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giovedì 11 novembre 2010

Delio Cantimori e il Corporativismo (2)

Corporativismo fascista e nazionalsocialismo

In questo primo caso, egli individua e basa la differenza tra il fascismo italiano, rivoluzionario, e il nazionalsocialismo tedesco, reazionario, su una radicale alterità di carattere filosofico. Il secondo è fondato su una concezione romantica della politica, affine a quella cattolica, esemplificata da Cantimori in Schlegel (1) e Schmitt (2), mentre il primo è piuttosto erede della rivoluzione sociale risorgimentale e mazziniana, e trova i suoi fondamenti filosofici nell’attualismo gentiliano. Quest’opinione è accentuata dopo la legge sul lavoro del gennaio 1934 e la purga del 30 giugno 1934 (la cosiddetta «Notte dei Lunghi Coltelli»), quando gli elementi più rivoluzionari del movimento nazionalsocialista, che destavano l’interesse del nostro autore, furono eliminati in favore di una maggiore stabilità e rispettabilità del regime di fronte ai poteri forti tradizionali (industriali ed esercito). Cantimori è un osservatore molto attento della situazione politica tedesca, e intende ammonire circa le differenze tra fascismo e nazionalsocialismo, in linea con il suo maestro, Giovanni Gentile, e con gli ambienti del fascismo sociale, come la rivista «Critica fascista».

Un testo fondamentale è il breve saggio Note sul nazionalsocialismo, comparso sulla rivista «Archivio di studi corporativi» nel 1934 (3). Esso fu scritto nell’aprile del 1934 a Zürich, e s’inscrive nel dibattito, intrapreso presso la Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa, sul carattere sociale ed economico dell’incipiente regime nazionalsocialista, e su cui conviene dare alcuni cenni. Lo studioso intende qui privilegiare l’analisi socioeconomica dell’ideologia nazionalsocialista, più che non il nazionalismo e il razzismo, e lo fa ripercorrendo la storia della NSDAP, dagli inizi fino all’ascesa al potere. In particolare egli parla diffusamente del nazionalismo rivoluzionario dei fratelli Strasser, dei quali sottolinea «l’autarchia economica, forti tasse sulle attività intermediarie nella vita economica, e una nazionalizzazione corporativa della produzione». Tuttavia, per le varie correnti (con programmi annessi) nazionalsocialiste esaminate, si deve parlare più che altro di riforma agraria e di nazionalizzazione delle banche o, nei casi più estremi, dei mezzi di produzione, ma non di una vera e propria teoria corporativistica.

Non c’è difatti accenno al corporativismo in questa succinta ma pregnante analisi del nazionalsocialismo, neanche laddove egli si dilunga sulla corrente rivoluzionaria facente capo alle Sturmabteilungen di Ernst Röhm (foto). A suo parere, anche il socialismo delle SA è ben lontano dal fascismo corporativo, in quanto anch’esso frutto della Weltanschauung romantica, religiosa e völkisch comune alla Deutsche Bewegung, e ch’egli individua come affondante le proprie radici nella Riforma luterana.

Anche se interpretiamo questo «socialismo spontaneo» che «nasce dalla vita dell’S. A.» (4) come una espressione politico-sociologica della comunanza di vita nel cameratismo soldatesco, queste parole non sono meno caratteristiche. È evidente che questo socialismo utopico è romantico, sentimentale: «del cuore» (5). Ma il contenuto di questo romanticismo, la sostanza di questo sentimento è religiosa: di religiosità razzista (Völkisch). A questa religiosità della razza, della stirpe, del popolo, della nazione, non manca neppure l’impeto missionario […]. La divinità, presente solo interiormente, nell’intimo dell’anima, non è più il dio biblico o cristiano, è il «Reich» da venire, è la «Nation» (6).

Dunque, sul piano dell’ideologia, non vi è contatto alcuno tra le due dottrine politiche. Viceversa, sul piano pratico, Cantimori crede d’intravedere qualche spiraglio d’applicazione politica dei princìpi corporativistici. Al di là delle leggi agrarie, la legislazione nazionalsocialista in ambito lavorativo (7) risulta basata, come il corporativismo, sulla collaborazione tra lavoro e capitale, tra operai ed imprenditori. Ciò avviene, è vero, secondo il concetto nazionalsocialista di Führerprinzip, ovvero l’imprenditore è Führer della propria azienda, responsabile di fronte ad operai e tecnici, ed ogni contratto è concluso direttamente tra queste due parti in causa, senza contratti collettivi a livello nazionale, ed è fondato sull’onestà e sulla buona fede dei contraenti. Tuttavia l’autore rimane scettico, eccetto per l’istituzione dell’Arbeitsdienst, ovvero il servizio lavorativo semestrale obbligatorio per i giovani di entrambi i sessi, cui però accenna soltanto suggerendo la sua affinità al piano etico-sociale del corporativismo:

Quindi non si può dire che sia di «carattere sociale», nel senso comune della parola: non si può dire cioè che favorisca la situazione economica o che accresca la dignità umana dei lavoratori. Ma sottopone le aziende a una forte sorveglianza da parte dei fiduciari governativi del lavoro.
Le istituzioni nelle quali meglio si vede un inizio di attuazione del potente movimento di idee e di aspirazioni «socialistiche» e della volontà di «rivoluzione totale» dei giovani e delle moltitudini nazionalsocialiste sono quelle dell’Arbeitsdienst, soldatescamente organizzate, a carattere militare e educativo: si vogliono educare i giovani ed i lavoratori al cameratismo, alla disciplina militaresca, alla gioia del lavoro fisico compiuto in comune.

Un secondo scritto molto indicativo è la recensione che Cantimori scrive a proposito dei libri di Carl Schmitt (foto) Der Begriff des Politischen (8) e Staat, Bewegung, Volk (9), comparsa nello stesso anno sulla rivista «Leonardo» (10). Egli considera Schmitt un interlocutore privilegiato all’interno del nazionalsocialismo tedesco:

Sono opere di una mente aperta, ricca di cultura non esclusivamente tedesca, di un giurista avvezzo a formulazioni precise e nette, spesso brillanti. Questo li rende comprensibili anche al lettore cui non sia famigliare lo strano mondo ideologico del nazionalsocialismo. Va notato però che non si tratta di una persona chiusa in un astratto mondo intellettuale, né di un dotto estraneo al fermento di passioni e di idee che ribolle fra le terribili imprese dei capi nazionalsocialisti (11).

Ciononostante, riguardo alla concezione sociopolitica dello Schmitt non si dilunga troppo:

Stato, Movimento, Popolo; i funzionarî e la burocrazia statale, il partito, «ordine», «élite organizzata», e gli uomini dedicati all’attività economico-sociale: dove si pensa alle tre classi di Platone, con la differenza che i «guerrieri» platonici fan tutt’uno qui coi sacerdoti filosofi governanti, nel «movimento» o Partito, e fra essi e il popolo (concepito quasi identico al platonico) c’è la nuova organizzazione amministrativa dei funzionarî (12).

Anche qui descrive una realtà sociale di stampo corporativistico, ma questo termine non compare. Infine, è opportuno tenere presente i tre saggi, apparsi su «Studi Germanici» nel 1935, in cui Cantimori esamina il pensiero di tre grandi autori della rivoluzione conservatrice: oltre a Schmitt (13), anche Ernst Jünger (14) e Arthur Moeller van den Bruck (15), ma anche qui non c’è traccia di discussione del corporativismo. Se ne deve dunque, a maggior ragione, concludere che Cantimori ritenesse il corporativismo strettamente legato al fascismo italiano e del tutto estraneo al nazionalsocialismo tedesco.


Corporativismo fascista ed economia mista (planismo)

Un altro caso molto interessante, sviluppato in un testo importante, seppure breve, è quello in cui Cantimori si confronta direttamente con Le Plan du Travail, preparato per il 48° Congresso del Parti Ouvrier Belge (Natale 1933) come programma del Partito, dal vicepresidente Henri (o Hendrik) de Man (foto). Del teorico socialista fiammingo, Cantimori si era già occupato poco prima (16), recensendo il suo libro Die sozialistiche Idee, uscito nel 1933 a Jena e subito sequestrato dalla censura nazionalsocialista (17). La critica del Cantimori al De Man s’incentra soprattutto sulla mancata comprensione del fascismo, nel non aver saputo comprenderne lo spirito etico e corporativo, non dissimile dalle idee dello stesso De Man. Del teorico fiammingo, ne parla poi in relazione ad Ernst Jünger (18), in quanto entrambi mettono in connessione storica liberalismo borghese e socialismo proletario. Tuttavia, per De Man, si tratta di una connessione positiva che restituisce al movimento operaio l’eredità della fase eroica della borghesia (19).

L’opuscolo Le Plan du Travail era stato pubblicato in Italia dalla Sansoni di Firenze, nel 1935, col titolo Il piano De Man e l’economia mista (20) e un’ampia introduzione di Ugo Spirito (21), il quale elogia sì l’evoluzione del socialismo che si riscontra in De Man e il suo obiettivo di superare l’aporia marxista del contrasto tra rivoluzione e riformismo (la prima inasprirebbe la reazione capitalistica, il secondo dividerebbe gli operai), ma al contempo sostiene che l’autore non abbia compreso la vera essenza del corporativismo. Questo perché l’economia mista del piano prevedeva la contraddittoria coesistenza tra libera concorrenza e pianificazione economica e la convivenza di un’economia privata e di un’economia pubblica, senza una realtà superiore che le sovrasti impedendo a una delle due di prevalere.

Tuttavia la traduzione – comprendente sia il discorso tenuto al Congresso (22), sia la risoluzione (23), sia le Tesi di Pontigny (24), elaborate sulla base del Piano – era ad opera proprio di Cantimori, che si era basato sull’edizione Labor (francofona) di Paris-Bruxelles. Nelle due pagine di note finali alla traduzione (25), Cantimori esprime poi alcune importanti precisazioni. Innanzitutto, egli ritiene che il discorso di De Man non sia generale, ma relativo al contesto belga e, per di più, trascurando il problema agrario. D’altra parte, apprezza di questo progetto l’anticapitalismo unito alla distanza dall’estremismo e all’approccio realistico, cioè volto ad agire in maniera differente a seconda della situazione.

Dove il capitalismo s’è svolto monopolisticamente, realizzare, con la nazionalizzazione, l’espropriazione degli espropriatori: dov’è ancora in via d’evolversi attraverso la concorrenza, orientare questa evoluzione, a mezzo dell’economia diretta: dove ha lasciato sussistere l’unità di proprietà e lavoro, mantenere e fortificare tale unità (26).

Cantimori vede inoltre un avvicinamento tra il socialismo planista e il cattolicesimo sociale, come sottolinea citando la critica dell’Unione Cattolica per le Scienze Sociali (27), l’incontro con R. de Decker (28), e i tre articoli comparsi sulla rivista personalista «Esprit» nel febbraio 1934.

L’interesse per questi scritti del De Man deriva soprattutto da questo: che additano il punto principale da riformare nel predominio monopolistico del capitale finanziario; che non sconfinano nel campo teorico o in quello degli estremismi radicali e inconcludenti, e non scambiano la necessaria profondità e strutturalità delle riforme con una astratta generalità o totalità di sovvertimento dell’ordinamento sociale-economico vigente nei paesi capitalistici; che rappresentano lo sforzo più serio per sintetizzare l’esigenza della libertà politica, civile, intellettuale con quella della giustizia sociale, distaccandosi nettamente dal socialismo e comunismo tradizionali; e che di conseguenza si sono mostrati atti a riunire gli elementi più arditi del movimento sociale cattolico con quelli del socialismo così rinnovato (29).

La parola chiave in questo testo è «strutturalità», che rimanda alle strutture organiche del corporativismo, il cui fine è proprio quello della giustizia sociale e della libertà politica, civile, intellettuale.


Corporativismo fascista e bolscevismo

Infine, nel pensiero e nelle opere di Delio Cantimori, analogamente a molti autori della Konservative Revolution (30), si nota un forte interesse per il bolscevismo e per l’Unione Sovietica. Per la sua formazione politica e culturale individuale, egli rifiuta la critica liberale e la critica cattolica al socialismo, troppo spesso riprese anche in ambito nazionalfascista e reazionario. Lo stesso vale sul piano geopolitico, laddove egli ammonisce a che l’Italia non svolga il ruolo di baluardo della Reazione nei confronti della Russia sovietica, a favore delle potenze capitalistiche occidentali (31). In particolare è a cura di Cantimori (32), allora a Berlino, la raccolta e la proposizione di un’antologia di testi di Stalin, Molotov (foto), Kujbysev e Grinko, tradotta poi da G. Zamboni col titolo di Bolscevismo e capitalismo, edito – con un’Avvertenza dello stesso Bottai – dalla Sansoni nel 1934 come primo volume della serie Documenti delle Pubblicazioni della Scuola di scienze corporative.

Su questo punto si è già detto, ma è importante sottolineare come questa simpatia per il bolscevismo costituisca un vero e proprio fil rouge all’interno del suo percorso politico, a partire dal «mazzinianesimo» della prima giovinezza, fino al comunismo cui approderà nell’età matura. Il distacco di Cantimori dal fascismo, e il successivo passaggio al bolscevismo, sono dovuti anzitutto alla constatazione di come il regime mussoliniano andasse perdendo, a livello di politica fattuale, quei tratti in cui lo studioso identificava i caratteri positivi del fascismo: corporativismo, rifiuto del reazionarismo e dell’anticomunismo, critica del nazionalsocialismo e anti-razzismo, eticità immanentistica e non confessionale. In particolare, per quanto riguarda il corporativismo, dopo la legge del 5 febbraio 1934, fu la forte delusione per il distacco tra la legislazione adottata e le elaborazioni dei corporativisti pisani, specie da parte di questi, i quali a loro volta furono sorvegliati dal regime.

Per quanto concerne Cantimori, la sua reazione immediata fu un distacco dalla politica attiva per rifugiarsi negli studi storici. Al tempo stesso, intraprese un percorso di avvicinamento al marxismo, grazie anche al matrimonio con la comunista internazionalista Emma Mezzomonti, che lo portò a guardare retrospettivamente all’esperienza corporativista con occhio piuttosto critico.

Questa linea di polemica – scrive – è analoga a quella che fino a qualche anno fa ha condotto il battagliero corporativismo dello Spirito e dei suoi seguaci, in nome di un soddisfacimento più completo e radicale delle esigenze che si postulavano presso gli avversari, riducendole a un comune denominatore generale, e spogliandole della loro reale concretezza storica. In questo tipo di polemica la parte più interessante è in genere quella negativa, critica, che non è volta direttamente contro l’avversario, ma contro un ‘falso scopo’ (capitalismo, ingiustizia sociale), col quale si dimostra identificarsi alla fine l’avversario che si combatte (ad es. comunismo eguale capitalismo di Stato, o eguale ingiustizia sociale). Sono tutte argomentazioni efficaci, e giuste: ma rimangono nell’astratto e nell’affermazione generale e programmatica quanto al positivo, poiché si tratta solo d’un gioco di concetti e di definizioni; quanto al negativo, esse ripetono in generale le critiche, ormai comuni, alla società contemporanea. Ma la violenza della negazione non implica sempre perentoriamente quella forza affermativa della quale vorrebbe essere indizio (33).

Il corporativismo, così come è stato recepito dalla politica fascista, si è rivelato essere dunque privo di una parte propositiva e ridotto dunque alla critica del comunismo, lasciando in ombra il capitalismo. Tuttavia, egli conserverà un ricordo essenzialmente non negativo di questo dibattito, anche in virtù del suo ruolo formativo, dal punto di vista culturale e intellettuale, all’interno del periodo fascista. Ancora nel 1955, egli sosteneva:

Per esempio, a proposito della questione della ‘corporazione proprietaria’, ricorderemmo quali erano le riviste che appoggiarono con una qualche simpatia la tendenza guidata da U. Spirito, ritrovandovi facilmente la presenza di vecchi sindacalisti; ricorderemmo la presa di posizione di distacco netto dalla posizione di Spirito, assunta dal Gentile con una brevissima nota sulla rivista degli industriali diretta dal Trevisani (il Gentile affermava che le posizioni di Spirito non si potevano identificare con l’attualismo); e ricorderemmo anche come in quelle discussioni (oltre che nei ‘littoriali’) cominciarono a formarsi molti giovani oggi attivi nella vita culturale e politica (34).

Qui egli collega le posizioni di Spirito al filone del sindacalismo nazionale (35) ovvero l’ala sansepolcrista e maggiormente rivoluzionaria del primo fascismo, contrapponendo loro invece la critica conservatrice di Gentile, che era stata espressa appunto sulla rivista di Renato Trevisani, «Politica Sociale», in un articolo dell’autunno 1932. Leggendo con attenzione questi passi, emerge, in conclusione, un giudizio critico equanime che non rinnega tanto la sua fase da fascista «di sinistra», quanto la contestualizza, senza tacere i suoi limiti ma sempre facendo riferimento al corporativismo come idea-forza e chiave del suo stesso personale rapporto di pensiero con il fascismo, nel corso di un progresso filosofico e ideale continuo.


Note

(1) D. CANTIMORI, Fascismo, rivoluzione e non reazione europea, in «Vita Nova», V (1929), pp. 405-406; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 61-64.

(2) ID., La Cultura come Problema Sociale, cit., pp. 71-76; ID., recensione a C. SCHMITT, Der Begriff des Politischen, Hamburg 1933 e a C. SCHMITT, Staat, Bewegung, Volk; Staatsgefüge und Zusammenbruch des zweiten Reiches, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1933-34, in «Leonardo», V (1934), pp. 417-419.

(3) ID., Note sul nazionalsocialismo, in «Archivio di Studi Corporativi», V (1934), pp. 291-328; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 163-191.

(4) Cfr. l’articolo Stein auf Stein, in «Der Aktivist: Das Blatt des Berliner Studenten und Arbeiters», 15 dicembre 1934.

(5) Cfr. l’articolo Sozialismus des Herzens, ibid.

(6) ID., Note sul nazionalsocialismo, cit., p. 185.

(7) Gesetz zur Ordnung der Nationalen Arbeit, 20 gennaio 1934.

(8) C. SCHMITT, Der Begriff des Politischen, Hamburg 1933.

(9) ID., Staat, Bewegung, Volk: Die Dreigliederung der politischen Einheit e Staatsgefüge und Zusammenbruch des Zweiten Reiches. Der Sieg des Bürgers über den Soldaten, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1933-34.

(10) D. CANTIMORI, [Recensione di C. SCHMITT, Der Begriff des Politischen, Hamburg 1933 e ID., Staat, Bewegung, Volk; Staatsgefüge und Zusammenbruch des zweiten Reiches, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1933-34], in «Leonardo», V (1934), pp. 417-19; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 197-199.

(11) Ivi, p. 197.

(12) Ivi, p. 199.

(13) ID., La politica di Carl Schmitt, in «Studi Germanici», I (1935), pp. 471-489; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 237-252.

(14) ID., Ernst Jünger e la mistica milizia del lavoro, ibid., pp. 73-92; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 209-225.

(15) ID., Arthur Moeller van den Bruck, ibid., pp. 214-226; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 226-236.

(16) ID., [Recensione di H. DE MAN, Die sozialistiche Idee, Eugen Diederichs Verlag, Jena 1933], in «Leonardo», IV (1933), pp. 383-84; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 160-162.

(17) H. DE MAN, Die sozialistiche Idee, Eugen Diederichs, Jena 1933.

(18) Cfr. E. JÜNGER, Der Arbeiter: Herrschaft und Gestalt, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1934.

(19) D. CANTIMORI, Ernst Jünger e la mistica milizia del lavoro, cit.

(20) U. SPIRITO, Il piano De Man e l’economia mista, Sansoni, Firenze 1935.

(21) Ivi, pp. 5-17.

(22) Ivi, pp. 21-31.

(23) Ivi, pp. 32-37.

(24) Ivi, pp. 38-40.

(25) Ivi, pp. 40-41.

(26) Ivi, p. 41.

(27) UNIONE CATTOLICA PER LE SCIENZE SOCIALI (cur.), Encicliche sociali di Leone XIII e Pio XI, Milano 1933.

(28) J. PARFAIT, Les jeunes catholiques belges et le plan De Man, in «Esprit», XXX (marzo 1935), p. 951 ss.

(29) U. SPIRITO, Il piano De Man e l’economia mista, cit., p. 40.

(30) Cfr. L. DUPEUX, Stratégie communiste et dynamique conservatrice. Essai sur les différents sens de l’expression «National-bolchévisme» en Allémagne, sous la République de Weimar (1919-1933), Librairie Honoré Champion, Paris 1976, pp. 244-363.

(31) D. CANTIMORI, [recensione di G. RITTER VON KREITNER, Altri 467 milioni di Bolscevichi?, Venezia 1933], in «Leonardo», V (1934), p. 137.

(32) Cfr. la lettera di Delio Cantimori a Federico Gentile (21 febbraio 1934), citata in L. MANGONI, Europa sotterranea, cit., p. xxxiv, n. 85.

(33) D. CANTIMORI, Politica, in «Leonardo», IX (1938), pp. 206-213; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 708-720.

(34) Cfr. la rivista diretta dal sindacalista socialista Rinaldo Rigola, «I problemi del lavoro», 1927-1940.

(35) D. CANTIMORI, [recensione di E. GARIN, Cronache di filosofia italiana, 1955], in Studi di Storia, Einaudi, Torino 1959, pp. 760-761.

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giovedì 4 novembre 2010

Delio Cantimori e il Corporativismo (1)

Introduzione

Questo scritto intende trattare in modo conciso ma sostanzialmente esauriente la questione relativa all’interesse e ai rapporti di Delio Cantimori (1904 – 1966) con il concetto di «corporativismo», a sua volta centrale nel dibattito ideologico e politico che all’interno del fascismo si sviluppò, durante l’intero arco della parabola movimentistica e di governo, dalla fondazione dei Fasci di Combattimento alla fine della Repubblica Sociale. All’apparenza una tematica ampia, si dimostra in realtà mai affrontata e trattata direttamente dallo storico romagnolo sul piano elaborativo (1), il che limita di molto il materiale storiografico disponibile per questo tipo di analisi. In più, va detto che il suo interesse fu concentrato nel primo quinquennio degli anni ’30, periodo in cui appunto fu più intenso il dibattito intorno al corporativismo. Eppure al tempo stesso il corporativismo risulta essere, come si vedrà, una questione fondamentale all’interno del percorso politico di questo autore, e che addirittura può aiutare a spiegare soddisfacentemente molte sue scelte, in particolare l’evoluzione dal socialismo di matrice mazziniana, attraverso il fascismo, fino al bolscevismo (2).

Cantimori fu molto vicino però all’ambiente pisano della Scuola di perfezionamento in scienze corporative e partecipò a quello che chiamerà il «gran momento del corporativismo» (3).  Senza dubbio, egli s’interessò della questione, studiandone le varie correnti e dimostrando di averne presenti le differenti interpretazioni scientifiche e sfumature ideologiche, «da quella del gruppo di ‘Secolo Fascista’ a quella del Pirelli» (4), «dal collettivismo accentuatissimo, per es. di ‘Critica Fascista’, all’accentuatissimo individualismo di A. Pirelli» (5).  Al tempo stesso, il corporativismo era null’affatto un mero oggetto di studio, da esaminare asetticamente, bensì una dottrina politica cui l’autore aderiva, e al cui studio si dedicava con grande passione, pur mantenendo sempre una grande onestà critica. In una lettera, scritta a Pavia il 9 marzo 1933 e indirizzata a Giovannino Gentile, egli affermava di credere al corporativismo

non come fatto ma come tendenza. Ma si può credere a un fatto? Ci credo perché non è un fatto ma un farsi. Ti dirò che ho letto con vera commozione gli articoli ultimi di Ugo Spirito, e l’avvertimento che gli è stato dato sull’Educazione Nazionale [fascista][...] Ma nonostante tutto, credo che Mussolini saprà trar fuori i giovani necessari a quest’opera, e saprà sopratutto dar la spinta motrice a tutto il ‘sistema corporativo’ e dar concretezza al generico ‘andare al popolo’ (6).

Al proposito di approfondire meglio è opportuno vedere come il corporativismo divenga in Cantimori misura di confronto politico con le altre realtà politiche ed ideologiche, anche e soprattutto nel caso di altri modelli politici e socioeconomici, oltre al fascismo, che si ponevano come alternativi rispetto al sistema capitalista e liberaldemocratico, come il bolscevismo e il nazionalsocialismo.


Il corporativismo fascista

L’interesse del giovane studioso fascista Delio Cantimori per la tematica del corporativismo è rivelato per la prima volta da uno scritto del 1930, comparso su «Vita Nova», laddove tratta del VI Congresso annuale della Federazione Internazionale delle Unioni Intellettuali, e in particolare dell’intervento di Carl Schmitt, Die europaeische Kultur in Zwischenstadien der Neutralisierung. Le corporazioni sono indicate come una sintesi di tecnica e cultura, e come la caratteristica fondamentale dello Stato fascista:

Così la organizzazione culturale delle corporazioni, dove accanto alla cultura professionale e tecnica è unita la educazione secondo la morale di ordine e disciplina che il Governo Fascista ama accentuare come propria, appare di nuovo risposta chiara e netta ai bisogni della civiltà europea, sforzo importantissimo per assimilare tutta la importanza della tecnica, alla quale le masse si volgono con desiderio ed ammirazione, ad un organismo superiore ed animato da una intensa vita morale, come è lo stato italiano (7).

Non si tratta di un intervento casuale: in quel periodo era appena stato dato nuovo slancio al corporativismo, con la nomina di Giuseppe Bottai a Ministro delle Corporazioni (12 settembre 1929) e la messa in opera da parte sua di una riforma del Consiglio Nazionale delle corporazioni (20 marzo 1930) e di un Archivio di Studi Corporativi. Cantimori non ha contatti diretti con il Ministro, ma partecipa lo stesso a questo clima, definendo il contributo di Bottai a quel congresso «l’unica relazione che abbia senso di realtà e sia confortata dalla pratica» (8), e ribadendo che il sistema corporativo costituisce il fondamento del fascismo come fenomeno d’importanza europea e di soluzione reale alla crisi dell’Europa sul piano sociale ed economico, rendendolo ben diverso dunque da movimenti e regimi di carattere nazionalista, razzista, conservatore o reazionario.

La rivoluzione corporativa fascista non ha nulla a che fare con queste malinconie […]. Il Fascismo deve rappresentare la sintesi dialettica dell’esigenze rappresentate dall’estremo rivoluzionarismo come dall’estremo reazionarismo: questa sintesi il Fascismo l’ha trovata, e di portata europea reale, e non solo propagandistica, nel sistema corporativo, per il problema sociale (9).

Questo discorso è affrontato nell’articolo di «Vita Nova», Fascismo, nazionalismi e reazioni (10), dove intende mostrare le differenze tra il fascismo italiano e i vari movimenti nazionalisti e reazionari europei, e la sua convergenza semmai proprio col bolscevismo sovietico, che dai primi è additato a nemico capitale. Questa differenza è propria già dello Stato corporativo, che è connotato come l’ordinamento dello Stato indissolubilmente legato all’ideologia fascista. Gli altri movimenti non essendo tesi alla creazione di uno Stato corporativo ma anzi essendo volti a preservare l’ordine sociale preesistente di fronte alle correnti rivoluzionarie bolsceviche, non possono essere accostati al fascismo o addirittura definiti tali.

Autorità, Ordine, Giustizia, non vogliono dire Reazione o Restaurazione; lo Stato corporativo non è uno Stato medievale né assolutistico né capitalistico, ed in esso è espressamente riconosciuta la iniziativa privata, libera. E la iniziativa individuale, per quanto, naturalmente, condizionata dallo Stato e dalla Nazione, non può essere iniziativa se non è libera, perché, ed è facilissima logica, altrimenti non sarebbe più tale. Lo Stato corporativo non è uno Stato di funzionari o d’impiegati, se non si vuol attribuire alla parola funzionario un senso tanto vasto da identificarla con la parola cittadino! (11)

La sua critica dunque riguarda innanzitutto il reazionarismo, coi suoi atteggiamenti di tipo sciovinista, razzista, populista, clericale, dai quali gli preme di prendere le dovute distanze:

Ora, tutto questo non ha, come è chiaro, nulla a che fare con il Fascismo, che non è il Comunismo e che quindi ha, nella sua fondamentale unità, grande varietà di atteggiamenti nei suoi uomini, fra i quali troviamo anche i reazionari […]. Su questo è inutile insistere: ogni fascista fedele al suo giuramento di fedeltà, e pronto a ubbidire agli ordini dei capi, può svolgere ed affermare le proprie idee e discutere quelle degli altri […]. Ora certi gruppi reazionari, specialmente quelli a carattere sciovinistico, hanno tutta l’aria di considerare il Fascismo, umanissimo, storicissimo movimento e partito, come qualcosa di provvidenzialmente loro inviato dalle loro sopraumane e soprannaturali potenze, per liberarli finalmente da quei fastidiosissimi uomini moderni che hanno ancora la perversa idea di essere uomini e non servi […]. Non c’è dunque nessun legame necessario fra i nazionalismi sciovinistici, di origine razzistica e di prassi demagogica fuori d’Italia, con le loro idee reazionarie, ed il Fascismo, con le sue finalità rivoluzionarie sul serio, con il suo Stato corporativo, con la sua opera per eliminare ogni avanzo del passato (12).

Tuttavia, allo stesso tempo, Cantimori critica fortemente anche tutta l’impostazione di pensiero antifascista che considerava fascismo e reazionarismo affini. Si può dire che questa distinzione viene da lui fatta valere, sia nei confronti di quanti vorrebbero accostare il primo al secondo per screditare il fascismo, sia nei confronti di quanti altri invece vorrebbero accostarli per nobilitare la reazione. Lo storico ravennate ribadisce invece il valore universale, moderno, rivoluzionario e progressista del fascismo.

Chiaro è invece che il Fascismo è azione e non reazione, e che la sua universalità non ha avuto nulla a che fare con Primo de Rivera, né avrà nulla a che fare con movimenti simili […]. Abbiamo già detto più volte come la vera universalità del Fascismo sta nello Stato corporativo e nella concezione generale della vita economica che sta a fondamento di esso. Ci piace terminare come abbiamo cominciato, confortando le nostre asserzioni con parole più autorevoli delle nostre.

«La nostra esperienza corporativa dà al mondo che si dibatte nella rete delle interferenze fra Stato, gruppi ed individui, norme chiare e precise sul mutuo comportamento di questi fattori. Lo Stato forte, l’organizzazione di tutti i cittadini nell’ordinamento corporativo, la ricostituita unità familiare e soprattutto una nuova morale eroica e virile, fatta di volontarismo e di spirito di solidarietà: ecco altrettanti punti che potranno sanare la crisi europea» («Critica Fascista») (13).

Ancora, in queste poche righe, il ruolo assegnato al corporativismo è centrale a tutta l’ideologia e la prassi fascista: il corporativismo non è solo un sistema economico di gestione dei mezzi di produzione ma un sistema sociale di organizzazione della società e un sistema ideologico che comprende tutta la realtà socioeconomica. Il fascismo di Delio Cantimori o è corporativo o non è; e allo stesso modo, il corporativismo non può che dare luogo al fascismo: i due concetti sono strettamente collegati. Particolarmente interessante è l’ultimo paragrafo, che individua la necessità del corporativismo proprio in risposta al caos politico del liberalismo, in cui versava l’Europa. Il fascismo corporativista si poneva in questo modo come un’alternativa non solo al bolscevismo, ma anche ai regimi liberaldemocratici e  alle dittature reazionarie.

D’altra parte, in questo senso, proprio questo tema risulta fondamentale anche per capire le motivazioni dietro alla scelta fascista di Cantimori: ovvero il lavoro di ricerca e di scommessa sul corporativismo come alternativa a una concezione reazionaria di fascismo. A questo riguardo, scrive Luisa Mangoni (14):

La constatazione del progressivo affermarsi di una concezione reazionaria del fascismo (15), trovava nell’idea di «Stato» o «società etica» una ancora possibile alternativa che gli consentiva di definirsi fascista, all’interno di una «visione politica (o etico-politica)»; erano anche queste le «ragioni storiche e filosofiche che proprio mi tengono legato, e che non vedo ancora risolvibili», di cui Cantimori scriveva a Capitini, e che lo spingevano a vivere «attivamente in politica», a studiare il dibattito sul corporativismo all’indomani del convegno di Ferrara, a proporsi di immergersi «sempre più in tali questioni» (16).

Per questo motivo, il corporativismo, pur non essendo affrontato direttamente da Cantimori, risulta un concetto fondamentale per comprendere il suo pensiero politico, che all’irrazionalismo e al romanticismo politico contrapponeva un razionalismo di matrice hegeliana neoidealista. In particolare occorre notare come, all’interno del fascismo, egli si sia confrontato con la teoria della «corporazione proprietaria» di Ugo Spirito, in generale condividendone sì la pars destruens, ovvero la «critica radicale della vecchia ‘scienza economica’» (17) per cui la sua opera risulta una polemica efficace «contro la vecchia scienza, la vecchia società, e le loro espressioni» (18), ma anche la sua pars construens,  cioè anche Cantimori credeva «nella sua impresa di darci una integrale condanna della vecchia scienza economica, [egli] l’ha accompagnata da uno sforzo veramente notevole di ricostruire teoricamente la scienza stessa» (19). Conviene ora esaminare i rapporti di Cantimori con altri modelli ideologici, sempre alla luce del modello corporativista.


Note

(1) Cfr. S. BARBERA, Dalla filosofia alla storiografia: gli inizi di Delio Cantimori: 1922-1937, in G. CAMPIONI – F. LO MORO – S. BARBERA, Sulla crisi dell’attualismo, 1981.

(2) Cfr. R. PERTICI, Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l’itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943), in «Cromohs», II (1997), pp. 1-128.

(3) D. CANTIMORI, «Cronache di politica religiosa»: I nuovi statuti dell’A.C.I., in «Civiltà Fascista», VIII (1940), pp. 705-714; ora in ID., Politica e storia contemporanea: Scritti (1927-1942), a cura di L. Mangoni, Einaudi, Torino, 1991, pp. 761-770, hic pp. 762-763.

(4) ID., [recensione di A. VOLPICELLI, Corporativismo e scienza del diritto, Sansoni, Firenze, 1934], in «Leonardo», VI (1935), pp. 9-10; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 573-576, hic p. 575.

(5) ID., Scritti sul fascismo, in «Leonardo», VI (1935), pp. 380-382; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 588-591, hic p. 588.

(6) G. BELARDELLI, Dal fascismo al comunismo: Gli scritti politici di Delio Cantimori, in «Storia contemporanea», XXIV (1993), pp. 379-403, hic pp. 383-384.

(7) D. CANTIMORI, La Cultura come Problema Sociale, in «Vita Nova», VI (1930), pp. 85-91; ora in ID., Politica e storia contemporanea, cit., pp. 71-80.

(8) Ivi, p. 71.

(9) ID., Fascismo, rivoluzione e non reazione europea, in «Vita Nova», VII (1931), pp. 759-763; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 111-118, hic p. 117.

(10) ID., Fascismo, nazionalismi e reazioni, in «Vita Nova», VII (1931), pp. 3-6; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 81-87.

(11) ID., Fascismo, nazionalismi e reazioni, cit., pp. 81-82.

(12) Ivi, pp. 83-85.

(13) Ivi, pp. 86-87.

(14) L. MANGONI, Europa sotterranea, in D. CANTIMORI, Politica e storia contemporanea, cit., pp. xiii-xlii, hic p. xxx.

(15) D. CANTIMORI, Fascismo, rivoluzione e non reazione europea, cit., e Ritorno al Medioevo e crisi di viltà, già in «Vita Nova», VIII (1932), pp. 95-97, ibid., pp. 119-123.

(16) Lettera di Delio Cantimori ad Aldo Capitini senza data (agosto o primi di settembre 1932), in G. GIANCANE, Note sulla formazione «religiosa» di Aldo Capitini: dall’amicizia con Baglietto agli «Elementi» (1932-1937), tesi, Università di Firenze, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore prof. Michele Ranchetti, pp. viii-x.

(17) D. CANTIMORI, [recensione di Le encicliche sociali di Leone XIII e Pio XI, in Vita e Pensiero, Milano, 1933], in «Leonardo», IV (1933), pp. 393-394, ora in Politica e storia contemporanea, cit., p. 705.

(18) ID., [recensione di A. VOLPICELLI, Corporativismo e scienza del diritto, Sansoni, Firenze, 1934], op. cit., p. 576.

(19) Ivi, p. 573.


Continua...

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giovedì 24 dicembre 2009

Il Fascismo di Delio Cantimori

Delio Cantimori (foto) fu uno dei più grandi storici italiani del Novecento, eppure non è noto al grande pubblico, e anche fra gli addetti ai lavori, si preferisce ricordare i suoi studi di storia moderna sugli eretici italiani del ’500, o al limite è citato come «il patriarca della storiografia marxista in Italia» (R. De Felice). Tuttavia, il suo percorso politico e intellettuale fu molto più complesso, simile per certi versi a quello di Ernst Niekisch, e non si sbaglierebbe, infatti, a collocarlo tra i rari corrispettivi italiani della Rivoluzione conservatrice tedesca. Basterebbe esaminare i suoi scritti politici (D. CANTIMORI, Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), a cura di L. Mangoni, Einaudi, Torino 1991).

Delio nacque a Russi, nel cuore della Romagna rossa e mussoliniana, nel 1904. Condusse gli studi liceali a Ravenna (1919-1922) e Forlì (1922-1924), e fu influenzato dal magistero filosofico di Galvano Della Volpe. Il suo primissimo orientamento era verso l’attualismo gentiliano. A questo periodo risale l’interesse per il Rinascimento e per la cultura tedesca, specie i romantici. Tra il 1924 e il 1929 studiò Storia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Suo padre era Carlo Cantimori, d’ardente fede mazziniana, militante del partito repubblicano, corrispondente di Alceste De Ambris, co-autore della Carta del Carnaro, e di Giovanni Gentile, indeciso nel 1922 tra il fascismo e un socialismo reducista e fiumano, infine aderente al regime dal 1926 fino alla fine. Lo stesso Delio, fin da ragazzo, ebbe una forte ammirazione per l’interventismo e appoggiò fortemente l’impresa fiumana, abbonandosi al bollettino della Reggenza del Carnaro e facendo propaganda fra i suoi compagni. Riconobbe presto nel Fascismo una forza veramente rivoluzionaria, e prese infine la tessera nel 1926, ma già nel 1924, ai tempi del caso Matteotti, si dichiarava fascista, approvando l’eliminazione di quest’ultimo, quale nemico politico.

In una lettera a Croce del 19 luglio 1926, affermava esplicitamente di seguire il Fascismo e di considerarla una religione. L’anno dopo definiva con esattezza questa religione: «quella coscienza dell’uomo moderno, consapevole del suo dovere e della sua responsabilità, ma anche del suo limite nella vita della Nazione per la quale egli è quel che è e può operare utilmente, concretamente, senza lasciarsi sviare da anacronistici ritorni a forme di vita morale (e religiosa che è lo stesso), buone per le donne e per la parte femminile degli uomini, che credono che Dio si veneri battendosi il petto ad ore fisse, e via dicendo, e non lavorando e faticando» (Politica e storia contemporanea, p. 26).

Di fatto, egli univa lo Stato etico gentiliano al nazionalismo mazziniano, rimanendo contrario sia al reazionarismo clericale e neoguelfo (ma anche contro il medievalismo ghibellino alla Evola), sia allo sciovinismo francese e al nazionalismo völkisch tedesco. Ovviamente, la sua opposizione era forte anche contro il liberalismo, considerato come sorpassato dalle grandi ideologie sociali del XX secolo. Anche nella simpatia che emerge verso gli eretici, dalle sue pagine storiografiche, si deve vedere piuttosto un intenso afflato libertario, proprio del Fascismo rivoluzionario, ovvero il rifiuto di una religione dogmaticamente e teologicamente imposta.

In politica interna, egli era naturalmente sostenitore dello Stato etico e corporativo. «A organizzazione culturale delle corporazioni, dove accanto alla cultura professionale e tecnica è unita la educazione secondo la morale di ordine e disciplina che il Governo Fascista ama accentuare come propria, appare di nuovo risposta chiara e netta ai bisogni della civiltà europea» (Politica e storia contemporanea, p. 26). In politica estera, è molto interessante il fatto che egli fosse già conscio della decadenza d’Europa, e reagisse con un vigoroso europeismo a prospettiva imperiale, che anticipava già Thiriart (foto). Inoltre sosteneva che l’Italia fascista dovesse farsi forte e diffondere il suo esempio nei rapporti internazionali. «Bisogna che noi ci assuefacciamo a questi orizzonti, e che ci consideriamo appunto perché e in quanto italiani e fascisti, banditori di un’idea universale, cittadini dell’Europa e del mondo» (articolo su «Pattuglia», 2 novembre 1929).

Altrettanto degno di nota era il suo punto di vista sostanzialmente filobolscevico, per cui rifiutava le critiche reazionarie o liberali al modello sovietico e sosteneva la necessità di un’alleanza tra URSS e Italia. Contemporaneamente, Cantimori mostrava un forte interesse per gli autori della Rivoluzione conservatrice, che studiò approfonditamente, conseguendo anche una seconda laurea in letteratura tedesca. Riguardo al nazionalsocialismo, egli apprezzava le teorie minoritarie dei fratelli Strasser, ma criticava il romanticismo politico connesso all’ideologia hitleriana. Il suo pensiero politico lo portava a opporsi sia alle posizioni conservatrici di Schmitt, sia a quelle razzialiste di Rosenberg.

Nel frattempo, insegnò ai licei di Cagliari e Parma, per essere chiamato da Giovanni Gentile all’Istituto Italiano di Studi Germanici nel 1934 e ad insegnare alla Scuola Normale di Pisa nel 1940, dopo aver ottenuto la cattedra di Storia Moderna a Messina l’anno prima. In quegli anni, maturò un certo distacco dal Fascismo, a causa della delusione per il Concordato del 1929, per l’insufficienza delle leggi corporative nel 1934, e la conseguente emarginazione di Bottai, Spirito e di altri fascisti “di sinistra”, e del progressivo avvicinamento alla Germania hitleriana, con conseguente inasprimento dell’anticomunismo. Ai primi del 1936, sposò Emma Mezzomonti, militante comunista.

In ogni caso, il passaggio dal Fascismo al Comunismo fu in Cantimori non un repentino voltare gabbana, bensì un lento e progressivo perdere fiducia in un regime che percepiva come ormai troppo poco rivoluzionario e relativo avvicinarsi ad un nuovo sistema politico-ideologico. Se già nel 1938 egli era ormai più “rosso” che “nero”, ancora nel 1941 egli scriveva su «La civiltà fascista» e fu solo nel 1948 che egli prese la tessera del PCI. In quegli anni, infatti, condusse vari studi su Marx, fino a tradurre il primo libro del Capitale (1951-52). D’altronde, non doveva durare troppo a lungo: già nel 1956, in seguito all’invasione dell’Ungheria, egli uscì dal partito, dedicandosi unicamente agli studi, fino alla sua morte (1966).

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sabato 27 giugno 2009

Jünger: L’operaio e la mobilitazione totale




L’espressione “mobilitazione totale” (totale Mobilmachung) appare per la prima volta in un omonimo articolo di Jünger del 1930, in cui se ne spiega appieno il significato. Ciò deriva dalla constatazione che la guerra mondiale è stata un tipo totalmente nuovo di guerra: «Alle guerre dei cavalieri, dei re e dei cittadini fanno seguito le guerre dei lavoratori – guerre della cui struttura razionale, e del cui estremo grado di spietatezza già il primo grande confronto del XX secolo ci ha fornito un presagio».

Il passaggio alla pace, dopo la Grande Guerra, non ha coinciso affatto con un ritorno alla vita di prima, ma è stato un processo altamente rivoluzionario, parzialmente soffocato in alcuni Paesi, come in Francia e in Germania, e portato a termine in altri, come in Italia e in Russia, dove la Rivoluzione ha instaurato un nuovo e più organico regime a vocazione totalitaria, ovvero che investe ogni aspetto della vita civile. La mobilitazione alla guerra di tutta la società, dalle masse alle élites, è stata estesa come mobilitazione bellica al lavoro in tempi di pace. Così, anche l’emergenza del Quarto Stato è stata inquadrata in modo ferreo nel corpo vivo della nazione.

Tuttavia, il vero valore della mobilitazione totale, non deriva tanto dal lato tecnico, quanto dalla prontezza e dalla coesione del popolo in questione. La chiave per compiere questo processo sta nell’effetto propagandistico, ovvero saper influire su tutti i componenti della società, al fine di coniugare le forme della civilizzazione e del progresso con la forza elementare e primigenia del popolo.

Jünger accusa esplicitamente la Germania di aver perso la guerra per non essersi saputa mobilitare per intero, ma a posteriori possiamo estendere un’accusa simile alle potenze dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale, dove l’incompletezza di una vera e propria mobilitazione totale, soprattutto nel caso dell’Italia, minò lo sforzo bellico italo-tedesco. Emblematico a questo proposito è invece un conflitto come l’intervento americano in Indocina, in cui il Vietnam del Nord seppe bilanciare l’assoluta inferiorità tecnica con una mobilitazione della popolazione pressoché completa.

L’altro grande polo della questione, è legato al tipo umano necessario e correlato al concetto di
mobilitazione totale. Ne parla il più complesso e provocatorio libro di Jünger, L’operaio: forma e dominio (ed. Guanda, trad. di Q. Principe), già commentato da studiosi d’eccezione quali Delio Cantimori e Julius Evola, e subito fatto oggetto di seminari accademici da parte di Heidegger. Nonostante il suo intento sia di fornire una diagnosi non ideologizzata, non fu immune da polemiche da parte di ampia parte della Destra tedesca, da Spengler ai nazionalsocialisti, ai nazionalbolscevichi. L’operaio è definito in maniera esatta come una Gestalt (forma), un Typus umano, situato in un quadro generale contestuale al cambiamento radicale della società avviato con le rivoluzioni industriali e l’avvento della modernità, parallelamente alla crisi del mondo borghese. Questa fase di transizione ha un carattere essenzialmente anarchico e caotico.

Riguardo quindi alla parte più propriamente descrittiva e positiva, emerge una fenomenologia dell’operaio ben delineata. Per inciso, a scanso di equivoci, vale la pena premettere come non si tratti tanto di un modello propositivo bensì, appunto, descrittivo. Anche il soldato, in questa nuova ottica, viene ricondotto come tipo a un aspetto particolare dell’operaio, che ne annuncia l’affermazione, quello militare. Non a caso, infatti, sono presenti nell’opera diversi riferimenti all’esperienza bellica. Allo stesso modo il concetto di mobilitazione totale, descritto nel saggio omonimo, da un punto di vista sociologico, si presenta come annunziatrice del dominio planetario dell’operaio.

In conclusione, esprimere il lavoro e portare a compimento la tecnica sono i caratteri essenziali di questa forma, e sono contestuali e necessari alla costruzione di un dominio ad ogni livello della realtà: sociale, economico, politico, militare, ma anche artistico e intellettuale. Inoltre, descrivendola in senso collettivo, si può parlare di costruzioni organiche, site in un rapporto organico di partecipazione con il singolo, diversamente dal contrasto insanabile borghese tra massa e individuo. In questo modo, sono poste le basi per una partecipazione totale al dominio planetario, la democrazia del lavoro, dove il lavoro svolge una funzione insieme parificatrice e gerarchizzante, in base alla quantità di lavoro espressa.

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