giovedì 14 ottobre 2010

Giovani e ribelli: non «tre metri sopra il fascio»



di ANTONIO RAPISARDA (in «Secolo d’Italia», 13/10/2010, pp. 8-9)


Mancava. Ne hanno scritto sui giornali, l’hanno fotografata e radiografata nei documentari. I più, all’inizio per pregiudizio o superficialità, ne hanno demonizzato nome e obiettivi. Qualcun altro, seppur in buona fede, non è andato oltre il resoconto. Mancava. Perché probabilmente solo un romanzo poteva riuscire a inquadrare davvero il “fenomeno CasaPound”. Solo il racconto, con i suoi spazi e la capacità di legare l’immaginario a una vicenda, poteva dare conto di un “corpo” che è politica, ma è soprattutto una storia corale che andava espressa pubblicamente. Era difficile rappresentare, condensare un’esperienza che ha squarciato più di un pregiudizio e ravvivato un panorama giovanile asfittico e rinchiuso in un minimalismo sempre più antisociale. Era un azzardo aprire lo sguardo dentro una realtà che si esprime con le icone di Capitan Harlock e del futurismo ma che sente di avere, semplicemente, solo il proprio destino tra le mani e nulla e nulla da farsi perdonare. È toccato a Domenico Di Tullio, che di professione fa l’avvocato e che da tale difende CasaPound, il compito. E col romanzo Nessun dolore (edito da Rizzoli, pp. 238, € 16,50) ci è riuscito. Il tentativo era complesso, perché impresa ardua doveva essere quella di raccontare l’eresia per eccellenza – un “centro sociale occupato di destra” (ma loro forse direbbero di “estremocentroalto”) – senza il conforto dei sacerdoti della Santa Inquisizione.

Il rischio maggiore però, speculare alla demonizzazione, era l’agiografia. E invece questa sorta di narrazione dei seguaci di Ezra Pound scorre nelle pagine del romanzo veloce come gli scooter che scorazzano i giovani “blocchetti” in giro per Roma. Sì, al centro di tutto ci sono loro: i figli di questa creatura che ha un po’ rivoluzionato l’estetica e lo stile di un’antropologia che ha scelto l’impegno politico a destra ma non solo. E che un po’ come tanti piccoli Enea hanno rimodellato la propria fisionomia a partire dalle macerie di un ambiente metapolitico in crisi di linguaggi e di suggestioni che non fossero la stanca ripetizione di cliché o di memorialistica degli anni Settanta (forse quelli degli zii, ormai…).

Spavaldi e sfrontati sono i protagonisti del romanzo. Maledettamente vivi. Alle prese qui con una brutta storia di strada che diventerà l’espediente narrativo attraverso il quale l’autore ci porta dentro la corazza della “tartaruga” (il simbolo di CasaPound) di carne e marmo che dal 2003 è oggetto di studio per sociologi e politologi che ancora oggi non riescono a spiegarsi come un fenomeno del genere abbia coinvolto migliaia di ragazzi nel nome della “lotta all’usura” e del rock’n roll. Be’, basta uno dei dialoghi del libro per capirlo: «Oggi non avremmo fatto la rivoluzione, ma quanto ci siamo divertiti...». Con questa frase – più che qualunque socio-analisi – si schiude un mondo animato da «fasci eretici e anarchici insofferenti», da «poeti dell’alcol e dello scavalco, campioni di arti marziali letali quanto sconosciute, esperti dell’entro a spinta, filosofi dello scusa lo dici a tua sorella». Una sorta di codice metropolitano con venature di Sun Tsu, situazionismo e citazionismo da detournement alla Rino Gaetano. O forse, più semplicemente, una vitalistica ed eterna voglia di avventura.

E tutto questo avviene nello scenario di una Roma restituita alla sua complessità. Già, nelle pagine di Di Tullio non ci stanno i quartierini bohemien per fuori sede benestanti pugliesi, calabresi o siciliani e fighette gaudenti. Ma i protagonisti solcano strade vere, quelle che raccontano di quartieri vittime della speculazione del mercato immobiliare e del degrado, così come quelli di una città orgogliosa che ha conosciuto tra le sue strade la passione vera e i cui muri sono testimonianza, lavagne incise anche dal sangue di questa temperie. Ed è qui – vuoi che sia l’Esquilino e la seduzione notturna di piazza Vittorio o le periferie dell’Eur e di Casal Bruciato – che si muovono tutti i personaggi. La vicenda è un incontro tra tre generazioni che hanno vissuto in modo diverso una certa idea dell’impegno. Ci sono i protagonisti e leader del Blocco Studentesco Flavio e Giorgio, uno figlio della borghesia «che non ride mai» di Roma nord, l’altro romano della Garbatella sfrattato dal quartiere popolare assieme alla famiglia «dai nuovi ricchi borghesi e sinistrorsi, gente che parla con la bocca a culo di gallina, si fa i bagni con l’idromassaggio e si traveste da proletario quando esce». E dall’incontro tra i due, che sono l’alfa e omega di una comunità che intende aristocrazia dello spirito e goliardia popolare come assi cartesiani, che si entra all’interno delle storie nella storia. Perché accanto all’amicizia e alle scorribande dei due c’è la cultura di strada e le cicatrici di Massimo che con i suoi trent’anni rappresenta l’emblema di quella generazione che, a cavallo degli anni Novanta, rimase vittima della transizione politica di una destra che nella fretta di diventare di governo si dimenticò delle responsabilità verso un’intera generazione. E accanto, assieme e oltre questi c’è lui, l’avvocato. Un fascista-beat, un dandy che porta con sé il disincanto del limbo e affoga la rabbia perdendosi nelle vertebre ammorbidite di una rocker. Una sorta di guardiano della soglia, un “vecchio” (appena quarantenne) che di fronte alla vicenda e all’entusiasmo di questi giovani pirati rimarrà alla fine coinvolto e da tutto questo risvegliato. Ma in fondo in questa avventura sono tutti coinvolti. Richiamati da un marcia scandita dalle note degli Zetazeroalfa – la band capitanata dal leader e mentore di CasaPound Gianluca Iannone che nel romanzo assume una fisionomia ieratica – dal sudore che si spreca urlando la propria gloria allo stadio o tra gli abbracci stremati nel ring dopo un incontro. Tutti luoghi dell’anima per questa strana fauna che ha trovato «il proprio posto nel mondo» all’interno di una comunità integrata e variegata. Dove gli “anziani” (il più grande ha trentacinque anni) tramandano ai giovani, ma anche i giovani danno molto ai grandi: ed è da ciò che si irradia quella “bellezza” che nelle pagine del romanzo irrompe ogniqualvolta salpa la ciurma.

E questa avventura si incrocia fatalmente con il girone del dolore. Che è composto dal mondo delle carceri e dei tribunali (luoghi nei quali l’autore apre una fessura non banale né autocompiaciuta). Così come dalle strade e dalle mille storie che ispirano non più canzoni disperate, ma un disperato amore per le canzoni. Ed è nel dolore, infine, che si conosce anche l’altro. Che è carne, sudore, fame, ma anche le linee candide delle donne del romanzo: che sono demoni e genitrici. Perché c’è Giulia «bella come una carica della polizia», Daniela e il coraggio di dirle addio, Martina e il suo sorriso che riempie. Ma, attenzione, qui non c’è per spazio per i “tre metri sopra al fascio”. Lo stesso amore è lacerante, quello che fa crescere nell’incontro quanto nell’abbandono e nell’impossibilità. E anche quando i ragazzi si ritrovano a ponte Milvio, vena “fascia” di Roma descritta efficacemente, lo si fa per brindare all’anima bella di Brasillach e ai vincoli che non si spezzano. Altro che lucchetti.

Un romanzo choc? Forse sì. Ma proprio per il motivo che non ti aspetti: perché chiunque alla fine della storia può riconoscere un pezzo di sé e può immedesimarsi anche in una storia di giovani “fasci”. Un romanzo generazionale – ma anche generativo – frutto di una scelta coraggiosa e riuscita anche da parte della Rizzoli, che ha investito con rara libertà su un fenomeno che fa discutere perché crea dibattito e non, come vorrebbe ancora qualcuno, solo allarme. E proprio l’episodio (vero) di chiusura diventa occasione per raccontare lo spirito con il quale questi giovani si sentono «beati nei lividi di domani». Perché questi negli scontri di piazza Navona – quelli che li hanno messi alla ribalta quando sono stati caricati da chi voleva scacciarli dalla protesta studentesca – scegliendo non l’attacco ma la difesa di un principio hanno consacrato il proprio diritto di esserci. Dinanzi all’intolleranza, hanno sofferto per affermare libertà. Per questo alla fine di tutto non resta proprio “nessun dolore”. Ma solo gioia. E vita.

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mercoledì 13 ottobre 2010

«Nessun dolore»: intervista a Domenico Di Tullio

Fonte: Ideodromo CasaPound

1. Allora, Domenico, per non sbagliare partiamo da un evergreen della banalità giornalistica: quanto c’è di te nella voce narrante di Nessun dolore?

Ritengo che ogni romanzo sia espressione della personalità di chi lo scrive. Certamente fra i personaggi del libro uno in particolare mi è più vicino per età, professione e quartiere di Roma che abita.


2. Un romanzo su CasaPound che esce per Rizzoli: abbiamo vinto la rivoluzione e non ce ne siamo accorti oppure siamo semplicemente diventati parte del paesaggio di un sistema che ci ha già «digeriti»?

Non so se CasaPa’ abbia vinto la rivoluzione, certamente esiste un forte interesse per l’immaginario che esprime: è una fascinazione istintiva, che supera il pregiudizio e genera curiosità. Ciò che attrae è il modo di vivere, l’immagine e lo stile che esprimono le sue iniziative, persino più delle battaglie politiche. Questo libro è certamente la prova di questo interesse, oltreché del coraggio editoriale che bisogna riconoscere a chi lo ha voluto pubblicare. Ogni giorno, del resto, aumenta l’interesse verso il mondo delle tartarughe, lo stupore che un carapace così robusto e diverso dal solito contenga un’anima leggera e deliziosa.


3. Uno dei personaggi del romanzo è un «vecchio» militante che ha un rapporto ambivalente con la novità politica e quasi antropologica dei ragazzi del Blocco studentesco. Senza abbandonarci allo spoiler gratuito, puoi dirci qualcosa in più di questa figura?

Ho voluto costruire un personaggio che racchiudesse in sé tutte le contraddizioni di molti dei militanti della destra radicale prima di CasaPound. Un archetipo di quello che erano gli attivisti quindici anni fa, confusi tra la necessità di superare vecchi schemi e imbarazzanti eredità ideologiche, incapaci di distinguere la differenza tra forma e sostanza, tra tradizione e nostalgia, spesso prima sfruttati e poi sacrificati da chi ha abbandonato velocemente il bomber per cucirsi addosso un doppio petto su misura. Molti di questi «vecchi» militanti hanno successivamente trovato in CP la sintesi perfetta e pacificatrice, altri ancora raccontano di quanto ai loro tempi fosse tutto migliore e diverso, sempre reietti, sempre marginali, in fondo sprecati e inutili.


4. Rimaniamo nella dialettica old school/new school: la tua conoscenza dell’ambiente politico di «destra radicale» data ormai dagli anni ’80, i cambiamenti sono stati molteplici ma diresti che hanno finito con l’investire lo stesso tipo umano che ne fa parte? In altre parole si può parlare di mutazione antropologica, almeno in dati ambiti?


La mutazione antropologica negli ultimi dieci anni è stata evidente, propiziata da un clima più favorevole e dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione diretta, che certamente hanno influito e fatto crescere una parte consistente di quella che viene ancora definita la destra radicale. C’è da dire che grande importanza ha rivestito il fatto di avere dei luoghi fisici, occupazioni e spazi in altro modo raggiunti, che sono diventati veri e propri laboratori di cultura e azione, sia politica che, soprattutto, metapolitica.


5. Di tanto in tanto, in Nessun dolore, compare la Bellezza: kratofania che bagna di freschezza le menti e i corpi, vero e proprio «stato di grazia» che sopraggiunge a strappare i protagonisti dalla banalità del mondo degli uguali. Chi conosce il nostro universo sa di cosa parliamo. Agli «altri», a chi leggerà il romanzo senza conoscere il mondo che esso descrive, come racconteresti l’essenza della Bellezza?

La bellezza è l’elettricità che ti pervade, uno tra mille e unito a mille altri, quando riconosci il tuo amore, la tua essenza, il tuo destino. Non so spiegare la bellezza, mi limito a raccontare ciò che, credo, la maggior parte di noi ha la capacità di riconoscere. Nella quotidianità di CasaPound è presente un’attitudine particolare alla ricerca della bellezza, che diventa una vera e propria modalità d’azione: questa pervade le iniziative, i rapporti umani, le scelte culturali ed è una spinta costante, un incentivo, una motivazione fortissima e inebriante.


6. Molto bella la descrizione del «corpo-macchina», di queste membra che si apprestano a compiere uno sforzo fisico che non è più «sport» ma già quasi «rito». C’è una specifica via alla politica attraverso la corporeità che è tipica di CasaPound?

L’azione di CasaPound è sempre molto fisica, la corporeità ha una grandissima importanza tra i suoi militanti e simpatizzanti: le decine di associazioni sportive nate sotto l’egida della tartaruga, i tatuaggi simbolici immediatamente riconoscibili, il rito fisico che spesso accompagna i momenti di passaggio sono le manifestazioni naturali di una concezione tradizionale che vede il benessere del corpo coincidere con quello spirituale. Non è un caso il grande successo degli sport da combattimento tra i militanti di tutte le età, che educano al controllo, alla resistenza al dolore contingente, al rispetto per le regole e l’avversario, al coraggio.

 Quest’ultimo diviene una qualità spirituale e metafisica, uno stile di vita ove corporeità e spirito si fondono senza soluzione di continuità.


7. CasaPound e il «mondo esterno»: in particolare in certi filoni pare emergere un nuovo protagonismo, laddove un tempo la percezione di una condizione di esclusione ha avuto effetti pressoché immobilizzanti... Il tuo romanzo in qualche modo parla anche di questo, no?

Certamente l’attenzione facilita la comunicazione attiva! CasaPound non è comunque un ghetto nel quale rinchiudersi e autocompiacersi, ma un avamposto nel mondo, una posizione da mantenere per slanciarsi alla conquista del nuovo. Il giovane Blocchetto non si limita a ritagliare un suo spazio rappresentativo all’interno di un educato consesso di mini politicanti scolastici, vuole riprendersi tutto un mondo che gli appartiene di diritto; il militante e il simpatizzante della Tartaruga vive con serenità e determinazione una lotta quotidiana per riconquistare tutto ciò che serve la sua visione della vita, non una riserva indiana né un giardinetto in qualche paradiso fiscale.


8. Un altro elemento pare essere cambiato in peso e consistenza: quello della musica in ambito politico, che si è spostata dallo sfondo al primo piano.... La musica è un elemento che ha caratterizzato i primordi di CP. La nostra convinzione personale è che rappresenti al meglio l’ambito nel quale il movimento delle tartarughe eccelle, per ora: quello metapolitico e culturale.

È una convinzione che condivido pienamente: il messaggio delle tartarughe si esprime al meglio attraverso i percorsi metapolitici e l’attitudine alla forma movimento, estremamente fluida e libera, aperta e ricca di iniziative e provocazioni intelligenti. La musica è l’origine del gruppo umano che ha fondato CasaPound e la sua espressione più condivisibile e universale. Il primo manifesto delle Tartarughe è stato sicuramente un cd degli Zetazeroalfa e anche l’ultimo e più recente.


9. L’attuale mondo digitale sta rendendo le forme di appartenenza sempre più «liquide», evanescenti... l’appartenenza che invece esce fuori dal romanzo pare avere tutt’altra concretezza...

Il concetto di appartenenza che racconto coincide esattamente con la militanza: oggi è difficile spiegarlo a chi non ha avuto esperienza diretta dell’unità e della coesione che vivono i ragazzi di CasaPound, della totale dedizione, del sacrificio e della compartecipazione delle loro azioni. La comunicazione digitale offre la possibilità di essere nello stesso istante in mille posti diversi, di sprecare mille vite diverse al giorno, di impegnarsi in cento discussioni contemporaneamente, senza essere mai se stessi, senza versare una sola stilla di sudore. La militanza dei ragazzi di CP è una testimonianza costante e veritiera della loro essenza, ciò che convince e conquista chiunque li veda all’opera.


10. Abbiamo iniziato con il classico «quanto c’è di te nel tuo libro», finiamo con un altro luogo comune: prossimi progetti letterari in cantiere?

Due o tre, beneficiando dei tempi lunghi che mi posso permettere, visto che rimango uno scrivente non professionista. Tra gli altri, mi piacerebbe scrivere un libro che racconti delle esperienze professionali e umane di una particolare declinazione di avvocato: il difensore d’ufficio. Alla maggior parte verrà in mente il pigro avvocato che si rimette alla clemenza della corte, tuttavia la realtà è molto diversa e spesso è grazie all’abnegazione professionale di questi professionisti bistrattati e malpagati che la giustizia italiana non crolla su se stessa. Nel frattempo, sto collaborando a un progetto giornalistico collettivo che si chiama Rashomon come il film di Kurosawa, che vuole raccontare in forma di diario e blog, quindi in soggettiva e in presa diretta, scenari di conflitto etnico e politico dal basso, raccogliendo testimonianze e offrendo immagini senza filtri. A metà settembre siamo stati in Kosovo, nuovo Stato a maggioranza musulmana albanese e radicatissima minoranza serba, che rappresenta bene la realtà balcanica, lacerato cuore dell’Europa più vicina all’Oriente.



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mercoledì 29 settembre 2010

DIARIO DI UNO SQUADRISTA TOSCANO – Intervista ad Adriano Scianca


È appena uscita una ristampa del memorabile Diario di uno squadrista toscano di Mario Piazzesi. Un resoconto nato come documento privato, non destinato alla distribuzione di massa. Per questo motivo, l’opera rappresenta più di ogni altra una garanzia di genuinità di fronte a quel fenomeno straordinario che fu lo squadrismo. Un contributo fondamentale che implementa la trattazione saggistica, la quale per sua natura, spesso, sottrae alla storia la sua caratteristica fondamentale: l’essere stata fatta dagli uomini

E uomini sono gli squadristi che in quegli anni insanguinati e terribili (eppure così fecondi per il futuro dell’Italia e dell’Europa) seppero rappresentare la linfa vitale di una nazione in rinnovamento, uscita da una prova suprema alla quale la migliore gioventù italiana aveva donato tutta sé stessa, e che adesso reclamava il diritto a segnare il destino del Paese.
Uomini, dicevamo, ma animati da una straordinaria forza mistica, capace di trasformare la massa in popolo, il gruppo in squadra. Soldati politici di uno spessore ben più profondo di quello che la storiografia scolastica descrive, quando attribuisce loro il riduttivo ruolo di «bassa manovalanza» del «fascismo politico».

Abbiamo intervistato Adriano Scianca, Responsabile Cultura di CasaPound Italia e autore della consistente prefazione al libro.

Perché ristampare Diario di uno Squadrista Toscano?
 
Semplice: il Diario era stato pubblicato per la prima e unica volta molti anni fa, da una casa editrice «ufficiale» ma di nicchia. Negli ultimi anni era praticamente introvabile e le poche copie che ancora circolavano erano generalmente malridotte a causa della pessima rilegatura della vecchia edizione. Ripubblicarlo, quindi, è stato innanzitutto un gesto doveroso dal punto di vista culturale: è stato rimesso in circolazione un documento di inestimabile valore per la conoscenza di prima mano del fascismo (e non foss’altro che per questo bisognerebbe dire mille volte grazie alla Seb). Ma questa nuova edizione ha anche un valore politico. Significa indicare il nord, mostrare l’esempio in tutta la sua sfolgorante potenza. Noi non ci esauriamo in noi stessi, non facciamo politica per onanismo, non passiamo il tempo a specchiarci. Noi abbiamo degli archetipi, sappiamo che c’è qualcosa di più grande, qualcosa di normativo. Il Diario ci aiuta a ricordarcene.

Piazzesi descrive una Firenze nel caos, nella quale morti e feriti sono allordine del giorno. Secondo gli standard del pensiero omologato questa sarebbe la prova dellintrinseca malvagità dei cosiddetti «etremismi». Come rispondere?

La parola «estremismo» non l’ho mai capita, è uno di quei termini vuoti, buoni solo per la polemica spicciola. Giolitti – tanto per fare il nome dell’esponente più noto dell’italietta liberale e pre-fascista – non era forse estremamente vile, corrotto, incapace? Anche questo è un estremismo, in fondo...

Pensi che esistano differenze sostanziali fra il diario di Piazzesi e le innumerevoli «memorie» prodotte dallantifascismo antemarcia e post-8 Settembre nel corso di questi anni?

Ogni libro di memorie dice qualcosa. L’imbecillità dell’estensore, al limite. Il pregio del Diario di Piazzesi è di saper catturare la temperie di un’epoca come in un affresco generazionale, pregio che lo stesso De Felice riconobbe. Il fatto di essere stato scritto per uso privato ha pesato in senso positivo. Le memorie antifasciste, essendo stato l’antifascismo vincitore, sono troppo spesso poco più che curriculum gonfiati da chi voleva far carriera sulle macerie di una guerra civile. Gonfiandoli bene si può anche diventare un Giorgio Bocca, per dire...

Domanda senza retorica, come piace a noi: erano violenti questi squadristi?

Risposta senza retorica: sì. Erano violenti in un’epoca in cui la violenza era moneta corrente. Da parte di tutte le parti in causa. Al riguardo basti ricordare le parole degli storici (antifascisti) che ho citato nella prefazione. Per Emilio Gentile, ad esempio, il «biennio rosso» fu costituito da «un’ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del paese, condotti in gran parte dal partito socialista massimalista all’insegna di una imminente rivoluzione per instaurare anche in Italia, con la violenza, la dittatura del proletariato, come annunciava il nuovo statuto che il Partito socialista aveva adottato nel 1919». Oppure leggiamo Mimmo Franzinelli: «Il fenomeno squadrista è più complesso e sfaccettato di quanto non lo si sia rappresentato. E porta con sé alcuni miti da sfatare. Non è vero che a sinistra ci fossero solo vittime inermi, come pure non risponde a realtà che la violenza fosse patrimonio di una parte sola: i “sovversivi” si difesero e agirono con puntuali offensive, per quanto armi, tecniche e condizioni lo consentissero. È infondato sostenere che i fascisti aggredissero a freddo e muovessero all’attacco in dieci contro uno: diversi di loro morirono per i colpi di franchi tiratori».

Tra i legionari di Fiume, gli squadristi del 19 e le Brigate Nere del 43 cè, secondo me, un filo conduttore poetico e romantico; concordi?

Più che «poetico e romantico» direi politico ed esistenziale. È quel misto di goliardia, intransigenza, mistica, volontà, coraggio e gioia di vivere. È il demone della giovinezza. È la bellezza sovrumana del fascismo universale.

Leggendo il libro si può notare quanta importanza dava Piazzesi alla sua squadra, è chiaro il rapporto di stretto legame tra i camerati di una stessa squadra: pensi sia stato un fattore determinante per la rivoluzione? Pensi che questo sentimento di forte comunitarismo sia poi stato trasmesso a tutta lItalia Fascista?

Certo, il cameratismo, la fratellanza, costituiscono l’ossatura dello squadrismo. Ernst Von Salomon diceva che «il cameratismo si regge su di un vincolo di servizio, un patto in funzione di un terzo elemento: una persona straordinaria, un’idea, un compito eccezionale – forse, nell’ipotesi più attenuata, un comune universo di simboli». È per questo che «camerata» è più che «amico». Ovviamente questo tipo di legame è in sé tipico delle avanguardie, magari vastissime, ma pur sempre avanguardie. È tuttavia certamente vero che il senso del fascismo fosse quello di fare della nazione intera una «comunità organica di destino».
  
Nella prefazione sostieni che lo squadrismo avesse un marcato risvolto spirituale; spiegaci cosa intendi.

Il senso iniziatico dell’ingresso nella squadra, il culto dei morti, la sacralità del gagliardetto, il rito del «Presente!», lo spirito di sacrificio, la possibilità sempre incombente della morte fanno dello squadrismo il primo momento di quella che in seguito sarà chiamata «mistica fascista». Questa consapevolezza era molto marcata già negli squadristi stessi. Pensa a Piazzesi quando di tanto in tanto torna nella buona società fiorentina da cui proveniva: trova un mondo di morti. Lui ormai è un iniziato, non può più trovare posto tra «gli altri». Pensa anche a quel che dico nell’introduzione circa i soprannomi: è assai verosimile che l’uso di affibbiare nomignoli ai nuovi arrivati non fosse solo un gioco goliardico ma avesse anche il senso di una sorta di rinascita, di assunzione di una identità superiore e più consapevole. Questa usanza di inventarsi soprannomi, peraltro, mi ricorda qualcosa...
  
Nel diario Piazzesi critica, in modo neanche troppo velato la dirigenza del Fascismo, i «rammoliti di Milano»; nel 43 si dichiara pronto a dare la vita per Mussolini e per il Fascismo. Alla fine dei conti, loperato dei rammoliti di Milano soddisfece anche un intransigente fiorentino?

Piazzesi era un giovane uomo d’azione, Mussolini era un uomo d’azione ma anche un politico di razza, con tutto quel che ne consegue in termini di pragmatismo e intelligenza tattica. Che in alcuni momenti ci potessero essere delle divergenze è naturale. Ma alla fine contano i fatti. È grazie a Mussolini che la lotta di Piazzesi acquisisce un senso. Cosa che l’ex squadrista fiorentino capirà perfettamente, dimostrando la sua consapevolezza politica. E anche dopo la sua messa da parte, in cui ebbe un ruolo Pavolini, Piazzesi perse gli incarichi ma non la fede, tanto da farsi trovare pronto a tornare in gioco nella Rsi, dove di certo non fu un problema per lui trovarsi al fianco del gerarca con cui aveva avuto dei problemi in passato. Mi sembra una lezione da tener presente, soprattutto da parte di chi oggi subordina la fede all’ego. Ce ne sono molti in giro di tipi così, purtroppo...

Cosa cè dello squadrismo anni 20 in CasaPound Italia?

Il contesto è radicalmente mutato e certo i metodi necessari allora, durante la guerra civile, non possono essere riproposti oggi, questo sia detto con la massima chiarezza. Resta, tuttavia, uno stile che va al di là delle contingenze e che permane identico in guerra come in pace. La goliardia e la mistica, la filosofia del «me ne frego», il sacrificio con il sorriso sulle labbra, la volontà di «donare questa vita come getteresti un fiore», il gusto della beffa e della sfida, il senso della comunità: tutto questo sicuramente ci appartiene. Ma il senso di questo rapporto va chiarito: non basta individuare il proprio modello storico per essere uguale a quest’ultimo e appuntarsi di conseguenza medaglie di pongo sul petto. Al contrario: ci si sceglie un esempio per autosuperarsi nello sforzo di raggiungerlo, per trascendere se stessi, per migliorarsi. Per mantenere, infine, l’umiltà. Quando guardo ai politici che vengono dal neofascismo mi accorgo che i pochissimi che mantengono riferimenti «militanti» hanno comunque in mente solo la loro esperienza, nel loro gruppo, nella loro città, nel loro tempo. Gente per cui l’alfa e l’omega del fascismo è il Fronte della gioventù (sia detto con il rispetto del caso, ovviamente). E questi sono i migliori, dato che gli altri hanno scelto il carrierismo fine a se stesso. Ecco, in un ambiente così CasaPound è rivoluzionaria perché non cessa di meditare sull’Origine, non cessa di succhiarne linfa vitale e ispirazione. Noi siamo i figli di qualcosa di più grande, noi siamo fedeli a qualcosa che viene prima di noi, è sopra di noi e andrà oltre noi. Questo ci aiuta a guardare al mondo e a noi stessi con le dovute proporzioni.

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mercoledì 15 settembre 2010

Un Blocco all’assalto del futuro


di FRANCESCO POLACCHI & AVGVSTO


L’annata 2009-2010 ha registrato risultati assai positivi per il Blocco Studentesco, alcuni dei quali addirittura storici. Non potrebbero essere altrimenti considerati il raggiungimento – inedito nella storia repubblicana – dello status di primo movimento studentesco a Roma e l’elezione di un senatore all’università romana di Tor Vergata (con tanto di esclusione dei collettivi antifascisti), a cui si devono aggiungere la presidenza della Consulta provinciale degli studenti a Fermo, Ascoli, Latina, Aosta e l’entrata di un nostro candidato nel CdF di Lettere e Filosofia a Roma Tre, antico baluardo della sinistra antagonista che, da parte sua, ha subìto un drastico e – per lei – catastrofico ridimensionamento. Un altro dato sorprendente, del tutto imprevisto e che fa ben sperare in prospettiva, è stato raccolto a «La Sapienza», con i 314 voti «politici» ottenuti per l’elezione del CNSU nel più grande ateneo italiano, senza una benché minima propaganda elettorale. 

Altro e non meno importante motivo di soddisfazione è rappresentato dalla forte crescita dei nuclei non-romani di tutta Italia, tra cui è da segnalarsi l’ottimo exploit conseguito nell’ateneo palermitano, con ben sette candidati del Blocco eletti in diverse facoltà. Risultati, questi, tanto più preziosi in quanto chiaro sentore del superamento dell’atavico tarlo del romano-centrismo e in quanto conseguente radicamento del movimento su scala nazionale.

Al di là tuttavia dei meri dati numerici, ciò che più ha positivamente colpito è stata l’assenza di ottuse pregiudiziali riscontrata in molti studenti liceali e universitari: sintomo inequivocabile del progressivo abbandono, da parte dei giovani, di sterili contrapposizioni ideologiche e di una auspicabile ripresa di un sano spirito «corporativo» studentesco. Interloquendo con numerosi studenti, sono infatti emersi apprezzabili attestati di stima nei confronti del Blocco Studentesco e della sua politica «sindacale», piattaforma di partenza per un futuro allargamento di consensi trasversali e antipregiudiziali.

A fronte di questi incoraggianti risultati, sarebbe però un fatale errore lasciarsi assalire da un ingiustificato senso di appagamento, e appare più che necessario rammentare che la vera battaglia deve ancora cominciare: più la forza di un movimento aumenta, infatti, e più conseguentemente aumentano le sue responsabilità. Responsabilità che non possono essere assolutamente eluse o sottovalutate, giacché è precisamente dalla capacità di tener fede ai propri proponimenti e al proprio spirito di trincea che verrà deciso il destino del Blocco Studentesco.

Prescindendo però dai prosaici traguardi elettorali, è ben altro ciò che ci interessa: perché il Blocco cresce? Per la profferta di prospettive carrieristiche agli aspiranti militanti? Per l’offerta di facili benefici ai potenziali elettori di scuole e università? Ovviamente no: non è certo questo il modus operandi del Blocco, e lasciamo ben volentieri queste squallide «imprese» alle altre associazioni studentesche, infarcite di saltimbanchi della politica e di commissari di partito.

Detto ciò, è necessario ricercare altrove i motivi dell’affermazione del movimento, e innanzitutto nel contesto storico in cui esso è nato e agisce.
Il primo decennio del Terzo millennio, infatti, ha assistito a una netta accelerazione di quel processo di destrutturazione delle categorie della «vecchia» politica (già avviato negli anni ’90 a seguito del decesso dell’Unione Sovietica), proiettando le masse nella cosiddetta «èra post-ideologica». Tralasciando una più dettagliata disamina di questo complesso fenomeno, possiamo però rilevarne alcuni più vistosi effetti, ossia l’affermarsi di sentimenti diffusi di «antipolitica», uno scetticismo sterile e parolaio verso le istituzioni, un rumoroso quanto inconcludente qualunquismo alla Beppe Grillo.
Nonostante le élites globaliste si affannino a porre il concetto di «democrazia» in termini di larga partecipazione del cittadino alla gestione della cosa pubblica, assistiamo al contrario a una sempre più profonda rottura e disaffezione delle masse nei confronti della politica. E il problema di fondo, forse, nasce dal fatto che, affossando le ideologie, si sono uccise anche le idee.

È proprio in un contesto siffatto che si inserisce l’azione del Blocco Studentesco, che intende riportare la politica verso il popolo e, soprattutto, riguadagnare il popolo alla politica, conscio del fatto che, senza popolo, non esiste partecipazione, e, senza partecipazione, non può esistere una «comunità di destino».

Di qui la natura movimentistica dinamica e duttile del Blocco (e di CasaPound), ben lontana dalla rigidità della struttura/partito. Una natura movimentistica che non è però antipartitica, bensì aperta e costruttiva, partecipativa e «trans-partitica», e che si pone quindi come «terza via» tra il trasformismo «istituzionale» e l’adolescenziale e onanistico extraparlamentarismo o antagonismo auto-ghettizzante. Un movimento, dunque, totalmente sganciato dalle imposizioni di padroni e padrini, che privilegia l’azione concreta «sindacale» e trasversale, non egoista ed egocentrica, e che ha come unico obiettivo il bene comune degli studenti (in particolare) e della Nazione (più in generale).

Ovviamente, al fine di rendere praticabile questo progetto, risulta indispensabile un programma pragmatico e rivoluzionario, capace di sorpassare sia le ricette oligarchiche delle istituzioni sia il nulla strepitante dell’antipolitica istrionica e velleitaria. Ma, assieme e alla base dei programmi (vedi qui: 1, 2, 3 e 4), deve esistere un modello culturale ed esistenziale in grado di realizzare una vera e propria rivoluzione antropologica, e di opporre, di conseguenza, un «Uomo nuovo» (essenzialmente politico) al «fantoccio-consumatore» globalizzato e all’«individuo-codice a barre» alienato e dis-sociato.

In particolare a giovani e studenti, dimenticati e sviliti – al di là della facile demagogia – dai politicanti di turno, il messaggio del Blocco Studentesco offre risposte concrete ed entusiasmanti, riassumibili in una lotta disinteressata, su tutti i fronti, per riappropriarsi dell’avvenire che è stato loro rubato. Nell’epoca del precariato e delle caste/cricche dei vecchi oligarchi, allorché sembra smarrita ogni bussola e ogni coordinata, il Blocco chiama a raccolta i giovani dicendo loro che è possibile, se lo si vuole, tornare a essere i protagonisti della Storia, che è possibile, attraverso la volontà e il sacrificio, riprendersi il proprio destino, «riprendersi tutto».

Tutto ciò trova il suo fondamento nel recupero/attualizzazione di miti viventi e volontaristici fortemente mobilitanti, quali ad esempio il futurismo, lo squadrismo, l’impresa fiumana, i pirati della Tortuga, il sindacalismo rivoluzionario e, ultimamente con maggior enfasi, il garibaldinismo. Miti mobilitanti – si diceva – capaci di (ri)creare un immaginario affascinante e più largamente comunitario, che esaltano una visione eroica della vita fatta di valore, coraggio, solidarietà, generosità, gerarchia, libertà e sacrificio. Sicché non è difficile comprendere il fascino esercitato sugli studenti da motti incisivi e ardenti come «Giovinezza al potere», «assalta il futuro» e «17 anni per tutta la vita», i quali celebrano l’entusiasmo genuino e il furore scanzonato propri della gioventù, l’unica, quest’ultima, capace – come recita una recente e immaginifica canzone degli ZetaZeroAlfa – di «donare questa vita come getteresti un fiore».

C’è di più: il Blocco Studentesco (e CasaPound più in generale) ha ormai anche un suo «mito fondativo», che mette ben in luce, oltre alle ovvie ed evidenti filiazioni storiche, la sua natura innovativa, irriducibile e originale (nonché originaria), tanto che luoghi come il Cutty Sark e il nr. 8 di Via Napoleone III sono diventati spazi metafisici di pratica comunitaria e metapolitica, in grado di suscitare inoltre meraviglia e curiosità quasi ‘mistica’ in simpatizzanti ed estimatori. Il Blocco e CasaPound, quindi, non si configurano più, o – meglio – non solo come l’eredità di un’esperienza storica e umana, ma piuttosto come l’inizio, la fondazione, la tracciatura di un solco nella Storia e nel Destino.
E «tracciare un solco» vuol dire, come intendevano i nostri padri, fondare la civitas, la polis, simbolo di una nuova politica che torna ad essere creazione di volontà e sacrificio.

Su un altro punto vorremmo poi porre l’attenzione: per decenni quasi tutti i gruppi «antagonisti» hanno agito e atteso il momento opportuno per «fare la rivoluzione». Ebbene, noi non abbiamo bisogno di aspettare alcuna «saturazione del mercato» o alcuna fine di qualsivoglia Kali Yuga per fare la rivoluzione, perché noi, la rivoluzione, la stiamo già facendo. È una rivoluzione che parte anzitutto da se stessi: è il continuo miglioramento di sé, l’annullamento del proprio ego, del proprio egoismo, del proprio egocentrismo, del proprio narcisismo, per la (ri)nascita nel noi. È pertanto una rivoluzione severa e impietosa, una «rivoluzione permanente», una «palestra dell’anima».
Anche l’affermazione «stiamo facendo la rivoluzione», tuttavia, rischierebbe di essere inesatta. Perché noi, sostanzialmente, non facciamo la rivoluzione: siamo noi stessi la rivoluzione. Noi non facciamo i rivoluzionari, non giochiamo a fare i rivoluzionari: noi siamo rivoluzionari.

E questa rivoluzione, in definitiva, non può che essere realizzata dai giovani. I nostri nonni e i nostri padri ci hanno infatti consegnato un mondo di rovine e macerie, fatto di odio politico, disagio sociale, bancarotta morale (prima ancora che materiale), opportunismo, individualismo e corruzione. Hanno deluso: adesso è il nostro momento! Una volta qualcuno disse che «nei momenti felici la gioventù di una nazione riceve gli esempi, nei momenti difficili li dà». È proprio questo l’obiettivo dei ragazzi del Blocco: dare esempi a chi, per viltà o per inadeguatezza, ha tradito le nostre speranze, il nostro entusiasmo e la nostra gioia di vivere, dicendoci magari che «va tutto bene». E tutto ciò lo facciamo e lo faremo perché i giovani hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. Perché abbiamo stabilito che il futuro ci appartiene, e dunque veniamo a riprenderci tutto, noi che siamo – come avrebbe detto Marinetti – «gli ultimi studenti ribelli di questo mondo troppo saggio».
Come realizziamo e realizzeremo questa rivoluzione? Con amore, con un «disperato amore» temprato e sublimato dal combattimento nelle scuole e nelle università, lasciando la facile e inutile indignazione ai frustrati e ai pantofolai.   

Irrazionale voglia di vivere, interventismo rivoluzionario, adesione entusiastica e dionisiaca alla vita, goliardia dirompente, visione eroica e volontaristica dell’esistenza, etica epica estetica: questi gli ideali e il messaggio che il Blocco Studentesco propone e offre ai giovani, gli «architetti del domani». Questa la «visione del mondo» di una gioventù che alla discoteca ha preferito il rito comunitario, che alla passività della speranza ha preferito l’energia attiva della volontà, che alla vita comoda e alla rassegnazione ha preferito la trincea.

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venerdì 10 settembre 2010

Tre giorni 2010 di CPI

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lunedì 2 agosto 2010

La Strage di Bologna e i paladini della Verità



«… e generazioni nuove in cui tu credevi tanto, poi quel botto alla stazione che cancella tutto quanto…»

(F. MANCINELLI, Generazione ’78)


2 agosto 1980. Stazione ferroviaria di Bologna. Cinquanta chili di tritolo fanno saltare l’intera sala d’aspetto della stazione, più buona parte delle strutture adiacenti. Il bilancio finale è di ottantacinque morti, e più di centotrenta feriti.

Se ci passate oggi, la stazione di Bologna è uno di quei non-luoghi tra i più rappresentativi di un mondo di flussi, un mondo dove c’è poco spazio per ricordare, ripensare. Puzzo di freni, rumore, annunci di ritardi, treni che ingurgitano binari. Ne passerà uno ogni minuto, o forse di più. Decine di migliaia di persone al giorno arrivano, partono, aspettano. Un paio di tossici ogni tanto tentano di racimolare due spicci. Parecchi piccioni. Oggi come trent’anni fa.

Se costeggi il primo binario, e ti giri verso sinistra, guardando la parete della sala d’aspetto, t’accorgi che è stata ricostruita montando una vetrata trasparente che segue le incrinature che la bomba ha impresso sul muro. Se entri nella sala e ti giri sulla destra, al suolo trovi il buco lasciato dalla bomba, più in alto una lapide. Nomi, cognomi ed età di chi dentro a quella sala d’aspetto finì i suoi giorni, quel 2 agosto di trent’anni fa.

Dentro la frase iscritta sulla lapide, due parole risaltano più delle altre. Perentorie nella condanna, ineluttabili nella fissità del biasimo che esprimono, rimasto inalterato, praticamente da subito dopo l’evento, sino ad oggi.

Due parole.

Strage fascista.

La prima suona come un compimento dell’altra, o meglio, le due parole non potrebbero quasi esistere da sole. Così scritte sembrano come due incastri del Lego, due pezzi di un puzzle. Strage + fascista: complementarietà semantica.

Quel 2 agosto 1980 rappresenta insieme l’acme della strategia della tensione e la sua fine ufficiale. La firma finale su quel periodo storico che si apre formalmente con il 1968 e si concluderà 12 anni dopo. Si concluderà con varie condanne, tante, troppe assoluzioni, e pagine d’ordinaria ingiustizia che adesso va tanto di moda raccontare nei libri. Raccontarle per rivisitarle, riguardarle sotto una nuova luce. Poiché è lecito riscrivere tutto, scrutare il passato sotto la lente di una nuova coscienza collettiva, magari più matura, che abbia fatto tesoro dell’esperienza accumulatasi negli anni, anche in questi anni dove la categoria dell’esperienza ha perso di senso.

Ma c’è un evento, quell’evento, che ha segnato così profondamente l’immaginario collettivo di questa travagliata penisola, che ha impresso un’immagine così indelebile da diventare non una strage delle tante, ma LA strage. C’è un evento che non va toccato. Difeso dai cani da guardia della Verità, di una verità militante, per ciò stesso ancora più vera.

C’è un evento che è diventato la fonte di delegittimazione per tutta un’area politica, più forte dei vent’anni ai quali quell’area si rifaceva, travisati e denigrati sui libri di storia, dal sussidiario al testo universitario. Più forte del fuoco di quella bomba, la stigmatizzazione, l’intoccabilità del nuovo dogma di fede.

Di lì a poco l’Italia sarebbe cambiata. E con lei tutto il mondo. Arriverà l’epoca del riflusso.

Se fossimo in una puntata di Blu Notte, Lucarelli disporrebbe di un fermo immagine, dal quale riprendere la trama, il filo d’Arianna che avrebbe messo da parte poco prima. Questo fermo immagine ritrarrebbe la stazione, le macerie, il fumo, il sangue, la paura. La più clamorosa strage che l’Italia avesse mai visto, l’eccidio più efferato. Se quell’immagine potesse parlare, se le emozioni sprigionate potessero essere cristallizzate in un qualcosa di tangibile, potremmo capire che sin dal primo secondo negli occhi della gente, nel cuore di Bologna, nell’aria, nel fumo delle macerie, l’unico carnefice, l’unico in grado di concepire una così grave barbarie non potrebbe che essere il fascista.

Poco importa il nome dei colpevoli, degli esecutori materiali, dei mandanti, di chi fornisce l’esplosivo, di chi lo assembla, di chi coordina. Poco importano movente e rivendicazione (entrambi assenti). L’importante è che quella strage è una strage fascista. Ed in quanto strage fascista, importa che sia trattata in una determinata maniera. Se le prove non ci sono bisogna inventarsele. Rovesciare l’onere della prova, nell’ideologia militante di certi organi dello Stato, è fondamentale che l’Idea inveri il fatto. E poco importa se i presunti colpevoli non fossero a Bologna quel giorno, potevano coordinare l’azione da tutt’altra parte. Poco importa se quella infinita lista di sospettati dovrà essere riformulata perché in un primo tempo ritenuti innocenti, o se uno dei condannati passati in giudicato avesse appena 17 anni quel 2 agosto del 1980.

Ancor meno importa sapere che quei legami che lo Stato italiano ha intessuto con certa parte del terrorismo internazionale, di cui Moro anni prima si fece paladino in nome della gestione della contingenza del pericolo terroristico, possono aver influito in quella strage. Così come poco credito va dato al fatto che alti funzionari dei servizi segreti tentarono inizialmente di falsificare le prove e sviare le indagini, guarda caso proprio facendole vertere sul terrorismo nero.

Poco importa tutto ciò perché quella strage deve essere fascista. Così da far quadrare il cerchio della storia contemporanea, così da fornire un alibi allo Stato democratico, un capro espiatorio, ed insieme un feticcio da odiare per tutti coloro che si sentono minacciati da qualcosa che ha un nome ed un colore.

Questo articolo potrebbe essere interamente incentrato sulla rassegna delle tesi alternative sulla responsabilità della strage, su un accurato riepilogo di tutte le prove, gli indizi, le fughe di notizie. Ma di questo materiale ne è pieno il web. Ne sono pieni i libri. E allora che senso può avere quest’articolo? Poco, forse nessuno. Poco come le sbraitanti accuse dei familiari delle vittime, poco come gli stupidi fischi a Bondi dell’anno scorso. Poco e nessuno, come le dichiarazioni dei paladini della verità, dei cani da guardia del dogma di fede, che contro ogni evidenza continuano a rigurgitare il loro odio contro lo stragista fascista (sentite come suona bene).

Poco, come tutte le bandiere rosse, gli stendardi della CGIL, nessuno come i militanti antifascisti che saranno presenti alla stazione di Bologna, tanti piccoli riflessi sbiaditi legittimati dall’odio imposto dai dogmi.


Tommaso

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sabato 31 luglio 2010

Stasera vi porto a CasaPound



Fonte: Zentropa

 
Il freddo invernale cominciava a piegare le ginocchia di fronte agli attacchi vigorosi del sole di fine marzo. I negozi lungo la strada avevano tirato fuori i loro altoparlanti che sbraitavano ritmi hip-hop o elettronici e di cui il volume isterico faceva concorrenza ai latrati dei cani del gruppo di punk sparpagliato sul marciapiede. Marco non poté trattenere un leggero sorriso di soddisfazione vedendo tre ragazzini coi giubbotti flight seduti alla terrazza di un bar, con gli occhiali da sole appoggiati sul tavolino accanto ai sacchetti de «La Testa di Ferro» carichi di libri e magliette. Certo, erano sicuramente dei piccoli fancazzisti che si erano travestiti per il week-end, ma nonostante ciò, in mezzo alla fauna losca e deprimente che riempiva Termini, brodaglia infame di diversi residui di tribù del mondo passate sotto il rullo compressore della religione neo-consumista, la loro visione era un piacevole respiro, il sentimento fugace, e senza dubbio ingannevole, che non tutto era andato perso.

E poi, dopotutto, forse erano dei veri militanti, solidi e quadrati. Perché ricorrere sistematicamente al cinismo per soffocare la minima scintilla di entusiasmo? Forse perché Marco aveva «lasciato l’area» da più di 10 anni e che «ricominciare a credere», anche puntualmente, anche furtivamente, sarebbe ammettere di avere disertato e farebbe di lui, vista la sua attuale passività, un complice supino del sistema.

Marco conosceva tutto sull’ambiente di estrema destra. I suoi fallimenti, le sue mitomanie, le sue incoerenze, le sue ridicolezze, i suoi traffici loschi, i suoi folclori, le sue monomanie... Le sue grandezze, le sue dedizioni, le sue fedeltà, i suoi talenti e anche i suoi successi. Ma, col tempo, il suo spirito aveva cancellato uno a uno tutti gli aspetti positivi per convincersi che la sua scelta d’abbandono era non solo giustificata, ma addirittura l’unica possibilità, l’unica ragionevolmente considerabile...

Quando si ha una famiglia, un lavoro, delle responsabilità, potete ben capire, queste ragazzate, queste messe in scena, queste sciocchezze turbolente... non era proprio più possibile...

Eppure, oggi, seduto di fronte a un collega in completo H&M che gli spiegava le tecniche migliori per «rifarsi alla Borsa», fiancheggiato da una bionda slavata che commentava fervidamente i suoi ultimi acquisti di scarpe e da due gay con le canottiere fluo che litigavano come una vecchia coppia – che forse erano –, cosa non avrebbe dato per ritrovarsi alla tavola di quei tre adolescenti persi nei loro giubbotti di cuoio troppo grandi, pieni di speranza e di progetti così diversi e talvolta contradditori, ma per i quali il fine ultimo non era quello di avere accesso ad un’esistenza di star hollywoodiana?

E allora si immaginava seduto in mezzo a loro, fornendo la sua esperienza, le sue relazioni, i suoi mezzi, e loro nutrendolo in cambio con le loro energie e la loro vitalità rivoltosa. Ma sarebbe sicuramente tornato a casa, quella sera, nella sua villa periferica, senza aver fatto né detto niente.

E avrebbe osservato i suoi bambini incantati di fronte alla loro playstation, e loro non avrebbero nemmeno girato la testa al suo arrivo. Avrebbe avuto voglia di distruggere l’infetto televisore, di prendere i bambini, di baciarli vigorosamente e di spiegare loro che esiste dell’altro, che c’è un altro mondo da costruire, che bisogna credere e investirsi... Ma sapeva già che a quel punto, i quattro piccoli occhi si sarebbero piantati nei suoi per chiedergli: «E tu, papà, cosa fai?».

«Non cosa fai. Cosa facciamo. Stasera vi porto a Casapound, e ricominciamo da capo».

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venerdì 9 luglio 2010

Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale


 
Articolo pubblicato in «Occidentale», maggio 2010, pp. 20-22.


Il 24 ottobre del 1922 Benito Mussolini, in Piazza del Plebiscito a Napoli, di fronte a decine di migliaia di fascisti pronti alla Marcia su Roma, porta con sé l’ultimo garibaldino in vita. Un gesto dall’alto valore simbolico che mette magnificamente in luce, al di là di ogni ulteriore considerazione, quel filo rosso che lega il Fascismo al Risorgimento.

Purtroppo ancora non esiste uno studio che analizzi esaurientemente il rapporto tra il moto della nostra unità nazionale e il movimento fascista che, senza mezzi termini, se ne considerava il giusto e glorioso compimento. Un primo buon passo lo ha compiuto recentemente Massimo Baioni con il suo Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell’Italia fascista (Carocci, Roma 2006, pp. 290). Tuttavia il quadro è ben più complesso e poliedrico di quanto possa apparire ad uno sguardo corrivo e superficiale.

Il Fascismo infatti, dopo la vittoria e la presa del potere, si trovò a doversi confrontare con due miti fortemente radicati nella società italiana: il Risorgimento e la Grande Guerra. Un raffronto ineludibile, giacché – come rimarca il Baioni – «il confronto con il passato era vitale per dare un senso della dimensione storica del fascismo e per connotarne l’identità, precisando il posto che esso ambiva ad occupare nel flusso della storia italiana». Se per il conflitto mondiale però, reputato l’atto fondativo «morale» del Fascismo stesso, non vi furono problemi di sorta, le contraddizioni e le aporie che il Risorgimento già recava in sé e con sé, invece, confluirono nel nuovo regime, suscitando diatribe e polemiche. 

I vari approcci degli esponenti del Fascismo al moto risorgimentale, infatti, non furono univoci. Quel che è certo però – come ci assicura Emilio Gentile nel suo celeberrimo Il culto del littorio – è che «dalla borghesia patriottica e dai fautori di una restaurazione del regime liberale, il fascismo era osannato come il salvatore della patria, risorta dalla guerra ma trascinata dai suoi ‘nemici interni’ sull’orlo di un baratro, e come il restauratore del culto della nazione nei suoi miti, nei suoi riti e nei suoi simboli. Ma la restaurazione fascista aveva un ritmo e uno stile che ben poco corrispondevano all’idea di un ripristino del culto della patria nelle forme nostalgicamente ottocentesche, vagheggiate dai fautori di una restaurazione dell’Italia monarchica al di sopra dei partiti, dopo l’agnosticismo democratico degli anni giolittiani e il caos dissacrante del ‘biennio rosso’».

Il Fascismo, dunque, intendeva sì inserirsi nella tradizione risorgimentale, ma sottolineando altresì la propria natura innovativa e irriducibile: continuazione proiettata nel futuro, quindi, e non già appendice di un momento storico che i fascisti reputavano glorioso ma concluso. Il Fascismo era infatti considerato – come ben sintetizza lo storico Roberto Pertici – «il compimento della rivoluzione nazionale iniziatasi con il Risorgimento, che doveva riuscire dove il processo risorgimentale e il cinquantennio successivo avevano fallito: nell’inserimento e nell’integrazione delle masse nello Stato nazionale, nella creazione di una più vera democrazia, ben diversa dal ‘parlamentarismo’ e lontana dall’‘affarismo’, dal ‘particolarismo’, dall’‘inerzia’ che avevano caratterizzato l’Italia liberale».

Un’occasione importante per chiarire il rapporto Fascismo-Risorgimento si presentò nel 1932, anno del 50° anniversario della morte di Garibaldi e del decennale della Marcia su Roma: «Le principali manifestazioni del 1932 – argomenta il Baioni – sembravano confermare il nesso tra il bisogno di presentare il fascismo come erede delle migliori tradizioni nazionali e la volontà non meno forte ad enfatizzarne le componenti moderne, che avrebbero dovuto distinguerlo come originale esperimento politico e sociale».

Tuttavia, come dianzi accennato, le letture del Risorgimento date dai vari esponenti fascisti furono molteplici e spesso in conflitto, dal momento che le diverse «anime» del Fascismo riflettevano altrettante interpretazioni di quel periodo storico già di per sé complesso e policromo.
Una delle più incisive fu sicuramente quella «monarchica», che aveva il maggior rappresentante in Cesare Maria De Vecchi, quadrumviro della Marcia su Roma, il quale ricevette la cura degli istituti e degli studi storici risorgimentali (tra cui il fondamentale Istituto per la Storia del Risorgimento). De Vecchi, infatti, era un fervente sostenitore della fusione tra Fascismo e tradizione sabauda del moto risorgimentale, arrivando addirittura alla codificazione di un vero e proprio paradigma sabaudo-fascista. Questa visione del Risorgimento ebbe quindi un più profondo impatto sociale, grazie principalmente alla sua diffusione nella scuola, nell’editoria e nella rappresentazione museale.

Di qui le vive proteste di un giovane Felice Chilanti: «A ben guardare anche la storia del nostro Risorgimento, quella che va ancora per la maggiore nelle scuole fasciste, è dominata dalla tesi borghese, che fa coincidere la grandezza italiana con la ‘destra storica’, e la decadenza con l’avvento delle sinistre. Tutti sappiamo quale tizzone cova sotto la svalutazione della sinistra». E di fatti proprio i «fascisti rossi», in aperta polemica con le versioni oleografiche filo-monarchiche, rivendicarono a sé e al Fascismo quel «Risorgimento popolare» e repubblicano di Mazzini, Garibaldi, Ferrari, Cattaneo e Pisacane in opposizione a quell’altro di matrice borghese, colpevole – a loro dire – di aver tradito il Risorgimento stesso.

E così, oltre alle interessanti riletture di Angelo Oliviero Olivetti, Curzio Malaparte, Armando Casalini e Alceste De Ambris (che all’inizio aderì al Fascismo per poi discostarsene), anche il giovane e mordace Berto Ricci evocava lo spiritualismo mazziniano e l’eroismo garibaldino nell’intento di opporne la «moralità popolare» a quella borghesia che, tradito il Risorgimento, stava ora tramando ai danni della rivoluzione fascista: «Il populismo fascista di Ricci […] – spiega Paolo Buchignani nella sua biografia dell’intellettuale toscano – si caratterizza per il suo contrapporre il popolo (sano, maschio, fiero) alla borghesia vile, corrotta e corruttrice che il fascismo dovrebbe sradicare dalla società e dalle coscienze, per immettervi, invece, quella moralità ‘popolare’ presente non solo in Mazzini e in Garibaldi, ma anche nell’‘uomo Carducci’ di Giovanni Papini». E sempre Ricci, in uno dei primi numeri de «L’Universale», recuperava la tradizione rivoluzionaria di Mazzini per scagliarla idealmente contro la borghesia liberale e compromissoria: «E qui non sarebbe male ricordare che il gran repubblicano fu imperialista, assai più, assai meglio, d’ogni bertuccia moderata».

Parimenti Sergio Panunzio, rifiutando il Risorgimento «diplomatico» e «costituzionale», affermava a chiare lettere: «Dobbiamo ricorrere con la mente alla ‘insurrezione’, anch’essa di carattere militare di Mazzini e di Pisacane, di Garibaldi e così del partito d’azione del Risorgimento, e del movimento fiumano di D’Annunzio, per trovarci in presenza di tentativi e di approssimazioni di fatti morali e storici simili a quello presentato in grande stile dal Fascismo».

In una posizione mediana, troviamo invece due tra i più grandi intellettuali del tempo: Giovanni Gentile (foto) e Gioacchino Volpe. La loro visione «unitaria», infatti, sottolineava la reciproca necessità delle varie «anime» del Risorgimento. Come previsto, la loro interpretazione scontentò tutti, sia filo-monarchici che filo-repubblicani. Eppure era stato proprio Volpe (monarchico), nel suo L’Italia in cammino, a ridare dignità all’azione del socialismo nazionale nella formazione della nazione italiana. Gentile invece, ne I profeti del Risorgimento italiano, rintracciava la sintesi dei vari Mazzini, Garibaldi, De Sanctis, Rosmini, Cavour, Cuoco e Gioberti proprio nella incrollabile fede e nella ferma volontà di rendere l’Italia finalmente unita e indipendente. E per il filosofo di Castelvetrano, il campione di questa fede era proprio Mazzini, il quale, con il suo spiritualismo e il suo senso di sacrificio per un ideale più grande, combatteva il materialismo e l’individualismo (antichi tarli d’italica memoria), rappresentati dall’«uomo del Guicciardini». Lo stesso Mazzini che aveva intuito – come argomenta splendidamente Gentile – che «una nazione non è un’esistenza naturale, ma una realtà morale. Nessuno la trova perciò dalla nascita, ognuno deve lavorare a crearla. Un popolo è nazione non in quanto ha una storia, che sia il suo passato materialmente accertato, ma in quanto sente la sua storia, e se l’appropria con viva coscienza come la sua medesima personalità; quella personalità, alla cui edificazione gli tocca di lavorare giorno per giorno, sempre; che perciò non può dir mai di possedere già, o che esista come in natura esiste il sole o il monte o il mare; ma è piuttosto prodotto di volontà attiva che s’indirizza costantemente al proprio ideale; e perciò si dice libera. […] Questo l’alto concetto mazziniano della nazione, che poté infatti riscuotere il sentimento nazionale degl’italiani, e porre il nostro problema nazionale come problema di educazione e di rivoluzione: di quella rivoluzione, senza la quale neanche Cavour sarebbe stato in grado di fare l’Italia. […] La nazione sì, veramente, non è geografia e non è storia: è programma, è missione. E perciò è sacrificio. E non è, né sarà mai un fatto compiuto» [i corsivi sono miei].

Al contrario, dopo il 25 luglio e l’8 settembre del ’43, con il tradimento della Monarchia, è lo stesso Mussolini, già dal suo primo discorso di Radio Monaco, a richiamarsi al patriota genovese: «Quanto alle tradizioni [nazionali] ce ne sono più di repubblicane che di monarchiche. Più che dai monarchici, la libertà e l’indipendenza dell’Italia furono volute dalla corrente repubblicana e dal suo più puro e grande apostolo Giuseppe Mazzini». E più tardi, con ancor maggior veemenza: «La storia del Risorgimento deve ancora essere fatta: bisogna creare una sintesi tra la storia così come è stata manipolata dai monarchici, i quali ipotecarono il Risorgimento, e la versione dei repubblicani. Bisogna stabilire quale fu l’apporto del popolo e quale quello della Monarchia; che cosa diede la rivoluzione e quel che diede la diplomazia». 

È infatti nei 600 giorni della Repubblica Sociale Italiana che gli appelli al Risorgimento repubblicano e socialista si fanno sempre più intensi e costanti: Mazzini, Garibaldi, Mameli, Pisacane, ecc. – i simboli del Risorgimento «sconfitto» – assurgono ora a numi tutelari di Salò.

Ma il destino dell’Italia era ormai segnato, la sconfitta incombeva ineluttabile. E mentre il Fascismo repubblicano veniva schiacciato dalle bombe degli Alleati e l’ultimo lembo d’Italia libera veniva calpestato dai cingolati dei «liberatori», gli insegnamenti e le speranze dei «profeti del Risorgimento» venivano invece traditi nell’orgia di sangue della guerra civile. Chi sognò, si batté e morì per l’unità nazionale, morale prima ancora che geografica, vedeva ora la terra tanto amata dilaniata dall’odio, dall’invidia e dalla cieca volontà di vendetta. Forse è proprio per questo che oggi c’è tanto imbarazzo nel celebrare il 150° anniversario dell’Unità: perché uno Stato a sovranità limitata, preda dei rapaci oligarchi dell’«antinazione», diviso dai rancori ideologici e privo degli ideali virili di libertà e grandezza, impallidirebbe di fronte alla monumentalità di un Mazzini, di un Garibaldi, di un Pisacane. È la vergogna che prova quest’italietta di papponi e saltimbanchi per la propria miseria morale, è il sentirsi indegna di chi, nella solitudine dell’esilio o con la baionetta in canna, aveva capito che «si può dare anche la vita per vivere». Per vivere veramente…


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mercoledì 23 giugno 2010

Lo spirito moderno del Calcio antico

27 Guerrieri con Firenze nel Sangue


di Saverio di Giulio (CasaPound Firenze)


C’era una volta la «Sferomachia» che poi divenne «Harpastum», modi rudimentali di gioco del pallone che avevano funzione aggregativa e formativa nell’antica Grecia e nell’Impero Romano, dove a cimentarsi in questo meraviglioso sport guerriero erano soprattutto i legionari.

A regalare alle nostre generazioni il gioco del pallone in molte delle sue forme attuali, però, furono i cittadini di Florentia, che intorno al 1400 inventarono l’attuale CALCIO STORICO FIORENTINO iniziando a praticarlo senza distinzioni di classe sociale. Nei quartieri, nelle piazze e perfino nelle vie più impervie del centro storico della città. Il Calcio a Firenze diventò in breve tempo uno dei momenti più importanti di aggregazione trasversale, era un passatempo che temprava il corpo e la mente ai più giovani come ai più vecchi.
Ben presto divenne dunque sport «ufficiale» della città di Firenze, e si giocavano diverse partite durante l’anno in tornei che si svolgevano nelle maggiori piazze fiorentine. Ma il Calcio Fiorentino non fu solo passatempo e sport, fu molto di più: assunse in alcuni casi una valenza determinante per le sorti della città o, perlomeno, per quell’orgoglio fiorentino che solo chi è nato qui, nella culla del rinascimento, può capire.
Nel 1490 infatti la partita fu giocata sullArno ghiacciato, come a ridere in faccia alla calamità che aveva colpito Firenze. Ma è nel 1530 che il calcio visse il suo momento più importante e divenne simbolo assoluto della città di Firenze. In quell’anno, infatti, si decise di giocare nonostante la città fosse assediata dalle truppe di Carlo V e fortemente provata dalla mancanza di cibo. Si giocò per scherno verso il nemico e per orgoglio, per dimostrare che Firenze nel suo spirito non potrà mai essere piegata.

Purtroppo però nel 1739, con l’annessione di Firenze all’Impero asburgico, il calcio subì due secoli di stop... ma solo ufficialmente, poiché rimase scolpito nel cuore dei cittadini che continuanoro comunque a praticarlo fino al 1930, quando Alessandro Pavolini decise di restituire alla città questa tradizione secolare mai dimenticata che, come era prevedibile, riprese subito vigore arrivando sana e forte fino ai giorni nostri.


Già... i giorni nostri...


Viaggiando nella storia di Firenze mi ero quasi dimenticato la motivazione che mi ha spinto a scrivere questo articolo, del quale avrei fatto volentieri a meno. Eh sì! Perché, pur non essendo tornati gli Asburgo, il Calcio Fiorentino da quattro anni ormai non riesce a trovare pace.

Il perbenismo, lipocrisia, la falsità, il buonismo, il politically correct di questa società sembrano essere più forti delle ghiacciate o degli assedi. Ed ecco quindi il sindaco Renzi che rimbalza le responsabilità della malagestione del calcio a destra e manca, in un maldestro tentativo di salvare la faccia, la questura che si ostina a non cedere sulle assurde regole imposte, adatte più a una gara di balletto che a una partita di calcio in livrea, qualche paladino dellantifascismo militante che non resiste all’indole di andare sempre contro tutti e tutto, definendo il calcio

«un pallone travestito connotato da una rissosità proverbiale e demente».

Noi preferiamo invece stare dalla parte di chi su quel campo, e non solo, ha dato anima e corpo affinché questa nobile tradizione potesse ancora vivere nei secoli dei secoli! Scegliamo di sostenere il Calcio Storico Fiorentino, simbolo della fiorentinità, sempre più messa a dura prova dal multiculturalismo e dalla globalizzazione. Combatteremo per il Calcio in livrea perché non vorremmo soltanto vederlo in Piazza Santa Croce tre volte all’anno, ma lo vorremmo nei quartieri, nelle piazze, per le strade del centro e delle periferie. Vorremmo che potesse sostituire la play station e la televisione nei pomeriggi dei ragazzi. Perché il Calcio Storico è patrimonio di Firenze e di tutti i Fiorentini, e nessuna «autorità» potrà mai arrogarsi il diritto di fermare la Storia. Rivogliamo il Calcio Storico e lo pretendiamo così come ce lo hanno insegnato: rude e virile, leale e spirituale, poetico e leggendario, come lasciatoci in dono dalla Firenze che fu.


Rivogliamo i 4 colori,
«27 guerrieri con Firenze nel sangue»!


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lunedì 21 giugno 2010

martedì 15 giugno 2010

giovedì 10 giugno 2010

Perché ci piace Rino Gaetano



di Renato Montagnolo (Blocco Studentesco Prato)


La notte tra il 1° e il 2 giugno 2009 CasaPound Italia celebra Rino Gaetano con migliaia di manifesti e striscioni affissi su tutto il territorio nazionale.
Un anno dopo l’associazione ripete l’iniziativa nelle città di Prato e Lamezia terme.
Qualcuno potrebbe domandarsi, perché proprio Rino Gaetano?
La risposta è semplice: perché ci piace!

Rino Gaetano, dopo essere finito nel dimenticatoio per anni, è ultimamente «tornato di moda»; internet ha permesso alle nuove generazioni di conoscere questo genio della musica italiana.

I testi delle sue canzoni colpiscono perché parlano di problemi sociali, di vita reale, attaccano i personaggi cult della nostra società (gli Agnelli, i Costanzo, gli onorevoli e i senatori, ecc.), ma lo fanno in modo leggere, scanzonato, irriverente e divertente, in un modo che lo differenzia dai vari Guccini e De André.

Rino Gaetano ci piace per questo, perché è un artista popolare (ovvero del popolo), perché le sue canzoni nascono nelle strade e nelle osterie, perché prendono spunto – come lui disse più volte – da frasi dette da gente comune davanti a un caffè o a un bicchiere di vino.

Ci piace perché, nella migliore delle ipotesi, viene snobbato mentre, in altri casi, viene addirittura screditato e infangato (un esempio ne è la fiction trasmessa dalla RAI) dall’élite della canzone italiana e dai media.

Ci piace perché era un Uomo Libero, non riconducibile a nessun partito, un artista anarchico che aveva il coraggio di attaccare tutti e tutto, che già 40 anni fa si scagliava contro coloro che avrebbero dovuto portare avanti le istanze del popolo.

Ci piace quando parla delle fabbriche e del «lavoro di catena che curva a poco a poco la tua schiena», quando parla di «sub-appalti e corruzione e bustarelle da un milione», quando parla di «politici imbrillantinati che minimizzano i loro reati» (quant’è attuale Rino!!), ma anche quando si incazza e dice che «con la mia guerra voglio andare ancora avanti e, costi quel che costi, la vincerò non ci son santi», oppure cerca in ogni cosa «uno spunto per la rivoluzione»; ci piace quando urla «la festa è finita, evviva la vita!», perché sembra volerci dire che i problemi si affrontano senza piangersi addosso.

Ci piace, in tre parole, perché era un Artista Libero e Rivoluzionario.

Non mi voglio dilungare ulteriormente: potrei analizzare i suoi testi oppure parlare della sua morte e degli ospedali che non hanno potuto curarlo, ma lo farò in un’altra occasione.
Oggi non mi va, oggi c’è il sole, oggi «il cielo è sempre più blu!».

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