mercoledì 15 settembre 2010

Un Blocco all’assalto del futuro


di FRANCESCO POLACCHI & AVGVSTO


L’annata 2009-2010 ha registrato risultati assai positivi per il Blocco Studentesco, alcuni dei quali addirittura storici. Non potrebbero essere altrimenti considerati il raggiungimento – inedito nella storia repubblicana – dello status di primo movimento studentesco a Roma e l’elezione di un senatore all’università romana di Tor Vergata (con tanto di esclusione dei collettivi antifascisti), a cui si devono aggiungere la presidenza della Consulta provinciale degli studenti a Fermo, Ascoli, Latina, Aosta e l’entrata di un nostro candidato nel CdF di Lettere e Filosofia a Roma Tre, antico baluardo della sinistra antagonista che, da parte sua, ha subìto un drastico e – per lei – catastrofico ridimensionamento. Un altro dato sorprendente, del tutto imprevisto e che fa ben sperare in prospettiva, è stato raccolto a «La Sapienza», con i 314 voti «politici» ottenuti per l’elezione del CNSU nel più grande ateneo italiano, senza una benché minima propaganda elettorale. 

Altro e non meno importante motivo di soddisfazione è rappresentato dalla forte crescita dei nuclei non-romani di tutta Italia, tra cui è da segnalarsi l’ottimo exploit conseguito nell’ateneo palermitano, con ben sette candidati del Blocco eletti in diverse facoltà. Risultati, questi, tanto più preziosi in quanto chiaro sentore del superamento dell’atavico tarlo del romano-centrismo e in quanto conseguente radicamento del movimento su scala nazionale.

Al di là tuttavia dei meri dati numerici, ciò che più ha positivamente colpito è stata l’assenza di ottuse pregiudiziali riscontrata in molti studenti liceali e universitari: sintomo inequivocabile del progressivo abbandono, da parte dei giovani, di sterili contrapposizioni ideologiche e di una auspicabile ripresa di un sano spirito «corporativo» studentesco. Interloquendo con numerosi studenti, sono infatti emersi apprezzabili attestati di stima nei confronti del Blocco Studentesco e della sua politica «sindacale», piattaforma di partenza per un futuro allargamento di consensi trasversali e antipregiudiziali.

A fronte di questi incoraggianti risultati, sarebbe però un fatale errore lasciarsi assalire da un ingiustificato senso di appagamento, e appare più che necessario rammentare che la vera battaglia deve ancora cominciare: più la forza di un movimento aumenta, infatti, e più conseguentemente aumentano le sue responsabilità. Responsabilità che non possono essere assolutamente eluse o sottovalutate, giacché è precisamente dalla capacità di tener fede ai propri proponimenti e al proprio spirito di trincea che verrà deciso il destino del Blocco Studentesco.

Prescindendo però dai prosaici traguardi elettorali, è ben altro ciò che ci interessa: perché il Blocco cresce? Per la profferta di prospettive carrieristiche agli aspiranti militanti? Per l’offerta di facili benefici ai potenziali elettori di scuole e università? Ovviamente no: non è certo questo il modus operandi del Blocco, e lasciamo ben volentieri queste squallide «imprese» alle altre associazioni studentesche, infarcite di saltimbanchi della politica e di commissari di partito.

Detto ciò, è necessario ricercare altrove i motivi dell’affermazione del movimento, e innanzitutto nel contesto storico in cui esso è nato e agisce.
Il primo decennio del Terzo millennio, infatti, ha assistito a una netta accelerazione di quel processo di destrutturazione delle categorie della «vecchia» politica (già avviato negli anni ’90 a seguito del decesso dell’Unione Sovietica), proiettando le masse nella cosiddetta «èra post-ideologica». Tralasciando una più dettagliata disamina di questo complesso fenomeno, possiamo però rilevarne alcuni più vistosi effetti, ossia l’affermarsi di sentimenti diffusi di «antipolitica», uno scetticismo sterile e parolaio verso le istituzioni, un rumoroso quanto inconcludente qualunquismo alla Beppe Grillo.
Nonostante le élites globaliste si affannino a porre il concetto di «democrazia» in termini di larga partecipazione del cittadino alla gestione della cosa pubblica, assistiamo al contrario a una sempre più profonda rottura e disaffezione delle masse nei confronti della politica. E il problema di fondo, forse, nasce dal fatto che, affossando le ideologie, si sono uccise anche le idee.

È proprio in un contesto siffatto che si inserisce l’azione del Blocco Studentesco, che intende riportare la politica verso il popolo e, soprattutto, riguadagnare il popolo alla politica, conscio del fatto che, senza popolo, non esiste partecipazione, e, senza partecipazione, non può esistere una «comunità di destino».

Di qui la natura movimentistica dinamica e duttile del Blocco (e di CasaPound), ben lontana dalla rigidità della struttura/partito. Una natura movimentistica che non è però antipartitica, bensì aperta e costruttiva, partecipativa e «trans-partitica», e che si pone quindi come «terza via» tra il trasformismo «istituzionale» e l’adolescenziale e onanistico extraparlamentarismo o antagonismo auto-ghettizzante. Un movimento, dunque, totalmente sganciato dalle imposizioni di padroni e padrini, che privilegia l’azione concreta «sindacale» e trasversale, non egoista ed egocentrica, e che ha come unico obiettivo il bene comune degli studenti (in particolare) e della Nazione (più in generale).

Ovviamente, al fine di rendere praticabile questo progetto, risulta indispensabile un programma pragmatico e rivoluzionario, capace di sorpassare sia le ricette oligarchiche delle istituzioni sia il nulla strepitante dell’antipolitica istrionica e velleitaria. Ma, assieme e alla base dei programmi (vedi qui: 1, 2, 3 e 4), deve esistere un modello culturale ed esistenziale in grado di realizzare una vera e propria rivoluzione antropologica, e di opporre, di conseguenza, un «Uomo nuovo» (essenzialmente politico) al «fantoccio-consumatore» globalizzato e all’«individuo-codice a barre» alienato e dis-sociato.

In particolare a giovani e studenti, dimenticati e sviliti – al di là della facile demagogia – dai politicanti di turno, il messaggio del Blocco Studentesco offre risposte concrete ed entusiasmanti, riassumibili in una lotta disinteressata, su tutti i fronti, per riappropriarsi dell’avvenire che è stato loro rubato. Nell’epoca del precariato e delle caste/cricche dei vecchi oligarchi, allorché sembra smarrita ogni bussola e ogni coordinata, il Blocco chiama a raccolta i giovani dicendo loro che è possibile, se lo si vuole, tornare a essere i protagonisti della Storia, che è possibile, attraverso la volontà e il sacrificio, riprendersi il proprio destino, «riprendersi tutto».

Tutto ciò trova il suo fondamento nel recupero/attualizzazione di miti viventi e volontaristici fortemente mobilitanti, quali ad esempio il futurismo, lo squadrismo, l’impresa fiumana, i pirati della Tortuga, il sindacalismo rivoluzionario e, ultimamente con maggior enfasi, il garibaldinismo. Miti mobilitanti – si diceva – capaci di (ri)creare un immaginario affascinante e più largamente comunitario, che esaltano una visione eroica della vita fatta di valore, coraggio, solidarietà, generosità, gerarchia, libertà e sacrificio. Sicché non è difficile comprendere il fascino esercitato sugli studenti da motti incisivi e ardenti come «Giovinezza al potere», «assalta il futuro» e «17 anni per tutta la vita», i quali celebrano l’entusiasmo genuino e il furore scanzonato propri della gioventù, l’unica, quest’ultima, capace – come recita una recente e immaginifica canzone degli ZetaZeroAlfa – di «donare questa vita come getteresti un fiore».

C’è di più: il Blocco Studentesco (e CasaPound più in generale) ha ormai anche un suo «mito fondativo», che mette ben in luce, oltre alle ovvie ed evidenti filiazioni storiche, la sua natura innovativa, irriducibile e originale (nonché originaria), tanto che luoghi come il Cutty Sark e il nr. 8 di Via Napoleone III sono diventati spazi metafisici di pratica comunitaria e metapolitica, in grado di suscitare inoltre meraviglia e curiosità quasi ‘mistica’ in simpatizzanti ed estimatori. Il Blocco e CasaPound, quindi, non si configurano più, o – meglio – non solo come l’eredità di un’esperienza storica e umana, ma piuttosto come l’inizio, la fondazione, la tracciatura di un solco nella Storia e nel Destino.
E «tracciare un solco» vuol dire, come intendevano i nostri padri, fondare la civitas, la polis, simbolo di una nuova politica che torna ad essere creazione di volontà e sacrificio.

Su un altro punto vorremmo poi porre l’attenzione: per decenni quasi tutti i gruppi «antagonisti» hanno agito e atteso il momento opportuno per «fare la rivoluzione». Ebbene, noi non abbiamo bisogno di aspettare alcuna «saturazione del mercato» o alcuna fine di qualsivoglia Kali Yuga per fare la rivoluzione, perché noi, la rivoluzione, la stiamo già facendo. È una rivoluzione che parte anzitutto da se stessi: è il continuo miglioramento di sé, l’annullamento del proprio ego, del proprio egoismo, del proprio egocentrismo, del proprio narcisismo, per la (ri)nascita nel noi. È pertanto una rivoluzione severa e impietosa, una «rivoluzione permanente», una «palestra dell’anima».
Anche l’affermazione «stiamo facendo la rivoluzione», tuttavia, rischierebbe di essere inesatta. Perché noi, sostanzialmente, non facciamo la rivoluzione: siamo noi stessi la rivoluzione. Noi non facciamo i rivoluzionari, non giochiamo a fare i rivoluzionari: noi siamo rivoluzionari.

E questa rivoluzione, in definitiva, non può che essere realizzata dai giovani. I nostri nonni e i nostri padri ci hanno infatti consegnato un mondo di rovine e macerie, fatto di odio politico, disagio sociale, bancarotta morale (prima ancora che materiale), opportunismo, individualismo e corruzione. Hanno deluso: adesso è il nostro momento! Una volta qualcuno disse che «nei momenti felici la gioventù di una nazione riceve gli esempi, nei momenti difficili li dà». È proprio questo l’obiettivo dei ragazzi del Blocco: dare esempi a chi, per viltà o per inadeguatezza, ha tradito le nostre speranze, il nostro entusiasmo e la nostra gioia di vivere, dicendoci magari che «va tutto bene». E tutto ciò lo facciamo e lo faremo perché i giovani hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. Perché abbiamo stabilito che il futuro ci appartiene, e dunque veniamo a riprenderci tutto, noi che siamo – come avrebbe detto Marinetti – «gli ultimi studenti ribelli di questo mondo troppo saggio».
Come realizziamo e realizzeremo questa rivoluzione? Con amore, con un «disperato amore» temprato e sublimato dal combattimento nelle scuole e nelle università, lasciando la facile e inutile indignazione ai frustrati e ai pantofolai.   

Irrazionale voglia di vivere, interventismo rivoluzionario, adesione entusiastica e dionisiaca alla vita, goliardia dirompente, visione eroica e volontaristica dell’esistenza, etica epica estetica: questi gli ideali e il messaggio che il Blocco Studentesco propone e offre ai giovani, gli «architetti del domani». Questa la «visione del mondo» di una gioventù che alla discoteca ha preferito il rito comunitario, che alla passività della speranza ha preferito l’energia attiva della volontà, che alla vita comoda e alla rassegnazione ha preferito la trincea.

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venerdì 10 settembre 2010

Tre giorni 2010 di CPI

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lunedì 2 agosto 2010

La Strage di Bologna e i paladini della Verità



«… e generazioni nuove in cui tu credevi tanto, poi quel botto alla stazione che cancella tutto quanto…»

(F. MANCINELLI, Generazione ’78)


2 agosto 1980. Stazione ferroviaria di Bologna. Cinquanta chili di tritolo fanno saltare l’intera sala d’aspetto della stazione, più buona parte delle strutture adiacenti. Il bilancio finale è di ottantacinque morti, e più di centotrenta feriti.

Se ci passate oggi, la stazione di Bologna è uno di quei non-luoghi tra i più rappresentativi di un mondo di flussi, un mondo dove c’è poco spazio per ricordare, ripensare. Puzzo di freni, rumore, annunci di ritardi, treni che ingurgitano binari. Ne passerà uno ogni minuto, o forse di più. Decine di migliaia di persone al giorno arrivano, partono, aspettano. Un paio di tossici ogni tanto tentano di racimolare due spicci. Parecchi piccioni. Oggi come trent’anni fa.

Se costeggi il primo binario, e ti giri verso sinistra, guardando la parete della sala d’aspetto, t’accorgi che è stata ricostruita montando una vetrata trasparente che segue le incrinature che la bomba ha impresso sul muro. Se entri nella sala e ti giri sulla destra, al suolo trovi il buco lasciato dalla bomba, più in alto una lapide. Nomi, cognomi ed età di chi dentro a quella sala d’aspetto finì i suoi giorni, quel 2 agosto di trent’anni fa.

Dentro la frase iscritta sulla lapide, due parole risaltano più delle altre. Perentorie nella condanna, ineluttabili nella fissità del biasimo che esprimono, rimasto inalterato, praticamente da subito dopo l’evento, sino ad oggi.

Due parole.

Strage fascista.

La prima suona come un compimento dell’altra, o meglio, le due parole non potrebbero quasi esistere da sole. Così scritte sembrano come due incastri del Lego, due pezzi di un puzzle. Strage + fascista: complementarietà semantica.

Quel 2 agosto 1980 rappresenta insieme l’acme della strategia della tensione e la sua fine ufficiale. La firma finale su quel periodo storico che si apre formalmente con il 1968 e si concluderà 12 anni dopo. Si concluderà con varie condanne, tante, troppe assoluzioni, e pagine d’ordinaria ingiustizia che adesso va tanto di moda raccontare nei libri. Raccontarle per rivisitarle, riguardarle sotto una nuova luce. Poiché è lecito riscrivere tutto, scrutare il passato sotto la lente di una nuova coscienza collettiva, magari più matura, che abbia fatto tesoro dell’esperienza accumulatasi negli anni, anche in questi anni dove la categoria dell’esperienza ha perso di senso.

Ma c’è un evento, quell’evento, che ha segnato così profondamente l’immaginario collettivo di questa travagliata penisola, che ha impresso un’immagine così indelebile da diventare non una strage delle tante, ma LA strage. C’è un evento che non va toccato. Difeso dai cani da guardia della Verità, di una verità militante, per ciò stesso ancora più vera.

C’è un evento che è diventato la fonte di delegittimazione per tutta un’area politica, più forte dei vent’anni ai quali quell’area si rifaceva, travisati e denigrati sui libri di storia, dal sussidiario al testo universitario. Più forte del fuoco di quella bomba, la stigmatizzazione, l’intoccabilità del nuovo dogma di fede.

Di lì a poco l’Italia sarebbe cambiata. E con lei tutto il mondo. Arriverà l’epoca del riflusso.

Se fossimo in una puntata di Blu Notte, Lucarelli disporrebbe di un fermo immagine, dal quale riprendere la trama, il filo d’Arianna che avrebbe messo da parte poco prima. Questo fermo immagine ritrarrebbe la stazione, le macerie, il fumo, il sangue, la paura. La più clamorosa strage che l’Italia avesse mai visto, l’eccidio più efferato. Se quell’immagine potesse parlare, se le emozioni sprigionate potessero essere cristallizzate in un qualcosa di tangibile, potremmo capire che sin dal primo secondo negli occhi della gente, nel cuore di Bologna, nell’aria, nel fumo delle macerie, l’unico carnefice, l’unico in grado di concepire una così grave barbarie non potrebbe che essere il fascista.

Poco importa il nome dei colpevoli, degli esecutori materiali, dei mandanti, di chi fornisce l’esplosivo, di chi lo assembla, di chi coordina. Poco importano movente e rivendicazione (entrambi assenti). L’importante è che quella strage è una strage fascista. Ed in quanto strage fascista, importa che sia trattata in una determinata maniera. Se le prove non ci sono bisogna inventarsele. Rovesciare l’onere della prova, nell’ideologia militante di certi organi dello Stato, è fondamentale che l’Idea inveri il fatto. E poco importa se i presunti colpevoli non fossero a Bologna quel giorno, potevano coordinare l’azione da tutt’altra parte. Poco importa se quella infinita lista di sospettati dovrà essere riformulata perché in un primo tempo ritenuti innocenti, o se uno dei condannati passati in giudicato avesse appena 17 anni quel 2 agosto del 1980.

Ancor meno importa sapere che quei legami che lo Stato italiano ha intessuto con certa parte del terrorismo internazionale, di cui Moro anni prima si fece paladino in nome della gestione della contingenza del pericolo terroristico, possono aver influito in quella strage. Così come poco credito va dato al fatto che alti funzionari dei servizi segreti tentarono inizialmente di falsificare le prove e sviare le indagini, guarda caso proprio facendole vertere sul terrorismo nero.

Poco importa tutto ciò perché quella strage deve essere fascista. Così da far quadrare il cerchio della storia contemporanea, così da fornire un alibi allo Stato democratico, un capro espiatorio, ed insieme un feticcio da odiare per tutti coloro che si sentono minacciati da qualcosa che ha un nome ed un colore.

Questo articolo potrebbe essere interamente incentrato sulla rassegna delle tesi alternative sulla responsabilità della strage, su un accurato riepilogo di tutte le prove, gli indizi, le fughe di notizie. Ma di questo materiale ne è pieno il web. Ne sono pieni i libri. E allora che senso può avere quest’articolo? Poco, forse nessuno. Poco come le sbraitanti accuse dei familiari delle vittime, poco come gli stupidi fischi a Bondi dell’anno scorso. Poco e nessuno, come le dichiarazioni dei paladini della verità, dei cani da guardia del dogma di fede, che contro ogni evidenza continuano a rigurgitare il loro odio contro lo stragista fascista (sentite come suona bene).

Poco, come tutte le bandiere rosse, gli stendardi della CGIL, nessuno come i militanti antifascisti che saranno presenti alla stazione di Bologna, tanti piccoli riflessi sbiaditi legittimati dall’odio imposto dai dogmi.


Tommaso

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sabato 31 luglio 2010

Stasera vi porto a CasaPound



Fonte: Zentropa

 
Il freddo invernale cominciava a piegare le ginocchia di fronte agli attacchi vigorosi del sole di fine marzo. I negozi lungo la strada avevano tirato fuori i loro altoparlanti che sbraitavano ritmi hip-hop o elettronici e di cui il volume isterico faceva concorrenza ai latrati dei cani del gruppo di punk sparpagliato sul marciapiede. Marco non poté trattenere un leggero sorriso di soddisfazione vedendo tre ragazzini coi giubbotti flight seduti alla terrazza di un bar, con gli occhiali da sole appoggiati sul tavolino accanto ai sacchetti de «La Testa di Ferro» carichi di libri e magliette. Certo, erano sicuramente dei piccoli fancazzisti che si erano travestiti per il week-end, ma nonostante ciò, in mezzo alla fauna losca e deprimente che riempiva Termini, brodaglia infame di diversi residui di tribù del mondo passate sotto il rullo compressore della religione neo-consumista, la loro visione era un piacevole respiro, il sentimento fugace, e senza dubbio ingannevole, che non tutto era andato perso.

E poi, dopotutto, forse erano dei veri militanti, solidi e quadrati. Perché ricorrere sistematicamente al cinismo per soffocare la minima scintilla di entusiasmo? Forse perché Marco aveva «lasciato l’area» da più di 10 anni e che «ricominciare a credere», anche puntualmente, anche furtivamente, sarebbe ammettere di avere disertato e farebbe di lui, vista la sua attuale passività, un complice supino del sistema.

Marco conosceva tutto sull’ambiente di estrema destra. I suoi fallimenti, le sue mitomanie, le sue incoerenze, le sue ridicolezze, i suoi traffici loschi, i suoi folclori, le sue monomanie... Le sue grandezze, le sue dedizioni, le sue fedeltà, i suoi talenti e anche i suoi successi. Ma, col tempo, il suo spirito aveva cancellato uno a uno tutti gli aspetti positivi per convincersi che la sua scelta d’abbandono era non solo giustificata, ma addirittura l’unica possibilità, l’unica ragionevolmente considerabile...

Quando si ha una famiglia, un lavoro, delle responsabilità, potete ben capire, queste ragazzate, queste messe in scena, queste sciocchezze turbolente... non era proprio più possibile...

Eppure, oggi, seduto di fronte a un collega in completo H&M che gli spiegava le tecniche migliori per «rifarsi alla Borsa», fiancheggiato da una bionda slavata che commentava fervidamente i suoi ultimi acquisti di scarpe e da due gay con le canottiere fluo che litigavano come una vecchia coppia – che forse erano –, cosa non avrebbe dato per ritrovarsi alla tavola di quei tre adolescenti persi nei loro giubbotti di cuoio troppo grandi, pieni di speranza e di progetti così diversi e talvolta contradditori, ma per i quali il fine ultimo non era quello di avere accesso ad un’esistenza di star hollywoodiana?

E allora si immaginava seduto in mezzo a loro, fornendo la sua esperienza, le sue relazioni, i suoi mezzi, e loro nutrendolo in cambio con le loro energie e la loro vitalità rivoltosa. Ma sarebbe sicuramente tornato a casa, quella sera, nella sua villa periferica, senza aver fatto né detto niente.

E avrebbe osservato i suoi bambini incantati di fronte alla loro playstation, e loro non avrebbero nemmeno girato la testa al suo arrivo. Avrebbe avuto voglia di distruggere l’infetto televisore, di prendere i bambini, di baciarli vigorosamente e di spiegare loro che esiste dell’altro, che c’è un altro mondo da costruire, che bisogna credere e investirsi... Ma sapeva già che a quel punto, i quattro piccoli occhi si sarebbero piantati nei suoi per chiedergli: «E tu, papà, cosa fai?».

«Non cosa fai. Cosa facciamo. Stasera vi porto a Casapound, e ricominciamo da capo».

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venerdì 9 luglio 2010

Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale


 
Articolo pubblicato in «Occidentale», maggio 2010, pp. 20-22.


Il 24 ottobre del 1922 Benito Mussolini, in Piazza del Plebiscito a Napoli, di fronte a decine di migliaia di fascisti pronti alla Marcia su Roma, porta con sé l’ultimo garibaldino in vita. Un gesto dall’alto valore simbolico che mette magnificamente in luce, al di là di ogni ulteriore considerazione, quel filo rosso che lega il Fascismo al Risorgimento.

Purtroppo ancora non esiste uno studio che analizzi esaurientemente il rapporto tra il moto della nostra unità nazionale e il movimento fascista che, senza mezzi termini, se ne considerava il giusto e glorioso compimento. Un primo buon passo lo ha compiuto recentemente Massimo Baioni con il suo Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell’Italia fascista (Carocci, Roma 2006, pp. 290). Tuttavia il quadro è ben più complesso e poliedrico di quanto possa apparire ad uno sguardo corrivo e superficiale.

Il Fascismo infatti, dopo la vittoria e la presa del potere, si trovò a doversi confrontare con due miti fortemente radicati nella società italiana: il Risorgimento e la Grande Guerra. Un raffronto ineludibile, giacché – come rimarca il Baioni – «il confronto con il passato era vitale per dare un senso della dimensione storica del fascismo e per connotarne l’identità, precisando il posto che esso ambiva ad occupare nel flusso della storia italiana». Se per il conflitto mondiale però, reputato l’atto fondativo «morale» del Fascismo stesso, non vi furono problemi di sorta, le contraddizioni e le aporie che il Risorgimento già recava in sé e con sé, invece, confluirono nel nuovo regime, suscitando diatribe e polemiche. 

I vari approcci degli esponenti del Fascismo al moto risorgimentale, infatti, non furono univoci. Quel che è certo però – come ci assicura Emilio Gentile nel suo celeberrimo Il culto del littorio – è che «dalla borghesia patriottica e dai fautori di una restaurazione del regime liberale, il fascismo era osannato come il salvatore della patria, risorta dalla guerra ma trascinata dai suoi ‘nemici interni’ sull’orlo di un baratro, e come il restauratore del culto della nazione nei suoi miti, nei suoi riti e nei suoi simboli. Ma la restaurazione fascista aveva un ritmo e uno stile che ben poco corrispondevano all’idea di un ripristino del culto della patria nelle forme nostalgicamente ottocentesche, vagheggiate dai fautori di una restaurazione dell’Italia monarchica al di sopra dei partiti, dopo l’agnosticismo democratico degli anni giolittiani e il caos dissacrante del ‘biennio rosso’».

Il Fascismo, dunque, intendeva sì inserirsi nella tradizione risorgimentale, ma sottolineando altresì la propria natura innovativa e irriducibile: continuazione proiettata nel futuro, quindi, e non già appendice di un momento storico che i fascisti reputavano glorioso ma concluso. Il Fascismo era infatti considerato – come ben sintetizza lo storico Roberto Pertici – «il compimento della rivoluzione nazionale iniziatasi con il Risorgimento, che doveva riuscire dove il processo risorgimentale e il cinquantennio successivo avevano fallito: nell’inserimento e nell’integrazione delle masse nello Stato nazionale, nella creazione di una più vera democrazia, ben diversa dal ‘parlamentarismo’ e lontana dall’‘affarismo’, dal ‘particolarismo’, dall’‘inerzia’ che avevano caratterizzato l’Italia liberale».

Un’occasione importante per chiarire il rapporto Fascismo-Risorgimento si presentò nel 1932, anno del 50° anniversario della morte di Garibaldi e del decennale della Marcia su Roma: «Le principali manifestazioni del 1932 – argomenta il Baioni – sembravano confermare il nesso tra il bisogno di presentare il fascismo come erede delle migliori tradizioni nazionali e la volontà non meno forte ad enfatizzarne le componenti moderne, che avrebbero dovuto distinguerlo come originale esperimento politico e sociale».

Tuttavia, come dianzi accennato, le letture del Risorgimento date dai vari esponenti fascisti furono molteplici e spesso in conflitto, dal momento che le diverse «anime» del Fascismo riflettevano altrettante interpretazioni di quel periodo storico già di per sé complesso e policromo.
Una delle più incisive fu sicuramente quella «monarchica», che aveva il maggior rappresentante in Cesare Maria De Vecchi, quadrumviro della Marcia su Roma, il quale ricevette la cura degli istituti e degli studi storici risorgimentali (tra cui il fondamentale Istituto per la Storia del Risorgimento). De Vecchi, infatti, era un fervente sostenitore della fusione tra Fascismo e tradizione sabauda del moto risorgimentale, arrivando addirittura alla codificazione di un vero e proprio paradigma sabaudo-fascista. Questa visione del Risorgimento ebbe quindi un più profondo impatto sociale, grazie principalmente alla sua diffusione nella scuola, nell’editoria e nella rappresentazione museale.

Di qui le vive proteste di un giovane Felice Chilanti: «A ben guardare anche la storia del nostro Risorgimento, quella che va ancora per la maggiore nelle scuole fasciste, è dominata dalla tesi borghese, che fa coincidere la grandezza italiana con la ‘destra storica’, e la decadenza con l’avvento delle sinistre. Tutti sappiamo quale tizzone cova sotto la svalutazione della sinistra». E di fatti proprio i «fascisti rossi», in aperta polemica con le versioni oleografiche filo-monarchiche, rivendicarono a sé e al Fascismo quel «Risorgimento popolare» e repubblicano di Mazzini, Garibaldi, Ferrari, Cattaneo e Pisacane in opposizione a quell’altro di matrice borghese, colpevole – a loro dire – di aver tradito il Risorgimento stesso.

E così, oltre alle interessanti riletture di Angelo Oliviero Olivetti, Curzio Malaparte, Armando Casalini e Alceste De Ambris (che all’inizio aderì al Fascismo per poi discostarsene), anche il giovane e mordace Berto Ricci evocava lo spiritualismo mazziniano e l’eroismo garibaldino nell’intento di opporne la «moralità popolare» a quella borghesia che, tradito il Risorgimento, stava ora tramando ai danni della rivoluzione fascista: «Il populismo fascista di Ricci […] – spiega Paolo Buchignani nella sua biografia dell’intellettuale toscano – si caratterizza per il suo contrapporre il popolo (sano, maschio, fiero) alla borghesia vile, corrotta e corruttrice che il fascismo dovrebbe sradicare dalla società e dalle coscienze, per immettervi, invece, quella moralità ‘popolare’ presente non solo in Mazzini e in Garibaldi, ma anche nell’‘uomo Carducci’ di Giovanni Papini». E sempre Ricci, in uno dei primi numeri de «L’Universale», recuperava la tradizione rivoluzionaria di Mazzini per scagliarla idealmente contro la borghesia liberale e compromissoria: «E qui non sarebbe male ricordare che il gran repubblicano fu imperialista, assai più, assai meglio, d’ogni bertuccia moderata».

Parimenti Sergio Panunzio, rifiutando il Risorgimento «diplomatico» e «costituzionale», affermava a chiare lettere: «Dobbiamo ricorrere con la mente alla ‘insurrezione’, anch’essa di carattere militare di Mazzini e di Pisacane, di Garibaldi e così del partito d’azione del Risorgimento, e del movimento fiumano di D’Annunzio, per trovarci in presenza di tentativi e di approssimazioni di fatti morali e storici simili a quello presentato in grande stile dal Fascismo».

In una posizione mediana, troviamo invece due tra i più grandi intellettuali del tempo: Giovanni Gentile (foto) e Gioacchino Volpe. La loro visione «unitaria», infatti, sottolineava la reciproca necessità delle varie «anime» del Risorgimento. Come previsto, la loro interpretazione scontentò tutti, sia filo-monarchici che filo-repubblicani. Eppure era stato proprio Volpe (monarchico), nel suo L’Italia in cammino, a ridare dignità all’azione del socialismo nazionale nella formazione della nazione italiana. Gentile invece, ne I profeti del Risorgimento italiano, rintracciava la sintesi dei vari Mazzini, Garibaldi, De Sanctis, Rosmini, Cavour, Cuoco e Gioberti proprio nella incrollabile fede e nella ferma volontà di rendere l’Italia finalmente unita e indipendente. E per il filosofo di Castelvetrano, il campione di questa fede era proprio Mazzini, il quale, con il suo spiritualismo e il suo senso di sacrificio per un ideale più grande, combatteva il materialismo e l’individualismo (antichi tarli d’italica memoria), rappresentati dall’«uomo del Guicciardini». Lo stesso Mazzini che aveva intuito – come argomenta splendidamente Gentile – che «una nazione non è un’esistenza naturale, ma una realtà morale. Nessuno la trova perciò dalla nascita, ognuno deve lavorare a crearla. Un popolo è nazione non in quanto ha una storia, che sia il suo passato materialmente accertato, ma in quanto sente la sua storia, e se l’appropria con viva coscienza come la sua medesima personalità; quella personalità, alla cui edificazione gli tocca di lavorare giorno per giorno, sempre; che perciò non può dir mai di possedere già, o che esista come in natura esiste il sole o il monte o il mare; ma è piuttosto prodotto di volontà attiva che s’indirizza costantemente al proprio ideale; e perciò si dice libera. […] Questo l’alto concetto mazziniano della nazione, che poté infatti riscuotere il sentimento nazionale degl’italiani, e porre il nostro problema nazionale come problema di educazione e di rivoluzione: di quella rivoluzione, senza la quale neanche Cavour sarebbe stato in grado di fare l’Italia. […] La nazione sì, veramente, non è geografia e non è storia: è programma, è missione. E perciò è sacrificio. E non è, né sarà mai un fatto compiuto» [i corsivi sono miei].

Al contrario, dopo il 25 luglio e l’8 settembre del ’43, con il tradimento della Monarchia, è lo stesso Mussolini, già dal suo primo discorso di Radio Monaco, a richiamarsi al patriota genovese: «Quanto alle tradizioni [nazionali] ce ne sono più di repubblicane che di monarchiche. Più che dai monarchici, la libertà e l’indipendenza dell’Italia furono volute dalla corrente repubblicana e dal suo più puro e grande apostolo Giuseppe Mazzini». E più tardi, con ancor maggior veemenza: «La storia del Risorgimento deve ancora essere fatta: bisogna creare una sintesi tra la storia così come è stata manipolata dai monarchici, i quali ipotecarono il Risorgimento, e la versione dei repubblicani. Bisogna stabilire quale fu l’apporto del popolo e quale quello della Monarchia; che cosa diede la rivoluzione e quel che diede la diplomazia». 

È infatti nei 600 giorni della Repubblica Sociale Italiana che gli appelli al Risorgimento repubblicano e socialista si fanno sempre più intensi e costanti: Mazzini, Garibaldi, Mameli, Pisacane, ecc. – i simboli del Risorgimento «sconfitto» – assurgono ora a numi tutelari di Salò.

Ma il destino dell’Italia era ormai segnato, la sconfitta incombeva ineluttabile. E mentre il Fascismo repubblicano veniva schiacciato dalle bombe degli Alleati e l’ultimo lembo d’Italia libera veniva calpestato dai cingolati dei «liberatori», gli insegnamenti e le speranze dei «profeti del Risorgimento» venivano invece traditi nell’orgia di sangue della guerra civile. Chi sognò, si batté e morì per l’unità nazionale, morale prima ancora che geografica, vedeva ora la terra tanto amata dilaniata dall’odio, dall’invidia e dalla cieca volontà di vendetta. Forse è proprio per questo che oggi c’è tanto imbarazzo nel celebrare il 150° anniversario dell’Unità: perché uno Stato a sovranità limitata, preda dei rapaci oligarchi dell’«antinazione», diviso dai rancori ideologici e privo degli ideali virili di libertà e grandezza, impallidirebbe di fronte alla monumentalità di un Mazzini, di un Garibaldi, di un Pisacane. È la vergogna che prova quest’italietta di papponi e saltimbanchi per la propria miseria morale, è il sentirsi indegna di chi, nella solitudine dell’esilio o con la baionetta in canna, aveva capito che «si può dare anche la vita per vivere». Per vivere veramente…


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mercoledì 23 giugno 2010

Lo spirito moderno del Calcio antico

27 Guerrieri con Firenze nel Sangue


di Saverio di Giulio (CasaPound Firenze)


C’era una volta la «Sferomachia» che poi divenne «Harpastum», modi rudimentali di gioco del pallone che avevano funzione aggregativa e formativa nell’antica Grecia e nell’Impero Romano, dove a cimentarsi in questo meraviglioso sport guerriero erano soprattutto i legionari.

A regalare alle nostre generazioni il gioco del pallone in molte delle sue forme attuali, però, furono i cittadini di Florentia, che intorno al 1400 inventarono l’attuale CALCIO STORICO FIORENTINO iniziando a praticarlo senza distinzioni di classe sociale. Nei quartieri, nelle piazze e perfino nelle vie più impervie del centro storico della città. Il Calcio a Firenze diventò in breve tempo uno dei momenti più importanti di aggregazione trasversale, era un passatempo che temprava il corpo e la mente ai più giovani come ai più vecchi.
Ben presto divenne dunque sport «ufficiale» della città di Firenze, e si giocavano diverse partite durante l’anno in tornei che si svolgevano nelle maggiori piazze fiorentine. Ma il Calcio Fiorentino non fu solo passatempo e sport, fu molto di più: assunse in alcuni casi una valenza determinante per le sorti della città o, perlomeno, per quell’orgoglio fiorentino che solo chi è nato qui, nella culla del rinascimento, può capire.
Nel 1490 infatti la partita fu giocata sullArno ghiacciato, come a ridere in faccia alla calamità che aveva colpito Firenze. Ma è nel 1530 che il calcio visse il suo momento più importante e divenne simbolo assoluto della città di Firenze. In quell’anno, infatti, si decise di giocare nonostante la città fosse assediata dalle truppe di Carlo V e fortemente provata dalla mancanza di cibo. Si giocò per scherno verso il nemico e per orgoglio, per dimostrare che Firenze nel suo spirito non potrà mai essere piegata.

Purtroppo però nel 1739, con l’annessione di Firenze all’Impero asburgico, il calcio subì due secoli di stop... ma solo ufficialmente, poiché rimase scolpito nel cuore dei cittadini che continuanoro comunque a praticarlo fino al 1930, quando Alessandro Pavolini decise di restituire alla città questa tradizione secolare mai dimenticata che, come era prevedibile, riprese subito vigore arrivando sana e forte fino ai giorni nostri.


Già... i giorni nostri...


Viaggiando nella storia di Firenze mi ero quasi dimenticato la motivazione che mi ha spinto a scrivere questo articolo, del quale avrei fatto volentieri a meno. Eh sì! Perché, pur non essendo tornati gli Asburgo, il Calcio Fiorentino da quattro anni ormai non riesce a trovare pace.

Il perbenismo, lipocrisia, la falsità, il buonismo, il politically correct di questa società sembrano essere più forti delle ghiacciate o degli assedi. Ed ecco quindi il sindaco Renzi che rimbalza le responsabilità della malagestione del calcio a destra e manca, in un maldestro tentativo di salvare la faccia, la questura che si ostina a non cedere sulle assurde regole imposte, adatte più a una gara di balletto che a una partita di calcio in livrea, qualche paladino dellantifascismo militante che non resiste all’indole di andare sempre contro tutti e tutto, definendo il calcio

«un pallone travestito connotato da una rissosità proverbiale e demente».

Noi preferiamo invece stare dalla parte di chi su quel campo, e non solo, ha dato anima e corpo affinché questa nobile tradizione potesse ancora vivere nei secoli dei secoli! Scegliamo di sostenere il Calcio Storico Fiorentino, simbolo della fiorentinità, sempre più messa a dura prova dal multiculturalismo e dalla globalizzazione. Combatteremo per il Calcio in livrea perché non vorremmo soltanto vederlo in Piazza Santa Croce tre volte all’anno, ma lo vorremmo nei quartieri, nelle piazze, per le strade del centro e delle periferie. Vorremmo che potesse sostituire la play station e la televisione nei pomeriggi dei ragazzi. Perché il Calcio Storico è patrimonio di Firenze e di tutti i Fiorentini, e nessuna «autorità» potrà mai arrogarsi il diritto di fermare la Storia. Rivogliamo il Calcio Storico e lo pretendiamo così come ce lo hanno insegnato: rude e virile, leale e spirituale, poetico e leggendario, come lasciatoci in dono dalla Firenze che fu.


Rivogliamo i 4 colori,
«27 guerrieri con Firenze nel sangue»!


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lunedì 21 giugno 2010

martedì 15 giugno 2010

giovedì 10 giugno 2010

Perché ci piace Rino Gaetano



di Renato Montagnolo (Blocco Studentesco Prato)


La notte tra il 1° e il 2 giugno 2009 CasaPound Italia celebra Rino Gaetano con migliaia di manifesti e striscioni affissi su tutto il territorio nazionale.
Un anno dopo l’associazione ripete l’iniziativa nelle città di Prato e Lamezia terme.
Qualcuno potrebbe domandarsi, perché proprio Rino Gaetano?
La risposta è semplice: perché ci piace!

Rino Gaetano, dopo essere finito nel dimenticatoio per anni, è ultimamente «tornato di moda»; internet ha permesso alle nuove generazioni di conoscere questo genio della musica italiana.

I testi delle sue canzoni colpiscono perché parlano di problemi sociali, di vita reale, attaccano i personaggi cult della nostra società (gli Agnelli, i Costanzo, gli onorevoli e i senatori, ecc.), ma lo fanno in modo leggere, scanzonato, irriverente e divertente, in un modo che lo differenzia dai vari Guccini e De André.

Rino Gaetano ci piace per questo, perché è un artista popolare (ovvero del popolo), perché le sue canzoni nascono nelle strade e nelle osterie, perché prendono spunto – come lui disse più volte – da frasi dette da gente comune davanti a un caffè o a un bicchiere di vino.

Ci piace perché, nella migliore delle ipotesi, viene snobbato mentre, in altri casi, viene addirittura screditato e infangato (un esempio ne è la fiction trasmessa dalla RAI) dall’élite della canzone italiana e dai media.

Ci piace perché era un Uomo Libero, non riconducibile a nessun partito, un artista anarchico che aveva il coraggio di attaccare tutti e tutto, che già 40 anni fa si scagliava contro coloro che avrebbero dovuto portare avanti le istanze del popolo.

Ci piace quando parla delle fabbriche e del «lavoro di catena che curva a poco a poco la tua schiena», quando parla di «sub-appalti e corruzione e bustarelle da un milione», quando parla di «politici imbrillantinati che minimizzano i loro reati» (quant’è attuale Rino!!), ma anche quando si incazza e dice che «con la mia guerra voglio andare ancora avanti e, costi quel che costi, la vincerò non ci son santi», oppure cerca in ogni cosa «uno spunto per la rivoluzione»; ci piace quando urla «la festa è finita, evviva la vita!», perché sembra volerci dire che i problemi si affrontano senza piangersi addosso.

Ci piace, in tre parole, perché era un Artista Libero e Rivoluzionario.

Non mi voglio dilungare ulteriormente: potrei analizzare i suoi testi oppure parlare della sua morte e degli ospedali che non hanno potuto curarlo, ma lo farò in un’altra occasione.
Oggi non mi va, oggi c’è il sole, oggi «il cielo è sempre più blu!».

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venerdì 28 maggio 2010

Le Donne di CasaPound



di Francesca Focarelli (responsabile del Blocco Studentesco Siena)


Essere donna all’interno di CasaPound Italia è facilissimo, molto più che esserlo fuori.
Eppure c’è chi rivolge al movimento più solido e dinamico sulla scena politica italiana continue accuse di sessismo. Le sento il 7 maggio dal furgoncino che fungeva da palco per i nostri confusi avversari, mentre noi eravamo in piazza Esedra per una grande e gioiosa festa, le leggo sui giornali di partito e sui muri.

Be’, certo che siamo proprio stupide: centinaia e centinaia di donne stupide animano CasaPound Italia ed il Blocco Studentesco da ormai due anni; centinaia di stupide che ricoprono ruoli importanti e difficili, che vengono ascoltate, apprezzate e stimate da altrettanti uomini sessisti e trogloditi.
Sarà che siamo Donne e non femmine, non strumenti, non siamo le pupe portate a braccetto dai bulli. Siamo quelle che camminano spalla a spalla, alla pari degli uomini, fratelli, quelle che le priorità le hanno ben chiare, quelle che hanno deciso di combattere per una nuova scuola, una nuova università, una nuova società.

Siamo quelle che pensano che la casa sia un diritto, che rivolgono un pensiero importante alle mamme lavoratrici, che collaborano al campo base di Poggio Picenze per aiutare i terremotati abruzzesi senza il timore di spezzarsi un’unghia o seccarsi i capelli. Siamo quelle che non vedono un’ingiustizia nelle differenze biologiche tra uomo e donna, siamo quelle che rifiutano il femminismo, che rende prima schiave di insoddisfazione e frustrazione e poi scudo per una sinistra populista e sempre più stantia. Noi siamo quelle che affermano se stesse con l’impegno ed il rispetto, senza lagne e rivendicazioni di sorta.

Siamo quelle che, per citare Ernesto «Che» Guevara, «hanno tanti fratelli che non riescono a contarli e una sorella bellissima che si chiama ‘Libertà’». La libertà di scegliere le nostre battaglie e i nostri eroi, senza che sia una storia pallida e malaticcia a dettarceli, la libertà di prendere ordini senza sentirci discriminate e di darli senza sentirci fuori luogo, senza accettare una finta moralità.

Siamo le Donne di CasaPound, dove il confronto è libero, l’impegno costante ne è la linfa, il sacrificio una gioia. Siamo tutti pezzi di un puzzle impeccabilmente assemblato per dare nuova luce a questa società. Tutti importanti, nessuno indispensabile.

Dalla semplice militante alla responsabile cittadina o regionale, di CasaPound Italia o del Blocco Studentesco, tutte siamo le donne dalle scelte coraggiose, siamo quelle che combattono col sorriso ed il sessismo lo lasciamo agli stolti ed agli ignoranti.

Portiamo alta e fiera la nostra bandiera sulle teste di politicanti da salotto e giovani pseudo-ribelli, figli di una società molto «anti» e molto «ma», «se», incomprensibile, inaccettabile.
Laviamo il sangue rappreso con sudore e lacrime, di gioia s’intende. Ispirate da Evita immaginiamo la giustizia sociale e la rivoluzione degli animi mentre, come leonesse, difendiamo con le unghie e con i denti il nostro branco e lottiamo per la sua sopravvivenza.

La nostra non è militanza in gonnella, ma quella delle mani sciupate, della fronte madida, del cuore a mille, del cervello vigile, della fratellanza, della parola libera purché rispettosa, dello spirito volontario di trincea e di vetta da cui vediamo sempre il sole.

Ed è inutile che i soliti noti sputino le loro accuse sul nostro guscio, perché ci feriscono come lo farebbe una pioggia di petali di rosa, perché la nostra forza è l’unione che ci lega e sta in ogni traguardo che raggiungiamo assieme.

Perché «Camerata» ci puoi chiamare sia un uomo che una donna.
E il senso non cambia.

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martedì 11 maggio 2010

7 maggio: alla festa della rivoluzione




(R. GAETANO, Ma il cielo è sempre più blu)


Da Piazza Esedra parte il nostro assalto al futuro. Il 7 maggio 2010, che – ne siamo certi – un giorno verrà ricordato come una data storica, Roma ha assistito alla festa della «Giovinezza al Potere»: un’ubriacatura di gioia e allegria, di musica e colori. Mille cuori e una bandiera hanno esultato e salutato la Capitale. Centinaia e centinaia di giovani «belli come il sole» hanno intonato il più sublime inno alla vita – una vita fatta di coraggio, tenacia, goliardia e freschezza rivoluzionaria.


Tanto si era parlato della manifestazione nazionale del Blocco Studentesco: anatemi, minacce, appelli a «nuove resistenze», agguati, aggressioni e quant’altro avevano purtroppo alzato il livello della tensione ed esacerbato gli animi. Erano stati infatti espressi timori per «marce su Roma», «rigurgiti di nazifascismo», azioni violente, ecc. E quasi si era riusciti a far saltare tutto.
Il 7 maggio, però, era ormai segnato sul calendario della Storia. Sicché abbiamo visto e apprezzato gli appelli di parte dell’élite politica e intellettuale del Paese in favore del diritto del Blocco a manifestare: da Flavia Perina a Piero Sansonetti, da Mario Borghezio ad Anna Paola Concia, da Pietrangelo Buttafuoco ad Adriano Sofri, in molti hanno deciso che era giunto il momento di farla finita con l’intolleranza ideologica e con i ricatti delle retroguardie tanto becere quanto sclerotiche.

E così, finalmente, Roma ha potuto abbracciare i suoi figli prediletti: i figli del fulmine. Giunti da tutta Italia, da Torino a Palermo, quasi a volersi proporre quale miglior sponsor per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale. Sì, perché – come è poi stato fortemente rimarcato – l’Italia è una e indivisibile: un’Italia che va dalla Val d’Aosta alla Sicilia, passando inoltre per Istria, Fiume e Dalmazia, terre troppo spesso dimenticate ma dove – lo ha rammentato giustamente Francesco Polacchi – «anche le pietre parlano italiano». E al suono di quelle parole quasi sembrava che manifestassero con noi anche le camicie rosse di Garibaldi, gli ardenti mistici della Giovine Italia e i legionari della Reggenza del Carnaro.

E a chi voleva impedirci di essere in piazza, a chi paventava «violenze squadriste» o a chi scrive che «la libertà non può essere anteposta all’antifascismo» (così Valerio Evangelisti su «Il Manifesto»!), abbiamo riservato una piacevole sorpresa: niente odio, nessuna «sfilata nostalgica», ma una vera «Festa della Rivoluzione» e un vigoroso slancio per l’assalto al futuro. Giovani volti sorridenti baciati dal sole, bandiere e fumogeni tricolori hanno riempito Piazza della Repubblica, con Rino Gaetano, Vasco Rossi, ZetaZeroAlfa e Kansas City Way ad accompagnare la manifestazione. Questo il tripudio dionisiaco della «Giovinezza al Potere», mentre «il cielo è sempre più blu»…

Ma hanno preso una tremenda cantonata anche quelli che pensavano che sarebbe stata una manifestazione fine a se stessa, una conta, una gita fuori porta o un picnic primaverile. Perché i ragazzi del Blocco di idee ne hanno, eccome se ne hanno. «Perché – come ha sottolineato Noah Mancini – saremo anche giovani, arroganti, a volte ridicoli, eccessivi e avventati, ma abbiamo ragione. Ragione da vendere».
E infatti il Blocco, a pochi giorni dalle elezioni accademiche, ha voluto ricordare il suo ideale di Università: «un’Università degli studenti e per gli studenti (…) improntata a meritocrazia, professionalità e giustizia sociale. Sì: giustizia sociale. Perché sentiamo sempre parlare di legge di legge di legge, ma c’è un motivo se si chiama ‘legge’ e non ‘giustizia’. (…) Un’Università che pone lo studente al centro di tutto il processo educativo. Un’Università degli studenti e non di presidi, baroni, rettori e professori».

Risulta quindi necessario puntare sulle tre pietre angolari di partecipazione, mobilitazione e «sindacalismo studentesco», giacché le battaglie per costruire una nuova Università non appartengono a un movimento politico in particolare, bensì a tutti gli studenti.
Il tutto – prosegue Noah – «a partire dagli organi assembleari e decisionali, nei quali la componente dei rappresentanti studenteschi deve essere necessariamente aumentata fino al 50% del totale dell’organo, e alla quale va attribuito potere di veto su decisioni che comportino l’impiego di ingenti somme di denaro, la trasformazione in fondazioni di diritto privato, l’ingresso di soggetti economici di diritto privato e commerciale nei consigli di amministrazione. Perché? Perché noi non svendiamo il nostro futuro a nessuna multinazionale, a nessun potere forte, a nessun privato. L’Università che vogliamo è e deve restare pubblica e accessibile a tutti».

E mentre «assistiamo al moltiplicarsi esponenziale di PR, mini politicanti, teste di legno, partiti o – peggio ancora – correnti di partiti, amici degli amici, ‘piottari’, preti mancati e chiacchieroni vari», il Blocco già da tempo ha elaborato proposte di estremo interesse. Oltre a quelle citate, vi è ad esempio il cosiddetto «Progetto Fratello sole», ossia lo sfruttamento dei finanziamenti europei destinati all’Università per installare pannelli fotovoltaici, così da rendere in pochi anni autosufficiente – dal punto di vista energetico – l’Ateneo.
Senza parlare della «maggiore tutela per i fuori sede, per i quali chiediamo che sia riconosciuta giuridicamente la qualifica di categoria debole nei contratti di locazione, al fine di evitare speculazioni da parte degli affittuari. Perché l’affitto è usura».

E poi il «Progetto Piattaforma» che, ispirandosi al modello seminariale tedesco, pone l’accento sulla partecipazione attiva degli studenti ai corsi superiori, garantendo ai ragazzi una formazione scientifica altamente qualificata, grazie alla quale il discente cessa di essere un mero contenitore di nozioni per diventare finalmente soggetto «criticamente» pensante

Di tutto questo si è parlato a Piazza Esedra, tra militanti, simpatizzanti, intellettuali accorsi per l’evento, giornalisti interessati e semplici curiosi. È in questa piazza che si è imposta vigorosamente, all’attenzione di tutti, la voce di un movimento che afferma e non nega, che rivendica idee e non ideologie, che è proiettato verso l’avvenire e non soffre di torcicollo. Un movimento che è pronto a dar battaglia per tutelare gli studenti, che non deve chiedere scusa a nessuno e che «se ne strafotte» di tromboni, finti rivoluzionari, necrofili e pannoloni.      

È dunque dal 7 maggio, da Piazza della Repubblica che parte il nostro assalto al futuro. Perché – come ha ben ribadito ‘Nervo’ – «siamo noi il futuro!».




(KANSAS CITY WAY, Me ne strafotto)

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mercoledì 21 aprile 2010

Neoterocrazia e Nuovo Umanesimo



In molti atenei italiani vi saranno a breve le elezioni accademiche, sicché torna a farsi attuale il dibattito sui programmi delle varie liste che intendono cambiare l’Università. Già da questo semplice enunciato emergono due interrogativi: ma perché solo quando ci sono le elezioni si comincia a parlare di programmi? Ma i vari soggetti politici la vogliono cambiare per davvero questa Università?  

È noto d’altronde che l’elettorato studentesco universitario è particolarmente abulico e indifferente, soprattutto se si tratta di parlare di riforme che possano migliorare il nostro sistema accademico: infatti lo studente medio si iscrive, studia, fa gli esami e non vede l’ora di avere il pezzo di carta per poi potersi gettare a capo fitto nel mondo del lavoro. Vanno bene le battaglie per ottenere la mensa di facoltà o per attrezzare una navicella che ci porti comodamente in sede ma, per quanto riguarda lo studio, «volete cambiare le cose? Basta che non mi scombinate le carte in tavola e che mi lasciate laureare in pace». Legittimo per carità… Ma allora dov’è la democrazia? Dov’è la tanto sbandierata coscienza civile degli studenti-cittadini? Dov’è la partecipazione? Mistero: miracoli della democrazia delegata…  

Ma a parte la stragrande maggioranza degli studenti (circa il 90%, se non il 99,9), alla quale stanno a cuore solamente taluni aspetti burocratici (priva cioè di una visione ad ampio respiro), coloro che si occupano di politica nelle università ci sono. Senza perderci in complicate divisioni e suddivisioni, possiamo osservare che le posizioni principali sono essenzialmente due: gli uni avversano l’entrata dei privati (sotto qualsiasi forma) negli atenei, gli altri si battono invece contro lo strapotere dei «baroni». Posizioni entrambe condivisibili, benché con alcune riserve.  

Entrambe, tuttavia, nascondono il rovescio della medaglia. I primi infatti contribuiscono all’isolamento delle università italiane, sganciate pressoché totalmente dal mondo del lavoro, e divenute oramai meri stipendifici. Sicché i «baroni» non possono che rallegrarsi di questi fidi custodi (consapevoli?) dei loro privilegi, a cui non mancano conseguentemente di offrire il proprio appoggio. I secondi, al contrario, folgorati dal sistema universitario-aziendale statunitense, invocano giustamente la meritocrazia, senza preoccuparsi tuttavia della calata dei barbari privatizzatori, dell’arrivo cioè di nuove lobbies che andranno a scontrarsi con le oligarchie dominanti in una guerra senza quartiere, la posta in palio della quale non è certamente il bene supremo: la «salute» dell’Università.  

Ma giacché noi pensiamo che la salus publica (o universitaria) sia suprema lex, non ci curiamo né degli interessi dei «baroni», né di quelli dei privati rampanti. Ben vengano allora i finanziamenti esterni, purché scrupolosamente disciplinati e subordinati al bene comune (cioè dell’Università, cioè nostro), e ben vengano anche l’autonomia e la libertà di ricerca degli atenei, purché non più facili prede della tirannia «baronale».  

Al di là però di questi delicatissimi temi, esiste un problema fondamentale, che precede gerarchicamente tutti gli altri. Ossia l’idea che noi abbiamo di Università, il ruolo cioè che essa deve rivestire nel destino di una nazione.  

Il Blocco Studentesco, volendo superare le vetuste contrapposizioni e rianimando un sano «Sindacalismo universitario», propone essenzialmente due punti imprescindibili: la partecipazione attiva ed effettiva degli studenti alla politica accademica; una rivoluzione culturale

La presenza degli studenti nei vari organi consiliari universitari infatti, sic stantibus rebus, altro non è che il contentino gentilmente elargito dalle alte gerarchie accademiche agli indomiti (?) giovani. Qualche formale chiacchierata in sede di assemblea, e gli arcigni (?) ragazzotti investiti del potere (?) si illudono di contare qualcosa. Senza un’adeguata presenza studentesca nei vari organi universitari, infatti, è inutile e offensivo venirci a parlare di «democrazia», «partecipazione», «potere degli studenti» e amenità varie, dal momento che, al massimo, fungiamo da innocui soprammobili in sede assembleare. Al contrario l’insediamento del 50% di studenti eletti in ogni organo d’ateneo, dal Senato al Consiglio d’Amministrazione (importantissimo!), unito al diritto di veto in merito ai provvedimenti fondamentali, rappresenta la condicio sine qua non per poter almeno tentare di realizzare i nostri programmi, e sicuramente per poter incidere maggiormente nella politica d’Ateneo.  

«Neoterocrazia», dunque, la Giovinezza al Potere. Il primo punto è proprio questo: è da noi giovani che deve (ri)cominciare la nostra azione (l’indign-azione la lasciamo ai piagnoni), senza padri putativi e padrini, senza deleghe e santi crismi.  

Il secondo punto è, invece, la già accennata rivoluzione culturale. Progetto troppo ambizioso? Termine eccessivamente roboante? Forse. Ma noi non abbiamo paura di nulla, neanche delle parole. E certamente non abbiamo timore nel concepire un’Università nuova, rinnovata, che sia l’avanguardia della futura Europa politicamente libera e sovrana, finalmente padrona del proprio destino. Ed è dall’Italia, come ieri, come sempre, che divamperà il salutare incendio della rivoluzione, poiché – come noto – il fuoco, oltre a distruggere, purifica.  

Il 4° punto del programma del Blocco Studentesco Università, il cosiddetto «Progetto Piattaforma», infatti, contiene in sé i germogli di un «Nuovo Umanesimo». Vediamo perché.  

Ogni materia consta solitamente di un corso istituzionale – il quale prevede l’apprendimento del relativo manuale, e che intende quindi fornire allo studente le conoscenze di base della materia stessa –, di un corso monografico e di un corso specialistico (quest’ultimo di norma riservato agli studenti delle Lauree Magistrali). Il corso monografico e quello specialistico rappresentano (o meglio: dovrebbero rappresentare) l’autentico e più genuino livello superiore di insegnamento universitario. Con grande amarezza, tuttavia, ci rendiamo presto conto che, nella stragrande maggioranza dei casi (non mancano però virtuose eccezioni), questi corsi risultano essere dei meri «prolungamenti» o «riproposizioni» del modulo istituzionale, benché affrontino uno specifico tema in maniera più circostanziata.  

Il problema non risiede però – come un’analisi affrettata potrebbe suggerire – nei programmi, bensì nel METODO di insegnamento. In effetti, se ci fate caso, le modalità attraverso le quali tali corsi vengono svolti non differiscono poi molto da quelle dei «corsi-base»: il professore, di fronte a una platea più o meno vasta, spiega – spesso ininterrottamente – per una o due ore l’argomento del giorno, magari riservando le domande e le delucidazioni alla fine della lezione; egli fornirà poi una o più opere monografiche di riferimento e il gioco è finito. E noi studenti? Che cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo imparato qualcosa di nuovo, certo. Ma altrettanto certamente abbiamo «subìto» la lezione in maniera passiva, con la consapevolezza magari che parte di quanto abbiamo appreso sbiadirà lentamente col tempo (è inevitabile). E allora, che cosa ci rimane? Nozioni, per quanto importanti e fondamentali, ma nient’altro che nozioni. E purtroppo non abbiamo invece imparato un METODO, una forma mentis realmente scientifica, la quale dovrebbe essere il vero fine dell’insegnamento universitario. Infatti una nozione può sbiadire, ma un metodo – se ben acquisito – rimane per sempre.  

Ebbene, il «Progetto Piattaforma» prevede, in luogo dei corsi monografici e specialistici, l’istituzione di SEMINARI, traendo ispirazione dal modello tedesco. Un’ispirazione che – si badi bene – non è però brutale «trapianto» di un sistema in un differente contesto. Tali seminari, dunque, che potranno essere divisi in due o più categorie a seconda del livello di difficoltà, saranno composti da un numero massimo di 25 studenti, seguiranno gli stessi calendari dei corsi monografici e specialistici (quindi anche per quanto riguarda la quantità di ore e l’offerta di CFU), e sarà richiesta la frequenza obbligatoria. In questi seminari gli studenti parteciperanno attivamente alle lezioni tramite relazioni (i Referate tedeschi), ricerche personali e discussioni aperte. E il professore? Di certo non scomparirà, ma diverrà un supervisore delle lezioni, con la facoltà – si capisce – di rettificare, riprendere, consigliare, ecc. gli studenti, con i quali instaurerà un continuo e proficuo rapporto dialettico da primus inter pares. Gli esami saranno preferibilmente composti da:  
- una tesina di circa 10-12 pagine (ma la mole del lavoro sarà determinata dalla quantità di CFU prevista dal corso), il cui tema sarà concordato preventivamente con il docente;  
- una breve parte orale (10-15 minuti) a lavoro concluso, nella quale si discuterà del proprio elaborato.

Il ristretto numero di studenti partecipanti a un singolo seminario, inoltre, darà la possibilità di organizzare più corsi per materia, che dovranno essere affidati alla direzione di giovani e volenterosi ricercatori, i quali, riscattati dalla loro triste condizione di «portaborse» dei professori, potranno far mostra delle loro capacità e del loro valore.  

Ovviamente ogni Corso di Laurea avrà seminari ad hoc e confacenti alla propria precipua natura. Ad esempio, per quanto riguarda l’insegnamento delle scienze naturali, essi potranno essere costituiti da corsi superiori da svolgersi in laboratorio.

Tali seminari-laboratori dovranno essere infine il collegamento indispensabile tra il mondo accademico e il mondo del lavoro. Quest’ultimi, infatti, non possono assolutamente restare – come ora – due compartimenti stagni, non comunicanti tra loro. 

Ai più non sarà sfuggita l’intrinseca portata rivoluzionaria di questo progetto. Una rivoluzione – come dicevamo – eminentemente culturale, poiché si tratta di scegliere tra i due concetti contrastanti di istruzione (il dispensare cioè unicamente nozioni), da una parte, e di FORMAZIONE o EDUCAZIONE, dall’altra. «Educare» significa infatti etimologicamente (dal latino e-duco) ‘condurre fuori’, suscitare ed alimentare energie, accompagnare lo studente fuori dagli angusti confini del sapere preconfezionato (il manuale o il monologo del docente) verso una superiore consapevolezza delle proprie qualità intellettuali. Significa risvegliare e potenziare il senso critico del discente, educarlo ad un METODO. È la scelta tra il soliloquio e il DIALOGO

È dunque una rivoluzione «umanistica»: se nel Medioevo, infatti, l’auctoritas del professore era «sacra e inviolabile» (della serie ipse dixit: «è così perché l’ha detto lui»), la rivolta culturale dell’Umanesimo italiano generò invece maestri come Guarino Guarini e Vittorino da Feltre, le scuole dei quali erano luoghi di alta formazione intellettuale in cui il docente dialogava continuamente e cooperava pariteticamente con i suoi discepoli. Una formazione che non era però strettamente «umanistica» (nel senso di studia humanitatis), bensì organica e completa, grazie allo studio delle scienze naturali, giuridiche, matematiche, mediche, artistiche e grazie all’indispensabile esercizio fisico. Una formazione che era anche gioco e divertimento, tanto che alla scuola mantovana di Vittorino fu dato il significativo nome di «Zoiosa».

Si tratta quindi di un ideale universitario che si riconnette, prima ancora che al modello seminariale tedesco (che ne è invece derivazione), alla nostra tradizione nazionale e continentale. Un ideale di Rinascimento che, sorto in Italia, infiammò tutta l’Europa. E così, oltre a Leonardo, Michelangelo, Alberti e Machiavelli, avemmo Rabelais, Erasmo, Montaigne e Moro, per non dire di tanti altri.

E non è certo un caso che il meraviglioso manifesto del Blocco «L’Università che vogliamo», così come la copertina di «Idrovolante», ritragga la Scuola di Atene di Raffaello, in cui centralmente domina la figura di Platone, il filosofo della critica e del dialogo.  

È dunque grazie all’esempio dei nobili padri della nostra civiltà che la nuova gioventù d’Europa si riapproprierà del suo ruolo nella Storia. È da qui che prenderà vita l’«Uomo nuovo», l’«Uomo del Terzo Millennio», il quale si appresta a tornare faber suae fortunae, ossia artefice del proprio destino.  

La «Neoterocrazia» e questo «Nuovo Umanesimo» rappresentano, in definitiva, la volontà degli studenti di diventare finalmente protagonisti della vita universitaria, senza timori e complessi di inferiorità. Sono la nostra marinettiana «sfida alle stelle», ossia la riaffermazione del sacrosanto diritto e dovere di costruire il nostro futuro, attivamente, potentemente, categoricamente.

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