
Articolo di Alberto Palladino, pubblicato sul giornalino del Blocco Studentesco (Autunno 2008), in cui “Zippo” ci racconta del suo viaggio in Birmania, avvenuto l’estate scorsa, per aiutare l’etnia Karen assieme ai volontari di “Popoli”.
Il riverbero del sole al tramonto sembra incendiare le creste degli alberi nella foresta birmana. Come se si ribellasse a quella dipartita forzata, il sole guarda il mondo con la sua ultima occhiata rovente. Poi una collina lo copre, poi un monte, ed è già il focolare a crepitare nelle capanne di legno e foglie. I vapori della cottura, la luce tremolante di candele e fuochi, il ronzio sommesso del generatore danno all’atmosfera un’aria mistica che rapisce la mente.
Tutto intorno, quello che di giorno è un inaccessibile intrico di piante, liane, sentieri e risaie risuona ora delle voci di mille animali, prede in fuga o predatori in attesa, tutti solidi anelli della catena alimentare che li lega.

Ci racconta di una gioventù passata nei college negli States dove suo padre, l’eroe nazionale BHO MYA, era riuscito a far studiare, lontano dalla guerra, parla delle notizie frammentarie che gli arrivavano allora, di fratelli morti, di città conquistate o perse, di amici che hanno tradito.
Racconta della decisione di tornare in una patria che non esiste neanche sulle più dettagliate mappe geografiche, che è una terra di nessuno, ma è la terra dove lui è nato.
È infatti dalla fine della seconda guerra mondiale che i Karen, etnia d’origine mongola stanziatasi in Myanmar circa 2.800 anni fa, combattono ininterrottamente contro la giunta militare marxista che si è installata nella capitale, Rangoon, a seguito di un colpo di Stato.
Questa non è la guerra a cui siamo abituati nell’Occidente “civilizzato” delle bombe intelligenti, questa è una guerra portata avanti da un governo di narcotrafficanti proclamatisi generali del nulla, contro chiunque si metta di traverso nei traffici di armi, droga ed esseri umani che fruttano ingenti introiti, spesi ovviamente, non per sollevare la popolazione dal fango in cui vive, ma per comprare nuovi arsenali da paesi civilizzati, ben lieti di aiutare una nazione che, di fatto, gestisce una grossa fetta degli affari del triangolo d’oro della droga.
Dal Bangladesh, ad ovest, alla Thailandia ad est, dal confine cinese alla Malaysia, la Birmania è una confederazione di Stati diversi abitati da diverse etnie spesso con lingua e tradizioni molto differenti. I Karen vivono soprattutto nella zona orientale della Birmania, al confine con la Thailandia, nello Stato Karen, nello Stato Kayah, nel sud dello Stato Shan, nella divisione dell’Irrawaddy e nel Tenasserim. Il numero totale dei Karen è difficile da stimare. L’ultimo censimento in Birmania fu fatto nel 1983 ma si crede che in Myanmar oggi siano circa 4 milioni più 400.000 in Thailandia. Da sempre a contatto con la guerra, la pulizia etnica e la necessità di difendersi e/o nascondersi, i Karen vivono in villaggi di modeste dimensioni, spesso sorti attorno alle cliniche che le poche organizzazioni umanitarie, che si interessano della sorte di questo popolo, costruiscono e dove addestrano personale locale per continuare il servizio sanitario. Opera che, spesso, portano avanti in situazioni di semi-clandestinità, a fronte di ristrettezze economiche, risolvendo, con volontà incrollabile, gli ostacoli dovuti all’approvvigionamento dei medicinali, indumenti e cibo indispensabili per una popolazione che vive in un continuo stato di necessità.


Il canto degli uccelli celebra il trionfo del nuovo sole sulle tenebre, la foresta rivive e la luce che filtra tra le foglie del tetto strappandoti al sonno sembra volerti dire «in piedi, uomo, io esisto ed il sole risorgerà sempre».
Grande Zippo, ma che sei ripartito domenica???
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