lunedì 9 dicembre 2013

Corporativismo e New Deal/3

Come abbiamo notato, l'edificio corporativo che si stava lentamente edificando in Italia attirò grandissimo interesse negli Stati Uniti. Questa attenzione andò scemando nel corso degli anni, quando il New Deal venne pesantemente ostacolato (ad esempio dalla Corte Suprema) e nella politica estera dei due paesi si cominciò a scavare un fossato incolmabile. Solamente la guerra permetterà agli Usa di rimettere in carreggiata la propria situazione economica.
In ogni caso, il tratto principale che va rilevato è che la nostra nazione seppe distinguersi in un dibattito culturale ed economico di livello internazionale, lanciando un messaggio sociale importante e divenendo esempio per diverse nazioni2. Perfino verso la Russia sovietica ci fu da parte di molti intellettuali fascisti uno studio e un'attenzione particolare3.
Molto semplicemente, quindi, il contributo italiano fu parte integrante della fase di «più intenso ripensamento del rapporto tra economia, società e politica»4 sul piano mondiale, come ha osservato Alessio Gagliardi5. Il pensiero corporativo fu un significativo «momento della storia del pensiero economico, nel quale lo spostamento dell'attenzione dal comportamento del singolo individuo al comportamento di gruppi sociali considerati globalmente ha portato gradualmente all'approccio macroeconomico»6.
Dall'unità ad oggi è difficile trovare altri momenti in cui l'Italia seppe esprimere un pensiero di pari portata, suscitare dibattiti e tentare la mobilitazione del popolo verso una costruzione socio-economica così complessa e originale.
La miniera rappresentata dalla legislazione e dalle opere teoriche del pensiero corporativo, distrutta dal secondo conflitto mondiale e rimasta sepolta dai pregiudizi e dal dilettantismo della storiografia, merita di essere riportata alla luce nella sua vitalità. L'opera di giovani studiosi Corporativismo del III millennio è un piccolo tentativo in questo senso, per immaginare soluzioni alla crisi attuale che sappiano andare "oltre" i dogmi liberali (o marxisti). Le difficoltà odierne coinvolgono le democrazie parlamentari e i concetti stessi di lavoro e libertà. Coordinate "corporative" quali la concezione organica dello Stato e le idee di responsabilità e partecipazione dei lavoratori potrebbero essere i primi esempi per "ricostruire" il destino del popolo italiano.

1 G. Santomassimo, La Terza Via fascista, cit., p. 208
2 Pensiamo solo alle esperienze austriache, portoghesi e spagnole degli anni Trenta, o a nomi come quelli di Henri De Man, Werner Sombart, Mihail Manoilesco, più volte richiamati negli scritti di Renzo De Felice, Lorenzo Ornaghi e Gianpasquale Santomassimo. L'opera dello studioso rumeno Le siecle du corporatism (Mihail Manoilesco, Le siecle du corporatism, AlcanParigi 1934) sarà alla base del saggio di Philippe Schmitter (Philippe Schmitter, Still the century of corporatism?, «Rewiev of politics», vol. 1, n. 36, gennaio1974, pp. 85 – 131) e della successiva ripresa degli interessi per la tematica corporativa in ambito internazionale: G. Santomassimo, La terza via fascista cit., p. 306.
3 In Italia, infatti, sin dall'inizio degli anni Trenta, l'interesse verso i provvedimenti bolscevichi fu a dir poco intenso. Nel dibattito riguardante «Roma e Mosca o la vecchia Europa?», apertosi sulle pagine di «Critica Fascista», diversi giornalisti ravvisarono somiglianze tra bolscevismo e fascismo, ed altri addirittura predissero futuri incontri (G. Santomassimo, La Terza Via Fascista cit., pp. 198 – 207). Bruno Spampanato e Riccardo Fiorini furono tra i più accesi sostenitori delle somiglianze tra le due rivoluzioni, in una discussione che, nel corso degli anni, interessò un grande numero di personaggi e posizioni diverse, al punto che per contrastare la cosiddetta “moscofilia” il PNF promosse una pubblicazione di spiccata impostazione antisovietica: Pietro Sessa, Fascismo e bolscevismo, Mondadori, Milano,1933. Su impulso di Bottai, vennero tradotti numerosi testi di dirigenti sovietici, tra cui Stalin (G. Santomassimo, La Terza Via fascista, cit., p. 200) e di studiosi marxisti, quale la storia del bolscevismo scritta da Arthur Rosenberg (A. Rosenberg, Storia del bolscevismo da Marx ai nostri giorni, Sansoni, Firenze, 1933). Contemporaneamente libri come quelli di Ettore Lo Gatto (E. Lo Gatto, Dall'epica alla cronaca nella Russia soviettista, Istituto per l'Europa Orientale, Roma 1929 e E. Lo Gatto, URSS 1931: vita quotidiana, piano quinquennale, Istituto per l'Europa Orientale, 1932) Gaetano Ciocca (G. Ciocca, Giudizio sul bolscevismo, Bompiani, Milano, 1933 ) e Gerhard Dobbert (G. Dobbert, L'economia sovietica, Sansoni, Firenze 1935), studioso tedesco trasferitosi a Milano per il suo interesse verso il corporativismo (G. Santomassimo, La Terza Via fascista, cit., p. 202), fornivano validi spunti d'interpretazione sulla situazione economica russa. Nel pieno di questi fermenti culturali, significativo fu l'articolo di Federico Maria Pacces e Bottai: F. M. Pacces, G. Bottai, Verso un piano economico – corporativo, «Critica Fascista», 15 marzo, pp. 103 – 105, mentre Carlo Costamagna arrivò a parlare di un «piano quinquennale europeo», in “concorrenza” e opposizione ai sovietici : C. Costamagna, Per un piano quinquennale europeo. (La marca orientale), «Lo Stato», giugno 1932, p. 453 - 455. Nel 1936 il duce varò effettivamente un «piano regolatore» che avrebbe dovuto lanciare ancora «più avanti» la politica sociale del regime (R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929 – 1936, cit., p. 786).
Queste suggestioni sono state descritte in diverse opere riguardanti il fascismo (oltre alle pagine di Santomassimo, il miglior studio specifico è: Roberto Romani, Il piano quinquennale sovietico nel dibattito corporativo italiano. 1928 – 1936, cit., pp. 27 – 41) e possono senz'altro aiutare a contestualizzare e capire il clima e le influenze culturali che si avvertivano in Italia, e l'entusiasmo e la profondità d'analisi che animò diversi protagonisti dell'epoca.
4 Ibidem, p. 11.
5 Ibidem
6 M. Finoia, Il pensiero economico italiano degli anni '30, cit., p. 589.

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