giovedì 7 gennaio 2010

La sinistra fascista e il «nuovo fascismo»



Tra le varie «anime» del movimento fascista, la corrente «sinistra» fu certamente la più rivoluzionaria e la più interessante, che non nacque col Fascismo e con questo perì, ma che comunque vi confluì con entusiasmo, contraddizioni e originalità, apportandovi contributi di grande valore.

Essa ha risvegliato ultimamente notevole interesse nella storiografia moderna, fruttando studi di estremo rilievo come Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona di Luca Leonello Rimbotti (Settimo Sigillo, Roma 1989), Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil (1928-1948) di Pietro Neglie (Il Mulino, Bologna 1996) e Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica di Paolo Buchignani (Mondadori, Milano 1998).

Ma un contributo davvero imprescindibile rimane comunque La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato di Giuseppe Parlato (Il Mulino, Bologna 2000), sia per il suo ampio respiro e l’efficace sintesi che per l’analisi circostanziata dei miti, delle proposte originali e dell’afflato rivoluzionario che animò gli esponenti della sinistra fascista.

Il prof. Parlato, esponente di punta della scuola defeliciana al pari di Francesco Perfetti, Emilio Gentile e Guglielmo Salotti, nonché relatore di recente a CasaPound per una conferenza su Nicola Bombacci, traccia nella sua opera, con altissimo spessore scientifico, la storia di questo movimento sui generis: dalle origini prefasciste e gli sviluppi protofascisti al movimentismo ante-Marcia su Roma, dalla «grande crisi» a seguito della svolta autoritaria del Regime nel 1925 alla renaissance del periodo imperiale e poi bellico, dall’esperienza della Repubblica Sociale sino ai differenti esiti nel dopoguerra.

Veniamo così a contatto con personalità quali Edmondo Rossoni, Curzio Malaparte, Sergio e Vito Panunzio, Ugo Spirito, Angelo Oliviero Olivetti, Bruno Spampanato, Tullio Cianetti, Giuseppe Landi, Giuseppe Bottai, Berto Ricci, Edoardo Malusardi, Riccardo Del Giudice, Felice Chilanti, Luigi Fontanelli, Paolo Orano, Amilcare De Ambris (fratello di Alceste), Eno Mecheri, Ugo Manunta, per non dire di tanti altri.

È doveroso tuttavia premettere che la sinistra fascista non fu mai un blocco unitario, con un’ideologia e un progetto organici, bensì vi si colgono sfumature, differenze, talvolta scontri, non sempre pacifici. Eppure questa corrente è riconoscibile grazie a caratteristiche inconfondibili quali «un forte e consapevole spirito antiborghese», «una polemica contro il modello capitalistico di produzione», «un radicato senso della socialità, che si espresse nel culto della comunità tipico del periodo squadrista ovvero nell’attenzione nei confronti delle classi meno abbienti e delle problematiche sociali», «una interpretazione della politica come rivoluzione» e il «rifiuto della democrazia liberale e la contemporanea rivendicazione, in prospettiva, di una democrazia popolare totalitaria di matrice roussoviana» (pp. 17-18*).

La nascita di questo movimento politico-ideale va ricercata, innanzitutto, nel Risorgimento progressivo e popolare di Mazzini, Garibaldi, Ferrari e Pisacane – esponenti di un socialismo non marxista e nazionale –, contrapposto al Risorgimento liberale e compromissorio di un Cavour (1), il cui esito era stato il giolittismo, che il Fascismo avrebbe dovuto demolire. Il Risorgimento mazziniano e garibaldino fu, infatti, un riferimento fondamentale per la sinistra fascista, e il suo richiamo ebbe un risveglio dirompente in Rsi all’approssimarsi della fine.
Altro precedente e mito costante dei «fascisti rossi» fu il Sindacalismo Rivoluzionario, di cui Filippo Corridoni era il massimo rappresentante, e che non mancò di essere la stella polare del sindacalismo fascista. Il Fiumanesimo, inoltre, con la sua carica rivoluzionaria, sia a livello estetico ed esistenziale che politico, fu oggetto di studio e riferimento culturale della sinistra fascista, in particolare relativamente alla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris, che da alcuni fu indicata (ma non senza polemiche) come uno dei precedenti del Corporativismo.

Dunque, «nel periodo che va da San Sepolcro al 1925, essa [la sinistra fascista] si manifestò nel sindacalismo rossoniano, nello squadrismo, nell’avanguardismo giovanile e nel ruolo di alcuni intellettuali atipici dei quali il più significativo rappresentante fu Malaparte» (pp. 18-19). E infatti Rossoni fu il punto di riferimento della sinistra fascista in questo primo momento – con la sua attività sindacale e la rivista «La Stirpe» –, fautore e alfiere di quel «sindacalismo integrale» che alla fine fu bocciato. Ed è proprio alla fine degli anni Venti con il cosiddetto «sbloccamento» (ossia la frantumazione delle organizzazioni sindacali fasciste) e con la svolta del ’25 che la sinistra fascista entrò in un periodo di crisi, non mancando tuttavia dibattiti e vivacità intellettuale.

Con la Guerra d’Etiopia, invece, le tematiche «di sinistra» tornarono d’attualità, anche grazie alla «presenza di un agguerrito mondo universitario», alla «progressiva acquisizione di un ruolo politico del sindacato» e al «concomitante affermarsi dello Stato sociale» (p. 21). Aggiungendo, ovviamente, la polemica antiborghese suscitata da Mussolini che, se nel Duce era essenzialmente critica di costume, dagli ambienti della sinistra fascista fu combattuta con un più concreto approccio socio-economico, come si può evincere dal «bestseller» Processo alla borghesia (1939), raccolta di saggi curata da Edgardo Sulis e a cui partecipò anche Berto Ricci.
Questa rinascenza fu definita dal De Felice il «nuovo fascismo» – in opposizione a quello che lo stesso Mussolini chiamò il «Fascismo che invecchia» –, ossia un periodo di grande rinnovamento culturale, in cui i «fascisti rossi» erano decisi a portare il Fascismo alle sue estreme conseguenze, rianimando quella Rivoluzione che aveva rallentato a causa delle resistenze dell’ala moderata della classe dirigente fascista.

Il sindacato e i Guf si fecero interpreti di questa nuova stagione con contributi culturali di altissimo livello, attraverso riviste come «Il Lavoro Fascista» di Luigi Fontanelli, «L’Ordine corporativo», «Il Maglio», «Cantiere», «L’Universale» di Berto Ricci, «Primato» di Giuseppe Bottai, «La Verità» di Nicola Bombacci, senza contare i numerosissimi fogli universitari.
La polemica antiborghese, in particolare, generò acute riflessioni sui meccanismi di produzione vigenti in Italia, constatando che si dovevano fare i conti con i residui del capitalismo liberale, realizzando finalmente lo Stato corporativo che – fino ad allora – aveva sì frenato l’ingordigia del «padronato» e migliorato vistosamente le condizioni dei lavoratori, ma non era ancora riuscito a trasformare strutturalmente il sistema economico italiano, condicio sine qua non per fare veramente la Rivoluzione: «Superamento del salario, programmazione economica e nuova concezione della proprietà privata rappresentarono pertanto i tre momenti attraverso i quali si tentò di trasformare il fascismo in una forza sociale e rivoluzionaria, in grado di incidere profondamente nella situazione sociale, economica e produttiva del paese» (p. 139).

In questo senso vi furono dibattiti e proposte per l’elaborazione di un originale concetto di proprietà privata in grado di superare sia la tirannia di quello liberale che quello collettivista di stampo sovietico, i cui esiti furono raccolti nella ponderosa opera La concezione fascista della proprietà privata (1939), «summa del pensiero fascista sulla questione sociale» (p. 142). Fu altresì sostenuta la necessità del superamento del salario, inquadrata nell’ottica dello Stato corporativo – problema ben delineato nel volume di Felice Chilanti ed Ettore Soave Dominare i prezzi e superare il salario (1938).

Il progetto della sinistra fascista fu, dunque, quello di rendere il lavoro non più oggetto, bensì soggetto dell’economia, attraverso l’autonomia delle masse lavoratrici, l’autogoverno delle categorie e l’autodisciplina nell’educazione alla responsabilità e alla coscienza politica, ossia i cavalli di battaglia del sindacato.

E fu proprio il lavoro il nuovo mito dei «fascisti rossi», inteso come mistica e come pedagogia rivoluzionaria.
Già Luigi Volpicelli, che aveva collaborato con Bottai (foto) alla Carta della Scuola, aveva denunciato e contestato la scissione avvenuta tra lavoro e cultura. Un vecchio preconcetto, infatti, proprio della società borghese, voleva che la vera cultura fosse essenzialmente umanistica, escludendo così il sapere tecnico dalle categorie di scienza e cultura; lo stesso Gentile, nella celebre Riforma della Scuola (1923), non si era totalmente discostato da questo fallace pregiudizio, sicché Bottai dovette rivedere questa impostazione con la già citata Carta.

Le polemiche furono roventi, e la sinistra fascista non mancò di armare le proprie bocche da fuoco, capitalizzando numerosi successi e propagandando quello che doveva essere il vero spirito rivoluzionario del Fascismo; ad esempio sempre Edgardo Sulis scrisse, nella sua Rivoluzione ideale (1939), che «la misura della civiltà è il lavoro umano». Se nel soldato, quindi, il Fascismo aveva visto il proprio mito negli anni Venti, negli anni Trenta dovevano essere i lavoratori la nuova aristocrazia italiana, senza distinzione alcuna tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, il nerbo rivoluzionario dello «Stato Nuovo», in cui «il lavoro cessa di essere una merce per assumere il ruolo di soggetto dell’economia, uno Stato collettivo e totalitario mirante a portare (non solo giuridicamente ma concretamente, cioè nella cultura, nella morale, nel costume, ecc.) le classi e categorie proletarie sullo stesso piano delle classi e categorie intellettuali o detentrici degli strumenti della produzione» (2).

Lo stesso Gentile rivide le proprie posizioni, formulando il concetto di «umanesimo del lavoro» in Genesi e struttura della società (pubblicato postumo nel 1946), «forse il suo libro più bello, comunque, il libro suo più innovatore e rivoluzionario» secondo il giudizio dell’allievo Ugo Spirito (3).
La mistica del lavoro doveva pertanto essere il mezzo attraverso il quale creare una nuova socialità, base dello Stato Nuovo, «socialità – come scrisse Mariano Pintus – che è senso di responsabilità, dominio della competenza, primato dello spirito ed esaltazione non retorica dell’onestà» (4), giacché «la Rivoluzione fascista è anzitutto una rivoluzione sociale che dalla forza viva e sana del popolo esprime nuovi valori, forma nuove gerarchie» (5). La nuova civiltà fascista è pertanto la «civiltà del lavoro», a cui fu dedicato non a caso il noto e omonimo Palazzo all’Eur in occasione del Ventennale.

Sia la tematica del lavoro che la polemica antiborghese, quasi fondendosi, animarono gli intrepidi spiriti dei giovani dei Guf, e proprio dall’università giunsero le più interessanti manifestazioni della nuova cultura fascista, prima teorizzata, poi applicata, con conseguenze rilevanti per lo stesso periodo postbellico: «Alla cultura classica si stava sostituendo la formazione tecnica e scientifica, all’otium borghese un sapere “attivo” sempre più finalizzato alle trasformazioni sociali, alla contemplazione estetica un’arte etica e pedagogica. Di qui la indispensabilità di una cultura e di un intellettuale militanti, nuovo modello di impegno destinato a superare il concetto di cultura tipico dell’epoca liberale, lontano dalla politica, neutrale, privo di passione civile» (p. 199). Era pertanto, come intuì benissimo Augusto Del Noce già nel ’45, «l’idea di una nuova cultura, cultura che trasforma contro cultura che consola», e tale cultura che trasforma è quella «che si identifica con la società, governa con la società, conduce gli eserciti per la società, contro quell’altra che ha predicato, che ha insegnato» (6).

A questa poderosa rivoluzione culturale diede man forte una rivista come «Il Bargello», organo ufficiale del fascio fiorentino, in cui personaggi come i giovani Elio Vittorini, Vasco Pratolini e Romano Bilenchi proponevano tematiche letterarie d’avanguardia, con l’intento di «creare una letteratura per il popolo, che evidenziasse le tendenze della società moderna; stabilire un rapporto tra cultura e mondo del lavoro, con particolare attenzione a temi quali la lotta all’analfabetismo, l’urbanesimo, le condizioni di vita delle masse operaie e contadine; elaborare una cultura che suscitasse la creazione di una coscienza sociale e rivoluzionaria; condurre una critica serrata della letteratura d’evasione e decadente, in nome di un verismo e di un realismo da applicarsi nei diversi rami della cultura» (p. 204).

E infatti il modello letterario dei giovani fascisti non fu più il retorico e aristocratico D’Annunzio, bensì Giovanni Verga, la cui poetica di «verità» focalizzava l’attenzione sull’elemento sociale, indicando agli universitari «un’arte rivoluzionaria ispirata ad una umanità che soffre e spera» (7).
Il verismo e l’impegno nel sociale, che privilegiavano la quotidianità e la sua autenticità, generarono conseguentemente un rifiuto e una critica severa al «decadentismo e all’intimismo, al lirismo nostalgico, alla letteratura dei sentimenti, bollati unanimemente dai giovani universitari come “borghesi”» (p. 208), tanto che la rivista «Libro e Moschetto» lanciò alla fine del 1939 una significativa Inchiesta sul romanzo, cui partecipò anche Ezra Pound. Da qui le fiere rivendicazioni di Sergio Lepri: «La nostra attuale narrativa (…) è quasi sempre un racconto non di vita aderente a una realtà attuale, ma di una vita mediata dalla memoria, dove il centro lirico è posto in una ricerca di smarrite stagioni (…). Vorremmo, ma questo forse lo permetterà unicamente una mutata realtà sociale e la conclusione di quel rinnovamento della società che è oggi in atto, che il racconto non fosse solo confessione e memoria (…) ma presenza attiva dell’uomo, centrato nel suo destino e nella sua volontà» (8).

Se quindi in ambito letterario gli alfieri della nuova poetica sociale furono Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Luigi Bartolini e Cesare Pavese, per quanto riguarda le arti figurative i giovani fascisti si ispirarono a Manzù, Guttuso, De Chirico e, soprattutto, a quel Sironi stile anni Trenta che celebrava con le sue opere la nascente «civiltà del lavoro».
I Guf iniziarono inoltre una polemica verso il razionalismo piacentiniano, teorizzando una nuova architettura che si occupasse prevalentemente dell’edificazione di case popolari, per la quale si cercava di elaborare un’estetica in grado di esaltare la figura del lavoratore in cui il lavoratore stesso – benché incolto – si riconoscesse.
Ma è soprattutto all’arte cinematografica che gli universitari fascisti dedicarono la loro attenzione, rivestendo un ruolo indiscusso d’avanguardia, attraverso la funzione fondamentale del documentario dei CineGuf. Come si può osservare – e come è abbastanza noto, eccetto ritardi oramai ingiustificabili – il neorealismo nasce ben prima del dopoguerra, e specificamente con il Fascismo grazie alle proprie avanguardie giovanili.

Immediata conseguenza di questa nuova stagione culturale fu la rivalutazione del lavoro manuale e del sapere tecnico-scientifico, come ben sintetizzò Angelo Da Prato: «Noi vogliamo fare discendere (…) la scuola dalla cattedra, fuori spesso dal mondo e assorta in vuoti razionalismi celebrali, verso la vita (…). Questa nuova affermazione del concetto di lavoro (…) parte cioè dalla ribellione contro il concetto liberale-borghese del lavoro e dei suoi valori, secondo cui il lavoro era ancora il triste fardello cui l’uomo era costretto ad essere legato» (9).

Le leggi razziali, poi, lasciarono alquanto freddi gli esponenti della sinistra fascista, se si fa eccezione del sindacalista Tullio Cianetti, apertamente filotedesco.
Fu invece con la guerra civile spagnola, e il relativo impegno bellico italiano, che i «fascisti rossi» si distinsero con posizioni fuori dal coro, dietro un mal dissimulato unanimismo, tanto che il sindacato e intellettuali anticonformisti del calibro di Berto Ricci si profusero nella difesa de «Il Lavoro», rivista dei portuali genovesi, e «I problemi del lavoro» di Rinaldo Rigola, apertamente schierati al fianco dei repubblicani iberici e pertanto contro il conservatorismo e le forze cattoliche reazionarie di Franco.

Al contrario il conflitto mondiale fu sostenuto dalla sinistra fascista in quanto guerra «rivoluzionaria», «di indipendenza» o addirittura «di liberazione» combattuta dai «popoli giovani e proletari» contro le «demoplutocrazie» occidentali: «Questa è una guerra che deriva necessariamente da tutta la politica sociale svolta da anni dal Regime (…): è l’ultimo colpo di spalla, quello decisivo, contro un sistema plutocratico che si opponeva dall’esterno a che il popolo italiano avesse il giusto profitto del suo lavoro nel mondo» (10).

Si rianimò quindi la polemica antiborghese, che vide tra i protagonisti Camillo Pellizzi, presidente dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura oltre che direttore di «Civiltà Fascista», il quale scrisse violentemente che «il nostro “ordine” non può essere, evidentemente, l’ordine dei borghesi», rincarando poi la dose in merito alla guerra contro le demoplutocrazie e l’Unione Sovietica, affermando: «si parli pure di “difesa della civiltà”, ma è indispensabile non gravare tale concetto di un senso statico e conservatore: poiché civiltà è sempre sistema ed equilibrio di forze spirituali, liberamente creatrici. Una civiltà conservatrice è, idealmente, un non senso. Una civiltà che può essere solo difesa, è come morta. La civiltà si difende sviluppandola, trasformandola» (11).

Prima del 25 luglio è poi da segnalare l’interessantissimo progetto di Tullio Cianetti (foto), ministro delle Corporazioni dal febbraio del ’43, «senza dubbio il più intelligente e più famoso interprete di quella linea populista che del fascismo cercava di cogliere l’aspetto sociale» (p. 225).
Ebbene, Cianetti intendeva perseguire i presupposti del disegno economico fascista, potenziando e realizzando finalmente lo Stato corporativo. Assumendo l’eredità di Rossoni e Luigi Razza, il neoministro preparò le varie riforme atte allo scopo: effettiva funzione legislativa delle Corporazioni (che la Camera dei Fasci e delle Corporazioni possedeva solo parzialmente), l’agognato autogoverno delle categorie (antico mito del sindacalismo), pianificazione dell’economia (non più delegata allo Stato ma alle Corporazioni, che finalmente si dovevano costituire Stato esse stesse). Il tutto inserito in quel progetto di «democrazia totalitaria» che era la meta dichiarata della sinistra fascista, una volta esauritasi la dittatura.
Il piano elaborato da Cianetti, avallato da Mussolini, non fu – come ovvio – di possibile attuazione, a causa della caduta del Regime. Ma le intenzioni erano state espresse, la strada da percorrere indicata e delineata, come dimostra la scelta del Duce di aver affidato il ministero a Cianetti.

E così, con la fine del Fascismo e la sconfitta bellica, i sogni e gli ideali dei tanti giovani che avevano creduto nella Rivoluzione fascista, portatrice di una nuova civiltà, si spensero nel sangue, proprio mentre la Repubblica Sociale lasciava il proprio testamento alle generazioni future con la Socializzazione delle Imprese.

A fronte di questa breve e sintetica disamina, è indispensabile chiarire alcuni problemi e incomprensioni, spesso generati in maniera interessata e in malafede.

Innanzitutto il problema della «fronda», ossia quel pensiero debole che vuole gli esponenti della sinistra fascista sostenitori del Regime per mera necessità, i quali mostrarono solo in seguito il loro vero volto di antifascisti: «in realtà fu il problema della riforma interna al fascismo condotta da giovani, da universitari, da sindacalisti che contestavano l’unanimismo del regime e le sue forme barocche di consenso per giungere a un fascismo più mistico, più spiritualista, più sociale, meno compromesso con la classe dirigente liberale e borghese: in altri termini, non soltanto non era un antifascismo criptico, ma semmai si trattava di un “iperfascismo”, più totalitario e più democratico insieme» (pp. 146-7).

È altresì inaccettabile la tesi secondo cui il Regime, reazionario e liberticida, avrebbe soffocato l’anelito rivoluzionario e ingenuo delle giovani leve, destinate all’insuccesso e alla frustrazione. Il gradualismo pragmatico e politicamente intelligente di Mussolini, infatti, non escludeva affatto l’effettiva realizzazione della Rivoluzione fascista (i cui presupposti e traguardi erano stati esplicitamente delineati), anzi le ultime scelte del Duce confermano irrefutabilmente che il «nuovo fascismo» lo avrebbe costruito in buona parte quella «giovane sinistra» che – come mette ben in rilievo il prof. Parlato – «sarebbe stata la classe dirigente del fascismo se esso fosse durato oltre il dramma del conflitto» (p. 104).

Ed è proprio da questo appuntamento perso con la storia, la quale col Fascismo e quella generazione d’Italia fu particolarmente severa e ingenerosa, che nacque questo «progetto mancato», che è stato senza dubbio il più affascinante e più rivoluzionario che l’Italia postunitaria abbia mai conosciuto.


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* Le pagine indicate tra parentesi si riferiscono alla già citata opera G. PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000.

(1) Vd. ad es. C. MALAPARTE, L’Europa vivente e altri saggi politici (1921-1931), Vallecchi, Firenze 1961, p. 19, in cui l’autore parla di un Risorgimento «imbastardito» dalle idee straniere, il cui simbolo è «il sorriso machiavellico e, disgraziatamente, italianissimo di Cavour».

(2) R. MAZZETTI, Proletariato e aristocrazia, Meridiani, Bologna 1936, p. 49.

(3) Giovanni Gentile, Sansoni, Firenze 1969, pp. 193-4.

(4) I giovani all’opposizione, in «Roma Fascista», 10 luglio 1941.

(5) B. BIAGI, La politica del lavoro nel diritto fascista, Le Monnier, Firenze 1939, p. 231.

(6) Di una nuova cultura, in «Il Popolo Nuovo», 6-7 ottobre 1945.

(7) M. ALICATA, Verità e poesia: Verga e il cinema italiano, in «Cinema», 10 ottobre 1941.

(8) Il problema della cultura, in «Rivoluzione», 10 giugno 1942.

(9) Lavoro nelle Università, in «Posizione», 10 gennaio 1943.

(10) G. ANSALDO, Guerra proletaria, in «Il Telegrafo», 18 ottobre 1940. La dizione «guerra di liberazione» appartiene invece ad Italicus, con cui titolò il suo volume La guerra contro l’Inghilterra guerra di liberazione (1940).

(11) La guerra è una, in «Civiltà Fascista», luglio 1941.

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giovedì 24 dicembre 2009

Il Fascismo di Delio Cantimori

Delio Cantimori (foto) fu uno dei più grandi storici italiani del Novecento, eppure non è noto al grande pubblico, e anche fra gli addetti ai lavori, si preferisce ricordare i suoi studi di storia moderna sugli eretici italiani del ’500, o al limite è citato come «il patriarca della storiografia marxista in Italia» (R. De Felice). Tuttavia, il suo percorso politico e intellettuale fu molto più complesso, simile per certi versi a quello di Ernst Niekisch, e non si sbaglierebbe, infatti, a collocarlo tra i rari corrispettivi italiani della Rivoluzione conservatrice tedesca. Basterebbe esaminare i suoi scritti politici (D. CANTIMORI, Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), a cura di L. Mangoni, Einaudi, Torino 1991).

Delio nacque a Russi, nel cuore della Romagna rossa e mussoliniana, nel 1904. Condusse gli studi liceali a Ravenna (1919-1922) e Forlì (1922-1924), e fu influenzato dal magistero filosofico di Galvano Della Volpe. Il suo primissimo orientamento era verso l’attualismo gentiliano. A questo periodo risale l’interesse per il Rinascimento e per la cultura tedesca, specie i romantici. Tra il 1924 e il 1929 studiò Storia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Suo padre era Carlo Cantimori, d’ardente fede mazziniana, militante del partito repubblicano, corrispondente di Alceste De Ambris, co-autore della Carta del Carnaro, e di Giovanni Gentile, indeciso nel 1922 tra il fascismo e un socialismo reducista e fiumano, infine aderente al regime dal 1926 fino alla fine. Lo stesso Delio, fin da ragazzo, ebbe una forte ammirazione per l’interventismo e appoggiò fortemente l’impresa fiumana, abbonandosi al bollettino della Reggenza del Carnaro e facendo propaganda fra i suoi compagni. Riconobbe presto nel Fascismo una forza veramente rivoluzionaria, e prese infine la tessera nel 1926, ma già nel 1924, ai tempi del caso Matteotti, si dichiarava fascista, approvando l’eliminazione di quest’ultimo, quale nemico politico.

In una lettera a Croce del 19 luglio 1926, affermava esplicitamente di seguire il Fascismo e di considerarla una religione. L’anno dopo definiva con esattezza questa religione: «quella coscienza dell’uomo moderno, consapevole del suo dovere e della sua responsabilità, ma anche del suo limite nella vita della Nazione per la quale egli è quel che è e può operare utilmente, concretamente, senza lasciarsi sviare da anacronistici ritorni a forme di vita morale (e religiosa che è lo stesso), buone per le donne e per la parte femminile degli uomini, che credono che Dio si veneri battendosi il petto ad ore fisse, e via dicendo, e non lavorando e faticando» (Politica e storia contemporanea, p. 26).

Di fatto, egli univa lo Stato etico gentiliano al nazionalismo mazziniano, rimanendo contrario sia al reazionarismo clericale e neoguelfo (ma anche contro il medievalismo ghibellino alla Evola), sia allo sciovinismo francese e al nazionalismo völkisch tedesco. Ovviamente, la sua opposizione era forte anche contro il liberalismo, considerato come sorpassato dalle grandi ideologie sociali del XX secolo. Anche nella simpatia che emerge verso gli eretici, dalle sue pagine storiografiche, si deve vedere piuttosto un intenso afflato libertario, proprio del Fascismo rivoluzionario, ovvero il rifiuto di una religione dogmaticamente e teologicamente imposta.

In politica interna, egli era naturalmente sostenitore dello Stato etico e corporativo. «A organizzazione culturale delle corporazioni, dove accanto alla cultura professionale e tecnica è unita la educazione secondo la morale di ordine e disciplina che il Governo Fascista ama accentuare come propria, appare di nuovo risposta chiara e netta ai bisogni della civiltà europea» (Politica e storia contemporanea, p. 26). In politica estera, è molto interessante il fatto che egli fosse già conscio della decadenza d’Europa, e reagisse con un vigoroso europeismo a prospettiva imperiale, che anticipava già Thiriart (foto). Inoltre sosteneva che l’Italia fascista dovesse farsi forte e diffondere il suo esempio nei rapporti internazionali. «Bisogna che noi ci assuefacciamo a questi orizzonti, e che ci consideriamo appunto perché e in quanto italiani e fascisti, banditori di un’idea universale, cittadini dell’Europa e del mondo» (articolo su «Pattuglia», 2 novembre 1929).

Altrettanto degno di nota era il suo punto di vista sostanzialmente filobolscevico, per cui rifiutava le critiche reazionarie o liberali al modello sovietico e sosteneva la necessità di un’alleanza tra URSS e Italia. Contemporaneamente, Cantimori mostrava un forte interesse per gli autori della Rivoluzione conservatrice, che studiò approfonditamente, conseguendo anche una seconda laurea in letteratura tedesca. Riguardo al nazionalsocialismo, egli apprezzava le teorie minoritarie dei fratelli Strasser, ma criticava il romanticismo politico connesso all’ideologia hitleriana. Il suo pensiero politico lo portava a opporsi sia alle posizioni conservatrici di Schmitt, sia a quelle razzialiste di Rosenberg.

Nel frattempo, insegnò ai licei di Cagliari e Parma, per essere chiamato da Giovanni Gentile all’Istituto Italiano di Studi Germanici nel 1934 e ad insegnare alla Scuola Normale di Pisa nel 1940, dopo aver ottenuto la cattedra di Storia Moderna a Messina l’anno prima. In quegli anni, maturò un certo distacco dal Fascismo, a causa della delusione per il Concordato del 1929, per l’insufficienza delle leggi corporative nel 1934, e la conseguente emarginazione di Bottai, Spirito e di altri fascisti “di sinistra”, e del progressivo avvicinamento alla Germania hitleriana, con conseguente inasprimento dell’anticomunismo. Ai primi del 1936, sposò Emma Mezzomonti, militante comunista.

In ogni caso, il passaggio dal Fascismo al Comunismo fu in Cantimori non un repentino voltare gabbana, bensì un lento e progressivo perdere fiducia in un regime che percepiva come ormai troppo poco rivoluzionario e relativo avvicinarsi ad un nuovo sistema politico-ideologico. Se già nel 1938 egli era ormai più “rosso” che “nero”, ancora nel 1941 egli scriveva su «La civiltà fascista» e fu solo nel 1948 che egli prese la tessera del PCI. In quegli anni, infatti, condusse vari studi su Marx, fino a tradurre il primo libro del Capitale (1951-52). D’altronde, non doveva durare troppo a lungo: già nel 1956, in seguito all’invasione dell’Ungheria, egli uscì dal partito, dedicandosi unicamente agli studi, fino alla sua morte (1966).

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mercoledì 16 dicembre 2009

Cenni su Nicola Bombacci

Giuseppe Parlato, ex rettore dell’Università San Pio V ed autore del libro La sinistra fascista, è intervenuto pochi giorni fa a CasaPound portando il suo contributo ad una conferenza dedicata alla figura di Nicola Bombacci. Le parole del professore hanno messo impietosamente in evidenza quanto l’opinione pubblica e determinati settori culturali del paese siano in ritardo rispetto alle conquiste della storiografia sul tema del Fascismo. Quest’ultimo, ancora definito da più parti quale mera «guardia bianca della borghesia», è stato invece un fenomeno ricco di sfaccettature che attendono ancora di essere colte appieno nel loro insieme.

Nicola Bombacci si inserisce in questo contesto, risultando un personaggio tanto “fuori dagli schemi” quanto indicativo dei fermenti che hanno animato il nostro Paese nella prima parte del secolo scorso.
Romagnolo e socialista come l’amico Mussolini, fu un acceso ed importante esponente dell’ala massimalista del partito. In occasione del primo conflitto mondiale la sua strada e quella del futuro Duce si divisero: Bombacci si schierò contro l’intervento, allineandosi per una volta alle scelte ufficiali dei capi del socialismo italiano, con cui spesso era in polemica.
Al termine della guerra divenne addirittura segretario del PSI, per poi fondare il Partito Comunista dItalia nel 1921. Anche qui si distinse per le posizioni anticonformiste: prima appoggiò entusiasticamente l’occupazione dannunziana di Fiume, poi propugnò lavvicinamento del Fascismo allUrss, nel nome dell’anticapitalismo che caratterizzava entrambe le rivoluzioni.
Era un personaggio scomodo sia per i fascisti avviati alla conquista del potere, ma anche per i suoi stessi compagni di partito, da cui fu espulso nel 1927. Togliatti, dall’alto della sua cieca ortodossia, addusse quale motivazione la colpa di non essere abbastanza marxista e di volere «tutto e subito». Secondo lui un vero comunista non avrebbe dovuto affidarsi all’«azione diretta» di marca soreliana, ma creare le condizioni per lo sviluppo ed il crollo del sistema capitalista. Curioso che Togliatti non si avvedesse del fatto che l’Urss, ove lui risiedeva ed il comunismo era al potere, fosse allepoca della Rivoluzione dOttobre uno Stato post-feudale.

Comunque, sempre nel 1927, si aprirono per Bombacci nuovi spiragli politici in Italia. In quell’anno, infatti, Mussolini riconobbe ufficialmente l’Urss, primo fra i leaders europei. Questa scelta, dettata soprattutto da interessi economici, fu accolta con entusiasmo dal fondatore del Partito Comunista d’Italia, che cercò, tra molte difficoltà, di portare il suo contributo ideale all’interno del dibattito culturale italiano.
Interessanti a questo proposito le sue posizioni riguardo al corporativismo ed alla Guerra d’Etiopia. Egli riconobbe alla politica economica fascista una maggiore efficacia rispetto ai provvedimenti attuati in Urss, apprezzando i primi risultati raggiunti dal regime.
Ancor più sorprendente la sua lettura del conflitto coloniale italiano, che Bombacci descrisse come il naturale proseguimento sul piano geopolitico del conflitto tra «popoli giovani» e plutocrazie capitaliste.
Una tesi che portava alla mente le teorizzazioni del capo dei nazionalisti italiani Enrico Corradini, riassumibili nell’equazione: «proletari contro capitalisti = lotta di classe; popoli poveri contro popoli ricchi = nazionalismo», datata 1910.

Nel 1936 l’impegno di “Nicolino” (come era soprannominato dal Duce) fu finalmente riconosciuto grazie all’uscita della rivista La Verità (traduzione della Pravda sovietica), da lui diretta e punto di incontro di molti esponenti del vecchio mondo socialista. È in questo stesso periodo che Palmiro Togliatti pubblica il famoso «appello ai fratelli in camicia nera», in cui cerca un terreno d’incontro tra comunisti e fascisti sul programma di S. Sepolcro del 1919. Nel frattempo una personalità del calibro del filosofo Ugo Spirito, che vedeva di buon occhio un avvicinamento tra le due rivoluzioni, aveva dato il suo contributo elaborando la teoria della «corporazione proprietaria», auspicando il passaggio della proprietà dei mezzi di produzione alla corporazione, per la definitiva distruzione delle logiche del sistema capitalista. E poi come non menzionare il tentativo di Ivanoe Bonomi, membro storico del parlamentarismo prefascista, di fondare l’«Associazione socialista nazionale», assieme agli ex deputati Bisogni, D’Aragona e Caldara, disposti a collaborare con il regime.
Una serie di fermenti quanto mai interessanti e degni di nota, anche se allo scoppio della Guerra di Spagna i rapporti tra Italia ed Urss tornarono più che mai tesi. Pochi anni dopo, nel momento del breve idillio Stalin-Hitler, fu proprio La Verità (che continuerà ad uscire pressoché ininterrottamente fino al 1943, nonostante l’avversione degli “intransigenti” Farinacci e Starace) ad esprimersi favorevolmente a questa convergenza, in un’Italia fascista comprensibilmente disorientata. «(…) Eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale», scrisse Walter Mocchi nel numero del 13 ottobre 1940. Ma la guerra andò in una direzione totalmente differente, fino al disastro del 1943 e la rinascita del Fascismo con la R.S.I.

Bombacci, che non ebbe mai la tessera del PNF, si schierò da subito con la decisione che lo caratterizzava: «Duce, già scrissi in La Verità nel novembre scorso – avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi – sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re-Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del 22 ...», affermò perentoriamente in una lettera a Mussolini.
L’analisi sopra contenuta non era sbagliata: liberati dalle «forze della reazione» (la “destra” interna opportunista e conservatrice), i fascisti stilarono i 18 punti di Verona e diedero inizio alla socializzazione, per lasciare ai posteri il loro messaggio di civiltà. Le realizzazioni furono comprensibilmente incomplete, per ovvi motivi di tempo e l’ostilità di taluni esponenti di governo e dei tedeschi.
Inutile dire che Bombacci si batté entusiasticamente a favore delle riforme, impegnandosi non solo nelle fabbriche ma anche nelle politiche della casa. A questo proposito si impegnò per la stesura e l’attuazione del rivoluzionario punto 15 del Manifesto di Verona: «Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il partito iscrive nel suo programma la creazione di un ente nazionale per la casa del popolo il quale, assorbendo l’istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la sua casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l’ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie».

Il “canto del cigno” di Bombacci avvenne nel marzo 1945, quando a Genova tenne un comizio a cui accorsero ben trentamila operai, nonostante la fine della Repubblica Sociale fosse ormai questione di giorni. Erano ancora in tantissimi a voler ascoltare le forti e rivoluzionarie parole di questo «combattente sociale», le cui scelte furono spesso controcorrente ma mai opportunistiche. Ad ulteriore riprova basti citare il fatto che morì accanto al Duce, gridando in faccia ai suoi assassini: «viva il socialismo!». E così proprio lui, quello del «me ne frego di Bombacci/ e del sol dell’avvenire» cantato dai giovani fascisti, scelse di dare tutto al fianco di Mussolini, nel nome del riscatto sociale di una Nazione intera.

Nel dopoguerra non pochi esponenti (tra quelli rimasti, viste le vendette ed i massacri dei partigiani) di quella “sinistra fascista” che aveva avuto mirabili esempi nei sindacati e nei GUF, confluirono nel PCI, opportunisticamente alla ricerca di quadri competenti per il partito. Il MSI invece nacque tenuto ostaggio dalla “destra”, come ha più volte riportato nei suoi scritti Francesco Mancinelli. Ed infatti, in assenza di colui che aveva saputo tenere fecondamente in equilibrio le diverse tendenze durante il Ventennio, i “continuatori” del Fascismo compirono troppo spesso scelte non in linea con il loro glorioso passato. Ma questa è un’altra storia…

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mercoledì 9 dicembre 2009

“Fascismo, Rivoluzione del Lavoro”: testimonianze di un sindacalista Fascista


Mario Gradi fu un giovane fascista della “prima ora, che compì tutta la sua traiettoria politica all’interno del sindacato. Dopo un breve periodo come dirigente nel GUF romano, entrò nel settore sindacale con la carica di Segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’Industria, prima a Perugia e poi Bologna. Dopo aver partecipato alla guerra d’Etiopia, fu trasferito a Roma con incarichi di ancora maggiore rilievo: prima consigliere della Confederazione dell’acqua, gas ed elettricità e dopo consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Infine Segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’Industria a Roma, fino alle dimissioni il giorno dell’insediamento del governo-Badoglio. Oltre a distinguersi per l’impegno quotidiano sul posto di lavoro, fu molto attivo culturalmente scrivendo su periodici e riviste e pubblicando il libro Fascismo, Rivoluzione del Lavoro (1938).

Un’attività, questa, che continuerà anche nel dopoguerra, senza mai rinnegare i suoi ideali.
Perché questa premessa? Perché interessarsi ad un personaggio come lui?
Molto semplicemente perché «sapere di più su questi dirigenti medi è sempre necessario se si vuol capire questa realtà (del Fascismo ndr) in modo articolato e in particolare la natura e la qualità del personale su cui il regime si fondava e le differenze fra esso ed il precedente periodo liberal-democratico», come disse acutamente Renzo De Felice, nella prefazione alle Memorie di Tullio Cianetti. Infatti, leggendo le testimonianze del Gradi (raccolte nel libro Formazione e vita di un sindacalista, 1987), non si può che rimanere stupiti ed arricchiti dalle sfumature che si possono cogliere su quel ventennio tanto lontano quanto ancora oggi discusso.
L’autore descrive con passione l’entusiasmo (ed anche le velleità e le ingenuità) dei giovani fascisti nel primo dopoguerra, impegnati nella strenua difesa dei reduci e delle rivendicazioni della vittoria contro il disordine rosso e l’incapacità del parlamento. Anni travagliati, conclusisi con la presa del potere di Mussolini, al termine della quale si comincia ad entrare nel vivo della trattazione: l’evolversi delle istanze sindacali all’interno del Fascismo, rievocate attraverso l’esperienza personale di Gradi.
Il protagonista delinea con chiarezza e lucidità tutte le difficoltà dei dirigenti sindacali davanti al fallimento del “corporativismo integrale” voluto da Rossoni. Nel 1928, infatti, Mussolini opta per la “frantumazione” della Confederazione nazionale dei sindacati Fascisti (che riuniva tutto il mondo fascista del lavoro) nelle sei Confederazioni dei lavoratori dell’attività produttiva (industria, agricoltura, commercio, trasporti, credito, gente del mare e dell’aria), con la conseguenza di una riduzione d’importanza dell’elemento sindacale in favore della centralità del Partito.
Il settore industriale accusa il colpo, non riuscendo a trovare negli anni immediatamente successivi una stabilità organizzativa ed un peso politico d’alto livello, come era riuscito, ad esempio, ai lavoratori agricoli magistralmente guidati da Luigi Razza.
Gradi, impegnato al fianco dei lavoratori fino alla fine del regime, sottolinea inoltre le difficoltà salariali ed il permanere di «sacche di arretratezza» (soprattutto al Sud) nel suo settore. Ma ciò che emerge più negativamente è la resistenza al cambiamento di ampi settori economico-finanziari italiani, impegnati a frenare le riforme e mettere in primo piano l’interesse personale. Occorrevano sforzi titanici da parte dei sindacalisti fascisti («in gran parte provenienti dallo squadrismo, quasi tutti dotati di una buona preparazione in campo economico e sociale, uno dei raggruppamenti maggiormente significativi e combattivi del regime, guardiani fedeli dei principi originari del fascismo») per attutire i colpi inferti dagli industriali più conservatori, rappresentanti di quella “destra interna” che non vedeva di buon occhio la perdita dei propri privilegi.

Proprio per questo la classe dirigente sindacale in diverse occasioni recuperò elementi già distintisi nelle organizzazioni socialiste. Ed è già un primo elemento inaspettato. Ma accanto a questo se ne nota un altro: il libero sfogo ai risentimenti ad alle richieste da parte dei lavoratori nelle assemblee di base. L’intento del regime era quello di renderli critici e coscienti delle problematiche nel loro ambito, e di conseguenza inseriti organicamente (non passivamente) nel nuovo “spirito partecipativo” e nelle nuove strutture, come il Dopolavoro.
Negli ultimi sette anni di carriera a Roma, a contatto con i vertici dell’organizzazione dei lavoratori dell’Industria, Gradi nota che la libertà e vivacità dei dibattiti è ancora più accentuata. Ciò traspariva raramente all’esterno, dove invece veniva sottolineata l’unanimità delle posizioni, ma è sufficiente scorrere i verbali della Confederazione per accorgersi della libertà di critica e del fecondo apporto dei rappresentanti dei lavoratori alla elaborazione di scelte e soluzioni in sede corporativa. Un tratto, forse il più difficile da accettare per la storiografia “ufficiale”, emerge prepotentemente: non si trattò di un sindacalismo di mera facciata.
Pur tra innegabili difficoltà e nello «scarso decollo del sistema corporativo», il profilo tracciato dal Gradi è quello di un mondo sindacale consapevole dell’importanza delle riforme sociali e della modernizzazione, convinto a continuare le lotte nel nome della «Terza Via» e dell’emancipazione dei lavoratori.

Per comprendere ancor meglio il profilo di questi “combattenti sociali” non si può non analizzare il succitato testo Fascismo, Rivoluzione del Lavoro, in cui Gradi traccia una rapida e sentita storia del movimento fascista. Non mancano passaggi retorici, ma traspaiono comunque alla perfezione obiettivi e sentimenti dei giovani che avrebbero costituito la futura classe dirigente del regime.

Gli operai di Dalmine, che nel 1919 occuparono una fabbrica innalzando il tricolore e non interrompendo la produzione, vengono presentati quali veri e propri pionieri dell’idea fascista. «Vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria. (…) Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori ed è in questa vostra qualità che rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali. (…) È il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, disperazione perché deve diventare orgoglio, creazione, conquista degli uomini liberi nella patria libera e grande entro i confini» disse Mussolini in quella storica occasione. Ed i propositi appena descritti cominciarono gradualmente («La rivoluzione non è sommossa di schiavi, ma sopravvento di superiori capacità produttive. Fino a che i lavoratori non sapranno dimostrare di sapere produrre di più e meglio del sistema capitalista, essi non saranno degni di dirigere la società») a trovare attuazione. Gli accordi di Palazzo Vidoni, la Legge Sindacale del 3 aprile 1926 («immissione ed inserimento politico e giuridico del movimento operaio nella vita dello Stato, per una verace uguaglianza tra categorie sociali»), la Carta del Lavoro, la costruzione dello Stato Sociale e dell’edificio corporativo sono le tappe fondamentali.
«La soluzione fascista agile, dinamica, aderente alla realtà e alle esigenze particolari e generali della produzione, concilia libertà ed autorità, prevedendo la instaurazione di una disciplina nello svolgimento dei cicli economici produttivi, non imposta da una coazione esterna, ma dal di dentro; dalle stesse categorie produttrici, le quali, una volta determinata loro funzionalità nel sindacato, sul piano corporativo trovano il punto di incontro e fissano le direttive di marcia».

Il Fascismo si contrappone evidentemente alle tendenze individualistiche della scuola liberale, la quale considera la società nazionale una semplice somma di particolari, e dall’altra parte non accetta le concezioni del comunismo, le quali, prevedendo la concentrazione di tutte le iniziative, di tutti i beni, di tutti i compiti nello Stato, mirano «ad un assurdo annullamento della individualità umana, a favore dell’unica mostruosa individualità dello Stato-Moloch, onnisciente ed onnipresente».
Secondo l’autore, l’economia corporativa sorge proprio quando i due fenomeni hanno dato ciò che potevano dare, ereditando da essi ciò che avevano di vitale e superandoli: non siamo certo davanti alla conservazione, ma ad un «autentico movimento di popolo, che non ignora le necessità e le aspirazioni del lavoro, ma queste inquadra nel complesso della vita e delle necessità nazionali; queste coordina e potenzia nello sviluppo armonioso delle attività e possibilità della Nazione». All’«agnosticismo internazionalistico della grande finanza», all’«edonismo borghese» ed al «predominio dell’economia sulla politica» esso oppone lo spirito, l’etica e la Patria. Al «materialismo storico» e alla lotta di classe risponde con la collaborazione e la «democrazia organica». Quest’ultimo salta subito agli occhi quale concetto di notevole interesse e, a quanto pare, in quei tempi più diffuso di quanto si potrebbe pensare, come ha fatto notare Massimiliano Gerardi (dell’Istituto Studi corporativi) nella prefazione al medesimo libro. Per contro, non appare neanche una volta il termine «razza», e non a caso Gradi fu spesso in contrasto con il Presidente confederale Tullio Cianetti, d’orientamento filo-tedesco.

Il sindacalista chiude poi enfaticamente l’opera, sottolineando «il carattere autenticamente democratico, nel senso sano, del regime. Tutta l’organizzazione sociale è stata predisposta e sistemata in modo tale che il cittadino e produttore non abbia mai a sentirsi isolato, smarrito, alla mercé del più forte, in una lotta per la vita senza quartiere e senza giustizia: il Partito lo accoglie cameratescamente nei suoi ranghi; l’organizzazione sindacale lo tutela nei suoi diritti e nei suoi interessi. (…) La vera democrazia non è nella verbosa demagogia dei parlamenti, ma nella eloquenza sincera delle opere: nelle strade aperte ai commerci; nelle terre bonificate restituite al lavoro; negli acquedotti; nelle scuole ampie aperte a ricevere in una gioia di aria e di sole la nuova gioventù d’Italia; nei moderni sanatori, negli ospedali. (…)
A volte la tensione cui costringe quest’opera di ricostruzione è dura: ma essa appare sempre lieve se è certa la fede nella meta finale: un grande popolo, una Nazione potente».

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mercoledì 2 dicembre 2009

Bettino Craxi: un punto di vista

Le poche righe che seguono non vogliono essere la minuziosa ricostruzione storica delle vicende che videro protagonista Bettino Craxi, ma semplicemente offrire una visione “altra” dell’ex leader socialista, al di là delle grida indignate delle legioni travagliane, ma anche delle rivalutazioni di comodo effettuate sia dal centro-destra (con Berlusconi che ne condivide l’aspra avversione alla magistratura) che dal centro-sinistra (penosamente alla ricerca di identità).
Craxi si avvicinò alla politica grazie alla militanza antifascista del padre durante la Seconda Guerra Mondiale, entrando di lì a poco nel Partito Socialista e non uscendone più sino al 1994, a causa dei ben noti scandali di Tangentopoli.
Negli infuocati scontri universitari dei suoi anni giovanili cominciò a maturare quella che sarà una costante del suo bagaglio politico: la gelosia per l’autonomia, del suo Paese e del suo partito. I socialisti in Italia infatti, vivevano costantemente all’ombra del PCI, schiacciati dalla forza elettorale e culturale del partito egemone della sinistra italiana. L’inversione di tendenza cominciò proprio con l’elezione di Craxi a Segretario del Partito Socialista, datata 1976. Bettino nel frattempo aveva maturato una notevole abilità ed esperienza, guadagnandosi la prima elezione in parlamento e svolgendo diversi incarichi di rilievo in Italia e all’estero, oltre a divenire il “delfino” di Pietro Nenni.

Eppure l’opinione pubblica conosceva poco o niente di questo giovane catapultato agli onori delle cronache, tanto che fu definito «signor Nulla» in un articolo di Fortebraccio sull’Unità. I “colonnelli” del PSI, come Giacomo Mancini, pensavano di poterlo controllare e manovrare dall’alto, ma sbagliarono clamorosamente i calcoli. Craxi favorì sin da subito le nuove leve del partito, dando inizio a quel ricambio generazionale che è stato definito «la rivoluzione dei quarantenni», che portò nuova linfa ai socialisti. Ad animare il rinnovato protagonismo di questi ultimi fu il fermento culturale acceso dalla rivista «Mondoperaio» di Federico Coen e da Norberto Bobbio, impegnati ad emancipare la sinistra italiana dal marxismo-leninismo.
Craxi si inserì perfettamente in questo contesto, plasmando un PSI indipendente e dalle solide e rinnovate radici culturali. Esse furono descritte nel saggio datato agosto 1978 intitolato Il Vangelo Socialista, da molti considerato l’atto di definitiva rottura dei socialisti con il comunismo. Partendo da Proudhon ed arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, il leader socialista tracciò il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista ed i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana.

In quello stesso anno, durante i 55 giorni del sequestro-Moro, fu uno dei pochi politici a spingere per l’apertura di trattative con le Br, contro la «linea della fermezza» espressa dai maggiori partiti del paese: DC e PCI. Questa inaspettata dimostrazione di coraggio ed indipendenza portò il leader democristiano a rivolgersi direttamente a Craxi in alcune lettere dalla prigionia, chiedendogli di fare il possibile per mobilitare la classe dirigente italiana, che però rimase sorda. Una fermezza pericolosamente vicina all’essere un colpevole disimpegno, come ribadito da recenti inchieste giornalistiche (vedasi ad esempio quella ad opera di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, culminata nel libro del 2008 Doveva morire).

Nel 1979 arrivò l’ennesimo “strappo” all’ortodossia ideologica della sinistra, con l’assenso all’installazione degli «euromissili» di matrice americana sul suolo italiano, in risposta allo schieramento degli SS20 da parte dell’URSS, che esponevano l’Europa a rinnovate e pericolose minacce. Una presa di posizione che fu subito bollata dai comunisti come la conferma dell’asservimento di Craxi agli USA e della “mutazione genetica” dei socialisti sotto il nuovo segretario. Ma queste facili letture verrano smentite dal tempo: il politico milanese dimostrerà che la scelta atlantica non impedisce al PSI di mantenere ampi margini di manovra su diversi fronti, che verranno rafforzati con la clamorosa elezione di Craxi a Presidente del Consiglio, datata 1983. Il caso più emblematico è ovviamente quello di Sigonella, il momento più alto di tensione tra Italia ed Usa di tutto il dopoguerra, in cui la concezione di sovranità nazionale imposta dal capo del governo risulta inaspettatamente vincente.

Inoltre fortissimo fu l’impegno per l’accelerazione del processo di integrazione europea, da costruirsi in opposizione al «vento di destra» di marca tatcheriana e liberista. Egli criticò sempre quelli che definiva «burosauri dell’europeismo, fautori di un’Europa tecnocratica, socialmente indifferente e moralmente assente», antitesi della sua visione del continente prima di tutto “politica”, marcatamente sociale ed espressione reale dei cittadini. Craxi vinse gli strenui tentativi d’ostruzione al processo di integrazione di Margaret Tatcher, riuscendo nel Consiglio Europeo di Milano del 1985 ad ottenere la convocazione di una conferenza intergovernativa dei primi ministri da cui discendono l’Atto Unico Europeo, la moneta unica e la lunga marcia verso la Costituzione.

Il suo terreno privilegiato d’impegno però fu quello mediterraneo, volto alla creazione di un vero e proprio asse commerciale e culturale con i paesi arabi. Incentivò collaborazioni ed interventi dell’IRI e dell’ENI nei paesi della zona, guadagnandosi ampio credito, come testimoniato dalla vicinanza delle autorità tunisine nei suoi ultimi anni di vita. Anche Arafat fu un suo grande amico, vista l’opera craxiana di opposizione alla «visione di un grande Israele, installato anche su territori che sono abitati ed appartengono a popolazioni arabe e palestinesi», come disse nel 1982, proprio dopo un incontro con il leader palestinese.
Ma l’apice venne raggiunto nel dibattito parlamentare seguente al succitato caso-Sigonella, dove giunse ad affermare: «Io contesto all’OLP l’uso della lotta armata non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché sono convinto che la lotta armata non porterà a nessuna soluzione. Non ne contesto la legittimità, che è cosa diversa» [guarda il video], portando ad esempio le lotte risorgimentali italiane, necessariamente violente nell’ottica dell’indipendenza nazionale. Craxi fu un profondo conoscitore e cultore del nostro periodo risorgimentale, divenendo nel tempo uno dei massimi collezionisti di cimeli garibaldini. Oltre a Mazzini, infatti, egli ammirava l’«eroe dei due mondi», non a caso fautore di un socialismo gradualista e riformista, in netta opposizione con Marx. Le relazioni congressuali del leader socialista verranno spesso arrichite con appassionati richiami a quelle lotte e quegli ideali, patrimonio da riscoprire in una società come la nostra, preda di «malattie moderne» e sempre più sommersa da «dubbi, disagi e terapie neuro-psichiatriche».

I congressi del PSI divennero nel tempo sempre più fastosi, grazie alle coreografie dell’architetto Filippo Panseca, visto che Craxi dimostrò ben presto di voler dare un’idea fortemente modernizzatrice di sé e del suo partito, sfruttando in pieno l’immagine ed i mass-media. L’attenzione si concentrò ben presto quasi esclusivamente su di lui, che aveva spazzato via poco democraticamente le correnti interne al PSI, e si era proposto al paese quale leader nuovo e credibile. La sua strategia fu premiata con la nomina a capo del governo, ma le critiche si erano succedute ininterrotte: Biagio De Giovanni parlò di tendenza ad «americanizzare la vita italiana», mentre Bobbio gli contestò aspramente il meccanismo di elezione per acclamazione e la scarsa dialettica interna al partito. Anche Enzo Biagi ed Indro Montanelli non furono teneri. Craxi ovviamente ribatté alle accuse parlando di un partito che aveva trovato l’unità, facendone l’arma per agire più efficacemente.
Nei quattro anni come Primo Ministro (1983-1987), difatti, non mancarono gli eventi significativi: il primo da segnalare è il raggiungimento del quinto posto tra i paesi industrializzati dellItalia, superando la Gran Bretagna, nel gennaio 1987. «Il maggior successo della storia repubblicana» secondo Giano Accame, intellettuale di destra autore del libro Socialismo Tricolore.

Una definizione calzante per la politica craxiana, che mentre promuoveva il progressismo, portava a termine il nuovo concordato Stato-Chiesa, valorizzava come non mai il Made in Italy, ammetteva Almirante per la prima volta alle consultazioni precedenti la formazione di un governo, combatteva le droghe leggere, rifiutava la tesi dello stragismo fascista, riscopriva il garofano quale simbolo e concludeva i congressi al grido di: «Viva l’Italia!».
Inoltre, secondo l’acuta lettura dello storico Marco Gervasoni, il governo-Craxi «evitò ogni privatizzazione» e «cercò sempre il coinvolgimento dei sindacati nella politica della concertazione. Il risanamento passò anche dall’intervento sulla scala mobile. (…) Le politiche economiche dei governi di quegli anni recavano il segno di una sensibilità sociale. Certo si può obiettare che la riduzione dell’inflazione fu facilitata dal mini-boom e si potrebbe dire che tale sensibilità era più il frutto dell’uso politico della spesa pubblica a fini di consenso. Ciò non toglie che gli interventi di allora furono incisivi e costituirono un precedente per gli esperimenti di aggiornamento delle policies socialiste in un periodo di sfide tutto nuovo».

Ma ovviamente ci furono anche aspetti negativi, in primis la crescita esponenziale del debito pubblico, venti punti percentuali secondo gli accurati dati dello Studio Ambrosetti.
Ma ciò che più gli costò fu la mancata attuazione del suo cavallo di battaglia: La «Grande Riforma» istituzionale in senso presidenziale, tesa a velocizzare e migliorare i pachidermici ritmi politici italiani («Non è il paese in ritardo con la Costituzione antifascista, ma la Costituzione fatta all’indomani del trauma della dittatura ad aver disegnato un’attività istituzionale in ritardo sulle esigenze di legiferare e governare», chiarì il giornalista e politico del PSI Ugo Finetti).
Così proprio lui, il più grande fautore del cambiamento, rimase schiacciato dal tacito e convergente interesse alla staticità politica di concorrenti dotati di numeri più pesanti.

Terminata la fruttuosa esperienza di governo a guida socialista, i partiti storici del paese iniziarono un periodo di declino, accompagnato dall’emergere di nuovi fenomeni come quello della Lega Nord (da Craxi aspramente criticata quale movimento «qualunquista e razzista»).

Nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e del sistema sovietico diede definitivamente ragione alle battaglie anticomuniste di Craxi, che sin dagli anni giovanili era stato accanto al mondo dei dissidenti di quei paesi. Le sue opere in questo senso furono innumerevoli: dalla candidatura al Parlamento Europeo dell’esule cecoslovacco Jiri Pelikan, alla promozione della «Biennale del dissenso» del ’77 (alla quale fu l’UNICO capo di partito italiano a partecipare), fino alla vicinanza culturale e finanziaria ai movimenti d’opposizione al sistema. Per capire la dimensione della sua opera, basti ricordare le parole di Lech Wałęsa (foto), leader di Solidarność: «Non saprei dire oggi come sarebbero andate le cose se non ci fossero stati leader della portata di Craxi».
È soprattutto per queste azioni che il PCI vide Craxi come fumo negli occhi, poiché il partito di Botteghe Oscure veniva da lui costantemente messo davanti alle proprie contraddizioni. Le legnate del leader socialista non risparmiarono nessuno: dal “padre nobile” Togliatti fino a Berlinguer, con cui si aprì uno scontro all’insegna della diversità politica, d’immagine e di carattere. Tanto austero il sardo quanto spregiudicato e giovanile il milanese, e basti qui citare il cosiddetto periodo della «Milano da bere».

E siamo arrivati ora a Tangentopoli. Craxi fu sicuramente uno dei maggiori responsabili dell’acuirsi della pratica tangentizia, anche per via della sua sfrenata ricerca di spazi politici (la stessa che lo portò a favorire smaccatamente l’imprenditore amico Silvio Berlusconi). Ma l’esito di quel periodo di inchieste non può che lasciare interdetti. Intere parti politiche furono praticamente risparmiate, ed il PCI, parimenti colpevole e per di più finanziato dall’URSS, ne uscì lindo e pulito.
Nel suo libro Il Caso C., Craxi denunciò tutte le anomalie ed abusi di stampa e magistratura (“contro” la quale aveva già promosso il refendum per la responsabilità civile dei giudici, che ebbe esito favorevole ma rimase lettera morta), che lo portarono a sospettare un «complotto» ai suoi danni. Ma l’atto più clamoroso del leader socialista fu sicuramente il discorso pronunciato alla Camera il 3 Luglio 1992, in cui accusò tutti i politici presenti di essere al corrente del finanziamento illegale ai partiti, sfidando chi dissentisse dalle sue parole ad alzarsi. NESSUNO lo fece. [guarda il video]

Nonostante questo Craxi passò come capro espiatorio, mentre altri esponenti della prima repubblica torneranno sulla scena di lì a poco.
Il fatto poi che il polverone si alzò dopo le elezioni del ’92, che, seppur in un clima di sfiducia popolare, avevano visto Craxi affermarsi come unico candidato possibile alla Presidenza del Consiglio, ha portato Finetti a sostenere che «il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi è visto con avversione, si configura come la riaffermazione di una centralità del potere politico e di riflesso dello Stato. Alla sua pretesa di “dialettizzare” i vertici imprenditoriali sostenendo l’emergere di nuovi soggetti si aggiunge la riluttanza che sempre più manifesta alla cessione di porzioni strategiche che sono in mano pubblica. In un paese come l’Italia ogni smottamento è frutto di una pluralità di concause. Per i più – magistrati, uomini d’affari, operatori culturali – l’anticraxismo è stato molto semplicemente un’opportunità professionale. Nel rifiuto di assurde dietrologie non bisogna negare l’evidenza e cioè il fatto che Craxi è stato colpito per via extraparlamentare, da forze extraparlamentari e che all’epoca in Italia la più consistente opposizione a Craxi non era nel mondo politico, ma in quello economico-finanziario».

Una tesi che fa il paio con le ricostruzioni di Sergio Romano e Francesco Cossiga, che videro lo zampino della finanza inglese (nazione per di più da sempre ostile ad azioni indipendenti italiane sul Mediterraneo) nello scompaginamento del panoramana politico italiano, per poter approfittare della svendita del patrimonio pubblico. L’incontro del panfilo Britannia tra banchieri della City ed esponenti del mondo economico italiano è stato descritto in lungo e in largo, e la concezione di politique d’abord di Craxi era ciò che di più scomodo potesse esserci a questo disegno. Complottismo? Quello che è certo è che mai come nel periodo seguente a Tangentopoli si è assisto a privatizzazioni continue (proprietà del Ministero del Tesoro, come: Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni, Enel, Mediocredito Centrale, Bnl; dell’Iri come Finmeccanica, Aeroporti di Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, Ilva, Stet; dell’Eni: come Enichem, Saipem, Nuovo Pignone; dell’Efim e di altri enti a controllo pubblico, come: Istituto Bancario S. Paolo di Torino e Banca Monte dei Paschi di Siena; di enti pubblici locali, come Acea: Aem, Amga. Solo per dare l’idea...). Mentre la corruzione e l’incapacità della classe politica non sembrano minimamente estirpate. Anzi…

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giovedì 26 novembre 2009

Segnalazioni



Segnaliamo ai nostri Lettori la nascita del blog del Nucleo di Scienze Politiche Roma Tre del Blocco Studentesco (leggi) e, per chi non lo avesse letto, un nostro articolo pubblicato sull’«Ideodromo» la settimana scorsa (leggi).


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giovedì 19 novembre 2009

Noi, inutili



di Marco Aurelio Casalino


«Come eravamo inutili…». Scrive Nietzsche. Si riferisce alla sua adolescenza, in compagnia di un suo caro amico. Il tanto enigmatico filosofo si riferisce ad uno specifico “modo di essere”, che tocca il suo punto cardine nel periodo giovanile della vita. Azzardo a dire (rischiando di non essere più letto dopo questo rigo!), che chi non ha mai provato la sensazione a cui si riferisce il filosofo, e alla quale mi rifaccio in questo scritto, non ha mai avuto speranza di essere un uomo libero. Almeno per un attimo.

La polemica di Nietzsche è ovviamente sociale (nonché culturale, di conseguenza politica), radicata nel sistema che vive, ed è facilmente accostabile alla società che viviamo oggi: egli si scaglia contro l’egualitarismo democratico-borghese e utilitarista, contro l’uomo pratico-moderno (il cosiddetto «homo œconomicus»), che ha esclusivamente nel materiale la sua ragione di vita. A questo oppone quello che noi, volgarmente, chiamiamo «Superuomo» (ben lontano dal Superman americano, e ben lungi dall’essere super...), ovvero un mito, un punto di riferimento, una figura ideale che rappresenta la vera tensione e volontà di superamento, dove all’utile dell’uomo moderno è opposto l’«inutile» («come eravamo inutili»...), ossia alle «cose» vengono opposte le «idee», agli «oggetti» i «pensieri», alla pavida morale la virtù del coraggio, alla razionalità pratica l’innocenza infantile, alla conservazione passiva la creazione «divina e superumana», al conformismo e all’egoismo l’intransigenza e l’incontrollabilità, al brutto, servile, meschino, basso, timoroso, vile e “normale” oppone l’orgoglio di chi ride di scherno della legge del profitto e della morale piccolo-borghese. In pochissime parole, alla modernità oppone la tradizione.

Nietzsche, pensando gioiosamente alla sua giovinezza spensierata e pura («come eravamo inutili»...), guarda ai giovani del suo tempo ed alle generazioni future; la sua speculazione filosofica, in questo ambito, si basa sul descrivere quello che ai suoi occhi è il decadente scenario della sua cultura, per invogliare i giovani a ribellarsi alla prassi democratica dell’educazione di massa ed alla sottomissione della cultura e dell’educazione all’economia. Non sarà né il primo né l’ultimo a sviluppare questo pensiero, ma la perdita dello «stupore infantile» della società moderna, a vantaggio della «competenza-efficienza» (che è sempre auto-annullamento ed alienazione...) della società moderna, è spesso presente nei suoi scritti. E con sorprendente vigore denunciati. Questo «assoggettamento totale» dell’uomo al mero interesse economico è per Nietzsche una vera e propria castrazione dell’evoluzione naturale dell’uomo stesso, costretto a vivere «all’altezza del proprio tempo, con cui si conoscono tutte le realtà per arricchirsi, e nel modo più facile». Vittoria della predazione, quindi involuzione, regresso, decadenza. Ecco la modernità, il luogo principe della sovversione («il rovesciamento dei valori»), ove la massa è informe, indistinta, uguale a sé stessa. Nulla, insomma.

«Non possiamo certo passare sotto silenzio il fatto che molti presupposti dei nostri metodi moderni di educazione portino con sé il carattere dell’innaturalezza, e che le più fatali debolezze della nostra epoca si connettano proprio a questi metodi innaturali di educazione».
L’uomo utilitario, in un’epoca siffatta, diviene schiavo e soffocato da una morale misera e materialista, drogato dall’educazione di massa, e attuatore dell’idea egualitarista. L’egualitarismo, che Nietzsche vede come storicizzazione nei secoli della morale cristiana, è un potere che opprime l’uomo, l’uomo che vuole essere «libero di e non libero da». Egli vede come anima portante di quest’uomo decadente e simbolo dell’oppressione morale la figura del «prete», ma non solo nell’ambito Chiesa, bensì anche nella figura del politico, e quindi nella cultura, nell’arte, nella scienza. Insomma, una qualsiasi istituzione moderna è schiava del pensare moderno («umano troppo umano»).

Solo attraverso un grande «no», un grande rifiuto e un inopinabile disgusto verso questa società, una grande rivoluzione sarà in marcia. E solo così, forse, gli uomini potranno nuovamente sentire quella strana e unica sensazione di invincibile libertà, con gli occhi curiosi verso il mondo e il cuore pieno di ardore. Solo così potranno tornare a sentirsi, anche solo per un attimo, «inutili». Inutili per vivere intensamente la loro vita, ed abbracciare altrettanto intensamente la propria morte. «Colui che adempie la sua vita, morrà la sua morte da vittorioso. Così si dovrebbe imparare a morire. Questa è la morte migliore: morire in battaglia e profondere un animo grande». Sembra un’impresa, miei cari uomini liberi, attuare queste parole nella realtà che viviamo, ma non possiamo (non possiamo!) rassegnarci ad un’esistenza del «produci-consuma-crepa». «Siamo così, e non possiamo essere altrimenti», ci ricorda Evola.

E allora, il Superuomo nietzscheano, il «ricorda chi eravamo» di Re Leonida, il grido di vendetta di Achille e quello di libertà di William Wallace, il «mito della caverna» di Platone, il «cavalcare la tigre» di Evola, o il «verrà il nostro giorno» di Bobby Sands, il «Patria o muerte» del “Che”, o Dante quando ci dice «uomini siate, non pecore matte», e tanti altri, possono essere interpretati anche individualmente, se si tratta di ribellione, in mancanza di una vera guida.
Può essere chiamato anarchia, fascismo, comunismo, nazionalsocialismo, razzismo, socialismo, esistenzialismo, brigantaggio, populismo, etc.
Quello che veramente ci deve accomunare è la fede nei confronti di una guerra che, interiore o militante che sia, assume una forma quasi metafisica, ma soprattutto deve riconoscersi nello stesso nemico da combattere. Una guerra da combattere anche da soli, se è necessario. Contro tutto e tutti. Una guerra anche già persa, «inutile»... appunto. Noi siamo i ribelli. Gli inutili.

«Il ribelle vuole solo rimanere fedele a sé stesso, fedele ad una scelta fatta da ragazzo» scrive Massimo Fini. Cercate qualcosa per cui valga la pena vivere, e sarà la stessa cosa per cui varrà la pena morire, altrimenti non sarete pronti e forti e liberi abbastanza per vivere, e qualcun altro troverà “quel qualcosa” per voi. Questo ci insegnano i nostri padri. Così Nietzsche: «La natura mette, di tanto in tanto, al mondo certi uomini cui assegna compiti superiori al comune. Questi hanno un destino speciale: per loro è normale che non valgano le leggi comuni; essi devono far valere le loro idee, la loro forza, e devono usarla».

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sabato 14 novembre 2009

La voce della riscossa del popolo italiano




Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Ché il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini


(Niccolò Giani)


La nostra biblioteca si arricchisce oggi di un testo fondamentale, sia per quanto riguarda il suo valore storico, sia, soprattutto, per il suo valore ideale: i discorsi di Benito Mussolini.
Data la mole non indifferente dell’opera oratoria del Duce, pubblichiamo per ora (in attesa delle ulteriori sezioni) i discorsi che vanno dal 1914 al 1922.

Essi rappresentano un’irrinunciabile fonte primaria sull’origine e lo sviluppo del pensiero di Mussolini e, quindi, del Fascismo: dalla fondazione del «Popolo d’Italia» all’espulsione dal Partito Socialista, dalla campagna per l’interventismo alle trincee del Carso, dalla disfatta di Caporetto a Vittorio Veneto. E ancora: dalla «vittoria mutilata» alla fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento, dall’impresa di Fiume al «Biennio rosso», dalla nascita del Partito Nazionale Fascista alla «Marcia su Roma». Dall’opera emerge dunque un importante pezzo di storia d’Italia, filtrata attraverso le parole infiammate e infiammanti di Mussolini.

Si ripercorrono gli avvenimenti dell’avventura bellica del popolo italiano, la cosiddetta «Quarta guerra d’indipendenza», che farà finalmente dell’Italia una Nazione. Un governo inetto, tuttavia, schiavo del suo vacuo parlamentarismo e di una prudenza diplomatica indegna, «mutilerà» di fatto la vittoria del (ri)nascente popolo italiano, suscitando le giustificate ire dei soldati che stavano ritornando alle loro case dopo quattro duri e atroci anni di trincea, trascorsi tra fango, fame e baionette.

La situazione del Paese – vessato da un vertiginoso caro-vita, da una classe politica oziosa e incapace, dai disordini causati dai socialisti e dal vuoto di autorità – renderà necessaria la nascita di un fronte «nazionale» compatto, formato da ex combattenti, arditi, futuristi, ecc., in grado di sostituirsi all’inconcludente Parlamento per suonare l’ora della riscossa del popolo italiano: i Fasci Italiani di Combattimento.

Alleanze politiche, battaglie oratorie, lavorio diplomatico, il crescente consenso dei Fasci e l’aumento della loro forza, scontri di piazza, assalti squadristici, i primi «martiri» della «Rivoluzione delle camicie nere» fanno da contorno all’opera che oggi presentiamo.
I discorsi di Mussolini ci forniscono, infatti, uno spaccato quanto mai interessante del percorso di maturazione politica dei Fasci, da cui è possibile intendere e comprendere i motivi della loro vittoria finale.

Ma – aspetto tutt’altro che secondario – emergono inoltre le indiscusse qualità oratorie del Duce (tra l’altro brillante giornalista), con il suo linguaggio piano e schietto (ma comunque elegante), privo delle ampollosità e della verbosità che caratterizzavano i discorsi dei politici coevi. Insomma: un uomo del popolo che parlava al popolo col linguaggio del popolo.

Che altro aggiungere? Riaffermando la citazione iniziale di Niccolò Giani, vi auguriamo una buona e appassionante lettura.

L’opera è disponibile nella nostra biblioteca

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mercoledì 4 novembre 2009

Ernst Jünger: il Ribelle

Il passo ulteriore del pensiero di Jünger, dopo la fine della guerra e la distruzione della Germania, che lo portarono a prendere irrimediabilmente atto della natura nichilista e distruttiva della modernità nelle forme fino ad allora proposte, fu elaborare un’alternativa al totalitarismo liberaldemocratico imperante.
Se non era più possibile un’azione collettiva, come quella prospettata dalla mobilitazione totale, rimaneva però una via di fuga individuale, quella del «passaggio al bosco» (Waldgang), descritta nel saggio del 1951 Il trattato del ribelle (Der Waldgang), edito in Italia da Adelphi.

Sul titolo va operata una precisazione etimologica. Il Waldgänger («colui che passa al bosco») – qui tradotto come «ribelle» – era, nell’antica cultura germanica, il proscritto, colui che bandito dalla comunità per aver commesso un delitto, se ne purificava vivendo nella foresta (Wald), non gli attuali boschi ormai antropizzati e coltivati, ma l’originaria foresta vergine che copriva l’Europa. In Jünger questa figura assume un significato simile, anche se meno letterale.

Infatti, in un’epoca come la nostra, le domande sono sempre più semplici e drastiche, e prendono la forma di una sorta d’interrogatorio da parte di chi detiene il potere. Tanto più la libertà di dire «no» è sistematicamente intimidita e limitata, quanto più però questo rifiuto acquista una forza maggiormente eversiva. Questa presa di posizione, anche non dovesse scuotere il nemico, ha l’indiscutibile effetto etico però di mutare chi la compie. Si afferma così una terza figura: il Ribelle, la cui scelta di passare al bosco esprime la libertà, tanto più preziosa quanto essa conferisce un senso umano alla necessità storica. Questo singolo uomo su cento, forte del proprio coraggio e della nozione del diritto, è in grado di mettere in pericolo lo Stato dittatoriale, esso stesso tanto più in pericolo, quanto più brutale, proprio perché la maggioranza consenziente, essendo docile, è inaffidabile, mentre la minoranza ribelle, essendo decisa, è irriducibile.

In epoca di Guerra Fredda, il passaggio al bosco, contrapposto alla nave/Stato, reso più difficile dall’attuale dipendenza della vita del singolo dalle strutture collettive, è possibile in ogni parte della terra, ed è in grado di restituire la sovranità al singolo e far crollare i Titani. Mentre la necessità, infatti, è più che altro una prova, la libertà invece, pur richiedendo sacrifici, è l’autentico motore della Storia.
Chiaramente, l’imminenza della catastrofe apertamente preparata dal sistema moderno, non fa che rendere più urgente questa scelta di campo. Di qui non deriva che l’immaginazione debba staccare l’uomo dalla realtà, bensì che essa debba ricostruire, tramite il bosco, un’alternativa di quiete all’immagine ambigua del Titanic/Leviatano (comfort/terrore) che rappresenta invece la modernità. Il Ribelle deve affrontare anche la paura, un sintomo del nostro tempo, che si svela appieno qualora l’automatismo del Potere si mostri nella sua fatalità. Liberare l’uomo da questa paura, metterlo in dialogo con essa, sgombera le maschere imposte dalla tecnica ed apre la via al «passaggio al bosco», in cui il potere del singolo, dell’uomo creato libero da Dio si afferma appieno.

Il Ribelle, quindi, date queste premesse, non può limitarsi certo all’indifferenza, ma deve ridefinire la sua libertà. Egli deve dunque evitare sia un’azione esclusivamente interiore che un’azione esclusivamente concreta, resistendo al potere con ogni mezzo, ma mantenendo il contatto con quell’energia primigenia e quelle radici profonde, ancor oggi presenti nell’uomo comune, cui conferiscono un’innata saggezza. Nel bosco l’uomo ritrova e riconosce la propria essenza interiore. Qui egli affronta e supera, come in un’iniziazione, la paura della morte. Le Chiese possono offrire oasi nel deserto che cresce, ma l’uomo deve saperne essere autonomo, perché di fronte a questa decisione si trova ad essere solo. Questo non toglie, tuttavia, che vitale sia l’opera del teologo e delle Chiese nell’aiutare l’uomo a prendere consapevolezza della sua condizione, fornendogli gli adeguati strumenti d’orientamento spirituale. Questo incontro con se stesso fa sì che egli debba saper fare a meno della medicina corrente, del diritto moderno, e conservare anche in questi ambiti, come pure nella scelta degli armamenti di cui servirsi, la libertà della sua scelta. Fondamentale è quindi che egli non perda il contatto con l’essere, il luogo da cui sboccia il Verbo che, trascendendo la lingua, diviene potenza creatrice.

In sintesi, si può vedere come il Ribelle sia incentrato sul tema della sovranità del singolo, data dal contatto con territori vergini da cui può scaturire l’Assoluto, per cui il passaggio al bosco è per Jünger la giusta e necessaria risposta ai tentativi di tagliare questo contatto e spogliare l’uomo della propria libertà di scelta. Perciò, nonostante il Ribelle sia un uomo della modernità, posto in contrasto con l’ordine politico moderno, affonda le sue radici in un terreno primigenio e astorico, traendo di qui la libertà e la sicurezza di sé necessarie a liberare se stesso dalla paura e dalla rassegnazione verso il fatalismo e l’automatismo del potere e conferirgli la legittima sovranità nei campi del diritto, della teologia, della medicina, dell’etica. Ne consegue che l’opposizione vitale e vincente al totalitarismo non può essere basata su fondamenta meramente materiali e moderne, bensì deve essere inevitabilmente connessa alla sfera spirituale ed eterna.

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