sabato 3 gennaio 2009

La “prima marcia su Roma”

«All’età di diciannove anni, di mia iniziativa e a mie spese, misi insieme un esercito, grazie al quale liberai la Repubblica dal dominio dei faziosi»

(Augusto, RGDA 1)


È questo l’incipit delle Res Gestae Divi Augusti, testamento politico dell’imperatore, scolpito nel bronzo e diffuso per l’intera ecumene romana, capolavoro di retorica e arte politica: la prima affermazione è la legittimazione di una rivoluzione e l’aperta rivendicazione di un colpo di Stato.

Nell’agosto del 43 a.C. Ottaviano, figlio adottivo ed erede di Gaio Giulio Cesare, attraversa il Rubicone e punta sulla capitale: è questa la “prima marcia su Roma”.

L’espressione “prima marcia su Roma” è stata recentemente rievocata da Luciano Canfora (in foto), noto filologo, nonché pubblicista presso il “Corriere della Sera”, professore all’Università di Bari, alla quale ha dedicato un agile libro nel 2007. Era stato per primo Sir Ronald Syme (1903 – 1989) a parlarne nella sua The Roman Revolution (1939), opera fondamentale per la comprensione dell’età delle guerre civili e del governo augusteo.

Tuttavia potrebbe sorgere l’obiezione sul termine “prima”: non fu infatti Silla il primo a marciare su Roma? O non fu invece Cesare il primo a varcare il Rubicone e a puntare sull’Urbe? A ciò risponde giustamente Canfora: «Una prima “marcia” su Roma era stata quella di Silla (dopo la battaglia di Porta Collina: 1.XI.82 a.C.), ma contro un governo considerato illegale, quello di Mario e Cinna. Una seconda era stata quella di Cesare (gennaio del 49), ma quando è nei pressi di Roma il Senato e i “legittimi poteri” sono fuggiti in Grecia! La “piccola marcia” di Ottaviano nell’estate del 44 non aveva avuto le dimensioni del colpo di Stato (ma Res Gestae 1 ne parla). È quella dell’agosto 43 la prima vera “marcia su Roma”». In effetti lo stesso Syme parlò di “prima” e “seconda” marcia su Roma di Ottaviano, però Canfora ha ragione: la vera “prima marcia su Roma”, con conseguente colpo di Stato, fu quella che ebbe la sua estrema conclusione il 19 agosto del 43.

Gli eventi che portano al “golpe-Ottaviano” e alla sua sfolgorante ascesa politica iniziano in una data storica: le Idi di marzo del 44 a.C., l’assassinio di Cesare. Tre giorni dopo (18 marzo) Marco Antonio, fedele luogotenente e amico di Cesare, legge il testamento del dittatore poco prima dei funerali pubblici a lui riservati. Oltre agli enormi lasciti in favore del popolo di Roma, viene adottato e designato quale erede quasi universale il giovanissimo nipote Gaio Ottavio. Da allora Ottavio si chiamò Gaio Giulio Cesare Ottaviano.

Ottaviano al tempo si trovava ad Apollonia (in Illiria, ai confini con la Macedonia) per terminare la sua istruzione e il suo addestramento, e in attesa di partecipare all’impresa partica che Cesare aveva intenzione di iniziare prima della sua prematura scomparsa. Ottaviano si reca quindi fulmineamente a Roma, onora la pesante eredità del padre adottivo, ed è accolto da manifestazioni di grande affetto da parte dei veterani di Cesare stanziati in Campania. Promette di rendere onore alla memoria del genitore e di vendicare la sua morte.

L’entrata in scena di Ottaviano rivoluziona lo scacchiere interno del Senato: gli “ottimatipompeiani, in maggioranza e capeggiati dal redivivo Cicerone, intendono servirsi del «ragazzo» per ridimensionare e sconfiggere Marco Antonio, capo dei “popolaricesariani; quest’ultimo, dal canto suo, mal digerisce il giovane avventuriero che sembra insidiare il suo ruolo di leader della fazione cesariana.

Successivamente gli eventi precipitano e inizia un’altra guerra civile: è la cosiddetta “Guerra di Modena”. Il cesaricida Decimo Bruto era assediato nella città da Marco Antonio, il quale reclamava il comando della provincia. Il Senato inviò quindi a rompere l’assedio i due consoli Irzio e Pansa e – in aggiunta – proprio Ottaviano, investito di un potere propretorio, il quale aveva reclutato in Campania un esercito privato (cosa inaudita per la Repubblica!), composto per la maggior parte dai fedeli veterani del padre più due legioni ribellatisi ad Antonio provenienti dalla Macedonia.

Ottaviano aveva illuso la fazione pompeiana di assecondare i suoi voleri (il carrierista Cicerone aveva preso stavolta un abbaglio madornale!), e non esitò a macchinare contro il Senato. La guerra si concluse, infatti, con la sconfitta di Antonio ma, mentre a Roma Cicerone faceva sfoggio di tutte le sue abilità retoriche nel glorificare la vittoria, Ottaviano mise in scacco il Senato. Bruto, dandosi all’inseguimento di Antonio sconfitto, da cacciatore si fece preda e fu ucciso. I consoli perirono in circostanze più che sospette: si diceva che Irzio fosse stato ucciso dallo stesso Ottaviano in mezzo alla mischia, e che il vulnerato Pansa fosse stato proditoriamente avvelenato dal suo medico su commissione di Ottaviano. Voci inquietanti, se veritiere (probabile) o meno non lo sapremo mai.

Il futuro Augusto, tuttavia, si trovava ora al comando di un esercito imponente e vittorioso senza capi (i consoli): un vuoto di potere troppo allettante e da sfruttare al massimo.
Ottaviano, quindi, non esitò a richiedere ricompense ai suoi soldati e il consolato per sé. Il Senato rifiutò e, in quella tremenda estate del 43, l’erede di Cesare varcò il Rubicone marciando rapidamente sull’Urbe: il dado era “nuovamente” tratto.
Con l’esercito alle porte di Roma, gli atterriti senatori inviarono messi al giovane proponendogli la sua candidatura al consolato in regolari elezioni. Ma era troppo tardi: un manipolo di uomini armati, capeggiati dal centurione Cornelio, irruppe in Senato. Il minaccioso centurione, che parlava per bocca di Ottaviano stesso, sguainando la spada tuonò: «Questa lo farà console se non lo farete voi!».

Il 19 agosto si compie il colpo di Stato: Ottaviano è eletto console assieme al cugino e coerede Quinto Pedio, quest’ultimo poi prontamente eliminato.


La Repubblica, già da tempo agonizzante, è all’inizio della fine: il Senato è ormai un’oligarchia parassitaria e incapace di governare un impero così vasto come quello di Roma. È tempo che un sol uomo erediti il potere. Ci aveva provato Cesare, amatissimo dal popolo, odiato acremente dai vecchi oligarchi e dai (falsi) “liberatori”. Fallì, ma ora toccava ad un giovane del suo stesso sangue. Dal caos delle lotte intestine e delle guerre fratricide nacque l’ordinatore della nuova Roma: nacque la stella di Augusto.

Fu l’epoca di Mecenate, Virgilio e Orazio. Fu il “secolo augusto”, quasi un cinquantennio di governo in cui l’erede di Cesare donò a Roma l’impero più grandioso che l’uomo ricordi.

Augusto, tuttavia, riuscì nel suo maestoso disegno poiché ne ebbe il tempo e le risorse; poiché, al contrario di altri, non vide mai Piazzale Loreto…

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3 commenti:

  1. come li conclude bene i post il grumo...

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  2. "Alcova" Matte5 gennaio 2009 13:32

    Però,Sorca!!!!!!!!!!

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  3. Avanti augustei!

    Che all'Azione non manchi il Pensiero!
    che all'Azione non manchi la Cultura!
    che all'Azione non manchi culturAZIONE!!!

    Allora avanti augustei!
    alla conquista dell'Avvenire!

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