martedì 5 luglio 2011

Storia della cultura fascista

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», luglio 2011.


Il Fascismo ha una sua propria cultura. Il Fascismo, anzi, è cultura. Affermazione di per sé scontata, sottintesa, tautologica quasi, non appena si voglia scorrere, anche solo a passo di corsa, l’elenco degli intellettuali fascisti che quella cultura edificarono, traendola dallo spirito nuovo e rivoluzionario che informò il movimento mussoliniano: Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Sergio Panunzio, Carlo Costamagna, Carlo Curcio, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello, Angelo Oliviero Olivetti, Paolo Orano, Pietro De Francisci, Camillo Pellizzi, Armando Carlini, Francesco Orestano, Gioacchino Volpe, Francesco Ercole, Ugo Ojetti. Ma la lista potrebbe e dovrebbe allungarsi a dismisura. Insomma, il Fascismo si fregiò del contributo dei migliori intellettuali, artisti e uomini di cultura dell’Italia dell’epoca. Di che cosa stiamo parlando, quindi?

La questione, in effetti, è più complicata del previsto. Perché sino a non molto tempo fa (dalla fine della guerra sino agli anni Settanta, più o meno) l’ambiente intellettuale italiano e internazionale non solo – com’era prevedibile – tenne in dispregio quella cultura, ma addirittura la negò. Può sembrare incredibile, stupefacente, ma è proprio così. E risulta ancor più incredibile se valutiamo il fatto che questa enormità non fu propagandata solo dai commissari di partito dell’italietta serva e cialtrona nata dalla Resistenza e, soprattutto, dalle bombe «alleate», bensì da eminenti personalità dell’intellighenzia postbellica, che tra l’altro, in molti casi, della cultura fascista vissero e che talvolta quella cultura parteciparono a edificare. Note sono, per esempio, le teorie di Norberto Bobbio, Eugenio Garin, Alberto Asor Rosa, György Lukács e tanti altri, i quali negarono ogni tipo di cultura fascista, o – nella migliore delle ipotesi – al Fascismo attribuirono una cultura spuria, rabberciata, improvvisata, colonizzata talvolta dal nazionalismo talaltra dal cattolicesimo, ma sempre e comunque interpretata come sovrastruttura, superfetazione di un potere coercitivo e reazionario, e finalizzata pertanto a nascondere e camuffare la desolante realtà attraverso la sua propaganda invadente e invasiva. Fascismo, insomma, come anti-cultura.   

Nonostante questa idea fallace sia purtroppo ancora radicata in alcuni ambienti semi-colti dell’Italia di oggi (scuola, stampa, televisione, ecc.), la storiografia più aggiornata ha nondimeno fatto passi da gigante (molto spesso volutamente trascurati dalla pubblicistica odierna), grazie agli studi, ad esempio, di Augusto Del Noce, A. James Gregor, George L. Mosse, Renzo De Felice, Zeev Sternhell, Roger Griffin ed Emilio Gentile. E i risultati più interessanti di questo dibattito, oramai largamente accettati negli ambienti specialistici, sono ben riassunti nel recente e pregevole lavoro di Alessandra Tarquini, allieva dello stesso Gentile e già distintasi per un altro lodevole volume, ossia Il Gentile dei fascisti: gentiliani e antigentiliani nel regime fascista (2009). Storia della cultura fascista (Il Mulino, pp. 239, € 18), infatti, è un’opera sintetica ma efficace che ripercorre a volo d’uccello i temi, gli esponenti e le politiche principali della cultura fascista, premurandosi inoltre di demolire le mistificazioni interessate tanto di Bobbio e compagni quanto di Croce ed epigoni vari. 

I progressi della scienza storica – ben illustrati dalla Tarquini – hanno fatto giustizia, innanzitutto, della concezione crociana e liberale del Fascismo in quanto «malattia morale» alimentata dall’irrazionalismo di inizio Novecento. La potenza mobilitante del mito, così come i rituali e la liturgia del «culto del Littorio» (E. Gentile), scaturiti dal processo di progressiva «nazionalizzazione delle masse» (G. L. Mosse), infatti, non comportano minimamente l’abbandono o la svalutazione della ragione e della razionalità: come puntualizza l’autrice, in effetti, «celebrare i miti dell’ideologia del fascismo, sentendosi parte di un’esperienza collettiva religiosa, non significò essere dominati dalla furia cieca dell’irrazionalismo o costretti a comportarsi in un modo anziché in un altro perché privati della propria ragione» (p. 109). È semmai la supervalutazione e la deificazione della Ragione di matrice illuministica che i fascisti aborrivano; quella stessa cultura razionalistica, cioè, che intendeva negare la vittoria italiana con suadenti e «ragionati» richiami alla «pace perpetua» di kantiana memoria, e con la quale si voleva impedire a una generazione nata nelle trincee di costruire l’avvenire della nuova Italia.

E ad essere confutata, inoltre, è anche la teoria marxista del Fascismo come «reazione borghese e antiproletaria», esprimente una cultura demoniaca che, grazie alla prepotente propaganda, impediva alla classe operaia di acquisire la tanto agognata coscienza di classe: «oggi – spiega la Tarquini – è molto difficile trovare studiosi che adottino un’idea della cultura come strumento per indottrinare e mobilitare le masse popolari e quindi rigidamente funzionale alla lotta di classe e sempre meno consenso riscuotono quelle interpretazioni che considerano le espressioni culturali del fascismo false rappresentazioni della realtà o semplici promesse demagogiche» (p. 40).

Quel che emerge dallo studio delle opere dei principali intellettuali fascisti e dalle politiche scolastiche, educative e sociali del Regime è, invece, la natura eminentemente rivoluzionaria del Fascismo, la quale informò la propria cultura che, certamente e – aggiungiamo – giustamente, fu variegata e polifonica, ma che nondimeno si presentava coerente, unitaria e solida nelle sue aspirazioni di fondo: edificare lo «Stato nuovo» fascista, grazie a una «rivoluzione antropologica» (alla formazione, cioè, di un «uomo nuovo»), in grado di compiere in una rivoluzione permanente la missione universale della «terza Roma», fondatrice di una «nuova civiltà». Una rivoluzione che stavolta, però, doveva essere realizzata e intimamente vissuta da tutto il popolo, rimarginando così l’antica ferita lasciata aperta dal Risorgimento (ossia il mancato inserimento delle masse nello Stato); una rivoluzione che, in un’epoca di «politicità integrale» (C. Schmitt), doveva porre la politica al di sopra di tutto (in particolare dell’economia) e infondere di sé l’intera comunità nazionale mobilitandola in un progetto organico e totalitario.

Di qui il genuino carattere moderno dell’esperimento politico-culturale fascista che, realizzando una spietata critica della Rivoluzione francese e degli «immortali princìpi» dell’89, non intendeva tuttavia negarne gli aspetti positivi, come l’eliminazione delle caste nobiliari e del retaggio feudale e l’affermazione delle masse popolari nella storia. Non si trattava, pertanto, di una reazione o di un ritorno a un passato arcadico e bucolico, bensì di una modernità cambiata di segno, una modernità italiana e fascista.

Che il Fascismo non fosse una mera variante del nazionalismo, inoltre, lo si rileva in particolare dal concetto gentiliano di «Stato etico» che Mussolini volle indicare come perno centrale della dottrina fascista: rifiutando la concezione deterministica e naturalistica propria del nazionalismo, che vorrebbe la nazione un a priori, un «fatto bruto» che trascende la volontà del singolo e dello Stato, il Fascismo la intende invece come una creazione incessante, frutto di un approccio volontaristico e quindi libero: è lo Stato che, in quanto etico e dunque autodeterminantesi, crea la nazione, e non già viceversa. Fascismo, pertanto, come movimento creatore, faustiano, attivo, interventista, proiettato nel futuro che ha liberamente scelto di edificare (cap. IV).

Un altro pregiudizio che la Tarquini demistifica, poi, è quello secondo cui molti intellettuali parteciparono all’elaborazione della cultura fascista perché incoscienti o perché costretti. Si tratta di una volgare «defascistizzazione retroattiva» di molte grandi personalità che il consesso democratico non riesce ad accettare in quanto intelligenti, colte e, al contempo, fasciste: vediamo così, ad esempio, un Gentile «tradito» e vittima di un «abbaglio» (E. Garin) o un Bottai che diventa fascista «critico» (G. B. Guerri). Al contrario – sostiene la studiosa – «in tutti i settori, fra le realtà culturali più diverse, dai percorsi biografici più disparati, gli artisti e gli intellettuali italiani contribuirono nella loro maggioranza all’espressione della cultura fascista e alla costruzione del regime totalitario: furono cioè pronti a offrire il loro sapere, il loro talento, la loro energia alla causa della politica» (p. 225).

In questa stessa ottica, viene rigettata altresì la tesi tanto cara ai cosiddetti «redenti» (espressione coniata da Mirella Serri per indicare quegli intellettuali che nel dopoguerra tentarono di rifarsi una verginità politica) secondo la quale i Guf e i Littoriali della cultura rappresentarono per i fascisti della nuova generazione una «palestra di antifascismo». Ad onta dei «lunghi viaggi» alla Ruggero Zangrandi, quindi, è stato provato che i giovani, nati ed educati dal Regime, «non solo non furono fascisti critici, ma semmai furono più fascisti degli altri: in nome del fascismo, infatti, attaccarono gli indirizzi moderati che rintracciavano nella politica degli anni Trenta chiedendo di proseguire lungo la strada della fascistizzazione della società e dello Stato e combattendo contro chi, secondo loro, ostacolava la realizzazione del progetto originale e rivoluzionario» (p. 159). Di più: essi furono «i testimoni più autorevoli della riuscita di quell’esperimento totalitario che fu il fascismo» (p. 230).

Insomma, sono tante le tematiche che affronta la Tarquini in questo saggio che, certamente, costituisce un’ottima opera propedeutica allo studio e alla conoscenza della cultura fascista. Una cultura che, ancora oggi, viene cialtronescamente e furbescamente negata da alcuni gazzettieri d’accatto, così come essa – mancanza imperdonabile! – è poco o mal conosciuta da coloro stessi che del Fascismo si dichiarano – a torto o a ragione – eredi. E invece, studiando i massimi esponenti culturali del Regime, non si può che rimanere stupefatti dalla ricchezza e dalla profondità della cultura fascista, la quale si occupò, tra l’altro, delle più gravi sfide storiche che l’epoca presentava e che in molti casi, mutatis mutandis, risultano tutt’oggi quanto mai attuali. Si tratta, quindi, di un patrimonio che non deve assolutamente andar disperso o anche semplicemente relegato alle sole e anguste aule accademiche, ma che deve essere al contrario lasciato libero di respirare nel e con il mondo. Con buona pace di vestali dell’antifascismo e di «democratici sinceri». Sinceramente inutili…

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martedì 21 giugno 2011

«Riprendersi tutto»: la voce delle «idee senza parole»

L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», giugno 2011.


In principio era la Carne. Poi, solo poi, venne il Verbo. Non si è partiti dalla Repubblica platonica, dalla Bibbia o dal Capitale di Marx. Non si è partiti, cioè, da un’astratta teoria da rendere prassi. Niente di tutto ciò: prima nasce CasaPound, la sua azione metapolitica, mitopoietica e politica, e dopo, allorché se ne è avvertito il bisogno, è uscito Riprendersi tutto di Adriano Scianca (SEB, pp. 381, € 20), che rappresenta sostanzialmente una «messa a punto», un’istantanea del percorso ideale del movimento casapoundiano. Questo libro infatti – ci tengo a precisarlo per i malevoli – non è assolutamente il prodotto dell’intellettuale illuminato e dell’ideologo prezzolato che tenta di dare una patina civile e rivoluzionaria ai barbari rozzi e reazionari, così come quest’opera non è – e questo lo dico ai pigri della mente e dello spirito – la cristallizzazione in Sacra Scrittura di un pensiero che, in quanto rivoluzionario, è invece dinamico e in costante divenire, che non è pertanto un fatto ma un incessante farsi.

Il grande merito dell’autore, in effetti, è stato quello di non rinunciare alla propria individualità e al proprio estro – come si evince dai tanti riferimenti dotti e puntuali (ma mai invadenti o supponenti) – e, al contempo, di rendere questo libro un’opera «corale», descrivendo cioè la Weltanschauung dei casapoundiani soprattutto con il ricorso alle interviste ai militanti, alle canzoni della musica non conforme e, talvolta, addirittura ad allegre chiacchierate al Cutty Sark dalla saggezza e dal sapore «etilico».

Una scelta felice, inoltre, si è rivelata la struttura del libro stesso, ossia la successione e la declinazione delle parole-chiave che illustrano questa singolare «rivoluzione in atto»: rivoluzione dello spirito, del linguaggio e dell’azione. Si tratta di significanti abusati e distorti che, grazie all’afflato creatore dei suoi parlanti, assumono ora significati dall’eco così arcaica e al contempo così nuova, moderna, rivoluzionaria: è, in definitiva, un riappropriarsi dell’Origine (dell’archè, appunto) al fine di proiettarla, potenziata, nell’avvenire come progetto e missione, giacché «porsi in cammino verso l’origine significa andare avanti, non indietro; significa decidersi per un progetto che investe integralmente il nostro destino» (p. 196).

Il percorso di CasaPound infatti, ben descritto nel libro, è caratterizzato dall’uscita definitiva e senza troppi rimpianti dal ghetto del neofascismo sclerotizzato e sepolcrale; rappresenta la ricerca, in mare aperto su nave corsara, della propria origine: una ricerca che, però, è un continuo progredire verso il futuro, verso una nuova aurora. Se la destinazione è ignota, la rotta è nondimeno guidata da salde coordinate, lo sguardo è sempre fisso alla stella polare: non si naviga a vista, non si fa cabotaggio; la bussola non ha perso il suo magnete. La voce «fascismo», infatti, è un piccolo gioiello in cui l’autore ben illustra lo spirito ardente che fa pulsare il cuore delle tartarughe frecciate: uno spirito che ha una «dimensione estetica, simbolica, esistenziale, prima che politica», che è stile prima ancora di essere dottrina, che è fondazione e volontà storificante prima d’essere architettura statuale, che è «volontà di grandezza, di potenza, di bellezza, di eternità, di universalità» (p. 162). È, in definitiva, sogno vissuto e incarnato, mito mobilitante e in-formatore, giammai amministrazione meccanica. 


Che in CasaPound convivano l’antico e il moderno, l’hic et nunc e l’eterno, d’altronde, lo si rileva già da un epiteto, attribuito loro da un giornalista, che ai casapoundiani non è mai dispiaciuto («fascisti del Terzo millennio»), così come dalla monumentale epigrafe marmorea in basso rilievo che si staglia imponente sopra il portone del nr. 8 di Via Napoleone III. Ed è proprio qui, nel marmo baciato dal sole, che si sconfigge la palude, è qui che l’aratro traccia il solco del destino e della storia, è qui che si fonda una civiltà, si crea un mito.

Ma sono veramente tante altre le voci che sorprenderanno coloro che poco o mal conoscono Cpi, quali ad esempio «cultura», «destra», «donna», «identità», «immaginario», «valori», ecc. Illustrando la visione del mondo della tartaruga frecciata, infatti, Scianca, con notevole acume, demolisce ad uno ad uno tanto i «viaggi mentali» del neofascismo terminale quanto gli stereotipi deformati e deformanti della vulgata antifascista. E soprattutto, oltre a bonificare questa venefica melma palustre, l’autore riesce nell’arduo compito di dar voce a queste spengleriane «idee senza parole». Idee che, prima di tutto, sono attive, affermative, positive, creatrici (e quindi poetiche), sono idee lanciate all’assalto. Sono idee fatte di carne.

In principio era la Carne. «Incarnare»: questa è la parola d’ordine dell’etica casapoundiana. È incarnando il proprio mito e il proprio destino che si fa la storia, che si diventa – per dirla con Marinetti – «costruttori d’avvenire». È così che si è esempio, che si è rivoluzione.

Un esempio sui tanti? Parlando giusto poco tempo fa con una persona di grande cultura, ma purtroppo intrisa di radicalismo chic e salottiero, il discorso si era incentrato sull’italianità e sul sentimento d’unità nazionale (uno dei pilastri, cioè, del casapoundismo), e mi si diceva che gli italiani hanno una storia troppo diversificata che impedisce loro qualsiasi sintesi unitaria. In questo senso, mi si chiede che cosa fa CasaPound per realizzare l’unità morale della nazione, che cosa fa nell’hic et nunc. Al che espongo l’esperienza – tra l’altro abbastanza mediatizzata – di Poggio Picenze, ossia del progetto che assunse il significativo nome di «fratelli d’Italia»: Cpi in quell’occasione, infatti, non aiutò la popolazione terremotata in nome di un vago filantropismo, così come non si presentò ad essa per elargirle mortificanti elemosine. Le tartarughe frecciate erano lì, invece, per far sentire il proprio calore a un popolo che sentivano fratello, perché italiano, perché fatto della stessa carne e dello stesso sangue: l’Italia, in quel momento, si faceva lì, era lì. È qui, allora, che cadono gli alibi, che la supponente retorica fa posto al silenzio più eloquente, che lo sguardo, pocanzi altero e sicuro, si abbassa.

Ad ogni buon conto, Riprendersi tutto – oltre all’esposizione organica e allo stile piano e incalzante, che già di per sé lo rendono quanto mai prezioso e godibile – rappresenta a mio parere molto più di un libro, specialmente per i tanti militanti della tartaruga frecciata, perché in alcuni casi può disvelar loro in tutta chiarezza ciò che prima avevano capito e vissuto attraverso l’intuizione, la fascinazione e l’esperienza: più che di un semplice libro, infatti, si tratta di un’altra coordinata da aggiungere sulla bussola, di un punto di riferimento ulteriore per una consapevolezza a 360°, che – si badi bene – non deve trasformarsi né in un manuale d’istruzioni né in un Verbo rivelato, causando così tic e ricorsi autistici all’ipse dixit. Perché Riprendersi tutto – ripeto – non è il punto di arrivo di una percorso, bensì solamente una tappa, un atollo a cui si è fatto scalo prima di salpare nuovamente verso altre acque e altri arrembaggi. Perché la rivoluzione è continua, è permanente: è, come recita il sottotitolo dell’opera stessa, una «rivoluzione in atto».

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giovedì 17 marzo 2011

Viva l’Italia, la Semprerinascente!

CANTO AUGURALE ALLA NAZIONE ELETTA

(dall’Elettra, secondo libro delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi)




Italia, Italia,
sacra alla nuova Aurora
con l’aratro e la prora!

Il mattino balzò, come la gioia di mille titani,
agli astri moribondi.
Come una moltitudine dalle innumerevoli mani,
con un fremito solo, nei monti nei colli nei piani
si volsero tutte le frondi.
Italia! Italia!

Un’aquila sublime apparì nella luce, d’ignota
stirpe titania, bianca
le penne. Ed ecco splendere un peplo, ondeggiare una chioma...
Non era la Vittoria, l’amore d’Atene e di Roma,
la Nike, la vergine santa?
Italia! Italia!

La volante passò. Non le spade, non gli archi, non l’aste,
ma le glebe infinite.
Spandeasi nella luce il rombo dell’ali sue vaste
e bianche, come quando l’udìa trascorrendo il peltàste
su ’l sangue ed immoto l’oplite.
Italia! Italia!

Lungo il paterno fiume arava un uom libero i suoi
pingui iugeri, in pace.
Sotto il pungolo dura anelava la forza dei buoi.
Grande era l’uomo all’opra, fratello degli incliti eroi,
col piede nel solco ferace.
Italia! Italia!

La Vittoria piegò verso le glebe fendute il suo volo,
sfiorò con le sue palme
la nuda fronte umana, la stiva inflessibile, il giogo
ondante. E risalìa. Il vomere attrito nel suolo
balenò come un’arme.
Italia! Italia!

Parvero l’uomo, il rude stromento, i giovenchi indefessi
nel bronzo trionfale
eternati dal cenno divino. Dei beni inespressi
gonfia esultò la terra saturnia nutrice di messi.
O madre di tutte le biade,
Italia! Italia!

La Vittoria disparve tra nuvole meravigliose
aquila nell’altezza
dei cieli. Vide i borghi selvaggi, le bianche certose,
presso l’ampie fiumane le antiche città, gloriose
ancóra di antica bellezza.
Italia! Italia!

E giunse al Mare, a un porto munito. Era il vespro.
Tra la fumèa rossastra
alberi antenne sàrtie negreggiavano in un gigantesco
intrico, e s’udìa cupo nel chiuso il martello guerresco
rintronar su la piastra.
Italia! Italia!

Una nave construtta ingombrava il bacino profondo,
irta de l’ultime opere.
Tutta la gran carena sfavillava al rossor del tramonto;
e la prora terribile, rivolta al dominio del mondo,
aveva la forma del vomere.
Italia! Italia!

Sopra quella discese precìpite l’aquila ardente,
la segnò con la palma.
Una speranza eroica vibrò nella mole possente.
Gli uomini dell’acciaio sentirono subitamente
levarsi nei cuori una fiamma.
Italia! Italia!

Così veda tu un giorno il mare latino coprirsi
di strage alla tua guerra
e per le tue corone piegarsi i tuoi lauri e i tuoi mirti,
o Semprerinascente, o fiore di tutte le stirpi,
aroma di tutta la terra
Italia! Italia,
sacra alla nuova Aurora
con l’aratro e la prora!

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mercoledì 2 marzo 2011

In picchiata su Linate: gli ultimi minuti di vita di Enrico Mattei (2)

La prima parte: leggi qui.



McHale riprende: «E sulla distribuzione ci siamo. Manca però l’approvvigionamento. Se in Italia si trovavano solo ‘pozzanghere’, come avete fatto a rendere stabili e costanti le forniture?».
«Alcuni suoi illustri connazionali mi etichettarono a dovere: “petroliere senza petrolio”. Erano i primi mesi all’Agip, ingenuamente andai alla ricerca di petrolio e gas da chi bramava mettere le mani su ciò che non avevo la benché minima intenzione di smantellare. Fu una riunione molto rapida, appena mi resi conto della loro altezzosità che non avrebbe mai prestato ascolto a chi gli aveva rovinato la torta, mi alzai, salutai cortesemente e ripresi l’aereo verso casa. Decisi, testone come sono, a fare tutto da solo».
«Eppure, non avevate di tecnologie per portare avanti un’attività di questo tipo».
«Avevano il coraggio e la volontà. Ora posso dire che ci sono bastati».
«Lei ha sfidato il potere di compagnie che muovono il mondo».
«È per questo che ora stiamo volteggiando in aria, non crede? Le soprannominai ‘Sette Sorelle’, una famiglia di rapporti incestuosi. Potenti, potentissime. I capi di Stato e di governo si inchinavano in loro presenza. Sfruttai questo loro punto di forza».
«È quindi giusto dire che le ha sfidate?».
«In realtà no. Non sfido, non vado di reazione. Io agisco. Mi resi conto che in quel rapporto di superiorità rispetto alla politica potevo trovare lo spiraglio per inserire l’Eni».

McHale è confuso: «E come?».
«Mi sono impegnato nel dare un volto a contesti che, nella crisi che li attanagliava dagli anni ’50, potevano trovare un’occasione di riscatto e diventare forze storiche. Vede, le grandi compagnie offrivano percentuali ridicole sui ricavi grazie alle pressioni politiche. Io, che non potevo puntare sulla spinta di appoggi politici dello stesso calibro, decisi di agire sullo sviluppo sociale ed economico di quei paesi. Se le sette sorelle offrivano il cinquanta e cinquanta, perché non offrire il venticinque percento in più? Tre quarti a loro, ne avevano il diritto. Il resto a noi e niente intermediari. Abbiamo bisogno di idrocarburi e abbiamo l’Eni: ce lo andiamo a prendere senza elementi che si frappongano a parassitare percentuali sui contratti. Lineare, no? È un ragionamento cinico, lo so ma allo stesso tempo di giustizia, di sovranità di entrambe le parti e che spiazzò l’architettura su cui il sistema si reggeva . L’Italia ha una posizione geopolitica di prim’ordine che ci chiedeva di essere sfruttata, mentre i paesi con cui interloquivamo disponevano di risorse che servivano a noi quanto a loro. Ci si capiva in un batter d’occhi perché, nonostante la decolonizzazione, non potevano dirsi ancora liberi e neanche noi lo eravamo. C’era una solidarietà di fondo tra loro e l’Italia, un’affinità che nasceva da una simile situazione di partenza. Il vantaggio era reciproco e il mio sistema delle quote ha fatto scuola, tanto che due anni fa i paesi produttori si sono consorziati per spuntare contratti sempre migliori. È stata una reazione a catena che mi vanto di aver avviato. Un domino devastante perché minò alle fondamenta l’intera impalcatura del cartello».

«A questo si devono i vostri successi nell’ottenimento delle forniture?».
«Principalmente sì, al rispetto che ho per le persone e per i paesi, più che per il petrolio o per il denaro in sé. Anche su questo eravamo in sintonia. Inoltre, accettavamo di accollarci l’intero onere del rischio. Il contratto sarebbe stato siglato alle condizioni che le ho detto solo dopo che l’Eni avesse portato a compimento – a nostre spese e, possibilmente, con successo – le operazioni di trivellazione di ricerca. Conto sulle dita di una mano gli accordi, sottobanco o alla luce del sole, che non siamo stati in grado di portare a conclusione. Un miracolo visto che potevamo fare affidamento su noi stessi e basta».

«Si comincia con l’Iran».
«E proseguimmo con Giordania, Tunisia, Libia, Libano, Algeria e Marocco».
«L’Unione Sovietica…».
«Anche. Ricordo ancora le reazioni scomposte: chi mi accusava di apertura al demonio, chi di non seguire la dottrina. Il tramite dell’operazione fu Luigi Longo, segretario del Partito Comunista che mi diede l’opportunità di incontrare Nikita Chruščëv. Lo conobbi durante la resistenza e, nonostante il divario a livello – tra molte virgolette – “ideale” che ci separava allora come oggi, mi aiutò di buon grado. Della dottrina non mi interessava. L’Italia aveva bisogno di petrolio, l’Unione Sovietica di tecnologie estrattive e di trasporto. Era fatta: a loro 100 milioni di dollari di forniture industriali da aziende Italiane, a noi 100 milioni di dollari di petrolio, più di un terzo del fabbisogno nazionale dell’epoca. Viste le cifre, avremmo ribassato delle grasse percentuali sui prezzi di cartello delle sette sorelle con vantaggi incalcolabili per le Finanze dello Stato e le tasche dei cittadini. Solo dei fessi non avrebbero consentito l’accordo che è stato siglato, ma dopo oggi dubito potrà avere un futuro all’altezza delle aspettative».
«Perché?».
«Perché non è una accordo commerciale. Il mondo a Yalta è stato diviso in due zone d’influenza, con l’Europa smembrata e lasciata terra di conquista. L’Italia si sta ponendo al centro e Fanfani sta lavorando – per quel poco che gli è concesso – ad una posizione di mediazione che tenti di distendere il probabile conflitto e, nel mentre, cercare di far emergere sullo scacchiere il nostro paese. Non può fare tutto da solo e infatti ha, o meglio: aveva, me».
«Pensa che la tela tessuta sin ora possa disgregarsi?».
«L’aereo in fiamme è un ottimo avvertimento. Non sarà l’unico».

«Proseguiamo sulle forniture: l’Egitto».
«Uno dei nostri migliori interlocutori. Nasser è realmente un uomo libero, di giustizia, che non si fece alcun problema a nazionalizzare l’asset più importante del suo paese: il canale di Suez».
«Condusse il suo paese in guerra».
«Era necessaria».
«Alcuni hanno notato una rassomiglianza tra voi».
«C’era. L’ho capito quando mi resi conto che bastava uno sguardo per intenderci».
McHale fa un mezzo sorriso: «Giordania, Egitto, eccetera… di quell’area manca però un paese».
«Quale?».
«Israele».
«Ha petrolio?».
«Poche riserve».
Mattei strizza l’occhio: «bene, allora non ci interessa. Chiusa qui».

«Torniamo in Italia?»
«Meglio».
«Torniamo all’Eni».
«Meglio ancora».
«Perché, dopo aver preso in mano l’Agip e averla ri-fondata, non ha deciso di vendere? D’altra parte era il suo compito, forse modificato dagli eventi ma pur sempre la ragione per cui è stato messo al timone dell’azienda pubblica».
«Dice bene: azienda pubblica».
«Quindi?».
«Azienda, pubblica. In primis: azienda, che ho condotto, salvato e sviluppato. L’azienda pubblica, prima di essere pubblica, è azienda e non un ente di beneficenza. In primis, quindi, rigore di bilancio e di gestione. Dopo un primo periodo in cui elemosinavo prestiti e li garantivo con le mie proprietà industriali e personali, sono poi riuscito a fare un ottimo lavoro. In secundis: pubblica. Azienda pubblica, le suona meglio adesso? Se non avesse un compito ben oltre la contabilità, sarebbe una società anonima o una società per azioni, siamo d’accordo? Invece siamo di fronte a qualcosa che va oltre il bilancio da chiudere il 31 dicembre».
«Temo di non capire».
«Vedo lontano chilometri che la sua formazione è lontana da tutto questo. Si metta tranquillo, non siamo in un regime di socialdemocrazia assistenzialista. L’azienda pubblica non è un ospizio di carità, come ebbe a dire il presidente Einaudi. Nemmeno è un’azienda che deve staccare dividendi per far contento qualche ricco annoiato che decide di scommettere sul corso dei suoi titoli. Se l’economia è politica, l’azienda pubblica è uno strumento della politica. Se la politica deve tradursi in sovranità ed indipendenza, come nella mia concezione, l’Eni ha alcune chiavi nel percorrere questo sentiero. Senza Eni, senza l’industria pubblica, la politica resterebbe sul ramo legislativo senza aver alcun grimaldello per intervenire nella società, nelle relazioni industriali, in quelle diplomatiche».
«Sta dando ragione a chi indica nel consiglio di amministrazione dell’Eni un governo ombra».
«Ma quale governo ombra! Io lavoro per il governo Italiano, sono a tutti gli effetti un loro dipendente e, per quel che faccio e rischio, non prendo neanche chissà che stipendio. Ho certo una forte autonomia, ma sta a Palazzo Chigi staccare l’assegno a fine mese. Sono un funzionario come altri, con una testa dura e un’idea di Stato diversa da quella che possono avere i membri del Consiglio dei Ministri».
«Di privatizzazione quindi non se ne parla?».
«Quando se ne parlerà vorrà dire che chi di dovere avrà fatto il suo sporco gioco e si dovrà ricostruire da zero la sovranità e l’indipendenza dell’Italia».
«Parla come se fosse il ministro degli esteri».
«Me lo chiedo anche io ogni tanto. Sarà che, forse, sotto sotto, la politica estera dell’Italia la facciamo a Metanopoli e non di fianco lo stadio Olimpico?».

«Sovranità è una parola ricorrente. Che significa?».
«Avere la possibilità di scegliere in autonomia la strada verso il proprio futuro. Il futuro non appartiene a chi lo decide, il futuro va preso e creato dall’oggi: la sovranità è uno stato della mente prima che una prassi politica. La sovranità è ciò che tiene unite le membra e costituisce il fondamento dello Stato, di ogni Stato. Sul lato pratico, un ruolo-chiave è assegnato al settore dell’energia che stavo faticosamente cercando di ricostruire».
«In che modo?».
«Centralizzando. Provi a riflettere: Eni, ente nazionale idrocarburi; si riferisce ad un solo ambito. Provi a riflettere su questa altra sigla: Ene, ente nazionale energia. Un organismo unitario, a completo controllo pubblico, cui è riservata la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica, del gas, del petrolio e a cui è assegnato il monopolio sui carburanti. In quest’ottica si inquadrano anche gli investimenti che stiamo operando nel nucleare, la fonte con la F maiuscola, il futuro per decenni a venire: e non esagero. In Italia vi è una crescente domanda di energia, la centralizzazione può essere l’unico modo sia per soddisfarla che per veicolare uno sviluppo armonico e uniforme dell’intero paese, a prezzi accessibili per tutti».
«Se si oppone alla privatizzazione, chiude la porta anche alla liberalizzazione del settore?».
«In economia gli ‘assoluti’ sono rari e, tra questi, uno è il monopolio naturale. Viste le infrastrutture necessarie, le pare che tanti e troppi operatori sarebbero in grado di sostenere le immani spese d’investimento e di gestione? Le opzioni sono due: si delega ad un unico operatore privato, straniero magari, lasciandolo libero di fare il bello e il cattivo tempo; o si assegna il controllo allo Stato. Non uno Stato qualunque ma uno Stato il cui governo e i cui dirigenti abbiano ben presenti le priorità del momento storico. Uno Stato in cui i compiti sono assegnati ad élites in grado di interpretare le necessità».
«Intende uno Stato etico?».
«Lo chiami come vuole. A me non interessano le definizioni, interessano gli obbiettivi e i risultati».
«Se prospettassi una situazione simile negli Stati Uniti mi prenderebbero per un bolscevico e rischierei l’internamento».
«Perché voi siete un paese sovrano, il vostro esercito e la vostra ragnatela diplomatica vi coprono le spalle. Noi no e abbiamo bisogno delle armi contrattuali, dell’industria pubblica, della garanzia di accesso a beni che stanno diventando di largo consumo e basilari per lo sviluppo economico».

«Si è fatto molti nemici?».
«Guardi lei, il nostro aereo è appena esploso».
«L’ultimo, in ordine di tempo?».
«Qualche mese fa Indro Montanelli, dietro pressione di qualcuno che gli ha passato documenti interni, ha avviato una campagna di stampa contro l’Eni, facendo leva sulle leggi infrante e così via. Da un punto di vista giuridico ha tutte le ragioni del mondo, ma penso non abbia ancora intuito per chi e per cosa stiamo lavorando».
«Anche lei ha un giornale, poteva rispondere».
«Si, ho fondato e sostenuto “Il Giorno” con distrazioni dal bilancio dell’Eni. La sua funzione voleva essere di propaganda, non dell’Eni ma di fiducia e per informare gli Italiani di quanto si stava facendo. Mi sono trovato costretto a usarlo ad arma difensiva, visti gli attacchi che provenivano da tutte le parti».

«A proposito di distrazioni dal bilancio, quanto c’è di vero sul finanziamento ai partiti?».
«Non sono dogmatico e mi posso permettere di considerare i partiti, se disponibili ad aiutarmi dal PCI al Movimento Sociale, come dei taxi. Salgo, pago la corsa e scendo. Senza pregiudiziali ideologiche. Lei forse, prima di prendere un taxi, chiede se l’autista ha votato Democratico o Repubblicano?».
«No, certo che no».
«Per l’appunto».
«Certo che la differenza tra un partito ed un taxi è abissale».
«In cosa? Siamo in una democrazia delegata, gli uomini di partito altro non sono che dei veicoli».
«Se ha una così bassa considerazione degli istituti politici Italiani, perché li finanzia?».
«Perché sono purtroppo gli unici che possono, anzi potevano – visto lo schianto che stiamo per fare – finanziare – a livello politico s’intende – il mio progetto che ha nell’Italia e non in qualche gruppo esterno la sua centralità strategica».
«Sarà realizzato?».
«Fanfani ha in serbo qualcosa, ma fa il vago. Tempo qui ad un mese giocherà l’asso. Ne sono convinto, mi fido di lui vista la scuola dalla quale proviene».
Bertuzzi sorride, compiaciuto: «qualche anno fa, diciamo una ventina non avresti detto lo stesso».
«Forse, ma sono abile a cambiare idea quando serve», gli risponde Mattei con l’ironia e la simpatica spietatezza che lo contraddistinguono.

McHale riprende: «Ha mai avuto paura, per lei e per la sua famiglia?».
«Ancora? Il nostro aereo è appena esploso».
«Quindi ne ha avuta».
«Non si trattava di paura. La paura e la fobia sono per i deboli di spirito, io al contrario ero convinto della strada intrapresa e sapevo di essere nel giusto. Allo stesso tempo ero conscio che avrei potuto finire male. Avevo ragione e ne vado fiero: significa che ho lavorato bene».

L’effetto della decompressione sta svanendo.
«Siamo arrivati alla fine?», chiede adombrato McHale, forse rattristato dal dover chiudere la più importante e bella conversazione della sua vita.
«Penso di sì», rispondono insieme Mattei e Bertuzzi.
«Chi la sta uccidendo?»
«“Tutti” le va bene come risposta? Ho pestato i piedi a troppe persone, ho una memoria di ferro per ricordarmi le offese subite e sono sempre riuscito a presentare il conto. Mi creda, passeranno anni prima che dicano chiaramente che ci hanno fatto saltare. Tempo qui a pochi mesi gli atti giudiziari parleranno di un banale guasto allo spinterogeno o qualcosa di simile, e archivieranno il tutto come un problema di manutenzione. Qualcuno, probabilmente innocente o con un ruolo non più che marginale, sarà condannato e vivranno tutti felici e contenti».
«Chi sono i personaggi peggiori che lei ha incontrato o scontrato?».
«In ordine?».
«Classifica, fa sempre numero».
«Cefis».
McHale lo interrompe: «c’è anche lui dietro?».
«Può essere, è probabile ma ormai non mi interessa. Che sia stato lui a mettere l’esplosivo, che sia il mandante, che sia assolutamente estraneo e abbia magari cercato di avvisarmi, rimane il peggio nella storia dell’Eni e penso, in prospettiva, anche dell’Italia. Il mio più grande errore: visto da dove proveniva e vista la formazione di scuola atlantica, non avrei mai dovuto assumerlo. Dal rumore di queste lamiere che si contorcono sento che sarà lui, appena gli sarà possibile, a prendere il mio posto. Farà carriera perché ha potenzialità ed entrature politiche, finanziarie e culturali, ma sarà il requiem dell’Eni per come l’ho voluta costruire».

«Qualcuno intravede dietro Cefis l’ombra di Fanfani».
«Balle e complottismo d’accatto. Si frequentano, come posso frequentare io l’ambasciata Americana e allo stesso tempo quella Sovietica. Vista la carica di dirigente pubblico sarebbe strano il contrario.
Al secondo posto Sturzo, da quando ho scelto di non privatizzare l’Agip se l’è legata al dito. Non parliamo poi delle Officine Pignone! Non statalismo, interclassimo, comunismo bianco e marxismo spurio blabla… Dopo il loro salvataggio divennero un polo d’eccellenza nel settore delle tecnologie estrattive e dell’impiantistica petrolifera. Nel mentre, abbiamo salvato migliaia di posti e migliaia di famiglie dalla miseria. Chi ha avuto ragione?».
«Lei e La Pira».
«Sbagliato: ha avuto ragione il lavoro, ha sempre ragione perché mobilita per uno scopo. I miei uomini ne erano consapevoli».
Bertuzzi applaude, il giornalista è sbalordito e cerca in un attimo di recuperarsi: «Montanelli?».
«È un’antipatica zanzara estiva che ronza attorno la mia testa. Non provo rancore per chi non comprende. Che Travaglio di persona…».

«Per inciso: il futuro dell’Eni?».
«Non dipende da me. Non dipende nemmeno da una qualche volontà divina. Dipende dagli uomini, gli unici deputati a scrivere il suo – e il loro proprio – destino. Su Cefis stendiamo un velo pietoso. Siamo fortunati: non è immortale e l’Eni gli sopravvivrà in qualche modo, nonostante tutto quel che sarà in grado di dis-fare.
Con noi l’Italia ha in parte rotto la condizione di nanismo geografico e politico in cui era stata confinata dopo la sconfitta nella guerra. Prima o dopo, forse ci vorranno decenni, qualcuno se ne accorgerà e allora l’Eni tornerà ad essere uno dei motori della nostra affermazione e della ricerca di uno spazio vitale per il paese».

«Torniamo in tuffo tra i personaggi. I migliori?».
«Nasser, già gliene ho parlato. Fanfani, equilibrista tra gli interessi imposti dal vostro paese e volontà più o meno nascosta di assecondarmi. S’inventò pure il termine “neoatlantismo” a dire che il suo non era uno sganciamento ma un ripensamento della nostra posizione; bella operazione di trucco e parrucco, da morir dal ridere.
Giorgio la Pira, amico e artefice dello sviluppo delle Pignone nonché graditissimo consulente. Idealista nell’animo e allo stesso tempo pragmatico nella prassi, fu il primo a spronarmi a volgere lo sguardo verso il Medio Oriente.
A livello ideale, chiunque abbia a cuore la sovranità. Mi sono sempre trovato a mio agio con gli uomini indipendenti e al di sopra dei miseri giochi. Puoi fare affari con loro senza pensare che possano tradirti quando gli dai le spalle. Se sono liberi, e lo sono e lo restano, sono uomini di parola. Possono controbattere, tessere nell’oscurità, accordarsi sottobanco: è la politica, non riconoscerlo è porsi fuori gioco da soli, soprattutto quando hai a che fare con chi in queste bassezze fonda il suo imperio. Non divagheranno però, mai! Non ti daranno mezze risposte. Uomini che hanno fatto la guerra, volontari e consci dei rischi messi in gioco, aldilà della parte con cui erano schierati. Sinceri fino in fondo».

Il silenzio alla fine di queste parole. I volti sono rasserenati dal chiaro di luna sopra la tempesta. Mattei sorride, si scosta e raggiunge il frigobar del Morane Saulnier su cui sono ancora in volo: «gradite un Martini?».
«For sure!», risponde McHale.
«Aggiudicato – fa eco Bertuzzi ancora al suo posto di comando – ghiaccio e limone».
«Vada per un brindisi allora. All’Italia. All’Eni, alla Sovranità!».
«A Enrico Mattei!».
«A Noi!».

Nei pochi istanti prima della fine, McHale ha un pensiero per quell’uomo con cui ha condiviso il suo ultimo viaggio. Ha riunito l’Italia all’Eni: Fascisti, volontari della Repubblica Sociale, democristiani e partigiani. Un esperimento di organicità su piccola scala, ardito quanto di successo. La sua dinastia, il suo coraggio e la sua volontà finiranno con lui, pensa. Lascerà un grande rimpianto nei cuori di chi lo ha amato e in quelli di chi ha lavorato per lui. Un filare di pioppi piegato, gli occhi di pochi contadini poi ridotti al silenzio, fiamme che squarciano il buio. L’Italia lo rimpiangerà, forse già tra pochi anni quando l’esplosione dell’aereo sarà ripetuta nelle piazze, nelle stazioni, sui treni, nelle banche. Il cherosene avrà l’odore delle pietre della corona della regina, dei limoni della sponda est del Mediterraneo, di lembi di tessuto a stelle e strisce. L’Italia si ritroverà terra di nessuno. Sarà la triste sorte di gloria degli inattuali.

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giovedì 24 febbraio 2011

In picchiata su Linate: gli ultimi minuti di vita di Enrico Mattei

Romanzo breve di Filippo Burla




«Una ventina di anni fa ero un buon cacciatore e andavo molto spesso a caccia. Avevo due cani, un bracco tedesco e un setter e, cominciando all'alba e finendo a sera, su e giù per i canaloni, i cani erano stanchissimi. Ritornando a casa dai contadini, la prima cosa che facevamo era da dare da mangiare ai cani e gli veniva dato un catino di zuppa, che forse bastava per cinque. Una volta vidi entrare un piccolo gattino, così magro, affamato, debole. Aveva una gran paura, e si avvicinò piano piano. Guardò ancora i cani, fece un miagolio e appoggiò una zampina al bordo del catino. Il bracco tedesco gli dette un colpo lanciando il gattino a tre o quattro metri, con la spina dorsale rotta. Questo episodio mi fece molta impressione. Ecco, noi siamo stati il gattino, per i primi anni…»

Enrico Mattei, 23 marzo 1961


a Valeria


«Starò via solo oggi, entro sera sarò a casa». Margherita lo fissò. Qualcosa in quelle parole non la convinceva. Non era la prima volta da quando, sposato l’uomo della sua vita, era preoccupata e allo stesso tempo impotente, come il suo sguardo. Questa volta era diverso, un presentimento cupo come mai aveva sentito. Senza i figli che mai avrebbe potuto avere, la perdita del marito avrebbe significato la fine della sua vita. Una vita sempre sulla corda, da quando giovane era una ballerina ad oggi, moglie del più importante dirigente pubblico Italiano, su e giù lungo la penisola, il Mediterraneo e i paesi Arabi a seguito di Enrico e della loro creatura. Costruita con l’amore di una famiglia, adottata a loro discendenza, era l’intera loro vita. Sarebbe stata la loro morte.

Successe una notte, verso fine ottobre.

Il tempo non è dei migliori: burrasca lungo il sentiero di avvicinamento alla pista 36 sinistra dello scalo di Linate, pioggia a dirotto, tuoni e fulmini accompagnano il piccolo ma solido Morane Saulnier MS.760 Paris. Partito dal Fontanarossa di Catania, alle pendici dell’Etna in una mattina soleggiata, sta per fare ritorno ai suoi passeggeri dalle parti di San Donato Milanese. Tra la città e dove poggia la tangenziale sud sorge oggi un palazzo di verdi vetrate e giardini pensili: il nostro informale e malizioso Ministero degli Esteri sottotraccia che già all’epoca si candidava a soppiantare la Farnesina. I tre dell’equipaggio del bireattore sono uno spaccato di vita politica Italiana della metà degli anni ’40: il pilota, pluridecorato al valore durante la guerra e volontario della Repubblica Sociale; il presidente, colonna logistica ed organizzativa di brigate partigiane bianche; il giornalista, Americano.

«India Alfa Papa, Linate. India Alfa Papa, Linate». 27 Ottobre, 1962. Notte. Le parole della torre di controllo si perdono tra le campagne di Bascapè. Il buio della tempesta è squarciato. Per qualche secondo il cielo si illumina, un filare di giovani pioppi si accartoccia e il buio torna in fretta lasciando sotto di sé un relitto e qualche fiamma del comburente rimasto. L’attimo della decompressione dopo l’esplosione e prima dell’impatto si dilata per ore. L’aeromobile, in quell’istante, è ancora integro. Enrico si volta dal finestrino e guarda a sud. Da quell’altezza si vede il Po, come per un attimo la tempesta lascia spazio al sereno della morte. Enrico riconosce una piccola città della campagna piacentina. Capisce che è il momento del commiato. Si lascia scappare una lacrima, prontamente asciugata. Fissa Irnerio e poi William, il giornalista:
«La vedete quella città?».
«Sì…».
Un sospiro misto di serenità e sobria malinconia: «È Cortemaggiore».
Sono ancora in quell’istante che dura per l’eternità. Enrico, Irnerio e William. Il giornalista ascolta, domanda e prende appunti, finanche nella fine fedele al suo lavoro.

«Gli ufficiali dell’anagrafe dicono che sono nato 56 anni fa. Mentono. Pessimi burocrati, la peggio razza. In realtà sono nato 13 anni fa, proprio in quella città che vedete illuminata in questa notte d’autunno».
È un uomo spiccio anche durante quel lungo istante in cui racconta ai compagni dell’ultimo viaggio quella vita che gli sta passando davanti. Burocraticamente sì, era nato 56 anni prima, nel 1906 ad Acqualagna. Marchigiano, come un illustre conterraneo d’inizio secolo: Filippo Corridoni, nato diciannove anni prima a Pausula, poco più di un’ora di macchina dalla città natale di Mattei. Corridoni e Mattei, nati in povertà nella stessa regione e tutti e due vincenti in quel di Milano. Per entrambi una vita densa di tutte le traversie che toccano agli uomini liberi. Diverse le vie, simile la fine per mano straniera. Pressoché identico il fine dei loro percorsi umani. Una parola e il dovere d’ogni uomo, pur declinata dai due in maniera differente: libertà. Azione Sindacale per il primo, Sovranità ed Indipendenza per il secondo. Inattuali, entrambi poco adatti a confrontarsi con il tempo, in assoluto e con quel poco che si sono voluti prendere perché vanno oltre, nella schiera dei grandi che il tempo non potrà insabbiare.

«Non ero uno studente modello. Pochi anni dopo la licenzia media entrai in fabbrica, operaio apprendista. Tempo di compiere vent’anni ed ero già dirigente. “Lasciatemi qualche anno” dicevo a tutti, “e diventerò un industriale”.
Correva l’anno 1936 quando aprii una mia attività. Il settore, vuoi il caso – sorride ironico – la chimica. Poi la guerra, l’Italia devastata dalle bombe alleate. Entrai nella resistenza, da supporto logistico e da diplomatico».
Irnerio Bertuzzi ha uno scatto d’insofferenza quasi impercettibile, traspare dallo sguardo che si ricompone mentre il presidente prosegue nel racconto.
«Non ho mai avuto precise simpatie politiche. Durante il Fascismo ero iscritto al partito e la mia azienda riforniva pure l’esercito. Ho sempre cercato di valutare le situazioni e volgere le decisioni di modo che mi potessero favorire in prospettiva. A questo si deve il mio appoggio alla resistenza e l’iscrizione al Partito Popolare prima e alla Democrazia Cristiana poi».
McHale fa una faccia stranita.
«Non mi guardi così. Non sono un puro, né un idealista come mi vogliono far passare i giornalai che mi prendono per un pericoloso eretico confondendo le parole. Sono eretico e per questo aldilà delle strette contingenze. In questo mondo, anzi in qualsiasi mondo, riservo la purezza solo agli eremiti e a chi vive fuori dalla realtà. Sono stato sempre un avventuriero a cui dopo la guerra venne affidato qualcosa che intuivo potesse realmente raggiungere gli obiettivi che si era dato chi aveva deciso per la sua fondazione durante il Fascismo, nel 1926».

«L’Azienda Generale Italiana Petroli».
«Esattamente. Mi chiesero di prenderne il comando per smantellarla. Ero dubbioso, tanto che, parlando sia con De Gasperi che con mia moglie, le dissi che non s’era mai visto che io potessi chiudere un’azienda. Io le aziende le apro o, meglio, le sviluppo. Mi parlavano dell’Agip come di un carrozzone strapieno solo di debiti e allo stesso tempo offrivano milioni a centinaia per rilevarla. Era un carrozzone in perenne astio con la più banale contabilità ma c’era qualcosa sotto: sotto l’Agip, sotto le concessioni, sotto la Val Padana. Riassunsi i tecnici dell’Agip Fascista, garantii i debiti con la mia fabbrica e le mie proprietà, elaborai un progetto e lo presentai al presidente De Gasperi, al quale riuscii a strappare qualche tempo prima della vendita per cercare di cavarne fuori qualcosa».
«A chi doveva essere venduta l’Agip?».
«Svenduta, prego. A chi secondo lei? A voi Americani. L’Italia era un paese dilaniato. Le bombe che l’avevano ridotta a un cumulo di macerie erano vostre e pretendevate anche di toglierci quel che ero convinto potesse essere uno dei mezzi per la ricostruzione post-bellica. Non mi pareva un’operazione giusta, al contrario: era qualcosa di indecente. Già allora era ovvio che lo sviluppo di una Nazione non avrebbe potuto prescindere dal petrolio e dalle fonti energetiche (*).  Togliendole dalle mani dello Stato, l’Italia si sarebbe da sé condannata ad una situazione di dipendenza dall’estero. Inaccettabile».
«Dice che non ha mai avuto convinzioni politiche, eppure queste vi rassomigliano molto».
«Le mie sono concezioni che vanno aldilà della politica. Sovranità, Indipendenza, possibilità di determinare da soli il proprio futuro sono doveri e diritti di qualsiasi nazione. Sono obiettivi che ogni governo, in qualsiasi sistema, dovrebbe avere come punto focale nella propria attività. Lo riconosco al Fascismo, meno ai governi del dopoguerra anche se lodevoli eccezioni sono davanti agli occhi di tutti».
«Oso troppo se le chiedo di fare un nome?».
«Fanfani: ha sempre difeso il mio operato. Lo capii quando incrociai il suo sguardo, a metanopoli, l’anno scorso qualche istante dopo aver pronunciato il discorso in cui si schierava a difesa dell’Eni, “all’interno e all’estero”».

Dalla cabina sospesa nel vuoto i tre scorgono ancora Cortemaggiore.
«Prima vi ho indicato quella città perché è nato tutto lì. Era il 1949. Il petrolio, in Italia? Non ci credeva nessuno. E facevano bene a non crederci, avevamo trovato niente più che una pozzanghera, ma non ditelo a nessuno! (ride, Enrico). All’Italia, più che idrocarburi serviva la fiducia per ripartire. La scoperta è stata una droga che sono riuscito a gestire con una di quelle operazioni che i santoni chiamano marketing. Si era nel periodo della ricostruzione, si perforavano le montagne per costruire importanti arterie di comunicazione e si diffondevano le prime automobili su larga scala. Sapevamo costruirle, non aveva senso non saper raffinare la benzina. Ecco allora la SuperCortemaggiore, “la potente benzina Italiana”, ecco le aree di servizio con hotel e servizi, una novità assoluta nel panorama dell’epoca. Insieme al petrolio, poi, il gas. Ricostruire era la parola d’ordine, le industrie avevano bisogno di energia».

«Poteva bastare l’energia a smuovere la fiducia?».
«No, serviva anche lavoro. Nel corso degli anni abbiamo dato occupazione a milioni di persone tra Eni, l’indotto e tutte le aziende che ripartirono o aprirono ex novo grazie all’energia di cui potevano disporre, senza razionamenti e senza rubinetti chiusi a discrezione di qualche grassoccio amministratore delegato con la poltrona ben salda di là dell’Atlantico. Prenda ad esempio la Sicilia, dove siamo appena stati. Chi mai sarebbe andato sull’isola a trivellare? L’abbiamo fatto, abbiamo trovato petrolio e gas e ora programmiamo non meno di diecimila assunzioni. Diecimila, si rende conto? Pozzi, una raffineria che progettiamo la più grande d’Europa e progetti di sviluppo ben aldilà dell’esaurimento delle vene del sottosuolo».
«In molti criticarono il suo approccio all’oro blu».
«Mi dicevano che era una risorsa inutile. Io mi limitavo al primo termine: risorsa, quindi strumento. Non ho ascoltato divagazioni accademiche, giostrai politici, veleni di chi non ha mai messo piede in un sito di estrazione, e l’ho usato e indirizzato agli scopi che mi prefiggevo. Avevamo quello, nessuna altra scelta. L’abbiamo fatto diventare il nostro petrolio. Necessità virtù, e ora ci ritroviamo con una invidiabile rete di gasdotti, che siamo in grado di riempire di materia prima e che sostiene il nostro sviluppo, garantendo energia a prezzi accessibili. In questo modo le industrie, che sarebbero dovute andare alla ricerca di fonti alternative o comunque non nostre ad alto prezzo, possono invece veicolate le proprie risorse in altri investimenti».

«Mi pare un po’ forzata come interpretazione. Fa a pugni con la teoria economica».
«La teoria economica può stare sui libri. Io studio sul campo, lungo le strade, nelle case di chi deve ancora andare nei boschi a far legna per scaldarsi e nei capannoni dove stanno i lavoratori Italiani che nel primissimo dopoguerra potevano lavorare solo qualche ora al giorno, causa il razionamento deciso dal comando alleato. Mi chiedono energia, che posso dirgli? Che non abbiamo petrolio e dobbiamo andarlo a comprare da chi fissa il prezzo sulla base di quel che gli passa per la testa in quel momento? Questo non sta scritto sui manuali universitari, eppure blocca opportunità di sviluppo».

«Dicono che i suoi metodi di posa della rete non sempre furono metodi ortodossi».
«Dicono bene. Per una posa avrei dovuto attendere anni tra consigli comunali retrogradi incapaci di capire il minimo esistenziale, valutazioni d’impatto fatte sul nulla spinto, autorizzazioni che sarebbero arrivate con il contagocce, prefetti impegnati in cercarsi uno spazio personale tra le pieghe della nuova Italia e così via. Hai parlato con Boldrini?»
«Il suo vice? No, perché?».
«Quando sente la parola “gasdotti” gli si illuminano gli occhi come un bambino davanti alla marmellata di prugne, e pensa sempre alle nostre bravate. Ti avrebbe raccontato di quando una notte, a Cremona, perforammo la città per stendere le nostre tubature. Nostre, poi… Siamo un’azienda di Stato e lavoriamo per la Nazione. Il giorno dopo si presentò trafelato il sindaco chiedendo spiegazioni. Io, faccia di bronzo, gli dissi che pensavo fossimo in regola con le autorizzazioni e che potessimo lavorare senza problemi. Si mise a urlare, che non era assolutamente vero e che stavo bluffando. Aveva ragione, ma fui bravo a nasconderlo. Gli dissi che avrei dato ordine di sospendere i lavori. Sospendere, s’intende, lasciando la città sventrata. Una bestemmia e via, mi intimò di finire in fretta quel che stavamo facendo e andarcene il prima possibile. Obiettivo raggiunto! L’azione è rimasta nella storia. Ho perso il conto di queste scene, ho perso il conto di quante denunce sono arrivate a me e all’Eni per lavori in clandestinità, ho perso il conto delle ordinanze violate. Ottomila? Forse anche di più. È stato divertente. Era giusto farlo».

Bertuzzi interrompe il dialogo: «Fossi stato in lei, avrei fatto lo stesso».

«Siamo uomini liberi, Irnerio. Ragioniamo senza fardelli. Centinaia e centinaia di chilometri di tubature lungo tutta la penisola, lasciando burocrati di quartiere davanti al fatto compiuto. L’azione ha sempre ragione, più di contratti, consigli di amministrazione, giunte comunali e uffici tecnici». Il sorriso smagliante e affabulatore la dice lunga sulle sue doti nel trattare e nel convincere con la meglio dialettica, uomo attraente e affascinante, misterioso allo stesso tempo per quanto in nove su dieci non erano in grado di capire quale fosse il suo obiettivo, incomprensibile ai più ma degno della più alta considerazione.

Continua per concludersi...

__________

(*) Aveva ragione. Precursore dei tempi di almeno 50 anni. Solo nel 2009 è infatti uscito uno studio, pubblicato dal fisico Tim Garrett, che indica una costante tra crescita e disponibilità di energia a 9.7: occorrono 9,7 milliwatts per produrre un valore economico pari a un dollaro del 1990 depurato dall’inflazione. Crescita, la base di qualsiasi processo di sviluppo, ed energia, due variabili inscindibili.

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mercoledì 9 febbraio 2011

Schiavi delle banche

di Matteo Rovatti


La moneta, sangue di ogni economia qualitativamente superiore al baratto, dona a chi ne governa le logiche un potere quasi sacerdotale, sovente all’insaputa dei popoli che tale moneta utilizzano. Per capirlo, è necessario capire come nasce la moneta e soprattutto quali effetti essa abbia sulla nostra esistenza quotidiana.

Nella UE tecnocratica, il processo di creazione della moneta può essere approssimato grossomodo in 5 diverse fasi:

1) La BCE (Banca Centrale Europea) stampa una certa somma (mettiamo un milione di euro), sostenendo delle effettive spese tipografiche (possiamo ipotizzare che, per la cifra qui ipotizzata, si aggirino nell’ordine di alcune migliaia di euro);
2) Una banca commerciale, necessitando di liquidità, si fa scontare (anticipare il capitale) dalla BCE tramite quella moneta, un pari importo in titoli di Stato. Ovvero, la banca cede alla BCE un milione in titoli di Stato in cambio di un milione cash;
3) Il milione entra così nel circuito finanziario, in cui grazie alla copertura frazionaria dei depositi, genera strumenti fiduciari di pagamento per valori multipli rispetto all’emissione cartacea. Con una riserva al 2%, un milione di euro genera depositi bancari per 50 milioni circa;
4) Allo scadere dei titoli, la banca (generalmente) li riacquista per intascare gli interessi, pagando alla BCE, oltre al milione, anche il Tasso di Sconto Ufficiale, ufficialmente unico profitto della BCE medesima;
5) La BCE pone al passivo di bilancio il milione in cartamoneta creato dal nulla inizialmente, azzerando contabilmente il milione che ritorna indietro, e realizzando una colossale opera di elusione fiscale.

Per quanto il quinto punto presupponga certamente un illecito, in quanto il sistema bancario che controlla la BCE realizza tramite esso una quotidiana opera di occultamento di capitali (di cui chi scrive ignora del tutto l’obiettivo), in realtà ciò su cui preme soffermarsi è il terzo punto, riguardante la copertura frazionaria dei depositi, il quale rende l’attuale sistema bancario intrinsecamente pernicioso dal punto di vista macroeconomico per almeno 8 differenti motivi:


Moltiplicatore monetario

La stragrande maggioranza degli strumenti di pagamento utilizzati dal sistema economico sono fiduciari, ovvero scritturali, creati dalle banche all’atto di concedere un prestito. Una banca con un deposito liquido (in cartamoneta o titoli facilmente liquidabili) di 1 milione presso la Banca Centrale, ipotizzando un tasso di riserva del 2%, può concedere prestiti fino a 980.000 euro (quindi detratto il 2%). Ipotizzando che l’intera somma finisca sul conto della medesima persona presso una banca (la medesima o un’altra, è indifferente), questa potrà prestare 960.400 euro, e così via, fino a che dal milione iniziale non si saranno creati depositi presso il sistema bancario per 50 milioni circa, generati da decisioni private e dalla congiuntura del mercato.


Potenziale instabilità degli investimenti

Quando un risparmiatore apre un deposito a vista presso la sua banca, esso considera il medesimo come immediatamente disponibile, mentre la banca lo usa per concedere prestiti. Quindi, come notava il nobel Maurice Allais (1911-2010), si assiste all’assurdo logico e potenzialmente destabilizzante per cui attività ad una data scadenza vengono finanziate con fondi ottenuti dal finanziatore (le banche) ad una scadenza inferiore, o addirittura nulla (il deposito a vista può teoricamente essere estinto istantaneamente dal correntista). Se io deposito 1000 euro in banca, posso utilizzarli per le mie spese, più o meno arbitrariamente, ma la banca userà i medesimi come base per concedere un prestito. Il rischio, come si noterà, è più che concreto.


Instabilità fondiaria ed immobiliare

La dipendenza della massa monetaria complessiva da situazioni congiunturali è la responsabile principale della continua oscillazione dei valori del mercato immobiliare, che favoriscono la speculazione e l’accaparramento improduttivo.


Inflazione permanente

La continua, irresponsabile ed incontrollata espansione della massa monetaria, e la conseguente creazione di strumenti fiduciari di pagamento denominati in valuta ufficiale da parte delle banche tende a svalutare progressivamente l’unità di conto, causando incontrollati rialzi dei prezzi al consumo di beni e servizi. L’inflazione si verifica infatti quando in circolazione esiste troppa moneta rispetto ai beni e servizi acquistabili sul mercato, che quindi si apprezzano per compensare la differenza. È pur vero che gli aumenti non sono omogenei – checché ne possano pensare i monetaristi –, ma sono maggiori nei settori in cui la domanda è più alta (alimentare sopratutto), ed in cui comunque esistono altre spinte all’aumento dei prezzi. L’inflazione, perlomeno ai livelli reali, è profondamente ingiusta in quanto altera sia l’efficienza del mercato interno – favorendo chi fa debiti rispetto a chi risparmia, che si vede svalutato il gruzzolo faticosamente guadagnato – che la redistribuzione ottimale della ricchezza, in quanto colpisce essenzialmente i redditi fissi (salari e pensioni), ed avvantaggiando i patrimoni già costituiti rispetto a quelli da costituirsi.


Altissima pressione fiscale

Quello che si fatica a capire, a livello anche mediatico, è che l’inflazione ha il medesimo effetto di una imposta indiretta (tipo IVA), e che quindi, se fosse causata dall’emissione sovrana di moneta da parte dello Stato, essa potrebbe – auspicabilmente – portare all’abbassamento della pressione fiscale complessiva. Infatti, se lo Stato emettesse direttamente 1 miliardo di euro per le proprie spese, avrebbe bisogno di tassare i cittadini-produttori per una cifra inferiore di un miliardo rispetto alla situazione (attuale) in cui la Sovranità Monetaria fosse in mani private. L’esautorazione dello Stato dal processo di creazione della moneta, per contro, costringe i governi ad indebitarsi e a spremere i propri cittadini-produttori per ottenere le risorse necessarie al sostentamento della spesa pubblica, con effetti economici e sociali devastanti ed il progressivo distacco delle istituzioni – viste come enti cleptocratici – ed il popolo.


Debito matematicamente inestinguibile

Se tutta la moneta viene emessa a debito, ne consegue che il debito totale è matematicamente inestinguibile, in quanto composto dalla somma algebrica di credito erogato ed interessi riscossi. Le conseguenze economiche sono devastanti: un sistema fondato sul debito può reggere solo se il debito medesimo può essere finanziato (pagare gli interessi) possibilmente all’infinito. È ferma opinione di chi scrive che il consumismo derivi appunto dall’inderogabile necessità delle imprese di smaltire sempre più velocemente la produzione, allo scopo di poter andare avanti. Non più investimenti produttivi, ma tagli, delocalizzazioni, marketing, obsolescenza programmata, bisogni mediaticamente indotti, hanno trasformato il capitalismo imprenditoriale, puritano, quasi avventuriero nel turbocapitalismo improduttivo odierno.


Finanziamento della speculazione da parte del credito

L’economia (produzione di beni e servizi all’interno di un ciclo di domanda-offerta) non può essere inflazionata impunemente molto a lungo. Per questo, la finanza si fa carico di assorbire quote sempre maggiori di liquidità. Si formano così quelle periodiche bolle finanziarie – la cui esplosione, ogni volta, rovina milioni di risparmiatori, se non intere nazioni, come nel caso delle «Tigri asiatiche» – in cui tutti comprano perché aumentano le quotazioni, e le quotazioni aumentano perché tutti comprano. Come si nota, è una sorta di maligna inflazione che non fa rincarare il pane o le case, ma i titoli quotati in borsa, creando l’illusione di un arricchimento generalizzato che, alla prova dei fatti, si rivela semplicemente una pericolosa chimera gonfiata dalle banche.


Mancato controllo pubblico sul credito

In virtù della sua eccezionale complessità, il sistema creditizio sfugge alla percezione della pubblica opinione, e quindi della politica (che della prima è l’espressione diretta). La prova la si è avuta con l’entrata dell’Italia nell’euro, con la caccia alle streghe scatenata dai media contro i commercianti, colpevoli dei folli rincari che hanno dimezzato il nostro potere d’acquisto effettivo. A livello collettivo, però, è facile dimostrare che detti rincari possono essere addebitati ad altri fattori: la «Cura Prodi» per entrare nell’euro (i famosi sacrifici, che hanno pagato come sempre i redditi fissi), l’abbattimento inflattivo dei coefficienti di riserva obbligatori (che hanno consentito alle banche di espandere il credito a dismisura) ed il crollo delle esportazioni, dovuto ad un euro innaturalmente forte per una economia manifatturiera come la nostra, che ha bisogno che all’estero comprino i nostri beni, e per cui la lira, moneta debole, andava benissimo.

Da quello che si è visto, il sistema bancario necessita di riforme profonde dei suoi ordinamenti. Chi scrive, è convinto che le idee di Irving Fisher (1867-1947) e del già citato nobel Maurice Allais possano essere la base per una detta riforma, fondata sulla separazione di depositi e prestiti e sul concetto di riserva al 100%. Diciamo che ogni operatore economico sia dotato di due conti: un conto di deposito, in cui mette i danari necessari alle spese mensili, da cui la banca non può trarre moneta da prestare, ma che gli fattura tutte le spese (custodia fisica della liquidità, pagamenti, incassi…). Il secondo conto sarà quello di prestito, in cui il risparmiatore potrà mettere le proprie eventuali eccedenze, stimolato dal costo del primo conto. È l’equivalente di un prestito: il risparmiatore presta il proprio denaro alla banca ad un dato termine, e la banca lo presta, a propria volta, ad un termine minore (o al limite uguale), lucrando sulla forbice fra interessi passivi (che corrisponde al risparmiatore) ed attivi (che incamera). Da notare che il risparmiatore, fino allo scadere del prestito, non avrà alcuna disponibilità sul proprio danaro: esso è fisicamente impegnato a finanziare una qualche attività. Tutta la moneta necessaria al funzionamento del sistema, deve essere creata dallo Stato, o quantomeno spesa dallo Stato, senza debito. La «moneta-lavoro» teorizzata da Ezra Pound, per quanto trascenda gli intenti di questo articolo, è senza dubbio l’obiettivo di lungo termine per una autentica rivoluzione fondata sulla Sovranità Monetaria, ovvero su una moneta considerata come monopolio naturale del popolo.

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sabato 5 febbraio 2011

All’armi siam fumetti: gli ultimi eroi… d’inchiostro

di Andrea Virga


Autore: Roberto Alfatti Appetiti (1967), giornalista de «Il Secolo d’Italia», esperto in comunicazione istituzionale e politica, appassionato di cultura popolare (narrativa, fumetti, ecc.), gestisce il weblog culturale L’eminente dignità del provvisorio, che raccoglie i suoi numerosi articoli su queste tematiche.

Edizione: autoprodotto (ilmiolibro.it), I libri de «Il  Fondo», Roma 2011.

Recensione: Questo agile ma corposo volumetto – pubblicato per I libri de «Il Fondo», la rivista web dello scrittore anticonformista Miro Renzaglia – è costituito da una raccolta di articoli scritti da Alfatti Appetiti per «Il Secolo» e «Area» tra il 7 giugno 2006 e il 2 dicembre 2010, introdotta dal fumettista Roberto Recchioni e prefata dallo scrittore di fantasy Errico Passaro, tutti affini a quella destra libertaria che non rinnega il fascismo, rivendicandone la forza rivoluzionaria e l’eredità culturale. Negli articoli, l’autore spazia dai fumetti italiani della Bonelli all’iraniano Persepolis, da Andy Capp a Kriminal, da Max Bunker a Hugo Pratt, per cui il risultato finale è un avventuroso viaggio tra autori, personaggi, storie, temi del fumetto, questa grande letteratura popolare.

Alfatti Appetiti dichiara di muoversi in controtendenza, in reazione alla diffusa vulgata, più in voga nei decenni passati ma ancora in auge, che vedrebbe i fumetti come inutili, ed anzi dannosi, per i giovani, e comunque letteratura minore, di consumo. Sono rievocate le occhiate severe e indignate dei censori, fossero essi austeri accademici, sdegnati al pensiero che si potesse preferire Tex a Manzoni, o bigotti esponenti democristiani, preoccupati della scarsa moralità dei fumetti, o ancora arcigni funzionari comunisti, insospettiti dalla natura politicamente disimpegnata (e quindi qualunquista, e quindi “fascista”) delle «strisce».

Delle tre accuse, l’autore accetta la seconda, ma cambiandola di segno: il fumetto come luogo di critica all’ipocrita morale borghese e democristiana dell’italietta postbellica. Quanto alla prima, è tutto un reticolo d’intrecci, che egli traccia nei suoi articoli, tra la letteratura alta, specie quei romanzi (Verne, Stevenson, London, Salgari, Conrad, Jünger, Tolkien) un tempo altrettanto snobbati ed ora riconosciuti e apprezzati dalla critica, e la letteratura popolare, di cui il fumetto rappresenta uno dei mezzi maggiori; non già un pericolo che allontani i ragazzi dalla lettura, ma al contrario un incentivo a leggere. Molto più ampio è poi il risalto dato al rapporto tra fumetti e politica, che costituisce sicuramente il leitmotiv di tutto il libro.

Alfatti Appetiti dimostra come non è vero che il fumetto sia, in quanto letteratura popolare, tradizionalmente di sinistra, come rivendicato recentemente, e ricorda invece i sospetti e le difficoltà che circondavano autori e personaggi, spesso troppo ambigui e mai abbastanza impegnati per i critici di Partito. E raccontando i grandi personaggi del fumetto, come non soffermarsi su molte figure così facilmente seducenti per l’immaginario “di destra”, e non solo per quell’anarcofascismo romantico che sembra ispirare le gesta di tanti eroi di carta e inchiostro – dal marinaio Corto Maltese all’avventuriero amazzonico Mister No –, ma anche per l’anticonformismo guascone di certi antieroi «sfigati» e «antisociali», dal simpatico beone Andy Capp, allo sgangherato Gruppo TNT?

L’approccio cultural-politologico non si limita però a cogliere queste suggestioni – le quali, comunque, più che costituire una puerile «raccolta di figurine» di opposto colore, ricostruiscono comunque la diversa fortuna di personaggi e storie –, ma si spinge oltre, fino ad affermare che il fumetto, può essere sì puro (e legittimo!) disimpegno ed evasione, senza pretese pedagogiche o demagogiche, ma anche costituire un mezzo per approfondire tematiche importanti. Alcuni articoli sono particolarmente indicativi a questo proposito: come quello su Persepolis, fumetto di Marjane Satrapi che critica lo Stato e la società dell’Iran; oppure quello dedicato a Mater Morbi, l’albo di Dylan Dog (l’investigatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi) che affronta la difficile e problematica questione dell’eutanasia, criticato addirittura apertamente dal sottosegretario alla Salute Eugenio Roccella (il che dimostra come ormai anche il fumetto non passi inosservato).

In sintesi, pur non trattandosi di un’opera sistematica (ma perché dovrebbe per forza esserlo?), All’armi siam fumetti racconta, divaga, descrive, esalta il variegato mondo del fumetto, sia difendendo la sua natura libertaria e spensierata, sia rievocando le sue origini nobili, nella letteratura popolare moderna, e rivendicando inoltre una sua vocazione anche culturale, critica e – perché no? – militante. È proprio in base a queste premesse, che matura e acquista peso l’appello finale che l’autore rivolge ai lettori, in una recente intervista.

«Un appello, però, mi piacerebbe rivolgerlo ai miei coetanei: fate leggere i fumetti ai vostri figli. Io ne ho tre, maschi, e rappresentano un alibi inattaccabile per riempire gli scaffali di giornalini vecchi e nuovi. Introduceteli nel magico mondo delle nuvole parlanti. Che siano bonellidi o manga poco importa. Comprate gli albi in edicola o almeno tirateli fuori dagli scatoloni che le vostre signore hanno destinato alla cantina e inevitabilmente alla muffa. Tornate a Topolino, se è il caso, che funziona sempre. Non vergognatevi di questa vostra passione, siatene orgogliosi. Non arrendetevi di fronte all’incedere dei giochi elettronici. Resistere. Resistere. Resistere. Che non è solo un “verbo” della sinistra».


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