venerdì 13 marzo 2009

La riflessione politica di Aristotele



«Il governo dei molti non è buono, uno solo sia il comandante»

(Omero, Iliade, B 204)


Per ben comprendere l’analisi della democrazia e delle varie forme di governo in generale svolta nella Politica, risulta necessario chiarire, in via preliminare, i rapporti esistenti fra l’etica, da un lato, e la politica propriamente detta dall’altro.

All’interno della sistemazione aristotelica del Sapere vengono, come seconde, dopo le scienze teoretiche, le scienze pratiche. Queste si presentano come gerarchicamente inferiori alle prime in quanto in esse il sapere non è fine a sé medesimo, ma è subordinato, e quindi, agli occhi dello Stagirita, asservito all’attività pratica. Tali scienze hanno come specifico oggetto la condotta degli uomini e il fine che, attraverso tale condotta, essi vogliono raggiungere, sia considerati come individui, sia come membri della società politica in quanto tale. Questo rapporto si esprime, da parte di Aristotele (384/3 – 322 a. C.), nel definire con il termine “politica” la scienza complessiva dell’attività morale degli uomini sia come singoli che come cittadini. All’interno di questa sistemazione, la politica propriamente detta occupa un gradino superiore rispetto all’etica, alla quale rimane strettamente legata, assegnandole in questo modo una funzione di comando:
«Se dunque è il bene identico per il singolo e per la città, sembra più importante e più perfetto scegliere quello della città; certo esso è desiderabile anche quando riguarda una sola persona, ma è più bello e più divino quando riguarda un popolo e una città».

Da questa constatazione espressa nell’Etica Nicomachea, e ribadita nella Politica, Aristotele passa a delineare le cause che spingono gli uomini alla formazione degli Stati, rintracciandole e racchiudendole principalmente nella incapacità degli esseri umani di vivere isolatamente e nella conseguente necessità di avere rapporti con i suoi simili per sopravvivere. In primo luogo, la naturale distinzione in maschi e femmine spinge gli uomini a formare la prima comunità, vale a dire la famiglia, per il soddisfacimento dei bisogni elementari, quali la procreazione; in secondo luogo, si ha la formazione del villaggio inteso quale tipo di comunità atta a garantire in modo organico e sistematico i bisogni della vita. Tuttavia, per il raggiungimento della vita perfetta, identificata dallo Stagirita nella vita morale, l’essere umano necessita di strutture, quali leggi e magistrature, che solo una complessa organizzazione come lo Stato può garantire.

Tale organizzazione è imperniata sulla figura del Cittadino, inteso come colui in grado di prendere parte direttamente all’amministrazione della giustizia e dell’assemblea che governa la città – in un’espressione – alla vita attiva. Tale definizione riflette la caratteristica essenziale della polis greca dove il cittadino si sente tale solo se partecipa direttamente in prima persona all’amministrazione della cosa pubblica: in questo modo il filosofo mostra, da una parte, l’impossibilità di allontanarsi nelle sue conclusioni speculative dai vari condizionamenti storico-culturali della città-stato considerata ancora come l’orizzonte racchiudente i valori dell’uomo, ma, dall’altro, di limitare il numero dei cittadini escludendo, ad esempio, categorie quali operai e mercanti, i quali, pur essendo uomini liberi (non erano né stranieri né schiavi), non avevano il tempo di esercitare quelle funzioni che agli occhi di Aristotele sono essenziali.

Poste tali premesse, il filosofo enumera le diverse forme in cui si attua lo Stato, intese come differenti costituzioni. La costituzione è definita nella Politica come «la struttura che dà ordine alla città, stabilendo il funzionamento di tutte le cariche e soprattutto dell’autorità sovrana». Da qui lo Stagirita esamina le forme in cui si realizza l’autorità sovrana, ponendo come distinzione preliminare che ciascuna di queste forme possa essere esercitata in modo corretto, quando si eserciti in vista dell’interesse comune e, in modo scorretto, quando si eserciti in vista di interessi privati, una gestione da cui si generano le deviazioni. A questo punto si hanno le tre forme di costituzioni rette 1) Monarchia 2) Aristocrazia 3) Politìa, alle quali corrispondono le altrettante forme di costituzioni degenerate 1) Tirannide 2) Oligarchia 3) Democrazia.

Come si può notare da questa schematizzazione, Aristotele, fra le forme di governo degenerate, intende per “democrazia” un governo che, trascurando il bene di tutti, mira a favorire gli interessi dei più poveri in modo indebito. Il filosofo, infatti, precisa che l’errore in cui cade la democrazia è quello di ritenere che, poiché tutti sono uguali nella libertà, tutti possano e debbano essere uguali anche in tutto il resto. Aristotele riferisce nella Costituzione degli Ateniesi che, dopo la morte di Pericle, la vita politica in Atene subì un processo di deterioramento a causa di quelli che «volevano mostrare il più possibile la loro sfrontatezza e la loro compiacenza per la folla».

Tuttavia, sebbene lo Stagirita abbia una certa avversione per la democrazia, tale avversione non è preconcetta. Egli afferma, infatti, che la “migliore” forma di governo è quella fondata sulla “classe media” e che le democrazie sono più sicure delle oligarchie e anche più durature in forza dei cittadini medi. In altri luoghi, Aristotele rileva come il governo dei “molti” sia superiore al governo dei “pochi” non solo perché questi ultimi «si lasciano corrompere dal denaro e dai favori più facilmente dei molti», ma soprattutto perché i “molti” riuniti insieme «diventano un uomo con molte mani, con molti piedi, con molti sensi» e «con molte eccellenti doti di carattere e d’intelligenza». Questa sorta di ammirazione per i molti non vieta, tuttavia, ad Aristotele di scorgere come il loro governo possa degenerare in tirannide. Ciò avviene quando l’autorità della legge viene sostituita con quella della massa che, sciolta da ogni vincolo, diviene a sua volta facile preda dei demagoghi, i quali diventano più potenti quanto più le leggi perdono forza. Tale concezione affonda le proprie radici in un’errata concezione dell’uguaglianza e, soprattutto, della libertà, la quale viene dai più intesa come la possibilità di fare ciò che si vuole.


Da quanto detto emerge chiaramente come Aristotele, in virtù anche della sua stessa idea di cittadinanza, non considerasse bene questa forma di governo che, a distanza di secoli, sembrerebbe essersi imposta come la forma egemone nel panorama politico. Molto probabilmente Aristotele aveva ben compreso una verità che i contemporanei molto spesso ignorano: «l’addizione delle mediocrità non produce mai la moltiplicazione dell’intelligenza».

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sabato 7 marzo 2009

Anarchici di Mussolini



Allo scoppio della I guerra mondiale vi furono, in seno alle correnti anarchiche, alcune personalità che si staccarono dall’orientamento non interventista del movimento. Sull’argomento è interessante il lavoro svolto da Alessandro Luparini nel suo libro Anarchici di Mussolini.

Il primo tra i vari interventi “eterodossi” fu un articolo di Mario Gioda per il periodico “Volontà”, nel quale veniva notato l’improvviso e devastante fallimento dell’Internazionale e veniva dichiarata la necessità che, in caso di invasione austriaca dell’Italia, anche gli anarchici impugnassero le armi. A questo primo intervento seguì quello della “già paladina dell’antimilitarismo” Maria Rygier che in un altro articolo, questa volta per “Il libertario” di La Spezia, si entusiasmò per la fine della triplice alleanza e auspicò la guerra. La presa di posizione della Rygier non fu che la prefazione del “Manifesto degli anarchici interventisti” di cui ella stessa fu ispiratrice. Tra i firmatari dell’appello, oltre a esponenti del sindacalismo, a socialisti dissidenti e ai repubblicani, figurava una personalità che rivestirà un ruolo centrale nella corrente anarco-interventista: Massimo Rocca.
Già da tempo staccatosi dall’Anarchismo “ortodosso” perché favorevole all’intervento in Libia e avvicinatosi alla causa del sindacalismo rivoluzionario, Rocca non fu considerato mai un anarchico in senso stretto, ma più un individualista. La sua visione concettuale dell’Anarchismo era estetizzante e fortemente elitaria, concezione cui restò sempre fedele nel tempo. La propaganda per la guerra, oltre che a generare cazzotti e lanci di sedie nelle conferenze da lui tenute, fece sì che i suoi rapporti con l’ “Avanti” di Mussolini si intensificassero fino alla firma degli articoli sul “Resto del Carlino” che spinsero il futuro Duce ad accelerare i tempi del suo strappo interventista.

Il patrimonio ideale dell’anarco-interventismo era, senza ombra di dubbio, un individualismo stirneriano revisionato nella sua concezione velleitaria e amoralistica, volgarizzazione cui Rocca sostituì una valutazione storica e “sentimentale” che sarà principio fondante del “liberismo rivoluzionario” (o “novatorismo”). Fu questo individualismo rivoluzionario che, oltre a rappresentare un riferimento ideale, fece anche da collante tra gli anarco-interventisti e le correnti più radicali della cultura italiana, prime fra tutte le avanguardie futuriste il cui ruolo nella campagna interventista fu tutt’altro che marginale.

Con l’avvento del conflitto si assistette a un allargamento dei magli coesivi tra le varie individualità anarco-interventiste che generò un periodo di caos interno. Così, mentre la Rygier puntava (non riuscendo nell’intento) a far confluire nel Partito Repubblicano Italiano (PRI) il movimento, Rocca sposava nel 1916 le rivendicazioni dei nazionalisti su Istria e Dalmazia, e da questo momento in poi si assistette al suo totale distacco dal sinistrismo e al suo progressivo approdo verso un conservatorismo “illuminato”.
La fine del conflitto ristabilì ordine e riserrò i magli precedentemente allentati. Alcuni esponenti del movimento, come la Rygier, sparirono nell’ombra, altri riallacciarono i contatti con l’Anarchismo “ortodosso”. Altri ancora, come Gioda, Malusardi e Rocca, aderirono al nascente movimento fascista, occupando un ruolo di rilievo al suo interno.

L’avvicinamento di Rocca al Fascismo fu dovuto a comunanza di posizioni in primis sulla questione adriatica, e in secundis sulla sua concezione politico-economica, che si configurava come un misto di liberismo, sindacalismo e produttivismo di stampo mussoliniano. Al pari di Mussolini, anche Rocca auspicava una «matura collaborazione tra capitale e lavoro» volta all’emancipazione dei lavoratori tramite la compartecipazione al ciclo produttivo. Compito della borghesia era mostrarsi autentica classe dirigente capace tanto di opporsi al bolscevismo dilagante quanto di responsabilizzare il proletariato. Difensore dell’ordine monarchico, Rocca intravisava nell’attuale situazione politica la sopraffazione della burocrazia sulla borghesia, e il suo auspicio era quello che si realizzasse una rivoluzione, compiuta la quale, la borghesia aveva l’obbligo di realizzare un rivolgimento aristocratico della società italiana. Approvava lo Squadrismo come strumento di difesa contro le prepotenti orde bolsceviche, e vedeva una forma di dittatura pro tempore l’unica soluzione di governo capace di far cessare “ l’orgia di tutti i disordini”.

Altro “anarco-fascista” fu Mario Gioda che, con l’ex sindacalista rivoluzionario Attilio Longoni, fu tra i promotori del Fascio di combattimento torinese del quale assunse la segreteria. Per Gioda il Fascismo doveva essere l’antipartito, motivo per il quale desiderò che al Fascio torinese accorressero tutte le forze «sane, giovani, italiane» senza distinzione di parte o colore politico, individuando il nemico non nel proletariato ma nel bolscevismo. Tuttavia, nonostante il suo punto di vista fosse volto al superamento delle logiche destra/sinistra, il Fascio torinese fu sempre inclinato verso destra (salvo una parentesi in cui si tentò una più ampia apertura verso i lavoratori delle fabbriche) al punto che la leadership di Gioda fu sostituita, nel maggio del 1920, dal monarchico De Vecchi (in foto).

Altra interessantissima personalità anarco-interventista fu Edoardo Malusardi, che nel Fascio veronese occupò un ruolo di primo piano fondando anche il giornale “Audacia”. Proveniente dall’esperienza fiumana, Malusardi aveva come riferimenti la Carta del Carnaro e il Sindacalismo Rivoluzionario di Corridoni. Il Fascismo doveva essere, a detta sua, antimonarchico e sensibile alla questione sindacale, puntando a far crescere il valore dei lavoratori in termini tecnico-intellettuali. Riguardo agli scioperi, la sua concezione era quella di prendere decisioni “volta per volta”. Godendo del rispetto e della compattezza del Fascio veronese intorno alla sua figura, Malusardi fu l’unico che disertò il Blocco Nazionale scaturito dall’unione tra i Fasci di combattimento e l’Associazione Liberale Democratica, che si venne a creare in vista delle elezioni del 1921. Questa coerente scelta gli valse l’assenso di Mussolini che si complimentò con lui per aver agito «fascisticamente» poiché, se mancavano «certe elementari condizioni di probità politica», necessitava «non bloccare […] ma sbloccare».
Rimanendo sempre un “novatore”, differentemente da Rocca che andava sempre più sintonizzandosi su frequenze conservatrici, Malusardi riaffermò sempre la sua fede sindacalista intendendola su parametri di sindacalismo/corporativismo dannunziano, fede la sua che lo portò anche a criticare apertamente le politiche del partito (si compì nel mentre la trasformazione del movimento in Partito Nazionale Fascista PNF) dal quale, però, non perse mai il rispetto.

Compiuta la rivoluzione fascista (Marcia su Roma, 28/10/1922) iniziò per gli anarco-interventisti il periodo revisionista.
Il primo ad esprimersi fu Malusardi che rilevò lo Squadrismo, legittimo e giustificabile nel periodo movimentista e pre-rivoluzionario, ora da disciplinare in virtù di una ricostruzione sana e legale dello Stato: «lasciate stare, dunque, o amici, il manganello, l’olio di ricino, la gradassata inutile, e chiedete invece delle biblioteche e delle scuole di cultura».
Rocca, dal canto suo, fece propria la concezione bottaiana di sostituzione del vecchio ceto dirigente fascista con una nuova élite, e fu proprio con Bottai che iniziò una collaborazione scrivendo articoli su “Critica Fascista”. Uno di questi mise Rocca in aperta polemica col fascista intransigente Farinacci (in foto), il quale vedeva nelle teorie revisioniste una minaccia a quel Fascismo provinciale da lui considerato “l’anima pura” della fase movimentista e rivoluzionaria. In virtù di una siffatta visione, il Fascismo delle province meritava l’immunità da ogni tipo di attacco o revisione. La risposta di Rocca fu esageratamente prosopopeica e suonò così: il rassismo era un fenomeno che andava superato. Essendoci ora un governo e una legge, anche il più anziano e autorevole fascista che fosse contravvenuto ad essa meritava la galera.
Superato un periodo di sospensione a seguito di queste dichiarazioni, i toni del revisionismo di Rocca si fecero più filosofici e concettuali, ed ebbero l’effetto di far allontanare l’opinione pubblica dalla sua “battaglia”, che veniva ora percepita come una “bizzarria intellettuale” e nulla più.
Nell’aprile del 1924 Rocca riaprì un fronte revisionista di stampo accusatorio sia nei confronti del Fascismo provinciale che verso il neo ministro dell’economia De Stefani, accusato di corruzione. In realtà l’accusa verso De Stefani non avvenne mai in maniera diretta, e questa vicenda appare ricca di equivoci; tuttavia questa seconda “ondata revisionista” costò a Rocca l’espulsione dal PNF.

Nel 1925 lasciò l’Italia per la Francia. Qui mantenne nei confronti del regime un atteggiamento altalenante pur non dichiarandosi mai antifascista.


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martedì 3 marzo 2009

Le Verghe del Fascio: Berto Ricci “Fascista eretico”


«La Cultura Fascista, che recupera valori dell’intero novecento italiano, non è di destra. Il movimento della “Voce”, antiliberale nel midollo e nell’espressionismo polemico, rivive nel moto de “L’Universale” di Berto Ricci»

(Benito Mussolini)

«Berto Ricci ha reso fiera la nostra Nazione, e ogni italiano ne è orgoglioso». Così si espresse Giampiero Mughini, nella celebre conferenza con Valerio Morucci tenuta a CasaPound.
Ma siamo davvero sicuri che sia così? Nella stanca e vuota Italietta dei nostri giorni, quanti conoscono la lezione dell’intellettuale fiorentino?
La verità è che il suo anticonformismo dirompente, la sua prosa violenta e il suo spregiudicato antiborghesismo risulterebbero indigesti alle plebi americanizzate dei nostri giorni, più a loro agio tra grilli parlanti e grandi fratelli.
Ciò che è peggio è che Berto fu Fascista, non per calcolo politico o comodità (come gli illustri Montanelli, Bocca & co.), ma aderendo intimamente ai princìpi della Rivoluzione e cercando di incarnarli in ogni gesto ed ogni azione. La sua vita fu un sofferto e meditato percorso volto alla realizzazione dell’ “uomo nuovo”: spartano, eroico, giovane, con tutte le difficoltà e le contraddizioni del caso.

Ricci (1905 – 1941) si avvicinò relativamente tardi al Fascismo, iniziando a collaborare al “Selvaggio” di Mino Maccari nel 1927, e dimostrando sin da subito di trovarsi a suo agio nei fogli meno conformisti del Regime. Forte di un passato addirittura anarchico, “assaltò” la mentalità borghese e l’ottuso clericalismo che frenavano le istanze sociali e rinnovatrici dell’azione mussoliniana, attirandosi le ire del conservatorismo vecchio ed inutile che ancora affollava l’Italia. Quasi galvanizzato dalla polemica, continuò febbrilmente la sua attività culturale fino a fondare nel 1931 “L’Universale” («scritto col fuoco, alla carducciana, e non con lo stile leopardevole»), rivista che raccolse le intelligenze più giovani e spregiudicate della “sinistra fascista”.

Non perse tempo ad innescare dibattiti con i suoi articoli al vetriolo, che mettevano a nudo la meschinità di quanti sfruttavano il Regime per scopi personali, senza capirne l’essenza: «L’Italia è stata liberata dai bolscevichi, ma bisognerà liberarla dai commendatori, razza più dannata; dai professori corrotti ed insulsi, e da tutta la maledetta gente perbenino».

In “Errori del nazionalismo italico” sfidò ampi settori della cultura del tempo, legati ad una visione ottusa, limitata e borghese della Patria, adulatrice della propria terra e del proprio capo a prescindere. Al suo posto Ricci propugnò la riscoperta dell’Imperialismo, inteso come spinta ideale che riesce a conquistare i popoli in virtù della suo primato culturale, sulla scia del Dante del Monarchia e del Mazzini del Concilio.
Una vera e propria sfida di Civiltà, che contrapponeva il Fascismo alle ideologie materialiste liberali e marxiste, due facce della decadenza: «Cadente Mosca non perché sovvertitrice, ma perché asservita alla causa della materia e del capitale […] congiurata con l’antirivoluzione poliglotta ai danni dell’Italia novatrice e proletaria – resta come polo dei popoli Roma e soltanto Roma».

La grandezza del Fascismo stava nel rifiutare la concezione dell’homo oeconomicus («L’intelligenza Fascista mira al totale dell’Uomo, non ha punti di contatto con l’uomo economico»), riconoscendo e preservando tutte le tradizioni e le spinte verso il Sacro che sono parte fondamentale dei popoli.
La tensione spirituale fu una costante del pensiero ricciano, potendo individuare nei suoi scritti eroismo nietzscheano, vitalismo bergsoniano e richiami pagani accanto ad un cattolicesimo “pauperistico e guerriero”, sull’esempio dei Templari.

Insieme a tutto questo vi era una spiccata attenzione per l’aspetto sociale: Ricci si batté con forza per far “accorciare le distanze” tra classi sociali, per la scuola aperta a tutti, per le Corporazioni come luogo di effettiva e feconda partecipazione dei lavoratori, oltre che di selezione delle élites politiche. Il suo impegno in questo senso gli attirò addirittura accuse di “bolscevismo” da parte di Farinacci, quando negò che la proprietà privata fosse un principio inviolabile del Fascismo. Incurante delle critiche continuò a combattere conservatori, borghesi e profittatori: «la mentalità d’arricchimento va combattuta e limitata, pena il restar fermi all’idolo antieroico e antifascista della ricchezza vertice di valori […] occorre che la ricchezza privata valga poco, serva a poco; che con essa si ottenga poco».
A livello mondiale, simbolo di questa mentalità erano le plutocrazie inglese ed americana. Ricci si oppose fermamente alla penetrazione dei loro costumi in Italia, arrivando a scagliare idealmente Roma “la Città dell’Anima” contro Chicago “la città del maiale”. La risposta al parlamentarismo capitalista stava nella già accennata Corporazione, fulcro di una riforma che vede l’economia subordinata ad un’etica superiore sintetizzata dallo Stato. «Il problema non è o è solo secondariamente abbattere il bolscevismo, ma in primissima linea quello di abbattere un mondo, una struttura economica che ha reso il bolscevismo possibile ed inevitabile».

Dopo aver suscitato interesse in Julius Evola, Giuseppe Bottai, Emilio Settimelli, Benito Mussolini (che incontrò nel 1934 a Palazzo Venezia) ed essersi messo in contrasto addirittura con Giovanni Gentile (pubblicò un “Manifesto Realista” in contrapposizione all’idealismo e alla moderazione del filosofo siciliano), vide la sua rivista chiudere agli albori della Guerra d’Etiopia. Fu una decisione profondamente sbagliata del Regime, anche se forse “L’Universale” sarebbe cessato comunque, visto che quasi tutti i suoi componenti partirono per il fronte, Ricci in primis. «Se resto a casa sono un uomo inutile: non son più buono a scrivere un rigo o a dire una parola. E come me ce n’è tanti. Almeno ai giornalisti dovrebbe essere concesso di combattere» scrisse chiedendo di essere assegnato alla prima linea. Molti gerarchi, invece, andarono in caccia di gloria a buon mercato, facendo solo finta di combattere. Solo Farinacci si ferì… mentre pescava!

Al suo ritorno Ricci collaborò con molte riviste di primo piano, come “Critica Fascista” di Bottai e “Il Popolo d’Italia” di Mussolini, oltre ovviamente al libro Processo alla Borghesia, sintesi della battaglia fascista contro la mentalità “passatista” che Berto conosceva bene.
Il fecondo contributo culturale del “fascista eretico”, simbolo di quella gioventù entusiasta ed insofferente che avrebbe costituito la futura classe dirigente, fu interrotto bruscamente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

L’intellettuale toscano si gettò con coraggio nel fronte africano, trovando la morte per mano inglese il 2 Febbraio 1941 a Bir Gandula. Il conflitto si concluse tragicamente, ed i sogni di chi, come Ricci, aveva creduto nel riscatto del popolo italiano finirono nel sangue.
Fortunatamente il suo lascito non è andato completamente perduto, ed ultimamente il suo pensiero è stato accostato addirittura ad Antonio Gramsci (per la concezione di politica totalitaria, l’anti-accademismo e la visione realista e populista) e ad Ernst Jünger (nell’idea di “cavalcare la tigre” tecnologica e sul piano del lavoratore inteso come realtà spirituale).

Ma è ancora poco, troppo poco. Il suo impegno civile e rivoluzionario, la sua coerenza, la sua vis polemica, il suo inesauribile contributo culturale e il suo eroismo sono stati sostanzialmente accantonati, e Dio sa quanto ne avremmo bisogno.


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venerdì 27 febbraio 2009

Le Verghe del Fascio: Mario Carli futurardito


Mario Carli
(1888 – 1933), fascista intransigente. Ma anche capitano degli Arditi, poeta futurista, legionario a Fiume, direttore e fondatore di varie riviste, fra cui “La Testa di Ferro”, “Il Principe” e “L’Impero”. Scrittore di vari libri, tra i quali Con D’Annunzio a Fiume.

Fascista per convinzione ma soprattutto per indole, ad ulteriore dimostrazione che il Fascismo fu “anti-dottrina” e “anti-filosofia”, mentalità prima ancora che teoria.
Lo dimostrerà coi fatti: insofferente alle convenzioni e imposizioni del regime liberale, seppur esonerato dal servizio militare nella Prima Guerra Mondiale, si arruolerà negli Arditi, conquistando, oltre al grado di capitano, una medaglia d’argento al valore e una croce di guerra. Dopo la guerra sarà a Fiume, ed è qui che conosce Guido Keller, altro personaggio quanto mai interessante: intrepido e spericolato, goliardico e non conformista, fondatore del movimento Yoga, “Unione di Spiriti liberi tendenti alla Perfezione” che come simbolo adotta la rosa a cinque petali e la Svastica. Prese i soldati che non riuscirono ad entrare nel comando perché senza documenti e così diede vita alla “Disperata”.

“Questa «Disperata» fu la falange eletta dei legionarii: la guardia del corpo del Comandante [D’Annunzio]: manipolo di uomini decisi, spregiudicati, violenti nell’adorazione e nell’impeto: fiore della rivolta e della libertà, passato attraverso il setaccio della guerra e degli stati d’animo, se non delle idee, rivoluzionari”


Insieme ad un manipolo di legionari Keller darà vita alla “Società degli amici del pelo”, i quali usavano rasarsi i capelli prima di ogni azione per poi gettare al vento le ciocche. Proprio in onore di queste “teste di ferro” fonderà, insieme a Carli, l’omonima rivista dei legionari fiumani.

Questa sua temerarietà, e forse anche irrequietezza, lo portò ad assumere posizioni anche poco ortodosse, in nome dello spirito avanguardista, che secondo Carli sarebbe stato presente anche fra socialisti, riformisti e repubblicani. Arriverà a tessere le lodi del bolscevismo leninista, abbandonando temporaneamente il Fascismo. Bisogna tuttavia contestualizzare il periodo storico: era il 1920, la rivoluzione russa era compiuta, mentre in Italia Fiume restava un caso isolato. “Fiume e Mosca, «due rive luminose»” è più che altro da interpretare in chiave anti-borghese: scriverà chiaramente che mentre in Russia i rivoluzionari si batterono, in Italia il partito socialista, accusato di non volere e di non far nulla per la rivoluzione, viene definito una «ottusa cocciuta grettissima cretinissima Chiesa». Dopo la marcia su Roma la sua adesione al Fascismo sarà totale.

La stessa vita di Mario Carli, al di là dell’inutile nozionismo biografico, è testimone di ciò che egli stesso definisce significato principale del Fascismo: «Liberazione dalla mentalità passatista». In questo senso Carli seppe essere esempio. Auspica e promuove l’avvento di una nuova stirpe di Italiani, portatori di una nuova mentalità che liberi definitivamente il Fascismo e l’Italia da ogni sorta di «demagogia, pedanterie culturali, filisteismi di genialità, anemici senz’ardire»: “Giovinezza al potere” dunque. Distruggere ogni senso di debolezza e sterilizzazione mentale volontaria, rappresentati contemporaneamente dal liberismo e dal socialismo “pussista”.

Ma la figura di Carli non eccelse solo come uomo d’azione: fu, infatti, anche intellettuale e giornalista dotato di grande capacità di analisi, permeata di una perfetta sintesi fra realismo e pragmatismo, che per niente contrastano con la visione radicale e intransigente propria dell’autore. Fu capace di interpretare e interagire con la società: scrisse infatti «prima il fatto, poi la legge».

Ed è proprio grazie a questo metodo di radicamento nella Realtà, oltre ai singoli episodi, che il pensiero di Mario Carli ci appare dunque come vivo e attualissimo, a tratti quasi sorprendendo i lettori, considerando che questa raccolta di articoli fu pubblicata per la prima volta nel 1926. In tutto ciò si trova il senso di questa lettura: riscoprire il contributo di tutte le verghe che formano il Fascio, attualizzando e concretizzando idee e forme.


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martedì 24 febbraio 2009

Memento Audere Semper



10 febbraio 1918: «Ci siamo affilati nella lunga attesa come sopra la ruota di un arrotino difficile. Siamo tutti taglio e punta, fissi su una rude impugnatura… Credo che di rado uomini furono così compiutamente pronti ad un’azione disegnata. Nulla manca, tutto è previsto. L’indugio non ci giova più, ci logora…».

Con queste parole Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) racconta le ore precedenti di una delle imprese più audaci, irriverenti e, purtroppo, sconosciute della storia della marina italiana.

Siamo nell’ultimo anno della Prima Guerra Mondiale e l’Italia è appena uscita col morale a pezzi da una delle sconfitte più pesanti dal punto di vista militare, e non solo, dell’intera guerra: la disfatta di Caporetto. Disfatta che farà emergere i grossi limiti dell’esercito italiano e comporterà un rovesciamento interno ai vertici dello stesso con la successione di Diaz a Cadorna.
Proprio in questo contesto di scoramento generale matura l’idea dell’azione che, pianificata già da dicembre, solo a causa delle cattive condizioni meteorologiche e dell’attesa delle ricognizioni aeree sulla Baia, fu posticipata all’11 febbraio.

I M.A.S. 96, 95 e 94 al comando di Costanzo Ciano (1876 – 1939) lasciarono l’ormeggio della Giudecca alle ore 11.00 del 10 Febbraio 1918, con l’obiettivo di riprendersi quel «fegato gettato più lontano che mai», che Ciano aveva idealmente lanciato preparando l’impresa. Il «Vate», che per l’occasione si autodefinì «volontario marinaio», era imbarcato sul MAS 96 insieme al capitano di corvetta Luigi Rizzo, medaglia d’oro e artefice dell’affondamento di due corazzate austriache, di cui l’ultima il 10 giugno 1918 nelle acque dell’Isola di Premuda, la quale si ricorda ancora oggi come festa della Marina militare.
Gli equipaggi dei MAS, dopo essere stati scortati da unità leggere e da due torpediniere, cominciarono ad avanzare sole e non senza poche difficoltà, e proprio in quel momento difficile D’Annunzio trovò le parole che spingono il cuore sempre oltre, coniando quel motto che ancora riecheggia in tutte le azioni audaci: Memento Audere Semper.

11 Febbraio 1918: «Nasce il nuovo giorno… navighiamo da quattordici ore. Teniamo da cinque ore le acque del nemico. Gli siamo entrati nella strozza, e poi nel profondo stomaco […] Un allarme, e andiamo in predizione».

Entrati a Buccari, i MAS, dopo oltre 60 miglia di navigazione e oramai senza alcun tipo di scorta, avanzarono indisturbati, puntando ognuno un bersaglio diverso, silurando il nemico con estrema precisione ma con cattiva sorte. I missili lanciati, difatti, si incagliarono nelle maglie di piombo delle reti parasiluri poste a difesa delle imbarcazioni austriache. Nonostante ciò il valore dell’impresa era inestimabile: penetrare per oltre 60 miglia nelle retrovie nemiche senza in alcun modo essere avvistati, evidenziando così la completa inefficacia del servizio di guardia nemico; dimostrare a tutti, italiani in primis, che l’ardimento di alcuni elementi dell’esercito batteva ancora fiero. E sono proprio questi due fattori – debolezza austriaca e rinnovato vigore dell’esercito italiano – che rendono questa impresa importante, anche ai fini dell’esito della Prima Guerra Mondiale. In un momento così delicato della guerra, infatti, portare alla ribalta che lo «straniero» era vulnerabile voleva dire rinfrancare il morale dell’intera nazione e far sì che essa concorresse per intero a conquistare la vittoria, che si realizzò nella battaglia di Vittorio Veneto, ultimo atto del Risorgimento Italiano.

Infine, c’è la stoccata dell’uomo che incarna il «pensiero azione» e che tinge l’impresa di un particolare sapore beffardo, facendo sì che la «beffa» assuma anche contorni carnevaleschi e un romanticismo d’altri tempi.

Le tre bottiglie nastrate tricolore che D’Annunzio lasciò nella baia recavano questo messaggio:

«In onta alla cautissima flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorte di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia».

La notte era passata e i MAS con a bordo i cuori intrepidi facevano ritorno a casa. È proprio vero: l’alba non è uguale per tutti.



«Lasciamo dietro di noi le soglie del Quarnaro posseduto. La nostra piccola bandiera quadrata si muove come una mano che faccia di continuo cenno. Ha il rosso rivolto verso l’Istria che mi par di rivedere in sogno, simile a un grappolo premuto o a un cuore pesto. Ho l’amaro del sale in bocca…

L’alba non è uguale per tutti.


Dall’Italia navighiamo verso l’Italia!
» (Gabriele D’Annunzio).


Articolo redatto da un giovane del Circolo Futurista-Casal Bertone.


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venerdì 20 febbraio 2009

!!!FuTuR100!!!



Con gli occhi rivolti verso il cielo, i bambini del nuovo secolo guardavano allibiti le nuove strutture che svettano in alto quasi a toccare i cieli. Nuove bestie metalliche sfrecciavano sulle strade a velocità mai viste prima d’ora, adorne di tubi che sputavano fumo. In un mondo che cambiava costantemente, i figli del nuovo secolo venivano a contatto con le nuove creazioni dell’uomo a testimonianza del suo costante progresso. Navi immense, grandi quanto piccole città, treni, grattacieli, auto e altre grandi invenzioni testimoni delle nuove civiltà meccanizzate. I figli stessi del secolo ventesimo, spazzati via in un secondo tempo dal potere oscuro delle nuove macchine nei campi della Somme, Dieppe, o sul Piave. La Guerra purificatrice divorò un’intera generazione, in un vortice di fango, bulloni, e cartucce, cambiando profondamente il volto socio-politico della vecchia Europa.


Gli anni antecedenti alla Prima Guerra Mondiale videro un profondo cambiamento nel mondo politico, ma soprattutto artistico, che desiderava staccarsi radicalmente dalle fondamenta di un’Europa stanca e anziana. Movimenti come il cubismo di Picasso (1881 – 1973) e Braque (1882 – 1963), il simbolismo di Klimt (1862 – 1918) o H. Rousseau (1844 – 1910) cercavano una nuova dimensione per l’espressione artistica, cercando di spazzar via i vecchi canoni dell’arte che dominavano, con le rigide convenzioni reazionarie, il vecchio panorama artistico europeo. Se l’Austria di Klimt e la Spagna di Picasso rappresentavano vecchie potenze affermate ormai avviatesi all’inevitabile crepuscolo, l’Italia combatteva ancora per un’identità nel panorama politico internazionale da giovane paese, unita solamente di recente sotto un unico stendardo. È proprio in questo scenario di debole propulsione che prende corpo un movimento artistico destinato a scombussolare il panorama artistico Italiano e internazionale nei primi anni del Novecento. Sotto l’influenza del carismatico poeta e artista Filippo Tommaso Martinetti (1876 – 1944), noto come la “caffeina d’Europa”, i Futuristi pubblicarono il loro primo Manifesto sul quotidiano Francese Le Figaro il 20 febbraio 1909.

Il bisogno reale di cambiamento nella società si avvertiva nel desiderio profondo di questo manipolo di artisti idealisti, i quali spinsero il loro lavoro al di fuori del contesto strettamente “artistico”, investendo copiosamente il loro tempo nel cercare di mutare la società. Il Futurismo non nacque solo come un movimento che dettava il modo in cui all’artista era chiesto di applicare la pittura sulla tela, ma come un qualcosa che si orientava a 360 gradi intorno ai molteplici aspetti della società. Nella letteratura, nel teatro, nella politica, ogni sforzo era concentrato a voler tirar fuori l’ “Italietta” dal suo torpore. Il movimento pompava, come un cuore in fiamme, l’energia vitale per il tanto agognato cambiamento dentro il popolo. La comunità statica doveva ora diventare sinonimo di dinamismo, mutamento dello stato solido della società. A fianco di Marinetti si univano individui dal passato ed esperienze di vita alquanto diversi: artisti come Balla, Jannelli, Corra, Sant’Elia, Boccioni e Russolo – per citare alcuni. La guerra diventa oggetto purificatore, uno strumento per defenestrare la staticità del mondo borghese reazionario. Tutto ciò che potesse essere collegato ai canoni di bellezza del passato (le istituzioni, le accademie, i musei, ecc.) furono derisi dai Futuristi poiché legati a un ordine di «vecchi e preti».

A cento anni dalla pubblicazione del loro primo Manifesto, l’Italia e l’Europa si ritrovano sature di nuovi macchinari e dalla velocità del mondo esterno. I bambini non sono impressionati più dalle le scie dinamiche provocate dai reattori degli aeroplani, e raramente ci si sofferma a voler constatare le forme luccicanti dei treni che sfrecciano attraverso le campagne. Tutto questo dinamismo è diventato monotono, come il bimbo esposto più volte a scene turgide di sangue, per cui esso non si spaventa più. Il bellicismo vitale tanto ricantato dai futuristi è oggi diventato una battaglia contro il grigio opprimente che circonda il mondo. Non è più la campagna o la città reazionaria che spaventa ma la piattezza della società consumista e industriale che propone un falso dinamismo nel quale l’uomo si perde nell’anonimato, diventando un numero qualunque in una società empia e chiusa.

Cent’anni dopo l’avvento del Futurismo, l’Italia si ritrova a festeggiare l’anniversario dalla nascita di uno dei più radicali movimenti artistici del secolo scorso. In un mondo sicuramente cambiato rispetto a dieci decadi fa, sarebbe dunque legittimo domandarsi che cosa penserebbe Marinetti di finire in un Museo…


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martedì 17 febbraio 2009

Il Kosovo è Serbia? (3)

17 febbraio: Il sacrificio della patria nostra è consumato
(Ugo Foscolo)


I bombardamenti NATO in Kosovo


Il 16 gennaio 1999 le foto di 45 cadaveri (tra)vestiti da civili, trovati nella cittadina di Račak, fanno il giro del mondo, suscitando ovunque reazioni indignate e facendo gridare al genocidio. La polizia serba rivendica l’azione, aggiungendo anche che si era trattato di uno scontro a fuoco con dei membri dell’Uçk i quali, tra l’altro, avevano fatto delle vittime tra i poliziotti stessi. Milošević fa effettuare una prima indagine ad un’equipe di medici jugoslavi e bielorussi, che confermano la versione della polizia serba: quelle persone erano guerriglieri armati, non civili.
Sotto forti pressioni internazionali accetta che venga svolta una seconda indagine autoptica indipendente, condotta da un gruppo di medici finlandesi guidati dalla dottoressa Helena Ranta. Quest’ultima analisi confermò sostanzialmente la prima, anche se i risultati dovettero essere modificati per far fronte alle pressioni politiche della NATO16, per alimentare la propaganda necessaria alla creazione del consenso attorno ad un’aggressione ingiustificabile.

La “montatura” di Račak fu quindi il preambolo per un’altra truffa: la conferenza di Rambouillet, dove una delegazione serba ed una delegazione albanese avrebbero dovuto “negoziare” assieme alla NATO il “cessate il fuoco” nella provincia. Mentre agli albanesi veniva richiesto di riconsegnare le armi, senza però minacciare sanzioni né tanto meno imporre delle scadenze; alla Serbia furono imposte condizioni assurde ed ingiustificabili: oltre alla richiesta di ritirare totalmente esercito e polizia dal Kosovo (che avrebbero dovuto essere sostituite da un contingente di peace-keeping internazionale) la NATO richiedeva libertà totale di circolazione delle proprie truppe non solo in Kosovo, ma in tutta la Jugoslavia!
Inoltre gli USA avrebbero avuto il diritto di costruire, in territorio serbo, un’installazione militare “extraterritoriale”, soggetta esclusivamente alla giurisdizione americana.
Condizioni del genere (a cui peraltro noi europei siamo da anni sottomessi) erano del tutto inaccettabili da un popolo ancora in possesso della propria dignità. Oltretutto queste rivelavano il vero intento della campagna NATO: non tanto il “salvataggio” del Kosovo quanto la sottomissione definitiva della Jugoslavia indipendente e non allineata.

Milošević si oppose radicalmente agli accordi, ritirando la delegazione serba, rifiutandosi risolutamente di cedere la sovranità del suo Paese; gesto che fu “spacciato” in occidente come segno dell’ottusità e della mancanza di buona volontà dei serbi, contro cui non restava altra soluzione se non quella militare. Ritirati in fretta e furia gli “osservatori” OSCE, chiuse le ambasciate ed i consolati, inizia l’aggressione “umanitaria” di un paese indipendente e sovrano.
Dal 24 Marzo al 10 Giugno 1999, per 78 giorni, la NATO bombarda (senza l’avallo dell’ONU e contrariamente al proprio mandato) installazioni militari (poche) e civili (in prevalenza). Le “bombe intelligenti” distruggono alla fine solo 13 carri armati (sui 400 in forza all’esercito serbo) mentre colpiscono ponti, ferrovie, industrie (come il complesso chimico di Pančevo e la Zastava di Kragujevac), per non parlare delle centinaia di vittime civili, del bombardamento della sede della TV di stato e dell’ambasciata cinese a Belgrado.

Eppure la guerra non piega i serbi: durante i bombardamenti in migliaia si riversano sui ponti sul Danubio a Belgrado, organizzano concerti all’aperto, vivono coraggiosamente la vita di ogni giorno, dimostrandosi ancora una volta un popolo fiero e orgoglioso, non disposto a cedere un centesimo della propria sovranità ed indipendenza; sprezzante di un’alleanza militare seicento volte più forte, la quale d’altra parte non si attendeva una resistenza così tenace17.

Gli accordi di pace (siglati a Kumanovo, la stessa città dove – 87 anni prima – i serbi firmarono i trattati che ridiedero loro il Kosovo alla fine della prima guerra balcanica) garantivano alla Serbia integrità territoriale e sovranità, che verranno d’altra parte garantite in sede ONU con la famosa risoluzione 1244, e permisero alla NATO di entrare nella provincia con una missione di “peace-keeping” denominata KFOR.
Alla fine della guerra, i morti accertati in Kosovo dall’inizio dell’anno saranno 2.700, incluse le vittime delle bombe “buone” e dell’Uçk, che durante l’intervento NATO aveva tutt’altro che sospeso la propria attività.
Tutto, tranne che un bilancio da “genocidio”.

I bombardamenti causeranno anche centinaia di migliaia di profughi: solo quelli di etnia albanese però potranno tornare indisturbati alle loro case. Per serbi, montenegrini, rom, gorani e bosniaci non c’è alcun diritto al ritorno: alcuni verranno respinti alle frontiere dalle truppe del KFOR, altri uccisi dagli albanesi in cerca di vendetta, altri ancora si ritroveranno con case bruciate oppure occupate e molti, infine, privati della protezione garantita dalla loro polizia, non se la sentiranno di tornare. L’UNHCR (United Nations High Commitee for Refugees) stima in oltre 200 mila i non-albanesi cacciati dal Kosovo rimasti profughi in altri paesi (prevalentemente in Serbia). Per fare un esempio dell’ampiezza delle pulizie etniche portate a termine in Kosovo, a Priština, dove all’inizio del 1999 vivevano ancora oltre 40 mila serbi (tra cui 10.000 studenti, professori e dipendenti dell’Università di Priština, nata negli anni ‘60 da un distaccamento dell’Università di Belgrado), resteranno alcuni mesi dopo poche dozzine di anziani impossibilitati a muoversi e tenuti sotto costante scorta.

La Serbia e il Kosovo oggi

Milošević, isolato, sconfitto alle elezioni del 200018 da Vojislav Koštunica, si ritira dalla vita politica rimanendo comunque a Belgrado (rifiutandosi di fuggire dal proprio paese), dove viene arrestato (con false accuse di corruzione) nel marzo del 2001, dopo alcuni giorni di assedio poliziesco alla sua casa, circondata da fedelissimi decisi a non farlo catturare. Verrà poi deportato il 28 giugno dello stesso anno (il Vidovdan, l’anniversario della battaglia di Kosovo Polje) in una prigione americana (in barba alla costutuzione serba) in Bosnia per essere poi condotto nel carcere di Scheveningen, all’Aja, dove morirà (o meglio, verrà lasciato morire) l’11 marzo 2006, poco prima della fine di un processo nel corso del quale nessuna prova dei crimini per cui era incolpato era emersa.

Il nuovo corso “democratico” tuttavia non ha diminuito l’attaccamento dei serbi al Kosovo: eccezion fatta per il piccolo (5% dei consensi alle ultime elezioni) Partito Liberal-Democratico (LDP) di Čedomir Jovanović – dettosi pronto a riconoscere l’indipendenza del Kosovo – tutte le formazioni politiche in Serbia sono risolutamente contrarie a qualsiasi ipotesi di abbandono della sovranità sulla provincia, seppure ovviamente disposte a concederle larghe autonomie nell’ambito di negoziati bilaterali. La maggioranza dei serbi (il 70% secondo un recente sondaggio diffuso dalla popolare emittente radio B92), inoltre, è contraria all’ingresso nell’UE se questo deve significare il riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente: l’attaccamento alla propria storia, alla propria terra ed alle proprie tradizioni continua ad avere la meglio sulle esche lanciate dagli eurocrati di Bruxelles.
Seppure escluse dal governo (in buona parte grazie alle pressioni del “democratico” presidente della repubblica Boris Tadić) le formazioni nazionaliste estreme riscuotono ancora forti consensi, in primis con il Partito Radicale Serbo (SRS, 28% dei voti alle ultime elezioni) il cui presidente Vojislav Šešelj è attualmente sotto processo a l’Aja, ed il cui segretario Tomislav Nikolić (47% dei voti alle presidenziali del 2008) si è più volte detto pronto all’intervento militare in Kosovo per ristabilire la sovranità.

E il Kosovo? La neonata (narco)repubblica è attualmente riconosciuta da 54 dei 192 Stati membri delle Nazioni Unite, occupata da un contingente militare internazionale (KFOR per la NATO, UNMIK per l’ONU e EULEX per l’UE), priva di un proprio esercito e di una propria moneta; etnicamente “omogeneizzata” con la violenza; è uno “Stato” con vessilli nazionali (bandiera e inno) progettati a tavolino come fossero loghi e jingle in una campagna pubblicitaria; è finanziata dalla vendita di esseri umani (prostituzione ma anche traffico di organi), armi, oppio afgano e contributi USA e UE. Il Kosovo è uno “Stato” privo di una qualsivoglia tradizione e storia di indipendenza, uno “Stato” dove monumenti, chiese ed opere d’arte del XII, XIII e XIV secolo (tra cui i monasteri ortodossi di Peć, Gračanica e Decani, iscritti dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità) vengono bombardate e rase al suolo dai propri “cittadini” per cancellare le prove di un passato che sta lì a ricordare a tutti la grande menzogna del “Kosovo da sempre albanese e musulmano”.
Uno “Stato” abitato in prevalenza da persone (e discendenti di persone) immigratevi illegalmente negli ultimi 30 anni e non legate a quella terra19; sviluppatosi per secoli grazie agli sforzi dello stesso popolo che ora da questa stessa terra viene cacciato.
Uno “Stato” nato dal diritto (inesistente) all’autodeterminazione di una minoranza nazionale, quella albanese in Serbia; che tuttavia nega alle proprie minoranze interne (i serbi, ma anche i rom, bosniaci e gorani, che vorrebbero rimanere sotto l’ombrello di Belgrado) questa stessa facoltà20.
Uno “Stato” dove un ex-primo ministro (Ramush Haradinaj), inquisito per due anni all’Aja, viene liberato perché “i testimoni [dell’accusa] chiamati a comparire al processo sono stati uccisi o hanno ritrattato”, dove l’uccisione di giornalisti è all’ordine del giorno; dove i leader politici albanesi non allineati all’Uçk, tra cui lo stesso Ibrahim Rugova, sono costretti a viaggiare sotto scorta – cosa che non accadeva neanche ai tempi di Milošević, quando avrebbero dovuto temere la “follia genocida serba”.
Uno “Stato” che permette espropri, uccisioni ed espulsioni ai danni di una parte dei propri cittadini – quelli di etnia serba – i quali sono perlopiù costretti a vivere in enclaves protette da militari e circondate da barriere di filo spinato, rinunciando alla propria libertà di movimento per evitare il linciaggio e le aggressioni.
Uno “Stato” dove 200 mila persone natevi e cresciutevi non hanno diritto di ritornare; dove un’intera nazione, che in esso per secoli ha coltivato la propria identità culturale e religiosa, non ha diritto di intervenire.

Il Kosovo indipendente: quali prospettive?

Allo stato attuale, sembra praticamente impossibile il ripristino dell’autorità di Belgrado sul Kosovo, eppure ci sono diverse problematiche ancora aperte, legate allo status poco definito della provincia, che non escludono un fatto del genere sul medio-lungo periodo.
In primis, la Serbia può contare sul supporto incondizionato della Russia (ed in misura minore, anche della Cina) che può sbarrare a tempo indeterminato l’ingresso del Kosovo in seno alle maggiori istituzioni internazionali (in particolare all’ONU), costringendo la neorepubblica “indipendente” a delegare in queste sedi la propria rappresentanza ad altri.
In secondo luogo, non bisogna dimenticare che la maggioranza degli stati membri dell’ONU, tra cui cinque paesi UE – Spagna, Slovacchia, Romania, Cipro e Grecia – l’intera America Latina e pressoché l’intero blocco degli Stati arabi (nonostante il 90% dei Kosovari sia di fede musulmana), non riconosce l’indipendenza della provincia, un altro fatto che pone seri limiti allo sviluppo dello “Stato”.
In terzo luogo, il tribunale internazionale dell’ONU è stato chiamato a pronunciarsi sulla legalità della dichiarazione di indipendenza: una sentenza negativa porterebbe molti Stati a fare marcia indietro e non riconoscere più il Kosovo come Stato sovrano; oltre a delegittimarne ulteriormente l’esistenza.
Infine, gli interessi occidentali in Kosovo (l’unica ragione di essere dell’indipendenza) potrebbero col tempo cambiare, o semplicemente affievolirsi gettando il narcostato nel dimenticatoio: in tal caso, la Serbia potrebbe riprendere i negoziati da una posizione favorevole, sfruttando le lacune strutturali (amministrative, economiche e sociali) dello “Stato” del Kosovo per ripristinare la propria legittima sovranità.

Quale potrebbe essere dunque una giusta risoluzione del problema dello status del Kosovo? Probabilmente l’applicazione della formula “più dell’autonomia, meno dell’indipendenza”, assieme alla suddivisione della provincia in aree amminisitrative autonome (come, ad esempio, proponeva il piano di “cantonizzazione” avanzato all’ONU da Dušan Bataković, consigliere del presidente della Repubblica Boris Tadić) sembrerebbe essere la soluzione più equilibrata.

D’altronde, solo il ripristino della sovranità serba sulla provincia può garantire un ritorno “sicuro” per gli oltre 200 mila profughi della guerra del 1999 così come una protezione ed una valorizzazione adeguata dell’immenso patrimonio artistico e spirituale del Kosovo-Metohija.
Ma soprattutto, solo il ripristino della sovranità serba sulla provincia può garantire il rispetto dei princìpi di sovranità e di indipendenza dei popoli, uniche garanzie di una pace duratura.


Note

(16) Helena Ranta ha recentemente pubblicato un libro in cui accusa Walker e Solana di averla obbligata a modificare i risultati delle analisi, avendo anche lei riscontrato tracce di polvere da sparo sulle mani dei cadaveri, segno inconfondibile del fatto che le persone stavano sparando poco prima di morire. La stessa “scena del delitto” faceva pensare ad una montatura: i cadaveri erano adagiati in posizioni innaturali; alcuni addirittura con vestiti puliti (evidentemente sostituiti alle divise originarie) senza macchie di sangue.


(17) I generali della NATO avevano pianificato una campagna di poche settimane, ipotizzando un crollo del “regime” di Milošević, che invece durante la guerra aumentò il proprio consenso.

(18) L’efficienza della ricostruzione (dopo un anno gran parte dei ponti, strade ed ospedali distrutti erano di nuovo in piedi) e la fermezza mostrata durante la guerra avevano garantito a Milošević un largo consenso: per questa ragione indisse nuove elezioni anticipatamente (il suo mandato durava quattro anni, e sarebbe scaduto nel 2001) nella speranza di consolidare il proprio potere. L’inaspettata sconfitta fu dovuta più che altro alla pioggia di milioni di dollari sull’opposizione, nonché alla scelta del candidato antagonista: Koštunica era infatti un nazionalista, capace di raccogliere voti anche tra l’elettorato di Milošević.

(19) Guarda caso tutte le manifestazioni pro-Kosovo fanno sempre mostra di bandiere e stemmi riferentisi all’Albania: di fatto il Kosovo è per la maggior parte dei suoi abitanti una mera “estensione” dell’Albania – niente che abbia a che fare con l’idea di Stato indipendente.

(20) Molto spesso si sentono politici Kosovari ed occidentali affermare che “l’integrità territoriale del Kosovo è fuori discussione” in riferimento ad una possibile riunione del nord della provincia (a maggioranza serba) con la Serbia. Da che pulpito viene la predica, eh?

Figure

1. Bombe “umanitarie” colpiscono un ospedale a Belgrado.

2. Mappa delle diverse etnie in Kosovo (2005): notare la drastica riduzione delle aree a maggioranza serba (vedi mappa 1999).

3. La bandiera del Kosovo.

4. “Chiesa della presentazione di Maria” (1420) a Dolac rasa al suolo dagli albanesi musulmani.

Bibliografia e approfondimenti

Libri:

Dušan T. Bataković - Kosovo: un confit sans fin?
Jože Pirjevec - Serbi, Croati e Sloveni: storia di tre popoli
Josip Krulic - Storia della Jugoslavia
Giuseppe Zaccaria, Mira Marković - Memorie di una strega rossa
Massimo Nava - Imputato Milošević
Slobodan Milošević - In difesa della Jugoslavia
Peter Handke - Appendice estiva a un viaggio d’inverno
Peter Handke - Rund um das Große Tribunal

Siti web:

http://www.serbianna.com/
http://www.cnj.it/
http://www.slobodan-milosevic.org/
http://www.srebrenica-report.com/
http://www.kosovoliberationarmy.com
http://www.rinascitabalcanica.com/
http://www.rusjournal.com/

Articoli e testimonianze:

http://www.rinascitabalcanica.com/?read=13909
http://www.b92.net/eng/news/crimes-article.php?yyyy=2008&mm=12&dd=23&nav_id=55923
http://www.un.org/icty/transe54/060203IT.htm (Testimonianza di Eve Ann Prentice all’ICTY)
http://www.un.org/icty/transe54/020726IT.htm (Testimonianza di Radomir Marković all’ICTY)
http://query.nytimes.com/gst/fullpage.html?res=9B0DE3DF143FF932A35752C1A961948260&sec=&spon=&pagewanted=1
http://www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2008&mm=10&dd=22&nav_id=54412

Video documentari:

Ukradene Kosovo - Stolen Kosovo (documentario della TV di stato ceca, censurato e mai andato in onda)
Kosovo: Can You Imagine? (documentario del regista canadese Boris Malagurski)
The Milosevic Case (documentario olandese sul processo a Milosevic)
Milošević: Sturz eines Diktators (documentario tedesco)
The death of Yugoslavia (documentario della BBC)


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