domenica 15 febbraio 2009

Il Kosovo è Serbia? (2)


La nazione serba allo scoppio della guerra civile in Jugoslavia

Prima di parlare degli avvenimenti in Kosovo dell’ultimo ventennio, è necessario contestualizzare nel quadro della ex Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia (RSFJ) la questione nazionale serba.

La RSFJ era suddivisa in sei repubbliche (ovvero Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia e Montenegro) e due province autonome (il Kosovo-Metohija e la Vojvodina), entrambe formalmente parte della Serbia.
Significative minoranze serbe esistevano in tutte le repubbliche, in particolare in Croazia (dove il 15% della popolazione era di etnia serba e viveva nella Kraijna, una regione dove costituivano il 90% degli abitanti), in Bosnia (35% della popolazione) ed in Montenegro (40%).
Per cui, seppure diviso tra le diverse repubbliche, il popolo serbo trovava nella Jugoslavia il quadro nel quale poteva vivere mantenendo la propria unità.
D’altra parte, le repubbliche costitutive erano entità che solo in parte rispondevano a bisogni storici ed etnici: basta guardare al primo Regno di Serbia, alle banovine (province) del Regno di Jugoslavia nonché agli Stati indipendenti creati durante l’occupazione delle truppe dell’Asse per vedere confini totalmente differenti da quelli disegnati poi nel 1945 con la fondazione della Jugoslavia socialista. La costituzione del 1974 dava alle repubbliche la facoltà di secedere (seppure non-unilateralmente) dalla federazione; stabilendo per ognuna quali ne fossero i narod (popoli) costituenti: i serbi lo erano per Croazia, Serbia, Bosnia e Montenegro, risultando la popolazione più numerosa all’interno della federazione. Gli albanesi, invece, godevano dello status di minoranza in Serbia e Macedonia, che garantiva loro autonomie amministrative, linguistiche e religiose. Questa costituzione garantiva un fragile equilibrio tra le varie etnie, in particolare cercando di limitare il predominio demografico dei serbi (“spezzettati” tra province autonome e quattro repubbliche) per evitare un’eventuale sottomissione ad essi delle altre nazionalità.

Lo scoppio della guerra in Jugoslavia

Nel 1991 vengono indette le prime libere elezioni (dal 1945) in tutta la Jugoslavia. Mentre Milošević viene confermato alla guida della Serbia, con il 65% dei voti raccolti dal suo Partito Socialista di Serbia (SPS), nelle altre repubbliche prevalgono formazioni politiche di orientamento nazionalista e separatista.

Nel giugno 1991 Slovenia e Croazia dichiarano unilateralmente l’indipendenza dalla RFSJ: è lo scoppio della guerra civile in Jugoslavia.

A questo punto è necessario fare alcune osservazioni sul ruolo della comunità internazionale, in gran parte responsabile dei tragici eventi successivi. Infatti l’UE, affrettandosi su spinta tedesca a riconoscere l’indipendenza delle due repubbliche (prevenendo in questo modo qualsiasi forma di negoziato e di compromesso tra di esse ed il resto della federazione) e considerando intangibili i confini amministrativi delle due repubbliche separatiste (non concedendo diritto all’autodeterminazione ai serbi di Croazia, che erano invece popolo costituente secondo la costituzione) interferì gravemente in questioni interne di sovranità Jugoslava.
Questo senza menzionare il supporto militare dato ai separatisti croati (ai quali i tedeschi freschi di Wiedervereinigung vendettero buona parte dell’arsenale militare della ex-DDR) e agli incentivi economici garantiti dagli Stati dell’Unione alle due repubbliche (che ringrazieranno svendendo buona parte del proprio patrimonio pubblico ai partner europei).
In seguito all’indipendenza unilaterale, gli oltre 400 mila serbi di Croazia diedero vita alla “Republika Srpska Kraijna” (RSK, 1991-1995), la cui indipendenza formale venne riconosciuta solo dalla Federazione Jugoslava (ovvero l’unione delle due repubbliche di Serbia e Montenegro), su di un territorio nel quale i serbi costituivano oltre il 90% della popolazione.
Pochi mesi dopo, in seguito al referendum sull’indipendenza della Bosnia (passato con i soli voti dei croati e dei musulmani) i serbi della regione fondano la “Republika Srpska”, un’altra entità autonoma dove essi costituiscono la stragrande maggioranza degli abitanti. Ancora una volta, la comunità internazionale interviene irresponsabilmente, impedendo la spartizione del territorio e dichiarando intangibili i confini della Bosnia.

Particolarmente negativo fu il ruolo dell’allora ambasciatore USA a Belgrado, Warren Zimmermann10, che assicurò supporto incondizionato al leader musulmano (e presidente di Bosnia) Alija Izetbegović, inducendolo ad abbandonare le trattative sulla cantonizzazione della regione (il cosiddetto piano Cutileiro) dando di fatto il via alla guerra civile bosniaca nella primavera del 1992.
In sostanza, ben lungi dal voler sottomettere e dominare gli altri popoli balcanici, i serbi hanno combattuto per mantenere la loro unità e il loro diritto all’autodeterminazione, sancito (sulla carta) sia dalle convenzioni internazionali che dalla costituzione jugoslava. Dipinti come criminali e principali fautori della pulizia etnica, in realtà, nel corso dei tre anni di guerra nella ex-Jugoslavia i serbi verranno cacciati dalla Kraijna croata (300 mila profughi e migliaia di morti) ed espulsi dalle maggiori città bosniache come Sarajevo (100 mila esuli) e Mostar (25 mila) con l’esplicito supporto di USA e UE11.
Inoltre la Serbia, “colpevole” durante la guerra di prestare aiuto ai serbi di Bosnia e Croazia, venne sottoposta ad un durissimo embargo protrattosi di fatto fino al 200012, con conseguenze disastrose per l’economia (PIL più che dimezzato nel giro di pochi anni, disoccupazione alle stelle) e la società (criminalità dilagante, centinaia di migliaia di profughi da sistemare ed isolamento internazionale)13. Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Verso la guerra in Kosovo

Sullo sfondo delle guerre balcaniche, Milošević riesce comunque a consolidare il suo potere, vincendo nel 1997 le elezioni presidenziali della federazione Jugoslava (composta all’epoca da Serbia e Montenegro), dopo aver ricoperto per due mandati (‘80-‘92 e ‘92-‘97) il ruolo di presidente della Repubblica di Serbia14.

Nel 1996 intanto in Albania si verifica il crollo improvviso del sistema finanziario “piramidale”, cosa che per diversi mesi getta il paese nel caos: approfittando della situazione fuori controllo, gli arsenali delle caserme vengono svuotati per essere poi riversati dalle organizzazioni criminali in Kosovo e nei traffici di internazionali (si conta che più di 700 mila armi leggere “scomparirono” nel corso dell’anno).

È proprio in questo periodo che cominciò ad affermarsi l’Uçk (Ushtria çlirimatare e Kosoves – Esercito di Liberazione del Kosovo): una formazione paramilitare, di ideologia marxista-enverista, auto-finanziata col traffico di armi e di droga, formatasi con l’obiettivo di rendere il Kosovo indipendente ed etnicamente puro.
Se comunque nel 1996 e nel 1997 si registra un numero relativamente limitato (31 e 54) di attentati aventi come obiettivi serbi, albanesi “collaborazionisti” ed altre minoranze etniche, nel 1998 la guerriglia si fa sempre più intensa. In totale, alla fine dell’anno l’Uçk avrà effettuato ben 1885 attacchi terroristici, 1129 dei quali diretti contro la polizia e 756 contro i civili, causando 115 morti tra i primi e 173 morti tra i secondi. Inoltre, solo nel 1998 verranno rapite 293 persone: 174 di loro verranno uccisi e torturati, mentre gli altri saranno liberati o riusciranno a fuggire.

È alla luce di queste cifre enormi (rapportate ad una provincia con un milione e mezzo di abitanti) che va visto il successivo ed inevitabile intervento dell’esercito serbo: le intenzioni “genocide” millantate dalla stampa mondiale appartenevano ancora una volta alla fantasia.
Oltretutto, fino all’estate del 1998 (quando la politica occidentale, come al solito guidata dagli interessi USA, subì un’inversione di rotta) nessuno mise in discussione il diritto della Serbia a difendere i propri cittadini sul proprio territorio: lo stesso dipartimento di Stato americano classificava l’Uçk come una “formazione terrorista”, ed anche l’allora premier albanese Fatos Nano dichiarò di non volersi immischiare nella questione (da lui ritenuta materia di sovranità serba) e non sostenere i propri connazionali dell’Uçk15.

In breve tempo però, in un’escalation di allarmismo e cifre fantastiche (sui giornali statunitensi nell’inverno del 1998 si parlava di centinaia di migliaia di morti albanesi) cominciano a piovere gli ultimatum della comunità internazionale.
Milošević permise quindi all’OSCE ed agli USA di inviare senza restrizioni osservatori per verificare la legittimità delle proprie azioni in Kosovo, credendo (ingenuamente) che fossero interessati alla protezione dei civili della provincia.
In realtà, il gruppo di contatto americano guidato da Richard Holbrooke si occupò soprattutto di armare e sostenere la guerriglia armata dei narcotrafficanti dell’Uçk mentre, nella missione dell’OSCE, si trovavano numerosi militari (tra cui il generale William Walker) il cui ruolo era per lo più di stabilire obiettivi militari e civili dell’aggressione occidentale prossima ventura. Mancava solamente il casus belli per dare il via ai bombardamenti.

Continua...

Note

(10) Guarda caso, oggi ambasciatore in un altro paese “ribelle” in odore di disintegrazione, la Bolivia di Evo Morales.

(11) Per esempio l’operazione Oluja (tempesta) – che nell’agosto 1995 “liberò” la Kraijna dalla popolazione serba che vi risiedeva da oltre settecento anni – fu eseguita con l’assenso dell’allora presidente USA Clinton, che autorizzò diverse aziende americane specializzate nella consulenza militare ad aiutare i croati nella pianificazione ed esecuzione dell’attacco.

(12) Ovviamente per la Croazia, che nello stesso periodo inviava truppe ed armamenti ai croati di Bosnia, così come per l’Arabia Saudita (che armava i musulmani bosniaci) l’embargo non venne neanche lontanamente ipotizzato.

(13) Ricordiamo qui che la Jugoslavia nel 1990, pur essendo un paese socialista monopartitico, vantava un reddito medio pro capite pari a quello della Spagna dello stesso periodo, la piena occupazione, un ottimo livello di istruzione e sanità (entambe universali e completamente gratuite), nonché, a differenza dei paesi del blocco sovietico, una totale apertura delle proprie frontiere in ingresso ed uscita.

(14) L’ “Hitler dei Balcani” godeva nonostante tutto di un largo consenso dovuto alla strenua difesa dello stato sociale (sebbene la crisi economica portasse ad un crollo generalizzato dei salari; mense operaie, sanità ed istruzione continuavano ad essere garantite a tutti) e dell’unità nazionale serba.

(15) Le ragioni di tale inversione USA (controllo dei narcotraffici – come accade in Colombia, Nicaragua ed Afghanistan, controllo energetico, sottomissione di un’area altrimenti indipendente) non verranno qui discusse in dettaglio.

Figure

1. La composizione etnica della Jugoslavia (1991).

2. La RSK (in rosso).

3. La Republika Srpska di Bosnia.

4. Holbrooke assieme alle milizie UCK nel 1998.


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giovedì 12 febbraio 2009

Il Kosovo è Serbia?

Domenica 17 febbraio 2008 l’arroganza, l’impunità e la menzogna hanno portato al potere in una provincia espropriata ad uno Stato sovrano un gruppo di narcotrafficanti ed assassini, col beneplacito dell’imperialismo occidentale. Nell’anniversario di questo evento, è necessario ancora una volta opporre le ragioni della Storia, della Tradizione e della Sovranità dei popoli alle ragioni di un campo che trova solo nella violenza e nella menzogna le proprie giustificazioni.

Kosovo je Srbija. Per l’europeo “medio” risulta difficile se non impossibile capire il senso profondo di questa semplice frase. Niente di strano: a chi dimentica la propria identità e svilisce il proprio immenso patrimonio culturale per cullarsi nel sogno americano non si può chiedere di comprendere e valorizzare l’identità e la cultura di una nazione per cui questo sogno è stato sinonimo di distruzione.
Eppure noi europei avremmo molto da imparare da questo popolo balcanico: dal 1389 (anno della sconfitta nella battaglia di Kosovo Polje [Campo dei Merli] contro l’esercito del sultano turco Murad I) al 1999 (anno dell’aggressione NATO alla repubblica federale Jugoslava) la storia dei serbi è caratterizzata da una resistenza costante, testarda e coraggiosa all’imperialismo (turco, austro-ungarico, tedesco, sovietico ed infine euroatlantico) in nome della sovranità, dell’autodeterminazione e dell’indipendenza della propria nazione.
Per comprendere l’attaccamento viscerale del popolo serbo al Kosovo-Metohija è quindi necessario guardare a questa terra nell’ottica di chi per quella terra, ed in quella terra, ha costruito, vissuto e lottato per secoli.

Breve storia del Kosovo

La storia del popolo serbo inizia proprio in Kosovo: fu in questa regione che i regnanti serbi, con le dinastie dei Nemanjić prima e dei Lazarević poi, svilupparono tra il X e XIII secolo d.C. il primo embrione di stato serbo; fu a Peć, nella Metohija (ovvero il Kosovo occidentale) che la chiesa ortodossa serba ebbe per secoli la sua sede arcivescovile; è in Kosovo che apparvero le prime opere letteraria in lingua serba1; ed ancora, è del Kosovo che parlano poesie, canzoni e poemi epici serbi dal XI secolo ai giorni nostri.
Non solo: l’evento fondante della nazione serba viene individuato proprio nella battaglia di Kosovo Polje, avvenuta il 28 giugno 1389 (il Vidovdan, ancora oggi festa nazionale), dove i serbi dimostrarono un coraggio senza pari: seppure in netta inferiorità numerica, non solo inflissero gravissime perdite al nemico turco, rallentandone di decenni l’avanzata verso l’Europa, ma riuscirono anche (per la prima ed unica volta nella storia) ad uccidere il sultano alla guida dell’esercito invasore.
Sebbene a Kosovo Polje i serbi risultassero alla fine sconfitti, fu solo con la caduta di Belgrado (avvenuta intorno al 1440) che venne completata la loro sottomissione all’impero ottomano, protrattasi poi per quasi cinque secoli. Infatti, solamente al termine della prima guerra balcanica (1878, conferenza di Berlino) venne riconosciuta al Regno di Serbia indipendenza e sovranità, seppure solo su una piccola parte dei territori “etnicamente” serbi: la percentuale maggiore della popolazione di etnia serba continuava infatti a vivere sotto il dominio dell’impero austro-ungarico (in Bosnia e nella Krajina) ottomano (Kosovo e Macedonia) ed in Montenegro2.

La rinconquista del Kosovo-Metohija avvenne nel corso della seconda guerra balcanica, conclusasi nel 1912 con la pace di Kumanovo. Durante i cinque secoli di dominio ottomano, però, la composizione demografica della regione era fortemente cambiata: i vicini albanesi (convertitisi all’Islam e quindi favoriti dai turchi rispetto ai serbi, rimasti cristiani ortodossi) avevano occupato indisturbati buona parte del territorio del Kosovo-Metohija, fino a superare il 50% della popolazione totale.
La riconquista della sovranità dei serbi sul Kosovo ebbe due risvolti negativi sugli albanesi, sia in Kosovo che in Albania: privò i primi dei tradizionali privilegi legati alla loro fede musulmana e bloccò le mire espansionistiche demografiche e territoriali dei secondi, che in Kosovo avevano per secoli trovato uno sbocco.

Alla fine della prima guerra mondiale, con l’instaurazione del “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni” (diventato nel 1929 “Regno di Jugoslavia”) il Kosovo fu oggetto di un’intensa opera di ri-serbizzazione, con l’invio di alcune decine di migliaia di “coloni” serbi ad affiancare la numerosa – ma minoritaria – popolazione serba locale. La coesistenza dei due principali gruppi etnici (serbi e albanesi) si era rivelata sinora estremamente precaria seppur priva di risvolti violenti, anche grazie al regno autoritario dei Karađorđević.
Con l’invasione della Jugoslavia da parte delle truppe dell’Asse (Aprile 1941) e l’assegnazione del Kosovo all’Albania fascista si verificarono le prime pulizie etniche su grande scala ai danni dei serbi: circa 90.000 di loro (su 300.000) dovettero fuggire in seguito alle violenze dei ballisti albanesi, mentre circa 20.000 furono uccisi nei tre anni e mezzo di occupazione.

La situazione per i serbi del Kosovo non migliorò neanche con la successiva ascesa di Tito che, pensando di poter controllare l’Albania3 mediante gli albanesi jugoslavi del Kosovo e della Macedonia, concesse a quest’ultimi numerose agevolazioni a spese delle altre etnie minoritarie, impedendo oltretutto il ritorno in Kosovo dei coloni serbi cacciati nel corso del secondo conflitto mondiale.
Ben lungi dal sortire gli effetti sperati, questa mossa ebbe l’unico risultato di far perdere col tempo il controllo sulla regione alle autorità serbe e jugoslave, e gettarla di nuovo nel mirino dei nazionalisti pan-albanesi in buona parte sospinti dallo stesso Enver Hoxha, il quale riuscì addirittura ad infiltrare propri uomini di fiducia nei ranghi delle leghe dei comunisti kosovari e macedoni4. Inoltre, la relativa prosperità economica del Kosovo (che, pur essendo la regione più povera della Jugoslavia, confrontata all’Albania di Hoxha sembrava il paradiso5) indusse centinaia di migliaia di albanesi ad emigrarvi, raddoppiando nell’arco degli anni ‘60 e ‘70 il numero di abitanti di questa etnia, che all’inizio del 1980 rappresentava circa l’80% della popolazione totale6.
È importante sottolineare anche il fatto che, con la riforma costituzionale del 1974, al Kosovo-Metohija venne concesso lo status di provincia autonoma all’interno della federazione jugoslava, status che la sottraeva de facto all’autorità di Belgrado, e che permise alla maggioranza albanese di occupare tutte le più importanti posizioni amministrative senza possibilità di opposizione da parte delle autorità serbe.

Negli anni ‘80 la situazione cominciò a divenire insostenibile: nell’autunno 1980 le violente manifestazioni degli albanesi (che chiedevano di attribuire al Kosovo lo status di Repubblica, acquisendo quindi il diritto di secedere) richiesero l’intervento dell’esercito federale, ed i disordini continuarono ininterrottamente fino alla fine del decennio.
Le minoranze non-albanesi del Kosovo (serbi in primis, ma anche montenegrini, gorani, rom, bosniaci e croati) erano nel frattempo diventate bersaglio degli estremisti albanesi; i quali, nel corso degli anni ‘70 ed ‘80, le costrinsero ad un vero e proprio esodo7.
Bisogna quindi contestualizzare sullo sfondo dell’immigrazione selvaggia, contornata da minacce e violenze, e di un’amministrazione controllata dagli albanesi (con una polizia che, per esempio, garantiva un misero 5% di crimini puniti nel caso in cui le vittime fossero state serbe e contava meno del 3% di serbi tra i propri ranghi) le proteste dei serbi del Kosovo del 1987, trampolino di lancio nella scena politica Jugoslava per un giovane dirigente della Lega dei Comunisti di Serbia: Slobodan Milošević.

L’ascesa di Slobodan Milošević

Torniamo quindi al 1987: nell’autunno di quell’anno, in seguito alle manifestazioni dei serbi, Slobodan Milošević venne inviato da Belgrado a Priština per cercare di riportare all’ordine una situazione sempre meno sotto controllo.
Fu in questa occasione che egli ebbe l’ “ardire” di esclamare di fronte ad una folla disperata radunatasi per l’occasione la celebre frase “Niko ne sme da vas bije” (letteralmente: «nessuno ha il permesso di picchiarvi»8) riferendosi ai poliziotti (tutti di etnia albanese) che avevano violentemente represso fino ad allora le manifestazioni serbe nella provincia.
Slobodan continuò poi a parlare con i manifestanti per diverse ore, esprimendo loro supporto ed affermando il loro diritto a vivere in pace nel Kosovo-Metohija, la loro terra, la terra santa di tutto il popolo serbo.
Non l’avesse mai fatto! L’establishment di Belgrado (e di tutte le altre repubbliche), intravedendo in questa manifestazione di solidarietà dei segni di nazionalismo “reazionario” cominciò ad osteggiare l’ascesa di Milošević in ogni modo – ottenendo come unico risultato un peggioramento delle relazioni inter-etniche in tutta la RSFJ, dove i serbi di ogni repubblica invece vedevano in lui un difensore della loro unità e dei loro legittimi interessi.

Sulla scia dell’entusiasmo popolare nei suoi confronti, Slobodan diventa in poco tempo presidente della Repubblica Serba (1989) promuovendo, con il supporto della stragrande maggioranza della popolazione, il rinnovamento della classe dirigente (i cosiddetti movimenti anti-burocratici) in tutta la Serbia e nel Montenegro.
Nel 1990 abolisce l’autonomia formale in Kosovo e Vojvodina, sia per rafforzare l’unità nazionale che (soprattutto) per ristabilire l’ordine in Kosovo. Di fatto le due province continuarono a godere comunque di larghissime autonomie nel campo linguistico, scolastico e sanitario: l’intenzione di Milošević era più che altro di ristabilire la legalità in Kosovo, obbligando polizia e magistratura locali (di fatto complici della pulizia etnica ai danni dei serbi che da anni andava avanti silenziosamente) ad obbedire agli ordini di Belgrado.

Per tutta risposta, gli albanesi, guidati dal leader pacifista Ibrahim Rugova della “Lega Democratica del Kosovo” (LDK), dichiararono l’indipendenza del Kosovo, riconosciuta formalmente solo dall’Albania.
L’LDK guidò in seguito un movimento di boicottaggio di tutte le istituzioni (politiche, scolastiche, sanitarie ed amministrative) serbe nella provincia9, cercando di creare un apparato statale parallelo con il supporto finanziario dell’Albania e degli albanesi emigrati negli USA e nei paesi dell’Unione Europea.
Fino al 1996 in Kosovo si respira un’aria di calma apparente: i rapporti tra i due principali gruppi etnici, sebbene tesi, raramente sfociarono in episodi di violenza, e solo la presenza forte dello stato serbo nella regione sembra poter prevenire lo scoppio di disordini.
Gli eventi bellici ed economici che sconvolsero i balcani dal 1991 al 1996, però, dovevano ripercuotersi profondamente anche in questa provincia, innescando una spirale di violenza culminata con l’intervento della NATO nel marzo 1999.

Continua...

Note

(1) È proprio in Kosovo, infatti, che si parla anche oggi il dialetto più antico della lingua serba.

(2) Montenegro e Serbia vennero entrambi riconosciuti indipendenti nella conferenza di Berlino, nel corso della quale venne anche esplicitamente proibita la loro unione, per evitare che un forte stato slavo del sud favorisse l’irredentismo e l’autodeterminazione di tutti i popoli sotto il giogo dei due imperi. Di fatto, però, serbi e montenegrini sono lo stesso popolo: separati solo da tradizioni storiche politico-sociali, essi condividono lingua e religione.

(3) Fino al 1948 – anno della rottura di Tito con Stalin – si supponeva che l’Albania dovesse entrare a far parte di una confederazione di stati balcanici assieme a Bulgaria e Jugoslavia.

(4) Le “Leghe dei Comunisti” erano gli organi amministrativi delle province e delle repubbliche jugoslave.

(5) Per non parlare del fatto che, in qualità di provincia povera, il Kosovo riceveva quasi il 40% dei fondi federali per lo sviluppo: di fatto i serbi – assieme alle altre nazionalità jugoslave – finanziavano infrastrutture, ospedali e università ad uso e consumo degli albanesi che si stavano impossessando della provincia.

(6) Nel 1948 gli albanesi erano poco meno di 500 mila su un totale di 750 mila abitanti della regione (escludendo gli oltre 100 mila serbi espulsi ed uccisi nel corso della II GM), ovvero il 65% del totale. Nel 1981 la situazione era la seguente: su 1 milione e 580 mila abitanti, 1 e 250 mila erano albanesi, ovvero circa l’80%. È ovvio che un incremento demografico di tali dimensioni (in soli 30 anni) può essere attribuito solo in minima parte ad un elevato tasso di natalità.
Nello stesso periodo invece, la popolazione totale di etnia non-albanese (in primo luogo serbi, ma anche montenegrini, turchi, gorani e rom) rimase sostanzialmente la stessa in numero: l’incremento dovuto alla natalità era ampiamente superato dall’emigrazione, nella maggior parte dei casi causata appunto dalle pressioni albanesi.

(7) In un articolo del 1987, il “New York Times” raccontava di come gli albanesi stessero volontariamente destabilizzando la provincia, vessando, minacciando ed uccidendo gli appartenenti ad altre etnie. L’articolo si trova qui.

(8) Questa frase è stata tradotta nei modi più disparati (ed inesatti) a seconda del grado di serbofobia del giornalista/storico di turno: non di rado ci si imbatte in “traduzioni” del tipo “Chi ha toccato i serbi pagherà col sangue” o “Nessuno dovrà mai più permettersi di toccare un serbo” tutte tese a dipingere (con l’aiuto della fantasia, ma non della storia) Milošević quale dittatore sanguinario già all’inizio della sua ascesa politica. Questa stessa gente in genere “cita” il “Memorandum dell’Accademia Serba delle Arti e delle Scienze” (un documento pro-serbo pubblicato su un giornale belgradese nel 1986 e firmato da una serie di professori ed intellettuali) come “prova” della cospirazione genocida serba: più o meno, è come se tra vent’anni un qualsiasi “Manifesto per la difesa della costituzione” (che appare con cadenza bimestrale qui in Italia) venga considerato la prova di una “opposizione sanguinosa al regime berlusconiano”. Tanto per citare un paio di “prove” e “fatti” che rendono l’idea dell’affidabilità e della competenza della “stampa libera” in materia.

(9) Gli apologeti dell’indipendenza kosovara in genere affermano che i serbi «impedirono l’accesso ad ospedali e scuole» agli albanesi. In realtà erano gli albanesi (o meglio, la parte di loro che supportava la secessione) che decisero di non accedere più a scuole ed ospedali. L’assenza di una discriminazione su base etnica da parte dell’amministrazione serba è provata (per esempio) dal fatto che il 15% della popolazione albanese rimasta leale alle istituzioni serbe continuò ad usufruire normalmente di tali servizi, così come fecero le comunità bosgnacche, rom, montenegrine e gorane residenti nella provincia.

Figure

1. Il monastero di Gračanica (1321).

2. Bandiera attuale della Serbia.

3. Il presidente Milošević durante il discorso per il seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje.

4. Mappa etnica del Kosovo: in giallo le zone a maggioranza serba (1999).


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martedì 10 febbraio 2009

Non scordo!

10 febbraio. Giorno della memoria per i martiri delle foibe. Il post di oggi, che prende spunto dal libro Venezia Giulia 1943. Prove tecniche di guerra fredda di Vincenzo Maria de Luca, ripercorre questa insanguinata pagina di storia italiana per troppi anni insabbiata dalla storiografia ufficiale.




Estate 1943. Arrestato Mussolini, Badoglio fu incaricato di formare un governo “tecnico” che, mentendo, si dichiarò favorevole nel proseguire la guerra a fianco dell’Asse. Durante i 45 giorni di governo badogliano, periodo in cui si contarono tra i civili più vittime che in tutto il ventennio fascista, si assistette al ritorno dei partiti sulla scena politica. Il 9 settembre 1943, giorno successivo all’annuncio dell’armistizio, i “risorti” partiti politici formarono il CLN (comitato di “liberazione” nazionale). Delle 6 formazioni politiche (partito socialista italiano di unità nazionale, partito d’azione, partito comunista italiano, democrazia cristiana, partito liberale italiano e partito della democrazia del lavoro) il partito comunista italiano (PCI) era quello più organizzato dal punto di vista strutturale e riuscì a mantenersi in collegamento con le realtà operaie del nord-est, zona che dal dopo 8 settembre conobbe la furia dei partigiani titini supportati, in nome di una fratellanza ideologica, dalla collaborazione dei comunisti italiani.

Facendo proprie le teorie di negazione del concetto di patria e di unione proletaria di Trotzkij, i partigiani comunisti consegnarono l’Istria e la Venezia Giulia nelle mani di Tito in nome della realizzazione (che non avvenne) del sogno della creazione di una superiore nazione socialista ed operaia. Fu, per migliaia di italiani che vi vivevano, l’inizio della fine. Deportazioni, infoibamenti (persone gettate, alcune ancora vive, nelle foibe; vale a dire voragini carsiche divenute fosse comuni) ed esodi furono le conseguenze della politica perpetrata da Tito e dalla collaborazione della sua quinta colonna comunista italiana.

Insieme al potere politico di Tito (in foto), crebbe anche l’acquiescenza e la passività del PCI nei suoi riguardi. Pur se mascherati dal rosso costume dell’ideologia comunista, nella realtà gli intenti di Tito erano quelli dell’allargamento territoriale, puntando sul controllo di tutta la Venezia Giulia nonché del Friuli. Già l’11 settembre 1943 il cosiddetto litorale sloveno venne annesso alla Slovenia; il 12 e il 13 la “dichiarazione di Pisino” tra partito comunista croato e PCI sanciva la nascita dell’Istria croata federata nella “libera e democratica” Jugoslavia.
La rilevanza politica di Tito si espanse al punto che, grazie all’appoggio di Stalin, egli riuscì ad ottennere che il suo fosse l’unico movimento partigiano operante in Jugoslavia. L'accordo che ne seguì tra Togliatti e Kardelj nell’ottobre 1944 nascondeva la sentenza di morte certa per gli italiani dell’Istria, motivo che spinse all’esilio ben 350.000 italiani tra il 1945 e il 1949. Fu col trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 che l’Italia veniva ufficialmente privata di Zara, Fiume e di quasi tutta l’Istria; e fu lo stesso trattato che istituì, su questi territori, due zone d’influenza: la zona “A” (Muggia, Trieste e il litorale fino a Monfalcone) sotto il controllo anglo-americano; la zona “B” (dal fiume Quieto a Capodistria e Buie) sotto il controllo slavo. Per ottenere il ritorno della zona “A” sotto il controllo italiano bisognerà attendere il 1954.

«La verità è oggi una cosa sola: il più puro antifascista che non abbracci senza riserve la tesi jugoslava diventa in queste terre martoriate, il più spregevole dei reazionari e nemico del popolo. Diventa semplicemente un fascista. Come tale gli spetta la foiba».
Questa parole, già pubblicate nel 1946 sull’opuscolo Foibe: la tragedia dell’Istria, indicano la verità e il criterio di scelta adottato dai partigiani titini sulla questione foibe; e in questo senso le parole di Ranieri Ponis fanno ancor più chiarezza: «non ci si accanì tanto su quelle persone perché fascisti, ma principalmente perché italiani».

Dal settembre 1943 gli slavi iniziarono a concretizzare il loro piano di cancellazione dell’italianità dell’Istria; in poco più di un mese i partigiani titini inflissero sofferenze di gran lunga più gravi di quelle subite dagli slavi nell’opera di snazionalizzazione istituita dal regime fascista. Anzi, è innegabile che i giovani slavi scorsero nell’opera fascista un miglioramento della loro condizione di vita: «tutti parlavano l’italiano, impararono a leggere e scrivere. Assolvendo agli obblighi di leva avevano girato l’Italia e visto che il mondo non si fermava là tra la stalla e il campanile [...]. I vecchi avevano visto la campagna rinverdirsi dopo secoli si siccità; avevano visto le strade asfaltate e macchine infernali rotolarvi sopra, contro le sgroppate a dorso d’asino dei loro tempi».

Tranne che nelle campagne, dove l’etnia dominante era slava, le cittadine dell’interno erano popolate da sempre da italiani. Gli slavi eliminarono i membri più in vista di tali cittadine e con azioni intimidatorie intimorirono l’opinione pubblica, vale a dire la massa della comunità italiana. Scomparvero nel nulla contadini, pescatori, preti e operai. Agricoltori titini e partigiani italiani avvicinarono all’idea comunista le masse proletarie con la falsa promessa di un regime democratico-progressista fondato sulla fratellanza italo-slava.

Dall’8 settembre 1943 la tattica italianicida era quella di far sembrare gli assassinî provocati dalla delinquenza comune (avvenivano di notte ed erano omicidi celeri); dal maggio 1945 tutto cambiò e l’eccidio venne portato avanti in modo più scientifico dalla polizia segreta di stato OZNA che si rese in questo protagonista assoluta. Per perpetrare uno sterminio rapido e senza clamori, la foiba era, per “predisposizione naturale”, perfetta. Essa fu tomba di tutte le “voci reazionarie” dove per reazionaria si intese, oltre che la componente fascista, tutta la resistenza italiana non comunista. Inoltre, rappresentando la classe dirigente (borghesia industriale), la comunità italiana dell’Istria fu vittima dell’intolleranza slavo-comunista: gli italiani vennero rastrellati casa per casa e processati da “tribunali popolari” in maniera più che sbrigativa.

Dal 1943 al 1945 e oltre, il numero degli infoibati si attesta su stime di 10.000 e passa persone. Vi sono tuttavia ben 37 foibe per le quali non è stato possibile alcun accertamento, ma al vaglio di analisi compiute negli ultimi anni, si confermerebbe che le vittime per mano slavo-comunista ammontino a un totale non inferiore a 16.500 persone.


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sabato 7 febbraio 2009

L’antifascismo è un’idiozia




L’antifascismo è un’idiozia. Qualsiasi gruppo politico che si identifichi solamente per essere in contrapposizione ad un’idea è inutile e debole.
Ecco il grido che si leva alto da CasaPound, in occasione della conferenza tenuta da Valerio Morucci, ex-brigatista rosso, proprio nella “tana” dei fascisti del terzo millenio.
Ciò che 30 anni fa sarebbe stato impensabile e che non è stato possibile neanche nel luogo di cultura e libertà per eccellenza quale l’Università, diviene realtà grazie all’impegno di un movimento dalle solide radici ma sempre all’avanguardia.

Pur presentandosi come “nemico”, Morucci pronuncia parole importanti per l’abbattimento degli steccati ideologici che da troppo tempo ingabbiano e frenano la passione politica delle giovani generazioni. «Io che ho discriminato e ostracizzato vengo qui a dire che nessuno dovrebbe essere mai discriminato».
La convinzione assoluta di essere nel giusto, di avere “la soluzione politica” ad ogni male, ha portato ad una vera e propria disumanizzazione del nemico. Una logica che ha avuto il suo triste e sanguinoso apice negli anni ‘70, e di cui si sono ravvisate tracce nei recenti avvenimenti di Piazza Navona.

Morucci, che già ai tempi della lotta armata si distinse per la ferma condanna di alcuni atti del suo stesso gruppo, quale l’omicidio dell’operaio Rossa, compie quindi un passo fondamentale per l’abbattimento di qualsivoglia odio politico. I presenti sono entusiasticamente d’accordo, altri un po’ meno.
Chi ragiona ancora per categorie, chi ha bisogno di un obiettivo da distruggere per trarre la sua legittimazione non può accettare queste parole e questi atti di pacificazione. Molti gruppi di sinistra e sinistra estrema, altrettanti giornali (in primis “La Stampa”) si sono affrettati ad insultare e “scaricare” Morucci, perché la rottura delle loro verità preconfezionate sarebbe stata insopportabile. Meglio allora tacciare il protagonista di essere un venduto o addirittura un “fascista di sinistra” per rinchiudere di nuovo la realtà dentro schemi obsoleti quanto falsi. «Non siamo uomini, siamo categorie».
Porre fine a questo modus cogitandi vorrebbe dire confrontarsi solo su iniziative concrete, positive, su ciò che si è e si vuole realizzare. E CasaPound, nella sua breve vita, ha costruito tantissimo, rinnovandosi senza meschinità e con il sorriso sulle labbra.

Questa conferenza ne è il fulgido esempio, giunta a coronamento di un percorso iniziato tanti anni fa, quando estremisti di opposte fazioni, come Oreste Scalzone, Gabriele Adinolfi e lo stesso Morucci, hanno iniziato a lavorare per raffreddare gli animi e porre fine a quei gesti e quegli slogans («camerata basco nero il tuo posto è al cimitero» vi ricorda qualcosa?) che tanto dolore hanno causato. Ad unirli furono dure esperienze quali latitanza forzata e anni di carcere.
Proprio dal libro dell’ex-brigatista sull’universo carcerario (Patrie galere. Cronache dall’oltrelegge) è partito questo incontro, che ha visto molti giovani, intellettuali e giornalisti tra il pubblico e illustri ospiti sul palco. I contributi più coloriti sono giunti sicuramente da due ex-Lotta Continua come Giampiero Mughini e Ugo Maria Tassinari.
Quest’ultimo ha offerto provocatorie chiavi di lettura sugli ultimi avvenimenti dell’attualità: «La violenza odierna, dagli stupri etnici al rogo di Nettuno, nella sua insensatezza e ferocia fa rimpiagere la violenza fascista o rivoluzionaria anni ‘70, che almeno aveva un senso e delineava prospettive di un futuro migliore». Allo stesso modo chi assalta le gazzelle in cui sono rinchiusi gli stupratori romeni, non dev’essere etichettato come “violento fascista” ma come “giustiziere proletario”, applicando le categorie degli anni di piombo che volevano dipingere lo stupro del Circeo come chiaro esempio di modus operandi fascista.

Su un piano totalmente diverso è intervenuto l’istrionico Mughini, che ha offerto panorami un po’ troppo edulcorati sulla realtà italiana.
Le divergenze politiche sarebbero inutili perché, ad esempio, i miti dell’area fascista sono ormai patrimonio di tutta Italia: Berto Ricci «rende orgogliosa la Nazione», Julius Evola «fa parte delle cultura europea», Louis Ferdinand Céline «è tra i primi 5 scrittori del secolo»... quindi perché agitarsi tanto? (magari fosse vero, Giampiè!)
Gli anni 70, poi, per lui non hanno segreti: le violenze e le stragi sarebbero tutte da imputare ai gruppi estremi, senza il minimo coinvolgimento di servizi segreti, massoneria e potenze straniere! (questa si commenta da sola...)
Infine il semplice fatto che la conferenza sia stata possibile è l’evidenza di come viviamo in un paese libero, pur con le difficoltà di tutti i giorni. Ad ulteriore conferma di questo l’opinionista di Controcampo porta l’esempio della solidarietà trasversale del mondo politico a Mambro e Fioravanti. Per fortuna che Gabriele Adinolfi (in foto) gli ricorda di come essa sia arrivata solo dopo la loro “omologazione” (con annessa iscrizione al Partito Radicale), mentre diverso trattamento è stato riservato a Luigi Ciavardini, che non ha mai rinnegato le sue idee.

Al termine del confronto resta comunque l’unanime consenso sulla condanna della “logica di guerra anni ‘70” e sul necessario superamento dell’antifascismo.
Chiunque abbia idee e coraggio raccolga la sfida!

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mercoledì 4 febbraio 2009

Privati a$$etati

Dall’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica, i privati hanno iniziato una vera e propria “politica aggressiva” per la conquista delle maggiori fonti e reti di distribuzione dell’acqua, tentando fino ad oggi di conquistare l’intero mercato nazionale. È fortemente maturato il loro interesse ad entrare nelle aziende municipalizzate ed a fare di queste facile e comoda fonte di speculazione e guadagno.

In ottemperanza alle direttive neoliberiste elaborate dai poteri forti internazionali, ciò che è di proprietà pubblica o di comunitaria utilità viene costantemente privatizzato. Nell’era del neoliberismo un bene che sia di pubblica utilità, offerto dalla natura e necessario alla sopravvivenza, viene ancor più considerato merce accaparrabile ed erogabile ai cittadini secondo le ordinarie logiche di mercato; anzi è proprio il suo essere un bene necessario alla sopravvivenza che offre opportunità di giganteschi profitti e fa sì che la vita venga costantemente controllata trasformando l’individuo in consumatore-schiavo: controllare i beni di vitale interesse comunitario significa effettivamente per le caste mercantili, le multinazionali e le mafie, suggellare il loro potere assoluto sui popoli.

La banca mondiale e le istituzioni finanziarie internazionali (IFI), in accordo con le multinazionali, chiedono ai paesi poveri d’impegnarsi per la privatizzazione del settore dell’acqua in cambio di prestiti. Gli accordi commerciali vanno nella stessa direzione: richiedono ai paesi di regolare i loro settori idrici e aprirli ad investimenti privati. Ironicamente, gran parte di questi paesi ha privatizzato per ricevere crediti dal Poverty Reduction and Growth Facility (PRGF).

Per quanto riguarda l’Italia la privatizzazione dell’acqua è stata legalizzata nel gennaio 1994 dalla legge Galli e il giro d’affari di questo scempio è di 2.530 milioni di euro all’anno. Gli Organismi ad hoc, espressione delle amministrazioni locali che occupano delle risorse idriche per il territorio di competenza, sono gli “Ato”. A loro tocca fissare le tariffe, decidere gli investimenti necessari, affidare la gestione tramite gare pubbliche o ricorrere ai privati. Ad oggi, dei 92 “Ato” italiani, 67 hanno già effettuato l'affidamento. Il 60% degli ambiti insediati ha optato per la concessione diretta a società a capitale pubblico, soprattutto nel nord dove su 68 gestori, 44 sono pubblici. I privati invece, tramite le società miste-pubbliche, controllano per circa il 70% l’erogazione dell’acqua di Lazio, Toscana ed Emilia. Diversa è la situazione di Sicilia, dove tutto il servizio di erogazione dell’acqua è gestito da capitalisti privati, e Sardegna, dove società a capitale pubblico, come la Abbanoa, sottraggono ai comuni la gestione della propria rete idrica e vengono gestite da manager signorotti della partitocrazia (ex sindaci, ex consiglieri, ex assessori etc.).

A loro volta, le società controllanti l’acqua sono controllate spesso da fondi di investimento, da banche d’affari, da imprese immobiliari e da multinazionali dell’acqua e non; e in tal proposito riportiamo come esempio l’Acea, azienda capitolina il cui maggior azionista è per il 51% il Comune di Roma, e il restante 49% è diviso principalmente tra la multinazionale francese Suez, il gruppo dell’immobiliarista Francesco Caltagirone e i due fondi di investimento Schroders Inv. e Pictet Asset management, quest’ultimo con forti partecipazioni in Veolia e Suez. Ben 7 società che controllano la nostra acqua sono quotate in borsa; dunque anche l’acqua, dopo il petrolio e i cereali diventa materia di gioco d’azzardo (è il termine per definire il mercato finanziario).

Una direttiva dell’Unione Europea impone gare pubbliche europee sia per l’affidamento di lavori che per la gestione del servizio idrico laddove sia applicata la legge Galli. L’articolo 35 della “finanziaria 2002” elaborato dall’allora governo Berlusconi ma approvato da entrambi i Poli, impose la conversione in società per azioni di tutte le aziende municipalizzate e di tutte le aziende di servizi pubblici entro il 2004; lo stesso articolo impose, sempre entro il 2004, la cessione ai privati del 40% della forza lavoro e delle infrastrutture delle aziende municipalizzate o pubbliche che controllavano più della metà dei servizi idrici italiani, con obbligo di gara per l’affidamento del servizio idrico a gestore privato. Il risultato di queste privatizzazioni è stato che rispetto a 4-5 anni fa, il costo delle bollette è triplicato, mentre i profitti delle aziende che controllano l’acqua sono aumentati del 700%.

Oltre al danno anche la beffa! Considerando che qualsiasi azienda privata (pur se travestita da pubblica) si pone come fine la massimizzazione del profitto col minimo dei costi e non il bene comune, accade che le imprese che gestiscono le risorse idriche hanno peggiorato la qualità del servizio offerto; basti pensare che il 40% dell’acqua si perde nel tragitto lungo le condutture, causa per cui in molti paesi l’acqua arriva a singhiozzo. Inoltre i processi che costituiscono il capitalismo, come l’industrialismo forsennato irrispettoso della natura fornisce spesso acqua inquinata: ormai oltre la metà delle falde acquifere del centro-nord sono gravemente inquinate; i grandi fiumi della Pianura Padana e delle regioni centrali portano con sé un mastodontico carico di veleni. Arsenico, ammoniaca, nitrati, pesticidi, ormoni e piombo sono solo una piccola parte delle sostanze presenti che hanno fatto aumentare l’incidenza di tumori. D’altronde è nell’interesse dei Mostri Societari che ci derubano l’acqua che questo bene scenda dai rubinetti avvelenato. Così facendo infatti ci costringono a comprare, non proprio a prezzi “popolari”, l’acqua imbottigliata che questi stessi Mostri Societari controllano.

La privatizzazione dell’acqua è una delle tante palesi dimostrazioni che il sistema politico-economico odierno esclude i cittadini da ogni reale funzione decisionale. Così descritta essa ha tutto l’aspetto di un crimine mondiale che va combattuto al pari di altri crimini commessi dalle belle plutocrazie oggi dominanti, quali l’ingordigia delle multinazionali, dei fondi internazionali e delle banche mondiali, i dettami dell’organizzazione mondiale del commercio (WTO) e dell’Unione Europea, e gli intrugli societari paramafiosi.

Tornando all’Italia, come si potrebbe impedire questo furto? Abolire la legge Galli e ritornare a far gestire le reti idriche ai comuni, integrando con sistemi di partecipazione diretta dei consumatori la direzione del servizio, rappresenterebbe una possibile soluzione; ma visto che la nostra è una realtà dove le leggi sono fatte a vantaggio di chi vive secondo l’etica del profitto e della speculazione, una soluzione socializzatrice risulterebbe fantascienza...


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lunedì 2 febbraio 2009

In viaggio con i Karen


Articolo di Alberto Palladino, pubblicato sul giornalino del Blocco Studentesco (Autunno 2008), in cui “Zippo” ci racconta del suo viaggio in Birmania, avvenuto l’estate scorsa, per aiutare l’etnia Karen assieme ai volontari di “Popoli”.

Il riverbero del sole al tramonto sembra incendiare le creste degli alberi nella foresta birmana. Come se si ribellasse a quella dipartita forzata, il sole guarda il mondo con la sua ultima occhiata rovente. Poi una collina lo copre, poi un monte, ed è già il focolare a crepitare nelle capanne di legno e foglie. I vapori della cottura, la luce tremolante di candele e fuochi, il ronzio sommesso del generatore danno all’atmosfera un’aria mistica che rapisce la mente.

Tutto intorno, quello che di giorno è un inaccessibile intrico di piante, liane, sentieri e risaie risuona ora delle voci di mille animali, prede in fuga o predatori in attesa, tutti solidi anelli della catena alimentare che li lega.

Nella casa di legno, con noi c’è un uomo sulla quarantina: ha una voce bassa, regolare, educata, la sua “beretta 92 fs” è appesa ad un chiodo dietro di lui, abbastanza lontano da non turbare la cena degli ospiti, ma infinitamente vicina e pronta per qualsiasi evenienza, i suoi neri occhi a mandorla sono rivolti ora al piatto ora ai suoi interlocutori fuggendo solo per qualche istante, come per andare a recuperare un ricordo smarrito nella memoria. Ed è proprio di ricordi che ci parla questo uomo, il suo nome è NERDAH MYA (in foto), comandante dell’Esercito Karen di Liberazione Nazionale.

Ci racconta di una gioventù passata nei college negli States dove suo padre, l’eroe nazionale BHO MYA, era riuscito a far studiare, lontano dalla guerra, parla delle notizie frammentarie che gli arrivavano allora, di fratelli morti, di città conquistate o perse, di amici che hanno tradito.

Racconta della decisione di tornare in una patria che non esiste neanche sulle più dettagliate mappe geografiche, che è una terra di nessuno, ma è la terra dove lui è nato.

È infatti dalla fine della seconda guerra mondiale che i Karen, etnia d’origine mongola stanziatasi in Myanmar circa 2.800 anni fa, combattono ininterrottamente contro la giunta militare marxista che si è installata nella capitale, Rangoon, a seguito di un colpo di Stato.
Questa non è la guerra a cui siamo abituati nell’Occidente “civilizzato” delle bombe intelligenti, questa è una guerra portata avanti da un governo di narcotrafficanti proclamatisi generali del nulla, contro chiunque si metta di traverso nei traffici di armi, droga ed esseri umani che fruttano ingenti introiti, spesi ovviamente, non per sollevare la popolazione dal fango in cui vive, ma per comprare nuovi arsenali da paesi civilizzati, ben lieti di aiutare una nazione che, di fatto, gestisce una grossa fetta degli affari del triangolo d’oro della droga.

Dal Bangladesh, ad ovest, alla Thailandia ad est, dal confine cinese alla Malaysia, la Birmania è una confederazione di Stati diversi abitati da diverse etnie spesso con lingua e tradizioni molto differenti. I Karen vivono soprattutto nella zona orientale della Birmania, al confine con la Thailandia, nello Stato Karen, nello Stato Kayah, nel sud dello Stato Shan, nella divisione dell’Irrawaddy e nel Tenasserim. Il numero totale dei Karen è difficile da stimare. L’ultimo censimento in Birmania fu fatto nel 1983 ma si crede che in Myanmar oggi siano circa 4 milioni più 400.000 in Thailandia. Da sempre a contatto con la guerra, la pulizia etnica e la necessità di difendersi e/o nascondersi, i Karen vivono in villaggi di modeste dimensioni, spesso sorti attorno alle cliniche che le poche organizzazioni umanitarie, che si interessano della sorte di questo popolo, costruiscono e dove addestrano personale locale per continuare il servizio sanitario. Opera che, spesso, portano avanti in situazioni di semi-clandestinità, a fronte di ristrettezze economiche, risolvendo, con volontà incrollabile, gli ostacoli dovuti all’approvvigionamento dei medicinali, indumenti e cibo indispensabili per una popolazione che vive in un continuo stato di necessità.

Nel villaggio dove siamo ospiti incontriamo i volontari di una delle associazioni, o “comunità” come preferiscono farsi chiamare, più attive sul fronte degli aiuti ai Karen. Già impegnati in Afganistan, il personale della “Comunità Solidarista Popoli” quaggiù fornisce un servizio di training per “medics” locali oltre a compiere numerosi viaggi nei villaggi per visitare la popolazione. «Qui il clima favorisce lo sviluppo di malattie come la malaria, la popolazione spesso incorre in disturbi fisici dovuti alla mal nutrizione o alla dissenteria; abbiamo fornito molti villaggi di provviste d’acqua potabile e da qualche anno abbiamo costruito cliniche in zone di guerra proprio per dare il necessario soccorso medico», così ci descrive la situazione uno dei chirurghi che partecipano alla missione. «Noi in occidente non ci rendiamo conto – aggiunge un infermiere – qua spesso una banale ernia può causare problemi enormi. Le malattie sono curate in maniera inefficiente, il lavoro che svolgiamo ha effettivamente migliorato la capacità delle persone di difendersi e di curarsi in maniera adeguata le ferite». Villaggio dopo villaggio, casa dopo casa, i visi di centinaia di persone ti guardano, curiosi, grati. Per quelli che possiamo considerare i pellerossa del terzo millennio, i reclusi, gli indomabili, a coloro non va mai la solidarietà internazionale dei big, degli show di costume, non servono i programmi americani di “deportazione” controllata, non servono dibattiti sulla memoria storica, serve la coscienza e la informazione, la consapevolezza e il saper guardare oltre al bel teatro che i media propongono.

In Birmania c’è una guerra, una guerra di stragi e pulizie etniche, una guerra di campi minati e mutilazioni, dove il bambino impara ad essere uomo e l’uomo rinnega se stesso coltivando l’odio e la crudeltà, forse la guerra più lunga della storia, forse la guerra più giusta della storia, combattuta in silenzio e con dignità infinita da un popolo che ha detto «no» a chi vuole metterlo nelle riserve, ha detto «no» a chi coltiva la droga e produce anfetamine, a chi gli propone di vendere le tradizioni di una vita per un futuro da manovale di fabbrica in qualche piccolo centro dell’Occidente, il «no» dei pochi contro i molti, il romanticismo contro il profitto, il «no» di chi afferma che «Un giorno potrò forse mostrare a mio figlio che è ancora possibile voltare le spalle alle schiere chiassose dei mercanti, ricordando, con orgoglio, di appartenere, da sempre, a un’altra stirpe».

Il canto degli uccelli celebra il trionfo del nuovo sole sulle tenebre, la foresta rivive e la luce che filtra tra le foglie del tetto strappandoti al sonno sembra volerti dire «in piedi, uomo, io esisto ed il sole risorgerà sempre».


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venerdì 30 gennaio 2009

Studenti romani per un Tibet libero

Students for a free Tibet è un’associazione internazionale che lotta per i diritti del Tibet, soprattutto a livello studentesco.

Nasce nel 1994 a New York ed ha sedi in tutto il mondo. Dal 2005 ha posto le sue radici anche in Italia grazie a Gelek Yakar, responsabile nazionale. Successivamente si è estesa anche a Milano, Trento, Bolzano, Siena e nel maggio 2008 a Roma.
È e vuole essere un’associazione completamente apolitica e trasversale, che porti nelle scuole e negli atenei, attraverso assemblee, conferenze e qualsiasi altra attività, una sensibilità maggiore per il dramma che il millenario popolo tibetano patisce quotidianamente, oramai da lunghi decenni.

Negli anni passati siamo stati protagonisti di molte proteste, tra cui quelle antecedenti alle olimpiadi di Pechino, abbiamo organizzato varie conferenze in licei ed università e abbiamo partecipato a molte manifestazioni, cercando di dare sempre il massimo alla lotta per la libertà del Tibet.

Con l’occasione della nascita del sito internet di Students for a free Tibet Roma, proponiamo questo interessante articolo intitolato “Gli interessi cinesi in Tibet” tratto dall’opuscolo informativo “La questione tibetana”, scaricabile in formato pdf sia nella sezione link sulla destra del nostro blog, che direttamente dal sito http://www.sftitalia.org

I motivi per cui la Cina porta avanti una vera e propria occupazione coloniale nel terzo millennio sono molteplici e tutti inquadrabili nella continua ricerca di risorse per sostenere il suo sfrenato sviluppo economico.
Il programma di sviluppo occidentale cinese del 2000 (China Western Development) è stato attuato anche in diverse regioni “autonome” e così milioni di dollari arrivati da Pechino hanno potuto trasformare il Tibet da una delle zone più incontaminate del mondo ad una immensa fabbrica di risorse naturali e manodopera a costo zero. Non solo infrastrutture, sfruttamento di risorse naturali e centrali nucleari ma anche i cosiddetti “programmi di educazione e salute sociale” hanno cambiato in modo irreversibile “il tetto del mondo” e la sua popolazione; decine di specie di mammiferi, rettili e volatili sono scomparse dalla faccia della terra e vastissime riserve naturali oggi sono violate da autostrade, industrie e discariche nucleari.
Negli ultimi anni sono state distrutte foreste millenarie di querce e betulle per fare spazio all’agricoltura intensiva praticata dagli immigrati cinesi in cerca di fortuna, senza contare che la sola raccolta di legname ha fruttato alla Cina più di sessanta miliardi di dollari.

L’altopiano tibetano e i suoi ghiacci rappresentano la più importante riserva d’acqua di tutta l’Asia, il controllo di questo bene sempre più raro è fondamentale per il governo cinese: oltre alla costruzione di dighe e centrali idroelettriche sono stati deviati i corsi di decine di fiumi per rifornire d’acqua città cinesi come Chengdu, Xining, Lanzhou e Xian con tutte le nefaste conseguenze ambientali che questo comporta, dalla desertificazione alle inondazioni improvvise.
L’estrazione di petrolio concessa a compagnie petrolifere occidentali e lo sfruttamento delle risorse minerarie (uranio in primis ma anche ferro, oro, rame) di cui il Tibet è ricchissimo hanno fatto guadagnare al regime di Pechino più di ottanta miliardi di dollari. Secondo i rapporti di diversi organismi internazionali e per stessa ammissione del governo cinese il Tibet, essendo dotato delle più importanti riserve di uranio oggi conosciute, è teatro di numerosi esperimenti nucleari portati avanti dall’industria bellica e ciò produce gravissime conseguenze su tutta la popolazione.

Allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali si accompagnano i famigerati programmi di educazione sociale e l’arrivo di milioni di immigrati da una Cina sempre più afflitta dal problema della sovrappopolazione.
Negli ultimi cinquant’anni nella sola provincia dell’Amdo la popolazione è aumentata da 1,5 a 5 milioni di abitanti, migliaia di pastori e contadini locali sono stati costretti a trasferirsi, acquistare nuove case e indebitarsi con le banche. L’esercito della Cina comunista occupa tutt’ora militarmente il Tibet e, dopo aver costretto all’esilio il Dalai Lama e il governo, continua nella distruzione dei monasteri, delle biblioteche e di tutta la millenaria cultura tibetana, basti pensare che oggi nelle scuole tibetane viene insegnato soltanto il cinese.

Intanto nel 2008 gli Usa cancellano la Cina, uno dei maggiori investitori di Wall Strett, dalla lista dei paesi che violano i diritti umani (ignorando che moltissime multinazionali nordamericane sfruttano la manodopera a costo zero dei laogai), arrivano le olimpiadi e tutti i paesi occidentali fanno a gara per delocalizzare la produzione e stipulare accordi commerciali con la dittatura capital-comunista.

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martedì 27 gennaio 2009

Chi ha tempo, si aspetti tempo!



In un’era come quella odierna, in cui il capitalismo sfrenato manovra la vita della gente come il burattinaio che tiene i fili delle proprie marionette, in Italia esiste un’associazione che questi fili è riuscita, almeno in parte, a tagliare da circa vent’anni.

Nasceva, infatti, nel 1988 in Emilia-Romagna (oggi presente anche a Roma, in Lombardia e nel Triveneto) la “Banca del Tempo”: associazione apartitica, senza scopo di lucro, basata sullo scambio del tempo a disposizione di ogni socio facente parte del sistema organizzativo.
All’interno della “Banca del Tempo”, pur essendoci organi gerarchici come il Tesoriere, l’Assemblea, il Consiglio Direttivo ecc., non esistono distinzioni sociali di alcun tipo perché come “moneta” viene usato il tempo che è costante e immutabile per ogni persona.

Chi fa parte di questa Banca del Tempo, sia esso un imbianchino, un insegnante, una casalinga, un addestratore di animali, un medico, un avvocato o qualsiasi altra persona, mette a disposizione il proprio tempo, poniamo di un’ora, che gli verrà restituita dal servizio di un altro socio per la durata di un’ora.
Facendo un esempio, l’insegnante di pianoforte fa una lezione di due ore ad un ragazzo di 16 anni, questo ragazzo per due ore insegna ad un avvocato come usare il pc e l’avvocato aiuta, sempre per due ore, l’insegnante di pianoforte per una denuncia a suo carico.
Ovviamente il tempo può essere non solo accreditato ma anche addebitato: qualora infatti avessi bisogno di 3 ore di servizio e fossi in credito solo di 2, potrei comunque usufruire dell’ora e restituirla in seguito.

Provate ad immaginare questo tipo di sistema non solo fra tre persone, come nel mio esempio, ma fra migliaia o milioni. Non pensate che sia una bella alternativa al capitalismo odierno?
Tutto questo non solo permette di adoperare in modo positivo il proprio tempo e di essere utili a qualcuno, ma soprattutto di abbattere le classi sociali, di considerare (come succedeva 70 anni fa) anche i lavori più umili come dignitosi, importanti ed indispensabili.

Per mostrare come funziona il meccanismo dello scambio del tempo nello specifico, è utile leggere il breve regolamento dell’associazione:

1. Scopo della Banca del Tempo è lo scambio paritario e non lucrativo di servizi o beni tra i soci. L’organizzazione delle attività dell’associazione è affidata a un Consiglio direttivo eletto dai soci.
2. Per aderire alla Banca del Tempo occorre:
• essere maggiorenni
• compilare la richiesta di adesione
• tenere un colloquio informativo
• sottoscrivere il regolamento
• pagare la quota d’iscrizione Auser consistente in lire 15.000 per anno solare (oggi circa 8 euro), a copertura di un’assicurazione sugli infortuni che potrebbero verificarsi durante la fornitura dei servizi
• versare ogni anno alla Banca del Tempo un assegno di 3 ore, che andranno a costituire un Fondo Ore.
3. Il Fondo Ore rappresenta un “Capitale Sociale” che potrà essere utilizzato per:
• coprire le ore impiegate da coloro che contribuiscono al funzionamento della Banca del tempo
• coprire ore di soci che non siano in grado di fornire servizi.
4. L’unità di misura dello scambio è esclusivamente il tempo, conteggiato in ore e mezze ore, a prescindere dal valore economico del servizio erogato o ricevuto. Si esclude quindi qualsiasi scambio di denaro tra gli utenti, tranne i rimborsi per i materiali eventualmente utilizzati.
5. Non vi è garanzia sulla qualità dei servizi (o beni) scambiati solo per il fatto che avvengano all’interno della Banca del Tempo. Quest’ultima pubblica un elenco dei servizi disponibili, ma non può essere ritenuta responsabile per essi. Il socio rinuncia espressamente a rivalersi nei confronti della Banca del Tempo per eventuali danni subiti in relazione agli scambi effettuati.
6. I rapporti di debito e di credito di ogni singolo socio sono contratti unicamente con la Banca del Tempo e non nei confronti dei singoli aderenti.
7. Il tempo impiegato negli spostamenti effettuati per erogare un servizio può essere eventualmente computato nello scambio, previo accordo tra i partecipanti.
8. I familiari dei soci, pur non essendo coperti da assicurazione, possono offrire e ricevere servizi, che verranno accreditati o addebitati agli stessi soci.
9. I rapporti di dare e avere di ogni singolo aderente saranno registrati mediante appositi assegni. La Banca del Tempo redigerà periodicamente gli estratti conto e fornirà l’elenco aggiornato dei servizi e degli iscritti. Quest’ultimo elenco, ai sensi della legge nazionale 675/96 (relativa alla privacy), non potrà essere mostrato né prestato ad estranei.
10. Chi alla fine dell’anno ha delle ore di credito in eccedenza può farne dono alla Banca del Tempo per gli scopi indicati al punto 3. A chi avesse contratto una quantità notevole di debiti, il Consiglio direttivo, dopo aver valutato i singoli casi, può offrire la possibilità di riequilibrare i conti.
11. Chi decidesse di non rinnovare l’iscrizione alla Banca del Tempo è tenuto a restituire il libretto degli assegni e l’elenco dei soci, ed è pregato di bilanciare i propri conti.
12. La Banca del Tempo richiede agli aderenti una disponibilità ad incontrarsi in date stabilite dai soci per garantire un efficace sistema di scambio e per offrire la possibilità di conoscersi.
13. Il presente Regolamento potrà essere modificato dall’Assemblea dei soci, con le stesse modalità con le quali è regolata la modifica dello statuto.


Non è difficile capire che, per come è organizzata fino ad ora questa associazione, non può proporsi certo come sistema economico indipendente e sovvertire i meccanicismi capitalisti presenti oggi, ma comunque è un buon punto di partenza, o per lo meno un modo per dare meno valore al puro denaro e un po’ di più alle capacità ed alle possibilità di ogni persona.


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