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giovedì 11 novembre 2010

Delio Cantimori e il Corporativismo (2)

Corporativismo fascista e nazionalsocialismo

In questo primo caso, egli individua e basa la differenza tra il fascismo italiano, rivoluzionario, e il nazionalsocialismo tedesco, reazionario, su una radicale alterità di carattere filosofico. Il secondo è fondato su una concezione romantica della politica, affine a quella cattolica, esemplificata da Cantimori in Schlegel (1) e Schmitt (2), mentre il primo è piuttosto erede della rivoluzione sociale risorgimentale e mazziniana, e trova i suoi fondamenti filosofici nell’attualismo gentiliano. Quest’opinione è accentuata dopo la legge sul lavoro del gennaio 1934 e la purga del 30 giugno 1934 (la cosiddetta «Notte dei Lunghi Coltelli»), quando gli elementi più rivoluzionari del movimento nazionalsocialista, che destavano l’interesse del nostro autore, furono eliminati in favore di una maggiore stabilità e rispettabilità del regime di fronte ai poteri forti tradizionali (industriali ed esercito). Cantimori è un osservatore molto attento della situazione politica tedesca, e intende ammonire circa le differenze tra fascismo e nazionalsocialismo, in linea con il suo maestro, Giovanni Gentile, e con gli ambienti del fascismo sociale, come la rivista «Critica fascista».

Un testo fondamentale è il breve saggio Note sul nazionalsocialismo, comparso sulla rivista «Archivio di studi corporativi» nel 1934 (3). Esso fu scritto nell’aprile del 1934 a Zürich, e s’inscrive nel dibattito, intrapreso presso la Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa, sul carattere sociale ed economico dell’incipiente regime nazionalsocialista, e su cui conviene dare alcuni cenni. Lo studioso intende qui privilegiare l’analisi socioeconomica dell’ideologia nazionalsocialista, più che non il nazionalismo e il razzismo, e lo fa ripercorrendo la storia della NSDAP, dagli inizi fino all’ascesa al potere. In particolare egli parla diffusamente del nazionalismo rivoluzionario dei fratelli Strasser, dei quali sottolinea «l’autarchia economica, forti tasse sulle attività intermediarie nella vita economica, e una nazionalizzazione corporativa della produzione». Tuttavia, per le varie correnti (con programmi annessi) nazionalsocialiste esaminate, si deve parlare più che altro di riforma agraria e di nazionalizzazione delle banche o, nei casi più estremi, dei mezzi di produzione, ma non di una vera e propria teoria corporativistica.

Non c’è difatti accenno al corporativismo in questa succinta ma pregnante analisi del nazionalsocialismo, neanche laddove egli si dilunga sulla corrente rivoluzionaria facente capo alle Sturmabteilungen di Ernst Röhm (foto). A suo parere, anche il socialismo delle SA è ben lontano dal fascismo corporativo, in quanto anch’esso frutto della Weltanschauung romantica, religiosa e völkisch comune alla Deutsche Bewegung, e ch’egli individua come affondante le proprie radici nella Riforma luterana.

Anche se interpretiamo questo «socialismo spontaneo» che «nasce dalla vita dell’S. A.» (4) come una espressione politico-sociologica della comunanza di vita nel cameratismo soldatesco, queste parole non sono meno caratteristiche. È evidente che questo socialismo utopico è romantico, sentimentale: «del cuore» (5). Ma il contenuto di questo romanticismo, la sostanza di questo sentimento è religiosa: di religiosità razzista (Völkisch). A questa religiosità della razza, della stirpe, del popolo, della nazione, non manca neppure l’impeto missionario […]. La divinità, presente solo interiormente, nell’intimo dell’anima, non è più il dio biblico o cristiano, è il «Reich» da venire, è la «Nation» (6).

Dunque, sul piano dell’ideologia, non vi è contatto alcuno tra le due dottrine politiche. Viceversa, sul piano pratico, Cantimori crede d’intravedere qualche spiraglio d’applicazione politica dei princìpi corporativistici. Al di là delle leggi agrarie, la legislazione nazionalsocialista in ambito lavorativo (7) risulta basata, come il corporativismo, sulla collaborazione tra lavoro e capitale, tra operai ed imprenditori. Ciò avviene, è vero, secondo il concetto nazionalsocialista di Führerprinzip, ovvero l’imprenditore è Führer della propria azienda, responsabile di fronte ad operai e tecnici, ed ogni contratto è concluso direttamente tra queste due parti in causa, senza contratti collettivi a livello nazionale, ed è fondato sull’onestà e sulla buona fede dei contraenti. Tuttavia l’autore rimane scettico, eccetto per l’istituzione dell’Arbeitsdienst, ovvero il servizio lavorativo semestrale obbligatorio per i giovani di entrambi i sessi, cui però accenna soltanto suggerendo la sua affinità al piano etico-sociale del corporativismo:

Quindi non si può dire che sia di «carattere sociale», nel senso comune della parola: non si può dire cioè che favorisca la situazione economica o che accresca la dignità umana dei lavoratori. Ma sottopone le aziende a una forte sorveglianza da parte dei fiduciari governativi del lavoro.
Le istituzioni nelle quali meglio si vede un inizio di attuazione del potente movimento di idee e di aspirazioni «socialistiche» e della volontà di «rivoluzione totale» dei giovani e delle moltitudini nazionalsocialiste sono quelle dell’Arbeitsdienst, soldatescamente organizzate, a carattere militare e educativo: si vogliono educare i giovani ed i lavoratori al cameratismo, alla disciplina militaresca, alla gioia del lavoro fisico compiuto in comune.

Un secondo scritto molto indicativo è la recensione che Cantimori scrive a proposito dei libri di Carl Schmitt (foto) Der Begriff des Politischen (8) e Staat, Bewegung, Volk (9), comparsa nello stesso anno sulla rivista «Leonardo» (10). Egli considera Schmitt un interlocutore privilegiato all’interno del nazionalsocialismo tedesco:

Sono opere di una mente aperta, ricca di cultura non esclusivamente tedesca, di un giurista avvezzo a formulazioni precise e nette, spesso brillanti. Questo li rende comprensibili anche al lettore cui non sia famigliare lo strano mondo ideologico del nazionalsocialismo. Va notato però che non si tratta di una persona chiusa in un astratto mondo intellettuale, né di un dotto estraneo al fermento di passioni e di idee che ribolle fra le terribili imprese dei capi nazionalsocialisti (11).

Ciononostante, riguardo alla concezione sociopolitica dello Schmitt non si dilunga troppo:

Stato, Movimento, Popolo; i funzionarî e la burocrazia statale, il partito, «ordine», «élite organizzata», e gli uomini dedicati all’attività economico-sociale: dove si pensa alle tre classi di Platone, con la differenza che i «guerrieri» platonici fan tutt’uno qui coi sacerdoti filosofi governanti, nel «movimento» o Partito, e fra essi e il popolo (concepito quasi identico al platonico) c’è la nuova organizzazione amministrativa dei funzionarî (12).

Anche qui descrive una realtà sociale di stampo corporativistico, ma questo termine non compare. Infine, è opportuno tenere presente i tre saggi, apparsi su «Studi Germanici» nel 1935, in cui Cantimori esamina il pensiero di tre grandi autori della rivoluzione conservatrice: oltre a Schmitt (13), anche Ernst Jünger (14) e Arthur Moeller van den Bruck (15), ma anche qui non c’è traccia di discussione del corporativismo. Se ne deve dunque, a maggior ragione, concludere che Cantimori ritenesse il corporativismo strettamente legato al fascismo italiano e del tutto estraneo al nazionalsocialismo tedesco.


Corporativismo fascista ed economia mista (planismo)

Un altro caso molto interessante, sviluppato in un testo importante, seppure breve, è quello in cui Cantimori si confronta direttamente con Le Plan du Travail, preparato per il 48° Congresso del Parti Ouvrier Belge (Natale 1933) come programma del Partito, dal vicepresidente Henri (o Hendrik) de Man (foto). Del teorico socialista fiammingo, Cantimori si era già occupato poco prima (16), recensendo il suo libro Die sozialistiche Idee, uscito nel 1933 a Jena e subito sequestrato dalla censura nazionalsocialista (17). La critica del Cantimori al De Man s’incentra soprattutto sulla mancata comprensione del fascismo, nel non aver saputo comprenderne lo spirito etico e corporativo, non dissimile dalle idee dello stesso De Man. Del teorico fiammingo, ne parla poi in relazione ad Ernst Jünger (18), in quanto entrambi mettono in connessione storica liberalismo borghese e socialismo proletario. Tuttavia, per De Man, si tratta di una connessione positiva che restituisce al movimento operaio l’eredità della fase eroica della borghesia (19).

L’opuscolo Le Plan du Travail era stato pubblicato in Italia dalla Sansoni di Firenze, nel 1935, col titolo Il piano De Man e l’economia mista (20) e un’ampia introduzione di Ugo Spirito (21), il quale elogia sì l’evoluzione del socialismo che si riscontra in De Man e il suo obiettivo di superare l’aporia marxista del contrasto tra rivoluzione e riformismo (la prima inasprirebbe la reazione capitalistica, il secondo dividerebbe gli operai), ma al contempo sostiene che l’autore non abbia compreso la vera essenza del corporativismo. Questo perché l’economia mista del piano prevedeva la contraddittoria coesistenza tra libera concorrenza e pianificazione economica e la convivenza di un’economia privata e di un’economia pubblica, senza una realtà superiore che le sovrasti impedendo a una delle due di prevalere.

Tuttavia la traduzione – comprendente sia il discorso tenuto al Congresso (22), sia la risoluzione (23), sia le Tesi di Pontigny (24), elaborate sulla base del Piano – era ad opera proprio di Cantimori, che si era basato sull’edizione Labor (francofona) di Paris-Bruxelles. Nelle due pagine di note finali alla traduzione (25), Cantimori esprime poi alcune importanti precisazioni. Innanzitutto, egli ritiene che il discorso di De Man non sia generale, ma relativo al contesto belga e, per di più, trascurando il problema agrario. D’altra parte, apprezza di questo progetto l’anticapitalismo unito alla distanza dall’estremismo e all’approccio realistico, cioè volto ad agire in maniera differente a seconda della situazione.

Dove il capitalismo s’è svolto monopolisticamente, realizzare, con la nazionalizzazione, l’espropriazione degli espropriatori: dov’è ancora in via d’evolversi attraverso la concorrenza, orientare questa evoluzione, a mezzo dell’economia diretta: dove ha lasciato sussistere l’unità di proprietà e lavoro, mantenere e fortificare tale unità (26).

Cantimori vede inoltre un avvicinamento tra il socialismo planista e il cattolicesimo sociale, come sottolinea citando la critica dell’Unione Cattolica per le Scienze Sociali (27), l’incontro con R. de Decker (28), e i tre articoli comparsi sulla rivista personalista «Esprit» nel febbraio 1934.

L’interesse per questi scritti del De Man deriva soprattutto da questo: che additano il punto principale da riformare nel predominio monopolistico del capitale finanziario; che non sconfinano nel campo teorico o in quello degli estremismi radicali e inconcludenti, e non scambiano la necessaria profondità e strutturalità delle riforme con una astratta generalità o totalità di sovvertimento dell’ordinamento sociale-economico vigente nei paesi capitalistici; che rappresentano lo sforzo più serio per sintetizzare l’esigenza della libertà politica, civile, intellettuale con quella della giustizia sociale, distaccandosi nettamente dal socialismo e comunismo tradizionali; e che di conseguenza si sono mostrati atti a riunire gli elementi più arditi del movimento sociale cattolico con quelli del socialismo così rinnovato (29).

La parola chiave in questo testo è «strutturalità», che rimanda alle strutture organiche del corporativismo, il cui fine è proprio quello della giustizia sociale e della libertà politica, civile, intellettuale.


Corporativismo fascista e bolscevismo

Infine, nel pensiero e nelle opere di Delio Cantimori, analogamente a molti autori della Konservative Revolution (30), si nota un forte interesse per il bolscevismo e per l’Unione Sovietica. Per la sua formazione politica e culturale individuale, egli rifiuta la critica liberale e la critica cattolica al socialismo, troppo spesso riprese anche in ambito nazionalfascista e reazionario. Lo stesso vale sul piano geopolitico, laddove egli ammonisce a che l’Italia non svolga il ruolo di baluardo della Reazione nei confronti della Russia sovietica, a favore delle potenze capitalistiche occidentali (31). In particolare è a cura di Cantimori (32), allora a Berlino, la raccolta e la proposizione di un’antologia di testi di Stalin, Molotov (foto), Kujbysev e Grinko, tradotta poi da G. Zamboni col titolo di Bolscevismo e capitalismo, edito – con un’Avvertenza dello stesso Bottai – dalla Sansoni nel 1934 come primo volume della serie Documenti delle Pubblicazioni della Scuola di scienze corporative.

Su questo punto si è già detto, ma è importante sottolineare come questa simpatia per il bolscevismo costituisca un vero e proprio fil rouge all’interno del suo percorso politico, a partire dal «mazzinianesimo» della prima giovinezza, fino al comunismo cui approderà nell’età matura. Il distacco di Cantimori dal fascismo, e il successivo passaggio al bolscevismo, sono dovuti anzitutto alla constatazione di come il regime mussoliniano andasse perdendo, a livello di politica fattuale, quei tratti in cui lo studioso identificava i caratteri positivi del fascismo: corporativismo, rifiuto del reazionarismo e dell’anticomunismo, critica del nazionalsocialismo e anti-razzismo, eticità immanentistica e non confessionale. In particolare, per quanto riguarda il corporativismo, dopo la legge del 5 febbraio 1934, fu la forte delusione per il distacco tra la legislazione adottata e le elaborazioni dei corporativisti pisani, specie da parte di questi, i quali a loro volta furono sorvegliati dal regime.

Per quanto concerne Cantimori, la sua reazione immediata fu un distacco dalla politica attiva per rifugiarsi negli studi storici. Al tempo stesso, intraprese un percorso di avvicinamento al marxismo, grazie anche al matrimonio con la comunista internazionalista Emma Mezzomonti, che lo portò a guardare retrospettivamente all’esperienza corporativista con occhio piuttosto critico.

Questa linea di polemica – scrive – è analoga a quella che fino a qualche anno fa ha condotto il battagliero corporativismo dello Spirito e dei suoi seguaci, in nome di un soddisfacimento più completo e radicale delle esigenze che si postulavano presso gli avversari, riducendole a un comune denominatore generale, e spogliandole della loro reale concretezza storica. In questo tipo di polemica la parte più interessante è in genere quella negativa, critica, che non è volta direttamente contro l’avversario, ma contro un ‘falso scopo’ (capitalismo, ingiustizia sociale), col quale si dimostra identificarsi alla fine l’avversario che si combatte (ad es. comunismo eguale capitalismo di Stato, o eguale ingiustizia sociale). Sono tutte argomentazioni efficaci, e giuste: ma rimangono nell’astratto e nell’affermazione generale e programmatica quanto al positivo, poiché si tratta solo d’un gioco di concetti e di definizioni; quanto al negativo, esse ripetono in generale le critiche, ormai comuni, alla società contemporanea. Ma la violenza della negazione non implica sempre perentoriamente quella forza affermativa della quale vorrebbe essere indizio (33).

Il corporativismo, così come è stato recepito dalla politica fascista, si è rivelato essere dunque privo di una parte propositiva e ridotto dunque alla critica del comunismo, lasciando in ombra il capitalismo. Tuttavia, egli conserverà un ricordo essenzialmente non negativo di questo dibattito, anche in virtù del suo ruolo formativo, dal punto di vista culturale e intellettuale, all’interno del periodo fascista. Ancora nel 1955, egli sosteneva:

Per esempio, a proposito della questione della ‘corporazione proprietaria’, ricorderemmo quali erano le riviste che appoggiarono con una qualche simpatia la tendenza guidata da U. Spirito, ritrovandovi facilmente la presenza di vecchi sindacalisti; ricorderemmo la presa di posizione di distacco netto dalla posizione di Spirito, assunta dal Gentile con una brevissima nota sulla rivista degli industriali diretta dal Trevisani (il Gentile affermava che le posizioni di Spirito non si potevano identificare con l’attualismo); e ricorderemmo anche come in quelle discussioni (oltre che nei ‘littoriali’) cominciarono a formarsi molti giovani oggi attivi nella vita culturale e politica (34).

Qui egli collega le posizioni di Spirito al filone del sindacalismo nazionale (35) ovvero l’ala sansepolcrista e maggiormente rivoluzionaria del primo fascismo, contrapponendo loro invece la critica conservatrice di Gentile, che era stata espressa appunto sulla rivista di Renato Trevisani, «Politica Sociale», in un articolo dell’autunno 1932. Leggendo con attenzione questi passi, emerge, in conclusione, un giudizio critico equanime che non rinnega tanto la sua fase da fascista «di sinistra», quanto la contestualizza, senza tacere i suoi limiti ma sempre facendo riferimento al corporativismo come idea-forza e chiave del suo stesso personale rapporto di pensiero con il fascismo, nel corso di un progresso filosofico e ideale continuo.


Note

(1) D. CANTIMORI, Fascismo, rivoluzione e non reazione europea, in «Vita Nova», V (1929), pp. 405-406; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 61-64.

(2) ID., La Cultura come Problema Sociale, cit., pp. 71-76; ID., recensione a C. SCHMITT, Der Begriff des Politischen, Hamburg 1933 e a C. SCHMITT, Staat, Bewegung, Volk; Staatsgefüge und Zusammenbruch des zweiten Reiches, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1933-34, in «Leonardo», V (1934), pp. 417-419.

(3) ID., Note sul nazionalsocialismo, in «Archivio di Studi Corporativi», V (1934), pp. 291-328; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 163-191.

(4) Cfr. l’articolo Stein auf Stein, in «Der Aktivist: Das Blatt des Berliner Studenten und Arbeiters», 15 dicembre 1934.

(5) Cfr. l’articolo Sozialismus des Herzens, ibid.

(6) ID., Note sul nazionalsocialismo, cit., p. 185.

(7) Gesetz zur Ordnung der Nationalen Arbeit, 20 gennaio 1934.

(8) C. SCHMITT, Der Begriff des Politischen, Hamburg 1933.

(9) ID., Staat, Bewegung, Volk: Die Dreigliederung der politischen Einheit e Staatsgefüge und Zusammenbruch des Zweiten Reiches. Der Sieg des Bürgers über den Soldaten, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1933-34.

(10) D. CANTIMORI, [Recensione di C. SCHMITT, Der Begriff des Politischen, Hamburg 1933 e ID., Staat, Bewegung, Volk; Staatsgefüge und Zusammenbruch des zweiten Reiches, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1933-34], in «Leonardo», V (1934), pp. 417-19; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 197-199.

(11) Ivi, p. 197.

(12) Ivi, p. 199.

(13) ID., La politica di Carl Schmitt, in «Studi Germanici», I (1935), pp. 471-489; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 237-252.

(14) ID., Ernst Jünger e la mistica milizia del lavoro, ibid., pp. 73-92; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 209-225.

(15) ID., Arthur Moeller van den Bruck, ibid., pp. 214-226; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 226-236.

(16) ID., [Recensione di H. DE MAN, Die sozialistiche Idee, Eugen Diederichs Verlag, Jena 1933], in «Leonardo», IV (1933), pp. 383-84; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 160-162.

(17) H. DE MAN, Die sozialistiche Idee, Eugen Diederichs, Jena 1933.

(18) Cfr. E. JÜNGER, Der Arbeiter: Herrschaft und Gestalt, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1934.

(19) D. CANTIMORI, Ernst Jünger e la mistica milizia del lavoro, cit.

(20) U. SPIRITO, Il piano De Man e l’economia mista, Sansoni, Firenze 1935.

(21) Ivi, pp. 5-17.

(22) Ivi, pp. 21-31.

(23) Ivi, pp. 32-37.

(24) Ivi, pp. 38-40.

(25) Ivi, pp. 40-41.

(26) Ivi, p. 41.

(27) UNIONE CATTOLICA PER LE SCIENZE SOCIALI (cur.), Encicliche sociali di Leone XIII e Pio XI, Milano 1933.

(28) J. PARFAIT, Les jeunes catholiques belges et le plan De Man, in «Esprit», XXX (marzo 1935), p. 951 ss.

(29) U. SPIRITO, Il piano De Man e l’economia mista, cit., p. 40.

(30) Cfr. L. DUPEUX, Stratégie communiste et dynamique conservatrice. Essai sur les différents sens de l’expression «National-bolchévisme» en Allémagne, sous la République de Weimar (1919-1933), Librairie Honoré Champion, Paris 1976, pp. 244-363.

(31) D. CANTIMORI, [recensione di G. RITTER VON KREITNER, Altri 467 milioni di Bolscevichi?, Venezia 1933], in «Leonardo», V (1934), p. 137.

(32) Cfr. la lettera di Delio Cantimori a Federico Gentile (21 febbraio 1934), citata in L. MANGONI, Europa sotterranea, cit., p. xxxiv, n. 85.

(33) D. CANTIMORI, Politica, in «Leonardo», IX (1938), pp. 206-213; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 708-720.

(34) Cfr. la rivista diretta dal sindacalista socialista Rinaldo Rigola, «I problemi del lavoro», 1927-1940.

(35) D. CANTIMORI, [recensione di E. GARIN, Cronache di filosofia italiana, 1955], in Studi di Storia, Einaudi, Torino 1959, pp. 760-761.

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giovedì 24 dicembre 2009

Il Fascismo di Delio Cantimori

Delio Cantimori (foto) fu uno dei più grandi storici italiani del Novecento, eppure non è noto al grande pubblico, e anche fra gli addetti ai lavori, si preferisce ricordare i suoi studi di storia moderna sugli eretici italiani del ’500, o al limite è citato come «il patriarca della storiografia marxista in Italia» (R. De Felice). Tuttavia, il suo percorso politico e intellettuale fu molto più complesso, simile per certi versi a quello di Ernst Niekisch, e non si sbaglierebbe, infatti, a collocarlo tra i rari corrispettivi italiani della Rivoluzione conservatrice tedesca. Basterebbe esaminare i suoi scritti politici (D. CANTIMORI, Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), a cura di L. Mangoni, Einaudi, Torino 1991).

Delio nacque a Russi, nel cuore della Romagna rossa e mussoliniana, nel 1904. Condusse gli studi liceali a Ravenna (1919-1922) e Forlì (1922-1924), e fu influenzato dal magistero filosofico di Galvano Della Volpe. Il suo primissimo orientamento era verso l’attualismo gentiliano. A questo periodo risale l’interesse per il Rinascimento e per la cultura tedesca, specie i romantici. Tra il 1924 e il 1929 studiò Storia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Suo padre era Carlo Cantimori, d’ardente fede mazziniana, militante del partito repubblicano, corrispondente di Alceste De Ambris, co-autore della Carta del Carnaro, e di Giovanni Gentile, indeciso nel 1922 tra il fascismo e un socialismo reducista e fiumano, infine aderente al regime dal 1926 fino alla fine. Lo stesso Delio, fin da ragazzo, ebbe una forte ammirazione per l’interventismo e appoggiò fortemente l’impresa fiumana, abbonandosi al bollettino della Reggenza del Carnaro e facendo propaganda fra i suoi compagni. Riconobbe presto nel Fascismo una forza veramente rivoluzionaria, e prese infine la tessera nel 1926, ma già nel 1924, ai tempi del caso Matteotti, si dichiarava fascista, approvando l’eliminazione di quest’ultimo, quale nemico politico.

In una lettera a Croce del 19 luglio 1926, affermava esplicitamente di seguire il Fascismo e di considerarla una religione. L’anno dopo definiva con esattezza questa religione: «quella coscienza dell’uomo moderno, consapevole del suo dovere e della sua responsabilità, ma anche del suo limite nella vita della Nazione per la quale egli è quel che è e può operare utilmente, concretamente, senza lasciarsi sviare da anacronistici ritorni a forme di vita morale (e religiosa che è lo stesso), buone per le donne e per la parte femminile degli uomini, che credono che Dio si veneri battendosi il petto ad ore fisse, e via dicendo, e non lavorando e faticando» (Politica e storia contemporanea, p. 26).

Di fatto, egli univa lo Stato etico gentiliano al nazionalismo mazziniano, rimanendo contrario sia al reazionarismo clericale e neoguelfo (ma anche contro il medievalismo ghibellino alla Evola), sia allo sciovinismo francese e al nazionalismo völkisch tedesco. Ovviamente, la sua opposizione era forte anche contro il liberalismo, considerato come sorpassato dalle grandi ideologie sociali del XX secolo. Anche nella simpatia che emerge verso gli eretici, dalle sue pagine storiografiche, si deve vedere piuttosto un intenso afflato libertario, proprio del Fascismo rivoluzionario, ovvero il rifiuto di una religione dogmaticamente e teologicamente imposta.

In politica interna, egli era naturalmente sostenitore dello Stato etico e corporativo. «A organizzazione culturale delle corporazioni, dove accanto alla cultura professionale e tecnica è unita la educazione secondo la morale di ordine e disciplina che il Governo Fascista ama accentuare come propria, appare di nuovo risposta chiara e netta ai bisogni della civiltà europea» (Politica e storia contemporanea, p. 26). In politica estera, è molto interessante il fatto che egli fosse già conscio della decadenza d’Europa, e reagisse con un vigoroso europeismo a prospettiva imperiale, che anticipava già Thiriart (foto). Inoltre sosteneva che l’Italia fascista dovesse farsi forte e diffondere il suo esempio nei rapporti internazionali. «Bisogna che noi ci assuefacciamo a questi orizzonti, e che ci consideriamo appunto perché e in quanto italiani e fascisti, banditori di un’idea universale, cittadini dell’Europa e del mondo» (articolo su «Pattuglia», 2 novembre 1929).

Altrettanto degno di nota era il suo punto di vista sostanzialmente filobolscevico, per cui rifiutava le critiche reazionarie o liberali al modello sovietico e sosteneva la necessità di un’alleanza tra URSS e Italia. Contemporaneamente, Cantimori mostrava un forte interesse per gli autori della Rivoluzione conservatrice, che studiò approfonditamente, conseguendo anche una seconda laurea in letteratura tedesca. Riguardo al nazionalsocialismo, egli apprezzava le teorie minoritarie dei fratelli Strasser, ma criticava il romanticismo politico connesso all’ideologia hitleriana. Il suo pensiero politico lo portava a opporsi sia alle posizioni conservatrici di Schmitt, sia a quelle razzialiste di Rosenberg.

Nel frattempo, insegnò ai licei di Cagliari e Parma, per essere chiamato da Giovanni Gentile all’Istituto Italiano di Studi Germanici nel 1934 e ad insegnare alla Scuola Normale di Pisa nel 1940, dopo aver ottenuto la cattedra di Storia Moderna a Messina l’anno prima. In quegli anni, maturò un certo distacco dal Fascismo, a causa della delusione per il Concordato del 1929, per l’insufficienza delle leggi corporative nel 1934, e la conseguente emarginazione di Bottai, Spirito e di altri fascisti “di sinistra”, e del progressivo avvicinamento alla Germania hitleriana, con conseguente inasprimento dell’anticomunismo. Ai primi del 1936, sposò Emma Mezzomonti, militante comunista.

In ogni caso, il passaggio dal Fascismo al Comunismo fu in Cantimori non un repentino voltare gabbana, bensì un lento e progressivo perdere fiducia in un regime che percepiva come ormai troppo poco rivoluzionario e relativo avvicinarsi ad un nuovo sistema politico-ideologico. Se già nel 1938 egli era ormai più “rosso” che “nero”, ancora nel 1941 egli scriveva su «La civiltà fascista» e fu solo nel 1948 che egli prese la tessera del PCI. In quegli anni, infatti, condusse vari studi su Marx, fino a tradurre il primo libro del Capitale (1951-52). D’altronde, non doveva durare troppo a lungo: già nel 1956, in seguito all’invasione dell’Ungheria, egli uscì dal partito, dedicandosi unicamente agli studi, fino alla sua morte (1966).

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