Il passo ulteriore del pensiero di Jünger, dopo la fine della guerra e la distruzione della Germania, che lo portarono a prendere irrimediabilmente atto della natura nichilista e distruttiva della modernità nelle forme fino ad allora proposte, fu elaborare un’alternativa al totalitarismo liberaldemocratico imperante. Se non era più possibile un’azione collettiva, come quella prospettata dalla mobilitazione totale, rimaneva però una via di fuga individuale, quella del «passaggio al bosco» (Waldgang), descritta nel saggio del 1951 Il trattato del ribelle (Der Waldgang), edito in Italia da Adelphi.
Sul titolo va operata una precisazione etimologica. Il Waldgänger («colui che passa al bosco») – qui tradotto come «ribelle» – era, nell’antica cultura germanica, il proscritto, colui che bandito dalla comunità per aver commesso un delitto, se ne purificava vivendo nella foresta (Wald), non gli attuali boschi ormai antropizzati e coltivati, ma l’originaria foresta vergine che copriva l’Europa. In Jünger questa figura assume un significato simile, anche se meno letterale.
Infatti, in un’epoca come la nostra, le domande sono sempre più semplici e drastiche, e prendono la forma di una sorta d’interrogatorio da parte di chi detiene il potere. Tanto più la libertà di dire «no» è sistematicamente intimidita e limitata, quanto più però questo rifiuto acquista una forza maggiormente eversiva. Questa presa di posizione, anche non dovesse scuotere il nemico, ha l’indiscutibile effetto etico però di mutare chi la compie. Si afferma così una terza figura: il Ribelle, la cui scelta di passare al bosco esprime la libertà, tanto più preziosa quanto essa conferisce un senso umano alla necessità storica. Questo singolo uomo su cento, forte del proprio coraggio e della nozione del diritto, è in grado di mettere in pericolo lo Stato dittatoriale, esso stesso tanto più in pericolo, quanto più brutale, proprio perché la maggioranza consenziente, essendo docile, è inaffidabile, mentre la minoranza ribelle, essendo decisa, è irriducibile.
In epoca di Guerra Fredda, il passaggio al bosco, contrapposto alla nave/Stato, reso più difficile dall’attuale dipendenza della vita del singolo dalle strutture collettive, è possibile in ogni parte della terra, ed è in grado di restituire la sovranità al singolo e far crollare i Titani. Mentre la necessità, infatti, è più che altro una prova, la libertà invece, pur richiedendo sacrifici, è l’autentico motore della Storia. Chiaramente, l’imminenza della catastrofe apertamente preparata dal sistema moderno, non fa che rendere più urgente questa scelta di campo. Di qui non deriva che l’immaginazione debba staccare l’uomo dalla realtà, bensì che essa debba ricostruire, tramite il bosco, un’alternativa di quiete all’immagine ambigua del Titanic/Leviatano (comfort/terrore) che rappresenta invece la modernità. Il Ribelle deve affrontare anche la paura, un sintomo del nostro tempo, che si svela appieno qualora l’automatismo del Potere si mostri nella sua fatalità. Liberare l’uomo da questa paura, metterlo in dialogo con essa, sgombera le maschere imposte dalla tecnica ed apre la via al «passaggio al bosco», in cui il potere del singolo, dell’uomo creato libero da Dio si afferma appieno.
Il Ribelle, quindi, date queste premesse, non può limitarsi certo all’indifferenza, ma deve ridefinire la sua libertà. Egli deve dunque evitare sia un’azione esclusivamente interiore che un’azione esclusivamente concreta, resistendo al potere con ogni mezzo, ma mantenendo il contatto con quell’energia primigenia e quelle radici profonde, ancor oggi presenti nell’uomo comune, cui conferiscono un’innata saggezza. Nel bosco l’uomo ritrova e riconosce la propria essenza interiore. Qui egli affronta e supera, come in un’iniziazione, la paura della morte. Le Chiese possono offrire oasi nel deserto che cresce, ma l’uomo deve saperne essere autonomo, perché di fronte a questa decisione si trova ad essere solo. Questo non toglie, tuttavia, che vitale sia l’opera del teologo e delle Chiese nell’aiutare l’uomo a prendere consapevolezza della sua condizione, fornendogli gli adeguati strumenti d’orientamento spirituale. Questo incontro con se stesso fa sì che egli debba saper fare a meno della medicina corrente, del diritto moderno, e conservare anche in questi ambiti, come pure nella scelta degli armamenti di cui servirsi, la libertà della sua scelta. Fondamentale è quindi che egli non perda il contatto con l’essere, il luogo da cui sboccia il Verbo che, trascendendo la lingua, diviene potenza creatrice.
In sintesi, si può vedere come il Ribelle sia incentrato sul tema della sovranità del singolo, data dal contatto con territori vergini da cui può scaturire l’Assoluto, per cui il passaggio al bosco è per Jünger la giusta e necessaria risposta ai tentativi di tagliare questo contatto e spogliare l’uomo della propria libertà di scelta. Perciò, nonostante il Ribelle sia un uomo della modernità, posto in contrasto con l’ordine politico moderno, affonda le sue radici in un terreno primigenio e astorico, traendo di qui la libertà e la sicurezza di sé necessarie a liberare se stesso dalla paura e dalla rassegnazione verso il fatalismo e l’automatismo del potere e conferirgli la legittima sovranità nei campi del diritto, della teologia, della medicina, dell’etica. Ne consegue che l’opposizione vitale e vincente al totalitarismo non può essere basata su fondamenta meramente materiali e moderne, bensì deve essere inevitabilmente connessa alla sfera spirituale ed eterna.
Come integrazione al nostro ultimo articolo, consigliamo ai nostri lettori la visione del film-documentario The Obama Deception (L’inganno di Obama). Il regista è Alex Jones, accusato di diffondere e alimentare teorie complottistiche. Per noi è sicuramente un buon spunto di riflessione, se non preso come verità rivelata, e al di là di alcune affermazioni improbabili, linguaggio demagogico in stile U.S.A. e manie di persecuzione.
Il film è disponibile in versione integrale su youtube, sottotitolato in italiano e diviso nelle seguenti 12 parti:
L’elezione di Barack Obama ha scatenato momenti di entusiasmo prossimi al delirio collettivo, un’esaltazione quasi messianica per il primo uomo di colore che ha avuto accesso alla Casa Bianca. In Europa, e nel Mondo, la frenesia ha attraversato tutti gli ambiti sociali, suscitando atti di ritrovata fede nelle virtù (virtù?) della democrazia (democrazia?) statunitense e ubriacature condite da forti dosi di propaganda etnicista per il baldo Obama. Ora, passato qualche mese dall’evento, è venuta l’ora di riconsiderarlo con maggiore attenzione politica e spogliandosi di emotività. È vero, sì, che gli abitanti degli Stati Uniti sono soliti eleggere un uomo politico come fosse una rock star carismatica, tutto stile glamour, molto people, e tutto frasi fatte e propaganda d’impatto (una sintesi fra Fonzie e il Principe di Bel-Air…) ma noi, che dovremmo essere diversi nei giudizi, conoscendo gli uomini, la politica e la storia, avremo un’altra luce nel vedere la realtà per come essenzialmente è (non nutro molte speranze in questo, in quanto è arrivata anche da noi questa sorta di politica da “avanspettacolo”, tutta slogan e niente idee… ma almeno ci spero).
Un semplice colpo d’occhio alla squadra che ha gestito e finanziato la campagna del candidato Obama, con una raccolta di biografie delle persone “cruciali”, e tutto torna normale. Infatti, l’importante per le “vere” classi dirigenti statunitensi non è il partito di questo o di quel governo, ma il partito che, pur cambiando, è in grado di assicurare il potere già esistente nello Stato, cioè quel complesso di lobbies militare-industriale-finanziario (cioè politico…) che, apparentemente ma solo spettacolarmente, dà l’impressione di corrispondere alle aspirazioni delle masse, ma realmente continua nel suo “progetto”, fatto di interessi finanziari, simbolici e, quindi, politici. «Bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come prima» diceva Orwell. Il capitalismo più avanzato e, quindi, più potente è quello apparentemente più tollerante, cioè quello aperto a qualsiasi tipo di partito (democratico ovviamente), a qualsiasi sfaccettatura della amata globalizzazione, quindi socializzazione, sessualizzazione, destra repubblicana, sinistra democratica, ateismo, omosessualità, travestiti, lesbiche, negri, ispanici, cinesi, coreani, ebrei, amerindi ecc. Non esiste origine etnica, né discriminazione politica o culturale, a patto che tutto queste realtà non mettano in discussione il “Potere”. Si tratta di una “positività” estremamente vincente (anche se talvolta scade nel grottesco o nel politically correct), creando una miscela di differenze (innocue) nella quale si dà vita ad un collage, il cosiddetto «Melting pot», dove quella che chiamiamo «società» o «Stato» non è altro che un’accozzaglia di razze, culture, popoli, spersonificati a dovere e amalgamati tutti insieme, come per azzerarli, annientarli, massificarli, come avviene nella sfera della merce e dei prodotti (vedi «l’uomo massa» di Marx).
Da questa realtà profondamente malefica proviene Obama e la sua elezione, e solo i soliti ingenui e ciechi (anche se imbardati di lauree e titoli…) possono non considerarla per quello che è: una grande operazione di marketing politico. Questi dovrebbero sapere, prima di adulare, che lo Stato capitalista che dirige e domina la grande economia (e quindi la politica mondiale), avente come ideologia cardine il “Dio Denaro” e la sacralizzazione quasi mistica della ricchezza (da cui scaturiscono ovviamente povertà e schiavitù per i restanti 2/3 del mondo…), mai avrebbe e mai ha accettato, approvato od anche solo tollerato una forza autenticamente popolare, se Obama in questo l’hanno confuso. Ogni realtà che ha messo o anche solo provato a mettere in discussione l’equilibrio dei Poteri, la distribuzione del denaro (ehm, scusate Dio…) e delle proprietà, è stato schiacciato, senza margini di negoziato, con un gioco “democratico” molto abile. È la storia che parla, non io. Allora, come è andata davvero?
Quattro anni fa Barack Obama non era che un giovane senatore dell’Illinois, eletto da poco, e anche sconosciuto. Due anni fa dichiarò la sua candidatura alla presidenza. Tenendo conto che non è un esperto mestierante della politica come la sua rivale Hillary Clinton, non poteva fare appello a dinastie potenti come Roosevelt o a famiglie cattoliche ricchissime come Kennedy, non ha mai svolto ruoli di primo piano in campo militare come l’altro suo rivale McCain, non ha la preparazione culturale del suo idolo Lincoln, allora c’è davvero da chiedersi: come diavolo (e forse il diavolo ne sa qualcosa…) ha fatto a diventare Presidente di una delle prime potenze mondiali?! Sarà bastato un semplice «Yes, we can!»?! Oppure sarà bastato essere di colore? Per quanto mi riguarda, il valore politico di un uomo non è dato dal suo colore della pelle, anzi, a tutti i suoi buonisti, moralisti e zelanti-simpatizzanti, rispondo che è in realtà una maniera molto razzista e semplicistica di giudicare, quasi che la grande politica sia questione di razza, e non di idee.
Partiamo dal punto cardine che Barack Obama, fin dal momento della sua candidatura, ricevette immediatamente somme considerevoli. E, se mi avete seguito fino ad ora, avrete capito che il “Sistema” non consente mai l’emergere di una candidatura imprevista. Insomma, parliamoci chiaramente: il caro Obama ha giocato il gioco dei padroni della Finanza Mondiale, e il sostegno senza riserve che gli hanno accordato George Soros (in foto) e Warren Buffet (chi sono?... INFORMATEVI!!!) la dice lunga sulle sue relazioni con il capitalismo finanziario e sul suo non essere il “nuovo Messia”. Gli Stati Uniti non sono solo il paese più odiato al mondo, ma anche quello che, a furia di speculazioni da parte dell’alta Finanza Mondiale sui popoli, trascina il Pianeta intero nel suo naufragio economico, nonché culturale. Sono in stato di recessione avanzata, oggetto di speculazioni massicce. Per non perdere il sostegno necessario a proseguire la loro politica imperiale, se non si voleva che il Paese diventasse ingovernabile, bisognava proporre qualcosa di nuovo, una nuova immagine, senza intaccare il potere economico e politico: lavorare sull’immagine come fosse un simulacro. Una scelta di facciata che superasse la solita classe politica che esiste da tre decenni e creare l’uomo della provvidenza. «Creare», ho detto. E Obama coincide perfettamente con quest’immagine: giovane, rinnovato, apparentemente non compromesso con la vecchia guardia politicante, uomo di colore sposato con donna di colore, buon padre di famiglia, sorridente e che, in un periodo di crisi mondiale, dice: «sì, possiamo farcela!». Meglio di così? Ecco costruita l’immagine perfetta, con la speranza di cambiare per il popolo ma senza che il Potere voglia farlo davvero.
Ed ecco un modo fruttuoso per consolidare quest’immagine perfetta. Togliamoci un piccolo sassolino dalla scarpa. Il vincitore del festival di Sanremo non è sempre il miglior cantante, così come chi si aggiudica l’Oscar non è per forza il miglior attore. È solo spettacolo. Ma almeno il premio Nobel (per la pace poi!) dovrebbe essere tutt’altro che spettacolo, dovrebbe essere un esempio, un punto di riferimento. Non è così. È solo spettacolo (ahi noi…). L’assegnazione è spiccatamente pilotata dalle potenti lobbies politiche e dai media a loro asserviti. Ma tutto, nella vita, va dimostrato. Il vincitore del premio Nobel per la pace è Barack Obama, per «i suoi straordinari sforzi nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione fra i popoli». Una scelta quantomeno criticabile e discutibile (per i più) e assolutamente ridicola (per me), in quanto il Presidente USA mantiene ancora schierate le sue truppe in Iraq, prosegue (e come!) la guerra in Afghanistan, anzi coinvolgendo nei raid anche il Pakistan, prosegue le azioni militari in Somalia, mentre soldati USA combattono nelle Filippine. Forse qualcuno («i più», citati poc’anzi) non è ancora soddisfatto. Allora, continuo a rendere ancora più stravagante questo Nobel per la pace: ha piazzato Consiglieri e addestratori militari Usa nel sud della Thailandia, contro i separatisti islamici di Pattani, anche loro accusati di legami con Al-Qaida (rimane ancora oscuro ed inspiegabile nonché invisibile questo “terrorismo” di Al-Qaida…); in Georgia, contro i separatisti osseti e abkhazi sostenuti dalla Russia; in Colombia, contro i guerriglieri delle FARC; in Niger, Mali e Tunisia, contro le cellule locali di Al-Qaida nel Maghreb Islamico (ancora con questo Al-Qaida…); in Yemen contro le milizie di Al-Qaida (!) nella penisola Araba. Ecco il valore di un Nobel per la pace. Sarei curioso di sapere cosa pensano di questa assegnazione tutte le mamme dei militari uccisi (americani e non), o tutte quelle persone che hanno visto massacrati e trucidati i loro cari od anche dei semplici “esseri umani” (non dimentichiamoci che questo siamo…) davanti ai loro occhi, in nome della democrazia e, appunto, della pace (!). Ecco lo «straordinario sforzo» di quest’uomo, ecco la «cooperazione tra i popoli». E mi sto limitando alla semplice amministrazione Obama. Non vorrei andare a ritroso nei precedenti Nobel per la pace. Ora, per il 2010, aspettiamo il Nobel per la “Fisica” a Fabrizio Corona.
Infine, per avere un quadro della situazione veramente completo, farò anche qualche nome sul gadget dei “salvatori”, cioè su coloro che rappresentano gli Stati Uniti d’America, e quindi il suo Presidente: Zbigniew Brzezinski (autore di un libro dove parla di dominio imperiale, dal titolo La grande scacchiera) come dirigente degli Affari Esteri, Bill Gates (non ha bisogno di presentazioni e non fa certo parte del “popolo”…), come Segretario al Tesoro c’è Timothy Geithner (Presidente della FED di New York, anch’essa non proprio attenta ai bisogni del popolo), o anche Lawrence Summers al Consiglio Nazionale Economico (è l’ex presidente di Harvard ed è stato già Segretario al Tesoro con Bill Clinton…). Quanta bella gente, e nuova soprattutto. Ops, dimenticavo: c’è Rahm Israel Emanuel, l’espertissimo lobbista di Washington (già consigliere di Freddie Mae, oggi in fallimento!), l’uomo che fu volontario nell’esercito israeliano durante la guerra del Golfo e che ora predica la guerra contro l’Iran ed un sostegno incondizionato sempre a Israele (ma Obama non era pacifista?).
Se, a mo’ di conclusione, le élites statunitensi avessero voluto davvero mostrare al paese e al mondo un cambiamento simbolico reale e forte (non parlo di un cambiamento di Sistema, che soltanto una rivoluzione potrebbe suscitare), non avrebbero scelto un meticcio il cui padre non era nemmeno un discendente di schiavi. Avrebbero, invece, scelto un indiano, un pellerossa. I neri sono, malgrado loro, il prodotto della conquista del potere bianco negli Stati Uniti. Nonostante siano da sempre stati vittime di un duro e ostentato razzismo da parte dei bianchi, hanno partecipato nondimeno da soldati americani alla conquista del West, senza preoccuparsi troppo della sorte genocida riservata agli Amerindi. E questo è solo un esempio, perché i neri hanno, ormai da secoli, sempre cercato di sopportare questo celato razzismo pur di vivere nell’American dream da schiavi e scomunicati ma comunque americani. Schiavi sì, ma del loro stesso destino, che loro stessi hanno scelto.
Gli Indiani d’America tutti, invece, pur avendo subìto uno sterminio totale (si parla di circa 70 milioni di persone!), hanno sempre combattuto con indomito coraggio ed infinito onore contro l’invasione bianca, coprendosi di gloria per sempre. Se l’élite avesse desiderato dare un simbolo forte di un’America che riconosceva il debito con gli autoctoni che i suoi padri hanno spogliato delle loro terre, della loro dignità, cultura e delle loro credenze, avrebbero dovuto promuovere al posto supremo un indiano. Io, personalmente, l’avrei comunque vissuta come un’ennesima presa in giro (prima ti stermino, poi ti metto al comando, tanto comando sempre io…) ma almeno una presa in giro che tiene conto della storia. Ma non poteva farlo, non poteva agire così, avrebbe implicitamente ma automaticamente provato l’illegittimità del potere bianco sui popoli autoctoni. E tutte quelle guerre poi? Non sarebbero state più giuste e democratiche! Allora, meglio Obama. E togliamoci il pensiero.
Percorrere e tracciare i lineamenti fondamentali della storia dei samurai non è cosa facile perché alla mera ricostruzione evolutiva dei fatti si intreccia inevitabilmente la visione, più romantica che storica, della figura del guerriero in sé, il samurai appunto. Per il giapponese questa figura non è la semplice “protagonista” di un certo periodo storico; è, al contrario, il periodo storico, il tempo a trovarsi in una posizione di sudditanza rispetto al mito e alle tradizioni che intorno a tal mito sono state costruite, tanto che il tempo stesso risulta avere un ruolo secondario di fronte al “protagonista” che questo tempo ha vissuto. Cosicché parlare di “etica della guerra” e di “cultura samurai” ci appare come un discorso sempre attuale, che esula dalla visione della storia come “trattato dello ieri” e ci pone in quella che è la giusta visione della storia, vale a dire la storia come “metaforadel mito”. Utile ribadire che ogni area geografica e culturale ha avuto (ha) i suoi (e di tutti) mitieternamente attuali.
La società giapponese
La società giapponese del XVI secolo aveva una struttura definibile come feudalesimopiramidale. Al vertice di questa ideale piramide vi erano i signori dell’alta nobiltà, i daimyo, che esercitavano il loro potere tramite legami personali e familiari. Alle dirette dipendenze dei daimyo vi erano i fudai, ovvero quelle famiglie che da generazioni servivano il proprio signore. In questo contesto i samurai rappresentavano una casta familiare al servizio dei daimyo, ne erano un esercito personale. Accadeva che durante le guerre feudali, il clan sconfitto, per non perdere le proprietà precedentemente conquistate, entrava a far parte dello stato maggiore del clan vincitore con funzioni di vassallaggio. In questa organizzazione politica, quella militare dei samurai aveva caratteristiche e funzioni proprie al suo interno. Divisi in 17 categorie, i samurai avevano il compito di rispondere alla chiamata alle armi del daimyo cui facevano riferimento combattendo con armi proprie. Al di sotto dei samurai propriamente detti, ma facenti parte della stessa famiglia, vi erano i sotsu (“truppe di fanteria”) a loro volta divisi in 32 categorie. Alla base della piramide troviamo gli ashigaru, cioè la maggior parte dei combattenti (soldati semplici diremmo oggi) che erano per lo più arcieri e lancieri o semplici messaggeri. Nei periodi di pace gli ashigaru svolgevano mansioni come braccianti del samurai incaricato al loro mantenimento.
Excursus storico sui samurai
L’epopea dei samurai comincia nel periodo Heian (794-1185). Alla fine del XII secolo il governo aristocratico di Taira subì una sconfitta nella guerra diGenpei cedendo il potere al clan dei Minamoto. Minamoto Yoritomo, spodestando l’imperatore, assunse di fatto il potere col titolo di shogun (capo militare) e fu lui a stabilire la supremazia della casta dei samurai, che fino a tal periodo svolgeva il ruolo di classe servitrice in armi estromessa da questioni di natura politica. Nei 400 anni a venire la or più accreditata casta guerriera avrebbe svolto un ruolo decisivo nella difesa del Giappone da tentate invasioni esterne, – come quella mongola del XIII secolo –, e nelle faide interne tra i vari feudatari (daimyo), tra le quali vanno ricordate quella del periodo Muromachi (1338-1573) in cui gli shogun Ashikaga affrontarono i daimyo, e quella del periodo Momoyama (1573-1600) in cui i grandi samurai Nobunaga(in foto) prima e il suo successore Hideyoshi dopo si batterono per sottomettere il potere dei daimyo e riunificare il paese.
La politica interna troverà stabilità al termine della battaglia di Sekigahara (1600), nella quale il feudatario Tokugawa Ieyasu, col titolo di shogun, sconfiggendo i clan rivali, assumerà pieni poteri sul paese insediando il suo “regno” nella città di Edo (odierna Tokyo) e inaugurando il periodo che da tale città prese nome (1603-1867), mentre l’imperatore rimaneva di fatto confinato nell’antica capitale Kyoto. In questo periodo la pace fu garantita dal fatto che i daimyo giurarono fedeltà, di fatto sottomettendovisi, allo shogunato e a loro volta mantennero all’interno dei loro castelli contingenti di soldati e servi. Le conseguenze per la casta dei samurai furono immediate. Divenuta una casta chiusa e non essendoci più motivi di gerre feudali, il suo ruolo guerriero assunse sempre più toni di facciata: i duelli, in un contesto dove regnava la pace tra clan, divennero per lo più di tipo privato. Lo sfoggio di abilità guerriere e l’uso della spada(per il samurai un vero e proprio culto religioso) avveniva, in maniera sempre più frequente, soltanto per scopi cerimoniali; mentre le funzioni a cui venivano sempre più spesso preposti erano di tipo burocratico ed educativo, integrandosi sempre di più nella società civile. Un segnale della trasformazione del ruolo dei samurai è testimoniato dai rapporti che questi intrapresero con il disprezzato ceto chonin (borghesia in ascesa). Tale avvicinamento ha avuto tuttavia una grande importanza per aver “esportato” i valori della “casta del ciliegio” nella società civile fino ad oggi.
Una classe di samurai che fece la sua comparsa in questa epoca di pace fu quella dei ronin (“uomini onda” o “uomini alla deriva”). Si tratta di quei soldati rimasti senza signore perché soppresso il feudo di appartenenza; in sostanza samurai declassati. Con la caduta dell’ultimo shogunato, vale a dire quello di Yoshinobu Tokugawa,ebbe inizio l’era Meiji (1868-1912). Fu questo un periodo di radicali riforme, note con il nome di “rinnovamento Meiji”, le quali investirono a pieno anche la struttura sociale del Sol levante: l’imperatore tornava ad essere la massima figura politica a scapito dello shogunato, lo Stato fu trasformato in senso occidentale e i feudi soppressi. La casta samurai abolita in funzione di un esercito nazionale.
L’arte e l’onore. La morte e il ciliegio
hana wa sakuragi, hito wa bushi (“Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero”)
La costante ricerca di una condotta di vita onorevole si fondeva, nell’etica della guerra del samurai, con una disciplina ferrea nell’addestramento marziale. Anche durante la pace del lungo periodo Edo, i samurai coltivarono le arti guerriere (bu-jutsu, oggi budo). Le principali discipline praticate e di giorno in giorno perfezionate erano il tiro con l’arco (kyu-jutsu, oggi kyudo), la scherma (ken-jutsu, oggi kendo) e il combattimento corpo a corpo (ju-jutsu, oggi più comunemente conosciuto come ju-jitsu).
La katana (“spada lunga”) era il principale segno di identificazione del samurai e l’acciaio della lama incarnava tutte le virtù del guerriero; ma più che questa funzione meramente riconoscitiva, la spada rappresentava un vero e proprio oggetto di culto. L’attenzione rivolta nel costruirla (sarebbe più preciso dire crearla), nel curarla e nel maneggiarla dà l’impressione che la spada venisse venerata più che utilizzata. Trattando la figura del samurai non è possibile scindere l’allenamento fisico da quello spirituale, così come non è possibile scindere l’uomo dal soldato; tuttavia, per fini esemplificativi, potremmo dire che se il braccio era rafforzato dalla spada, lo spirito era rafforzato dalla filosofia confuciana. Fin da bambino, il futuro guerriero, veniva educato all’autodisciplina e al sensodel dovere. Egli era sempre in debito con l’imperatore, con il signore e con la famiglia e il principio di restituzione di tale debito era un obbligo morale, detto giri, che accompagnava il samurai dalla culla alla tomba.
Il codice d’onore del samurai non si esauriva, tuttavia, nel principio giri, ma spaziava dal disprezzoper i beni materiali e per la paura, al rifiuto del dolore e soprattutto della morte. È proprio per la preparazione costante all’accettazione della morte che il samurai scelse come emblema di appartenenza alla propria casta il ciliegio: esso stava infatti a rappresentare la bellezza e la provvisorietà della vita: nello spettacolo della fioritura il samurai vedeva il riflesso della propria grandezza e così come il fiore di ciliegio cade dal ramo al primo soffio di vento, il guerriero doveva essere disposto a morire in qualunque momento. Se morte e dolore erano i principali “crimini”, lealtà e adempimento del proprio dovere erano le principali virtù; atti di slealtà e inadempienze erano (auto)puniti con il seppuku (“suicidio rituale”, l’harakiri è molto simile, ma è un’altra cosa...). Il codice d’onore del samurai è espresso, dal XVII secolo, nel bushido (“via del guerriero”), codice di condotta e stile di vita riassumibile nei sette princìpi seguenti:
- 義, Gi: Onestà e Giustizia Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell’onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
- 勇, Yu: Eroico Coraggio Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.
- 仁, Jin: Compassione L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.
- 礼, Rei: Gentile Cortesia I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.
- 誠, Makoto o 信, Shin: Completa Sincerità Quando un Samurai esprime l’intenzione di compiere un’azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l’intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di “dare la parola” né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.
- 名誉,Meiyo: Onore Vi è un solo giudice dell’onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.
- 忠義, Chugi: Dovere e Lealtà Per il Samurai compiere un’azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.
Che i Samurai, nei tanti secoli della loro storia, si siano sempre e comunque attenuti a questi princìpi, è un elemento di certo secondario, né tantomeno spetta a noi il compito di ergerci a giudici. Ciò che rimane indelebile e si manifesta in tutta la sua grandezza è invece lo spirito autentico e “romantico” di un’etica guerriera (ma non solo guerriera) fondata sul rispetto, l’onore, la lealtà, la fedeltà, il coraggio e l’abnegazione: valori che furono incarnati da molti samurai i cui nomi sono stati – a buon diritto – consegnati alla storia. E in una società che sembra aver smarrito la bussola, sempre timorosa (finanche di se stessa), l’etica samurai potrebbe rappresentare un ausilio, una salda coordinata per un recupero dell’autocoscienza e della padronanza di sé; sicuramente un ottimo strumento per il rifiuto di un’esistenza meschina ed esclusivamente materiale e per una riscoperta del proprio spirito. Lo stesso spirito che animò i “guerrieri-poeti” i quali, grazie alla lama della loro spada e al tenue turbinare dei fiori di ciliegio, seppero coniugare sapientemente Poesia e Azione.
«Tra i prodigi mandati dagli dèi si annovera una grande cometa che apparve per sette notti consecutive dopo l’eccidio di Cesare, ben visibile in cielo, e che quindi scomparve. I raggi stessi del sole si oscurarono: per tutto quell’anno il suo disco si alzò pallido e smorto al mattino, ed emanò un calore fioco e tenue. L’aria, essendo debole il tepore che di solito la rarefà, si mantenne caliginosa e pesante; i frutti maturarono a mezzo e rimasero imperfetti, avvizzendo tristemente per il freddo dell’atmosfera»
(Plutarco, Cesare, 69,4)
(Vincenzo Camuccini, Morte di Giulio Cesare, 1798)
Le famigerate Idi di marzo, secondo le numerose fonti antiche, furono precedute e seguite da presagi straordinari quanto infausti. Al di là dell’attendibilità di questi avvenimenti, quel che è certo è che per gli storici contemporanei l’assassinio di Cesare rappresentò un evento epocale, un punto di non ritorno che avrebbe avuto conseguenze immani. Il dittatore, nonostante le continue segnalazioni di trame e congiure a suo danno, non si mostrava eccessivamente preoccupato per la sua incolumità, tanto che congedò la sua più che affidabile scorta personale di soldati spagnoli. In effetti Svetonio ci tramanda che Cesare ripeteva spesso che «la sua sopravvivenza fisica non era di suo personale interesse, al contrario interessava soprattutto la Repubblica. […] La Repubblica – precisava –, se a lui fosse accaduto qualcosa, sarebbe precipitata in guerre civili di molto più gravi delle precedenti» (Cesare, 86,2). Parole profetiche, senza dubbio. Cesare credeva quindi che nessuno si sarebbe azzardato ad assassinarlo proprio perché – se si esclude il solenne giuramento del Senato di vegliare sulla sua persona – ciò avrebbe comportato lutti e tragedie di entità catastrofiche.
Eppure chi avrebbe gettato Roma nel baratro pur di vederlo morto c’era, c’era eccome! In particolare due: Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto.
Cassio aveva scelto nel 49 di schierarsi a fianco di Pompeo ma, dopo Farsalo, fu perdonato dalla clementia di Cesare. Questi gli affidò comunque cariche di governo, in virtù della sua politica di trasversalità e intesa al di là delle fazioni. Sembra proprio che Cassio, che fu il promotore della congiura, agisse più per rancori personali che non per difendere le istituzioni repubblicane: «Bruto mal sopportava la dittatura, Cassio invece il dittatore» (Plutarco, Bruto, 8,6).
Bruto (in foto), al contrario, fu cooptato in un secondo momento dai cospiratori, giacché a Cassio serviva un leader che fosse super partes. E chi meglio del discendente di quel Bruto che anticamente aveva scacciato i re da Roma instaurando la Repubblica? E infatti l’indeciso Bruto, graziato anch’egli dalla clementia di Cesare e a lui molto legato (si diceva fosse suo figlio), fu infine vinto dalla pressione psico-ideologica dei congiurati: d’altronde lo stesso Cesare diceva «Bruto non sa quel che vuole, ma lo vuole fortemente» (Ibidem, 6,7).
Il mito di Bruto ha poi assunto nei secoli un’immagine bifronte: il liberatore e il traditore. Per fare alcuni esempi, Dante lo condannò irrevocabilmente, inserendolo assieme a Giuda e allo stesso Cassio nella Giudecca, ove Lucifero in persona lo straziava nelle fauci di una delle sue tre teste (Inferno, XXXIV 61-67). L’Alighieri lo condanna dunque come il peggiore dei traditori, come colui che ha attentato all’autorità imperiale, incarnata da Cesare, il «primo prencipe sommo» (Convivio, IV 5,12). William Shakespeare, al contrario, lungi dal farne un volgare assassino, lo dipinse nel suo Julius Caesar come «il più nobile tra i Romani», colui che dunque opera e agisce per il supremo bene della Repubblica. Durante gli anni turbolenti della Rivoluzione Francese, inoltre, Bruto assurgerà all’archetipo del tirannicida, l’uomo saggio e moralmente impeccabile che combatte disinteressatamente per la libertà.
Il Bonaparte, tuttavia, dettò parole lucide e profonde durante il suo esilio a Sant’Elena: «Immolando Cesare, Bruto ha obbedito a un pregiudizio educativo che aveva appreso nelle scuole greche. Lo assimilò a quegli oscuri tiranni delle città elleniche che, col favore di qualche intrigante, usurpavano il potere. Non volle vedere che l’autorità di Cesare era legittima perché necessaria e protettrice, perché era l’effetto dell’opinione e della volontà del popolo» (Précis, op. cit., p. 218).
Bruto, questo personaggio così psicologicamente complesso, subisce tutta la pressione del nome che porta e della sua parentela con l’integerrimo (ma fino a un certo punto…) Catone. E, d’altronde, la sua immagine idealizzata cozza irrimediabilmente con la sua condotta, che addirittura un Cicerone, quanto mai sbigottito, stigmatizzò velatamente ma inequivocabilmente in una lettera al suo amico ed editore Attico: Bruto infatti praticava spudoratamente l’usura a tassi d’interesse esorbitanti ai danni dei provinciali dell’Oriente romano (Lettere ad Attico, V 21). Insomma, colui che a Roma amava farsi distinguere per austerità e integrità morale non razzolava poi tanto bene…
Ad ogni modo, tutti gli storici e biografi antichi (eccetto Velleio Patercolo e Nicola Damasceno), i quali facevano parte dell’aristocrazia senatoria, condannano la svolta autoritaria di Cesare, con Svetonio che addirittura afferma che il conquistatore della Gallia fu «legittimamente ucciso» (Cesare 76,1: iure caesus). Cesare, tuttavia, non era uno sciocco: a dispetto di una tradizione che lo vuole tutto proteso a dichiararsi re, egli ben sapeva che le parole più impopolari a Roma erano rex e regnum; e mai avrebbe praticato questa via altamente impolitica, ma al contrario dilatò il concetto giuridico di dittatura (che a Roma era una magistratura legittima, benché temporanea e commissaria), rendendola perpetua. La struttura di città-stato dell’Urbe era ormai obsoleta e inadatta a sostenere il gravoso peso di un impero così imponente; e tantomeno poteva farsi carico dell’amministrazione di questa nuova realtà un’avida cricca di latifondisti senza scrupoli (Carcopino la definì una «aristocrazia criminale», p. 550). Alla fine riuscirà Augusto a escogitare una felice sintesi grazie all’istituzione del Principato.
Per capire veramente la causa di tanto odio nei suoi confronti da parte dei cospiratori, è necessario illustrare – seppur per accenni – la grandezza, la profondità e la lungimiranza di quella che Carcopino, nell’ultimo capitolo del suo César, chiamò a ragion veduta «La rivoluzione di Cesare».
Ebbene, grazie alle sue riforme in favore del popolo, «egli realizzò l’unità materiale della plebe, e da quel momento si sforzò di darle anche l’unità morale che l’avrebbe schierata volontariamente, come un sol uomo, al suo fianco» (p. 543); nel suo maestoso disegno di trasversalità e sinergia di forze «volle spegnere la lotta tra le classi» (p. 549), conciliando «le tendenze antagoniste nell’interesse superiore dello Stato» (p. 550). Cesare non ripropose però la consueta prassi demagogica della precedente politica popolare, sostituendo «la tirannia degli umili a quella dei grandi, riconoscendo tutti i diritti e tutte le virtù a una plebe eterogenea, dilaniata dagli egoismi, depravata dall’ozio e dalle sportulae: la sua politica nei confronti dei proletari sarà una rigenerazione morale oltre che un miglioramento materiale» (p. 551), giacché «a Cesare stava a cuore non soltanto la felicità ma anche la dignità della plebe: invece di degradarla con le elemosine preferiva nobilitarla con il lavoro» (p. 556). Egli quindi «esigeva da tutti lo stesso sforzo per la prosperità comune e per la grandezza del popolo romano, al quale la sua sovranità destinava il governo del mondo» (p. 560). E in effetti «la continua, ossessionante preoccupazione di Cesare fu di mettere Roma all’altezza della missione imperiale, che ormai non poteva più rifiutare senza rischiare la dissoluzione» (Ibidem).
Anche sotto il punto di vista culturale, Roma doveva diventare la nuova capitale delle arti e delle scienze superando in prestigio Atene e Alessandria. A tal fine mobilitò esponenti della fazione avversa come Varrone e Cicerone: «Grazie a Cicerone, Cesare, che aveva già fatto dell’Urbe il centro del classicismo artistico, creò in letteratura l’umanesimo greco-romano che ancora emana la sua luce. Trasferì a Roma la fiaccola di una missione civilizzatrice, quasi per giustificarsi di averle affidato lo scettro dell’universo» (p. 579). Gli imponenti progetti urbanistici e le fondamentali leggi che promulgò si mossero dunque in tal senso: «Cesare volle diventare l’unificatore non delle terre romane, conquistate già da tempo, ma delle popolazioni che le abitavano. E tentò di unirle fra di loro avvicinandole tutte al tipo di vita a cui educava il popolo romano» (p. 584). E così le monete di ottima qualità, da lui recentemente fatte coniare, e la riforma del calendario saldarono le numerose genti dell’ecumene romana in quella che è la superba e magnifica opera di Cesare: l’Impero.
Ma tutto ciò non poteva che essere ostacolato dall’ingordigia e dall’invidia di una certa classe politica corrotta e decadente, erede deforme dei virtuosi nobili che in passato avevano reso grande Roma. E infatti i cospiratori affilarono ben presto le lame del tradimento.
Le dinamiche del cesaricidio sono note: alle Idi di marzo del 44, nella Curia di Pompeo, Cesare fu assassinato dai congiurati guidati da Bruto e Cassio con ventitré pugnalate. Ma i “liberatori” (così si proclamavano) avevano commesso un gravissimo errore: non avevano eliminato Marco Antonio, fedele di Cesare, quasi il suo alter ego. Cicerone (in foto), che aveva collaborato con Cesare (si veda la “compromettente” Pro Marcello), aveva lodato il progetto della congiura, restandone però fuori (ben inteso!), lontano da Roma addirittura; ebbene, il doppiogiochista Cicerone aveva caldeggiato – così come Cassio – l’eliminazione di Antonio, ma Bruto, che voleva apparire come un “liberatore” e non come un vile assassino, si era rifiutato. L’Arpinate scriverà poi che i cesaricidi avevano agito «con coraggio da veri uomini, ma con cervello da bambini» (Lettere ad Attico, XV 4,2). E non aveva torto.
Non appena assassinato Cesare e con gli altri senatori fuggiti per il terrore, Bruto e compagni infatti, senza sbarazzarsi del cadavere, salirono sul Campidoglio agitando i pugnali insanguinati verso una folla che non c’era (le strade erano deserte); giunti poi alcuni senatori e cittadini, Bruto ascese ai rostri cianciando di un’astratta “libertà” di fronte a un popolo interdetto. Antonio frattanto, avendo compreso la totale indecisione dei congiurati sul da farsi, arrivò al Foro patteggiando un’amnistia per i cesaricidi, a condizione che i provvedimenti del dittatore non fossero toccati e che si tenessero pubbliche esequie con tutti gli onori per Cesare.
A questo punto Antonio, con due abilissime mosse, ribaltò la situazione. In principio lesse pubblicamente il testamento del Divo Giulio, in cui erano registrati enormi lasciti in favore del popolo romano (i giardini vicino al Tevere e un legato di 300 sesterzi a testa), e in cui erano nominati tra gli eredi “secondi” alcuni dei congiurati. Successivamente si svolse il sontuoso funerale in Campo Marzio, durante il quale lo scaltro Antonio, nella consueta orazione encomiastica, mostrò alla folla commossa il corpo vulnerato di Cesare e la sua veste lacerata dalle proditorie pugnalate. Esasperato dal macabro spettacolo, il popolo, al grido di «uccidete gli assassini!», apprestò il rogo per l’apoteosi del cadavere, «alimentò le fiamme gettandovi dentro fascine, e i banchi e gli sgabelli delle tribune, e gli oggetti portati in dono. I musicisti e gli attori, inoltre, strappatesi di dosso le vesti che avevano preso per l’occasione dai corredi dei trionfi, le gettarono nelle fiamme. I veterani delle sue legioni vi buttarono le armi che portavano per la cerimonia, e le matrone persino i loro gioielli e le “bulle” e le preteste dei loro figlioli. Tutti gli stranieri, associandosi a quell’immenso lutto, fecero le loro lamentazioni intorno al rogo, ciascuno secondo le proprie usanze, e in modo particolare i Giudei, che continuarono a ritornare numerosi, per parecchie notti di seguito, sul luogo del funerale» (Svetonio, Cesare, 84,3). La pittoresca descrizione di Svetonio ci testimonia, come poche altre, il grande amore che il popolo romano (ma non solo) nutriva per il Divo Giulio.
Terminato il funerale, la folla inferocita, impugnati tizzoni ardenti dallo stesso fuoco del rogo, si diresse alle lussuose dimore dei cesaricidi, i quali fuggirono dall’Urbe. «In seguito il popolo alzò nel Foro una colonna di marmo numidico alta quasi venti piedi con l’iscrizione “Al padre della patria”. E in quel luogo per molto tempo continuò a offrire sacrifici, a fare voti e a dirimere controversie giurando nel nome di Cesare» (Ibidem, 85). Successivamente venne murata la Curia di Pompeo (il luogo dell’assassinio) e alle Idi di marzo, ribattezzate «il giorno del parricidio», non fu più possibile convocare sedute del Senato.
Questo, dunque, l’abisso che separa Giulio Cesare dai “liberatori”. Sempre Canfora inoltre, sul «Corriere della Sera» del 4 gennaio 2007, firmò un articolo dal titolo Cesare e i Falsi Liberatori, mentre il grande latinista Luca Canali scrisse a buon diritto, sulle colonne del «Giornale», che Cesare era «un gigante abbattuto da alcuni “piccoli uomini”». Ma gli dèi non lasciarono invendicato il loro figlio prediletto. A tal proposito non possiamo non citare l’ultimo paragrafo della biografia svetoniana che, con raffinata destrezza letteraria, ci illustra l’ineluttabile sorte dei cesaricidi: «Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì di morte naturale. Furono condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcuni si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare [si noti il contrappasso]».
Questo fu Gaio Giulio Cesare: politico geniale, grandissimo generale, oratore e scrittore di straordinario talento (lo stesso Cicerone ne aveva tessuto più volte le lodi); amato dai soldati per le sue virtù guerriere, adorato dal popolo per la sua generosità, odiato dagli oligarchi per averne indebolito i privilegi. Il suo carisma, il suo carattere, la sua volontà di potenza divennero prima leggenda e poi mito. Per rendere l’idea dell’imperituro e avvincente fascino di questo mito, credo sia eloquente il fatto che alle Idi di marzo, a più di duemila anni di distanza, ancora oggi, la gente comune si reca al Foro romano – quasi come in mistico pellegrinaggio – per deporre fiori e omaggi presso il Tempio del Divo Giulio (in foto).
A questo punto non possono non ritornare alla nostra memoria le vibranti parole del Marc’Antonio shakespeariano – magari impersonato dal giovane Marlon Brando nella trasposizione cinematografica del 1953 – il quale, al termine della sua celeberrima orazione, esclamò a piena voce: «Lui era un Cesare! Ne avremo mai un altro?!».
(J. L. Mankiewicz, Giulio Cesare, 1953: orazione di Marco Antonio)
Note bibliografiche per le citazioni dalle opere moderne
Précis des guerres de César par Napoléon, écrit par M. Marchand sous la dictée de l’Empereur (1819), Paris 1836. Th. Mommsen, Storia di Roma antica [1854-6], trad. it., 3 voll., Sansoni, Firenze 1960. J. Carcopino, Giulio Cesare [1936], trad. it., Bompiani, Milano 2006 (€ 11,00). A. Ferrabino, Nuova Storia di Roma, 3 voll., Roma 1959. L. Canfora, Giulio Cesare: il dittatore democratico, Laterza, Roma-Bari 1999 (€ 8,00).
IV. La guerra civile continua: resistenza od oltranzismo?
Cesare, trovato Pompeo assassinato ad Alessandria, si schierò nella contesa dinastica tra il piccolo Tolomeo XIII e Cleopatra, sua sorella maggiore e moglie, che le fonti descrivono come coltissima e ammaliante. Dalla relazione del generale romano con la regina d’Egitto, inoltre, nacque Tolomeo XV, più noto come Cesarione (cioè ‘Cesaretto’). Tale scelta di Cesare è comunemente indicata come un errore, ossia l’essersi cacciato nella cosiddetta “trappola alessandrina”: «Una delle guerre più difficili, in una posizione sfavorevole e in una stagione poco clemente» (Svetonio, Cesare, 35,1). Con pochi uomini, con scarsi mezzi di difesa e lontano dai rifornimenti, Cesare subì un assedio lungo e logorante. Alla fine però la spuntò e fece di Cleopatra l’unica sovrana d’Egitto e poté così partire per la Siria. Il dato rilevante del bellum Alexandrinum, benché affrontato con una strategia più che discutibile, fu che Cesare, supportando Cleopatra e rendendole il regno, riuscì a rovesciare la clientela pompeiana instaurandovi la propria, vieppiù in uno Stato geopoliticamente nevralgico, giacché l’Egitto rappresentava il “granaio dell’impero”, fondamentale per l’approvvigionamento di Roma stessa.
E Cesare, in questa fase della guerra civile, si preoccupò proprio di ridisegnare la mappa delle clientele orientali a seguito della débâcle pompeiana: non marciò, infatti, contro Catone in Africa, ma rivolse le insegne alla Siria. Di qui dovette poi muovere contro Farnace II in Ponto. Questi era il figlio del temibile Mitridate VI che, dopo l’annessione del Ponto a Roma, aveva ricevuto il piccolo regno del Bosforo Cimmerio (l’odierna Crimea). Farnace dunque, durante la guerra civile, si era spinto in alcuni territori del vecchio regno paterno, occupandoli. Cesare, che non poteva permettere un simile affronto a Roma e non poteva certo perdere la faccia di fronte ai suoi clienti, lo affrontò a Zela. Strategia esemplare per rapidità ed esecuzione, vittoria agevole, Cesare ne sintetizzò la gloria in tre parole: Veni vidi vici, «venni vidi e vinsi».
Il vincitore di Pompeo poteva ora rivolgersi all’Africa, dove la factio guidata da Catone si stava attrezzando per la riscossa.
Ma prima di fare ciò dové rientrare a Roma, dove alcuni veterani stavano reclamando a gran voce le ricompense promesse per Farsalo. Bastò una parola a riaccendere l’orgoglio degli ammutinati: li chiamò Quirites, cioè ‘cittadini’, ‘civili’, ‘borghesi’. «Con quella parola Cesare li separava da sé, dalla sua fortuna, dal suo destino di vittoria, in cui credevano!» (A. Ferrabino, Nuova Storia di Roma, vol. III, Roma 1959, p. 92). Si riarruolarono tutti e partirono con lui per l’Africa.
Qui la factio si era ben riorganizzata, reclutando nuove e numerose truppe, e potendo contare altresì sull’appoggio di GiubaI, re di Numidia. Cesare, in attesa dei rinforzi che tardavano ad arrivare, temporeggiò arroccandosi a Ruspino. Iniziò così una guerra psicologica sia verso i suoi che contro i nemici. E gli effetti non si fecero attendere: molti Numidi e Getùli, debitori in passato di Gaio Mario, defezionarono allorché seppero che era il nipote di Mario che essi combattevano. Riportiamo inoltre due aneddoti: in quel frangente era comandante dell’esercito “pompeiano” Quinto Metello Scipione Nasica, suocero dello stesso Pompeo, tra i più influenti capi ottimati ma generale mediocre; Catone tuttavia ricordò che un’antica profezia stabiliva che il nome degli Scipioni dovesse rimanere invitto in Africa, sicché Cesare, sempre attento a questi particolari fondamentali, al fine di rincuorare e galvanizzare i suoi, «teneva vicino a sé, nel campo, un membro discreditatissimo della gens Cornelia [quella degli Scipioni], un tale soprannominato Salvitone per il suo indegno modo di vivere» (Svetonio, Cesare, 59). Prima di affrontare le truppe di Giuba, poi, gonfiò a tal punto il loro numero che i suoi ne rimasero terrorizzati; ma all’apparire dell’armata sul campo di battaglia, i soldati si rianimarono e imbaldanzirono alla vista di un contingente così inferiore alle loro aspettative (Ibidem, 66).
Arrivati finalmente i rinforzi, venne lo scontro decisivo a Tapso (6 aprile 46). Ancora una volta, le reclute dell’esercito “pompeiano” furono sopraffatte dalle legioni cesariane. Giuba e Scipione caddero, mentre Catone, rifugiato a Utica, non appena seppe della disfatta, lesse per l’ultima volta il Fedone di Platone (che tratta dell’immortalità dell’anima) e si diede quindi stoicamente la morte (in foto).
Cesare poté dunque far ritorno a Roma, tra l’euforia del popolo, celebrando tutti i suoi trionfi, che erano stati rimandati a causa della guerra civile. Si impegnò ovviamente nell’amministrazione di Roma e dell’impero con riforme importanti. Elargì sostanziose somme di denaro ai veterani e ai cittadini tutti, diede inizio ad un sontuoso piano edilizio, allestì spettacoli magnifici (tra cui una naumachia), adattò la burocrazia alla nuova realtà amministrativa, varò provvedimenti in favore della plebe (come il potenziamento delle assemblee popolari) e – non ci si stancherà mai di enfatizzarne l’importanza – riformò il calendario (che è sostanzialmente il nostro, con i dovuti ritocchi di papa Gregorio XIII), grazie ai calcoli elaborati dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria. Basò inoltre la sua politica sulla clementia, perdonando i suoi antichi avversari, affidando loro cariche rilevanti e compiti di governo. Ad esempio commissionò al celeberrimo erudito Varrone, comandante pompeiano a Ilerda, l’ambiziosissima istituzione della prima biblioteca pubblica greco-latina a Roma (il tutto però saltò, e il progetto fu realizzato da Augusto). «Mobilitare le forze migliori al di là dello schieramento di partito è l’architrave della prassi politica cesariana» (Canfora, op. cit., p. 197).
Le forze “pompeiane”, tuttavia, si stavano riorganizzando ancora una volta in Spagna. I figli di Pompeo e Labieno, infatti, erano intenzionati a combattere sino alla fine. Cesare dovette dunque organizzare un’altra spedizione (l’ultima) nell’interminabile guerra civile. La battaglia finale avvenne a Munda (17 marzo 45). In posizione sfavorevolissima, ma contando sul fattore sorpresa, Cesare riuscì infine a vincere, grazie inoltre al decisivo valore della leggendaria X Legione. Tuttavia questa fu l’occasione in cui il dittatore credé veramente di dover soccombere, tanto che stava per suicidarsi. Ma gli dèi si dimostrarono nuovamente dalla sua parte. Morirono Tito Labieno, combattendo (Cesare gli riservò tutti gli onori), e successivamente Gneo Pompeo il Giovane, mentre l’unico che si salvò fu Sesto Pompeo (sarà in seguito un implacabile avversario di Ottaviano).
Da allora Cesare fu «per sei mesi il padrone del mondo» (Napoleone, Précis, op. cit., p. 207).
III. Cesare contro Pompeo: guerra civile e “titanomachia”
«Guerre atroci più che civili sui campi dell’Emazia io canto, la violenza fatta legge e il possente popolo che la destra vittoriosa armò contro se stesso, e gli eserciti fratelli d’uno stesso sangue e le comuni nefandezze, sciolti i nodi d’ogni amistà, cui si abbandonarono le forze del mondo sconvolto, levando ostilmente insegna contro insegna, aquila contro aquila, dardo contro dardo»
(Lucano, Farsaglia, I 1-7)
Scaduto il proconsolato, Cesare richiese la sua designazione a console per il 49, da effettuarsi però in assenza da Roma, poiché ciò avrebbe comportato la presentazione della candidatura da privato cittadino, privo cioè delle sue legioni. La factio, attenendosi alla legge, rifiutò seccamente la proposta del generale. Cesare temeva che, una volta giunto nell’Urbe in veste di privato, sarebbe stato braccato dai suoi nemici (che non erano affatto dei santi… anzi!) e trascinato in tribunale (le accuse sarebbero state anche legittime e fondate), consumandosi così una sorta di “golpe bianco” ai suoi danni (ipotesi assai probabile). Le due legioni pompeiane accampate nei pressi di Roma, d’altronde, non facevano presagire nulla di buono.
La situazione ormai critica fu dibattuta nella seduta del Senato del 1° dicembre del 50. Il tribuno della plebe Scribonio Curione (uomo di Cesare) presentò dunque la proposta più sensata, che in verità quasi tutti auspicavano: «Giacché le armi di Cesare fanno paura a qualcuno, ma anche l’egemonia e le legioni di Pompeo fanno paura ad altri, propongo che entrambi congedino i loro eserciti. Questo restituirà libertà alla politica» (Cesare, La guerra gallica, VIII 52,4). La proposta in effetti ebbe un’eco più che positiva, con 370 voti favorevoli contro appena 20 (o 22) contrari.
Gli ottimati, sonoramente messi in minoranza, con i consoli designati per il 49, si diressero dunque da Pompeo (loro novello alleato in chiave anti-cesariana) accampato fuori dal pomerio, chiedendogli di intervenire contro la proposta di Curione (ormai approvata dal Senato!). Non solo: a seguito dell’elezione dei due consoli Lentulo Crure e Claudio Marcello (i due candidati succitati), una prolungata seduta del Senato assunse toni “terroristici”, con le armate di Pompeo che sostanzialmente piantonavano la seduta stessa, e con l’inaudito annullamento del veto tribunizio. Paradossalmente (ma fino a un certo punto…) sono proprio i consoli, ossia i supremi custodi della legge, ad agire illegalmente: «Naturalmente il presupposto (indimostrabile) dei suoi avversari [di Cesare] era che lui fosse già fuori della legalità: solo questo poteva giustificare parole e comportamenti così brutali (Canfora, Cesare, op. cit., p. 157)».
A questo punto Cesare, costrettovi dalla ferocia della factio, è a un bivio: o la resa o la marcia su Roma. E, ancora una volta, come sempre fedele al suo carattere, il 10 gennaio Cesare attraversa il Rubicone in armi: «Avanti, per quella strada sulla quale ci chiamano i prodigi degli dèi e l’ingiustizia dei nostri nemici. Il dado è tratto!» (Svetonio, Cesare, 32).
È dunque lui a rompere gli indugi, a muovere guerra a Pompeo e ai legittimi – benché indegni – consoli. Ma mai come in questo caso valse l’aforisma di Montesquieu «il vero autore della guerra non è colui che la dichiara, ma colui che la rende necessaria».
Ebbe così inizio uno scontro tra titani: Pompeo e Cesare. Due uomini eccezionali, due personalità così simili nel carattere e nel carisma, e così legati da un’alleanza politica e dalla stessa parentela, poiché Pompeo aveva sposato Giulia, la figlia di Cesare, tra cui nacque un appassionato, tenero e sincero amore: alla morte di Giulia per parto (morì anche la loro figlioletta), Pompeo sofferse enormemente, e l’ultimo vincolo che univa ancora i due contendenti venne meno. Erano due uomini destinati a primeggiare, a cui il fato aveva indicato una via cosparsa di potere e gloria. L’unico problema è che vissero nella stessa epoca: il mondo non poteva contenerli.
Ma la guerra tra Cesare e Pompeo non fu soltanto la conflagrazione tra due uomini votati al dominio del mondo, ma fu anche lo scontro tra due diverse concezioni di Stato: Eduard Meyer (1855 – 1930) ne scrisse un’opera memorabile, cioè la Caesars Monarchie und das Principat des Pompejus (La monarchia di Cesare e il principato di Pompeo, 1918), in cui lo storico tedesco confronta il progetto di monarchia universale del primo con il Principato del secondo, ossia l’egemonia di un primus inter pares fondata sull’auctoritas, disegno poi sostanzialmente realizzato da Augusto.
Ma torniamo a noi. Cesare parte con sole cinque coorti all’assalto del mondo, in attesa del resto delle truppe scelte per la spedizione, marciando rapidamente sull’Urbe. Pompeo, al tempo delle trattative, a coloro che temevano Cesare, aveva affermato un po’ presuntuosamente «non preoccupatevene. Dovunque batterò il piede in terra sorgeranno schiere di fanti e di cavalieri» (Plutarco, Pompeo, 57,5). Favonio, catoniano doc, una volta intuito il bluff con Cesare in marcia e Pompeo in partenza per la Grecia, gli si rivolse sarcasticamente invitandolo a battere il fatidico piede… Ma i fanti e i cavalieri il vincitore di Mitridate aveva intenzione di radunarli (e in gran numero) a Oriente, dove godeva dell’appoggio incondizionato delle sue clientele.
Un errore madornale di Pompeo fu però quello di abbandonare Roma senza colpo ferire. Eppure le legioni c’erano: sei fedelissime in Spagna (Pompeo ne era pur sempre il proconsole) che potevano giungere nell’Urbe in poche settimane, più le due a Roma. Un suicidio politico-militare inspiegabile, rilevato e parimenti stigmatizzato da Napoleone, Mommsen, Carcopino e Canfora. Cesare, dunque, entrò a Roma per dirigersi subito a Brindisi nel tentativo di impedire a Pompeo di imbarcarsi per la Grecia. Fuggito quest’ultimo, il futuro dittatore approfittò però dell’errore del nemico, rivolgendo le insegne alla Spagna, in luogo di rincorrere Pompeo. Cesare stesso disse infatti ai suoi: «Vado in Spagna a combattere contro un esercito senza generale, per poi marciare contro un generale senza esercito» (Svetonio, Cesare, 34,2).
La Spagna infatti cade, ma la vittoria cesariana non è agevole: l’assedio di Ilerda (odierna Lérida) dura 44 giorni. Le legioni spagnole sono truppe scelte ed esperte ma i generali Afranio e Petreio non possono certo competere con un Cesare. Grazie alla capitolazione della Spagna, il conquistatore della Gallia spezza così l’accerchiamento che Pompeo gli aveva preparato, con le armate iberiche a Occidente e i nuovi coscritti a Oriente. Cesare rientra allora a Roma, viene designato dittatore ed eletto console per il 48, si dirige fulmineamente a Brindisi e, all’inizio di gennaio, fa vela verso la Grecia, cercando lo scontro decisivo con Pompeo.
Anche stavolta le condizioni sono assai svantaggiose per l’erede dei Giuli: numericamente inferiore, con scorte appena sufficienti e tagliato fuori per i rifornimenti, Pompeo può invece contare sull’appoggio delle sue clientele e della flotta che, da una parte, gli offre tutto il necessario e, dall’altra, impedisce il sopraggiungere degli aiuti a Cesare.
Ma prima dell’arrivo di Marco Antonio con truppe e rifornimenti, Cesare si raccolse attorno ai suoi «commilitoni» (così li chiamava!), con i quali si apprestava a far forza alla Fortuna. Non possiamo non riportare un passo di Svetonio (non certo un filo-cesariano) che descrive in maniera esemplare la grande abnegazione delle sue legioni (Cesare, 68):
Al principio della guerra civile i centurioni di tutte le legioni si impegnarono a fornirgli, con i propri risparmi, un cavaliere ciascuno, e i soldati tutti si offersero di prestare servizio gratuitamente, senza ricevere né stipendio né razioni, sovvenendo i più ricchi alle necessità dei più poveri. E in tutto quel periodo di tempo così lungo nemmeno uno di loro lo abbandonò; parecchi, anzi, fatti prigionieri, rifiutarono la vita salva, concessa a condizione che combattessero contro di lui. Sia che fossero assediati o assedianti, sopportavano con tanta pazienza la fame e le altre privazioni a tal punto che Pompeo, durante il blocco di Durazzo, visto con che specie di pane impastato d’erba si sostentavano, disse: “Queste sono belve, non uomini!”. Diede pertanto immediato ordine di nascondere quel pane e di non farlo vedere a nessuno, perché i suoi non rimanessero scoraggiati dalla resistenza e dalla ostinazione del nemico. A provare il valore con cui combattevano i suoi soldati sta il fatto che, dopo l’unico infelice scontro presso Durazzo, gli chiesero spontaneamente di essere puniti, tanto che egli dovette piuttosto confortarli che castigarli. Nelle altre battaglie, nonostante la sproporzione numerica, superarono di gran lunga con facilità le infinite schiere che venivano loro opposte. Una sola coorte della sesta legione, messa a presidio di un fortino, sostenne per qualche ora l’urto di quattro legioni di Pompeo, rimanendo quasi tutta trafitta dall’infinità delle frecce nemiche: nell’interno del recinto ne furono contate ben 130.000. E questo non può far meraviglia se si consideri qualche singolo episodio, come quello del centurione Cassio Sceva e quello del soldato Gaio Acilio, per non dire di tanti altri. Sceva, perduto un occhio, con una coscia e una spalla trafitte, lo scudo perforato da 120 frecce, rimase fermo a guardia della porta del ridotto affidata a lui. Acilio, in un combattimento navale presso Marsiglia, imitò l’esempio di Cinegiro, tramandatoci dai Greci: essendogli stata troncata la destra, con cui tratteneva una nave nemica, saltò a bordo e rovesciò con lo scudo tutti quelli che cercavano di opporglisi.
Questo era il “Cesare soldato”, anzi il “Cesare commilitone”, e le legioni con le quali sfidava il mondo!
E infine venne la battaglia decisiva, e infine venne Farsalo (9 agosto 48).
Una cosa va però detta: Pompeo fu tratto in errore dai suoi alleati, rinunciando a costringere Cesare al logoramento e accettando invece lo scontro nella piana di Farsalo (Tessaglia), lontano quindi dalla flotta, che per lui rappresentava la garanzia della vittoria. Parimenti si può dire delle trattative di intesa tra i due generali (che vi furono fino all’ultimo), vanificate dall’oltranzismo di Catone, dal rancore di Tito Labieno (alter ego di Cesare in Gallia, poi passato alla factio paucorum) e dall’odio viscerale di Domizio Enobarbo. Labieno, tra l’altro, ripeteva che i veterani di Cesare erano per la maggior parte morti, e che il suo esercito era composto essenzialmente da reclute: «È un caso topico di gruppo dirigente tratto in inganno dalla propria propaganda» (Canfora, Cesare, op. cit., p. 201).
Lo stesso Cicerone, che con Cesare aveva sempre intrattenuto rapporti epistolari, si era ormai persuaso che gli uomini della factio agivano non perché mossi da ideali politici, bensì da rancori privati e da speranze di profitti personali. In una lettera ad Attico aveva inoltre scritto che Pompeo «silleggiava», ossia ambiva ad un potere autocratico proprio come Silla, il cui regime dittatoriale tutti avevano temuto. Ad ogni modo Cesare «ha voluto lasciar scritto che, per lui, un accordo è stato possibile fino alla fine e che Pompeo era altra cosa dalla factio, per esempio da Domizio Enobarbo» (Ibidem, p. 204).
La battaglia fu un trionfo e un altro capolavoro militare di Cesare: riuscì a evitare con maestria l’accerchiamento alle ali da parte del soverchiante esercito nemico e, messa in fuga la cavalleria pompeiana, sfaldò le file avversarie che si dispersero. La qualità vinse dunque la quantità: l’armata della factio, che Cesare stimava ammontasse al doppio della sua, cedette il passo. Dopotutto i novellini coscritti da Pompeo erano ben poca cosa rispetto alle legioni che avevano piegato la Gallia. Pompeo, dunque, dannandosi l’anima per aver dato ascolto ai suoi improvvidi alleati, fuggì in Egitto dal re Tolomeo XIII, suo cliente, il quale lo fece assassinare. Cesare però, che rispettava tutti i valorosi, gli rese superbi onori; ecco cosa scrisse Plutarco sulla vicenda: «Giunse ad Alessandria poco dopo l’uccisione di Pompeo e, quando Teodoto gliene presentò la testa, ritrasse lo sguardo inorridito. Nel ricevere poi in consegna l’anello di Pompeo, si mise a piangere» (Cesare, 48,2).
Questo il triste e inglorioso trapasso di un grande uomo che ebbe l’unica sfortuna di avere come avversario Gaio Giulio Cesare.
II. La campagna gallica: la gloria, la leggenda, il mito
«Cesare era tanto affezionato ai suoi soldati che, venuto a sapere della disfatta di Titurio, si lasciò crescere la barba e i capelli senza tagliarli se non dopo aver compiuto la sua vendetta».
(Svetonio, Cesare, 67,2)
La campagna gallica impegnò Cesare per ben dieci anni (il proconsolato gli fu rinnovato nel 54 per altri cinque), e rappresentò per lui una vera palestra militare, nonché il trampolino di lancio per la gloria e la fama presso il popolo romano. Il futuro dittatore si distinse immediatamente per le sue doti belliche, per la sua genialità strategica e per le sue stesse virtù guerriere, tanto da essere amato dai suoi legionari poiché, da primo tra pari, viveva in mezzo a loro, viveva con loro: ne captava gli umori e i malumori, era tanto severo nel punirne le gravi mancanze quanto generoso nel ricompensarne il valore, tanto saggio e moderato durante gli entusiasmi delle vittorie (molte) quanto di conforto e di sprone nelle sconfitte (poche). Il suo appostarsi in prima linea, la sua frugalità nel mangiare, la sua perseveranza nel sopportare le fatiche e gli strazianti ritmi delle marce, il suo essere un soldato tra soldati lo resero quasi leggendario.
Numerosi sono gli aneddoti riportati da Svetonio e Plutarco sul suo valore militare e sul carismatico ascendente che esercitava sui soldati, i quali erano spinti all’emulazione e ai più grandi cimenti. Vale la pena rammentarne due: una volta, attaccato di sorpresa dagli Elvezi, riparò fortunosamente in una piazzaforte, nella quale raccolse e ordinò i suoi legionari in formazione di combattimento; quando però gli fu portato il cavallo, esclamò: «Mi servirà dopo la vittoria, per l’inseguimento. Adesso andiamo all’attacco», e mosse contro i nemici a piedi (Plutarco, Cesare, 18,3). In Britannia accadde invece che alcuni comandanti dell’avanguardia furono oggetto di un agguato nemico che li fece rovinare in una palude fangosa; «un soldato si lanciò però nel folto dei nemici – Cesare assisteva di persona alla battaglia – e, dopo aver compiuto innumerevoli, cospicue prove di coraggio, mise in fuga i barbari, salvò i comandanti e attraversò la palude per ultimo dopo tutti, tra gravi difficoltà, gettandosi nella corrente limacciosa: ne uscì infine a stento, senza scudo, un po’ a nuoto e un po’ a piedi. Cesare e il suo seguito, meravigliati di tanta prodezza, gli andarono incontro con grida di gioia; ma il soldato, assai sconfortato e in lacrime, si gettò ai piedi di Cesare chiedendogli perdono per aver abbandonato lo scudo» (Plutarco, Cesare, 16,5).
La campagna gallica assunse inoltre caratteri epici e da grande epopea, in cui le legioni romane combatterono contro popolazioni remote di cui a malapena si conosceva il nome: Cesare arrivò sino in Britannia a lambire gli estremi confini del Nord, oltrepassò il Reno con un ponte poderoso costruito in pochissimi giorni, la cui sola superba opera bastò a sgominare gli atterriti Germani al di là del fiume. Accumulò inoltre ingenti ricchezze e fece incetta di prigionieri, inviando al popolo romano enormi cifre di denaro e schiavi in abbondanza: il suo nome riecheggiava ormai nelle orecchie di ognuno. Tutto ciò ovviamente destò le più accese invidie tra i membri della factio, e gli stessi Catone e Cicerone non facevano che sperare e attendere la disfatta del generale.
Non mancarono, nell’arco della guerra, le ombre e le atrocità: città e campi messi a ferro e fuoco, stragi immani e spedizioni punitive, che lo stesso Cesare registrò nei commentarii e che Plinio il Vecchio descrisse in maniera circostanziata (Storia naturale, VII 91-99), e che più tardi anche un Goethe lamentò duramente. Ma Cesare, che pur stava conducendo una guerra in una terra vasta e inospitale, si rivelò tanto cinico e spietato con i nemici e i traditori quanto clemente e generoso con gli amici e gli alleati. Egli, dopotutto, non conosceva che la gloria di Roma e la sua personale, la quale seconda doveva necessariamente scaturire dalla prima, e solo a queste rispondeva.
Non possiamo ad ogni modo non citare la più grande battaglia della campagna gallica, in cui Cesare dispiegò tutto il suo genio tattico-militare e in cui si manifestò tutta la tenacia e il valore dalle legioni di Roma: l’assedio di Alesia del 52 (Cesare, La guerra gallica, VII 68-89).
La città di Alesia era situata su un’altura favorevolissima alla difesa nel cuore della Gallia, ed era presidiata dal prode capo arverno Vercingetorìge, forte di circa 80.000 uomini arroccati nel borgo. I Romani contavano invece su circa 45-50.000 legionari. Ma il vero pericolo per le aquile di Cesare era rappresentato da un oceanico contingente pan-gallico chiamato in aiuto da Vercingetorige, stimato in 240.000 fanti e 8.000 cavalieri, che sarebbe dovuto piombare presto alle terga dell’esercito romano. La battaglia era decisiva: o Roma vinceva, tenendo così la Gallia sotto il proprio dominio (ipotesi più che improbabile!), oppure, annientate le legioni cesariane, i Galli avrebbero recuperato la libertà.
Cesare, fortemente preoccupato dalle truppe galliche in arrivo, escogitò e fece approntare un sistema di fortificazioni di dimensioni mastodontiche, mai viste prima (in foto). Fece edificare una «controvallazione» interna di circa 15 km (sic!) di lunghezza, al fine di fiaccare gli uomini di Vercingetorige mettendoli così di fronte a una scelta: la resa (poco onorevole), l’abbandono della roccaforte per un attacco frontale (sconsigliabile, vista la superiorità tecnica dei Romani) o la morte per inedia (ipotesi davvero infausta). Ma soprattutto attese alla costruzione della «circonvallazione» esterna, atta all’arginamento del contingente pan-gallico, lunga circa 21 km (sic!!!). Questo doppio sistema di fortificazioni aveva il chiaro intento di impedire il congiungimento degli assediati con i 250.000 in arrivo: un’eventualità che avrebbe ineluttabilmente segnato il destino dei Romani. Erano stati inoltre attrezzati fossati con trappole, fortini, ridotte, torri di guardia e quant’altro fosse utile alla difesa: un’opera decisamente monumentale!
Di fronte all’impari confronto tra le forze in campo, Catone e Cicerone (ma adesso anche Pompeo) gongolavano per l’ormai imminente disfatta di Cesare. Ma il destino era dalla parte del figlio di Venere. In una battaglia epocale, infatti, le legioni di Roma, al termine di una strenua ed eroica resistenza, sbaragliarono l’imponente esercito gallico, coprendosi di eterna gloria. I 250.000 si dispersero permettendo alla cavalleria romana di farne grande strage, mentre Vercingetorige si arrese consegnando le armi al proconsole (in foto). La fama di Cesare era ora all’apice, a Roma non si parlava d’altro che delle sue armate invincibili. E l’invidia, mista al timore, corrose l’animo dei suoi nemici, vecchi e nuovi.
Durante il periodo finale del mandato proconsolare, Cesare si limitò dunque a pacificare definitivamente la Gallia. Ma ora un’altra minaccia si prospettava all’orizzonte dell’intrepido generale: una minaccia che non era fatta di fanti e cavalieri, di scudi e lance, bensì di intrighi e complotti, di macchinazioni e subdole congiure. Tutti gli avversari di Cesare, infatti, si stavano febbrilmente adoperando per eliminarlo.
«Cesare fu un uomo completo solo perché, come nessun altro mai, seguì le correnti del suo tempo e portò con sé come nessun altro l’energia e la fermezza della nazione romana e le sue solide virtù civili; come pure il suo ellenismo altro non era che quello da tempo innestato nella nazionalità italica. Appunto in ciò sta la difficoltà, si potrebbe dire l’impossibilità, di fare un’esatta descrizione di Cesare. Come il pittore può dipingere tutto, fuorché la bellezza perfetta, così lo storiografo che incontra ogni mille anni, una sola volta, una perfezione non può che tacere».
(Th. Mommsen, Römische Geschichte [1856], trad. it., vol. II, Firenze 1960, p. 1103)
Queste le parole di Theodor Mommsen (1817 – 1903), illustre esperto di diritto romano e il più grande storico di Roma antica, nonché Premio Nobel per la Letteratura nel 1902, di cui fu il primo tedesco vincitore, e di cui tuttora detiene il primato per averlo vinto grazie a un’opera storiografica (la sua Storia romana per l’appunto). Di fatti il suo è sì un monumentale lavoro storico, ma è soprattutto un capolavoro letterario, come stanno a dimostrare il suo grande successo nei decenni e il sempre giovane vigore di una storiografia capace di dar vita a uomini ed eventi così lontani nel tempo.
Il grande amore del Mommsen fu proprio Gaio Giulio Cesare (100 – 44 a.C.), il cui busto non poteva mancare sul suo scrittoio allorché fu ritratto nel celebre dipinto di Ludwig Klaus (1881, in foto). Per lo storico di passioni liberali, avverso al conservatorismo di Bismarck, Cesare rappresentò un modello impareggiabile di uomo politico, per il suo supporto al popolo e per il suo “riformismo”, mentre un Cicerone fu per lui il senatore reazionario sostenitore dei privilegi di un’oligarchia parassitaria oramai al tramonto. La citazione iniziale che qui si è scelta è proprio l’affermazione – con toni encomiastici – dell’eccezionalità del Divo Giulio, della sua ineffabilità addirittura.
Ma non fu ovviamente solo Mommsen a essere affascinato dal conquistatore della Gallia: nei secoli, infatti, furono in molti a venerare Cesare con un vero e proprio culto, tra cui numerosi sovrani. Ma su tutti spicca Napoleone Bonaparte (1769 – 1821), il quale si auto-identificò con il generale romano, non tanto per la natura monarchica del suo potere, quanto per l’ascendente sul popolo (cioè la plebs) con cui entrambi avevano un rapporto privilegiato. Ciò traspare in maniera evidente nel Précis des guerres de César (Compendio delle guerre di Cesare, 1819), dettato dall’Imperatore dei Francesi a Marchand durante l’esilio all’isola di Sant’Elena.
Due lavori di indubbio interesse sono poi il César dell’insigne storico Jérôme Carcopino (1936) – ministro durante il Governo di Vichy e per questo temporaneamente incarcerato a Fresnes a seguito della (ri)conquista anglo-americana – e il più recente Giulio Cesare: il dittatore democratico di Luciano Canfora (1999), filologo classico di notevole spessore, di formazione intellettuale marxista. Certamente colpisce il titolo dell’opera di Canfora: tralasciando il complicato concetto di dittatura e la sua eccezionalità giuridica al tempo, il termine democratico, un po’ sensazionale e forse non troppo felice, vuole intendere proprio l’accennato rapporto stretto tra Cesare e la plebe romana.
In effetti non è facile (Mommsen scrisse retoricamente che è impossibile!) spiegare nelle poche righe di un post che cosa è stato Gaio Giulio Cesare e che cosa ha rappresentato. Di certo, conformemente all’aforisma eracliteo «il carattere di un uomo è il suo destino» (fr. 119 Diels), il figlio di Venere (la gens Iulia si faceva risalire a Iulo, figlio di Enea) dimostrò sin dal principio il suo carattere e la sua tempra. Il celeberrimo biografo greco Plutarco affrescò nelle sue Vite parallele veri e propri modelli di virtù e qualità umane, e Cesare – ovviamente affiancato ad Alessandro Magno – incarna quella che in greco si definisce φιλοτιμία (filotimìa = ambizione), ossia la ricerca tenace e caparbia del potere e della gloria, la volontà di forgiare il mondo a proprio piacimento.
I. Il giovane Cesare: da proscritto a console
Nulla conosciamo dei primi anni di vita del futuro dittatore, a causa delle infauste lacune iniziali dei manoscritti che riportano i testi di Svetonio e dello stesso Plutarco. Sappiamo però che Cesare perse il padre all’età di sedici anni, e che giovanissimo si trovò a fronteggiare una situazione critica e potenzialmente esiziale. In quanto nipote di Gaio Mario (il grande generale della fazione popolare, in foto) era nei desideri del dittatore Silla (esponente di punta degli ottimati, il quale aveva sconfitto lo zio in una guerra civile) di eliminarlo. Essendo tuttavia Cesare il rampollo di una delle famiglie patrizie più antiche di Roma, per Silla non fu possibile sbarazzarsi di lui, per lo meno non in modo indolore. A questo punto tentò di umiliarlo: gli impose di ripudiare sua moglie Cornelia, a sua volta figlia di Cornelio Cinna, altro capo popolare sconfitto assieme a Mario. Cesare però – e da qui si evince il suo carattere e il suo coraggio – si rifiutò categoricamente. Silla, esasperato, ne ordinò la morte, che sarebbe stata ineluttabile qualora non vi fossero state le intercessioni delle Vestali e di alcuni sillani (tra cui Aurelio Cotta, altro zio di Cesare). Rassegnato, Silla gridò ai suoi queste profetiche parole: «Abbiatela vinta, e tenetevelo! Un giorno vi accorgerete che colui che volete salvo a tutti i costi sarà fatale alla fazione degli ottimati, che pure tutti insieme abbiamo difeso. Non capite che in Cesare ci sono molti Marî!» (Svetonio, Cesare, 1).
Cesare fu allora costretto a errare in terre lontane: trovò ospitalità presso Nicomede III, re di Bitinia, e, dopo un breve rientro a Roma a seguito della morte del dittatore, soggiornò a Rodi, dove poté affinare la sua formazione culturale presso la locale scuola greca di retorica.
Ma l’epifania del “Cesare politico” si ebbe nel 70, l’anno del consolato di Crasso e Pompeo, i suoi futuri alleati, con i quali avrebbe stretto un importante patto segreto (chiamato impropriamente “triumvirato”). Al termine di quell’anno (il 5 dicembre), Cesare assunse dunque la carica di questore, il primo gradino del cursus honorum (cioè la carriera politica). Ma soprattutto, l’anno successivo (69), gli occorsero due lutti in famiglia: sua zia Giulia, nonché vedova di Gaio Mario, e la sua amata Cornelia. La morte delle due donne offrì a Cesare l’occasione per salire alla ribalta. Durante l’orazione funebre tenuta ai rostri nel Foro, fece infatti sfilare le immagini di Gaio Mario e del figlio Mario il Giovane, volendo con quest’atto significare due cose: la restituzione dell’onore politico alla parte mariana (compromesso da Silla), ma soprattutto la sua ascesa a erede del partito popolare. Nonostante manifestazioni di indignazione da parte di alcuni senatori, «il popolo lo accolse con applausi, come se avesse riportato dall’Ade in città i gloriosi ricordi di Mario» (Plutarco, Cesare, 5,3). Anche l’orazione per la giovane Cornelia (un’innovazione cesariana, giacché gli elogi funebri, in caso di donne, erano riservati alle sole matrone) piacque enormemente al popolo.
Cesare sarebbe riuscito in seguito a condurre alla vittoria la fazione popolare, l’unica dalla quale si poteva sperare una rigenerazione dello Stato romano – oramai adagiato sugli allori della fase terminale dell’imperialismo – preda degli oligarchi avidi di potere e gelosissimi detentori di sconfinate proprietà fondiarie. Ma la grandezza di Cesare fu proprio nel rinnovamento della politica popolare, la quale sino ad allora – dai tribunati dei fratelli Gracchi a Catilina – era stata estremista e intransigente, proponendo redistribuzioni radicali della terra, cancellazioni incondizionate dei debiti e abbandonandosi troppo spesso a una demagogia eccessivamente sfacciata. L’erede dei Giuli, infatti, dapprima declinò le offerte di Lepido, console nel 78, che organizzò un’insurrezione all’indomani della morte di Silla (mal preparata e finita male), e poi, col medesimo fiuto politico, si mise in disparte dalla congiura dello stesso Catilina (63, in foto). Di tale congiura era sì al corrente, non mancarono le proposte, ma Cesare alla fine ne rimase fuori; Cicerone sapeva della sua vicinanza ai congiurati, avrebbe potuto coinvolgerlo nell’accusa, ma non disse niente e lo salvò.
Il futuro dittatore investì poi somme principesche per assicurarsi le sue clientele, il vero motore della politica romana, arrivando ad accumulare ingenti debiti, non negando però mai a nessuno il suo aiuto. Ma, più che delle clientele e dei suoi seppur necessari vincoli di amicitia, Cesare aveva bisogno di una grande vittoria militare che lo potesse coprire di gloria e che fosse in grado di metterlo alla pari con Gneo Pompeo, il più grande generale del tempo. Grazie al patto privato stretto con lo stesso Pompeo e con Marco Licinio Crasso (il cosiddetto “primo triumvirato”, 60), Cesare si proponeva ora come politico di primo piano. In precedenza, prima della stipulazione vera e propria dell’accordo, appoggiò da subito Pompeo nell’assegnazione della guerra da condurre contro i pirati del Mediterraneo – assegnazione osteggiata da numerosi ottimati che non vedevano di buon occhio la grande popolarità di Pompeo. Crasso, dal canto suo, provvisto di risorse economiche da capogiro, si impegnò a saldare gli enormi debiti contratti da Cesare.
I pirati, divenuti oramai una vera spina nel fianco per Roma, furono sconfitti in pochi mesi (67-66) da Pompeo, nonostante la spedizione fosse assai delicata e logisticamente complessa. Subito dopo Pompeo distrusse definitivamente l’acerrimo re del Ponto, Mitridate VI, in quella che passò alla storia come Terza Guerra Mitridatica (66-63) e che sancì l’accorpamento del Ponto alla provincia della Bitinia. Grazie a questi successi militari, Pompeo era all’apogeo della popolarità.
Ma ora era il turno di Giulio Cesare: fu infatti designato console per l’anno 59, con la promessa futura del proconsolato quinquennale in Gallia Cisalpina, Gallia Narbonense e Illirico.
Eletto console, ebbe come collega – emanazione diretta degli ottimati capeggiati da Cicerone e Catone – Marco Calpurnio Bibulo. Cesare non fece attendere le proposte per le sue riforme, in primis quella fondamentale sulla legislazione agraria. Osteggiata come previsto dalla factio paucorum, e oggetto di un aspro dibattito in Senato, Cesare abbandonò seccato la seduta per presentare la legge direttamente al popolo, il quale la approvò entusiasticamente. Il goffo Bibulo, tuttavia, si presentò anch’egli al comizio, adducendo presunte impossibilità sacrali che avrebbero impedito l’adunanza dell’assemblea. Egli si era però dimenticato che Cesare era il Pontefice Massimo, e quindi sovrano in materia di res sacrae (Cesare, ateo e di simpatie epicuree, non sottovalutò mai, da abilissimo politico qual era, l’uso della religione come instrumentum regni). Approvata dunque la legge, Bibulo volle comunque insistere e per questo fu scacciato dal comizio a furor di popolo: un atto gravissimo, ma che la factio non riuscì a tradurre in accusa nelle sedute successive del Senato, a dimostrazione dello strapotere politico dei “triumviri”. A questo punto Bibulo, con una presa di posizione “aventiniana”, si rinchiuse cocciutamente in casa per tutto il resto del mandato, lasciando a Cesare la possibilità di fare il bello e il cattivo tempo. La bizzarra decisione del console suscitò l’ironia di molti (tra cui lo stesso Cicerone), tanto che alcuni cominciarono a datare i documenti non già con i nomi di «Bibulo e Cesare», bensì di «Giulio e Cesare», senza contare le sarcastiche strofette che recitavano «nulla è accaduto, ch’io ricordi, sotto Bibulo».
Al termine del consolato, era comunque giunto il momento della seconda epifania: il “Cesare soldato”.
Dalla prossima settimana l’AVGVSTO inizia la nuova stagione. Si ricomincia con un ciclo di articoli dedicato a Giulio Cesare, che ripercorrerà le tappe dell’inimitabile vita di un uomo straordinario. Dalle prime battaglie politiche alla campagna di Gallia, dalla guerra civile alle Idi di marzo, un’avventurosa epopea che ha edificato un mito imperituro che, ancora oggi, può insegnarci molto.
Coll’estate che avanza e gli esami che non lasciano sosta, è giunto il momento di salutare tutti i nostri lettori, dando loro appuntamento a settembre, pronti per una nuova stagione. Ci sembra inutile tirare somme affrettate su questi primi nove mesi di AVGVSTO, però – come sempre – ringraziamo coloro che ci hanno letto, apprezzato, criticato... riportando quello che hanno detto di noi. Buona estate a tutti!
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