giovedì 4 novembre 2010

Delio Cantimori e il Corporativismo (1)

Introduzione

Questo scritto intende trattare in modo conciso ma sostanzialmente esauriente la questione relativa all’interesse e ai rapporti di Delio Cantimori (1904 – 1966) con il concetto di «corporativismo», a sua volta centrale nel dibattito ideologico e politico che all’interno del fascismo si sviluppò, durante l’intero arco della parabola movimentistica e di governo, dalla fondazione dei Fasci di Combattimento alla fine della Repubblica Sociale. All’apparenza una tematica ampia, si dimostra in realtà mai affrontata e trattata direttamente dallo storico romagnolo sul piano elaborativo (1), il che limita di molto il materiale storiografico disponibile per questo tipo di analisi. In più, va detto che il suo interesse fu concentrato nel primo quinquennio degli anni ’30, periodo in cui appunto fu più intenso il dibattito intorno al corporativismo. Eppure al tempo stesso il corporativismo risulta essere, come si vedrà, una questione fondamentale all’interno del percorso politico di questo autore, e che addirittura può aiutare a spiegare soddisfacentemente molte sue scelte, in particolare l’evoluzione dal socialismo di matrice mazziniana, attraverso il fascismo, fino al bolscevismo (2).

Cantimori fu molto vicino però all’ambiente pisano della Scuola di perfezionamento in scienze corporative e partecipò a quello che chiamerà il «gran momento del corporativismo» (3).  Senza dubbio, egli s’interessò della questione, studiandone le varie correnti e dimostrando di averne presenti le differenti interpretazioni scientifiche e sfumature ideologiche, «da quella del gruppo di ‘Secolo Fascista’ a quella del Pirelli» (4), «dal collettivismo accentuatissimo, per es. di ‘Critica Fascista’, all’accentuatissimo individualismo di A. Pirelli» (5).  Al tempo stesso, il corporativismo era null’affatto un mero oggetto di studio, da esaminare asetticamente, bensì una dottrina politica cui l’autore aderiva, e al cui studio si dedicava con grande passione, pur mantenendo sempre una grande onestà critica. In una lettera, scritta a Pavia il 9 marzo 1933 e indirizzata a Giovannino Gentile, egli affermava di credere al corporativismo

non come fatto ma come tendenza. Ma si può credere a un fatto? Ci credo perché non è un fatto ma un farsi. Ti dirò che ho letto con vera commozione gli articoli ultimi di Ugo Spirito, e l’avvertimento che gli è stato dato sull’Educazione Nazionale [fascista][...] Ma nonostante tutto, credo che Mussolini saprà trar fuori i giovani necessari a quest’opera, e saprà sopratutto dar la spinta motrice a tutto il ‘sistema corporativo’ e dar concretezza al generico ‘andare al popolo’ (6).

Al proposito di approfondire meglio è opportuno vedere come il corporativismo divenga in Cantimori misura di confronto politico con le altre realtà politiche ed ideologiche, anche e soprattutto nel caso di altri modelli politici e socioeconomici, oltre al fascismo, che si ponevano come alternativi rispetto al sistema capitalista e liberaldemocratico, come il bolscevismo e il nazionalsocialismo.


Il corporativismo fascista

L’interesse del giovane studioso fascista Delio Cantimori per la tematica del corporativismo è rivelato per la prima volta da uno scritto del 1930, comparso su «Vita Nova», laddove tratta del VI Congresso annuale della Federazione Internazionale delle Unioni Intellettuali, e in particolare dell’intervento di Carl Schmitt, Die europaeische Kultur in Zwischenstadien der Neutralisierung. Le corporazioni sono indicate come una sintesi di tecnica e cultura, e come la caratteristica fondamentale dello Stato fascista:

Così la organizzazione culturale delle corporazioni, dove accanto alla cultura professionale e tecnica è unita la educazione secondo la morale di ordine e disciplina che il Governo Fascista ama accentuare come propria, appare di nuovo risposta chiara e netta ai bisogni della civiltà europea, sforzo importantissimo per assimilare tutta la importanza della tecnica, alla quale le masse si volgono con desiderio ed ammirazione, ad un organismo superiore ed animato da una intensa vita morale, come è lo stato italiano (7).

Non si tratta di un intervento casuale: in quel periodo era appena stato dato nuovo slancio al corporativismo, con la nomina di Giuseppe Bottai a Ministro delle Corporazioni (12 settembre 1929) e la messa in opera da parte sua di una riforma del Consiglio Nazionale delle corporazioni (20 marzo 1930) e di un Archivio di Studi Corporativi. Cantimori non ha contatti diretti con il Ministro, ma partecipa lo stesso a questo clima, definendo il contributo di Bottai a quel congresso «l’unica relazione che abbia senso di realtà e sia confortata dalla pratica» (8), e ribadendo che il sistema corporativo costituisce il fondamento del fascismo come fenomeno d’importanza europea e di soluzione reale alla crisi dell’Europa sul piano sociale ed economico, rendendolo ben diverso dunque da movimenti e regimi di carattere nazionalista, razzista, conservatore o reazionario.

La rivoluzione corporativa fascista non ha nulla a che fare con queste malinconie […]. Il Fascismo deve rappresentare la sintesi dialettica dell’esigenze rappresentate dall’estremo rivoluzionarismo come dall’estremo reazionarismo: questa sintesi il Fascismo l’ha trovata, e di portata europea reale, e non solo propagandistica, nel sistema corporativo, per il problema sociale (9).

Questo discorso è affrontato nell’articolo di «Vita Nova», Fascismo, nazionalismi e reazioni (10), dove intende mostrare le differenze tra il fascismo italiano e i vari movimenti nazionalisti e reazionari europei, e la sua convergenza semmai proprio col bolscevismo sovietico, che dai primi è additato a nemico capitale. Questa differenza è propria già dello Stato corporativo, che è connotato come l’ordinamento dello Stato indissolubilmente legato all’ideologia fascista. Gli altri movimenti non essendo tesi alla creazione di uno Stato corporativo ma anzi essendo volti a preservare l’ordine sociale preesistente di fronte alle correnti rivoluzionarie bolsceviche, non possono essere accostati al fascismo o addirittura definiti tali.

Autorità, Ordine, Giustizia, non vogliono dire Reazione o Restaurazione; lo Stato corporativo non è uno Stato medievale né assolutistico né capitalistico, ed in esso è espressamente riconosciuta la iniziativa privata, libera. E la iniziativa individuale, per quanto, naturalmente, condizionata dallo Stato e dalla Nazione, non può essere iniziativa se non è libera, perché, ed è facilissima logica, altrimenti non sarebbe più tale. Lo Stato corporativo non è uno Stato di funzionari o d’impiegati, se non si vuol attribuire alla parola funzionario un senso tanto vasto da identificarla con la parola cittadino! (11)

La sua critica dunque riguarda innanzitutto il reazionarismo, coi suoi atteggiamenti di tipo sciovinista, razzista, populista, clericale, dai quali gli preme di prendere le dovute distanze:

Ora, tutto questo non ha, come è chiaro, nulla a che fare con il Fascismo, che non è il Comunismo e che quindi ha, nella sua fondamentale unità, grande varietà di atteggiamenti nei suoi uomini, fra i quali troviamo anche i reazionari […]. Su questo è inutile insistere: ogni fascista fedele al suo giuramento di fedeltà, e pronto a ubbidire agli ordini dei capi, può svolgere ed affermare le proprie idee e discutere quelle degli altri […]. Ora certi gruppi reazionari, specialmente quelli a carattere sciovinistico, hanno tutta l’aria di considerare il Fascismo, umanissimo, storicissimo movimento e partito, come qualcosa di provvidenzialmente loro inviato dalle loro sopraumane e soprannaturali potenze, per liberarli finalmente da quei fastidiosissimi uomini moderni che hanno ancora la perversa idea di essere uomini e non servi […]. Non c’è dunque nessun legame necessario fra i nazionalismi sciovinistici, di origine razzistica e di prassi demagogica fuori d’Italia, con le loro idee reazionarie, ed il Fascismo, con le sue finalità rivoluzionarie sul serio, con il suo Stato corporativo, con la sua opera per eliminare ogni avanzo del passato (12).

Tuttavia, allo stesso tempo, Cantimori critica fortemente anche tutta l’impostazione di pensiero antifascista che considerava fascismo e reazionarismo affini. Si può dire che questa distinzione viene da lui fatta valere, sia nei confronti di quanti vorrebbero accostare il primo al secondo per screditare il fascismo, sia nei confronti di quanti altri invece vorrebbero accostarli per nobilitare la reazione. Lo storico ravennate ribadisce invece il valore universale, moderno, rivoluzionario e progressista del fascismo.

Chiaro è invece che il Fascismo è azione e non reazione, e che la sua universalità non ha avuto nulla a che fare con Primo de Rivera, né avrà nulla a che fare con movimenti simili […]. Abbiamo già detto più volte come la vera universalità del Fascismo sta nello Stato corporativo e nella concezione generale della vita economica che sta a fondamento di esso. Ci piace terminare come abbiamo cominciato, confortando le nostre asserzioni con parole più autorevoli delle nostre.

«La nostra esperienza corporativa dà al mondo che si dibatte nella rete delle interferenze fra Stato, gruppi ed individui, norme chiare e precise sul mutuo comportamento di questi fattori. Lo Stato forte, l’organizzazione di tutti i cittadini nell’ordinamento corporativo, la ricostituita unità familiare e soprattutto una nuova morale eroica e virile, fatta di volontarismo e di spirito di solidarietà: ecco altrettanti punti che potranno sanare la crisi europea» («Critica Fascista») (13).

Ancora, in queste poche righe, il ruolo assegnato al corporativismo è centrale a tutta l’ideologia e la prassi fascista: il corporativismo non è solo un sistema economico di gestione dei mezzi di produzione ma un sistema sociale di organizzazione della società e un sistema ideologico che comprende tutta la realtà socioeconomica. Il fascismo di Delio Cantimori o è corporativo o non è; e allo stesso modo, il corporativismo non può che dare luogo al fascismo: i due concetti sono strettamente collegati. Particolarmente interessante è l’ultimo paragrafo, che individua la necessità del corporativismo proprio in risposta al caos politico del liberalismo, in cui versava l’Europa. Il fascismo corporativista si poneva in questo modo come un’alternativa non solo al bolscevismo, ma anche ai regimi liberaldemocratici e  alle dittature reazionarie.

D’altra parte, in questo senso, proprio questo tema risulta fondamentale anche per capire le motivazioni dietro alla scelta fascista di Cantimori: ovvero il lavoro di ricerca e di scommessa sul corporativismo come alternativa a una concezione reazionaria di fascismo. A questo riguardo, scrive Luisa Mangoni (14):

La constatazione del progressivo affermarsi di una concezione reazionaria del fascismo (15), trovava nell’idea di «Stato» o «società etica» una ancora possibile alternativa che gli consentiva di definirsi fascista, all’interno di una «visione politica (o etico-politica)»; erano anche queste le «ragioni storiche e filosofiche che proprio mi tengono legato, e che non vedo ancora risolvibili», di cui Cantimori scriveva a Capitini, e che lo spingevano a vivere «attivamente in politica», a studiare il dibattito sul corporativismo all’indomani del convegno di Ferrara, a proporsi di immergersi «sempre più in tali questioni» (16).

Per questo motivo, il corporativismo, pur non essendo affrontato direttamente da Cantimori, risulta un concetto fondamentale per comprendere il suo pensiero politico, che all’irrazionalismo e al romanticismo politico contrapponeva un razionalismo di matrice hegeliana neoidealista. In particolare occorre notare come, all’interno del fascismo, egli si sia confrontato con la teoria della «corporazione proprietaria» di Ugo Spirito, in generale condividendone sì la pars destruens, ovvero la «critica radicale della vecchia ‘scienza economica’» (17) per cui la sua opera risulta una polemica efficace «contro la vecchia scienza, la vecchia società, e le loro espressioni» (18), ma anche la sua pars construens,  cioè anche Cantimori credeva «nella sua impresa di darci una integrale condanna della vecchia scienza economica, [egli] l’ha accompagnata da uno sforzo veramente notevole di ricostruire teoricamente la scienza stessa» (19). Conviene ora esaminare i rapporti di Cantimori con altri modelli ideologici, sempre alla luce del modello corporativista.


Note

(1) Cfr. S. BARBERA, Dalla filosofia alla storiografia: gli inizi di Delio Cantimori: 1922-1937, in G. CAMPIONI – F. LO MORO – S. BARBERA, Sulla crisi dell’attualismo, 1981.

(2) Cfr. R. PERTICI, Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l’itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943), in «Cromohs», II (1997), pp. 1-128.

(3) D. CANTIMORI, «Cronache di politica religiosa»: I nuovi statuti dell’A.C.I., in «Civiltà Fascista», VIII (1940), pp. 705-714; ora in ID., Politica e storia contemporanea: Scritti (1927-1942), a cura di L. Mangoni, Einaudi, Torino, 1991, pp. 761-770, hic pp. 762-763.

(4) ID., [recensione di A. VOLPICELLI, Corporativismo e scienza del diritto, Sansoni, Firenze, 1934], in «Leonardo», VI (1935), pp. 9-10; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 573-576, hic p. 575.

(5) ID., Scritti sul fascismo, in «Leonardo», VI (1935), pp. 380-382; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 588-591, hic p. 588.

(6) G. BELARDELLI, Dal fascismo al comunismo: Gli scritti politici di Delio Cantimori, in «Storia contemporanea», XXIV (1993), pp. 379-403, hic pp. 383-384.

(7) D. CANTIMORI, La Cultura come Problema Sociale, in «Vita Nova», VI (1930), pp. 85-91; ora in ID., Politica e storia contemporanea, cit., pp. 71-80.

(8) Ivi, p. 71.

(9) ID., Fascismo, rivoluzione e non reazione europea, in «Vita Nova», VII (1931), pp. 759-763; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 111-118, hic p. 117.

(10) ID., Fascismo, nazionalismi e reazioni, in «Vita Nova», VII (1931), pp. 3-6; ora in Politica e storia contemporanea, cit., pp. 81-87.

(11) ID., Fascismo, nazionalismi e reazioni, cit., pp. 81-82.

(12) Ivi, pp. 83-85.

(13) Ivi, pp. 86-87.

(14) L. MANGONI, Europa sotterranea, in D. CANTIMORI, Politica e storia contemporanea, cit., pp. xiii-xlii, hic p. xxx.

(15) D. CANTIMORI, Fascismo, rivoluzione e non reazione europea, cit., e Ritorno al Medioevo e crisi di viltà, già in «Vita Nova», VIII (1932), pp. 95-97, ibid., pp. 119-123.

(16) Lettera di Delio Cantimori ad Aldo Capitini senza data (agosto o primi di settembre 1932), in G. GIANCANE, Note sulla formazione «religiosa» di Aldo Capitini: dall’amicizia con Baglietto agli «Elementi» (1932-1937), tesi, Università di Firenze, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore prof. Michele Ranchetti, pp. viii-x.

(17) D. CANTIMORI, [recensione di Le encicliche sociali di Leone XIII e Pio XI, in Vita e Pensiero, Milano, 1933], in «Leonardo», IV (1933), pp. 393-394, ora in Politica e storia contemporanea, cit., p. 705.

(18) ID., [recensione di A. VOLPICELLI, Corporativismo e scienza del diritto, Sansoni, Firenze, 1934], op. cit., p. 576.

(19) Ivi, p. 573.


Continua...

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mercoledì 27 ottobre 2010

«I mercenari»: torna alla grande l’action movie



Articolo pubblicato in «Occidentale», settembre 2010, pp. 39-40.


È giunta recentemente nelle sale cinematografiche italiane, stracciando record d’incassi, la nuova fatica di Sylvester Stallone: I mercenari. Un successo che mette a tacere alcuni critici poco generosi e poco elastici, quelli che vorrebbero caterve di pellicole impegnate, con denuncia sociale (meglio ancora se moralistica) e con introspezioni psicologiche da strizzacervelli. E invece no: lo «stallone italiano», tirato a lucido e superallenato (anche con l’ausilio di qualche bella «bomba»), batte tutti riesumando il genere classico dell’action movie anni Ottanta, di cui il film vuole essere un pirotecnico tributo.

Chi è che non ha mai visto Grosso guaio a Chinatown, Tango & Cash, Rambo, Terminator o Codice Magnum? In effetti il film d’azione ha costituito un filone fondamentale del cinema negli ultimi trent’anni, sebbene ultimamente sia passato un po’ di moda, anche a causa dei recenti strampalati e patetici tentativi di emulazione, sicché non era facile per Stallone riproporre il genere senza cadere nel ridicolo (e con Rocky VI e Rambo IV ci era andato molto vicino…). Allora il regista ha deciso di andarci giù pesante, realizzando un piccolo «kolossal» dell’action movie, e reclutando i migliori action men su piazza.

Il cast, infatti, è ricco e qualitativamente superbo. Oltre a Stallone, troviamo così Jason Statham (esperto di Kickboxing e Valetudo), Jet Li (campione di Wushu e icona del cinema d’azione cinese), Terry Crews (ex giocatore di football), Randy Couture (campione di Valetudo e lotta greco-romana) e Dolph Lundgren (il mitico Ivan Drago di Rocky IV, ex campione di Karate): è questa la squadra degli Expendables, dei «Sacrificabili». Ma anche tra le comparse e i ruoli minori troviamo campioni di arti marziali, magari non molto famosi in Italia, ma veri vip negli Stati Uniti: le guardie del corpo del «cattivo» sono, per esempio, Steve Austin (ex wrestler) e Gary Daniels (esperto di Karate e Kickboxing).

Ma la lista si allunga, se pensiamo ad altri che hanno rifiutato, ognuno per motivi particolari, la «chiamata alle armi» di Stallone, attori e artisti marziali del calibro di Steven Seagal, Kurt Russell, Jean Claude Van Damme, Jackie Chan e Wesley Snipes. Da ciò si capisce bene come tutti gli amatori dell’action movie e delle discipline da combattimento siano accorsi numerosissimi ai botteghini per vedere i loro paladini all’opera. Per certi versi, un successo annunciato.

La storia, per il resto, non è un granché originale, ma il suo svolgimento è elettrizzante. Sostanzialmente, il film tratta di un gruppo di mercenari, gli Expendables (i «Sacrificabili»), specializzato in operazioni ad altissimo rischio. La squadra è composta da Barney Ross (Stallone), il capo, Lee Christmas (Jason Statham), esperto in armi da taglio e in pena d’amore, Yin Yang (Jet Li), cinesino piccolo ma letale, Toll Road (Randy Couture), un ex wrestler in cura dall’analista e con un orecchio a forma di cavolfiore, Hale Caesar (Terry Crews), che vive un intenso rapporto amoroso con la sua «fidanzata» (cioè un grazioso fucile mitragliatore dai proiettili in grado di spappolare un uomo con un sol colpo) e Gunnar Jensen (Dolph Lundgren), un gigante sanguinario e un po’ squilibrato a causa dell’uso smodato di stupefacenti.

È proprio Gunnar che, all’inizio, si farà cacciare da Barney, a seguito di un’azione su un cargo di terroristi somali. La missione è compiuta, gli ostaggi sono salvi, ma il capo non se la sente di tenere con sé un uomo tanto imprevedibile e inaffidabile.
La squadra si riunisce poi da Tool (un grande Mickey Rourke, benché un po’ troppo fuori forma), un tatuatore donnaiolo ed ex membro del gruppo che svolge ora il ruolo di tramite tra la banda e i mandanti.

Arriva quindi la chiamata per un nuovo incarico, un’azione in un piccolo inferno latinoamericano, un’isola fittizia del Golfo del Messico (Vilena) che conta appena 6000 anime e una guarnigione di 200 soldati. L’offerta «ufficiale» si svolge in una chiesa deserta. Ma quella che potrebbe apparire una scena banale e secondaria si trasforma in uno vero e proprio show: il mandante è impersonato da Bruce Willis, mentre il concorrente di Barney è Arnold Schwarzenegger. I due attori, icone del cinema d’azione, si prestano a questo breve ma intenso cameo, in cui fioccano citazioni e allusioni varie. Se infatti Trench Mauser (Schwarz) declina sarcasticamente l’offerta in favore di Barney perché quest’ultimo «è pratico di giungla» (chiaro riferimento a Rambo), il capo dei Sacrificabili, rispondendo al mandante sul perché Trench è così impegnato da rifiutare il lavoro, dice: «vuole diventare Presidente».

Allusione senz’altro interessante, benché realizzata in un clima goliardico e scanzonato. Schwarzenegger, come tutti sanno, è il governatore della California, e non è affatto peregrina l’ipotesi che si possa candidare alla presidenza. D’altronde non è la prima volta che la potente lobby di Hollywood dà una mano alla politica statunitense. Tra i tanti casi, qualcuno forse ricorderà il «cattivone» di Mission Impossible II (2000), impersonato da un Dougray Scott un po’ troppo simile a Jörg Haider, proprio dopo il successo nel 1999 del politico austriaco. O forse si potrebbe citare il caso di Spielberg che, non reputando più spendibile il Male Assoluto (il nazismo), nel penoso Indiana Jones IV (2008) virò sulla Russia sovietica nel ruolo di «Stato malvagio», proprio mentre si andava consumando la crisi USA-Russia in merito alla questione georgiana per l’Ossezia, con inoltre il capitano dei russi che presentava forti somiglianze con Putin.

Forse, anzi probabilmente, il cameo di Schwarz non è niente di più di ciò che sembra, e cioè una scenetta divertente piena di succose gag. Però, quel che è certo, conoscendo la grande preparazione politico-culturale dell’elettorato statunitense, è che il «nostro» Terminator avrà corposamente accresciuto la sua popolarità. Tra l’altro non sarebbe affatto assurda l’ipotesi, dopo il quadriennio da soft power di Obama, del ritorno a un Presidente risoluto e cazzuto, tipo Schwarz. E poi, non era forse anche Reagan un attore? Vabbe’, chi vivrà vedrà…

Tornando a noi, Barney e Lee si recano, a bordo del loro aeroplano, all’isola di Vilena per un sopralluogo, dove il generale Garza (David Zayas), l’obiettivo della missione, ha da poco instaurato una dittatura militare. Qui i due sono guidati da Sandra (Giselle Itié), una giovane e avvenente ragazza del luogo, che poi scopriranno essere la figlia di Garza. Fermati dai soldati, dovranno dare un saggio delle loro capacità massacrando il plotone. Riescono infine a scappare (non senza aver prima mitragliato e incenerito dall’aereo i rinforzi), ma la ragazza non li segue, scegliendo coraggiosamente di rimanere.

Una volta ritornati negli States, vengono a conoscenza dell’identità del loro mandante (che si era fatto chiamare Mr Church), ossia un agente della Cia che vorrebbe far uso di loro per eliminare il vero obiettivo dell’operazione, James Monroe (Eric Roberts, fratello sfigato di Julia), un ex agente dei servizi segreti americani e il reale burattinaio che muove i fili a Vilena, in cui spera di fare grossi affari grazie al traffico di droga. A queste condizioni, ovviamente, la missione salta.

C’è però qualcosa che frulla nella testa di Barney e che non lo fa dormire: il coraggio di Sandra e la sua fede nel proprio ideale, per cui è pronta ad andare incontro a morte certa, mentre lui, il mercenario senza valori, è morto nell’anima. È qui che si inserisce l’accorato discorso di Tool, che francamente suona un po’ melenso e manierato, e che poco spiega della vera essenza della figura del mercenario. E questo discorsetto è proprio un elemento pressoché inesistente nella classica pellicola d’azione, spesso fine a se stessa, priva di catarsi finale, e che ha proprio nella sua spensieratezza tra legnate, risse e battute salaci la sua ragion d’essere. Eppure sembra ormai diventato un marchio di fabbrica dell’ultimo Stallone.

Insomma, per farla breve, Barney decide di tornare a Vilena per salvare la ragazza dai cattivi, e i suoi fidi commilitoni si uniscono a lui in quella che è diventata ormai un’azione suicida. I combattimenti sull’isola sono numerosissimi e tecnicamente molto curati, una vera chicca per gli amanti del genere. Non mancano poi riferimenti e citazioni, come, per esempio, il combattimento decisivo tra Toll e Dan Paine, cioè tra Couture e Austin, i due campioni di lotta, o come il lancio footballistico di un’enorme bomba da parte di Terry Crews. Ed è proprio questo il punto di forza del film: le mirabolanti e pirotecniche scene d’azione. Potrebbe sembrare un’affermazione tautologica, eppure l’action movie è riproposto con perizia e innovazioni tecniche di notevole livello, il tutto condito dalle solite battute goliardiche e irriverenti.

In definitiva, un bel film che centra i suoi obiettivi: tributo al genere classico degli anni Ottanta e superincassi al botteghino. Se siete appassionati di arti marziali e di film d’azione, se volete trascorrere una piacevole serata con gli amici, all’insegna di ossa rotte e di cazzeggio, non ne rimarrete affatto delusi. Se, invece, siete borghesucci con monocolo e sensibilità al caviale, incalliti fan dei trentenni falliti e delle lagne di Özpetek e Almodóvar, allora restatevene a casa: non fa per voi...

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giovedì 14 ottobre 2010

Giovani e ribelli: non «tre metri sopra il fascio»



di ANTONIO RAPISARDA (in «Secolo d’Italia», 13/10/2010, pp. 8-9)


Mancava. Ne hanno scritto sui giornali, l’hanno fotografata e radiografata nei documentari. I più, all’inizio per pregiudizio o superficialità, ne hanno demonizzato nome e obiettivi. Qualcun altro, seppur in buona fede, non è andato oltre il resoconto. Mancava. Perché probabilmente solo un romanzo poteva riuscire a inquadrare davvero il “fenomeno CasaPound”. Solo il racconto, con i suoi spazi e la capacità di legare l’immaginario a una vicenda, poteva dare conto di un “corpo” che è politica, ma è soprattutto una storia corale che andava espressa pubblicamente. Era difficile rappresentare, condensare un’esperienza che ha squarciato più di un pregiudizio e ravvivato un panorama giovanile asfittico e rinchiuso in un minimalismo sempre più antisociale. Era un azzardo aprire lo sguardo dentro una realtà che si esprime con le icone di Capitan Harlock e del futurismo ma che sente di avere, semplicemente, solo il proprio destino tra le mani e nulla e nulla da farsi perdonare. È toccato a Domenico Di Tullio, che di professione fa l’avvocato e che da tale difende CasaPound, il compito. E col romanzo Nessun dolore (edito da Rizzoli, pp. 238, € 16,50) ci è riuscito. Il tentativo era complesso, perché impresa ardua doveva essere quella di raccontare l’eresia per eccellenza – un “centro sociale occupato di destra” (ma loro forse direbbero di “estremocentroalto”) – senza il conforto dei sacerdoti della Santa Inquisizione.

Il rischio maggiore però, speculare alla demonizzazione, era l’agiografia. E invece questa sorta di narrazione dei seguaci di Ezra Pound scorre nelle pagine del romanzo veloce come gli scooter che scorazzano i giovani “blocchetti” in giro per Roma. Sì, al centro di tutto ci sono loro: i figli di questa creatura che ha un po’ rivoluzionato l’estetica e lo stile di un’antropologia che ha scelto l’impegno politico a destra ma non solo. E che un po’ come tanti piccoli Enea hanno rimodellato la propria fisionomia a partire dalle macerie di un ambiente metapolitico in crisi di linguaggi e di suggestioni che non fossero la stanca ripetizione di cliché o di memorialistica degli anni Settanta (forse quelli degli zii, ormai…).

Spavaldi e sfrontati sono i protagonisti del romanzo. Maledettamente vivi. Alle prese qui con una brutta storia di strada che diventerà l’espediente narrativo attraverso il quale l’autore ci porta dentro la corazza della “tartaruga” (il simbolo di CasaPound) di carne e marmo che dal 2003 è oggetto di studio per sociologi e politologi che ancora oggi non riescono a spiegarsi come un fenomeno del genere abbia coinvolto migliaia di ragazzi nel nome della “lotta all’usura” e del rock’n roll. Be’, basta uno dei dialoghi del libro per capirlo: «Oggi non avremmo fatto la rivoluzione, ma quanto ci siamo divertiti...». Con questa frase – più che qualunque socio-analisi – si schiude un mondo animato da «fasci eretici e anarchici insofferenti», da «poeti dell’alcol e dello scavalco, campioni di arti marziali letali quanto sconosciute, esperti dell’entro a spinta, filosofi dello scusa lo dici a tua sorella». Una sorta di codice metropolitano con venature di Sun Tsu, situazionismo e citazionismo da detournement alla Rino Gaetano. O forse, più semplicemente, una vitalistica ed eterna voglia di avventura.

E tutto questo avviene nello scenario di una Roma restituita alla sua complessità. Già, nelle pagine di Di Tullio non ci stanno i quartierini bohemien per fuori sede benestanti pugliesi, calabresi o siciliani e fighette gaudenti. Ma i protagonisti solcano strade vere, quelle che raccontano di quartieri vittime della speculazione del mercato immobiliare e del degrado, così come quelli di una città orgogliosa che ha conosciuto tra le sue strade la passione vera e i cui muri sono testimonianza, lavagne incise anche dal sangue di questa temperie. Ed è qui – vuoi che sia l’Esquilino e la seduzione notturna di piazza Vittorio o le periferie dell’Eur e di Casal Bruciato – che si muovono tutti i personaggi. La vicenda è un incontro tra tre generazioni che hanno vissuto in modo diverso una certa idea dell’impegno. Ci sono i protagonisti e leader del Blocco Studentesco Flavio e Giorgio, uno figlio della borghesia «che non ride mai» di Roma nord, l’altro romano della Garbatella sfrattato dal quartiere popolare assieme alla famiglia «dai nuovi ricchi borghesi e sinistrorsi, gente che parla con la bocca a culo di gallina, si fa i bagni con l’idromassaggio e si traveste da proletario quando esce». E dall’incontro tra i due, che sono l’alfa e omega di una comunità che intende aristocrazia dello spirito e goliardia popolare come assi cartesiani, che si entra all’interno delle storie nella storia. Perché accanto all’amicizia e alle scorribande dei due c’è la cultura di strada e le cicatrici di Massimo che con i suoi trent’anni rappresenta l’emblema di quella generazione che, a cavallo degli anni Novanta, rimase vittima della transizione politica di una destra che nella fretta di diventare di governo si dimenticò delle responsabilità verso un’intera generazione. E accanto, assieme e oltre questi c’è lui, l’avvocato. Un fascista-beat, un dandy che porta con sé il disincanto del limbo e affoga la rabbia perdendosi nelle vertebre ammorbidite di una rocker. Una sorta di guardiano della soglia, un “vecchio” (appena quarantenne) che di fronte alla vicenda e all’entusiasmo di questi giovani pirati rimarrà alla fine coinvolto e da tutto questo risvegliato. Ma in fondo in questa avventura sono tutti coinvolti. Richiamati da un marcia scandita dalle note degli Zetazeroalfa – la band capitanata dal leader e mentore di CasaPound Gianluca Iannone che nel romanzo assume una fisionomia ieratica – dal sudore che si spreca urlando la propria gloria allo stadio o tra gli abbracci stremati nel ring dopo un incontro. Tutti luoghi dell’anima per questa strana fauna che ha trovato «il proprio posto nel mondo» all’interno di una comunità integrata e variegata. Dove gli “anziani” (il più grande ha trentacinque anni) tramandano ai giovani, ma anche i giovani danno molto ai grandi: ed è da ciò che si irradia quella “bellezza” che nelle pagine del romanzo irrompe ogniqualvolta salpa la ciurma.

E questa avventura si incrocia fatalmente con il girone del dolore. Che è composto dal mondo delle carceri e dei tribunali (luoghi nei quali l’autore apre una fessura non banale né autocompiaciuta). Così come dalle strade e dalle mille storie che ispirano non più canzoni disperate, ma un disperato amore per le canzoni. Ed è nel dolore, infine, che si conosce anche l’altro. Che è carne, sudore, fame, ma anche le linee candide delle donne del romanzo: che sono demoni e genitrici. Perché c’è Giulia «bella come una carica della polizia», Daniela e il coraggio di dirle addio, Martina e il suo sorriso che riempie. Ma, attenzione, qui non c’è per spazio per i “tre metri sopra al fascio”. Lo stesso amore è lacerante, quello che fa crescere nell’incontro quanto nell’abbandono e nell’impossibilità. E anche quando i ragazzi si ritrovano a ponte Milvio, vena “fascia” di Roma descritta efficacemente, lo si fa per brindare all’anima bella di Brasillach e ai vincoli che non si spezzano. Altro che lucchetti.

Un romanzo choc? Forse sì. Ma proprio per il motivo che non ti aspetti: perché chiunque alla fine della storia può riconoscere un pezzo di sé e può immedesimarsi anche in una storia di giovani “fasci”. Un romanzo generazionale – ma anche generativo – frutto di una scelta coraggiosa e riuscita anche da parte della Rizzoli, che ha investito con rara libertà su un fenomeno che fa discutere perché crea dibattito e non, come vorrebbe ancora qualcuno, solo allarme. E proprio l’episodio (vero) di chiusura diventa occasione per raccontare lo spirito con il quale questi giovani si sentono «beati nei lividi di domani». Perché questi negli scontri di piazza Navona – quelli che li hanno messi alla ribalta quando sono stati caricati da chi voleva scacciarli dalla protesta studentesca – scegliendo non l’attacco ma la difesa di un principio hanno consacrato il proprio diritto di esserci. Dinanzi all’intolleranza, hanno sofferto per affermare libertà. Per questo alla fine di tutto non resta proprio “nessun dolore”. Ma solo gioia. E vita.

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mercoledì 13 ottobre 2010

«Nessun dolore»: intervista a Domenico Di Tullio

Fonte: Ideodromo CasaPound

1. Allora, Domenico, per non sbagliare partiamo da un evergreen della banalità giornalistica: quanto c’è di te nella voce narrante di Nessun dolore?

Ritengo che ogni romanzo sia espressione della personalità di chi lo scrive. Certamente fra i personaggi del libro uno in particolare mi è più vicino per età, professione e quartiere di Roma che abita.


2. Un romanzo su CasaPound che esce per Rizzoli: abbiamo vinto la rivoluzione e non ce ne siamo accorti oppure siamo semplicemente diventati parte del paesaggio di un sistema che ci ha già «digeriti»?

Non so se CasaPa’ abbia vinto la rivoluzione, certamente esiste un forte interesse per l’immaginario che esprime: è una fascinazione istintiva, che supera il pregiudizio e genera curiosità. Ciò che attrae è il modo di vivere, l’immagine e lo stile che esprimono le sue iniziative, persino più delle battaglie politiche. Questo libro è certamente la prova di questo interesse, oltreché del coraggio editoriale che bisogna riconoscere a chi lo ha voluto pubblicare. Ogni giorno, del resto, aumenta l’interesse verso il mondo delle tartarughe, lo stupore che un carapace così robusto e diverso dal solito contenga un’anima leggera e deliziosa.


3. Uno dei personaggi del romanzo è un «vecchio» militante che ha un rapporto ambivalente con la novità politica e quasi antropologica dei ragazzi del Blocco studentesco. Senza abbandonarci allo spoiler gratuito, puoi dirci qualcosa in più di questa figura?

Ho voluto costruire un personaggio che racchiudesse in sé tutte le contraddizioni di molti dei militanti della destra radicale prima di CasaPound. Un archetipo di quello che erano gli attivisti quindici anni fa, confusi tra la necessità di superare vecchi schemi e imbarazzanti eredità ideologiche, incapaci di distinguere la differenza tra forma e sostanza, tra tradizione e nostalgia, spesso prima sfruttati e poi sacrificati da chi ha abbandonato velocemente il bomber per cucirsi addosso un doppio petto su misura. Molti di questi «vecchi» militanti hanno successivamente trovato in CP la sintesi perfetta e pacificatrice, altri ancora raccontano di quanto ai loro tempi fosse tutto migliore e diverso, sempre reietti, sempre marginali, in fondo sprecati e inutili.


4. Rimaniamo nella dialettica old school/new school: la tua conoscenza dell’ambiente politico di «destra radicale» data ormai dagli anni ’80, i cambiamenti sono stati molteplici ma diresti che hanno finito con l’investire lo stesso tipo umano che ne fa parte? In altre parole si può parlare di mutazione antropologica, almeno in dati ambiti?


La mutazione antropologica negli ultimi dieci anni è stata evidente, propiziata da un clima più favorevole e dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione diretta, che certamente hanno influito e fatto crescere una parte consistente di quella che viene ancora definita la destra radicale. C’è da dire che grande importanza ha rivestito il fatto di avere dei luoghi fisici, occupazioni e spazi in altro modo raggiunti, che sono diventati veri e propri laboratori di cultura e azione, sia politica che, soprattutto, metapolitica.


5. Di tanto in tanto, in Nessun dolore, compare la Bellezza: kratofania che bagna di freschezza le menti e i corpi, vero e proprio «stato di grazia» che sopraggiunge a strappare i protagonisti dalla banalità del mondo degli uguali. Chi conosce il nostro universo sa di cosa parliamo. Agli «altri», a chi leggerà il romanzo senza conoscere il mondo che esso descrive, come racconteresti l’essenza della Bellezza?

La bellezza è l’elettricità che ti pervade, uno tra mille e unito a mille altri, quando riconosci il tuo amore, la tua essenza, il tuo destino. Non so spiegare la bellezza, mi limito a raccontare ciò che, credo, la maggior parte di noi ha la capacità di riconoscere. Nella quotidianità di CasaPound è presente un’attitudine particolare alla ricerca della bellezza, che diventa una vera e propria modalità d’azione: questa pervade le iniziative, i rapporti umani, le scelte culturali ed è una spinta costante, un incentivo, una motivazione fortissima e inebriante.


6. Molto bella la descrizione del «corpo-macchina», di queste membra che si apprestano a compiere uno sforzo fisico che non è più «sport» ma già quasi «rito». C’è una specifica via alla politica attraverso la corporeità che è tipica di CasaPound?

L’azione di CasaPound è sempre molto fisica, la corporeità ha una grandissima importanza tra i suoi militanti e simpatizzanti: le decine di associazioni sportive nate sotto l’egida della tartaruga, i tatuaggi simbolici immediatamente riconoscibili, il rito fisico che spesso accompagna i momenti di passaggio sono le manifestazioni naturali di una concezione tradizionale che vede il benessere del corpo coincidere con quello spirituale. Non è un caso il grande successo degli sport da combattimento tra i militanti di tutte le età, che educano al controllo, alla resistenza al dolore contingente, al rispetto per le regole e l’avversario, al coraggio.

 Quest’ultimo diviene una qualità spirituale e metafisica, uno stile di vita ove corporeità e spirito si fondono senza soluzione di continuità.


7. CasaPound e il «mondo esterno»: in particolare in certi filoni pare emergere un nuovo protagonismo, laddove un tempo la percezione di una condizione di esclusione ha avuto effetti pressoché immobilizzanti... Il tuo romanzo in qualche modo parla anche di questo, no?

Certamente l’attenzione facilita la comunicazione attiva! CasaPound non è comunque un ghetto nel quale rinchiudersi e autocompiacersi, ma un avamposto nel mondo, una posizione da mantenere per slanciarsi alla conquista del nuovo. Il giovane Blocchetto non si limita a ritagliare un suo spazio rappresentativo all’interno di un educato consesso di mini politicanti scolastici, vuole riprendersi tutto un mondo che gli appartiene di diritto; il militante e il simpatizzante della Tartaruga vive con serenità e determinazione una lotta quotidiana per riconquistare tutto ciò che serve la sua visione della vita, non una riserva indiana né un giardinetto in qualche paradiso fiscale.


8. Un altro elemento pare essere cambiato in peso e consistenza: quello della musica in ambito politico, che si è spostata dallo sfondo al primo piano.... La musica è un elemento che ha caratterizzato i primordi di CP. La nostra convinzione personale è che rappresenti al meglio l’ambito nel quale il movimento delle tartarughe eccelle, per ora: quello metapolitico e culturale.

È una convinzione che condivido pienamente: il messaggio delle tartarughe si esprime al meglio attraverso i percorsi metapolitici e l’attitudine alla forma movimento, estremamente fluida e libera, aperta e ricca di iniziative e provocazioni intelligenti. La musica è l’origine del gruppo umano che ha fondato CasaPound e la sua espressione più condivisibile e universale. Il primo manifesto delle Tartarughe è stato sicuramente un cd degli Zetazeroalfa e anche l’ultimo e più recente.


9. L’attuale mondo digitale sta rendendo le forme di appartenenza sempre più «liquide», evanescenti... l’appartenenza che invece esce fuori dal romanzo pare avere tutt’altra concretezza...

Il concetto di appartenenza che racconto coincide esattamente con la militanza: oggi è difficile spiegarlo a chi non ha avuto esperienza diretta dell’unità e della coesione che vivono i ragazzi di CasaPound, della totale dedizione, del sacrificio e della compartecipazione delle loro azioni. La comunicazione digitale offre la possibilità di essere nello stesso istante in mille posti diversi, di sprecare mille vite diverse al giorno, di impegnarsi in cento discussioni contemporaneamente, senza essere mai se stessi, senza versare una sola stilla di sudore. La militanza dei ragazzi di CP è una testimonianza costante e veritiera della loro essenza, ciò che convince e conquista chiunque li veda all’opera.


10. Abbiamo iniziato con il classico «quanto c’è di te nel tuo libro», finiamo con un altro luogo comune: prossimi progetti letterari in cantiere?

Due o tre, beneficiando dei tempi lunghi che mi posso permettere, visto che rimango uno scrivente non professionista. Tra gli altri, mi piacerebbe scrivere un libro che racconti delle esperienze professionali e umane di una particolare declinazione di avvocato: il difensore d’ufficio. Alla maggior parte verrà in mente il pigro avvocato che si rimette alla clemenza della corte, tuttavia la realtà è molto diversa e spesso è grazie all’abnegazione professionale di questi professionisti bistrattati e malpagati che la giustizia italiana non crolla su se stessa. Nel frattempo, sto collaborando a un progetto giornalistico collettivo che si chiama Rashomon come il film di Kurosawa, che vuole raccontare in forma di diario e blog, quindi in soggettiva e in presa diretta, scenari di conflitto etnico e politico dal basso, raccogliendo testimonianze e offrendo immagini senza filtri. A metà settembre siamo stati in Kosovo, nuovo Stato a maggioranza musulmana albanese e radicatissima minoranza serba, che rappresenta bene la realtà balcanica, lacerato cuore dell’Europa più vicina all’Oriente.



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mercoledì 29 settembre 2010

DIARIO DI UNO SQUADRISTA TOSCANO – Intervista ad Adriano Scianca


È appena uscita una ristampa del memorabile Diario di uno squadrista toscano di Mario Piazzesi. Un resoconto nato come documento privato, non destinato alla distribuzione di massa. Per questo motivo, l’opera rappresenta più di ogni altra una garanzia di genuinità di fronte a quel fenomeno straordinario che fu lo squadrismo. Un contributo fondamentale che implementa la trattazione saggistica, la quale per sua natura, spesso, sottrae alla storia la sua caratteristica fondamentale: l’essere stata fatta dagli uomini

E uomini sono gli squadristi che in quegli anni insanguinati e terribili (eppure così fecondi per il futuro dell’Italia e dell’Europa) seppero rappresentare la linfa vitale di una nazione in rinnovamento, uscita da una prova suprema alla quale la migliore gioventù italiana aveva donato tutta sé stessa, e che adesso reclamava il diritto a segnare il destino del Paese.
Uomini, dicevamo, ma animati da una straordinaria forza mistica, capace di trasformare la massa in popolo, il gruppo in squadra. Soldati politici di uno spessore ben più profondo di quello che la storiografia scolastica descrive, quando attribuisce loro il riduttivo ruolo di «bassa manovalanza» del «fascismo politico».

Abbiamo intervistato Adriano Scianca, Responsabile Cultura di CasaPound Italia e autore della consistente prefazione al libro.

Perché ristampare Diario di uno Squadrista Toscano?
 
Semplice: il Diario era stato pubblicato per la prima e unica volta molti anni fa, da una casa editrice «ufficiale» ma di nicchia. Negli ultimi anni era praticamente introvabile e le poche copie che ancora circolavano erano generalmente malridotte a causa della pessima rilegatura della vecchia edizione. Ripubblicarlo, quindi, è stato innanzitutto un gesto doveroso dal punto di vista culturale: è stato rimesso in circolazione un documento di inestimabile valore per la conoscenza di prima mano del fascismo (e non foss’altro che per questo bisognerebbe dire mille volte grazie alla Seb). Ma questa nuova edizione ha anche un valore politico. Significa indicare il nord, mostrare l’esempio in tutta la sua sfolgorante potenza. Noi non ci esauriamo in noi stessi, non facciamo politica per onanismo, non passiamo il tempo a specchiarci. Noi abbiamo degli archetipi, sappiamo che c’è qualcosa di più grande, qualcosa di normativo. Il Diario ci aiuta a ricordarcene.

Piazzesi descrive una Firenze nel caos, nella quale morti e feriti sono allordine del giorno. Secondo gli standard del pensiero omologato questa sarebbe la prova dellintrinseca malvagità dei cosiddetti «etremismi». Come rispondere?

La parola «estremismo» non l’ho mai capita, è uno di quei termini vuoti, buoni solo per la polemica spicciola. Giolitti – tanto per fare il nome dell’esponente più noto dell’italietta liberale e pre-fascista – non era forse estremamente vile, corrotto, incapace? Anche questo è un estremismo, in fondo...

Pensi che esistano differenze sostanziali fra il diario di Piazzesi e le innumerevoli «memorie» prodotte dallantifascismo antemarcia e post-8 Settembre nel corso di questi anni?

Ogni libro di memorie dice qualcosa. L’imbecillità dell’estensore, al limite. Il pregio del Diario di Piazzesi è di saper catturare la temperie di un’epoca come in un affresco generazionale, pregio che lo stesso De Felice riconobbe. Il fatto di essere stato scritto per uso privato ha pesato in senso positivo. Le memorie antifasciste, essendo stato l’antifascismo vincitore, sono troppo spesso poco più che curriculum gonfiati da chi voleva far carriera sulle macerie di una guerra civile. Gonfiandoli bene si può anche diventare un Giorgio Bocca, per dire...

Domanda senza retorica, come piace a noi: erano violenti questi squadristi?

Risposta senza retorica: sì. Erano violenti in un’epoca in cui la violenza era moneta corrente. Da parte di tutte le parti in causa. Al riguardo basti ricordare le parole degli storici (antifascisti) che ho citato nella prefazione. Per Emilio Gentile, ad esempio, il «biennio rosso» fu costituito da «un’ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del paese, condotti in gran parte dal partito socialista massimalista all’insegna di una imminente rivoluzione per instaurare anche in Italia, con la violenza, la dittatura del proletariato, come annunciava il nuovo statuto che il Partito socialista aveva adottato nel 1919». Oppure leggiamo Mimmo Franzinelli: «Il fenomeno squadrista è più complesso e sfaccettato di quanto non lo si sia rappresentato. E porta con sé alcuni miti da sfatare. Non è vero che a sinistra ci fossero solo vittime inermi, come pure non risponde a realtà che la violenza fosse patrimonio di una parte sola: i “sovversivi” si difesero e agirono con puntuali offensive, per quanto armi, tecniche e condizioni lo consentissero. È infondato sostenere che i fascisti aggredissero a freddo e muovessero all’attacco in dieci contro uno: diversi di loro morirono per i colpi di franchi tiratori».

Tra i legionari di Fiume, gli squadristi del 19 e le Brigate Nere del 43 cè, secondo me, un filo conduttore poetico e romantico; concordi?

Più che «poetico e romantico» direi politico ed esistenziale. È quel misto di goliardia, intransigenza, mistica, volontà, coraggio e gioia di vivere. È il demone della giovinezza. È la bellezza sovrumana del fascismo universale.

Leggendo il libro si può notare quanta importanza dava Piazzesi alla sua squadra, è chiaro il rapporto di stretto legame tra i camerati di una stessa squadra: pensi sia stato un fattore determinante per la rivoluzione? Pensi che questo sentimento di forte comunitarismo sia poi stato trasmesso a tutta lItalia Fascista?

Certo, il cameratismo, la fratellanza, costituiscono l’ossatura dello squadrismo. Ernst Von Salomon diceva che «il cameratismo si regge su di un vincolo di servizio, un patto in funzione di un terzo elemento: una persona straordinaria, un’idea, un compito eccezionale – forse, nell’ipotesi più attenuata, un comune universo di simboli». È per questo che «camerata» è più che «amico». Ovviamente questo tipo di legame è in sé tipico delle avanguardie, magari vastissime, ma pur sempre avanguardie. È tuttavia certamente vero che il senso del fascismo fosse quello di fare della nazione intera una «comunità organica di destino».
  
Nella prefazione sostieni che lo squadrismo avesse un marcato risvolto spirituale; spiegaci cosa intendi.

Il senso iniziatico dell’ingresso nella squadra, il culto dei morti, la sacralità del gagliardetto, il rito del «Presente!», lo spirito di sacrificio, la possibilità sempre incombente della morte fanno dello squadrismo il primo momento di quella che in seguito sarà chiamata «mistica fascista». Questa consapevolezza era molto marcata già negli squadristi stessi. Pensa a Piazzesi quando di tanto in tanto torna nella buona società fiorentina da cui proveniva: trova un mondo di morti. Lui ormai è un iniziato, non può più trovare posto tra «gli altri». Pensa anche a quel che dico nell’introduzione circa i soprannomi: è assai verosimile che l’uso di affibbiare nomignoli ai nuovi arrivati non fosse solo un gioco goliardico ma avesse anche il senso di una sorta di rinascita, di assunzione di una identità superiore e più consapevole. Questa usanza di inventarsi soprannomi, peraltro, mi ricorda qualcosa...
  
Nel diario Piazzesi critica, in modo neanche troppo velato la dirigenza del Fascismo, i «rammoliti di Milano»; nel 43 si dichiara pronto a dare la vita per Mussolini e per il Fascismo. Alla fine dei conti, loperato dei rammoliti di Milano soddisfece anche un intransigente fiorentino?

Piazzesi era un giovane uomo d’azione, Mussolini era un uomo d’azione ma anche un politico di razza, con tutto quel che ne consegue in termini di pragmatismo e intelligenza tattica. Che in alcuni momenti ci potessero essere delle divergenze è naturale. Ma alla fine contano i fatti. È grazie a Mussolini che la lotta di Piazzesi acquisisce un senso. Cosa che l’ex squadrista fiorentino capirà perfettamente, dimostrando la sua consapevolezza politica. E anche dopo la sua messa da parte, in cui ebbe un ruolo Pavolini, Piazzesi perse gli incarichi ma non la fede, tanto da farsi trovare pronto a tornare in gioco nella Rsi, dove di certo non fu un problema per lui trovarsi al fianco del gerarca con cui aveva avuto dei problemi in passato. Mi sembra una lezione da tener presente, soprattutto da parte di chi oggi subordina la fede all’ego. Ce ne sono molti in giro di tipi così, purtroppo...

Cosa cè dello squadrismo anni 20 in CasaPound Italia?

Il contesto è radicalmente mutato e certo i metodi necessari allora, durante la guerra civile, non possono essere riproposti oggi, questo sia detto con la massima chiarezza. Resta, tuttavia, uno stile che va al di là delle contingenze e che permane identico in guerra come in pace. La goliardia e la mistica, la filosofia del «me ne frego», il sacrificio con il sorriso sulle labbra, la volontà di «donare questa vita come getteresti un fiore», il gusto della beffa e della sfida, il senso della comunità: tutto questo sicuramente ci appartiene. Ma il senso di questo rapporto va chiarito: non basta individuare il proprio modello storico per essere uguale a quest’ultimo e appuntarsi di conseguenza medaglie di pongo sul petto. Al contrario: ci si sceglie un esempio per autosuperarsi nello sforzo di raggiungerlo, per trascendere se stessi, per migliorarsi. Per mantenere, infine, l’umiltà. Quando guardo ai politici che vengono dal neofascismo mi accorgo che i pochissimi che mantengono riferimenti «militanti» hanno comunque in mente solo la loro esperienza, nel loro gruppo, nella loro città, nel loro tempo. Gente per cui l’alfa e l’omega del fascismo è il Fronte della gioventù (sia detto con il rispetto del caso, ovviamente). E questi sono i migliori, dato che gli altri hanno scelto il carrierismo fine a se stesso. Ecco, in un ambiente così CasaPound è rivoluzionaria perché non cessa di meditare sull’Origine, non cessa di succhiarne linfa vitale e ispirazione. Noi siamo i figli di qualcosa di più grande, noi siamo fedeli a qualcosa che viene prima di noi, è sopra di noi e andrà oltre noi. Questo ci aiuta a guardare al mondo e a noi stessi con le dovute proporzioni.

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mercoledì 15 settembre 2010

Un Blocco all’assalto del futuro


di FRANCESCO POLACCHI & AVGVSTO


L’annata 2009-2010 ha registrato risultati assai positivi per il Blocco Studentesco, alcuni dei quali addirittura storici. Non potrebbero essere altrimenti considerati il raggiungimento – inedito nella storia repubblicana – dello status di primo movimento studentesco a Roma e l’elezione di un senatore all’università romana di Tor Vergata (con tanto di esclusione dei collettivi antifascisti), a cui si devono aggiungere la presidenza della Consulta provinciale degli studenti a Fermo, Ascoli, Latina, Aosta e l’entrata di un nostro candidato nel CdF di Lettere e Filosofia a Roma Tre, antico baluardo della sinistra antagonista che, da parte sua, ha subìto un drastico e – per lei – catastrofico ridimensionamento. Un altro dato sorprendente, del tutto imprevisto e che fa ben sperare in prospettiva, è stato raccolto a «La Sapienza», con i 314 voti «politici» ottenuti per l’elezione del CNSU nel più grande ateneo italiano, senza una benché minima propaganda elettorale. 

Altro e non meno importante motivo di soddisfazione è rappresentato dalla forte crescita dei nuclei non-romani di tutta Italia, tra cui è da segnalarsi l’ottimo exploit conseguito nell’ateneo palermitano, con ben sette candidati del Blocco eletti in diverse facoltà. Risultati, questi, tanto più preziosi in quanto chiaro sentore del superamento dell’atavico tarlo del romano-centrismo e in quanto conseguente radicamento del movimento su scala nazionale.

Al di là tuttavia dei meri dati numerici, ciò che più ha positivamente colpito è stata l’assenza di ottuse pregiudiziali riscontrata in molti studenti liceali e universitari: sintomo inequivocabile del progressivo abbandono, da parte dei giovani, di sterili contrapposizioni ideologiche e di una auspicabile ripresa di un sano spirito «corporativo» studentesco. Interloquendo con numerosi studenti, sono infatti emersi apprezzabili attestati di stima nei confronti del Blocco Studentesco e della sua politica «sindacale», piattaforma di partenza per un futuro allargamento di consensi trasversali e antipregiudiziali.

A fronte di questi incoraggianti risultati, sarebbe però un fatale errore lasciarsi assalire da un ingiustificato senso di appagamento, e appare più che necessario rammentare che la vera battaglia deve ancora cominciare: più la forza di un movimento aumenta, infatti, e più conseguentemente aumentano le sue responsabilità. Responsabilità che non possono essere assolutamente eluse o sottovalutate, giacché è precisamente dalla capacità di tener fede ai propri proponimenti e al proprio spirito di trincea che verrà deciso il destino del Blocco Studentesco.

Prescindendo però dai prosaici traguardi elettorali, è ben altro ciò che ci interessa: perché il Blocco cresce? Per la profferta di prospettive carrieristiche agli aspiranti militanti? Per l’offerta di facili benefici ai potenziali elettori di scuole e università? Ovviamente no: non è certo questo il modus operandi del Blocco, e lasciamo ben volentieri queste squallide «imprese» alle altre associazioni studentesche, infarcite di saltimbanchi della politica e di commissari di partito.

Detto ciò, è necessario ricercare altrove i motivi dell’affermazione del movimento, e innanzitutto nel contesto storico in cui esso è nato e agisce.
Il primo decennio del Terzo millennio, infatti, ha assistito a una netta accelerazione di quel processo di destrutturazione delle categorie della «vecchia» politica (già avviato negli anni ’90 a seguito del decesso dell’Unione Sovietica), proiettando le masse nella cosiddetta «èra post-ideologica». Tralasciando una più dettagliata disamina di questo complesso fenomeno, possiamo però rilevarne alcuni più vistosi effetti, ossia l’affermarsi di sentimenti diffusi di «antipolitica», uno scetticismo sterile e parolaio verso le istituzioni, un rumoroso quanto inconcludente qualunquismo alla Beppe Grillo.
Nonostante le élites globaliste si affannino a porre il concetto di «democrazia» in termini di larga partecipazione del cittadino alla gestione della cosa pubblica, assistiamo al contrario a una sempre più profonda rottura e disaffezione delle masse nei confronti della politica. E il problema di fondo, forse, nasce dal fatto che, affossando le ideologie, si sono uccise anche le idee.

È proprio in un contesto siffatto che si inserisce l’azione del Blocco Studentesco, che intende riportare la politica verso il popolo e, soprattutto, riguadagnare il popolo alla politica, conscio del fatto che, senza popolo, non esiste partecipazione, e, senza partecipazione, non può esistere una «comunità di destino».

Di qui la natura movimentistica dinamica e duttile del Blocco (e di CasaPound), ben lontana dalla rigidità della struttura/partito. Una natura movimentistica che non è però antipartitica, bensì aperta e costruttiva, partecipativa e «trans-partitica», e che si pone quindi come «terza via» tra il trasformismo «istituzionale» e l’adolescenziale e onanistico extraparlamentarismo o antagonismo auto-ghettizzante. Un movimento, dunque, totalmente sganciato dalle imposizioni di padroni e padrini, che privilegia l’azione concreta «sindacale» e trasversale, non egoista ed egocentrica, e che ha come unico obiettivo il bene comune degli studenti (in particolare) e della Nazione (più in generale).

Ovviamente, al fine di rendere praticabile questo progetto, risulta indispensabile un programma pragmatico e rivoluzionario, capace di sorpassare sia le ricette oligarchiche delle istituzioni sia il nulla strepitante dell’antipolitica istrionica e velleitaria. Ma, assieme e alla base dei programmi (vedi qui: 1, 2, 3 e 4), deve esistere un modello culturale ed esistenziale in grado di realizzare una vera e propria rivoluzione antropologica, e di opporre, di conseguenza, un «Uomo nuovo» (essenzialmente politico) al «fantoccio-consumatore» globalizzato e all’«individuo-codice a barre» alienato e dis-sociato.

In particolare a giovani e studenti, dimenticati e sviliti – al di là della facile demagogia – dai politicanti di turno, il messaggio del Blocco Studentesco offre risposte concrete ed entusiasmanti, riassumibili in una lotta disinteressata, su tutti i fronti, per riappropriarsi dell’avvenire che è stato loro rubato. Nell’epoca del precariato e delle caste/cricche dei vecchi oligarchi, allorché sembra smarrita ogni bussola e ogni coordinata, il Blocco chiama a raccolta i giovani dicendo loro che è possibile, se lo si vuole, tornare a essere i protagonisti della Storia, che è possibile, attraverso la volontà e il sacrificio, riprendersi il proprio destino, «riprendersi tutto».

Tutto ciò trova il suo fondamento nel recupero/attualizzazione di miti viventi e volontaristici fortemente mobilitanti, quali ad esempio il futurismo, lo squadrismo, l’impresa fiumana, i pirati della Tortuga, il sindacalismo rivoluzionario e, ultimamente con maggior enfasi, il garibaldinismo. Miti mobilitanti – si diceva – capaci di (ri)creare un immaginario affascinante e più largamente comunitario, che esaltano una visione eroica della vita fatta di valore, coraggio, solidarietà, generosità, gerarchia, libertà e sacrificio. Sicché non è difficile comprendere il fascino esercitato sugli studenti da motti incisivi e ardenti come «Giovinezza al potere», «assalta il futuro» e «17 anni per tutta la vita», i quali celebrano l’entusiasmo genuino e il furore scanzonato propri della gioventù, l’unica, quest’ultima, capace – come recita una recente e immaginifica canzone degli ZetaZeroAlfa – di «donare questa vita come getteresti un fiore».

C’è di più: il Blocco Studentesco (e CasaPound più in generale) ha ormai anche un suo «mito fondativo», che mette ben in luce, oltre alle ovvie ed evidenti filiazioni storiche, la sua natura innovativa, irriducibile e originale (nonché originaria), tanto che luoghi come il Cutty Sark e il nr. 8 di Via Napoleone III sono diventati spazi metafisici di pratica comunitaria e metapolitica, in grado di suscitare inoltre meraviglia e curiosità quasi ‘mistica’ in simpatizzanti ed estimatori. Il Blocco e CasaPound, quindi, non si configurano più, o – meglio – non solo come l’eredità di un’esperienza storica e umana, ma piuttosto come l’inizio, la fondazione, la tracciatura di un solco nella Storia e nel Destino.
E «tracciare un solco» vuol dire, come intendevano i nostri padri, fondare la civitas, la polis, simbolo di una nuova politica che torna ad essere creazione di volontà e sacrificio.

Su un altro punto vorremmo poi porre l’attenzione: per decenni quasi tutti i gruppi «antagonisti» hanno agito e atteso il momento opportuno per «fare la rivoluzione». Ebbene, noi non abbiamo bisogno di aspettare alcuna «saturazione del mercato» o alcuna fine di qualsivoglia Kali Yuga per fare la rivoluzione, perché noi, la rivoluzione, la stiamo già facendo. È una rivoluzione che parte anzitutto da se stessi: è il continuo miglioramento di sé, l’annullamento del proprio ego, del proprio egoismo, del proprio egocentrismo, del proprio narcisismo, per la (ri)nascita nel noi. È pertanto una rivoluzione severa e impietosa, una «rivoluzione permanente», una «palestra dell’anima».
Anche l’affermazione «stiamo facendo la rivoluzione», tuttavia, rischierebbe di essere inesatta. Perché noi, sostanzialmente, non facciamo la rivoluzione: siamo noi stessi la rivoluzione. Noi non facciamo i rivoluzionari, non giochiamo a fare i rivoluzionari: noi siamo rivoluzionari.

E questa rivoluzione, in definitiva, non può che essere realizzata dai giovani. I nostri nonni e i nostri padri ci hanno infatti consegnato un mondo di rovine e macerie, fatto di odio politico, disagio sociale, bancarotta morale (prima ancora che materiale), opportunismo, individualismo e corruzione. Hanno deluso: adesso è il nostro momento! Una volta qualcuno disse che «nei momenti felici la gioventù di una nazione riceve gli esempi, nei momenti difficili li dà». È proprio questo l’obiettivo dei ragazzi del Blocco: dare esempi a chi, per viltà o per inadeguatezza, ha tradito le nostre speranze, il nostro entusiasmo e la nostra gioia di vivere, dicendoci magari che «va tutto bene». E tutto ciò lo facciamo e lo faremo perché i giovani hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. Perché abbiamo stabilito che il futuro ci appartiene, e dunque veniamo a riprenderci tutto, noi che siamo – come avrebbe detto Marinetti – «gli ultimi studenti ribelli di questo mondo troppo saggio».
Come realizziamo e realizzeremo questa rivoluzione? Con amore, con un «disperato amore» temprato e sublimato dal combattimento nelle scuole e nelle università, lasciando la facile e inutile indignazione ai frustrati e ai pantofolai.   

Irrazionale voglia di vivere, interventismo rivoluzionario, adesione entusiastica e dionisiaca alla vita, goliardia dirompente, visione eroica e volontaristica dell’esistenza, etica epica estetica: questi gli ideali e il messaggio che il Blocco Studentesco propone e offre ai giovani, gli «architetti del domani». Questa la «visione del mondo» di una gioventù che alla discoteca ha preferito il rito comunitario, che alla passività della speranza ha preferito l’energia attiva della volontà, che alla vita comoda e alla rassegnazione ha preferito la trincea.

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venerdì 10 settembre 2010

Tre giorni 2010 di CPI

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lunedì 2 agosto 2010

La Strage di Bologna e i paladini della Verità



«… e generazioni nuove in cui tu credevi tanto, poi quel botto alla stazione che cancella tutto quanto…»

(F. MANCINELLI, Generazione ’78)


2 agosto 1980. Stazione ferroviaria di Bologna. Cinquanta chili di tritolo fanno saltare l’intera sala d’aspetto della stazione, più buona parte delle strutture adiacenti. Il bilancio finale è di ottantacinque morti, e più di centotrenta feriti.

Se ci passate oggi, la stazione di Bologna è uno di quei non-luoghi tra i più rappresentativi di un mondo di flussi, un mondo dove c’è poco spazio per ricordare, ripensare. Puzzo di freni, rumore, annunci di ritardi, treni che ingurgitano binari. Ne passerà uno ogni minuto, o forse di più. Decine di migliaia di persone al giorno arrivano, partono, aspettano. Un paio di tossici ogni tanto tentano di racimolare due spicci. Parecchi piccioni. Oggi come trent’anni fa.

Se costeggi il primo binario, e ti giri verso sinistra, guardando la parete della sala d’aspetto, t’accorgi che è stata ricostruita montando una vetrata trasparente che segue le incrinature che la bomba ha impresso sul muro. Se entri nella sala e ti giri sulla destra, al suolo trovi il buco lasciato dalla bomba, più in alto una lapide. Nomi, cognomi ed età di chi dentro a quella sala d’aspetto finì i suoi giorni, quel 2 agosto di trent’anni fa.

Dentro la frase iscritta sulla lapide, due parole risaltano più delle altre. Perentorie nella condanna, ineluttabili nella fissità del biasimo che esprimono, rimasto inalterato, praticamente da subito dopo l’evento, sino ad oggi.

Due parole.

Strage fascista.

La prima suona come un compimento dell’altra, o meglio, le due parole non potrebbero quasi esistere da sole. Così scritte sembrano come due incastri del Lego, due pezzi di un puzzle. Strage + fascista: complementarietà semantica.

Quel 2 agosto 1980 rappresenta insieme l’acme della strategia della tensione e la sua fine ufficiale. La firma finale su quel periodo storico che si apre formalmente con il 1968 e si concluderà 12 anni dopo. Si concluderà con varie condanne, tante, troppe assoluzioni, e pagine d’ordinaria ingiustizia che adesso va tanto di moda raccontare nei libri. Raccontarle per rivisitarle, riguardarle sotto una nuova luce. Poiché è lecito riscrivere tutto, scrutare il passato sotto la lente di una nuova coscienza collettiva, magari più matura, che abbia fatto tesoro dell’esperienza accumulatasi negli anni, anche in questi anni dove la categoria dell’esperienza ha perso di senso.

Ma c’è un evento, quell’evento, che ha segnato così profondamente l’immaginario collettivo di questa travagliata penisola, che ha impresso un’immagine così indelebile da diventare non una strage delle tante, ma LA strage. C’è un evento che non va toccato. Difeso dai cani da guardia della Verità, di una verità militante, per ciò stesso ancora più vera.

C’è un evento che è diventato la fonte di delegittimazione per tutta un’area politica, più forte dei vent’anni ai quali quell’area si rifaceva, travisati e denigrati sui libri di storia, dal sussidiario al testo universitario. Più forte del fuoco di quella bomba, la stigmatizzazione, l’intoccabilità del nuovo dogma di fede.

Di lì a poco l’Italia sarebbe cambiata. E con lei tutto il mondo. Arriverà l’epoca del riflusso.

Se fossimo in una puntata di Blu Notte, Lucarelli disporrebbe di un fermo immagine, dal quale riprendere la trama, il filo d’Arianna che avrebbe messo da parte poco prima. Questo fermo immagine ritrarrebbe la stazione, le macerie, il fumo, il sangue, la paura. La più clamorosa strage che l’Italia avesse mai visto, l’eccidio più efferato. Se quell’immagine potesse parlare, se le emozioni sprigionate potessero essere cristallizzate in un qualcosa di tangibile, potremmo capire che sin dal primo secondo negli occhi della gente, nel cuore di Bologna, nell’aria, nel fumo delle macerie, l’unico carnefice, l’unico in grado di concepire una così grave barbarie non potrebbe che essere il fascista.

Poco importa il nome dei colpevoli, degli esecutori materiali, dei mandanti, di chi fornisce l’esplosivo, di chi lo assembla, di chi coordina. Poco importano movente e rivendicazione (entrambi assenti). L’importante è che quella strage è una strage fascista. Ed in quanto strage fascista, importa che sia trattata in una determinata maniera. Se le prove non ci sono bisogna inventarsele. Rovesciare l’onere della prova, nell’ideologia militante di certi organi dello Stato, è fondamentale che l’Idea inveri il fatto. E poco importa se i presunti colpevoli non fossero a Bologna quel giorno, potevano coordinare l’azione da tutt’altra parte. Poco importa se quella infinita lista di sospettati dovrà essere riformulata perché in un primo tempo ritenuti innocenti, o se uno dei condannati passati in giudicato avesse appena 17 anni quel 2 agosto del 1980.

Ancor meno importa sapere che quei legami che lo Stato italiano ha intessuto con certa parte del terrorismo internazionale, di cui Moro anni prima si fece paladino in nome della gestione della contingenza del pericolo terroristico, possono aver influito in quella strage. Così come poco credito va dato al fatto che alti funzionari dei servizi segreti tentarono inizialmente di falsificare le prove e sviare le indagini, guarda caso proprio facendole vertere sul terrorismo nero.

Poco importa tutto ciò perché quella strage deve essere fascista. Così da far quadrare il cerchio della storia contemporanea, così da fornire un alibi allo Stato democratico, un capro espiatorio, ed insieme un feticcio da odiare per tutti coloro che si sentono minacciati da qualcosa che ha un nome ed un colore.

Questo articolo potrebbe essere interamente incentrato sulla rassegna delle tesi alternative sulla responsabilità della strage, su un accurato riepilogo di tutte le prove, gli indizi, le fughe di notizie. Ma di questo materiale ne è pieno il web. Ne sono pieni i libri. E allora che senso può avere quest’articolo? Poco, forse nessuno. Poco come le sbraitanti accuse dei familiari delle vittime, poco come gli stupidi fischi a Bondi dell’anno scorso. Poco e nessuno, come le dichiarazioni dei paladini della verità, dei cani da guardia del dogma di fede, che contro ogni evidenza continuano a rigurgitare il loro odio contro lo stragista fascista (sentite come suona bene).

Poco, come tutte le bandiere rosse, gli stendardi della CGIL, nessuno come i militanti antifascisti che saranno presenti alla stazione di Bologna, tanti piccoli riflessi sbiaditi legittimati dall’odio imposto dai dogmi.


Tommaso

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