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mercoledì 2 marzo 2011

In picchiata su Linate: gli ultimi minuti di vita di Enrico Mattei (2)

La prima parte: leggi qui.



McHale riprende: «E sulla distribuzione ci siamo. Manca però l’approvvigionamento. Se in Italia si trovavano solo ‘pozzanghere’, come avete fatto a rendere stabili e costanti le forniture?».
«Alcuni suoi illustri connazionali mi etichettarono a dovere: “petroliere senza petrolio”. Erano i primi mesi all’Agip, ingenuamente andai alla ricerca di petrolio e gas da chi bramava mettere le mani su ciò che non avevo la benché minima intenzione di smantellare. Fu una riunione molto rapida, appena mi resi conto della loro altezzosità che non avrebbe mai prestato ascolto a chi gli aveva rovinato la torta, mi alzai, salutai cortesemente e ripresi l’aereo verso casa. Decisi, testone come sono, a fare tutto da solo».
«Eppure, non avevate di tecnologie per portare avanti un’attività di questo tipo».
«Avevano il coraggio e la volontà. Ora posso dire che ci sono bastati».
«Lei ha sfidato il potere di compagnie che muovono il mondo».
«È per questo che ora stiamo volteggiando in aria, non crede? Le soprannominai ‘Sette Sorelle’, una famiglia di rapporti incestuosi. Potenti, potentissime. I capi di Stato e di governo si inchinavano in loro presenza. Sfruttai questo loro punto di forza».
«È quindi giusto dire che le ha sfidate?».
«In realtà no. Non sfido, non vado di reazione. Io agisco. Mi resi conto che in quel rapporto di superiorità rispetto alla politica potevo trovare lo spiraglio per inserire l’Eni».

McHale è confuso: «E come?».
«Mi sono impegnato nel dare un volto a contesti che, nella crisi che li attanagliava dagli anni ’50, potevano trovare un’occasione di riscatto e diventare forze storiche. Vede, le grandi compagnie offrivano percentuali ridicole sui ricavi grazie alle pressioni politiche. Io, che non potevo puntare sulla spinta di appoggi politici dello stesso calibro, decisi di agire sullo sviluppo sociale ed economico di quei paesi. Se le sette sorelle offrivano il cinquanta e cinquanta, perché non offrire il venticinque percento in più? Tre quarti a loro, ne avevano il diritto. Il resto a noi e niente intermediari. Abbiamo bisogno di idrocarburi e abbiamo l’Eni: ce lo andiamo a prendere senza elementi che si frappongano a parassitare percentuali sui contratti. Lineare, no? È un ragionamento cinico, lo so ma allo stesso tempo di giustizia, di sovranità di entrambe le parti e che spiazzò l’architettura su cui il sistema si reggeva . L’Italia ha una posizione geopolitica di prim’ordine che ci chiedeva di essere sfruttata, mentre i paesi con cui interloquivamo disponevano di risorse che servivano a noi quanto a loro. Ci si capiva in un batter d’occhi perché, nonostante la decolonizzazione, non potevano dirsi ancora liberi e neanche noi lo eravamo. C’era una solidarietà di fondo tra loro e l’Italia, un’affinità che nasceva da una simile situazione di partenza. Il vantaggio era reciproco e il mio sistema delle quote ha fatto scuola, tanto che due anni fa i paesi produttori si sono consorziati per spuntare contratti sempre migliori. È stata una reazione a catena che mi vanto di aver avviato. Un domino devastante perché minò alle fondamenta l’intera impalcatura del cartello».

«A questo si devono i vostri successi nell’ottenimento delle forniture?».
«Principalmente sì, al rispetto che ho per le persone e per i paesi, più che per il petrolio o per il denaro in sé. Anche su questo eravamo in sintonia. Inoltre, accettavamo di accollarci l’intero onere del rischio. Il contratto sarebbe stato siglato alle condizioni che le ho detto solo dopo che l’Eni avesse portato a compimento – a nostre spese e, possibilmente, con successo – le operazioni di trivellazione di ricerca. Conto sulle dita di una mano gli accordi, sottobanco o alla luce del sole, che non siamo stati in grado di portare a conclusione. Un miracolo visto che potevamo fare affidamento su noi stessi e basta».

«Si comincia con l’Iran».
«E proseguimmo con Giordania, Tunisia, Libia, Libano, Algeria e Marocco».
«L’Unione Sovietica…».
«Anche. Ricordo ancora le reazioni scomposte: chi mi accusava di apertura al demonio, chi di non seguire la dottrina. Il tramite dell’operazione fu Luigi Longo, segretario del Partito Comunista che mi diede l’opportunità di incontrare Nikita Chruščëv. Lo conobbi durante la resistenza e, nonostante il divario a livello – tra molte virgolette – “ideale” che ci separava allora come oggi, mi aiutò di buon grado. Della dottrina non mi interessava. L’Italia aveva bisogno di petrolio, l’Unione Sovietica di tecnologie estrattive e di trasporto. Era fatta: a loro 100 milioni di dollari di forniture industriali da aziende Italiane, a noi 100 milioni di dollari di petrolio, più di un terzo del fabbisogno nazionale dell’epoca. Viste le cifre, avremmo ribassato delle grasse percentuali sui prezzi di cartello delle sette sorelle con vantaggi incalcolabili per le Finanze dello Stato e le tasche dei cittadini. Solo dei fessi non avrebbero consentito l’accordo che è stato siglato, ma dopo oggi dubito potrà avere un futuro all’altezza delle aspettative».
«Perché?».
«Perché non è una accordo commerciale. Il mondo a Yalta è stato diviso in due zone d’influenza, con l’Europa smembrata e lasciata terra di conquista. L’Italia si sta ponendo al centro e Fanfani sta lavorando – per quel poco che gli è concesso – ad una posizione di mediazione che tenti di distendere il probabile conflitto e, nel mentre, cercare di far emergere sullo scacchiere il nostro paese. Non può fare tutto da solo e infatti ha, o meglio: aveva, me».
«Pensa che la tela tessuta sin ora possa disgregarsi?».
«L’aereo in fiamme è un ottimo avvertimento. Non sarà l’unico».

«Proseguiamo sulle forniture: l’Egitto».
«Uno dei nostri migliori interlocutori. Nasser è realmente un uomo libero, di giustizia, che non si fece alcun problema a nazionalizzare l’asset più importante del suo paese: il canale di Suez».
«Condusse il suo paese in guerra».
«Era necessaria».
«Alcuni hanno notato una rassomiglianza tra voi».
«C’era. L’ho capito quando mi resi conto che bastava uno sguardo per intenderci».
McHale fa un mezzo sorriso: «Giordania, Egitto, eccetera… di quell’area manca però un paese».
«Quale?».
«Israele».
«Ha petrolio?».
«Poche riserve».
Mattei strizza l’occhio: «bene, allora non ci interessa. Chiusa qui».

«Torniamo in Italia?»
«Meglio».
«Torniamo all’Eni».
«Meglio ancora».
«Perché, dopo aver preso in mano l’Agip e averla ri-fondata, non ha deciso di vendere? D’altra parte era il suo compito, forse modificato dagli eventi ma pur sempre la ragione per cui è stato messo al timone dell’azienda pubblica».
«Dice bene: azienda pubblica».
«Quindi?».
«Azienda, pubblica. In primis: azienda, che ho condotto, salvato e sviluppato. L’azienda pubblica, prima di essere pubblica, è azienda e non un ente di beneficenza. In primis, quindi, rigore di bilancio e di gestione. Dopo un primo periodo in cui elemosinavo prestiti e li garantivo con le mie proprietà industriali e personali, sono poi riuscito a fare un ottimo lavoro. In secundis: pubblica. Azienda pubblica, le suona meglio adesso? Se non avesse un compito ben oltre la contabilità, sarebbe una società anonima o una società per azioni, siamo d’accordo? Invece siamo di fronte a qualcosa che va oltre il bilancio da chiudere il 31 dicembre».
«Temo di non capire».
«Vedo lontano chilometri che la sua formazione è lontana da tutto questo. Si metta tranquillo, non siamo in un regime di socialdemocrazia assistenzialista. L’azienda pubblica non è un ospizio di carità, come ebbe a dire il presidente Einaudi. Nemmeno è un’azienda che deve staccare dividendi per far contento qualche ricco annoiato che decide di scommettere sul corso dei suoi titoli. Se l’economia è politica, l’azienda pubblica è uno strumento della politica. Se la politica deve tradursi in sovranità ed indipendenza, come nella mia concezione, l’Eni ha alcune chiavi nel percorrere questo sentiero. Senza Eni, senza l’industria pubblica, la politica resterebbe sul ramo legislativo senza aver alcun grimaldello per intervenire nella società, nelle relazioni industriali, in quelle diplomatiche».
«Sta dando ragione a chi indica nel consiglio di amministrazione dell’Eni un governo ombra».
«Ma quale governo ombra! Io lavoro per il governo Italiano, sono a tutti gli effetti un loro dipendente e, per quel che faccio e rischio, non prendo neanche chissà che stipendio. Ho certo una forte autonomia, ma sta a Palazzo Chigi staccare l’assegno a fine mese. Sono un funzionario come altri, con una testa dura e un’idea di Stato diversa da quella che possono avere i membri del Consiglio dei Ministri».
«Di privatizzazione quindi non se ne parla?».
«Quando se ne parlerà vorrà dire che chi di dovere avrà fatto il suo sporco gioco e si dovrà ricostruire da zero la sovranità e l’indipendenza dell’Italia».
«Parla come se fosse il ministro degli esteri».
«Me lo chiedo anche io ogni tanto. Sarà che, forse, sotto sotto, la politica estera dell’Italia la facciamo a Metanopoli e non di fianco lo stadio Olimpico?».

«Sovranità è una parola ricorrente. Che significa?».
«Avere la possibilità di scegliere in autonomia la strada verso il proprio futuro. Il futuro non appartiene a chi lo decide, il futuro va preso e creato dall’oggi: la sovranità è uno stato della mente prima che una prassi politica. La sovranità è ciò che tiene unite le membra e costituisce il fondamento dello Stato, di ogni Stato. Sul lato pratico, un ruolo-chiave è assegnato al settore dell’energia che stavo faticosamente cercando di ricostruire».
«In che modo?».
«Centralizzando. Provi a riflettere: Eni, ente nazionale idrocarburi; si riferisce ad un solo ambito. Provi a riflettere su questa altra sigla: Ene, ente nazionale energia. Un organismo unitario, a completo controllo pubblico, cui è riservata la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica, del gas, del petrolio e a cui è assegnato il monopolio sui carburanti. In quest’ottica si inquadrano anche gli investimenti che stiamo operando nel nucleare, la fonte con la F maiuscola, il futuro per decenni a venire: e non esagero. In Italia vi è una crescente domanda di energia, la centralizzazione può essere l’unico modo sia per soddisfarla che per veicolare uno sviluppo armonico e uniforme dell’intero paese, a prezzi accessibili per tutti».
«Se si oppone alla privatizzazione, chiude la porta anche alla liberalizzazione del settore?».
«In economia gli ‘assoluti’ sono rari e, tra questi, uno è il monopolio naturale. Viste le infrastrutture necessarie, le pare che tanti e troppi operatori sarebbero in grado di sostenere le immani spese d’investimento e di gestione? Le opzioni sono due: si delega ad un unico operatore privato, straniero magari, lasciandolo libero di fare il bello e il cattivo tempo; o si assegna il controllo allo Stato. Non uno Stato qualunque ma uno Stato il cui governo e i cui dirigenti abbiano ben presenti le priorità del momento storico. Uno Stato in cui i compiti sono assegnati ad élites in grado di interpretare le necessità».
«Intende uno Stato etico?».
«Lo chiami come vuole. A me non interessano le definizioni, interessano gli obbiettivi e i risultati».
«Se prospettassi una situazione simile negli Stati Uniti mi prenderebbero per un bolscevico e rischierei l’internamento».
«Perché voi siete un paese sovrano, il vostro esercito e la vostra ragnatela diplomatica vi coprono le spalle. Noi no e abbiamo bisogno delle armi contrattuali, dell’industria pubblica, della garanzia di accesso a beni che stanno diventando di largo consumo e basilari per lo sviluppo economico».

«Si è fatto molti nemici?».
«Guardi lei, il nostro aereo è appena esploso».
«L’ultimo, in ordine di tempo?».
«Qualche mese fa Indro Montanelli, dietro pressione di qualcuno che gli ha passato documenti interni, ha avviato una campagna di stampa contro l’Eni, facendo leva sulle leggi infrante e così via. Da un punto di vista giuridico ha tutte le ragioni del mondo, ma penso non abbia ancora intuito per chi e per cosa stiamo lavorando».
«Anche lei ha un giornale, poteva rispondere».
«Si, ho fondato e sostenuto “Il Giorno” con distrazioni dal bilancio dell’Eni. La sua funzione voleva essere di propaganda, non dell’Eni ma di fiducia e per informare gli Italiani di quanto si stava facendo. Mi sono trovato costretto a usarlo ad arma difensiva, visti gli attacchi che provenivano da tutte le parti».

«A proposito di distrazioni dal bilancio, quanto c’è di vero sul finanziamento ai partiti?».
«Non sono dogmatico e mi posso permettere di considerare i partiti, se disponibili ad aiutarmi dal PCI al Movimento Sociale, come dei taxi. Salgo, pago la corsa e scendo. Senza pregiudiziali ideologiche. Lei forse, prima di prendere un taxi, chiede se l’autista ha votato Democratico o Repubblicano?».
«No, certo che no».
«Per l’appunto».
«Certo che la differenza tra un partito ed un taxi è abissale».
«In cosa? Siamo in una democrazia delegata, gli uomini di partito altro non sono che dei veicoli».
«Se ha una così bassa considerazione degli istituti politici Italiani, perché li finanzia?».
«Perché sono purtroppo gli unici che possono, anzi potevano – visto lo schianto che stiamo per fare – finanziare – a livello politico s’intende – il mio progetto che ha nell’Italia e non in qualche gruppo esterno la sua centralità strategica».
«Sarà realizzato?».
«Fanfani ha in serbo qualcosa, ma fa il vago. Tempo qui ad un mese giocherà l’asso. Ne sono convinto, mi fido di lui vista la scuola dalla quale proviene».
Bertuzzi sorride, compiaciuto: «qualche anno fa, diciamo una ventina non avresti detto lo stesso».
«Forse, ma sono abile a cambiare idea quando serve», gli risponde Mattei con l’ironia e la simpatica spietatezza che lo contraddistinguono.

McHale riprende: «Ha mai avuto paura, per lei e per la sua famiglia?».
«Ancora? Il nostro aereo è appena esploso».
«Quindi ne ha avuta».
«Non si trattava di paura. La paura e la fobia sono per i deboli di spirito, io al contrario ero convinto della strada intrapresa e sapevo di essere nel giusto. Allo stesso tempo ero conscio che avrei potuto finire male. Avevo ragione e ne vado fiero: significa che ho lavorato bene».

L’effetto della decompressione sta svanendo.
«Siamo arrivati alla fine?», chiede adombrato McHale, forse rattristato dal dover chiudere la più importante e bella conversazione della sua vita.
«Penso di sì», rispondono insieme Mattei e Bertuzzi.
«Chi la sta uccidendo?»
«“Tutti” le va bene come risposta? Ho pestato i piedi a troppe persone, ho una memoria di ferro per ricordarmi le offese subite e sono sempre riuscito a presentare il conto. Mi creda, passeranno anni prima che dicano chiaramente che ci hanno fatto saltare. Tempo qui a pochi mesi gli atti giudiziari parleranno di un banale guasto allo spinterogeno o qualcosa di simile, e archivieranno il tutto come un problema di manutenzione. Qualcuno, probabilmente innocente o con un ruolo non più che marginale, sarà condannato e vivranno tutti felici e contenti».
«Chi sono i personaggi peggiori che lei ha incontrato o scontrato?».
«In ordine?».
«Classifica, fa sempre numero».
«Cefis».
McHale lo interrompe: «c’è anche lui dietro?».
«Può essere, è probabile ma ormai non mi interessa. Che sia stato lui a mettere l’esplosivo, che sia il mandante, che sia assolutamente estraneo e abbia magari cercato di avvisarmi, rimane il peggio nella storia dell’Eni e penso, in prospettiva, anche dell’Italia. Il mio più grande errore: visto da dove proveniva e vista la formazione di scuola atlantica, non avrei mai dovuto assumerlo. Dal rumore di queste lamiere che si contorcono sento che sarà lui, appena gli sarà possibile, a prendere il mio posto. Farà carriera perché ha potenzialità ed entrature politiche, finanziarie e culturali, ma sarà il requiem dell’Eni per come l’ho voluta costruire».

«Qualcuno intravede dietro Cefis l’ombra di Fanfani».
«Balle e complottismo d’accatto. Si frequentano, come posso frequentare io l’ambasciata Americana e allo stesso tempo quella Sovietica. Vista la carica di dirigente pubblico sarebbe strano il contrario.
Al secondo posto Sturzo, da quando ho scelto di non privatizzare l’Agip se l’è legata al dito. Non parliamo poi delle Officine Pignone! Non statalismo, interclassimo, comunismo bianco e marxismo spurio blabla… Dopo il loro salvataggio divennero un polo d’eccellenza nel settore delle tecnologie estrattive e dell’impiantistica petrolifera. Nel mentre, abbiamo salvato migliaia di posti e migliaia di famiglie dalla miseria. Chi ha avuto ragione?».
«Lei e La Pira».
«Sbagliato: ha avuto ragione il lavoro, ha sempre ragione perché mobilita per uno scopo. I miei uomini ne erano consapevoli».
Bertuzzi applaude, il giornalista è sbalordito e cerca in un attimo di recuperarsi: «Montanelli?».
«È un’antipatica zanzara estiva che ronza attorno la mia testa. Non provo rancore per chi non comprende. Che Travaglio di persona…».

«Per inciso: il futuro dell’Eni?».
«Non dipende da me. Non dipende nemmeno da una qualche volontà divina. Dipende dagli uomini, gli unici deputati a scrivere il suo – e il loro proprio – destino. Su Cefis stendiamo un velo pietoso. Siamo fortunati: non è immortale e l’Eni gli sopravvivrà in qualche modo, nonostante tutto quel che sarà in grado di dis-fare.
Con noi l’Italia ha in parte rotto la condizione di nanismo geografico e politico in cui era stata confinata dopo la sconfitta nella guerra. Prima o dopo, forse ci vorranno decenni, qualcuno se ne accorgerà e allora l’Eni tornerà ad essere uno dei motori della nostra affermazione e della ricerca di uno spazio vitale per il paese».

«Torniamo in tuffo tra i personaggi. I migliori?».
«Nasser, già gliene ho parlato. Fanfani, equilibrista tra gli interessi imposti dal vostro paese e volontà più o meno nascosta di assecondarmi. S’inventò pure il termine “neoatlantismo” a dire che il suo non era uno sganciamento ma un ripensamento della nostra posizione; bella operazione di trucco e parrucco, da morir dal ridere.
Giorgio la Pira, amico e artefice dello sviluppo delle Pignone nonché graditissimo consulente. Idealista nell’animo e allo stesso tempo pragmatico nella prassi, fu il primo a spronarmi a volgere lo sguardo verso il Medio Oriente.
A livello ideale, chiunque abbia a cuore la sovranità. Mi sono sempre trovato a mio agio con gli uomini indipendenti e al di sopra dei miseri giochi. Puoi fare affari con loro senza pensare che possano tradirti quando gli dai le spalle. Se sono liberi, e lo sono e lo restano, sono uomini di parola. Possono controbattere, tessere nell’oscurità, accordarsi sottobanco: è la politica, non riconoscerlo è porsi fuori gioco da soli, soprattutto quando hai a che fare con chi in queste bassezze fonda il suo imperio. Non divagheranno però, mai! Non ti daranno mezze risposte. Uomini che hanno fatto la guerra, volontari e consci dei rischi messi in gioco, aldilà della parte con cui erano schierati. Sinceri fino in fondo».

Il silenzio alla fine di queste parole. I volti sono rasserenati dal chiaro di luna sopra la tempesta. Mattei sorride, si scosta e raggiunge il frigobar del Morane Saulnier su cui sono ancora in volo: «gradite un Martini?».
«For sure!», risponde McHale.
«Aggiudicato – fa eco Bertuzzi ancora al suo posto di comando – ghiaccio e limone».
«Vada per un brindisi allora. All’Italia. All’Eni, alla Sovranità!».
«A Enrico Mattei!».
«A Noi!».

Nei pochi istanti prima della fine, McHale ha un pensiero per quell’uomo con cui ha condiviso il suo ultimo viaggio. Ha riunito l’Italia all’Eni: Fascisti, volontari della Repubblica Sociale, democristiani e partigiani. Un esperimento di organicità su piccola scala, ardito quanto di successo. La sua dinastia, il suo coraggio e la sua volontà finiranno con lui, pensa. Lascerà un grande rimpianto nei cuori di chi lo ha amato e in quelli di chi ha lavorato per lui. Un filare di pioppi piegato, gli occhi di pochi contadini poi ridotti al silenzio, fiamme che squarciano il buio. L’Italia lo rimpiangerà, forse già tra pochi anni quando l’esplosione dell’aereo sarà ripetuta nelle piazze, nelle stazioni, sui treni, nelle banche. Il cherosene avrà l’odore delle pietre della corona della regina, dei limoni della sponda est del Mediterraneo, di lembi di tessuto a stelle e strisce. L’Italia si ritroverà terra di nessuno. Sarà la triste sorte di gloria degli inattuali.

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giovedì 24 febbraio 2011

In picchiata su Linate: gli ultimi minuti di vita di Enrico Mattei

Romanzo breve di Filippo Burla




«Una ventina di anni fa ero un buon cacciatore e andavo molto spesso a caccia. Avevo due cani, un bracco tedesco e un setter e, cominciando all'alba e finendo a sera, su e giù per i canaloni, i cani erano stanchissimi. Ritornando a casa dai contadini, la prima cosa che facevamo era da dare da mangiare ai cani e gli veniva dato un catino di zuppa, che forse bastava per cinque. Una volta vidi entrare un piccolo gattino, così magro, affamato, debole. Aveva una gran paura, e si avvicinò piano piano. Guardò ancora i cani, fece un miagolio e appoggiò una zampina al bordo del catino. Il bracco tedesco gli dette un colpo lanciando il gattino a tre o quattro metri, con la spina dorsale rotta. Questo episodio mi fece molta impressione. Ecco, noi siamo stati il gattino, per i primi anni…»

Enrico Mattei, 23 marzo 1961


a Valeria


«Starò via solo oggi, entro sera sarò a casa». Margherita lo fissò. Qualcosa in quelle parole non la convinceva. Non era la prima volta da quando, sposato l’uomo della sua vita, era preoccupata e allo stesso tempo impotente, come il suo sguardo. Questa volta era diverso, un presentimento cupo come mai aveva sentito. Senza i figli che mai avrebbe potuto avere, la perdita del marito avrebbe significato la fine della sua vita. Una vita sempre sulla corda, da quando giovane era una ballerina ad oggi, moglie del più importante dirigente pubblico Italiano, su e giù lungo la penisola, il Mediterraneo e i paesi Arabi a seguito di Enrico e della loro creatura. Costruita con l’amore di una famiglia, adottata a loro discendenza, era l’intera loro vita. Sarebbe stata la loro morte.

Successe una notte, verso fine ottobre.

Il tempo non è dei migliori: burrasca lungo il sentiero di avvicinamento alla pista 36 sinistra dello scalo di Linate, pioggia a dirotto, tuoni e fulmini accompagnano il piccolo ma solido Morane Saulnier MS.760 Paris. Partito dal Fontanarossa di Catania, alle pendici dell’Etna in una mattina soleggiata, sta per fare ritorno ai suoi passeggeri dalle parti di San Donato Milanese. Tra la città e dove poggia la tangenziale sud sorge oggi un palazzo di verdi vetrate e giardini pensili: il nostro informale e malizioso Ministero degli Esteri sottotraccia che già all’epoca si candidava a soppiantare la Farnesina. I tre dell’equipaggio del bireattore sono uno spaccato di vita politica Italiana della metà degli anni ’40: il pilota, pluridecorato al valore durante la guerra e volontario della Repubblica Sociale; il presidente, colonna logistica ed organizzativa di brigate partigiane bianche; il giornalista, Americano.

«India Alfa Papa, Linate. India Alfa Papa, Linate». 27 Ottobre, 1962. Notte. Le parole della torre di controllo si perdono tra le campagne di Bascapè. Il buio della tempesta è squarciato. Per qualche secondo il cielo si illumina, un filare di giovani pioppi si accartoccia e il buio torna in fretta lasciando sotto di sé un relitto e qualche fiamma del comburente rimasto. L’attimo della decompressione dopo l’esplosione e prima dell’impatto si dilata per ore. L’aeromobile, in quell’istante, è ancora integro. Enrico si volta dal finestrino e guarda a sud. Da quell’altezza si vede il Po, come per un attimo la tempesta lascia spazio al sereno della morte. Enrico riconosce una piccola città della campagna piacentina. Capisce che è il momento del commiato. Si lascia scappare una lacrima, prontamente asciugata. Fissa Irnerio e poi William, il giornalista:
«La vedete quella città?».
«Sì…».
Un sospiro misto di serenità e sobria malinconia: «È Cortemaggiore».
Sono ancora in quell’istante che dura per l’eternità. Enrico, Irnerio e William. Il giornalista ascolta, domanda e prende appunti, finanche nella fine fedele al suo lavoro.

«Gli ufficiali dell’anagrafe dicono che sono nato 56 anni fa. Mentono. Pessimi burocrati, la peggio razza. In realtà sono nato 13 anni fa, proprio in quella città che vedete illuminata in questa notte d’autunno».
È un uomo spiccio anche durante quel lungo istante in cui racconta ai compagni dell’ultimo viaggio quella vita che gli sta passando davanti. Burocraticamente sì, era nato 56 anni prima, nel 1906 ad Acqualagna. Marchigiano, come un illustre conterraneo d’inizio secolo: Filippo Corridoni, nato diciannove anni prima a Pausula, poco più di un’ora di macchina dalla città natale di Mattei. Corridoni e Mattei, nati in povertà nella stessa regione e tutti e due vincenti in quel di Milano. Per entrambi una vita densa di tutte le traversie che toccano agli uomini liberi. Diverse le vie, simile la fine per mano straniera. Pressoché identico il fine dei loro percorsi umani. Una parola e il dovere d’ogni uomo, pur declinata dai due in maniera differente: libertà. Azione Sindacale per il primo, Sovranità ed Indipendenza per il secondo. Inattuali, entrambi poco adatti a confrontarsi con il tempo, in assoluto e con quel poco che si sono voluti prendere perché vanno oltre, nella schiera dei grandi che il tempo non potrà insabbiare.

«Non ero uno studente modello. Pochi anni dopo la licenzia media entrai in fabbrica, operaio apprendista. Tempo di compiere vent’anni ed ero già dirigente. “Lasciatemi qualche anno” dicevo a tutti, “e diventerò un industriale”.
Correva l’anno 1936 quando aprii una mia attività. Il settore, vuoi il caso – sorride ironico – la chimica. Poi la guerra, l’Italia devastata dalle bombe alleate. Entrai nella resistenza, da supporto logistico e da diplomatico».
Irnerio Bertuzzi ha uno scatto d’insofferenza quasi impercettibile, traspare dallo sguardo che si ricompone mentre il presidente prosegue nel racconto.
«Non ho mai avuto precise simpatie politiche. Durante il Fascismo ero iscritto al partito e la mia azienda riforniva pure l’esercito. Ho sempre cercato di valutare le situazioni e volgere le decisioni di modo che mi potessero favorire in prospettiva. A questo si deve il mio appoggio alla resistenza e l’iscrizione al Partito Popolare prima e alla Democrazia Cristiana poi».
McHale fa una faccia stranita.
«Non mi guardi così. Non sono un puro, né un idealista come mi vogliono far passare i giornalai che mi prendono per un pericoloso eretico confondendo le parole. Sono eretico e per questo aldilà delle strette contingenze. In questo mondo, anzi in qualsiasi mondo, riservo la purezza solo agli eremiti e a chi vive fuori dalla realtà. Sono stato sempre un avventuriero a cui dopo la guerra venne affidato qualcosa che intuivo potesse realmente raggiungere gli obiettivi che si era dato chi aveva deciso per la sua fondazione durante il Fascismo, nel 1926».

«L’Azienda Generale Italiana Petroli».
«Esattamente. Mi chiesero di prenderne il comando per smantellarla. Ero dubbioso, tanto che, parlando sia con De Gasperi che con mia moglie, le dissi che non s’era mai visto che io potessi chiudere un’azienda. Io le aziende le apro o, meglio, le sviluppo. Mi parlavano dell’Agip come di un carrozzone strapieno solo di debiti e allo stesso tempo offrivano milioni a centinaia per rilevarla. Era un carrozzone in perenne astio con la più banale contabilità ma c’era qualcosa sotto: sotto l’Agip, sotto le concessioni, sotto la Val Padana. Riassunsi i tecnici dell’Agip Fascista, garantii i debiti con la mia fabbrica e le mie proprietà, elaborai un progetto e lo presentai al presidente De Gasperi, al quale riuscii a strappare qualche tempo prima della vendita per cercare di cavarne fuori qualcosa».
«A chi doveva essere venduta l’Agip?».
«Svenduta, prego. A chi secondo lei? A voi Americani. L’Italia era un paese dilaniato. Le bombe che l’avevano ridotta a un cumulo di macerie erano vostre e pretendevate anche di toglierci quel che ero convinto potesse essere uno dei mezzi per la ricostruzione post-bellica. Non mi pareva un’operazione giusta, al contrario: era qualcosa di indecente. Già allora era ovvio che lo sviluppo di una Nazione non avrebbe potuto prescindere dal petrolio e dalle fonti energetiche (*).  Togliendole dalle mani dello Stato, l’Italia si sarebbe da sé condannata ad una situazione di dipendenza dall’estero. Inaccettabile».
«Dice che non ha mai avuto convinzioni politiche, eppure queste vi rassomigliano molto».
«Le mie sono concezioni che vanno aldilà della politica. Sovranità, Indipendenza, possibilità di determinare da soli il proprio futuro sono doveri e diritti di qualsiasi nazione. Sono obiettivi che ogni governo, in qualsiasi sistema, dovrebbe avere come punto focale nella propria attività. Lo riconosco al Fascismo, meno ai governi del dopoguerra anche se lodevoli eccezioni sono davanti agli occhi di tutti».
«Oso troppo se le chiedo di fare un nome?».
«Fanfani: ha sempre difeso il mio operato. Lo capii quando incrociai il suo sguardo, a metanopoli, l’anno scorso qualche istante dopo aver pronunciato il discorso in cui si schierava a difesa dell’Eni, “all’interno e all’estero”».

Dalla cabina sospesa nel vuoto i tre scorgono ancora Cortemaggiore.
«Prima vi ho indicato quella città perché è nato tutto lì. Era il 1949. Il petrolio, in Italia? Non ci credeva nessuno. E facevano bene a non crederci, avevamo trovato niente più che una pozzanghera, ma non ditelo a nessuno! (ride, Enrico). All’Italia, più che idrocarburi serviva la fiducia per ripartire. La scoperta è stata una droga che sono riuscito a gestire con una di quelle operazioni che i santoni chiamano marketing. Si era nel periodo della ricostruzione, si perforavano le montagne per costruire importanti arterie di comunicazione e si diffondevano le prime automobili su larga scala. Sapevamo costruirle, non aveva senso non saper raffinare la benzina. Ecco allora la SuperCortemaggiore, “la potente benzina Italiana”, ecco le aree di servizio con hotel e servizi, una novità assoluta nel panorama dell’epoca. Insieme al petrolio, poi, il gas. Ricostruire era la parola d’ordine, le industrie avevano bisogno di energia».

«Poteva bastare l’energia a smuovere la fiducia?».
«No, serviva anche lavoro. Nel corso degli anni abbiamo dato occupazione a milioni di persone tra Eni, l’indotto e tutte le aziende che ripartirono o aprirono ex novo grazie all’energia di cui potevano disporre, senza razionamenti e senza rubinetti chiusi a discrezione di qualche grassoccio amministratore delegato con la poltrona ben salda di là dell’Atlantico. Prenda ad esempio la Sicilia, dove siamo appena stati. Chi mai sarebbe andato sull’isola a trivellare? L’abbiamo fatto, abbiamo trovato petrolio e gas e ora programmiamo non meno di diecimila assunzioni. Diecimila, si rende conto? Pozzi, una raffineria che progettiamo la più grande d’Europa e progetti di sviluppo ben aldilà dell’esaurimento delle vene del sottosuolo».
«In molti criticarono il suo approccio all’oro blu».
«Mi dicevano che era una risorsa inutile. Io mi limitavo al primo termine: risorsa, quindi strumento. Non ho ascoltato divagazioni accademiche, giostrai politici, veleni di chi non ha mai messo piede in un sito di estrazione, e l’ho usato e indirizzato agli scopi che mi prefiggevo. Avevamo quello, nessuna altra scelta. L’abbiamo fatto diventare il nostro petrolio. Necessità virtù, e ora ci ritroviamo con una invidiabile rete di gasdotti, che siamo in grado di riempire di materia prima e che sostiene il nostro sviluppo, garantendo energia a prezzi accessibili. In questo modo le industrie, che sarebbero dovute andare alla ricerca di fonti alternative o comunque non nostre ad alto prezzo, possono invece veicolate le proprie risorse in altri investimenti».

«Mi pare un po’ forzata come interpretazione. Fa a pugni con la teoria economica».
«La teoria economica può stare sui libri. Io studio sul campo, lungo le strade, nelle case di chi deve ancora andare nei boschi a far legna per scaldarsi e nei capannoni dove stanno i lavoratori Italiani che nel primissimo dopoguerra potevano lavorare solo qualche ora al giorno, causa il razionamento deciso dal comando alleato. Mi chiedono energia, che posso dirgli? Che non abbiamo petrolio e dobbiamo andarlo a comprare da chi fissa il prezzo sulla base di quel che gli passa per la testa in quel momento? Questo non sta scritto sui manuali universitari, eppure blocca opportunità di sviluppo».

«Dicono che i suoi metodi di posa della rete non sempre furono metodi ortodossi».
«Dicono bene. Per una posa avrei dovuto attendere anni tra consigli comunali retrogradi incapaci di capire il minimo esistenziale, valutazioni d’impatto fatte sul nulla spinto, autorizzazioni che sarebbero arrivate con il contagocce, prefetti impegnati in cercarsi uno spazio personale tra le pieghe della nuova Italia e così via. Hai parlato con Boldrini?»
«Il suo vice? No, perché?».
«Quando sente la parola “gasdotti” gli si illuminano gli occhi come un bambino davanti alla marmellata di prugne, e pensa sempre alle nostre bravate. Ti avrebbe raccontato di quando una notte, a Cremona, perforammo la città per stendere le nostre tubature. Nostre, poi… Siamo un’azienda di Stato e lavoriamo per la Nazione. Il giorno dopo si presentò trafelato il sindaco chiedendo spiegazioni. Io, faccia di bronzo, gli dissi che pensavo fossimo in regola con le autorizzazioni e che potessimo lavorare senza problemi. Si mise a urlare, che non era assolutamente vero e che stavo bluffando. Aveva ragione, ma fui bravo a nasconderlo. Gli dissi che avrei dato ordine di sospendere i lavori. Sospendere, s’intende, lasciando la città sventrata. Una bestemmia e via, mi intimò di finire in fretta quel che stavamo facendo e andarcene il prima possibile. Obiettivo raggiunto! L’azione è rimasta nella storia. Ho perso il conto di queste scene, ho perso il conto di quante denunce sono arrivate a me e all’Eni per lavori in clandestinità, ho perso il conto delle ordinanze violate. Ottomila? Forse anche di più. È stato divertente. Era giusto farlo».

Bertuzzi interrompe il dialogo: «Fossi stato in lei, avrei fatto lo stesso».

«Siamo uomini liberi, Irnerio. Ragioniamo senza fardelli. Centinaia e centinaia di chilometri di tubature lungo tutta la penisola, lasciando burocrati di quartiere davanti al fatto compiuto. L’azione ha sempre ragione, più di contratti, consigli di amministrazione, giunte comunali e uffici tecnici». Il sorriso smagliante e affabulatore la dice lunga sulle sue doti nel trattare e nel convincere con la meglio dialettica, uomo attraente e affascinante, misterioso allo stesso tempo per quanto in nove su dieci non erano in grado di capire quale fosse il suo obiettivo, incomprensibile ai più ma degno della più alta considerazione.

Continua per concludersi...

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(*) Aveva ragione. Precursore dei tempi di almeno 50 anni. Solo nel 2009 è infatti uscito uno studio, pubblicato dal fisico Tim Garrett, che indica una costante tra crescita e disponibilità di energia a 9.7: occorrono 9,7 milliwatts per produrre un valore economico pari a un dollaro del 1990 depurato dall’inflazione. Crescita, la base di qualsiasi processo di sviluppo, ed energia, due variabili inscindibili.

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