comunque, il libro suo più innovatore e rivoluzionario» secondo il giudizio dell’allievo Ugo Spirito (3).
La mistica del lavoro doveva pertanto essere il mezzo attraverso il quale creare una nuova socialità, base dello Stato Nuovo, «socialità – come scrisse Mariano Pintus – che è senso di responsabilità, dominio della competenza, primato dello spirito ed esaltazione non retorica dell’onestà» (4), giacché «la Rivoluzione fascista è anzitutto una rivoluzione sociale che dalla forza viva e sana del popolo esprime nuovi valori, forma nuove gerarchie» (5). La nuova civiltà fascista è pertanto la «civiltà del lavoro», a cui fu dedicato non a caso il noto e omonimo Palazzo all’Eur in occasione del Ventennale.

Sia la tematica del lavoro che la polemica antiborghese, quasi fondendosi, animarono gli intrepidi spiriti dei giovani dei Guf, e proprio dall’università giunsero le più interessanti manifestazioni della nuova cultura fascista, prima teorizzata, poi applicata, con conseguenze rilevanti per lo stesso periodo postbellico: «Alla cultura classica si stava sostituendo la formazione tecnica e scientifica, all’otium borghese un sapere “attivo” sempre più finalizzato alle trasformazioni sociali, alla contemplazione estetica un’arte etica e pedagogica. Di qui la indispensabilità di una cultura e di un intellettuale militanti, nuovo modello di impegno destinato a superare il concetto di cultura tipico dell’epoca liberale, lontano dalla politica, neutrale, privo di passione civile» (p. 199). Era pertanto, come intuì benissimo Augusto Del Noce già nel ’45, «l’idea di una nuova cultura, cultura che trasforma contro cultura che consola», e tale cultura che trasforma è quella «che si identifica con la società, governa con la società, conduce gli eserciti per la società, contro quell’altra che ha predicato, che ha insegnato» (6).

A questa poderosa rivoluzione culturale diede man forte una rivista come «Il Bargello», organo ufficiale del fascio fiorentino, in cui personaggi come i giovani Elio Vittorini, Vasco Pratolini e Romano Bilenchi proponevano tematiche letterarie d’avanguardia, con l’intento di «creare una letteratura per il popolo, che evidenziasse le tendenze della società moderna; stabilire un rapporto tra cultura e mondo del lavoro, con particolare attenzione a temi quali la lotta all’analfabetismo, l’urbanesimo, le condizioni di vita delle masse operaie e contadine; elaborare una cultura che suscitasse la creazione di una coscienza sociale e rivoluzionaria; condurre una critica serrata della letteratura d’evasione e decadente, in nome di un verismo e di un realismo da applicarsi nei diversi rami della cultura» (p. 204).

E infatti il modello letterario dei giovani fascisti non fu più il retorico e aristocratico D’Annunzio, bensì Giovanni Verga, la cui poetica di «verità» focalizzava l’attenzione sull’elemento sociale, indicando agli universitari «un’arte rivoluzionaria ispirata ad una umanità che soffre e spera» (7).
Il verismo e l’impegno nel sociale, che privilegiavano la quotidianità e la sua autenticità, generarono conseguentemente un rifiuto e una critica severa al «decadentismo e all’intimismo, al lirismo nostalgico, alla letteratura dei sentimenti, bollati unanimemente dai giovani universitari come “borghesi”» (p. 208), tanto che la rivista «Libro e Moschetto» lanciò alla fine del 1939 una significativa Inchiesta sul romanzo, cui partecipò anche Ezra Pound. Da qui le fiere rivendicazioni di Sergio Lepri: «La nostra attuale narrativa (…) è quasi sempre un racconto non di vita aderente a una realtà attuale, ma di una vita mediata dalla memoria, dove il centro lirico è posto in una ricerca di smarrite stagioni (…). Vorremmo, ma questo forse lo permetterà unicamente una mutata realtà sociale e la conclusione di quel rinnovamento della società che è oggi in atto, che il racconto non fosse solo confessione e memoria (…) ma presenza attiva dell’uomo, centrato nel suo destino e nella sua volontà» (8).

Se quindi in ambito letterario gli alfieri della nuova poetica sociale furono Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Luigi Bartolini e Cesare Pavese, per quanto riguarda le arti figurative i giovani fascisti si ispirarono a Manzù, Guttuso, De Chirico e, soprattutto, a quel Sironi stile anni Trenta che celebrava con le sue opere la nascente «civiltà del lavoro».
I Guf iniziarono inoltre una polemica verso il razionalismo piacentiniano, teorizzando una nuova architettura che si occupasse prevalentemente dell’edificazione di case popolari, per la quale si cercava di elaborare un’estetica in grado di esaltare la figura del lavoratore in cui il lavoratore stesso – benché incolto – si riconoscesse.
Ma è soprattutto all’arte cinematografica che gli universitari fascisti dedicarono la loro attenzione, rivestendo un ruolo indiscusso d’avanguardia, attraverso la funzione fondamentale del documentario dei CineGuf. Come si può osservare – e come è abbastanza noto, eccetto ritardi oramai ingiustificabili – il neorealismo nasce ben prima del dopoguerra, e specificamente con il Fascismo grazie alle proprie avanguardie giovanili.

Immediata conseguenza di questa nuova stagione culturale fu la rivalutazione del lavoro manuale e del sapere tecnico-scientifico, come ben sintetizzò Angelo Da Prato: «Noi vogliamo fare discendere (…) la scuola dalla cattedra, fuori spesso dal mondo e assorta in vuoti razionalismi celebrali, verso la vita (…). Questa nuova affermazione del concetto di lavoro (…) parte cioè dalla ribellione contro il concetto liberale-borghese del lavoro e dei suoi valori, secondo cui il lavoro era ancora il triste fardello cui l’uomo era costretto ad essere legato» (9).

Le leggi razziali, poi, lasciarono alquanto freddi gli esponenti della sinistra fascista, se si fa eccezione del sindacalista Tullio Cianetti, apertamente filotedesco.
Fu invece con la guerra civile spagnola, e il relativo impegno bellico italiano, che i «fascisti rossi» si distinsero con posizioni fuori dal coro, dietro un mal dissimulato unanimismo, tanto che il sindacato e intellettuali anticonformisti del calibro di Berto Ricci si profusero nella difesa de «Il Lavoro», rivista dei portuali genovesi, e «I problemi del lavoro» di Rinaldo Rigola, apertamente schierati al fianco dei repubblicani iberici e pertanto contro il conservatorismo e le forze cattoliche reazionarie di Franco.

Al contrario il conflitto mondiale fu sostenuto dalla sinistra fascista in quanto guerra «rivoluzionaria», «di indipendenza» o addirittura «di liberazione» combattuta dai «popoli giovani e proletari» contro le «demoplutocrazie» occidentali: «Questa è una guerra che deriva necessariamente da tutta la politica sociale svolta da anni dal Regime (…): è l’ultimo colpo di spalla, quello decisivo, contro un sistema plutocratico che si opponeva dall’esterno a che il popolo italiano avesse il giusto profitto del suo lavoro nel mondo» (10).

Si rianimò quindi la polemica antiborghese, che vide tra i protagonisti Camillo Pellizzi, presidente dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura oltre che direttore di «Civiltà Fascista», il quale scrisse violentemente che «il nostro “ordine” non può essere, evidentemente, l’ordine dei borghesi», rincarando poi la dose in merito alla guerra contro le demoplutocrazie e l’Unione Sovietica, affermando: «si parli pure di “difesa della civiltà”, ma è indispensabile non gravare tale concetto di un senso statico e conservatore: poiché civiltà è sempre sistema ed equilibrio di forze spirituali, liberamente creatrici. Una civiltà conservatrice è, idealmente, un non senso. Una civiltà che può essere solo difesa, è come morta. La civiltà si difende sviluppandola, trasformandola» (11).

Prima del 25 luglio è poi da segnalare l’interessantissimo progetto di Tullio Cianetti (foto), ministro delle Corporazioni dal febbraio del ’43, «senza dubbio il più intelligente e più famoso interprete di quella linea populista che del fascismo cercava di cogliere l’aspetto sociale» (p. 225).
Ebbene, Cianetti intendeva perseguire i presupposti del disegno economico fascista, potenziando e realizzando finalmente lo Stato corporativo. Assumendo l’eredità di Rossoni e Luigi Razza, il neoministro preparò le varie riforme atte allo scopo: effettiva funzione legislativa delle Corporazioni (che la Camera dei Fasci e delle Corporazioni possedeva solo parzialmente), l’agognato autogoverno delle categorie (antico mito del sindacalismo), pianificazione dell’economia (non più delegata allo Stato ma alle Corporazioni, che finalmente si dovevano costituire Stato esse stesse). Il tutto inserito in quel progetto di «democrazia totalitaria» che era la meta dichiarata della sinistra fascista, una volta esauritasi la dittatura.
Il piano elaborato da Cianetti, avallato da Mussolini, non fu – come ovvio – di possibile attuazione, a causa della caduta del Regime. Ma le intenzioni erano state espresse, la strada da percorrere indicata e delineata, come dimostra la scelta del Duce di aver affidato il ministero a Cianetti.

E così, con la fine del Fascismo e la sconfitta bellica, i sogni e gli ideali dei tanti giovani che avevano creduto nella Rivoluzione fascista, portatrice di una nuova civiltà, si spensero nel sangue, proprio mentre la Repubblica Sociale lasciava il proprio testamento alle generazioni future con la Socializzazione delle Imprese.

A fronte di questa breve e sintetica disamina, è indispensabile chiarire alcuni problemi e incomprensioni, spesso generati in maniera interessata e in malafede.

Innanzitutto il problema della «fronda», ossia quel pensiero debole che vuole gli esponenti della sinistra fascista sostenitori del Regime per mera necessità, i quali mostrarono solo in seguito il loro vero volto di antifascisti: «in realtà fu il problema della riforma interna al fascismo condotta da giovani, da universitari, da sindacalisti che contestavano l’unanimismo del regime e le sue forme barocche di consenso per giungere a un fascismo più mistico, più spiritualista, più sociale, meno compromesso con la classe dirigente liberale e borghese: in altri termini, non soltanto non era un antifascismo criptico, ma semmai si trattava di un “iperfascismo”, più totalitario e più democratico insieme» (pp. 146-7).

È altresì inaccettabile la tesi secondo cui il Regime, reazionario e liberticida, avrebbe soffocato l’anelito rivoluzionario e ingenuo delle giovani leve, destinate all’insuccesso e alla frustrazione. Il gradualismo pragmatico e politicamente intelligente di Mussolini, infatti, non escludeva affatto l’effettiva realizzazione della Rivoluzione fascista (i cui presupposti e traguardi erano stati esplicitamente delineati), anzi le ultime scelte del Duce confermano irrefutabilmente che il «nuovo fascismo» lo avrebbe costruito in buona parte quella «giovane sinistra» che – come mette ben in rilievo il prof. Parlato – «sarebbe stata la classe dirigente del fascismo se esso fosse durato oltre il dramma del conflitto» (p. 104).

Ed è proprio da questo appuntamento perso con la storia, la quale col Fascismo e quella generazione d’Italia fu particolarmente severa e ingenerosa, che nacque questo «progetto mancato», che è stato senza dubbio il più affascinante e più rivoluzionario che l’Italia postunitaria abbia mai conosciuto.


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* Le pagine indicate tra parentesi si riferiscono alla già citata opera G. PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000.

(1) Vd. ad es. C. MALAPARTE, L’Europa vivente e altri saggi politici (1921-1931), Vallecchi, Firenze 1961, p. 19, in cui l’autore parla di un Risorgimento «imbastardito» dalle idee straniere, il cui simbolo è «il sorriso machiavellico e, disgraziatamente, italianissimo di Cavour».

(2) R. MAZZETTI, Proletariato e aristocrazia, Meridiani, Bologna 1936, p. 49.

(3) Giovanni Gentile, Sansoni, Firenze 1969, pp. 193-4.

(4) I giovani all’opposizione, in «Roma Fascista», 10 luglio 1941.

(5) B. BIAGI, La politica del lavoro nel diritto fascista, Le Monnier, Firenze 1939, p. 231.

(6) Di una nuova cultura, in «Il Popolo Nuovo», 6-7 ottobre 1945.

(7) M. ALICATA, Verità e poesia: Verga e il cinema italiano, in «Cinema», 10 ottobre 1941.

(8) Il problema della cultura, in «Rivoluzione», 10 giugno 1942.

(9) Lavoro nelle Università, in «Posizione», 10 gennaio 1943.

(10) G. ANSALDO, Guerra proletaria, in «Il Telegrafo», 18 ottobre 1940. La dizione «guerra di liberazione» appartiene invece ad Italicus, con cui titolò il suo volume La guerra contro l’Inghilterra guerra di liberazione (1940).

(11) La guerra è una, in «Civiltà Fascista», luglio 1941.

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