martedì 10 febbraio 2009

Non scordo!

10 febbraio. Giorno della memoria per i martiri delle foibe. Il post di oggi, che prende spunto dal libro Venezia Giulia 1943. Prove tecniche di guerra fredda di Vincenzo Maria de Luca, ripercorre questa insanguinata pagina di storia italiana per troppi anni insabbiata dalla storiografia ufficiale.




Estate 1943. Arrestato Mussolini, Badoglio fu incaricato di formare un governo “tecnico” che, mentendo, si dichiarò favorevole nel proseguire la guerra a fianco dell’Asse. Durante i 45 giorni di governo badogliano, periodo in cui si contarono tra i civili più vittime che in tutto il ventennio fascista, si assistette al ritorno dei partiti sulla scena politica. Il 9 settembre 1943, giorno successivo all’annuncio dell’armistizio, i “risorti” partiti politici formarono il CLN (comitato di “liberazione” nazionale). Delle 6 formazioni politiche (partito socialista italiano di unità nazionale, partito d’azione, partito comunista italiano, democrazia cristiana, partito liberale italiano e partito della democrazia del lavoro) il partito comunista italiano (PCI) era quello più organizzato dal punto di vista strutturale e riuscì a mantenersi in collegamento con le realtà operaie del nord-est, zona che dal dopo 8 settembre conobbe la furia dei partigiani titini supportati, in nome di una fratellanza ideologica, dalla collaborazione dei comunisti italiani.

Facendo proprie le teorie di negazione del concetto di patria e di unione proletaria di Trotzkij, i partigiani comunisti consegnarono l’Istria e la Venezia Giulia nelle mani di Tito in nome della realizzazione (che non avvenne) del sogno della creazione di una superiore nazione socialista ed operaia. Fu, per migliaia di italiani che vi vivevano, linizio della fine. Deportazioni, infoibamenti (persone gettate, alcune ancora vive, nelle foibe; vale a dire voragini carsiche divenute fosse comuni) ed esodi furono le conseguenze della politica perpetrata da Tito e dalla collaborazione della sua quinta colonna comunista italiana.

Insieme al potere politico di Tito (in foto), crebbe anche l’acquiescenza e la passività del PCI nei suoi riguardi. Pur se mascherati dal rosso costume dell’ideologia comunista, nella realtà gli intenti di Tito erano quelli dell’allargamento territoriale, puntando sul controllo di tutta la Venezia Giulia nonché del Friuli. Già l’11 settembre 1943 il cosiddetto litorale sloveno venne annesso alla Slovenia; il 12 e il 13 la “dichiarazione di Pisino” tra partito comunista croato e PCI sanciva la nascita dellIstria croata federata nella “libera e democratica” Jugoslavia.
La rilevanza politica di Tito si espanse al punto che, grazie all’appoggio di Stalin, egli riuscì ad ottennere che il suo fosse l’unico movimento partigiano operante in Jugoslavia. L'accordo che ne seguì tra Togliatti e Kardelj nell’ottobre 1944 nascondeva la sentenza di morte certa per gli italiani dell’Istria, motivo che spinse all’esilio ben 350.000 italiani tra il 1945 e il 1949. Fu col trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 che l’Italia veniva ufficialmente privata di Zara, Fiume e di quasi tutta l’Istria; e fu lo stesso trattato che istituì, su questi territori, due zone d’influenza: la zona “A” (Muggia, Trieste e il litorale fino a Monfalcone) sotto il controllo anglo-americano; la zona “B” (dal fiume Quieto a Capodistria e Buie) sotto il controllo slavo. Per ottenere il ritorno della zona “A” sotto il controllo italiano bisognerà attendere il 1954.

«La verità è oggi una cosa sola: il più puro antifascista che non abbracci senza riserve la tesi jugoslava diventa in queste terre martoriate, il più spregevole dei reazionari e nemico del popolo. Diventa semplicemente un fascista. Come tale gli spetta la foiba».
Questa parole, già pubblicate nel 1946 sull’opuscolo Foibe: la tragedia dell’Istria, indicano la verità e il criterio di scelta adottato dai partigiani titini sulla questione foibe; e in questo senso le parole di Ranieri Ponis fanno ancor più chiarezza: «non ci si accanì tanto su quelle persone perché fascisti, ma principalmente perché italiani».

Dal settembre 1943 gli slavi iniziarono a concretizzare il loro piano di cancellazione dell’italianità dell’Istria; in poco più di un mese i partigiani titini inflissero sofferenze di gran lunga più gravi di quelle subite dagli slavi nell’opera di snazionalizzazione istituita dal regime fascista. Anzi, è innegabile che i giovani slavi scorsero nell’opera fascista un miglioramento della loro condizione di vita: «tutti parlavano l’italiano, impararono a leggere e scrivere. Assolvendo agli obblighi di leva avevano girato l’Italia e visto che il mondo non si fermava là tra la stalla e il campanile [...]. I vecchi avevano visto la campagna rinverdirsi dopo secoli si siccità; avevano visto le strade asfaltate e macchine infernali rotolarvi sopra, contro le sgroppate a dorso d’asino dei loro tempi».

Tranne che nelle campagne, dove l’etnia dominante era slava, le cittadine dell’interno erano popolate da sempre da italiani. Gli slavi eliminarono i membri più in vista di tali cittadine e con azioni intimidatorie intimorirono l’opinione pubblica, vale a dire la massa della comunità italiana. Scomparvero nel nulla contadini, pescatori, preti e operai. Agricoltori titini e partigiani italiani avvicinarono all’idea comunista le masse proletarie con la falsa promessa di un regime democratico-progressista fondato sulla fratellanza italo-slava.

Dall’8 settembre 1943 la tattica italianicida era quella di far sembrare gli assassinî provocati dalla delinquenza comune (avvenivano di notte ed erano omicidi celeri); dal maggio 1945 tutto cambiò e l’eccidio venne portato avanti in modo più scientifico dalla polizia segreta di stato OZNA che si rese in questo protagonista assoluta. Per perpetrare uno sterminio rapido e senza clamori, la foiba era, per “predisposizione naturale”, perfetta. Essa fu tomba di tutte le “voci reazionarie” dove per reazionaria si intese, oltre che la componente fascista, tutta la resistenza italiana non comunista. Inoltre, rappresentando la classe dirigente (borghesia industriale), la comunità italiana dell’Istria fu vittima dell’intolleranza slavo-comunista: gli italiani vennero rastrellati casa per casa e processati da “tribunali popolari” in maniera più che sbrigativa.

Dal 1943 al 1945 e oltre, il numero degli infoibati si attesta su stime di 10.000 e passa persone. Vi sono tuttavia ben 37 foibe per le quali non è stato possibile alcun accertamento, ma al vaglio di analisi compiute negli ultimi anni, si confermerebbe che le vittime per mano slavo-comunista ammontino a un totale non inferiore a 16.500 persone.


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2 commenti:

  1. lo spedizione punitive vengono giustificate perchè si era in "guerra" mentre le foibe no? siete di parte, fate pena..

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  2. Caro ANONIMO,

    a che spedizioni punitive ti riferisci, di grazia?
    Ad ogni modo qui nessuno ha giustificato NIENTE: solamente è scritto che la pulizia etnica a noi riservata non è neanche lontanamente comparabile con le violenze - che pur ci furono e le condanniamo - contro la minotaria presenza slava. Punto. GIUSTIFICARE è un'altra cosa! Se, invece, mi trovi il passo in cui giustifichiamo talune imprecisate (da te) "spedizioni punitive", segnalalo (sempre che tu ci riesca).

    Se dici che siamo "di parte", hai perfettamente ragione: stiamo "dalla parte" di tutti gli italiani massacrati dai partigiani comunisti (sia slavi che italioti) e con le centinaia di migliaia di esuli istriano-dalmati. Questa è storia, tra l'altro insabbiata per decenni perché d'intralcio a qualche "liberatore" con la coscienza sporca.

    Come facciamo a giustificare le foibe?!?! dovremmo forse giustificare una pulizia etnica perpetrata a dànno di ITALIANI?!?!
    O forse, tu che veramente sei "di parte", vuoi sostenere che era lecito si ammazzassero i nostri compatrioti?! Se la pensi così, "pena" la fai tu, mio caro ANONIMO, che - a questo punto - non so come tu faccia a definirti "italiano". Vabbe', dài, non sei l'unico, di anti-italiani ce ne sono molti, specialmente proprio in Italia. Ti possiamo anche GIUSTIFICARE...

    Saluti

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