mercoledì 10 febbraio 2010

Intervista a Luca Leonello Rimbotti



Luca Leonello Rimbotti è nato a Milano nel 1951. Laureato in storia contemporanea, si occupa di mito, filosofia e politica nella cultura europea, in special modo tedesca. È autore – tra gli altri – dei volumi
Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona (Settimo Sigillo, 1989), Il mito al potere. Le origini pagane del nazionalsocialismo (Settimo Sigillo, 1992), Globalizzazione (Settimo Sigillo, 2003) e La rivoluzione pagana. Relativismo etnico e gerarchia delle forme (Ar, 2006). Ha collaborato con le riviste «Elementi», «Italicum», «Margini», «Linea», «Diorama letterario», «Trasgressioni».



Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?


Il Sovrumanismo di Nietzsche e Stirner, ma anche le individualità letterarie per così dire «eroiche» del tipo di Byron o William Blake, il Romanticismo anglo-tedesco, certe personalità che incarnano la lotta contro il proprio tempo e hanno il tratto del solitario e visionario precursore – da Herder a Oriani, per intenderci – fino ad ambienti del ribellismo storico, ad esempio l’anarco-squadrismo antemarcia. Poi ci metterei il classicismo dorico, l’estetica pre-raffaellita e in genere il figurativismo ottocentesco, da Friedrich ai Simbolisti al Futurismo... poi hanno avuto grande incidenza sulla mia formazione certi ambiti musicali della mia generazione, legati alla musica hard-rock e heavy-metal, coi loro immaginari rivoltosi e i loro rimandi ai valori tradizionali vissuti come opposizione anti-borghese... ma si potrebbe continuare.


Che cos’è stato sinteticamente il Fascismo, in che modo il suo insegnamento può essere ancora valido oggi, e in che senso te ne senti continuatore?

Il punto a mio vedere di gran lunga più importante del Fascismo è stato il tentativo storico di coniugare la tradizione popolare con la modernità: una nuova considerazione delle masse come soggetto politico, una concezione dinamica della vita e della socialità, un potente mito aggregante e identitario, una volontà di futuro che si sposava senza tante incrinature con la rivendicazione delle più lontane appartenenze, coi simboli antichi, col culto della terra dei padri, con la sacralizzazione della comunità di popolo, etc. Trovo che tutto questo proprio oggi rappresenti qualcosa di vivo, giudico che sia un’ideologia generosa di affratellamento e di fierezza, per cui ogni popolo dovrebbe riunirsi attorno ai propri patrimoni ereditati, così da offrire la maggiore resistenza contro il tentativo in atto di distruggere i legami nazionali a favore di un cosmopolitismo privo di identità e negatore delle differenze. Personalmente, mi sento un modesto ma tenace continuatore di tali valori: e da quarant’anni (da quando pubblicai il mio primo articolo) batto e ribatto sul medesimo tasto di una tenuta strenua sui significati di legame e di identità, poiché penso che, perduti questi, non si avranno più uomini e popoli, ognuno con la propria storia e la propria cultura, ma soltanto individui degradati e popolazioni ammassate a casaccio.


Quali sono gli storici che hanno contribuito secondo te ad una più oggettiva e disinteressata interpretazione del Fascismo?

Quelli classici. De Felice, Nolte, Mosse, poi Acquarone, Salvatorelli, Santarelli, sui quali mi sono formato. Ad essi si sono aggiunti Emilio Gentile, Settembrini, Sternhell, Parlato e pochi altri: ma nessuno di essi ha dato interpretazioni «disinteressate». Molti, anzi tutti, erano e sono in varia misura ostili al fascismo. Ciò non toglie che spunti, idee, metodi siano stati per me di insegnamento. Quando mi laureai, il mio professore mi disse che potevo, anzi dovevo avanzare giudizi di valore: da allora così faccio in ogni mio scritto e diffido di chi si proclama super partes. Non avere opinione su ciò che si scrive – essere dunque disinteressati – non è buona cosa per uno storico...


Quali sono, a tuo parere, le più profonde affinità e differenze tra il Fascismo italiano e il Nazionalsocialismo tedesco?

Sono stati movimenti storici molto più affini che differenti. Entrambi intesi a operare quella unione tra modernità e tradizione di cui dicevamo, entrambi basati su sistemi affini di mobilitazione popolare, su una struttura di partito e poi di Stato molto simile. La differenza sta nelle rispettive caratteristiche nazionali: l’antisemitismo, ad esempio, blando e solo di matrice cattolica in Italia, era in Germania diffuso a livello popolare. La maggiore somiglianza risiede, più che nei sistemi sociali o partitici, a mio parere, nella eguale volontà di operare una rivoluzione antropologica, creando un tipo nuovo di uomo che rompesse la tradizione progressista occidentale e si ricollegasse al mito eroico indoeuropeo: la Romanità e il Germanesimo ebbero questa funzione.


In cosa, secondo te, il Fascismo fu il legittimo erede di Roma antica? La Roma fascista fu veramente la Terza Roma?

Penso di sì. Se furono legittimi altri richiami alla Roma antica – pensiamo ai giacobini, ammiratori della Roma repubblicana, o a Mazzini, o ai poeti risorgimentali... – lo fu a maggior ragione il fascismo, che sui temi della fedeltà alla stirpe, la sacralizzazione della tradizione, l’imperialismo colonizzatore, la socialità corporativa, la gerarchia di rango, il senso del destino, etc. ci impiantò un moderno Stato nazionale. Dopo la Roma antica e quella papalina, davvero quella fascista avrebbe dovuto essere la Terza Roma, per dichiarazione esplicita dei suoi protagonisti: che fosse di cartapesta, grottesca o imbelle come ama dire la storiografia, non saprei. Dopotutto, a parte le gravissime deficienze umane, organizzative, etc. del fascismo, alla coalizione mondiale nemica occorsero diversi anni di guerra totale per abbattere un tale disegno politico... di cartone: o sbaglio? E, a giudicare da quanto se ne scrive ancora oggi, tutto questo ha lasciato una certa traccia nella storia.


Giovanni Gentile è stato definito il «filosofo del Fascismo». Quanto è stato grande, a tuo parere, il suo contributo nell’edificazione del regime fascista?

Gentile era uno dei pochi intellettuali italiani conosciuti a livello internazionale: e altri di questa categoria, come ad es. Pirandello o Marinetti, furono del pari fascisti. Ma il fascismo di Gentile fu piuttosto un liberalismo nazionale radicale. Anche se, dobbiamo dire, la socialità gentiliana aveva un tono non solo conservatore: l’umanesimo del lavoro aveva una sua nobiltà e una sua grandezza, e la sua concezione dell’Io come essere comunitario, la sua indicazione che la comunità nazionale non consiste nella mera cittadinanza, ma nell’unità spirituale, costituiscono un’ideologia di forte presa identitaria. La civiltà del lavoro come compiuta realizzazione dell’Idea ha una sua logica e sul finire Gentile – mi riferisco specialmente a Genesi e struttura della società, del 1943 – colse i rapporti tra liberalismo e anarchismo, rifiutandoli nel nome di una marcata funzione sociale dello Stato. Personalmente ho un po’ rivalutato Gentile per alcuni di questi aspetti: non vedeva il partito rivoluzionario, vedeva lo Stato, d’accordo, ma alla fine fece spazio – da buon hegeliano – a una concezione organica non certo di «destra». Sua fu poi, insieme a Mussolini, la visione del fascismo non come semplice movimento politico, ma come religione, forza dello spirito.


Quali furono i pregi e i difetti del «Fascismo di sinistra»?

I pregi? La volontà politica di eliminare i condizionamenti capitalistici senza distruggere il capitale, che è ricchezza del popolo, l’idea di dare al lavoro il protagonismo sociale, la determinazione di farne un elemento della decisione e non della sola esecuzione della volontà politica. Considerare un’unica classe: il popolo. E dare soltanto a chi vive del suo lavoro – che sia in basso o in alto – dignità e onore sociale. La competenza poi (ad es. in Bottai) era giudicata centrale, quindi niente retorica operaista, ma coscienza che senza gerarchia si fa la fine che ha fatto il comunismo, e che fecero le comuni ottocentesche. Al posto dell’utopia, la concreta concezione dello Stato organico: ognuno al suo posto e tutti a remare dalla stessa parte. I difetti? Non avere avuto una potente referente nel partito. Dopo l’accantonamento di Rossoni (1928) non si ha più un leader del fascismo corporativo. Mussolini si barcamena tra capitalisti, monarchia e Chiesa. La Carta del Lavoro era un buon punto di partenza, poi le corporazioni del 1934 rimasero sulla carta. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni poteva essere un ottimo strumento per istituzionalizzare il fascismo social-progressista... ma è del 1939, non ebbe tempo per incidere.


Berto Ricci è stato uno degli intellettuali più brillanti e vivaci della «nuova generazione». Qual è il valore della sua opera? Quale lezione ne possiamo trarre oggi?

La sua lotta contro il borghesismo e la concezione individualistica della società, che è tipica della cultura italiana, trovo che sia ancora oggi un messaggio vivo e un modello estremamente valido. Il suo battersi, insieme a tanti altri giovani dell’epoca, per un’idea di «aristocrazia di comando» che desse ai migliori, ai più efficienti e ai più disinteressati, le leve del potere, eliminando la corruzione, il clientelismo e la tradizionale pratica italiana di stare dalla parte del più forte. L’avvento di una generazione di uomini liberi da condizionamenti, che avesse in mente il riscatto dell’onore e della dignità del popolo, e che fosse per questo in grado di toccare gli interessi privati avendo come sponda il fulcro centrale del potere: il partito e Mussolini. Che, invece, rimasero troppo spesso prigionieri dei poteri forti pre-fascisti, alla fine – grazie alle vicende mondiali – risultati vincenti.


La Scuola di Mistica Fascista è stata la fucina dei cosiddetti «apostoli del Fascismo». Quali furono i punti di forza di quell’affascinante esperienza?

La volontà di considerare la vita degna di essere vissuta soltanto se spesa servendo ideali nobili di offerta di sé. Considero la Scuola di Mistica un vero sacerdozio, un ambiente che con taglio propriamente religioso giudicava il sacrificio – persino della propria vita – un fine luminoso cui aspirare, una meta con la quale la persona umana si completa, diventando qualcosa di sovrumano. La dimensione trascendente, innestata su una fede fanatica – non dissimile dalla fede dei santi e dei martiri – è una via difficile e dolorosa, tanto più ardua da intraprendere se concepita come offerta spontanea, persino gioiosa e sorridente nello sforzo di superare i limiti della nostra natura di uomini: si tratta di apici esistenziali difficilmente comprensibili dall’uomo normale, specialmente in un’epoca come la nostra, che premia il furbo, il dissacratore, l’arrivista... cioè i valori opposti a quelli di una visione mistica e sacrale della vita.


In cosa risiede la portata rivoluzionaria del Corporativismo e della Socializzazione delle imprese?

La conciliazione delle classi, il superamento della conflittualità interna al corpo sociale: questo il dato sovvertitore. Il fatto che può essere un partito egemone e addiririttura uno Stato illuminato a guidare il processo di liquidazione del predominio degli interessi privati su quelli comunitari. L’idea che il popolo è un’unità organica, una comunità unita da un medesimo destino e non un insieme di interessi divergenti, legati alla categoria di lavoro cui si appartiene. Pur con certe differenze, talora marcate, tra il sindacalismo integrale e il corporativismo vero e proprio, si nota un comune intendimento di pervenire al concetto di organicità dell’economia. Progetti come quello della corporazione proprietaria di Spirito – in un contesto di maggiore forza politica – avrebbero rivoluzionato gli assetti sociali dalle fondamenta: la proprietà, la gestione e gli utili d’impresa spartiti tra i membri della produzione, gli esecutivi come i direttivi. Ma anche il corporativismo «di regime», pur attuato poco e male, aveva un’ideale nobile: proprietà dei mezzi produttivi inalterata, ma verifica che non avesse a prevalere l’interesse del capitalista sull’interesse della produzione nazionale. La socializzazione, poi, che dava al lavoro la cointeressenza sugli utili, spingeva tale ottica rivoluzionaria a un punto radicale: la stessa gestione è appannaggio delle categorie del lavoro, e il ricavato viene suddiviso tra chi lavora, e non elargito dal capitalista in qualità di salario. Antioperaismo, anticapitalismo e produttivismo organico: non c’è nulla, in questa concezione, che non possa essere ancora oggi pienamente ripreso da un movimento politico inteso a superare le micidiali derive della gestione multinazionale dell’impresa e soprattutto a spezzare il predominio della finanza sull’economia e quello dell’economia sulla politica. Molto modestamente e con tutti i limiti del caso, il sottoscritto è stato il primo ad occuparsi specificamente del «fascismo di sinistra», anticipato solo dal breve saggio di Silvio Lanaro che comparve sulla rivista «Belfagor» nel 1975: lo stesso Settembrini – che nel suo libro Parlato, pur citandomi, dice essere stato il primo – mi seguì di due anni. Rivendico questa modesta primogenitura e confesso che non mi sono mai distaccato dalle mie giovanili convinzioni, che il fascismo avesse una forte spinta rivoluzionaria anche in senso sociale.


Evola è stato un punto di riferimento importante degli eredi del Fascismo. Qual è stata la forza e la debolezza del suo pensiero?

La sua forza è stata nella rara capacità di evocare miti viventi. Di fare di alcuni simboli e di alcuni mondi culturali l’antefatto immediato di una presa di coscienza politica che potesse essere ancora attuale. Il suo talento nell’affrescare valori storici e significati tradizionali imprime indubbiamente un’energia ideologica animatrice, che rimane indelebile in chi ha avuto i suoi libri tra gli elementi formativi. Certo, non comprese appieno il fascismo e la sua epoca. Non ebbe i mezzi culturali per apprezzare uno sforzo di tale portata, inteso a innestare i motivi tradizionali nella modernità, facendone cultura di popolo ed estraendoli dalle chiuse stanze degli eruditi. Similmente ai circoli nazionalconservatori tedeschi, era assente in Evola la sensibilità politica atta ad apprezzare il disegno di portata epocale di combinare l’arcaicità col futuro. Mancanza impolitica non da poco, che tuttavia non ne compromette il retaggio sotto il punto di vista del valore culturale e ideologico.


Quali sono stati, a tuo parere, i gruppi organizzati e le fucine di pensiero più importanti e validi del neofascismo dal dopoguerra ad oggi?

Penso che soltanto l’ambiente di Ordine Nuovo sia stato, ai tempi e per un breve periodo, un vero laboratorio di pensiero politico. Agganciato a Evola – pur coi difetti di costui di cui si è detto – quel sodalizio ebbe la capacità di sollevare argomenti, miti, inquadrature con ricadute sul politico, insomma un’ideologia in sé coerente, una vera concezione del mondo. Personalmente poi ho partecipato per lunghi anni all’esperienza della cosiddetta «Nuova Destra»: qui veramente si ebbero incisivi segnali di uno svecchiamento della cultura politica, nuovi temi affiorarono, antichi complessi venivano abbandonati. De Benoist per un periodo importante è stato un maestro di elaborazione nuova, un intellettuale creativo e fertile, che ha aperto spazi e indicato metodi. In maniera non dissimile, Marco Tarchi ha impresso in tanti di noi la capacità di vedere le cose più da lontano, con ottica libera, cercando nuovi collegamenti. Purtroppo il progetto metapolitico della Nuova Destra, isolata in modo crescente, non ha sfondato: e i suoi paladini hanno finito con l’essere attirati di nuovo dal magnete delle loro culture di provenienza. Così molti oggi sono tra le gambe del potere, altri sono rifluiti allo studio del fascismo e dintorni. Marco lotta ancora da solo e con qualche giovane nella sua trincea. Ma l’esperienza – parlo per me – non è stata infeconda, i suoi semi hanno in qualche modo fruttificato, anche se solo a livello individuale.


Anni di piombo. Quali i miti da sfatare, le logiche ed i protagonisti occulti di quel periodo?

Confesso che l'intero capitolo degli «anni di piombo» non mi ha mai interessato. L’ho sempre visto come un ginepraio di loschi traffici, atteggiamenti ambigui, idealismi mal riposti e oscene compromissioni. Ho un istintivo distacco per tutto quanto non è limpido e aperto. Dico soltanto che provo umana comprensione per tutti coloro che, senza colpe, sono stati travolti dalla logica dura del potere, e ne hanno sofferto.


Si parla spesso di «identità», o con richiami puramente retorici oppure con invocazioni ideologiche al meticciato: che senso ha questa parola? Il melting pot è, secondo te, un pericolo o una possibilità?

Identità è l’esser se stessi: ciò vale per un singolo uomo come per un singolo popolo. Tutto ciò che non attiene all’esser se stessi è evidentemente estraneo o addirittura nemico dell’identità, mirando a sfigurare un volto e a renderlo irriconoscibile. Gettare masse delle più disparate provenienze all’interno di un popolo significa volerne annientare la forma e la caratteristica storica, bella o brutta che sia. Tanto l’immigrante quanto chi subisce l’immigrazione perde qualcosa di sostanziale: la propria tradizione, il proprio passato, la propria cultura, il proprio onore di uomo, che non consiste solo nell’individualità, ma anche nell’appartenere a una cultura storica, sia pure la più umile del pianeta. Che, in quanto tale, merita anch’essa rispetto e protezione: che c’è di positivo in questo voler annientare i legami di storia e di cultura? In nome di cosa, poi? La cittadinanza universale?


Che cosa pensi del processo di unificazione europea? Meglio un’unione “inquinata” da derive liberalcapitalistiche, oppure un rafforzamento delle sovranità nazionali?

L’attuale unificazione europea è a gestione bancaria, lo vede anche un cieco. I popoli europei – del resto quasi mai consultati in proposito e, quando consultati, espressisi negativamente – non c’entrano niente. Un rafforzamento identitario a tutti i livelli, oggi che il vecchio nazionalismo è superato da due guerre civili, sarebbe auspicabile in vista di un’Europa unita. I regionalismi, in questo senso, li giudico positivamente, come ogni fenomeno di rinsaldamento identitario. Lo stesso nazionalismo non esclude né il regionalismo né l’europeismo, anzi li presuppone: gli imperi da sempre sono innestati sulle piccole appartenenze. Di solito si obietta che il nazionalismo porta alla guerra. Direi che non è vero. È solo quando il nazionalismo viene forzato dall’interesse economico imperialista che diventa un elemento infiammabile, altrimenti l’amare il proprio popolo non prevede affatto l’odiare quelli altrui, al contrario. Le recenti faide balcaniche sono state causate da precedenti motivi di internazionalismo comunista: popoli a forte identità mescolati a forza dal pregiudizio anti-nazionale, e che hanno scatenato l’odio reciproco che si crea dalla fusione coatta. Mi risulta poi che la liberaldemocrazia sia in grado di scatenare guerre perfettamente distruttive, senza avanzare la minima rivendicazione nazionale, ma anzi proprio nel nome di quelle utopie internazionaliste che vengono gestite da liberali e neo-giacobini (la «destra» e la «sinistra») in assoluta concordia.


venerdì 5 febbraio 2010

Intervista a Miro Renzaglia


Miro Renzaglia è nato a Roma nel 1957. È poeta, scrittore, giornalista, autore e performer teatrale. Ha pubblicato
Controversi (Milano, 1988), I rossi e i neri (Roma, 2002), A spese mie (Roma, 2009). Nel 1990 ha fondato la rivista di letteratura ed immagini «Kr 991» che ha diretto fino al 1999. Suoi testi poetici sono presenti in antologie e riviste. In qualità di saggista, critico letterario e di costume, collabora a siti web, periodici e quotidiani, fra cui «Secolo d’Italia». È autore e performer del concerto di musica-poesia «Radiografia di uno sfacelo» (2003). Dirige il magazine online «il Fondo».



Cominciamo con una domanda complessa. Che cos’è stato sinteticamente il Fascismo, in che modo il suo insegnamento può essere ancora valido oggi, e in che senso te ne senti continuatore?

Il fascismo è un movimento sociale e politico. La sua carta fondativa, Il manifesto dei fasci di combattimento, del 1919, è un programma che prevedeva il profondo cambiamento dell’Italia post-unitaria in senso, appunto, politico e sociale. Su «Il Fondo», in passato, ho postato sei articoli che vanno sotto il titolo complessivo di «Il fascismo oggettivo» (leggere qui e, di seguito, le altre puntate) che dimostrano come la produzione legislativa del ventennio abbia avuto una linea di marcia maestra che va dalla Carta del Lavoro, alla costruzione dello Stato Corporativo fino alla socializzazione delle imprese. Su questo percorso, che io considero principale e privilegiato, si sono poi creati degli innesti non previsti dal Manifesto: a volte positivi (penso soprattutto alla grande impresa delle Città di fondazione…) e a volte assolutamente catastrofici e negativi, quali considero le leggi razziali. L’essenzialmente valido resta la via maestra che conduce ad uno Stato politico e sociale alternativo sia al capitalismo che al comunismo. Ammesso e non concesso che io sia continuatore di qualcosa, lo sono come freccia direzionale nel prosieguo di questa via.


Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?

Miti? Uno solo ma immenso e multicomprensivo: Roma. La mia esperienza politica fondamentale l’ho vissuta negli anni ’70, con tutto quel che ne è conseguito anche sul piano strettamente personale. Nella mia formazione ha avuto un ruolo di assoluto rilievo Ezra Pound, al quale devo sia la mia visione politico-economica che quella poetico-culturale. Poi: Nietzsche e Carlo Michelstaedter, per quanto riguarda la filosofia dell’esistenza. Dante, Gottfried Benn e Arthur Rimbaud, sul piano strettamente poetico.


In passato, in alcuni tuoi interventi, avevi avanzato perplessità circa l’istituzione della famiglia. Potresti approfondire il concetto?

La famiglia tradizionale non esiste più. E quella che consideriamo tradizionale (padre-lavoratore + madre-educatrice X pargoli al seguito) è un’istituzione relativamente recente: qualche centinaio di anni, forse meno. Quella che viene spacciata come famiglia tradizionale, oggi, è un luogo di produzione di nevrosi, se va bene, di atti di violenza gravi, fino all’omicidio su donne e bambini, quando va male. E va male spesso: basta pensare che l’85% di violenza sulle donne avviene all’interno delle mura domestiche, e a commettere questi atti di assoluta vigliaccheria sono sempre i mariti, i padri, gli zii, i conviventi delle vittime: li chiamano, non a caso, delitti prossimali. L’evoluzione della società contemporanea, con evidente progressione dal dopo ultima guerra mondiale, ha creato strutture diverse e più adatte alla riproduzione della specie (in fondo poi è questa la funzione della famiglia): coppie di fatto, comunità para-familiari allargate a più soggetti non vincolati da obblighi di fedeltà eterna. Il problema è che non sempre gli Stati hanno contemplato come positive tali nuove figure, preferendo intestardirsi nella difesa della vecchia concezione fino al punto di escludere forme di assistenza ai nuovi soggetti nucleari. Credo che dipenda anche da questa ottusità statale il calo della natalità in molti paesi europei.


Immigrazione e cittadinanza. Qual è il tuo pensiero in materia?

Vengo spesso spacciato per un fautore dell’immigrazione: non lo sono. E credo che nemmeno la stragrande maggioranza degli immigrati lo sia. Non si può essere fautori di un fenomeno che, quando assume le proporzioni che ha oggi, produce solo sofferenze sociali e personali. E quando dico «sociali», non mi riferisco solo alle società dei paesi che ospitano i flussi, ma anche a quelli che li producono: molto spesso chi viene a cercare fortuna nei paesi dell’Occidente (falsamente) opulento, è dotato di formazione professionale e culturale che farebbe la fortuna dei loro paesi di origine. Il problema è che molti di questi paesi sono sotto il cappio usuraio del debito pubblico (penso ai paesi dell’Africa sub-sahariana, ma sono solo il 6% del totale immigrato da noi) imposto proprio dal capitalismo vincente in Occidente. Inoltre, se guardo alle cifre reali che comprendono il fenomeno in Italia mi accorgo di due cose: a) più del 50% della popolazione allogena (circa 2 milioni e 200 mila, su un totale di 4 milioni e mezzo) proviene da paesi europei dell’Est; b) vi proviene come conseguenza diretta dell’implosione dei loro regimi comunisti. Ovvero: il capitalismo produce immigrazione a ogni suo stato di avanzamento. Basta guardare come la progressione di quei flussi ha avuto una impennata geometrica proprio a partire dal fatidico 1989. Siccome tutto questo è assolutamente accertato, a me non resta che tirarne le ovvie conclusioni: è il capitalismo la radice del male. L’immigrazione è solo uno dei suoi tanti effetti nefasti. Combattere gli effetti con i respingimenti, con i Cie, con il reato di clandestinità, vale come pretendere di guarire un organismo curando le metastasi ma lasciando intatta la massa tumorale. Che fare, quindi? Aspettiamo che il capitalismo imploda come è imploso il comunismo e tutto torni alla normalità? Fermo restando che trovo assolutamente irreale l’ipotesi di espellere 4 milioni e mezzo di persone, bisogna creare le condizioni perché questa gente, sentendosi estranea al corpo della nazione, finisca per rappresentare quel pericolo che molti paventano. Io non conosco altra strada che il riconoscimento dei diritti, da quello di soggiorno a quello di una cittadinanza NON più facile, ma prevista in modi più tempestivi a disinnescare la minaccia. Le sollevazioni delle masse non avvengono quando si allargano i diritti, avvengono quando si applica loro il potere della discriminazione e del divieto: da quello della tutela sul lavoro a quello religioso, per esempio.


Si parla spesso di «identità», o con richiami puramente retorici oppure con invocazioni ideologiche al meticciato: che senso ha questa parola? Il melting pot è, secondo te, un pericolo o una possibilità?

A me piace discutere di queste cose con i dati alla mano. Chi blatera di pericolo in Italia di melting pot biologico, di multiculturalismo, di identità non conosce i numeri e ne vaneggia come conseguenza dei flussi migratori. Non solo, ma non conosce nemmeno la storia e la geografia. Ho già detto che oltre il 50% degli immigrati provengono da paesi Europei, Ue e zona-euro e che, in quanto tali, sono perfettamente identici alla nostra costituzione biologica indo-europea. Perché noi siamo indo-europei, vero? E qualcuno dei vaneggiatori di cui sopra, sa da quante nazioni indo-europee, tra Europa e Asia, importiamo emigranti? Ve lo dico io: una trentina. E così copriamo circa l’80% della popolazione allogena residente in Italia, con la quale abbiamo da condividere le medesime origini biologiche. Di quale pericolo multirazziale vanno parlando? Il pericolo è allora nella multireligiosità e, in particolare, in quella importata dagli immigrati musulmani? Qualcuno ricorda anche solo per sentito dire che per quasi mille anni buona parte dell’Europa, dalla Spagna alla Grecia, dalla Romania all’Ungheria, dalla Sicilia alla Sardegna, fino alle porte di Vienna è stata dominata dall’Islam, in maniera tanto malvagia che gran parte di quelle che consideriamo nostre civili abitudini quotidiane ci vengono da questo millenario contatto con loro? E il multiculturalismo, poi? Chi vuole difendere chi e da cosa? Già che in epoca della comunicazione totale, come è la nostra, si parli di purezza culturale a me fa ridere. Non ho bisogno nemmeno di scendere per strada: accendo il mio pc e sono immediatamente contaminato da tutti i germi culturali del mondo. Anche ammesso che si voglia difendere la nostra cultura (quale, poi?) avrebbe un senso qualsiasi chiudere le frontiere? Fra il II e il I millennio a.C. le polis greche si chiusero a difesa della loro identità. Risultato? Dimenticarono persino il dono della scrittura. Glielo restituirono i fenici quando le polis ripresero la sana abitudine di riaprirsi al commercio, di ogni tipo, con gli altri. La verità è che la paura di perdere la propria identità ce l’ha chi sa di averla fragile, di non averla proprio e di non volere nemmeno sapere quale sia.


Quali sono, a tuo parere, i meriti e i demeriti del movimento omosessuale? Che giudizio dài dell’intervento dell’onorevole Anna Paola Concia a CasaPound?

Un modo molto semplice ed infallibile per distinguere fra libertari e reazionari è osservare le loro richieste: chi vuole un ampliamento dei diritti è libertario. Chi, invece, tende a restringere i diritti a caste di privilegiati è reazionario. Io, in quanto fascista, sono un libertario. Il fascismo fu un eminente esempio di movimento politico a forte prevalenza (con qualche rarissima caduta di livello) libertaria: basta pensare a tutte le iniziative legislative realizzate su territorio intese ad allargare i diritti per il lavoro (le 40 ore settimanali, le ferie pagate, la previdenza sociale, l’antinfortunistica, etc…), per la sanità pubblica, per la casa popolare, etc… Ora, il movimento gay chiede per sé il riconoscimento di diritti già in uso per le coppie eterosessuali. Bene: non trovo un solo motivo, né etico, né spirituale, né sociale che mi impedisca di riconoscere eque e giuste le loro istanze. Del resto, su «Il Fondo», non ho fatto mancare una mia critica alla recente richiesta di estendere le aggravanti previste dalla legge Mancino per i reati commessi contro di loro. Sbagliano: inasprire le leggi di repressione (e quindi di segno reazionario) anche di opinione non servono ad altro che consolidare e diffondere la fobia del «diverso». Lo sappiamo bene noi fascisti degli anni ’70. L’ho detto anche all’on. Anna Paola Concia, che collabora a «Il Fondo», in quanto proponitrice della legge antiomofobia. Come giudico il suo intervento a CasaPound? Di un rilievo politico che va anche al di là, e in positivo, della specifica questione…


Che senso ha e che contributi può offrire il femminismo oggi?

Pierre Bourdieu, in uno dei suoi libri più noti e intensi, Il dominio maschile dimostra come la costruzione del maschile e del femminile non abbia nulla di naturale e che quanto consideriamo oggettivo, cioè il dominio di un sesso sull’altro, su altro non è fondato che su un principio culturale di subalternità indiscutibile, in quanto «la forza dell’ordine maschile si misura dal fatto che non deve giustificarsi». Come ogni ordine, può essere infranto ma per farlo non basta l’atto di volere del dominante che fa concessione al dominato di una generosa parità (tanto per fare un esempio: le famose «quote rosa» di rappresentanza politica). È necessario, invece, che il maschio rinunci a quel «non» (della citazione sopra riportata) convincendosi che la sua forza, invece, «deve» essere sempre e comunque giustificata dall’altra. Dove il «giustificarsi» ha un senso di giustizia condivisa. È, ovviamente, un percorso ben più difficile da compiere, ma qualcosa si muove. Stefano Ciccone nel suo recente libro Essere maschi, tra potere e libertà ci mette davanti alla questione più importante: «Un uomo può schierarsi per la parità tra i sessi nell’accesso al potere o al reddito, può battersi contro la violenza sulle donne o la mercificazione dei loro corpi, può affermare il loro diritto a decidere del proprio corpo e a determinare le proprie scelte riproduttive. Ma se ascolterà fino in fondo ciò che queste scelte portano dentro di sé, vedrà che non parlano soltanto delle donne, ma parlano di lui, del suo rapporto con il proprio corpo, con la sua identità di uomo…». Sottoscrivo…


Cambiamo scenario. Come giudichi esperienze come quelle di Castro a Cuba o di Chávez in Venezuela? Quale valore assumono all’interno della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo a stelle e strisce?

Sono un castrista da sempre. Ora, sono anche un chaveziano o bolivariano, se preferite. Ma non mi basta la loro dichiarata opposizione all’imperialismo americano, pure importante. Cuba (che ho visitato personalmente e di cui ho dato resoconto con un reportage sul mio vecchio blog) e Venezuela sono soprattutto degli esperimenti in corso d’opera di socialismo nazionale: quella terza via che io auspico fra capitalismo e comunismo. Intendiamoci: nessuna delle due è il fascismo italiano. Né possono esserlo, mutati come sono tempi e dinamiche politico-economiche. Pur tuttavia, come il primo peronismo argentino, rappresentano quanto di meglio un concetto di alternativa al liberismo possa offrire allo studio di chi quell’alternativa, oggi, va cercando.


Nella stessa ottica, come può essere inquadrata l’opera di Putin? L’intesa italo-russa avviata da Berlusconi può giovare all’Italia e aprire nuovi scenari di politica estera?

Non condivido gli entusiasmi di chi vede in Berlusconi un combattente per la sovranità italiana contro i perfidi Usa. Intendiamoci: tutto ciò che sottrae l’Italia all’egemonia Usa in campo politico, economico, culturale etc… è da me valutato con estremo favore. Quindi, tanto per stare alla cronaca recente, l’accordo Italia-Russia che prevede la creazione di un nuovo gasdotto alternativo a quello controllato dagli Usa, mi trova consenziente. Ciononostante, il segnale è ampiamente bilanciato, in negativo, dalla nostra sudditanza agli ordini militari oltreoceanici che ci impongono l’utilizzo dell’esercito, e il sacrificio dei nostri soldati, in quelle guerre, Iraq e Afghanistan, che sono quanto di più lontano dai nostri interessi. Avrei barattato volentieri la conferma della fornitura del gas attraverso la compagnia Nabucco, con il ritiro delle nostre truppe laggiù impropriamente appostate. Inoltre, ho delle perplessità in merito agli interessi pratici dell’accordo South Stream. Ricordo, ad esempio, che l’ex cancelliere della Germania, Gerhard Schröder, sottoscrisse ai tempi del suo cancellierato un accordo con Vladimir Putin per la costruzione di un gasdotto che, passando sotto il Mare del Nord, potesse arrivare a rifornire direttamente il territorio tedesco. Ebbene, sapete che posto è andato ad occupare l’ex cancelliere immediatamente all’indomani della sua sconfitta elettorale ad opera della Merkel? Quello della presidenza del consorzio costituito per la costruzione del gasdotto. Insomma, non mi stupirei troppo se dietro alle grandi insegne politiche ed ideali sventolate da Berlusconi nell’occasione, ci siano interessi – come dire? – un tantinello personali…


Che cosa pensi del processo di unificazione europea? Meglio un’unione “inquinata” da derive liberalcapitalistiche, oppure un rafforzamento delle sovranità nazionali?

Quale processo di unificazione? Il solo processo di unificazione realizzato in Europa è quello delle banche. E quello realizzabile, ammesso che si arrivi a realizzarlo, sarà fortemente viziato da questo processo preliminare. D’altronde, mi atterrisce chi predica il ritorno alle piccole patrie: padane, borboniche, sarde, etc… Come se l’annullamento degli attuali Stati nazionali fosse l’antidoto al male assoluto: il capitalismo finanziario. Il problema da porsi e da risolvere è sempre quello che vale, ad esempio, per il fenomeno dell’immigrazione: finché non asporteremo il tumore, ogni medicina sarà inutile… In primo luogo deve esserci la lotta al capitalismo… Poi, a seguire, in caso di vittoria ci mettiamo seduti ad un tavolino e ragioniamo sugli eventuali nuovi assetti geo-politici. È per questo che mi incazzo sempre quando vedo tanta energia militante disperdersi in battaglie di retroguardia…


Recentemente hai espresso apprezzamenti verso talune prese di posizione di Gianfranco Fini. Che idea ti sei fatto dei suoi ultimi orientamenti politici e culturali?

Non so a cosa sia dovuto il recente ri-orientamento di Fini verso posizioni che un tempo, quando ancora c’era il vecchio Msi e, poi, An, lo trovavano sempre dall’altra parte della mia barricata. Le cose che sostiene oggi Fini (il testamento biologico, la proposta di diritto di cittadinanza agli immigrati regolari, la denuncia e il rifiuto del provvedimento che avrebbe creato i «medici-spia» e i «presidi-spia» contro i clandestini, il richiamo alla laicità dello Stato, il favore da lui espresso al riconoscimento delle coppie di fatto, anche gay, etc…) mi trovano assolutamente d’accordo. Non dovevo prendere atto della sua mutazione politica e culturale perché si è dichiarato antifascista? E perché mai? Io fascista non l’ho mai considerato e credo che non ci si sia considerato mai neanche lui. E non capisco perché da antifascista (Fini) ad antifascista (Berlusconi) debba preferire il secondo al primo, come fa buona parte della destra terminale. In temi di battaglia per i diritti civili non ho dubbi: sto con Fini. Sapendo bene, magari, che domani me lo posso ritrovare a sventolare la più bieca bandiera della reazione. Ma domani è un altro giorno e si vedrà…


Esiste oggi un partito, un movimento, o una personalità che ritieni affine al tuo pensiero?

CasaPound.


«Il Fondo», la tua rivista settimanale online, sta esprimendo una linea di trasversalità e di dialogo, con contributi di scrittori e intellettuali di diversa connotazione politica. Che cosa ti aspetti da questa esperienza e quale messaggio intendi lanciare?

Mi interessa esplorare spazi di discussione inevasa. Lo sto facendo. Continuerò a farlo. Fate di quel che faccio l’uso che volete. Non vedrò la nuova alba. Il domani appartiene a VOI…



mercoledì 20 gennaio 2010

Intervista a Francesco Mancinelli

L’AVGVSTO inizia oggi un ciclo di interviste a personalità con storie e percorsi diversi ma con un minimo comune denominatore: la Politica. Il primo contributo è quello di Francesco Mancinelli – che ringraziamo per la disponibilità –, cantautore e pensatore eretico, autore – tra le altre della celebre canzone Generazione ’78.




(F. MANCINELLI, Generazione ’78)


Domanda a bruciapelo: quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?


Domanda quanto mai complessa. Diciamo che accanto al pantheon tradizionale dei vari Nietzsche, Evola, Jünger, Guénon, nella mia formazione convivono stranamente elementi di neo-cripto-catarismo (alcuni li chiamerebbero anarchici o comunisti spirituali, ma solo per coloro che non hanno occhio nel capire), approfonditi ad esempio attraverso la poesia musicale di De André e Guccini, ma presenti anche in tutta la canzone d’autore degli anni ’70; pesco anche nella visione profonda ed essenziale di P. P. Pasolini. Il tutto viene poi condito dal riferimento assoluto ai temi della «Paganitas», soprattutto quella romano-italica, nonché alle tematiche esoteriche, uno degli amori di gioventù.

Poi, per chi semplicemente riesce a ricavare dagli sguardi e dall’intuizione «la propria via», il proprio destino, direi che Codreanu e «Che» Guevara rappresentano, nei loro sguardi essenziali, la sintesi perfetta del mio background politico e culturale. Comunque, andando a scavare c’è dentro veramente di tutto, ed è quasi impossibile anche per me farne una organica sintesi. Anzi direi che sono in-organico per definizione.


Risorgimento italiano. Ultimamente ferve il dibattito su questa pagina controversa della nostra storia. Tu hai parlato spesso di «Risorgimento tradito», potresti approfondire il concetto?


Di Risorgimento tradito ne parla ampiamente uno dei massimi cronisti della Storia Risorgimentale (protagonista oltreché cronista): Giuseppe Cesare Abba. Uno che capì molto prima di molti altri (prima dello stesso Gramsci e anche di Carlo Alianello) il binario morto su cui si era avviato il nostro moto di liberazione. Si stava codificando dal 1849, dopo la fine della Repubblica Romana, il teorema velenoso del trasformismo delle nuove classi dirigenti, per mancanza e volontà di strappi tragici ed irreversibili all’interno del tessuto sociale e culturale della nazione nascente.

Serviva un sacrificio iniziale di purificazione, alla Romolo e Remo per capirci, la famosa guerra civile di liberazione anziché le false guerre Internazionali teleguidate da potenze straniere (tre guerre d’Indipendenza che non hanno costruito niente in termini di coscienza civile e nazionale). Ma purtroppo tra noi italioti, estranei perfino alla rivoluzione protestante, i Giacobini non sono mai stati veri Giacobini, ed i legittimisti del vecchio ordine (a parte le frange eroiche dell’ultimo Brigantaggio borbonico post-unitario) erano già imborghesiti e pronti per un salto di ricollocamento nella nuova gestione post-unitaria, ed in chiave moderata-liberale. Potremmo dire che i due laboratori controrivoluzionari per eccellenza (Vaticano e Savoia piemontesi) hanno ucciso lo spirito «Pagano-Insurrezionalista» di Pisacane e di Mazzini, dei fratelli Bandiera, ed infine ridimensionato ed esiliato il mancato console-dittatore Giuseppe Garibaldi; hanno festeggiato insomma la solita normalizzazione oligarchica: da un lato sul corpo dei nostri martiri e dei patrioti caduti, considerati come feccia eversiva, e dall’altro sul genocidio ed il massacro premeditato del Sud Italia.

Se si vuole capire come si arriva a Caporetto, a Badoglio, e poi Fini o Alemanno in Sinagoga, bisogna partire da Cavour, dal Piemonte e dalle sue lobby illuminate, e/o dal potere millenario e conformista del Vaticano. Neanche il Fascismo riuscì a sradicare la controrivoluzione dei gattopardi trasformisti, degli ordini autocratici antinazionali (gesuiti e massoni in testa), il cancro atavico delle nostre classi dirigenti riconvertite all’apparato e alla decadenza.


Può il Fascismo essere considerato il completamento del Risorgimento?


Un altro tentativo (mancato) del completamento risorgimentale? Sicuramente sì. Un tentativo evocato soprattutto con l’intuizione della prima guerra mondiale come Evento Rivoluzionario che doveva finalmente modificare antropologicamente il soldato politico italiano, trasformandolo in una macchina da guerra contro la borghesia; con il Sindacalismo Nazionale che voleva espropriare l’apparato statale e produttivo dai suoi aguzzini-parassiti, con San Sepolcro ed il suo programma di sfida ai vecchi ordini, con Fiume e la Sua gioventù pronta a tutto.

Ma già il 1922 segna a mio avviso un arretramento di posizione (anche sul piano iniziatico e culturale). Forse si doveva cavalcare la Via Immanente ed intransigente dell’Imperialismo Pagano.

Invece si è finiti nella tappa consociativa (catto-nazionale), considerata da molti necessaria, e connivente con i «vecchi ordini» dell’antinazione, tappa che il fascismo ha pagato a caro prezzo per tutto il corso del regime, e con due “cambiali” scadute: una il 25 luglio e l’altra l’8 di settembre.

Bisogna attendere la RSI per recuperare lo spirito della Repubblica Romana e di Carlo Pisacane.

Questo non ha impedito tuttavia al Fascismo di proporsi come Rivoluzione Immanente dentro lo Stato, grazie alla grande figura di Mussolini (altro console-dittatore mancato a mio avviso!), di Gentile, di Rocco. Tuttavia se vogliamo ri-percorrere a ritroso le radici della «Tentazione Sinistra» (come la chiamo io!) bisogna capire come il mancato Risorgimento e l’incompiutezza del Fascismo siano da sempre concetti interconnessi.


Caso Matteotti. In una recente conferenza a CasaPound avevi accennato al suo delitto come ad un tentativo di intralciare l’avvicinamento di Mussolini ai socialisti. Potresti approfondire il tuo pensiero in proposito?


Esistono ormai illustri studiosi ed opere che hanno teorizzato il delitto Matteotti come vera e propria congiura internazionale contro Mussolini, una strategia della tensione ante litteram per capirci. Tra coloro i quali hanno sempre sospettato sul “fattaccio” c’è stato Nicola Bombacci, che ebbe il compito durante la RSI di capire chi erano i mandanti, che erano per l’appunto da ricercare tra i luogotenenti dei potentati internazionali, insomma dentro la «destra» infiltrata nel Fascismo. D’altra parte sia l’internazionalismo comunista che le «destre» temevano da sempre la convergenza tra socialismo storico e fascismo, sia sul tema sociale che sulla prospettiva politica. Entrambi sarebbero rimasti spiazzati da un nuovo ordine «Et Et» per capirci. Ogni volta che si determinano strane ed eretiche convergenze in Italia, scatta sempre qualcosa che non permette all’eresia di attecchire.


Destra e sinistra nel Fascismo. Quale è stato il rapporto tra queste due «anime» durante il Ventennio? Quale il loro lascito?


Per quanto mi riguarda la «destra» ha infiltrato pesantemente il fascismo (e/o la sinistra nazionale) e gli ha tramato contro, lo ha depistato. E questo nonostante che lo stesso Regime avesse in Sé sani anticorpi (tra cui lo stesso Mussolini) per sradicare lentamente ed in maniera indolore la mala pianta. La guerra ha impedito che il lavoro fosse ultimato, soprattutto con l’avvento della «seconda generazione», quella già fascistizzata ed immune dai valori e pruriti controrivoluzionari.
Ma i vecchi ordini, le lobby e l’apparato autoreferenziale ed auto-conservativo l’ha fatta franca ancora una volta, non solo depistando il Fascismo, ma – peggio ancora – gettando le premesse anche per la «deviazione del neofascismo a destra alla fine della guerra»; un neofascismo preso in ostaggio per conto del nemico, un ostaggio che non siamo più riusciti a liberare.


Una certa vulgata recita che «Mussolini ha fatto bene all’Italia fino all’alleanza con Hitler». Quanto c’è di vero in questa affermazione?


Queste sono le solite vulgate della «destra liberale e moderata», che avrebbero voluto un fascismo alleato e complice delle potenze occidentali, vere responsabili della guerra. O peggio ancora il fascismo come variabile dell’ideologia liberale, un interregno necessario in funzione semplicemente anticomunista. Io rispondo in maniera provocatoria che forse Mussolini si doveva dedicare proprio alla «pulizia interna», piuttosto che alla guerra internazionale di liberazione; ma la guerra con le potenze del mare e con le «democrazie plutocratiche» era inevitabile. È sempre inevitabile da parte di tutti. Forse il vero errore l’ha compiuto Hitler: evocare-anticipare lo scontro con Stalin senza prima aver “regolato” definitivamente l’Inghilterra.


’68. Se non ci fosse stato l’intervento reazionario del MSI, sarebbe stata veramente possibile una contestazione giovanile trasversale?


Non so se sarebbe stata possibile. Sarebbe stata tuttavia auspicabile. Ma è ovvio che maggioranze silenziose e picchiatori al soldo del Viminale funzionano sempre bene (a destra e a sinistra), e per disinnescare (ancora una volta) una pericolosa ed eretica opportunità di convergenza. Sicuramente sarebbe stato tutto meno conflittuale all’interno degli anni ’70 e la strategia della tensione avrebbe dovuto intraprendere altre piste per stabilizzare la politica, o meglio per de-stabilizzare la società civile con una guerra civile strisciante e sporca.


Quanto c’è di simile tra il movimento del ’68 e la manifestazione anti-Gelmini prima degli scontri di Piazza Navona?


Direi che il ruolo e la furbizia delle «guardie» è stato lo stesso che nel marzo del 1968. Direi anche che, ancora una volta, scocciava a certa «destra iper-istituzionalizzata e codina» che i ragazzi del Blocco Studentesco marciassero alla testa della manifestazione anti-Gelmini a fianco dei coetanei della sinistra radicale. Insomma da destra e da sinistra hanno mosso le loro pedine di provocazione come sempre. Il clima antisessantotto delle frange pidielline, alimentato da pericolosi articoli sui giornali e dai convegni antisessantotto da un lato, e le provocazioni innescate dai Rash e dai nonni pensionati di Rifondazione Comunista dall’altro, nonni che non potevano permettere ai Fascisti del Terzo Millennio di gestire la piazza. Grazie al solito comportamento ambiguo e direi “stabilizzante” delle forze dell’ordine si è permesso lo «scontro» davanti alle telecamere. Le guardie si sono de-filate all’ultimo momento per favorire l’impatto.
Tutti contenti, a destra e a sinistra, che si fosse tornati alle vecchie contrapposizioni, alle bastonate e alla teoria degli opposti estremismi, prassi che ha dato da mangiare sempre a molti.


Anni di piombo. Quali i miti da sfatare, le logiche ed i protagonisti occulti di quel periodo?


Il primo mito da sfatare è che ci fosse in atto uno scontro tra Est ed Ovest. Lo scontro vero, dai primi degli anni ’60, è stato tra la componente trotskista-internazionalista, progressista e neo-capitalista del sistema occidentale (falsamente considerata come sovietico-comunista) e la Sua controparte atlantico-reazionaria, cioè un regolamento di conti tutto interno all’Occidente ed ai suoi potentati politici ed economici, i suoi Think Tank. L’altra variabile era lo scontro che si stava innescando tra Nord e Sud, con in più la variabile impazzita della bomba medio-orientale, innescata soprattutto in Europa dalle varie intelligence.

Il neofascismo, preso in ostaggio a destra dal ’46 proprio dalla componente reazionario-atlantica (anticomunista), è stato per 45 anni terreno di scontro tra coloro i quali volevano tenere bloccato lo strumento in funzione semplicemente anticomunista, per conto degli alleati atlantici e della DC, e coloro i quali hanno cercato invece di «liberare lo strumento», con un assalto disperato al cielo, per ridargli la sua valenza originaria antisistemica.

La stessa Destra Radicale ad es., che si era distaccata in modo critico dal neofascismo parlamentare sul piano dell’analisi, nel 1965 subì però un’infiltrazione pesantissima ad opera dei servizi degli apparati atlantici con il famoso convegno all’Istituto Pollio e le tentazioni golpiste di fine anni ’70. Il giocattolo si ruppe, proprio a metà degli anni ’70, dopo la crisi del Kippur e con il decollo della Trilateral. Là si scoprirono i giochi ed iniziarono gli anni di piombo con tutte le dinamiche correlate: quelle di accelerazione o di provocazione (strategia della tensione e lotta armata), quelle di compensazione (i Think Tank europei trotskisti e neocapitalisti che infiltrano i gruppi dell’estrema sinistra anche in funzione antisovietica oltreché antiatlantica) e quelle plebee di ricomposizione (la stagione del compromesso storico e della concertazione tra padronato e sindacalismo deviato). In tutto questo c’è una sana rottura di linguaggio, di immaginari e di progetto politico nel nostro ambiente, avvenuto intorno a metà degli anni ’70. Noi siamo i figli di nessuno, partoriti da questo «strappo» antropologico, politico e culturale.


Nella tua celebre canzone Generazione ’78 hai descritto, rivivendole, le passioni e le tragedie comuni a tanti ragazzi del tempo. Quali erano – per come le hai vissute – le ambizioni e i sogni di quei giovani, stanchi del conservatorismo del MSI e decisi a «fare la rivoluzione»?


Già in altri interventi ho messo in evidenza come allora la Nuova Destra, i Campi Hobbit, il movimentismo (TP-Costruiamo l’azione) e la stessa lotta armata dei Nar, non nascono «a destra» ma, come hanno messo ben in evidenza Andrea Colombo e Ugo Maria Tassinari, come rottura irreversibile e contro la stessa destra istituzionale e di apparato. C’è stata una rivolta generazionale complessiva, di chi si è voluto scontrare con la gerontocrazia e l’immobilismo della destra nazionale. E soprattutto contro coloro che già da allora plaudevano alla completa de-fascistizzazione di pensiero ed azione, per ghettizzare il nostro mondo nell’anticomunismo di servizio.


Quanto c’è di vivo e vivace oggi di quel messaggio, di quella visione del mondo che nacque nel Risorgimento, confluì nel Fascismo e che ora è dispersa in mille rivoli?


Bhè una indicazione l’avete data proprio Voi di Augusto Movimento che avete lanciato un immaginario notevole e affascinante, sostenendo che non solo non si è concluso il ’900, ma che in Italia siamo in una sorta di sottociclo pre-risorgimentale, in cui la Nazione è di nuovo presa in ostaggio da vecchi e nuovi ordini molto simili a quelli che scaturirono dal Congresso di Vienna. Ricollocare agli inizi del terzo millennio un «immaginario filo-risorgimentale», imporlo nella comunicazione, significa recuperare l’essenza più originale ed atemporale del concetto di LIBERAZIONE NAZIONALE, mai seriamente compiuta, a cui dovrebbero partecipare le élite più nobili del pensiero anticonformista, quelle più avanzate e mobilitate da sempre esistenzialmente su certi temi. Come allora, c’è bisogno più che mai di una RIVOLUZIONE DA DENTRO su tre vettori: la rifondazione del linguaggio, la proposizione-occupazione degli immaginari di riferimento, un cambio vertiginoso e definitivo della collocazione politica (oltre, fuori e contro la destra).


Che cosa rappresenta e, in prospettiva, può rappresentare una realtà come Casa Pound?


Casa Pound è un progetto avanzato e vincente di «Avanguardia», che si sta sviluppando su tutto il territorio nazionale, l’esperienza concreta che ha strappato finalmente “pezzi di sinistra” alla sinistra, soprattutto nella comunicazione, nel metodo, nel radicamento sociale; è la tentazione di spiazzare il conformismo dei blocchi, e di non farsi ghettizzare nel minimalismo nazional-populista tra le varie destre più o meno radicali; EstremoCentroAlto è un’immagine assolutamente vincente per lo scenario di confronto dentro la post-modernità, soprattutto per lo scenario di scontro sul fronte metropolitano.

D’altra parte ho visto nascere questa “creatura” dal basso, dai primi vagiti del Cutty Sark nel 1997, nelle provocazioni di panico mediatico del gruppo Fahrenheit 451 (a proposito di occupazione degli immaginari!) agli ZetaZeroAlfa, che sono diventati con la loro musica underground l’elemento trainante del progetto umano, alle occupazioni non conformi e alle battaglie sul Mutuo Sociale e sulla proprietà della casa, fino alla Giovinezza dirompente e futur-ardita del Blocco Studentesco. Il solito vero limite di sempre (quello del romano-centrismo) lo si sta superando con il radicamento nelle altre realtà territoriali e regionali. D’altra parte bisogna alimentare e far crescere a tutti i livelli il network della Resistenza, della nostra Resistenza, questa volta una Resistenza vera, al «nulla» che inesorabilmente avanza.


giovedì 14 gennaio 2010

Ernst Jünger: L’Anarca

Nel pensiero di Ernst Jünger, a partire dagli anni ’60, la concezione del Ribelle si evolve man mano, confluendo in quella dell’Anarca, ovvero da una concezione etica di resistenza attiva e anti-sociale, si passa a una concezione etica più ampia di resistenza passiva e a-sociale. Infatti, l’epoca storica si avviava ad essere destinata non più alla mobilitazione totale, ma alla ripetizione di periodi cesaristici e diadochici ormai privi di storia, già prefigurati nel cesarismo spengleriano, e del tutto calzanti ai nostri tempi. In quest’ottica, si rovescia perciò anche il modello proposto: da un uomo che è bandito dalla società, a un uomo che ha bandito la società da se stesso.

Al di là dell’evoluzione di pensiero determinata dal cambiamento della situazione storica, con l’avanzata dilagante del nichilismo (crisi nucleari, conflitti di decolonizzazione, Contestazione) non bisogna neanche trascurare l’ampliamento delle conoscenze di Jünger, dovuta per esempio allo studio delle religioni e delle tradizioni orientali proprio al periodo di collaborazione con Mircea Eliade alla rivista «Antaios», da loro due fondata, il che suggerisce e spiega gli spunti di connessione dell’Anarca con certe dottrine orientali, come il Tao.

L’opera fondamentale sull’Anarca, in cui questa figura è rappresentata e teorizzata, è il romanzo criptostorico Eumeswil (1972), il libro conclusivo di una trilogia narrativo-simbolica che si snoda da Auf den Marmorklippen ad Heliopolis, descrivendo le tre diverse fasi dell’affermazione della modernità, ovvero dal rovesciamento dell’ordine tradizionale alle lotte interne per il potere, fino allo stabilirsi di un nuovo ordine totalitario tirannico-demagogico.

Nella città-stato postmoderna di Eumeswil, contesa tra l’alternarsi di oligarchie tribunizie e dittature personali, vive e si racconta Martin Venator, assistente e studioso di storia all’università e al contempo steward privato del Condor, il tiranno che domina la città. Questa vicinanza al potere è vissuta in modo esterno come un’occasione preziosa di apprenderne i meccanismi, in funzione della sua attività di storico, e tuttavia comporta tutta una serie di pericoli che il protagonista prende in considerazione. Dalla sua figura e dai suoi pensieri, emerge quindi il ritratto dell’Anarca jüngeriano. L’intreccio è in realtà limitato a un lungo monologo del protagonista che descrive estesamente la situazione e i suoi pensieri, fino a giungere all’improvviso finale.

Jünger constata come in ogni uomo vi sia al fondo un principio anarchico e libertario, in modo simile all’Unico di Stirner, da cui l’Anarca si distacca però in quanto cosciente della sua libertà. Egli è totalmente indipendente, sia sul piano politico, sia su quello intellettuale e spirituale. Il suo approccio è quello spensierato e ludico del fanciullo nietzscheano, per cui il dovere è affrontato come una vacanza, e il riposo come una veglia, rimanendo continuamente presente a se stesso. Così, egli potrà sempre mantenersi libero dagli impegni della società. Questo non significa però ch’egli non può parteciparvi, anche emotivamente, ma semplicemente che manterrà sempre la sua libertà di giudizio e d’azione e una riserva di fondo, che gli consenta di declinare il proprio impegno, qualora questo non gli sia più accettabile moralmente.

La morale dell’Anarca non è un codice rigido, né un legame esterno, ma è strettamente autonoma e non codificata. L’unica autorità ch’egli riconosce è se stesso, oltre al diritto di ciascun altro individuo a porsi come Anarca. Per mantenersi puro rispetto a influenze esteriori, è sempre opportuno dunque un certo distacco, e una visione della realtà obiettiva, come quella di uno storico. Lo studio della Storia diventa istruttiva perché permette di storicizzare ogni attualità e considerarla in maniera neutra, così come rivela le regole e i meccanismi della politica e delle leggi.

Infatti, come sottolinea in più passi Jünger, l’Anarca è ben differente dall’anarchico: quest’ultimo è impegnato politicamente e socialmente, e pur disprezzando le norme della società, egli riconosce l’autorità, dal momento che vi lotta contro; di fatto, l’anarchico è bloccato dai pregiudizi e dai valori cui aderisce. Ben diversamente, l’Anarca mantiene una serena adesione e una costante vigilanza, tali da poter partecipare liberamente alla società, ma senza legami o costrizioni di sorta.

Il suo rapporto con l’autorità non è conflittuale, dal momento che egli stesso esercita autorità su se stesso. La sua libertà interiore è la stessa di un Cesare sopra i propri domini. Sa di avere ogni diritto, compreso quello di uccidere se stesso. Grazie all’analisi storica ha imparato come governare se stesso e come sono governati gli uomini. Così, egli accetta la società, ben sapendo che la sua libertà non dipende dalle libertà materiali.

In conclusione, si può osservare che l’Anarca, rispetto al Ribelle, non costituisce un cedimento o una ritirata. È sbagliata infatti la contrapposizione tra uno Jünger giovane e ribelle e uno Jünger invecchiato e imborghesito proposta da Evola, il cui Cavalcare la Tigre molto ha in comune con lo Jünger postbellico. Al contrario, il passaggio al bosco è solo una delle possibilità dell’Anarca, il quale prende le mosse dal Ribelle, ma – con una maggior coscienza del totalitarismo odierno e un declinare dell’ottimismo da parte dell’autore – questo nuovo tipo umano sviluppa queste problematiche a un livello più profondo e più elevato, dal momento che ha raggiunto un’ancor più piena libertà interiore.

giovedì 7 gennaio 2010

La sinistra fascista e il «nuovo fascismo»

Tra le varie «anime» del movimento fascista, la corrente «sinistra» fu certamente la più rivoluzionaria e la più interessante, che non nacque col Fascismo e con questo perì, ma che comunque vi confluì con entusiasmo, contraddizioni e originalità, apportandovi contributi di grande valore.

Essa ha risvegliato ultimamente notevole interesse nella storiografia moderna, fruttando studi di estremo rilievo come Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona di Luca Leonello Rimbotti (Settimo Sigillo, Roma 1989), Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil (1928-1948) di Pietro Neglie (Il Mulino, Bologna 1996) e Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica di Paolo Buchignani (Mondadori, Milano 1998).

Ma un contributo davvero imprescindibile rimane comunque La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato di Giuseppe Parlato (Il Mulino, Bologna 2000), sia per il suo ampio respiro e l’efficace sintesi che per l’analisi circostanziata dei miti, delle proposte originali e dell’afflato rivoluzionario che animò gli esponenti della sinistra fascista.

Il prof. Parlato, esponente di punta della scuola defeliciana al pari di Francesco Perfetti, Emilio Gentile e Guglielmo Salotti, nonché relatore di recente a CasaPound per una conferenza su Nicola Bombacci, traccia nella sua opera, con altissimo spessore scientifico, la storia di questo movimento sui generis: dalle origini prefasciste e gli sviluppi protofascisti al movimentismo ante-Marcia su Roma, dalla «grande crisi» a seguito della svolta autoritaria del Regime nel 1925 alla renaissance del periodo imperiale e poi bellico, dall’esperienza della Repubblica Sociale sino ai differenti esiti nel dopoguerra.

Veniamo così a contatto con personalità quali Edmondo Rossoni, Curzio Malaparte, Sergio e Vito Panunzio, Ugo Spirito, Angelo Oliviero Olivetti, Bruno Spampanato, Tullio Cianetti, Giuseppe Landi, Giuseppe Bottai, Berto Ricci, Edoardo Malusardi, Riccardo Del Giudice, Felice Chilanti, Luigi Fontanelli, Paolo Orano, Amilcare De Ambris (fratello di Alceste), Eno Mecheri, Ugo Manunta, per non dire di tanti altri.

È doveroso tuttavia premettere che la sinistra fascista non fu mai un blocco unitario, con un’ideologia e un progetto organici, bensì vi si colgono sfumature, differenze, talvolta scontri, non sempre pacifici. Eppure questa corrente è riconoscibile grazie a caratteristiche inconfondibili quali «un forte e consapevole spirito antiborghese», «una polemica contro il modello capitalistico di produzione», «un radicato senso della socialità, che si espresse nel culto della comunità tipico del periodo squadrista ovvero nell’attenzione nei confronti delle classi meno abbienti e delle problematiche sociali», «una interpretazione della politica come rivoluzione» e il «rifiuto della democrazia liberale e la contemporanea rivendicazione, in prospettiva, di una democrazia popolare totalitaria di matrice roussoviana» (pp. 17-18*).

La nascita di questo movimento politico-ideale va ricercata, innanzitutto, nel Risorgimento progressivo e popolare di Mazzini, Garibaldi, Ferrari e Pisacane – esponenti di un socialismo non marxista e nazionale –, contrapposto al Risorgimento liberale e compromissorio di un Cavour (1), il cui esito era stato il giolittismo, che il Fascismo avrebbe dovuto demolire. Il Risorgimento mazziniano e garibaldino fu, infatti, un riferimento fondamentale per la sinistra fascista, e il suo richiamo ebbe un risveglio dirompente in Rsi all’approssimarsi della fine.
Altro precedente e mito costante dei «fascisti rossi» fu il Sindacalismo Rivoluzionario, di cui Filippo Corridoni era il massimo rappresentante, e che non mancò di essere la stella polare del sindacalismo fascista. Il Fiumanesimo, inoltre, con la sua carica rivoluzionaria, sia a livello estetico ed esistenziale che politico, fu oggetto di studio e riferimento culturale della sinistra fascista, in particolare relativamente alla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris, che da alcuni fu indicata (ma non senza polemiche) come uno dei precedenti del Corporativismo.

Dunque, «nel periodo che va da San Sepolcro al 1925, essa [la sinistra fascista] si manifestò nel sindacalismo rossoniano, nello squadrismo, nell’avanguardismo giovanile e nel ruolo di alcuni intellettuali atipici dei quali il più significativo rappresentante fu Malaparte» (pp. 18-19). E infatti Rossoni fu il punto di riferimento della sinistra fascista in questo primo momento – con la sua attività sindacale e la rivista «La Stirpe» –, fautore e alfiere di quel «sindacalismo integrale» che alla fine fu bocciato. Ed è proprio alla fine degli anni Venti con il cosiddetto «sbloccamento» (ossia la frantumazione delle organizzazioni sindacali fasciste) e con la svolta del ’25 che la sinistra fascista entrò in un periodo di crisi, non mancando tuttavia dibattiti e vivacità intellettuale.

Con la Guerra d’Etiopia, invece, le tematiche «di sinistra» tornarono d’attualità, anche grazie alla «presenza di un agguerrito mondo universitario», alla «progressiva acquisizione di un ruolo politico del sindacato» e al «concomitante affermarsi dello Stato sociale» (p. 21). Aggiungendo, ovviamente, la polemica antiborghese suscitata da Mussolini che, se nel Duce era essenzialmente critica di costume, dagli ambienti della sinistra fascista fu combattuta con un più concreto approccio socio-economico, come si può evincere dal «bestseller» Processo alla borghesia (1939), raccolta di saggi curata da Edgardo Sulis e a cui partecipò anche Berto Ricci.
Questa rinascenza fu definita dal De Felice il «nuovo fascismo» – in opposizione a quello che lo stesso Mussolini chiamò il «Fascismo che invecchia» –, ossia un periodo di grande rinnovamento culturale, in cui i «fascisti rossi» erano decisi a portare il Fascismo alle sue estreme conseguenze, rianimando quella Rivoluzione che aveva rallentato a causa delle resistenze dell’ala moderata della classe dirigente fascista.

Il sindacato e i Guf si fecero interpreti di questa nuova stagione con contributi culturali di altissimo livello, attraverso riviste come «Il Lavoro Fascista» di Luigi Fontanelli, «L’Ordine corporativo», «Il Maglio», «Cantiere», «L’Universale» di Berto Ricci, «Primato» di Giuseppe Bottai, «La Verità» di Nicola Bombacci, senza contare i numerosissimi fogli universitari.
La polemica antiborghese, in particolare, generò acute riflessioni sui meccanismi di produzione vigenti in Italia, constatando che si dovevano fare i conti con i residui del capitalismo liberale, realizzando finalmente lo Stato corporativo che – fino ad allora – aveva sì frenato l’ingordigia del «padronato» e migliorato vistosamente le condizioni dei lavoratori, ma non era ancora riuscito a trasformare strutturalmente il sistema economico italiano, condicio sine qua non per fare veramente la Rivoluzione: «Superamento del salario, programmazione economica e nuova concezione della proprietà privata rappresentarono pertanto i tre momenti attraverso i quali si tentò di trasformare il fascismo in una forza sociale e rivoluzionaria, in grado di incidere profondamente nella situazione sociale, economica e produttiva del paese» (p. 139).

In questo senso vi furono dibattiti e proposte per l’elaborazione di un originale concetto di proprietà privata in grado di superare sia la tirannia di quello liberale che quello collettivista di stampo sovietico, i cui esiti furono raccolti nella ponderosa opera La concezione fascista della proprietà privata (1939), «summa del pensiero fascista sulla questione sociale» (p. 142). Fu altresì sostenuta la necessità del superamento del salario, inquadrata nell’ottica dello Stato corporativo – problema ben delineato nel volume di Felice Chilanti ed Ettore Soave Dominare i prezzi e superare il salario (1938).

Il progetto della sinistra fascista fu, dunque, quello di rendere il lavoro non più oggetto, bensì soggetto dell’economia, attraverso l’autonomia delle masse lavoratrici, l’autogoverno delle categorie e l’autodisciplina nell’educazione alla responsabilità e alla coscienza politica, ossia i cavalli di battaglia del sindacato.

E fu proprio il lavoro il nuovo mito dei «fascisti rossi», inteso come mistica e come pedagogia rivoluzionaria.
Già Luigi Volpicelli, che aveva collaborato con Bottai (foto) alla Carta della Scuola, aveva denunciato e contestato la scissione avvenuta tra lavoro e cultura. Un vecchio preconcetto, infatti, proprio della società borghese, voleva che la vera cultura fosse essenzialmente umanistica, escludendo così il sapere tecnico dalle categorie di scienza e cultura; lo stesso Gentile, nella celebre Riforma della Scuola (1923), non si era totalmente discostato da questo fallace pregiudizio, sicché Bottai dovette rivedere questa impostazione con la già citata Carta.

Le polemiche furono roventi, e la sinistra fascista non mancò di armare le proprie bocche da fuoco, capitalizzando numerosi successi e propagandando quello che doveva essere il vero spirito rivoluzionario del Fascismo; ad esempio sempre Edgardo Sulis scrisse, nella sua Rivoluzione ideale (1939), che «la misura della civiltà è il lavoro umano». Se nel soldato, quindi, il Fascismo aveva visto il proprio mito negli anni Venti, negli anni Trenta dovevano essere i lavoratori la nuova aristocrazia italiana, senza distinzione alcuna tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, il nerbo rivoluzionario dello «Stato Nuovo», in cui «il lavoro cessa di essere una merce per assumere il ruolo di soggetto dell’economia, uno Stato collettivo e totalitario mirante a portare (non solo giuridicamente ma concretamente, cioè nella cultura, nella morale, nel costume, ecc.) le classi e categorie proletarie sullo stesso piano delle classi e categorie intellettuali o detentrici degli strumenti della produzione» (2).

Lo stesso Gentile rivide le proprie posizioni, formulando il concetto di «umanesimo del lavoro» in Genesi e struttura della società (pubblicato postumo nel 1946), «forse il suo libro più bello, comunque, il libro suo più innovatore e rivoluzionario» secondo il giudizio dell’allievo Ugo Spirito (3).
La mistica del lavoro doveva pertanto essere il mezzo attraverso il quale creare una nuova socialità, base dello Stato Nuovo, «socialità – come scrisse Mariano Pintus – che è senso di responsabilità, dominio della competenza, primato dello spirito ed esaltazione non retorica dell’onestà» (4), giacché «la Rivoluzione fascista è anzitutto una rivoluzione sociale che dalla forza viva e sana del popolo esprime nuovi valori, forma nuove gerarchie» (5). La nuova civiltà fascista è pertanto la «civiltà del lavoro», a cui fu dedicato non a caso il noto e omonimo Palazzo all’Eur in occasione del Ventennale.

Sia la tematica del lavoro che la polemica antiborghese, quasi fondendosi, animarono gli intrepidi spiriti dei giovani dei Guf, e proprio dall’università giunsero le più interessanti manifestazioni della nuova cultura fascista, prima teorizzata, poi applicata, con conseguenze rilevanti per lo stesso periodo postbellico: «Alla cultura classica si stava sostituendo la formazione tecnica e scientifica, all’otium borghese un sapere “attivo” sempre più finalizzato alle trasformazioni sociali, alla contemplazione estetica un’arte etica e pedagogica. Di qui la indispensabilità di una cultura e di un intellettuale militanti, nuovo modello di impegno destinato a superare il concetto di cultura tipico dell’epoca liberale, lontano dalla politica, neutrale, privo di passione civile» (p. 199). Era pertanto, come intuì benissimo Augusto Del Noce già nel ’45, «l’idea di una nuova cultura, cultura che trasforma contro cultura che consola», e tale cultura che trasforma è quella «che si identifica con la società, governa con la società, conduce gli eserciti per la società, contro quell’altra che ha predicato, che ha insegnato» (6).

A questa poderosa rivoluzione culturale diede man forte una rivista come «Il Bargello», organo ufficiale del fascio fiorentino, in cui personaggi come i giovani Elio Vittorini, Vasco Pratolini e Romano Bilenchi proponevano tematiche letterarie d’avanguardia, con l’intento di «creare una letteratura per il popolo, che evidenziasse le tendenze della società moderna; stabilire un rapporto tra cultura e mondo del lavoro, con particolare attenzione a temi quali la lotta all’analfabetismo, l’urbanesimo, le condizioni di vita delle masse operaie e contadine; elaborare una cultura che suscitasse la creazione di una coscienza sociale e rivoluzionaria; condurre una critica serrata della letteratura d’evasione e decadente, in nome di un verismo e di un realismo da applicarsi nei diversi rami della cultura» (p. 204).

E infatti il modello letterario dei giovani fascisti non fu più il retorico e aristocratico D’Annunzio, bensì Giovanni Verga, la cui poetica di «verità» focalizzava l’attenzione sull’elemento sociale, indicando agli universitari «un’arte rivoluzionaria ispirata ad una umanità che soffre e spera» (7).
Il verismo e l’impegno nel sociale, che privilegiavano la quotidianità e la sua autenticità, generarono conseguentemente un rifiuto e una critica severa al «decadentismo e all’intimismo, al lirismo nostalgico, alla letteratura dei sentimenti, bollati unanimemente dai giovani universitari come “borghesi”» (p. 208), tanto che la rivista «Libro e Moschetto» lanciò alla fine del 1939 una significativa Inchiesta sul romanzo, cui partecipò anche Ezra Pound. Da qui le fiere rivendicazioni di Sergio Lepri: «La nostra attuale narrativa (…) è quasi sempre un racconto non di vita aderente a una realtà attuale, ma di una vita mediata dalla memoria, dove il centro lirico è posto in una ricerca di smarrite stagioni (…). Vorremmo, ma questo forse lo permetterà unicamente una mutata realtà sociale e la conclusione di quel rinnovamento della società che è oggi in atto, che il racconto non fosse solo confessione e memoria (…) ma presenza attiva dell’uomo, centrato nel suo destino e nella sua volontà» (8).

Se quindi in ambito letterario gli alfieri della nuova poetica sociale furono Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Luigi Bartolini e Cesare Pavese, per quanto riguarda le arti figurative i giovani fascisti si ispirarono a Manzù, Guttuso, De Chirico e, soprattutto, a quel Sironi stile anni Trenta che celebrava con le sue opere la nascente «civiltà del lavoro».
I Guf iniziarono inoltre una polemica verso il razionalismo piacentiniano, teorizzando una nuova architettura che si occupasse prevalentemente dell’edificazione di case popolari, per la quale si cercava di elaborare un’estetica in grado di esaltare la figura del lavoratore in cui il lavoratore stesso – benché incolto – si riconoscesse.
Ma è soprattutto all’arte cinematografica che gli universitari fascisti dedicarono la loro attenzione, rivestendo un ruolo indiscusso d’avanguardia, attraverso la funzione fondamentale del documentario dei CineGuf. Come si può osservare – e come è abbastanza noto, eccetto ritardi oramai ingiustificabili – il neorealismo nasce ben prima del dopoguerra, e specificamente con il Fascismo grazie alle proprie avanguardie giovanili.

Immediata conseguenza di questa nuova stagione culturale fu la rivalutazione del lavoro manuale e del sapere tecnico-scientifico, come ben sintetizzò Angelo Da Prato: «Noi vogliamo fare discendere (…) la scuola dalla cattedra, fuori spesso dal mondo e assorta in vuoti razionalismi celebrali, verso la vita (…). Questa nuova affermazione del concetto di lavoro (…) parte cioè dalla ribellione contro il concetto liberale-borghese del lavoro e dei suoi valori, secondo cui il lavoro era ancora il triste fardello cui l’uomo era costretto ad essere legato» (9).

Le leggi razziali, poi, lasciarono alquanto freddi gli esponenti della sinistra fascista, se si fa eccezione del sindacalista Tullio Cianetti, apertamente filotedesco.
Fu invece con la guerra civile spagnola, e il relativo impegno bellico italiano, che i «fascisti rossi» si distinsero con posizioni fuori dal coro, dietro un mal dissimulato unanimismo, tanto che il sindacato e intellettuali anticonformisti del calibro di Berto Ricci si profusero nella difesa de «Il Lavoro», rivista dei portuali genovesi, e «I problemi del lavoro» di Rinaldo Rigola, apertamente schierati al fianco dei repubblicani iberici e pertanto contro il conservatorismo e le forze cattoliche reazionarie di Franco.

Al contrario il conflitto mondiale fu sostenuto dalla sinistra fascista in quanto guerra «rivoluzionaria», «di indipendenza» o addirittura «di liberazione» combattuta dai «popoli giovani e proletari» contro le «demoplutocrazie» occidentali: «Questa è una guerra che deriva necessariamente da tutta la politica sociale svolta da anni dal Regime (…): è l’ultimo colpo di spalla, quello decisivo, contro un sistema plutocratico che si opponeva dall’esterno a che il popolo italiano avesse il giusto profitto del suo lavoro nel mondo» (10).

Si rianimò quindi la polemica antiborghese, che vide tra i protagonisti Camillo Pellizzi, presidente dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura oltre che direttore di «Civiltà Fascista», il quale scrisse violentemente che «il nostro “ordine” non può essere, evidentemente, l’ordine dei borghesi», rincarando poi la dose in merito alla guerra contro le demoplutocrazie e l’Unione Sovietica, affermando: «si parli pure di “difesa della civiltà”, ma è indispensabile non gravare tale concetto di un senso statico e conservatore: poiché civiltà è sempre sistema ed equilibrio di forze spirituali, liberamente creatrici. Una civiltà conservatrice è, idealmente, un non senso. Una civiltà che può essere solo difesa, è come morta. La civiltà si difende sviluppandola, trasformandola» (11).

Prima del 25 luglio è poi da segnalare l’interessantissimo progetto di Tullio Cianetti (foto), ministro delle Corporazioni dal febbraio del ’43, «senza dubbio il più intelligente e più famoso interprete di quella linea populista che del fascismo cercava di cogliere l’aspetto sociale» (p. 225).
Ebbene, Cianetti intendeva perseguire i presupposti del disegno economico fascista, potenziando e realizzando finalmente lo Stato corporativo. Assumendo l’eredità di Rossoni e Luigi Razza, il neoministro preparò le varie riforme atte allo scopo: effettiva funzione legislativa delle Corporazioni (che la Camera dei Fasci e delle Corporazioni possedeva solo parzialmente), l’agognato autogoverno delle categorie (antico mito del sindacalismo), pianificazione dell’economia (non più delegata allo Stato ma alle Corporazioni, che finalmente si dovevano costituire Stato esse stesse). Il tutto inserito in quel progetto di «democrazia totalitaria» che era la meta dichiarata della sinistra fascista, una volta esauritasi la dittatura.
Il piano elaborato da Cianetti, avallato da Mussolini, non fu – come ovvio – di possibile attuazione, a causa della caduta del Regime. Ma le intenzioni erano state espresse, la strada da percorrere indicata e delineata, come dimostra la scelta del Duce di aver affidato il ministero a Cianetti.

E così, con la fine del Fascismo e la sconfitta bellica, i sogni e gli ideali dei tanti giovani che avevano creduto nella Rivoluzione fascista, portatrice di una nuova civiltà, si spensero nel sangue, proprio mentre la Repubblica Sociale lasciava il proprio testamento alle generazioni future con la Socializzazione delle Imprese.

A fronte di questa breve e sintetica disamina, è indispensabile chiarire alcuni problemi e incomprensioni, spesso generati in maniera interessata e in malafede.

Innanzitutto il problema della «fronda», ossia quel pensiero debole che vuole gli esponenti della sinistra fascista sostenitori del Regime per mera necessità, i quali mostrarono solo in seguito il loro vero volto di antifascisti: «in realtà fu il problema della riforma interna al fascismo condotta da giovani, da universitari, da sindacalisti che contestavano l’unanimismo del regime e le sue forme barocche di consenso per giungere a un fascismo più mistico, più spiritualista, più sociale, meno compromesso con la classe dirigente liberale e borghese: in altri termini, non soltanto non era un antifascismo criptico, ma semmai si trattava di un “iperfascismo”, più totalitario e più democratico insieme» (pp. 146-7).

È altresì inaccettabile la tesi secondo cui il Regime, reazionario e liberticida, avrebbe soffocato l’anelito rivoluzionario e ingenuo delle giovani leve, destinate all’insuccesso e alla frustrazione. Il gradualismo pragmatico e politicamente intelligente di Mussolini, infatti, non escludeva affatto l’effettiva realizzazione della Rivoluzione fascista (i cui presupposti e traguardi erano stati esplicitamente delineati), anzi le ultime scelte del Duce confermano irrefutabilmente che il «nuovo fascismo» lo avrebbe costruito in buona parte quella «giovane sinistra» che – come mette ben in rilievo il prof. Parlato – «sarebbe stata la classe dirigente del fascismo se esso fosse durato oltre il dramma del conflitto» (p. 104).

Ed è proprio da questo appuntamento perso con la storia, la quale col Fascismo e quella generazione d’Italia fu particolarmente severa e ingenerosa, che nacque questo «progetto mancato», che è stato senza dubbio il più affascinante e più rivoluzionario che l’Italia postunitaria abbia mai conosciuto.


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* Le pagine indicate tra parentesi si riferiscono alla già citata opera G. PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000.

(1) Vd. ad es. C. MALAPARTE, L’Europa vivente e altri saggi politici (1921-1931), Vallecchi, Firenze 1961, p. 19, in cui l’autore parla di un Risorgimento «imbastardito» dalle idee straniere, il cui simbolo è «il sorriso machiavellico e, disgraziatamente, italianissimo di Cavour».

(2) R. MAZZETTI, Proletariato e aristocrazia, Meridiani, Bologna 1936, p. 49.

(3) Giovanni Gentile, Sansoni, Firenze 1969, pp. 193-4.

(4) I giovani all’opposizione, in «Roma Fascista», 10 luglio 1941.

(5) B. BIAGI, La politica del lavoro nel diritto fascista, Le Monnier, Firenze 1939, p. 231.

(6) Di una nuova cultura, in «Il Popolo Nuovo», 6-7 ottobre 1945.

(7) M. ALICATA, Verità e poesia: Verga e il cinema italiano, in «Cinema», 10 ottobre 1941.

(8) Il problema della cultura, in «Rivoluzione», 10 giugno 1942.

(9) Lavoro nelle Università, in «Posizione», 10 gennaio 1943.

(10) G. ANSALDO, Guerra proletaria, in «Il Telegrafo», 18 ottobre 1940. La dizione «guerra di liberazione» appartiene invece ad Italicus, con cui titolò il suo volume La guerra contro l’Inghilterra guerra di liberazione (1940).

(11) La guerra è una, in «Civiltà Fascista», luglio 1941.

giovedì 24 dicembre 2009

Il Fascismo di Delio Cantimori

Delio Cantimori (foto) fu uno dei più grandi storici italiani del Novecento, eppure non è noto al grande pubblico, e anche fra gli addetti ai lavori, si preferisce ricordare i suoi studi di storia moderna sugli eretici italiani del ’500, o al limite è citato come «il patriarca della storiografia marxista in Italia» (R. De Felice). Tuttavia, il suo percorso politico e intellettuale fu molto più complesso, simile per certi versi a quello di Ernst Niekisch, e non si sbaglierebbe, infatti, a collocarlo tra i rari corrispettivi italiani della Rivoluzione conservatrice tedesca. Basterebbe esaminare i suoi scritti politici (D. CANTIMORI, Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), a cura di L. Mangoni, Einaudi, Torino 1991).

Delio nacque a Russi, nel cuore della Romagna rossa e mussoliniana, nel 1904. Condusse gli studi liceali a Ravenna (1919-1922) e Forlì (1922-1924), e fu influenzato dal magistero filosofico di Galvano Della Volpe. Il suo primissimo orientamento era verso l’attualismo gentiliano. A questo periodo risale l’interesse per il Rinascimento e per la cultura tedesca, specie i romantici. Tra il 1924 e il 1929 studiò Storia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Suo padre era Carlo Cantimori, d’ardente fede mazziniana, militante del partito repubblicano, corrispondente di Alceste De Ambris, co-autore della Carta del Carnaro, e di Giovanni Gentile, indeciso nel 1922 tra il fascismo e un socialismo reducista e fiumano, infine aderente al regime dal 1926 fino alla fine. Lo stesso Delio, fin da ragazzo, ebbe una forte ammirazione per l’interventismo e appoggiò fortemente l’impresa fiumana, abbonandosi al bollettino della Reggenza del Carnaro e facendo propaganda fra i suoi compagni. Riconobbe presto nel Fascismo una forza veramente rivoluzionaria, e prese infine la tessera nel 1926, ma già nel 1924, ai tempi del caso Matteotti, si dichiarava fascista, approvando l’eliminazione di quest’ultimo, quale nemico politico.

In una lettera a Croce del 19 luglio 1926, affermava esplicitamente di seguire il Fascismo e di considerarla una religione. L’anno dopo definiva con esattezza questa religione: «quella coscienza dell’uomo moderno, consapevole del suo dovere e della sua responsabilità, ma anche del suo limite nella vita della Nazione per la quale egli è quel che è e può operare utilmente, concretamente, senza lasciarsi sviare da anacronistici ritorni a forme di vita morale (e religiosa che è lo stesso), buone per le donne e per la parte femminile degli uomini, che credono che Dio si veneri battendosi il petto ad ore fisse, e via dicendo, e non lavorando e faticando» (Politica e storia contemporanea, p. 26).

Di fatto, egli univa lo Stato etico gentiliano al nazionalismo mazziniano, rimanendo contrario sia al reazionarismo clericale e neoguelfo (ma anche contro il medievalismo ghibellino alla Evola), sia allo sciovinismo francese e al nazionalismo völkisch tedesco. Ovviamente, la sua opposizione era forte anche contro il liberalismo, considerato come sorpassato dalle grandi ideologie sociali del XX secolo. Anche nella simpatia che emerge verso gli eretici, dalle sue pagine storiografiche, si deve vedere piuttosto un intenso afflato libertario, proprio del Fascismo rivoluzionario, ovvero il rifiuto di una religione dogmaticamente e teologicamente imposta.

In politica interna, egli era naturalmente sostenitore dello Stato etico e corporativo. «A organizzazione culturale delle corporazioni, dove accanto alla cultura professionale e tecnica è unita la educazione secondo la morale di ordine e disciplina che il Governo Fascista ama accentuare come propria, appare di nuovo risposta chiara e netta ai bisogni della civiltà europea» (Politica e storia contemporanea, p. 26). In politica estera, è molto interessante il fatto che egli fosse già conscio della decadenza d’Europa, e reagisse con un vigoroso europeismo a prospettiva imperiale, che anticipava già Thiriart (foto). Inoltre sosteneva che l’Italia fascista dovesse farsi forte e diffondere il suo esempio nei rapporti internazionali. «Bisogna che noi ci assuefacciamo a questi orizzonti, e che ci consideriamo appunto perché e in quanto italiani e fascisti, banditori di un’idea universale, cittadini dell’Europa e del mondo» (articolo su «Pattuglia», 2 novembre 1929).

Altrettanto degno di nota era il suo punto di vista sostanzialmente filobolscevico, per cui rifiutava le critiche reazionarie o liberali al modello sovietico e sosteneva la necessità di un’alleanza tra URSS e Italia. Contemporaneamente, Cantimori mostrava un forte interesse per gli autori della Rivoluzione conservatrice, che studiò approfonditamente, conseguendo anche una seconda laurea in letteratura tedesca. Riguardo al nazionalsocialismo, egli apprezzava le teorie minoritarie dei fratelli Strasser, ma criticava il romanticismo politico connesso all’ideologia hitleriana. Il suo pensiero politico lo portava a opporsi sia alle posizioni conservatrici di Schmitt, sia a quelle razzialiste di Rosenberg.

Nel frattempo, insegnò ai licei di Cagliari e Parma, per essere chiamato da Giovanni Gentile all’Istituto Italiano di Studi Germanici nel 1934 e ad insegnare alla Scuola Normale di Pisa nel 1940, dopo aver ottenuto la cattedra di Storia Moderna a Messina l’anno prima. In quegli anni, maturò un certo distacco dal Fascismo, a causa della delusione per il Concordato del 1929, per l’insufficienza delle leggi corporative nel 1934, e la conseguente emarginazione di Bottai, Spirito e di altri fascisti “di sinistra”, e del progressivo avvicinamento alla Germania hitleriana, con conseguente inasprimento dell’anticomunismo. Ai primi del 1936, sposò Emma Mezzomonti, militante comunista.

In ogni caso, il passaggio dal Fascismo al Comunismo fu in Cantimori non un repentino voltare gabbana, bensì un lento e progressivo perdere fiducia in un regime che percepiva come ormai troppo poco rivoluzionario e relativo avvicinarsi ad un nuovo sistema politico-ideologico. Se già nel 1938 egli era ormai più “rosso” che “nero”, ancora nel 1941 egli scriveva su «La civiltà fascista» e fu solo nel 1948 che egli prese la tessera del PCI. In quegli anni, infatti, condusse vari studi su Marx, fino a tradurre il primo libro del Capitale (1951-52). D’altronde, non doveva durare troppo a lungo: già nel 1956, in seguito all’invasione dell’Ungheria, egli uscì dal partito, dedicandosi unicamente agli studi, fino alla sua morte (1966).

mercoledì 16 dicembre 2009

Cenni su Nicola Bombacci

Giuseppe Parlato, ex rettore dell’Università San Pio V ed autore del libro La sinistra fascista, è intervenuto pochi giorni fa a CasaPound portando il suo contributo ad una conferenza dedicata alla figura di Nicola Bombacci. Le parole del professore hanno messo impietosamente in evidenza quanto l’opinione pubblica e determinati settori culturali del paese siano in ritardo rispetto alle conquiste della storiografia sul tema del Fascismo. Quest’ultimo, ancora definito da più parti quale mera «guardia bianca della borghesia», è stato invece un fenomeno ricco di sfaccettature che attendono ancora di essere colte appieno nel loro insieme.

Nicola Bombacci si inserisce in questo contesto, risultando un personaggio tanto “fuori dagli schemi” quanto indicativo dei fermenti che hanno animato il nostro Paese nella prima parte del secolo scorso.
Romagnolo e socialista come l’amico Mussolini, fu un acceso ed importante esponente dell’ala massimalista del partito. In occasione del primo conflitto mondiale la sua strada e quella del futuro Duce si divisero: Bombacci si schierò contro l’intervento, allineandosi per una volta alle scelte ufficiali dei capi del socialismo italiano, con cui spesso era in polemica.
Al termine della guerra divenne addirittura segretario del PSI, per poi fondare il Partito Comunista dItalia nel 1921. Anche qui si distinse per le posizioni anticonformiste: prima appoggiò entusiasticamente l’occupazione dannunziana di Fiume, poi propugnò lavvicinamento del Fascismo allUrss, nel nome dell’anticapitalismo che caratterizzava entrambe le rivoluzioni.
Era un personaggio scomodo sia per i fascisti avviati alla conquista del potere, ma anche per i suoi stessi compagni di partito, da cui fu espulso nel 1927. Togliatti, dall’alto della sua cieca ortodossia, addusse quale motivazione la colpa di non essere abbastanza marxista e di volere «tutto e subito». Secondo lui un vero comunista non avrebbe dovuto affidarsi all’«azione diretta» di marca soreliana, ma creare le condizioni per lo sviluppo ed il crollo del sistema capitalista. Curioso che Togliatti non si avvedesse del fatto che l’Urss, ove lui risiedeva ed il comunismo era al potere, fosse allepoca della Rivoluzione dOttobre uno Stato post-feudale.

Comunque, sempre nel 1927, si aprirono per Bombacci nuovi spiragli politici in Italia. In quell’anno, infatti, Mussolini riconobbe ufficialmente l’Urss, primo fra i leaders europei. Questa scelta, dettata soprattutto da interessi economici, fu accolta con entusiasmo dal fondatore del Partito Comunista d’Italia, che cercò, tra molte difficoltà, di portare il suo contributo ideale all’interno del dibattito culturale italiano.
Interessanti a questo proposito le sue posizioni riguardo al corporativismo ed alla Guerra d’Etiopia. Egli riconobbe alla politica economica fascista una maggiore efficacia rispetto ai provvedimenti attuati in Urss, apprezzando i primi risultati raggiunti dal regime.
Ancor più sorprendente la sua lettura del conflitto coloniale italiano, che Bombacci descrisse come il naturale proseguimento sul piano geopolitico del conflitto tra «popoli giovani» e plutocrazie capitaliste.
Una tesi che portava alla mente le teorizzazioni del capo dei nazionalisti italiani Enrico Corradini, riassumibili nell’equazione: «proletari contro capitalisti = lotta di classe; popoli poveri contro popoli ricchi = nazionalismo», datata 1910.

Nel 1936 l’impegno di “Nicolino” (come era soprannominato dal Duce) fu finalmente riconosciuto grazie all’uscita della rivista La Verità (traduzione della Pravda sovietica), da lui diretta e punto di incontro di molti esponenti del vecchio mondo socialista. È in questo stesso periodo che Palmiro Togliatti pubblica il famoso «appello ai fratelli in camicia nera», in cui cerca un terreno d’incontro tra comunisti e fascisti sul programma di S. Sepolcro del 1919. Nel frattempo una personalità del calibro del filosofo Ugo Spirito, che vedeva di buon occhio un avvicinamento tra le due rivoluzioni, aveva dato il suo contributo elaborando la teoria della «corporazione proprietaria», auspicando il passaggio della proprietà dei mezzi di produzione alla corporazione, per la definitiva distruzione delle logiche del sistema capitalista. E poi come non menzionare il tentativo di Ivanoe Bonomi, membro storico del parlamentarismo prefascista, di fondare l’«Associazione socialista nazionale», assieme agli ex deputati Bisogni, D’Aragona e Caldara, disposti a collaborare con il regime.
Una serie di fermenti quanto mai interessanti e degni di nota, anche se allo scoppio della Guerra di Spagna i rapporti tra Italia ed Urss tornarono più che mai tesi. Pochi anni dopo, nel momento del breve idillio Stalin-Hitler, fu proprio La Verità (che continuerà ad uscire pressoché ininterrottamente fino al 1943, nonostante l’avversione degli “intransigenti” Farinacci e Starace) ad esprimersi favorevolmente a questa convergenza, in un’Italia fascista comprensibilmente disorientata. «(…) Eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale», scrisse Walter Mocchi nel numero del 13 ottobre 1940. Ma la guerra andò in una direzione totalmente differente, fino al disastro del 1943 e la rinascita del Fascismo con la R.S.I.

Bombacci, che non ebbe mai la tessera del PNF, si schierò da subito con la decisione che lo caratterizzava: «Duce, già scrissi in La Verità nel novembre scorso – avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi – sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re-Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del 22 ...», affermò perentoriamente in una lettera a Mussolini.
L’analisi sopra contenuta non era sbagliata: liberati dalle «forze della reazione» (la “destra” interna opportunista e conservatrice), i fascisti stilarono i 18 punti di Verona e diedero inizio alla socializzazione, per lasciare ai posteri il loro messaggio di civiltà. Le realizzazioni furono comprensibilmente incomplete, per ovvi motivi di tempo e l’ostilità di taluni esponenti di governo e dei tedeschi.
Inutile dire che Bombacci si batté entusiasticamente a favore delle riforme, impegnandosi non solo nelle fabbriche ma anche nelle politiche della casa. A questo proposito si impegnò per la stesura e l’attuazione del rivoluzionario punto 15 del Manifesto di Verona: «Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il partito iscrive nel suo programma la creazione di un ente nazionale per la casa del popolo il quale, assorbendo l’istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la sua casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l’ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie».

Il “canto del cigno” di Bombacci avvenne nel marzo 1945, quando a Genova tenne un comizio a cui accorsero ben trentamila operai, nonostante la fine della Repubblica Sociale fosse ormai questione di giorni. Erano ancora in tantissimi a voler ascoltare le forti e rivoluzionarie parole di questo «combattente sociale», le cui scelte furono spesso controcorrente ma mai opportunistiche. Ad ulteriore riprova basti citare il fatto che morì accanto al Duce, gridando in faccia ai suoi assassini: «viva il socialismo!». E così proprio lui, quello del «me ne frego di Bombacci/ e del sol dell’avvenire» cantato dai giovani fascisti, scelse di dare tutto al fianco di Mussolini, nel nome del riscatto sociale di una Nazione intera.

Nel dopoguerra non pochi esponenti (tra quelli rimasti, viste le vendette ed i massacri dei partigiani) di quella “sinistra fascista” che aveva avuto mirabili esempi nei sindacati e nei GUF, confluirono nel PCI, opportunisticamente alla ricerca di quadri competenti per il partito. Il MSI invece nacque tenuto ostaggio dalla “destra”, come ha più volte riportato nei suoi scritti Francesco Mancinelli. Ed infatti, in assenza di colui che aveva saputo tenere fecondamente in equilibrio le diverse tendenze durante il Ventennio, i “continuatori” del Fascismo compirono troppo spesso scelte non in linea con il loro glorioso passato. Ma questa è un’altra storia…

mercoledì 9 dicembre 2009

“Fascismo, Rivoluzione del Lavoro”: testimonianze di un sindacalista Fascista


Mario Gradi fu un giovane fascista della “prima ora, che compì tutta la sua traiettoria politica all’interno del sindacato. Dopo un breve periodo come dirigente nel GUF romano, entrò nel settore sindacale con la carica di Segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’Industria, prima a Perugia e poi Bologna. Dopo aver partecipato alla guerra d’Etiopia, fu trasferito a Roma con incarichi di ancora maggiore rilievo: prima consigliere della Confederazione dell’acqua, gas ed elettricità e dopo consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Infine Segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’Industria a Roma, fino alle dimissioni il giorno dell’insediamento del governo-Badoglio. Oltre a distinguersi per l’impegno quotidiano sul posto di lavoro, fu molto attivo culturalmente scrivendo su periodici e riviste e pubblicando il libro Fascismo, Rivoluzione del Lavoro (1938).

Un’attività, questa, che continuerà anche nel dopoguerra, senza mai rinnegare i suoi ideali.
Perché questa premessa? Perché interessarsi ad un personaggio come lui?
Molto semplicemente perché «sapere di più su questi dirigenti medi è sempre necessario se si vuol capire questa realtà (del Fascismo ndr) in modo articolato e in particolare la natura e la qualità del personale su cui il regime si fondava e le differenze fra esso ed il precedente periodo liberal-democratico», come disse acutamente Renzo De Felice, nella prefazione alle Memorie di Tullio Cianetti. Infatti, leggendo le testimonianze del Gradi (raccolte nel libro Formazione e vita di un sindacalista, 1987), non si può che rimanere stupiti ed arricchiti dalle sfumature che si possono cogliere su quel ventennio tanto lontano quanto ancora oggi discusso.
L’autore descrive con passione l’entusiasmo (ed anche le velleità e le ingenuità) dei giovani fascisti nel primo dopoguerra, impegnati nella strenua difesa dei reduci e delle rivendicazioni della vittoria contro il disordine rosso e l’incapacità del parlamento. Anni travagliati, conclusisi con la presa del potere di Mussolini, al termine della quale si comincia ad entrare nel vivo della trattazione: l’evolversi delle istanze sindacali all’interno del Fascismo, rievocate attraverso l’esperienza personale di Gradi.
Il protagonista delinea con chiarezza e lucidità tutte le difficoltà dei dirigenti sindacali davanti al fallimento del “corporativismo integrale” voluto da Rossoni. Nel 1928, infatti, Mussolini opta per la “frantumazione” della Confederazione nazionale dei sindacati Fascisti (che riuniva tutto il mondo fascista del lavoro) nelle sei Confederazioni dei lavoratori dell’attività produttiva (industria, agricoltura, commercio, trasporti, credito, gente del mare e dell’aria), con la conseguenza di una riduzione d’importanza dell’elemento sindacale in favore della centralità del Partito.
Il settore industriale accusa il colpo, non riuscendo a trovare negli anni immediatamente successivi una stabilità organizzativa ed un peso politico d’alto livello, come era riuscito, ad esempio, ai lavoratori agricoli magistralmente guidati da Luigi Razza.
Gradi, impegnato al fianco dei lavoratori fino alla fine del regime, sottolinea inoltre le difficoltà salariali ed il permanere di «sacche di arretratezza» (soprattutto al Sud) nel suo settore. Ma ciò che emerge più negativamente è la resistenza al cambiamento di ampi settori economico-finanziari italiani, impegnati a frenare le riforme e mettere in primo piano l’interesse personale. Occorrevano sforzi titanici da parte dei sindacalisti fascisti («in gran parte provenienti dallo squadrismo, quasi tutti dotati di una buona preparazione in campo economico e sociale, uno dei raggruppamenti maggiormente significativi e combattivi del regime, guardiani fedeli dei principi originari del fascismo») per attutire i colpi inferti dagli industriali più conservatori, rappresentanti di quella “destra interna” che non vedeva di buon occhio la perdita dei propri privilegi.

Proprio per questo la classe dirigente sindacale in diverse occasioni recuperò elementi già distintisi nelle organizzazioni socialiste. Ed è già un primo elemento inaspettato. Ma accanto a questo se ne nota un altro: il libero sfogo ai risentimenti ad alle richieste da parte dei lavoratori nelle assemblee di base. L’intento del regime era quello di renderli critici e coscienti delle problematiche nel loro ambito, e di conseguenza inseriti organicamente (non passivamente) nel nuovo “spirito partecipativo” e nelle nuove strutture, come il Dopolavoro.
Negli ultimi sette anni di carriera a Roma, a contatto con i vertici dell’organizzazione dei lavoratori dell’Industria, Gradi nota che la libertà e vivacità dei dibattiti è ancora più accentuata. Ciò traspariva raramente all’esterno, dove invece veniva sottolineata l’unanimità delle posizioni, ma è sufficiente scorrere i verbali della Confederazione per accorgersi della libertà di critica e del fecondo apporto dei rappresentanti dei lavoratori alla elaborazione di scelte e soluzioni in sede corporativa. Un tratto, forse il più difficile da accettare per la storiografia “ufficiale”, emerge prepotentemente: non si trattò di un sindacalismo di mera facciata.
Pur tra innegabili difficoltà e nello «scarso decollo del sistema corporativo», il profilo tracciato dal Gradi è quello di un mondo sindacale consapevole dell’importanza delle riforme sociali e della modernizzazione, convinto a continuare le lotte nel nome della «Terza Via» e dell’emancipazione dei lavoratori.

Per comprendere ancor meglio il profilo di questi “combattenti sociali” non si può non analizzare il succitato testo Fascismo, Rivoluzione del Lavoro, in cui Gradi traccia una rapida e sentita storia del movimento fascista. Non mancano passaggi retorici, ma traspaiono comunque alla perfezione obiettivi e sentimenti dei giovani che avrebbero costituito la futura classe dirigente del regime.

Gli operai di Dalmine, che nel 1919 occuparono una fabbrica innalzando il tricolore e non interrompendo la produzione, vengono presentati quali veri e propri pionieri dell’idea fascista. «Vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria. (…) Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori ed è in questa vostra qualità che rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali. (…) È il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, disperazione perché deve diventare orgoglio, creazione, conquista degli uomini liberi nella patria libera e grande entro i confini» disse Mussolini in quella storica occasione. Ed i propositi appena descritti cominciarono gradualmente («La rivoluzione non è sommossa di schiavi, ma sopravvento di superiori capacità produttive. Fino a che i lavoratori non sapranno dimostrare di sapere produrre di più e meglio del sistema capitalista, essi non saranno degni di dirigere la società») a trovare attuazione. Gli accordi di Palazzo Vidoni, la Legge Sindacale del 3 aprile 1926 («immissione ed inserimento politico e giuridico del movimento operaio nella vita dello Stato, per una verace uguaglianza tra categorie sociali»), la Carta del Lavoro, la costruzione dello Stato Sociale e dell’edificio corporativo sono le tappe fondamentali.
«La soluzione fascista agile, dinamica, aderente alla realtà e alle esigenze particolari e generali della produzione, concilia libertà ed autorità, prevedendo la instaurazione di una disciplina nello svolgimento dei cicli economici produttivi, non imposta da una coazione esterna, ma dal di dentro; dalle stesse categorie produttrici, le quali, una volta determinata loro funzionalità nel sindacato, sul piano corporativo trovano il punto di incontro e fissano le direttive di marcia».

Il Fascismo si contrappone evidentemente alle tendenze individualistiche della scuola liberale, la quale considera la società nazionale una semplice somma di particolari, e dall’altra parte non accetta le concezioni del comunismo, le quali, prevedendo la concentrazione di tutte le iniziative, di tutti i beni, di tutti i compiti nello Stato, mirano «ad un assurdo annullamento della individualità umana, a favore dell’unica mostruosa individualità dello Stato-Moloch, onnisciente ed onnipresente».
Secondo l’autore, l’economia corporativa sorge proprio quando i due fenomeni hanno dato ciò che potevano dare, ereditando da essi ciò che avevano di vitale e superandoli: non siamo certo davanti alla conservazione, ma ad un «autentico movimento di popolo, che non ignora le necessità e le aspirazioni del lavoro, ma queste inquadra nel complesso della vita e delle necessità nazionali; queste coordina e potenzia nello sviluppo armonioso delle attività e possibilità della Nazione». All’«agnosticismo internazionalistico della grande finanza», all’«edonismo borghese» ed al «predominio dell’economia sulla politica» esso oppone lo spirito, l’etica e la Patria. Al «materialismo storico» e alla lotta di classe risponde con la collaborazione e la «democrazia organica». Quest’ultimo salta subito agli occhi quale concetto di notevole interesse e, a quanto pare, in quei tempi più diffuso di quanto si potrebbe pensare, come ha fatto notare Massimiliano Gerardi (dell’Istituto Studi corporativi) nella prefazione al medesimo libro. Per contro, non appare neanche una volta il termine «razza», e non a caso Gradi fu spesso in contrasto con il Presidente confederale Tullio Cianetti, d’orientamento filo-tedesco.

Il sindacalista chiude poi enfaticamente l’opera, sottolineando «il carattere autenticamente democratico, nel senso sano, del regime. Tutta l’organizzazione sociale è stata predisposta e sistemata in modo tale che il cittadino e produttore non abbia mai a sentirsi isolato, smarrito, alla mercé del più forte, in una lotta per la vita senza quartiere e senza giustizia: il Partito lo accoglie cameratescamente nei suoi ranghi; l’organizzazione sindacale lo tutela nei suoi diritti e nei suoi interessi. (…) La vera democrazia non è nella verbosa demagogia dei parlamenti, ma nella eloquenza sincera delle opere: nelle strade aperte ai commerci; nelle terre bonificate restituite al lavoro; negli acquedotti; nelle scuole ampie aperte a ricevere in una gioia di aria e di sole la nuova gioventù d’Italia; nei moderni sanatori, negli ospedali. (…)
A volte la tensione cui costringe quest’opera di ricostruzione è dura: ma essa appare sempre lieve se è certa la fede nella meta finale: un grande popolo, una Nazione potente».

mercoledì 2 dicembre 2009

Bettino Craxi: un punto di vista

Le poche righe che seguono non vogliono essere la minuziosa ricostruzione storica delle vicende che videro protagonista Bettino Craxi, ma semplicemente offrire una visione “altra” dell’ex leader socialista, al di là delle grida indignate delle legioni travagliane, ma anche delle rivalutazioni di comodo effettuate sia dal centro-destra (con Berlusconi che ne condivide l’aspra avversione alla magistratura) che dal centro-sinistra (penosamente alla ricerca di identità).
Craxi si avvicinò alla politica grazie alla militanza antifascista del padre durante la Seconda Guerra Mondiale, entrando di lì a poco nel Partito Socialista e non uscendone più sino al 1994, a causa dei ben noti scandali di Tangentopoli.
Negli infuocati scontri universitari dei suoi anni giovanili cominciò a maturare quella che sarà una costante del suo bagaglio politico: la gelosia per l’autonomia, del suo Paese e del suo partito. I socialisti in Italia infatti, vivevano costantemente all’ombra del PCI, schiacciati dalla forza elettorale e culturale del partito egemone della sinistra italiana. L’inversione di tendenza cominciò proprio con l’elezione di Craxi a Segretario del Partito Socialista, datata 1976. Bettino nel frattempo aveva maturato una notevole abilità ed esperienza, guadagnandosi la prima elezione in parlamento e svolgendo diversi incarichi di rilievo in Italia e all’estero, oltre a divenire il “delfino” di Pietro Nenni.

Eppure l’opinione pubblica conosceva poco o niente di questo giovane catapultato agli onori delle cronache, tanto che fu definito «signor Nulla» in un articolo di Fortebraccio sull’Unità. I “colonnelli” del PSI, come Giacomo Mancini, pensavano di poterlo controllare e manovrare dall’alto, ma sbagliarono clamorosamente i calcoli. Craxi favorì sin da subito le nuove leve del partito, dando inizio a quel ricambio generazionale che è stato definito «la rivoluzione dei quarantenni», che portò nuova linfa ai socialisti. Ad animare il rinnovato protagonismo di questi ultimi fu il fermento culturale acceso dalla rivista «Mondoperaio» di Federico Coen e da Norberto Bobbio, impegnati ad emancipare la sinistra italiana dal marxismo-leninismo.
Craxi si inserì perfettamente in questo contesto, plasmando un PSI indipendente e dalle solide e rinnovate radici culturali. Esse furono descritte nel saggio datato agosto 1978 intitolato Il Vangelo Socialista, da molti considerato l’atto di definitiva rottura dei socialisti con il comunismo. Partendo da Proudhon ed arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, il leader socialista tracciò il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista ed i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana.

In quello stesso anno, durante i 55 giorni del sequestro-Moro, fu uno dei pochi politici a spingere per l’apertura di trattative con le Br, contro la «linea della fermezza» espressa dai maggiori partiti del paese: DC e PCI. Questa inaspettata dimostrazione di coraggio ed indipendenza portò il leader democristiano a rivolgersi direttamente a Craxi in alcune lettere dalla prigionia, chiedendogli di fare il possibile per mobilitare la classe dirigente italiana, che però rimase sorda. Una fermezza pericolosamente vicina all’essere un colpevole disimpegno, come ribadito da recenti inchieste giornalistiche (vedasi ad esempio quella ad opera di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, culminata nel libro del 2008 Doveva morire).

Nel 1979 arrivò l’ennesimo “strappo” all’ortodossia ideologica della sinistra, con l’assenso all’installazione degli «euromissili» di matrice americana sul suolo italiano, in risposta allo schieramento degli SS20 da parte dell’URSS, che esponevano l’Europa a rinnovate e pericolose minacce. Una presa di posizione che fu subito bollata dai comunisti come la conferma dell’asservimento di Craxi agli USA e della “mutazione genetica” dei socialisti sotto il nuovo segretario. Ma queste facili letture verrano smentite dal tempo: il politico milanese dimostrerà che la scelta atlantica non impedisce al PSI di mantenere ampi margini di manovra su diversi fronti, che verranno rafforzati con la clamorosa elezione di Craxi a Presidente del Consiglio, datata 1983. Il caso più emblematico è ovviamente quello di Sigonella, il momento più alto di tensione tra Italia ed Usa di tutto il dopoguerra, in cui la concezione di sovranità nazionale imposta dal capo del governo risulta inaspettatamente vincente.

Inoltre fortissimo fu l’impegno per l’accelerazione del processo di integrazione europea, da costruirsi in opposizione al «vento di destra» di marca tatcheriana e liberista. Egli criticò sempre quelli che definiva «burosauri dell’europeismo, fautori di un’Europa tecnocratica, socialmente indifferente e moralmente assente», antitesi della sua visione del continente prima di tutto “politica”, marcatamente sociale ed espressione reale dei cittadini. Craxi vinse gli strenui tentativi d’ostruzione al processo di integrazione di Margaret Tatcher, riuscendo nel Consiglio Europeo di Milano del 1985 ad ottenere la convocazione di una conferenza intergovernativa dei primi ministri da cui discendono l’Atto Unico Europeo, la moneta unica e la lunga marcia verso la Costituzione.

Il suo terreno privilegiato d’impegno però fu quello mediterraneo, volto alla creazione di un vero e proprio asse commerciale e culturale con i paesi arabi. Incentivò collaborazioni ed interventi dell’IRI e dell’ENI nei paesi della zona, guadagnandosi ampio credito, come testimoniato dalla vicinanza delle autorità tunisine nei suoi ultimi anni di vita. Anche Arafat fu un suo grande amico, vista l’opera craxiana di opposizione alla «visione di un grande Israele, installato anche su territori che sono abitati ed appartengono a popolazioni arabe e palestinesi», come disse nel 1982, proprio dopo un incontro con il leader palestinese.
Ma l’apice venne raggiunto nel dibattito parlamentare seguente al succitato caso-Sigonella, dove giunse ad affermare: «Io contesto all’OLP l’uso della lotta armata non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché sono convinto che la lotta armata non porterà a nessuna soluzione. Non ne contesto la legittimità, che è cosa diversa» [guarda il video], portando ad esempio le lotte risorgimentali italiane, necessariamente violente nell’ottica dell’indipendenza nazionale. Craxi fu un profondo conoscitore e cultore del nostro periodo risorgimentale, divenendo nel tempo uno dei massimi collezionisti di cimeli garibaldini. Oltre a Mazzini, infatti, egli ammirava l’«eroe dei due mondi», non a caso fautore di un socialismo gradualista e riformista, in netta opposizione con Marx. Le relazioni congressuali del leader socialista verranno spesso arrichite con appassionati richiami a quelle lotte e quegli ideali, patrimonio da riscoprire in una società come la nostra, preda di «malattie moderne» e sempre più sommersa da «dubbi, disagi e terapie neuro-psichiatriche».

I congressi del PSI divennero nel tempo sempre più fastosi, grazie alle coreografie dell’architetto Filippo Panseca, visto che Craxi dimostrò ben presto di voler dare un’idea fortemente modernizzatrice di sé e del suo partito, sfruttando in pieno l’immagine ed i mass-media. L’attenzione si concentrò ben presto quasi esclusivamente su di lui, che aveva spazzato via poco democraticamente le correnti interne al PSI, e si era proposto al paese quale leader nuovo e credibile. La sua strategia fu premiata con la nomina a capo del governo, ma le critiche si erano succedute ininterrotte: Biagio De Giovanni parlò di tendenza ad «americanizzare la vita italiana», mentre Bobbio gli contestò aspramente il meccanismo di elezione per acclamazione e la scarsa dialettica interna al partito. Anche Enzo Biagi ed Indro Montanelli non furono teneri. Craxi ovviamente ribatté alle accuse parlando di un partito che aveva trovato l’unità, facendone l’arma per agire più efficacemente.
Nei quattro anni come Primo Ministro (1983-1987), difatti, non mancarono gli eventi significativi: il primo da segnalare è il raggiungimento del quinto posto tra i paesi industrializzati dellItalia, superando la Gran Bretagna, nel gennaio 1987. «Il maggior successo della storia repubblicana» secondo Giano Accame, intellettuale di destra autore del libro Socialismo Tricolore.

Una definizione calzante per la politica craxiana, che mentre promuoveva il progressismo, portava a termine il nuovo concordato Stato-Chiesa, valorizzava come non mai il Made in Italy, ammetteva Almirante per la prima volta alle consultazioni precedenti la formazione di un governo, combatteva le droghe leggere, rifiutava la tesi dello stragismo fascista, riscopriva il garofano quale simbolo e concludeva i congressi al grido di: «Viva l’Italia!».
Inoltre, secondo l’acuta lettura dello storico Marco Gervasoni, il governo-Craxi «evitò ogni privatizzazione» e «cercò sempre il coinvolgimento dei sindacati nella politica della concertazione. Il risanamento passò anche dall’intervento sulla scala mobile. (…) Le politiche economiche dei governi di quegli anni recavano il segno di una sensibilità sociale. Certo si può obiettare che la riduzione dell’inflazione fu facilitata dal mini-boom e si potrebbe dire che tale sensibilità era più il frutto dell’uso politico della spesa pubblica a fini di consenso. Ciò non toglie che gli interventi di allora furono incisivi e costituirono un precedente per gli esperimenti di aggiornamento delle policies socialiste in un periodo di sfide tutto nuovo».

Ma ovviamente ci furono anche aspetti negativi, in primis la crescita esponenziale del debito pubblico, venti punti percentuali secondo gli accurati dati dello Studio Ambrosetti.
Ma ciò che più gli costò fu la mancata attuazione del suo cavallo di battaglia: La «Grande Riforma» istituzionale in senso presidenziale, tesa a velocizzare e migliorare i pachidermici ritmi politici italiani («Non è il paese in ritardo con la Costituzione antifascista, ma la Costituzione fatta all’indomani del trauma della dittatura ad aver disegnato un’attività istituzionale in ritardo sulle esigenze di legiferare e governare», chiarì il giornalista e politico del PSI Ugo Finetti).
Così proprio lui, il più grande fautore del cambiamento, rimase schiacciato dal tacito e convergente interesse alla staticità politica di concorrenti dotati di numeri più pesanti.

Terminata la fruttuosa esperienza di governo a guida socialista, i partiti storici del paese iniziarono un periodo di declino, accompagnato dall’emergere di nuovi fenomeni come quello della Lega Nord (da Craxi aspramente criticata quale movimento «qualunquista e razzista»).

Nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e del sistema sovietico diede definitivamente ragione alle battaglie anticomuniste di Craxi, che sin dagli anni giovanili era stato accanto al mondo dei dissidenti di quei paesi. Le sue opere in questo senso furono innumerevoli: dalla candidatura al Parlamento Europeo dell’esule cecoslovacco Jiri Pelikan, alla promozione della «Biennale del dissenso» del ’77 (alla quale fu l’UNICO capo di partito italiano a partecipare), fino alla vicinanza culturale e finanziaria ai movimenti d’opposizione al sistema. Per capire la dimensione della sua opera, basti ricordare le parole di Lech Wałęsa (foto), leader di Solidarność: «Non saprei dire oggi come sarebbero andate le cose se non ci fossero stati leader della portata di Craxi».
È soprattutto per queste azioni che il PCI vide Craxi come fumo negli occhi, poiché il partito di Botteghe Oscure veniva da lui costantemente messo davanti alle proprie contraddizioni. Le legnate del leader socialista non risparmiarono nessuno: dal “padre nobile” Togliatti fino a Berlinguer, con cui si aprì uno scontro all’insegna della diversità politica, d’immagine e di carattere. Tanto austero il sardo quanto spregiudicato e giovanile il milanese, e basti qui citare il cosiddetto periodo della «Milano da bere».

E siamo arrivati ora a Tangentopoli. Craxi fu sicuramente uno dei maggiori responsabili dell’acuirsi della pratica tangentizia, anche per via della sua sfrenata ricerca di spazi politici (la stessa che lo portò a favorire smaccatamente l’imprenditore amico Silvio Berlusconi). Ma l’esito di quel periodo di inchieste non può che lasciare interdetti. Intere parti politiche furono praticamente risparmiate, ed il PCI, parimenti colpevole e per di più finanziato dall’URSS, ne uscì lindo e pulito.
Nel suo libro Il Caso C., Craxi denunciò tutte le anomalie ed abusi di stampa e magistratura (“contro” la quale aveva già promosso il refendum per la responsabilità civile dei giudici, che ebbe esito favorevole ma rimase lettera morta), che lo portarono a sospettare un «complotto» ai suoi danni. Ma l’atto più clamoroso del leader socialista fu sicuramente il discorso pronunciato alla Camera il 3 Luglio 1992, in cui accusò tutti i politici presenti di essere al corrente del finanziamento illegale ai partiti, sfidando chi dissentisse dalle sue parole ad alzarsi. NESSUNO lo fece. [guarda il video]

Nonostante questo Craxi passò come capro espiatorio, mentre altri esponenti della prima repubblica torneranno sulla scena di lì a poco.
Il fatto poi che il polverone si alzò dopo le elezioni del ’92, che, seppur in un clima di sfiducia popolare, avevano visto Craxi affermarsi come unico candidato possibile alla Presidenza del Consiglio, ha portato Finetti a sostenere che «il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi è visto con avversione, si configura come la riaffermazione di una centralità del potere politico e di riflesso dello Stato. Alla sua pretesa di “dialettizzare” i vertici imprenditoriali sostenendo l’emergere di nuovi soggetti si aggiunge la riluttanza che sempre più manifesta alla cessione di porzioni strategiche che sono in mano pubblica. In un paese come l’Italia ogni smottamento è frutto di una pluralità di concause. Per i più – magistrati, uomini d’affari, operatori culturali – l’anticraxismo è stato molto semplicemente un’opportunità professionale. Nel rifiuto di assurde dietrologie non bisogna negare l’evidenza e cioè il fatto che Craxi è stato colpito per via extraparlamentare, da forze extraparlamentari e che all’epoca in Italia la più consistente opposizione a Craxi non era nel mondo politico, ma in quello economico-finanziario».

Una tesi che fa il paio con le ricostruzioni di Sergio Romano e Francesco Cossiga, che videro lo zampino della finanza inglese (nazione per di più da sempre ostile ad azioni indipendenti italiane sul Mediterraneo) nello scompaginamento del panoramana politico italiano, per poter approfittare della svendita del patrimonio pubblico. L’incontro del panfilo Britannia tra banchieri della City ed esponenti del mondo economico italiano è stato descritto in lungo e in largo, e la concezione di politique d’abord di Craxi era ciò che di più scomodo potesse esserci a questo disegno. Complottismo? Quello che è certo è che mai come nel periodo seguente a Tangentopoli si è assisto a privatizzazioni continue (proprietà del Ministero del Tesoro, come: Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni, Enel, Mediocredito Centrale, Bnl; dell’Iri come Finmeccanica, Aeroporti di Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, Ilva, Stet; dell’Eni: come Enichem, Saipem, Nuovo Pignone; dell’Efim e di altri enti a controllo pubblico, come: Istituto Bancario S. Paolo di Torino e Banca Monte dei Paschi di Siena; di enti pubblici locali, come Acea: Aem, Amga. Solo per dare l’idea...). Mentre la corruzione e l’incapacità della classe politica non sembrano minimamente estirpate. Anzi…

giovedì 26 novembre 2009

Segnalazioni



Segnaliamo ai nostri Lettori la nascita del blog del Nucleo di Scienze Politiche Roma Tre del Blocco Studentesco (leggi) e, per chi non lo avesse letto, un nostro articolo pubblicato sull’«Ideodromo» la settimana scorsa (leggi).


giovedì 19 novembre 2009

Noi, inutili



di Marco Aurelio Casalino


«Come eravamo inutili…». Scrive Nietzsche. Si riferisce alla sua adolescenza, in compagnia di un suo caro amico. Il tanto enigmatico filosofo si riferisce ad uno specifico “modo di essere”, che tocca il suo punto cardine nel periodo giovanile della vita. Azzardo a dire (rischiando di non essere più letto dopo questo rigo!), che chi non ha mai provato la sensazione a cui si riferisce il filosofo, e alla quale mi rifaccio in questo scritto, non ha mai avuto speranza di essere un uomo libero. Almeno per un attimo.

La polemica di Nietzsche è ovviamente sociale (nonché culturale, di conseguenza politica), radicata nel sistema che vive, ed è facilmente accostabile alla società che viviamo oggi: egli si scaglia contro l’egualitarismo democratico-borghese e utilitarista, contro l’uomo pratico-moderno (il cosiddetto «homo œconomicus»), che ha esclusivamente nel materiale la sua ragione di vita. A questo oppone quello che noi, volgarmente, chiamiamo «Superuomo» (ben lontano dal Superman americano, e ben lungi dall’essere super...), ovvero un mito, un punto di riferimento, una figura ideale che rappresenta la vera tensione e volontà di superamento, dove all’utile dell’uomo moderno è opposto l’«inutile» («come eravamo inutili»...), ossia alle «cose» vengono opposte le «idee», agli «oggetti» i «pensieri», alla pavida morale la virtù del coraggio, alla razionalità pratica l’innocenza infantile, alla conservazione passiva la creazione «divina e superumana», al conformismo e all’egoismo l’intransigenza e l’incontrollabilità, al brutto, servile, meschino, basso, timoroso, vile e “normale” oppone l’orgoglio di chi ride di scherno della legge del profitto e della morale piccolo-borghese. In pochissime parole, alla modernità oppone la tradizione.

Nietzsche, pensando gioiosamente alla sua giovinezza spensierata e pura («come eravamo inutili»...), guarda ai giovani del suo tempo ed alle generazioni future; la sua speculazione filosofica, in questo ambito, si basa sul descrivere quello che ai suoi occhi è il decadente scenario della sua cultura, per invogliare i giovani a ribellarsi alla prassi democratica dell’educazione di massa ed alla sottomissione della cultura e dell’educazione all’economia. Non sarà né il primo né l’ultimo a sviluppare questo pensiero, ma la perdita dello «stupore infantile» della società moderna, a vantaggio della «competenza-efficienza» (che è sempre auto-annullamento ed alienazione...) della società moderna, è spesso presente nei suoi scritti. E con sorprendente vigore denunciati. Questo «assoggettamento totale» dell’uomo al mero interesse economico è per Nietzsche una vera e propria castrazione dell’evoluzione naturale dell’uomo stesso, costretto a vivere «all’altezza del proprio tempo, con cui si conoscono tutte le realtà per arricchirsi, e nel modo più facile». Vittoria della predazione, quindi involuzione, regresso, decadenza. Ecco la modernità, il luogo principe della sovversione («il rovesciamento dei valori»), ove la massa è informe, indistinta, uguale a sé stessa. Nulla, insomma.

«Non possiamo certo passare sotto silenzio il fatto che molti presupposti dei nostri metodi moderni di educazione portino con sé il carattere dell’innaturalezza, e che le più fatali debolezze della nostra epoca si connettano proprio a questi metodi innaturali di educazione».
L’uomo utilitario, in un’epoca siffatta, diviene schiavo e soffocato da una morale misera e materialista, drogato dall’educazione di massa, e attuatore dell’idea egualitarista. L’egualitarismo, che Nietzsche vede come storicizzazione nei secoli della morale cristiana, è un potere che opprime l’uomo, l’uomo che vuole essere «libero di e non libero da». Egli vede come anima portante di quest’uomo decadente e simbolo dell’oppressione morale la figura del «prete», ma non solo nell’ambito Chiesa, bensì anche nella figura del politico, e quindi nella cultura, nell’arte, nella scienza. Insomma, una qualsiasi istituzione moderna è schiava del pensare moderno («umano troppo umano»).

Solo attraverso un grande «no», un grande rifiuto e un inopinabile disgusto verso questa società, una grande rivoluzione sarà in marcia. E solo così, forse, gli uomini potranno nuovamente sentire quella strana e unica sensazione di invincibile libertà, con gli occhi curiosi verso il mondo e il cuore pieno di ardore. Solo così potranno tornare a sentirsi, anche solo per un attimo, «inutili». Inutili per vivere intensamente la loro vita, ed abbracciare altrettanto intensamente la propria morte. «Colui che adempie la sua vita, morrà la sua morte da vittorioso. Così si dovrebbe imparare a morire. Questa è la morte migliore: morire in battaglia e profondere un animo grande». Sembra un’impresa, miei cari uomini liberi, attuare queste parole nella realtà che viviamo, ma non possiamo (non possiamo!) rassegnarci ad un’esistenza del «produci-consuma-crepa». «Siamo così, e non possiamo essere altrimenti», ci ricorda Evola.

E allora, il Superuomo nietzscheano, il «ricorda chi eravamo» di Re Leonida, il grido di vendetta di Achille e quello di libertà di William Wallace, il «mito della caverna» di Platone, il «cavalcare la tigre» di Evola, o il «verrà il nostro giorno» di Bobby Sands, il «Patria o muerte» del “Che”, o Dante quando ci dice «uomini siate, non pecore matte», e tanti altri, possono essere interpretati anche individualmente, se si tratta di ribellione, in mancanza di una vera guida.
Può essere chiamato anarchia, fascismo, comunismo, nazionalsocialismo, razzismo, socialismo, esistenzialismo, brigantaggio, populismo, etc.
Quello che veramente ci deve accomunare è la fede nei confronti di una guerra che, interiore o militante che sia, assume una forma quasi metafisica, ma soprattutto deve riconoscersi nello stesso nemico da combattere. Una guerra da combattere anche da soli, se è necessario. Contro tutto e tutti. Una guerra anche già persa, «inutile»... appunto. Noi siamo i ribelli. Gli inutili.

«Il ribelle vuole solo rimanere fedele a sé stesso, fedele ad una scelta fatta da ragazzo» scrive Massimo Fini. Cercate qualcosa per cui valga la pena vivere, e sarà la stessa cosa per cui varrà la pena morire, altrimenti non sarete pronti e forti e liberi abbastanza per vivere, e qualcun altro troverà “quel qualcosa” per voi. Questo ci insegnano i nostri padri. Così Nietzsche: «La natura mette, di tanto in tanto, al mondo certi uomini cui assegna compiti superiori al comune. Questi hanno un destino speciale: per loro è normale che non valgano le leggi comuni; essi devono far valere le loro idee, la loro forza, e devono usarla».

sabato 14 novembre 2009

La voce della riscossa del popolo italiano




Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Ché il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini


(Niccolò Giani)


La nostra biblioteca si arricchisce oggi di un testo fondamentale, sia per quanto riguarda il suo valore storico, sia, soprattutto, per il suo valore ideale: i discorsi di Benito Mussolini.
Data la mole non indifferente dell’opera oratoria del Duce, pubblichiamo per ora (in attesa delle ulteriori sezioni) i discorsi che vanno dal 1914 al 1922.

Essi rappresentano un’irrinunciabile fonte primaria sull’origine e lo sviluppo del pensiero di Mussolini e, quindi, del Fascismo: dalla fondazione del «Popolo d’Italia» all’espulsione dal Partito Socialista, dalla campagna per l’interventismo alle trincee del Carso, dalla disfatta di Caporetto a Vittorio Veneto. E ancora: dalla «vittoria mutilata» alla fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento, dall’impresa di Fiume al «Biennio rosso», dalla nascita del Partito Nazionale Fascista alla «Marcia su Roma». Dall’opera emerge dunque un importante pezzo di storia d’Italia, filtrata attraverso le parole infiammate e infiammanti di Mussolini.

Si ripercorrono gli avvenimenti dell’avventura bellica del popolo italiano, la cosiddetta «Quarta guerra d’indipendenza», che farà finalmente dell’Italia una Nazione. Un governo inetto, tuttavia, schiavo del suo vacuo parlamentarismo e di una prudenza diplomatica indegna, «mutilerà» di fatto la vittoria del (ri)nascente popolo italiano, suscitando le giustificate ire dei soldati che stavano ritornando alle loro case dopo quattro duri e atroci anni di trincea, trascorsi tra fango, fame e baionette.

La situazione del Paese – vessato da un vertiginoso caro-vita, da una classe politica oziosa e incapace, dai disordini causati dai socialisti e dal vuoto di autorità – renderà necessaria la nascita di un fronte «nazionale» compatto, formato da ex combattenti, arditi, futuristi, ecc., in grado di sostituirsi all’inconcludente Parlamento per suonare l’ora della riscossa del popolo italiano: i Fasci Italiani di Combattimento.

Alleanze politiche, battaglie oratorie, lavorio diplomatico, il crescente consenso dei Fasci e l’aumento della loro forza, scontri di piazza, assalti squadristici, i primi «martiri» della «Rivoluzione delle camicie nere» fanno da contorno all’opera che oggi presentiamo.
I discorsi di Mussolini ci forniscono, infatti, uno spaccato quanto mai interessante del percorso di maturazione politica dei Fasci, da cui è possibile intendere e comprendere i motivi della loro vittoria finale.

Ma – aspetto tutt’altro che secondario – emergono inoltre le indiscusse qualità oratorie del Duce (tra l’altro brillante giornalista), con il suo linguaggio piano e schietto (ma comunque elegante), privo delle ampollosità e della verbosità che caratterizzavano i discorsi dei politici coevi. Insomma: un uomo del popolo che parlava al popolo col linguaggio del popolo.

Che altro aggiungere? Riaffermando la citazione iniziale di Niccolò Giani, vi auguriamo una buona e appassionante lettura.

L’opera è disponibile nella nostra biblioteca

mercoledì 4 novembre 2009

Ernst Jünger: il Ribelle

Il passo ulteriore del pensiero di Jünger, dopo la fine della guerra e la distruzione della Germania, che lo portarono a prendere irrimediabilmente atto della natura nichilista e distruttiva della modernità nelle forme fino ad allora proposte, fu elaborare un’alternativa al totalitarismo liberaldemocratico imperante.
Se non era più possibile un’azione collettiva, come quella prospettata dalla mobilitazione totale, rimaneva però una via di fuga individuale, quella del «passaggio al bosco» (Waldgang), descritta nel saggio del 1951 Il trattato del ribelle (Der Waldgang), edito in Italia da Adelphi.

Sul titolo va operata una precisazione etimologica. Il Waldgänger («colui che passa al bosco») – qui tradotto come «ribelle» – era, nell’antica cultura germanica, il proscritto, colui che bandito dalla comunità per aver commesso un delitto, se ne purificava vivendo nella foresta (Wald), non gli attuali boschi ormai antropizzati e coltivati, ma l’originaria foresta vergine che copriva l’Europa. In Jünger questa figura assume un significato simile, anche se meno letterale.

Infatti, in un’epoca come la nostra, le domande sono sempre più semplici e drastiche, e prendono la forma di una sorta d’interrogatorio da parte di chi detiene il potere. Tanto più la libertà di dire «no» è sistematicamente intimidita e limitata, quanto più però questo rifiuto acquista una forza maggiormente eversiva. Questa presa di posizione, anche non dovesse scuotere il nemico, ha l’indiscutibile effetto etico però di mutare chi la compie. Si afferma così una terza figura: il Ribelle, la cui scelta di passare al bosco esprime la libertà, tanto più preziosa quanto essa conferisce un senso umano alla necessità storica. Questo singolo uomo su cento, forte del proprio coraggio e della nozione del diritto, è in grado di mettere in pericolo lo Stato dittatoriale, esso stesso tanto più in pericolo, quanto più brutale, proprio perché la maggioranza consenziente, essendo docile, è inaffidabile, mentre la minoranza ribelle, essendo decisa, è irriducibile.

In epoca di Guerra Fredda, il passaggio al bosco, contrapposto alla nave/Stato, reso più difficile dall’attuale dipendenza della vita del singolo dalle strutture collettive, è possibile in ogni parte della terra, ed è in grado di restituire la sovranità al singolo e far crollare i Titani. Mentre la necessità, infatti, è più che altro una prova, la libertà invece, pur richiedendo sacrifici, è l’autentico motore della Storia.
Chiaramente, l’imminenza della catastrofe apertamente preparata dal sistema moderno, non fa che rendere più urgente questa scelta di campo. Di qui non deriva che l’immaginazione debba staccare l’uomo dalla realtà, bensì che essa debba ricostruire, tramite il bosco, un’alternativa di quiete all’immagine ambigua del Titanic/Leviatano (comfort/terrore) che rappresenta invece la modernità. Il Ribelle deve affrontare anche la paura, un sintomo del nostro tempo, che si svela appieno qualora l’automatismo del Potere si mostri nella sua fatalità. Liberare l’uomo da questa paura, metterlo in dialogo con essa, sgombera le maschere imposte dalla tecnica ed apre la via al «passaggio al bosco», in cui il potere del singolo, dell’uomo creato libero da Dio si afferma appieno.

Il Ribelle, quindi, date queste premesse, non può limitarsi certo all’indifferenza, ma deve ridefinire la sua libertà. Egli deve dunque evitare sia un’azione esclusivamente interiore che un’azione esclusivamente concreta, resistendo al potere con ogni mezzo, ma mantenendo il contatto con quell’energia primigenia e quelle radici profonde, ancor oggi presenti nell’uomo comune, cui conferiscono un’innata saggezza. Nel bosco l’uomo ritrova e riconosce la propria essenza interiore. Qui egli affronta e supera, come in un’iniziazione, la paura della morte. Le Chiese possono offrire oasi nel deserto che cresce, ma l’uomo deve saperne essere autonomo, perché di fronte a questa decisione si trova ad essere solo. Questo non toglie, tuttavia, che vitale sia l’opera del teologo e delle Chiese nell’aiutare l’uomo a prendere consapevolezza della sua condizione, fornendogli gli adeguati strumenti d’orientamento spirituale. Questo incontro con se stesso fa sì che egli debba saper fare a meno della medicina corrente, del diritto moderno, e conservare anche in questi ambiti, come pure nella scelta degli armamenti di cui servirsi, la libertà della sua scelta. Fondamentale è quindi che egli non perda il contatto con l’essere, il luogo da cui sboccia il Verbo che, trascendendo la lingua, diviene potenza creatrice.

In sintesi, si può vedere come il Ribelle sia incentrato sul tema della sovranità del singolo, data dal contatto con territori vergini da cui può scaturire l’Assoluto, per cui il passaggio al bosco è per Jünger la giusta e necessaria risposta ai tentativi di tagliare questo contatto e spogliare l’uomo della propria libertà di scelta. Perciò, nonostante il Ribelle sia un uomo della modernità, posto in contrasto con l’ordine politico moderno, affonda le sue radici in un terreno primigenio e astorico, traendo di qui la libertà e la sicurezza di sé necessarie a liberare se stesso dalla paura e dalla rassegnazione verso il fatalismo e l’automatismo del potere e conferirgli la legittima sovranità nei campi del diritto, della teologia, della medicina, dell’etica. Ne consegue che l’opposizione vitale e vincente al totalitarismo non può essere basata su fondamenta meramente materiali e moderne, bensì deve essere inevitabilmente connessa alla sfera spirituale ed eterna.

giovedì 29 ottobre 2009

Due minuti di poesia per il Blocco Studentesco



Due minuti di poesia per il Blocco Studentesco


29/10/2008 – 29/10/2009


Né rossi né neri ma liberi pensieri!
Siam un sol grido, noi siam gli alfieri
Della novella gioventù che non ci sta!
Alalà alalà alalà!

Uniti marciamo verso ’l senato tetro
In un sol blocco, non cedrem d’un metro
Alla patria Vergogna che onor non ha!
Alalà alalà alalà!

Siamo tutti quanti studenti!
Senza color né risentimenti
Contro ogni rancore, contro ogni viltà!
Alalà alalà alalà!

Eppur s’ode: «Camerata, basco nero
Il tuo posto è al cimitero!»
Ahó! Eccoli i paladini della libertà!
Alalà alalà alalà!

Son giunti, son tanti, son troppi
Ribalda canea d’animi zoppi.
Ma noi restiamo, noi siam qua!
Alalà alalà alalà!

Urla, ulula e strepita Lor Marmaglia
Ma noi non fuggirem la battaglia
Siamo la gioventù che resisterà!
Alalà alalà alalà!

D’Antigone il coraggio, d’Eracle la forza,
Intrepidi guasconi, siam di dura scorza,
L’impavida gioventù che non morrà!
Alalà alalà alalà!

In noi di Leonida rinasce lo spirto,
Le belle nostre fronti cinga ’l mirto,
Per la gioventù verace si lotterà!
Alalà alalà alalà!

Fiero il guardo, scoperto il volto,
Ritto il capo, al sol rivolto
Ecco la gioventù che tema non ha!
Alalà alalà alalà!

No! Noi non cedrem d’un’ugna
Sinché Monna Morte non giugna
E alata Gloria alfin ci bacerà!
Alalà alalà alalà!

Una sol cosa si sappia, o giornalisti stolti!
Che oggi pochi si batteron contro molti,
Che noi lottammo per la libertà!
Alalà alalà alalà!

Lottammo, giammai cedemmo alla carogna!
E mentre c’attende la mediatica gogna,
A Piazza Navona una nera rosa fiorirà…
Alalà alalà alalà!

mercoledì 28 ottobre 2009

Primo anniversario dell’AVGVSTO!



28/10/2008 - 28/10/2009: L’AVGVSTO compie un anno