giovedì 8 aprile 2010

Intervista a Francesco Polacchi



Francesco Polacchi è nato a Roma nel 1986. Studente di Scienze storiche presso l’università di Roma Tre, è responsabile nazionale del Blocco Studentesco.


Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?


Cercherò di essere sintetico... Trovo la Storia molto divertente: credo che sia molto più simpatica e meno noiosa di come ce la si voglia far passare di questi tempi; credo cioè che nulla avvenga mai per caso e che il passato esista sia perché debba riproporsi sia perché gli uomini debbano carpire gli insegnamenti degli avi in situazioni completamente differenti da come si erano proposte in precedenza.
I periodi storici in cui più ritrovo lo spirito e le linee guida della mia azione sono l’Impero Romano, anche se sono consapevole che in mille anni di storia (considerandolo quindi dall’atto della fondazione di Roma quale Imperium) tanti sono stati i momenti e i motivi che lo hanno portato alla sua implosione; l’Impero di Federico II quale più longeva e fresca espressione della nuova sintesi delle idee Imperium, popolo e rivoluzione sociale e amministrativa nell’artecrazia e infine, ovviamente, il Fascismo. Inoltre ci sono altri momenti quali il Risorgimento, il periodo napoleonico o alcuni altri imperatori «medioevali» (uso le virgolette perché odio la parola «medioevo» in quanto vorrei sapere quale epoca non è un passaggio tra due epoche???). Come autori ho sempre svariato: da Degrelle a Palahniuk, da Sun Tzu a Bunker, da Omero e Virgilio a Fante e Bukowski...


Che cosa è stato secondo te sinteticamente il Fascismo? Alcune sue intuizioni e proposte possono essere valide ancora oggi?

In senso lato il fascismo è stata la grande poesia del XX secolo; l’originale sintesi tra la moderna idea di Stato, le nuove esigenze della società con una visione del mondo lontana dall’essere contingente e immanente. In senso stretto fu ciò che trasformò l’Italia da un paese agricolo a una nazione industriale.
Molte sono le intuizioni che possono essere ancora valide, come la politica sulla casa di proprietà, sulla socializzazione delle imprese, su un’economia guidata (non bloccata) dallo Stato, sulla costruzione di grandi infrastrutture, la lotta alla mafia... tutte cose che ormai sono tristemente cadute nel dimenticatoio perché il fascismo è oggetto di una damnatio memoriae che non concede sconti.


Come e perché nasce il Blocco Studentesco? Qual è la sua «missione»?

Non siamo religiosi, quindi in un certo senso non crediamo alle «missioni»... però accetto la provocazione e dico che la nostra volontà è quella di riportare la partecipazione politica tra i giovani in un periodo storico in cui si fa di tutto per andare nella direzione opposta; d’altronde: meno domande e meno curiosi = meno problemi. Questo è un po’ il perché. Sul come la cosa è molto divertente. Ufficialmente il Blocco Studentesco nasce il 12 settembre del 2006 a CasaPound, ma l’idea era nata qualche mese prima sulle scale quando mi ritrovai con Davide di Stefano a parlare con Gianluca Iannone il quale ci disse un po’ per gioco: «perché non fate un movimento studentesco?». Detto fatto e, così come in altre situazioni, la nascita del Blocco non deve essere vista come chissà quale operazione studiata nelle segrete da chissà quanto tempo... Sicuramente però è stato proprio il momento giusto per partire!


In che stato si trova l’attuale sistema dell’istruzione nazionale?

Non bene. Troppi finanziamenti alle scuole private e poca attenzione al settore pubblico in cui molto spesso gli addetti non fanno il loro dovere avvalorando la tesi di chi vorrebbe privatizzare anche l’aria che si respira.


Come giudichi le ultime riforme della Gelmini in materia di scuola e università?

Non sono poi così negative. A me fa sorridere il fatto che tutte le manifestazioni di protesta che furono fatte nell’autunno 2008, a parte pochi interlocutori tra cui noi!!!!, non avevano idea su cosa andare a parare. Noi volevamo bloccare la legge 133, gli altri al massimo il grembiule e il maestro unico: assurdo. Tornando a bomba: la riforma sugli accorpamenti dei licei era necessaria così come il riordino degli istituti tecnici; altre cose come le norme antibullismo e il voto in condotta sono palliativi populistici. Sull’università, fermo restando la nostra assoluta contrarietà alla legge 133 voluta dalla finanziaria del 2008, gli interventi contro il baronato e in favore della maggiore trasparenza di assegnazioni e fondi non possono che farmi piacere.


Tu conosci molto bene gli interessi politici che gravitano intorno alla scuola. Quali sono i veri centri di potere che dettano l’agenda in fatto di istruzione?

Con la legge 133 si concede la possibilità a terzi di entrare nei consigli di amministrazione degli atenei. Il problema è che così facendo le materie umanistiche andrebbero ovviamente a soccombere e materie più tecniche a essere favorite. In più la mia grande paura è relativa alla possibile intromissione delle multinazionali farmaceutiche.


Che modello di scuola/università propone il Blocco? Come intende realizzarlo?

La scuola e l’università devono essere i luoghi in cui si formano le coscienze delle nuove generazioni e la professionalità della classe dirigente del futuro. Anche se non devono essere viste come scuole di lavoro, è chiaro che devono rappresentare la piattaforma di lancio per gli studenti nella società civile, cioè in quella dei «grandi». Oggi assistiamo purtroppo alla distruzione della comunità scolastica in nome di una più proficua e con meno problemi scuola-azienda che nell’università è già diventata una realtà. Per raggiungere questo obiettivo puntiamo sulla ricostruzione di un movimento che sia al tempo stesso una vera e propria comunità di giovani dediti quotidianamente alle attività politiche seguendo i nostri princìpi basilari. È nell’azione quotidiana che si possono gettare le fondamenta per il futuro e, nel frattempo, concorrere a qualsiasi tipo di elezione dove far valere le nostre idee riportando lo spirito di trincea che ci contraddistingue.


Ultimamente stiamo purtroppo assistendo a un continuo crescendo di tensione con le formazioni della cosiddetta «sinistra antagonista», tanto che alcuni – probabilmente in maniera esagerata – fanno paragoni con gli anni piombo. A chi e a cosa giova questa situazione?

Il paragone con gli anni di piombo è assolutamente esagerato... qualcosa è cambiato, non tutto, ma qualcosa sì. Questa situazione giova moltissimo all’estrema sinistra in quanto, essendo ormai sconfitti dalla Storia, possono trovare un motivo per continuare a esistere solo nel cannibalismo politico, cioè solo nutrendosi delle altrui battaglie per avere qualcosa da contraddire, qualcosa contro cui opporsi. In più questa situazione fa gola a tutti i finti democratici che trovano l’occasione per poter aprire bocca e darle fiato, usando il linguaggio politichese per affermare cose banalissime e avere un minimo di visibilità nonostante la loro inconsistenza politica.


Questa domanda è quasi d’obbligo. Che significato ha avuto l’ormai celebre manifestazione anti-Gelmini dell’autunno 2008? All’inizio sembrava che si fosse veramente riusciti a realizzare una protesta corale e trasversale, al di là delle vecchie contrapposizioni politiche. Poi che cosa è successo?

C’era una volta una manifestazione studentesca... il Blocco e le incredibili vicende di piazza Navona. Nelle due settimane precedenti al 29 ottobre il nostro movimento era impegnato in una vera e propria agitazione studentesca partecipando a manifestazioni, cortei, sit-in, assemblee straordinarie, occupazioni di innumerevoli scuole per contestare la legge 133 (che fa parte della finanziaria 2008) e tutto questo ovviamente con studenti di qualsiasi opinione politica... il 29 ottobre era l’ultimo giorno.


Il Blocco Studentesco si sta espandendo in tutta Italia, contando numerosi militanti e decine di migliaia di simpatizzanti. Qual è il segreto di questo successo? Che cosa rappresenta il Blocco per le nuove generazioni?

Il Blocco è il nuovo che avanza, è l’irrazionale voglia di vivere, è un’esplosione di vitalità che non tutti riescono a capire, ma con cui tutti devono fare i conti. Credo che il segreto del successo vada rintracciato nell’impegno costante dei militanti che con i loro sacrifici portano «avanti la baracca» e nell’organizzazione scientifica del da farsi. Quando a questi due elementi si aggiunge un contenuto rivoluzionario il resto vien da sé.


In cosa invece il Blocco, secondo te, deve ancora migliorare?

Si deve sempre migliorare in tutto, la perfezione non è di questo mondo, ma tendendo costantemente ad essa si migliora tutti i giorni.


Feste, sport, concerti. Che importanza rivestono questi eventi per la politica del Blocco?

Sono mezzi importanti per dimostrare realmente la nostra essenza. Mostriamo a tutti come ci divertiamo ai nostri concerti e alle nostre feste, condividendo con gli altri la nostra innata propensione al sorriso e al divertimento. Insomma tutto il contrario di quello che dicono alcuni giornali descrivendoci come pazzi asociali assetati di sangue. Senza tralasciare poi l’importanza economica che rivestono tali eventi, essendo quasi l’unica fonte di autofinanziamento per il gruppo.


Che ruolo giocano le nuove tecnologie all’interno della militanza politica del nuovo millennio?

Un ruolo importantissimo, basti pensare che subito dopo gli scontri di Piazza Navona abbiamo messo su youtube il nostro video-verità che ci ha permesso di mostrare a tutti come erano andate realmente le cose. Per non parlare dell’importanza che riveste la grafica nei nostri manifesti e nei nostri volantini. È un altro campo in cui dimostriamo di essere avanguardia.
Se nel ’900 era il cinema l’arma più forte, nel terzo millennio è internet a rivestire il ruolo di protagonista indiscusso.


È nato da poco «Idrovolante», il trimestrale del Blocco Studentesco all’università. Quanto è importante la battaglia culturale per un’organizzazione come il Blocco? Quali sono le linee-guida e le idee-forza della nuova cultura che si intende proporre?

La battaglia culturale è la battaglia più importante. Tramite il nostro giornalino, le nostre assemblee e le nostre conferenze stiamo di fatto portando avanti una piccola rivoluzione culturale. In Italia, purtroppo, dal secondo dopoguerra in poi la sinistra ha monopolizzato questo settore servendosi di case editrici, cantanti, autori, comici, per far credere a tutti che la «cultura sta a sinistra». Si sono volutamente criminalizzati autori come Pound, Céline, La Rochelle e gettati nel dimenticatoio avvenimenti storici come la tragedia delle foibe. Tutto ciò che non piaceva all’intellighenzia salottiera era considerato non cultura. CasaPound ha rivoluzionato tutto questo, diventando un vero e proprio laboratorio culturale dove si parla di tutto e tutti possono parlare.
Inevitabilmente questo dà fastidio a qualcuno che ha smarrito ormai presa sulle masse e vivacità culturale.
Passando alle linee-guida e alle idee-forze credo che i manifesti dell’EstremoCentroAlto e della Neoterocrazia raffigurino in versi la nostra «idea di mondo».


Quali sono i prossimi obiettivi del Blocco? Quali le prospettive?

Gli obbiettivi sono molti e le sfide più grandi sono quelle che ci entusiasmano di più. Quest’anno abbiamo raggiunto risultati importanti alle elezioni della Consulta Provinciale degli studenti, prendendo 4 presidenti e una marea di voti, poi ci saranno le elezioni universitarie, le prime a cui partecipa il Blocco e ogni anno ci sono le elezioni all’interno dei vari licei. Abbiamo organizzato una festa con quasi mille persone al Piper, storico locale romano, e il 7 Maggio staremo in piazza per la Giovinezza al potere. L’obbiettivo principale è quello di risvegliare questa generazione dallo stato confusionale in cui è stato trascinato dall’attuale società dei consumi, ma soprattutto vogliamo volere e affermare!


Che cosa ti aspetti dalla manifestazione nazionale del 7 maggio?

Immagino migliaia di persone che colorano la città con fumogeni e bandiere, allegria incontenibile mista a rabbia da urlare in faccia a chi ci dice che va tutto bene e a chi ci vorrebbe morti. Dimostrare a tutti che siamo noi la meglio gioventù.



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mercoledì 17 marzo 2010

Intervista ad Adriano Scianca


Adriano Scianca è nato a Orvieto nel 1980. Laureato a Roma in filosofia, è giornalista e scrittore. Ha collaborato a numerose riviste culturali, tra cui «Orion», «Letteratura-Tradizione» ed «Eurasia». Per la cultura di CasaPound, gestisce l’
«Ideodromo» e ha redatto Il Manifesto dell’EstremoCentroAlto.



Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?

Una precoce lettura dei classici evoliani, dei quali mi appassionarono l’ampio respiro e la profondità storica in cui inquadrare i rudimenti della mia visione del mondo; l’incontro con la cosiddetta «Nuova destra», che ha sciolto certe cristallizzazioni e mi ha insegnato l’importanza di un confronto serrato con il pensiero dominante al quale opporre sempre tesi altrettanto persuasive; la collaborazione con una testata «storica» del mondo nazionalrivoluzionario come «Orion» grazie alla sostanziale mediazione di Gabriele Adinolfi, che mi ha insegnato a ridare spina dorsale a quelle intuizioni neodestre troppo spesso tendenti al debolismo; il passaggio dalla teoria alla prassi con l’ingresso nella palestra dell’anima di CasaPound, nella quale tutto ha finalmente acquisito un senso.


Georg W. F. Hegel è stato un filosofo fondamentale per la storia della filosofia occidentale. Quali sono state le sue migliori intuizioni e i suoi abbagli?

Hegel ha il merito di aver concepito il reale come divenire e il difetto di averne imprigionato l’essenza nella gabbia della dialettica. I suoi testi sono pieni di intuizioni geniali intrappolate nella ragnatela del «sistema» onnicomprensivo e definitivo. Molto interessanti, ovviamente, le sue riflessioni sullo Stato come eticità.


Quanto ha influito il pensiero di Nietzsche sulla società del suo tempo? Quanto è ancora attuale il filosofo tedesco?

Nella società del suo tempo passò pressoché inosservato, stampando i suoi libri da solo e impazzendo poco prima che il suo pensiero si diffondesse come una salutare epidemia. Nella storia del pensiero occidentale, in compenso, Nietzsche segna uno spartiacque fondamentale. Esiste un «prima di Nietzsche» e un «dopo Nietzsche», c’è poco da fare. Con Giorgio Locchi amo ricordarne la fondamentale intuizione della «apertura della storia» contro ogni finalismo; con Luciano Arcella mi piace sottolinearne la fondamentale «mediterraneità» contro la pesantezza «tedesca, troppo tedesca»; con Gilles Deleuze me ne servo per stanare lo spirito reattivo in ogni sua metamorfosi.


Che cosa può ancora insegnarci oggi l’opera di Robert Brasillach?

Non ebbe il talento letterario corrosivo di un Céline né la lucida visione tragica di un Drieu. Eppure seppe dipingere il «sentimento del fascismo» come nessun altro mai. Raccontò un fascismo che era soprattutto cameratismo e allegria e continuò a guardare i campi della gioventù, i fuochi nella notte, i canti dei Balilla con lo stupore estasiato di un bambino. Ecco, Brasillach ci insegna a non perdere mai quello sguardo, ad avere diciassette anni per tutta la vita, ad essere curiosi della propria epoca.


Hai più volte citato nei tuoi scritti Gilles Deleuze. Che valore dài al suo pensiero?

Me ne innamorai leggendo all’università Nietzsche e la filosofia, libro illuminante e straordinariamente scorrevole per l’autore. La sua lettura della Genealogia nietzscheana mi rivelò un mondo. Altre sue cose sono più pesanti, soprattutto quando in esse si fa sentire l’influenza di Felix Guattari. Fu un filosofo di sinistra? Primo: chi se ne frega. Secondo: chi sono io per contraddire Alain Badiou, che ha scritto: «[All’epoca] avevo la tendenza a identificare come “fascista” la sua apologia del movimento spontaneo, la teoria degli “spazi di libertà”, il suo odio della dialettica, per dirla tutta: la sua filosofia della vita e dell’Uno-Tutto naturale».


Giovanni Gentile è stato definito il «filosofo del Fascismo». Quanto è stato grande, a tuo parere, il suo contributo nell’edificazione del regime fascista?

È veramente paradossale che gran parte del neofascismo abbia snobbato questo pensatore. Persino un gigante come Adriano Romualdi ne parlò come di un liberale che si era dato una verniciata di fascismo. Eppure – tanto per limitarci all’essenziale – basterebbe rileggere La dottrina del fascismo, scritta insieme a Mussolini, per capire l’importanza del pensatore. Quanto all’aspetto più propriamente filosofico invito tutti a leggersi il fondamentale volume di Emanuele Lago, La volontà di potenza e il passato, nel quale emerge con chiarezza la parentela spirituale fra Gentile e Nietzsche.


La Scuola di Mistica Fascista è stata la fucina dei cosiddetti «apostoli del Fascismo». Quali furono i punti di forza di quell’affascinante esperienza?

Prendi un gruppo di giovani svegli, colti, laboriosi, gente che costituirebbe la classe dirigente di ogni Stato e a cui sarebbe possibile vivere di rendita. Metti che invece questi ragazzi abbiano l’unico pensiero fisso di donare totalmente se stessi a un’idea e che si applichino in questo senso con un ardore e una purezza incontrovertibili, fin nelle minuzie dell’esistenza quotidiana. Metti che queste persone fondino una scuola attorno a cui orbitino migliaia di altri giovani. Una scuola perfettamente inserita nell’ufficialità di un regime che faccia di essa il bastione e il motore di una rivoluzione. Metti che scoppi una guerra e che tutti, dico tutti, gli appartenenti alla scuola partano volontari, chiedendo, implorando la prima linea. E metti infine che questi ragazzi muoiano uno a uno, nel sacrificio esemplare e religioso di se stessi sull’altare dell’idea. Ecco, questo fu la Scuola di Mistica fascista. Un episodio che fa tremare i polsi, che ci mette di fronte a noi stessi in modo definitivo. Qualcosa che azzera le discussioni. Trovatemi un Giani o un Pallotta democratici, comunisti, liberali o anarchici. Non ne esistono e questo è quanto.


Fascismo-movimento e Fascismo-regime. La dizione defeliciana ha creato non pochi fraintendimenti, in quanto alcuni hanno enfatizzato le differenze di questi due elementi, mentre altri hanno preferito uno a discapito dell’altro. Tu come la vedi?

Una distinzione che non ho mai capito: in quale regime o tipo di governo non c’è una qualche distinzione tra le proposte di poeti, filosofi, intellettuali da una parte e l’azione di amministratori, governanti, politici dall’altra? Perché allora si enfatizza questa dialettica solo nel fascismo? Forse per salvare intellettuali di prim’ordine dalla condanna generalizzata e separare così astrattamente i «buoni» dai «cattivi»? Ogni momento storico conosce lo scarto fra teoria e prassi. Il fascismo, semmai, è fra i regimi in cui meno si può proporre un simile discorso: Pavolini fu fascista di movimento o di regime? E Gentile? Giani? Ricci? Evola? Gli psicodrammi sui fatti cattivi che tradiscono sempre le intenzioni buone lasciamole a comunisti e cristiani, a noi piace il movimento che si fa regime, l’intellettuale che coincide con il militante.


Destra e sinistra nel Fascismo. Quale è stato il rapporto tra queste due «anime» durante il Ventennio? Quale il loro lascito?

Il fascismo è sintesi o non è. La sua forza fu l’unione di tutte le verghe, sottrarne una a posteriori è sbagliato, in qualsiasi senso ciò accada. Si può, ovviamente, avere una sensibilità più affine all’una o all’altra corrente, basta non prepararsi alibi con discutibili viaggi mentali. Chiamo «viaggio mentale» ogni tesi che perda di vista la complessità del reale per venire incontro a mancanze tutte nostre e consentirci di fare le cose più semplici di quanto non lo siano. Il fascismo non fu una semplice variante del socialismo o una parodia di militarismo prussiano. Forse è ora di recuperare un sano «fascismo di centro»...


Evola è stato un punto di riferimento importante degli eredi del Fascismo. Qual è stata la forza e la debolezza del suo pensiero?

Quando, negli anni ’30, tutti si pavoneggiavano con i distintivi del Pnf lui urlò al mondo la sua adesione a idee che trascendevano il fascismo; quando tutti, dopo l’8 settembre, se la squagliavano lui era al suo posto di milizia. Mi sembra che questo basti a definire la statura del personaggio. Molto amato quanto odiato, andrebbe semmai contestualizzato. Diciamo che fu meno importante di quanto credano i suoi adoratori e più di quanto credano i suoi detrattori. Ha scritto diverse cose discutibili e fornito indicazioni esistenziali preziose. Alle prime si sono attaccati tutti gli sfigati del mondo, convinti che la ciclicità del tempo e il kali yuga fornissero un alibi alla loro inettitudine. Sono quelli, per capirci, che continuano a scrivere «epperoché», «femina» e «Aristotile» in ossequio al maestro. E tuttavia non sarà un caso che quanto di meglio è uscito dal nostro mondo rechi una forte impronta evoliana. Pensiamo solo a personalità come Clemente Graziani, Maurizio Murelli, Cesare Ferri, Carlo Terracciano, Claudio Mutti, Walter Spedicato, Adriano Romualdi, Peppe Dimitri, Gabriele Adinolfi. Forse i tempi oggi sono maturi per riscoprire un Evola oltre le incrostazioni, comprese quelle che lui stesso contribuì a creare. Un Evola scintillante e rinnovato. Un Evola mito mobilitante, come nel bellissimo manifesto rosso della conferenza che si svolse a CasaPound nel 2004.


È corretto parlare di egemonia della sinistra nel mondo della cultura e dell’informazione?

Per esserci vera egemonia ci dev’essere un progetto, una qualche idea di società da proporre, una politica. Oggi, palesemente, tutto questo manca. L’egemonia di sinistra è stata una realtà concretizzatasi in una mafia culturale odiosissima. Ora questa egemonia arranca e lascia solo rendite di posizione. Dall’altra parte la destra non sa opporre se non lamenti e alibi per le proprie sconfitte o cialtroni prezzolati che svillaneggiano nei posti che contano finché dura il boss, senza però costruire alcunché. Da una parte c’è un’egemonia in crisi, dall’altra l’incapacità di crearne una nuova. In questo teatrino della sconfitta, l’unica proposta d’avanguardia può essere solo quella volta a creare nuova egemonia. Sull’«Ideodromo» mi è capitato di scrivere: «Guardandoci attorno ora che molti bastioni di quel fortino culturale sono caduti, dobbiamo lanciare un messaggio che sia chiaro e netto: noi l’egemonia non la chiediamo, ce la prendiamo. Se le regole del gioco sono già scritte e ci vedono relegati fuori dallo stadio, noi facciamo invasione. Non cerchiamo scuse o riconoscimenti, ci rimbocchiamo le maniche e ci riprendiamo tutto. Dire che sia facile sarebbe da pazzi. Dire che è impossibile sarebbe da vili».


È possibile proporre un altro modo di fare cultura, che sia incisivo e accattivante, in grado di superare i dettami del «politicamente corretto»?

Il politicamente corretto già non è più cultura, è un rantolo d’agonia. Per il resto, praticamente tutta la cultura che conta del ’900 è affar nostro. Basta con i complessi di inferiorità. Solo noi abbiamo gli strumenti concettuali per interpretare la modernità: usiamoli! Solo dopo aver acquisito tale consapevolezza potremo impostare una seria politica culturale. Che, ovviamente, deve essere tutta puntata a creare senso: dare senso al mondo, dare senso all’epoca presente, dare senso alla comunità nazionale. Se si fa cultura in questo modo non occorre preoccuparsi di avere un approccio «incisivo e accattivante», le cose vengono da sé.


Che cosa rappresenta CasaPound nella cornice politica attuale? Quali le prospettive future?

Rappresenta una speranza, una volontà e una via. Pregi, difetti, prospettive e pericoli non dovrei essere io a indicarli: facendone parte la cosa assumerebbe toni autoelogiativi, questi sì un vero pericolo da evitare. Credo tuttavia di essere oggettivo se affermo che Cpi è la vera novità degli ultimi anni. Le prospettive mi sembrano luminose, a patto di saper capitalizzare la crescita esponenziale del movimento ed evitare l’effetto «recupero» da parte di un sistema che ha sempre bisogno di «cattivi» folcloristici da esibire.


Quali pensi che siano le maggiori qualità di Gianluca Iannone?

Ci sarebbe molto da dire, al riguardo, e invece dirò molto poco, poiché ho l’onore di confrontarmi quotidianamente con Gianluca e so quanto poco ami la personalizzazione delle battaglie di CasaPound. Generosità, lungimiranza, coerenza e genialità dell’uomo sono sotto gli occhi di tutti, anche dei nemici. Interni ed esterni.


Come e perché nasce il manifesto dell’EstremoCentroAlto? Quale idea di società e di politica vuole proporre?

Il manifesto dell’EstremoCentroAlto nasce in onore alla sentenza di Delfi: «divieni ciò che sei». Anche noi siamo divenuti ciò che già eravamo, ovvero spiriti liberi non incasellabili in categorie. La vera sfida ora è esplicitare i contenuti già presenti nel manifesto. Personalmente vedo l’EstremoCentroAlto come una visione originaria, cristallina sulla realtà del terzo millennio, oltre tutti i residui «ideologici» e i viaggi mentali del neofascismo. I tre termini che formano la nuova definizione segnano già una discontinuità in direzione di una politica non falsamente moderata, non ondivaga, non prostituita. Quale idea della società propone? Libertaria ma responsabile, scanzonata ma severa, popolare ma gerarchica. Questo mi sembra appaia chiaramente da parole come queste: «Un’idea ed una comunità sempre in bilico tra imperium e anarchia, un sentimento del mondo che non concepisce alcun ordine sociale al di fuori di un ordine lirico. Una visione che rifiuta il grigiore burocratico della città-caserma tanto quanto l’attrazione morbosa per l’informe, per il deforme, per i maleducati dello spirito. Un’idea politica che disprezza le cosche, le oligarchie, le caste, le sette e le lobby e che immagina, per ogni Stato degno di questo nome, la partecipazione per base, la decisione per altezza e la selezione per profondità». Insomma: uno Stato sovrano che non diventi però un cerbero o un aguzzino, una società in cui sia garantita la circolazione delle élites e il popolo si senta di nuovo padrone del proprio destino.

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venerdì 12 marzo 2010

«Idrovolante»

Segnaliamo la nascita di «Idrovolante», il trimestrale del Blocco Studentesco Università. La rivista è disponibile qui in pdf. Buona lettura!


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venerdì 5 marzo 2010

Intervista a Gabriele Adinolfi


Gabriele Adinolfi è nato a Roma nel 1954. Tra i fondatori di Terza Posizione, è analista politico e scrittore. Ha collaborato a numerose iniziative culturali, tra cui «Orion», gestisce il sito di informazione «Noreporter» e ha istituito il Centro Studi Polaris.


Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?

Silla, Cesare, Augusto, Giuliano, gli Ottoni, Barbarossa, Carlo V, Napoleone e i grandi dell’Asse.
Poi, sul piano degli scrittori, Friedrich Nietzsche, in cui è essenziale lo sforzo poetico dello spirito guerriero, il coraggio di guardare la nudità senza arrossire; Pierre Drieu La Rochelle, la sobria e cosciente concezione di vivere la tragedia; Julius Evola, il nume che ti presenta direttamente la tua verità ancestrale e quella divina; Benito Mussolini, il pensiero lineare e lirico in geometrie perfette; Luigi Pirandello, come dice lui stesso, «le maschere nude», quindi l’ironia divina nell’introspezione della commedia umana; Jean Mabire, la capacità di disegnare paesaggi e personaggi eroici propri ad un romanziere, che è stato ufficiale di commando e che resta legato ad un immaginario pagano; infine Alexandre Dumas, l’espressione delle gerarchie valoriali che si rivelano nel pieno delle passioni umane. Ma penso si debbano aggiungere anche Emilio Salgari che con i suoi capolavori di avventura ha creato un immaginario impareggiabile invitandoci a vivere sul serio, ed Edmondo De Amicis che con il libro Cuore ha insegnato e formato tantissimo le generazioni che vanno da quella cresciuta immediatamente prima del fascismo alla mia.


Soppressione delle libertà politiche, leggi razziali, imperialismo coloniale, alleanza con Hitler. Queste sono le classiche accuse rivolte al Fascismo dalla vulgata corrente. Che cosa rispondi a chi presenta tutto ciò come la definitiva condanna in sede storiografica e politica del Ventennio?

Che chi lo pensa è ignorante, male informato o prevenuto.
Il Fascismo e l’Asse hanno rappresentato l’espressione piena e vitale della libertà e della dignità dei popoli e lo hanno fatto da ogni punto di vista: esistenziale, politico, culturale, finanziario, economico, energetico e sociale.
Chi ha conculcato le libertà, oltre ad aver eliminato centinaia di milioni di uomini, chi ha imposto il sistema criminale e mafioso in cui versa oggi un pianeta allo sbando, preda dello sfruttamento integrale di popoli, individui e risorse, della speculazione intensiva ed estensiva che si estende al sistematico utilizzo del narcotraffico e alle miliardarie e delinquenziali operazioni farmaceutiche che apportano epidemie e impediscono qualsiasi cura di successo, è proprio chi alla Germania dichiarò guerra nel 1939 e poi combatté contro di noi ed il Giappone. Si tratta di quegli stessi che, dopo aver commesso il genocidio completo dei nativi americani, hanno compiuto i massacri al fosforo, al napalm e con le bombe atomiche.
Non possono così che suonare grottesche le accuse mosse all’Asse; in particolare quella che va ultimamente alla moda di prendersela con il Fascismo per le leggi razziali, stilate peraltro al varo dell’Impero, «dimenticando» che tra i «buoni» le leggi razziste erano attive, dall’arrivo dei «progressisti» al potere, come in Francia dove furono introdotte da un premier israelita o negli Usa dove rimasero attive fino al 1964. Pretendere che queste fossero un motivo di differenziazione e di scontro è ridicolo come lo è la distrazione odierna, visto che nessuno si scandalizza per quelle tuttora in vigore in Liberia e in Israele.
Che i padrini della mafia americana e cosmopolita o i lacchè dello stalinismo possano aver presentato, a posteriori, il Fascismo e l’Asse in questo modo falso e fittizio ci sta pure: hanno vinto e possono fare quello che vogliono, anche imporre leggi contro la ricerca storica. Poiché poi la menzogna è tipica della loro cultura, è normalissimo che la propaghino ovunque a mascheratura della loro sozzura.
Quello che non si può invece avallare è il tentativo pietoso di coloro che, avendo frequentato ambienti diversi dai dominanti, ambienti in cui proprio la conoscenza storica è la prima attività politica, si affannino a dire bestialità di questo tipo nel vile e servile conato di essere accettati. Non si sa bene da chi vogliano esserlo né come sperino di riuscirci perché chi striscia non piace neppure a colui verso cui si prosterna. Ma mi chiedo anche perché mai costoro dovrebbero fare carriera.
Cos’hanno, infatti, da farci la Nazione, il popolo, la stessa umanità, di gente così?
Infine ci sono quelli a cui, come si dice a Roma «non regge la pompa»: quelli che hanno paura di essere giudicati e cercano di farsi strada a gomitate «prendendo le distanze» da questo o da quell’aspetto, in modo da non sentirsi scomunicati. La scala di valori tra costoro varia: molti sono semplicemente dei deboli, altri sono degli influenzati, comunque scarsamente combattivi, parecchi invece sono dei banali miserabili.
Non hanno la forza e il coraggio di andare in fondo nella ricerca della giustizia e della verità e preferiscono evitare di pagare dazio, gettando al mare la memoria dei vinti perché tanto non costa nulla. Infatti perdono solo la dirittura e la dignità.


Uno sguardo all’attualità. Come giudichi sinteticamente Berlusconi e la sua politica estera?

Berlusconi è un po’ Craxi, un po’ Pacciardi e un po’ Cossiga. Ovviamente è soprattutto craxiano, anche se il ruolo dell’Italia è cambiato sulla questione palestinese; infatti, a differenza di Craxi, Berlusconi è filo-israeliano. Ma non dimentichiamoci che non c’è più Arafat dalla parte dei palestinesi, e quindi mancano le parti con cui dialogare.


Oltre a un’innegabile componente craxiana, in Berlusconi rivedi confluite anche altre tradizioni politiche, per esempio di un Giolitti?

Sicuramente Berlusconi ha una componente giolittiana. Nondimeno il presidente più simile a Giolitti è stato Andreotti.


Che ne pensi della politica economica dell’attuale governo?

L’Italia, dal punto di vista capitalista, diplomatico ed energetico, sta seguendo le linee di politica estera già abbozzate e poi delineate da Mussolini verso est e sud. Ribadisco che tuttavia il modello politico, sociale e culturale non è sicuramente mussoliniano.


Sul caso Alitalia, come giudichi il comportamento dell’esecutivo?

In Italia il capitalismo funziona sul consociativismo e sul co-interesse. Ossia: più do da mangiare ad un nemico e meno lo ho contro.


Quale reputi che sia l’influenza della massoneria oggi?

Nei precedenti governi, compresi quelli Berlusconi, ci furono certamente uomini con una forte connotazione massonica e con un passato di quel marchio, ma oggi i poteri forti sono altra cosa: a livello nevralgico c’è una compenetrazione di interessi vaticani, laici, protestanti, israeliti che convivono tramite strutture miste. L’«Ancien Régime» vuole questo consociativismo con le comunità islamiche, e questo modello è dettato da Usa e Francia.


Come giudichi la caduta dell’ultimo Governo Prodi?

Vista la situazione internazionale, con il Trattato di Lisbona, è interesse dei centri di potere che vengano fatte determinate riforme. I poteri forti volevano Prodi, ma è impossibile governare ricorrendo ogni volta al voto determinante dei senatori a vita. Quindi, dopo aver concepito l’irrimediabilità della bancarotta per il governo Prodi, i centri di potere hanno permesso nuovamente a Berlusconi di gestire la situazione. Tuttavia Murdoch, i magistrati e la CEI sono in conflitto con il Cavaliere, che però è supportato dal Vaticano. Le oligarchie comunque non sono di certo filo-berlusconiane.


La Mafia è, secondo te, un potere forte?

Non totalmente. Lo Stato non la può abbattere e non ha i mezzi per farlo. Ma, qualora acquisisse tutto questo, lo potrebbe fare sicuramente.


Perché Berlusconi è entrato in politica?

Entra in politica per salvare le tv. Poi, dopo averci preso gusto, ha deciso di rimanerci ed ampliare il suo impero, entrando in collisione con i magistrati.


Che cosa ne pensi delle affermazioni di Gelli su Berlusconi? Secondo te chi ha fatto entrare il Cavaliere in politica?

A proposito di Gelli, non è affatto vero che la P2 voleva bloccare l’avanzata comunista al governo. Inoltre va detto che ricevere complimenti da Gelli non è affatto positivo; magari Gelli li ha fatti perché, avendo perso la leadership, è geloso di Berlusconi. Resta comunque una persona poco credibile e, quel che è certo, non è stato lui a far entrare il Cavaliere in politica, ma piuttosto Bettino Craxi e Francesco Cossiga.


Capitolo «Gianfranco Fini»: con le sue ultime scelte, dove vuole arrivare?

Innanzitutto voglio precisare che ritengo che Fini sia mosso dall’invidia nei confronti di Berlusconi. Ad ogni modo, il suo sogno è fare il Presidente della Repubblica, ma forse ha fatto calcoli inesatti, perché nel suo giochino «scandalistico» ottiene consenso a sinistra, che tuttavia è effimero: la sinistra infatti non lo sosterrebbe mai a discapito di un suo esponente. Un altro suo possibile errore è l’eccessiva convinzione che sembra nutrire di essere tutelato e garantito da centri di potere esteri, che, a parte Londra, non hanno motivi per appoggiarlo.


Ultimamente si sono accese roventi polemiche sul ruolo effettivo di Di Pietro in Tangentopoli. Tu come la vedi?

Americani e comunisti, sapendo che non avrebbe mai potuto affossare il Pci, hanno fatto fare a Di Pietro una manovra politico-giudiziaria che ha spazzato via tutti i partiti politici del tempo, escludendo solo il Pci. Non a caso, per darsi una collocazione politica, si è fatto aiutare da Occhetto che, comunque, resta per me il vero regista della manovra di Tangentopoli.


Passiamo velocemente alla storia. Riguardo alla Guerra Fredda, che cos’è che non ci ha raccontato la storiografia ufficiale?

La Guerra Fredda si è combattuta realmente in Asia, non in Europa. Kennedy e Krusciov, che passano per moderati, sono stati coloro che hanno alzato maggiormente il tiro e rischiato seriamente di arrivare ad uno scontro armato. Da questa situazione chi ne ha tratto vantaggio è stata la Cina, perché è stata utilizzata dagli USA in funzione anti-sovietica.


Non furono in pochi coloro che, dopo la disfatta bellica, traslocarono dal Pfr al Pci, come ad es. Stanis Ruinas. Come giudichi questa scelta? Fu un tradimento o un percorso rivoluzionario alternativo?

A mio giudizio è dura passare il solco tra Fascismo e Pci, in particolare dopo le stragi ignobili commesse dai partigiani; anche se il Msi è lontano anni luce dal Fascismo, non bisogna dimenticare che il Movimento Sociale non aveva spazi e perciò, invece che scomparire, ha dovuto fare delle scelte. Il problema di quel partito, secondo me, è comportamentale, perché questo al suo interno aveva personaggi rivoluzionari, ma aveva una gestione para-statale. Comunque in politica non esiste il «giusto» o «sbagliato»: ciò che conta è l’uomo e nel Msi purtroppo vi fu molto l’inversione delle gerarchie con tutto quello che ne è conseguito.


Torniamo alla politica attuale. Quali prospettive per CasaPound?

Innanzitutto dipenderà dal ritmo che CasaPound avrà, anche se a mio parere gli allargamenti numerici sono stati negli ultimi tempi un po’ eccessivi e la obbligano a un forte impegno per rispondere al suo clamoroso successo. Ma dal punto di vista della creazione artistica e delle capacità dialettiche e mediatiche, CasaPound sta bruciando qualsiasi record. Proprio per questo ci vuole tenuta. Ad oggi è difficile capire quali siano i limiti che possa incontrare e quali gli obiettivi che le possano essere preclusi, se riesce a mantenere una corsa cadenzata.


Come giudichi le accuse di entrismo, giunte sia da destra che da sinistra, rivolte a CasaPound?

CasaPound ha abbandonato l’infantilismo destro-terminale e lo ha fatto senza sottostare alle logiche dell’entrismo. Questo fa letteralmente impazzire i duri e puri della «masturb-azione» che vedono ogni giorno la fotografia dell’essere radicali, idealisti e concreti e non hanno alibi per motivare la loro mancanza di azione.


Parliamo di Polaris. Come nasce questo centro studi, e perché?

Nel sistema moderno ed oligarchico, un ruolo essenziale nella formazione delle élites è dovuto ai think tank, che restano comunque un modello americano. Anche in Europa esistono, mentre in Cina e in India si stanno sviluppando. In Italia i centri studi, se hanno forza, producono programmi scientifici (come la Fondazione Ugo Spirito), oppure sono salotti correntizi dei politici che hanno tendenza alla superficialità. Il think tank fa analisi, propone soluzioni e strategie per conto di poteri forti economici privati. Polaris prova una terza via, cioè tracciare e proporre analisi e strategie per tutti gli operatori politici ed a vantaggio della nazione. Facendo un esempio, è come un’agenzia di servizi per le questioni politiche, giuridiche ed economiche; al contrario di come spesso avviene, Polaris è cresciuta gradualmente e da marzo editerà una pubblicazione trimestrale, che si pone ai livelli e nelle competenze trattate di riviste come «Limes» o «Aspenia».


Come è possibile coniugare movimentismo futur-ardito, attività culturale d’avanguardia ed elaborazioni strategiche ad ampio respiro?

Essenzialmente bisogna coniugare strutture a importanti reti relazionali.




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mercoledì 24 febbraio 2010

Intervista a Federico Magi



Federico Magi, alias Léon, classe 1973, è scrittore, critico letterario, critico cinematografico, giornalista ed educatore. Tra gli animatori di «Lankelot», penna anticonformista e tagliente, è tra i più grandi esperti di cinema e letteratura in Italia, oltre che noto polemista politico.



Quali sono i mi
ti, gli autori, le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio culturale?

Intanto grazie per questa nuova ospitalità, dopo aver condiviso con i vostri lettori i miei pezzi su Militia e Sudditi. Vi leggo sempre, e devo dire che i vostri articoli sono ricchi di interessanti approfondimenti, oltre che ben curati nella forma. Detto ciò, passiamo al domandone iniziale. Non voglio tediarvi col mio lungo ed eterogeneo percorso formativo, pertanto vi darò qualche cenno in ordine più o meno temporale. Sono sostanzialmente un autodidatta da quando ero bambino; ho avuto un pessimo rapporto con l’istituzione scolastica fin dalle elementari, culminato nell’allontanamento da almeno un paio di istituti tra medie e superiori. L’università è andata un po’ meglio, ma devo dire anche qui che la mia formazione è stata molto personale (spesso, per alcune materie umanistiche, sceglievo testi non menzionati dai professori) e in un certo modo antiaccademica (ho fatto anche esami di teologia, in cui ho citato Guénon, nella totale ignoranza di chi mi ascoltava), fino a concludere il mio percorso formativo «istituzionale» con una tesi da me fortemente voluta e sconsigliata da tutti, prendendo la mia relatrice per sfinimento, sulla vita le opere e il metodo educativo di Rudolf Steiner. È stata una profonda soddisfazione discuterla davanti a un uditorio che mal conosceva o detestava il fondatore dell’antroposofia. Ma passiamo alla formazione spontanea e naturale, lontana da scuole e accademie, cominciata nella primissima adolescenza con un libro che m’ha aperto un mondo, che è quello con cui sostanzialmente ancora oggi – nonostante i 36 anni suonati – guardo le cose sensibili e sopransensibili, fisiche e metafisiche. Sto parlando de La storia infinita, la notissima fiaba di Ende, trasposta anche sullo schermo, che oppone la fantasia al nulla filtrando questa grande battaglia – che è poi la vera grande battaglia per noi tutti: l’essere contro il nulla – attraverso gli occhi di un bambino che legge le gesta ed entra a sua volta nella storia di un guerriero bambino, fino a cavalcare nei cieli con lui sopra il fortunadrago. La storia di Atreju e di Bastian mi ha modellato interiormente, mi ha aiutato a crescere. Poi c’è stata la grande letteratura, dai 18 anni in avanti: Demian e Peter Camezind di Herman Hesse, Delitto e castigo e I fratelli Karamazov di Dostoevskij, I dolori del giovane Werther, Le affinità elettive e il Faust (all’interno del quale c’è uno dei concetti più belli e pregnanti sull’adolescenza che abbia mai letto) di Goethe. In seguito Mishima, di cui mi piace ricordare almeno tre capolavori: Confessioni di una maschera, Il padiglione d’oro, Cavalli in fuga. Ultimo ma non ultimo, il grande amore per Céline, per il suo spirito anarchico e la sua vena dissacrante: Viaggio al termine della notte è uno dei libri fondamentali per capire il Novecento. Successivamente è stato il tempo dell’impegno politico, nel Fronte della Gioventù, e l’avvicinamento ad autori quali Evola, Guénon, Jünger, Léon Degrelle, più un lunghissimo approfondimento sull’opera omnia di Nietszche, che considero il più grande pensatore degli ultimi due secoli. Ultimo elemento decisivo, per la mia formazione culturale, è stata sicuramente la scoperta, intorno ai 25 anni, delle metafisiche orientali, grazie ai testi di Evola e Guénon, ma solamente come appassionato in cerca di nuove fonti di conoscenza, rifuggendo le mode legate al commercio della spiritualità. Anche qui mi si è aperto un mondo, che non è il caso di approfondire in questa sede. Poi vabbe’ c’è la poesia, la musica, e la mia grande passione, il cinema, ma di questo avremo modo di parlarne più avanti.


Conosci molto bene il mondo dell’informazione. Cosa ne pensi del giornalismo italiano odierno? Marco Travaglio è secondo te un esempio di professionista libero ed indipendente?

Qui posso risponderti con un minimo di deformazione professionale. Ne penso tutto il male possibile, ma non solo per quel che riguarda il giornalismo italiano, parlo del «giornalismo democratico» del dopoguerra a qualsiasi latitudine. Partiamo dal presupposto che il giornalista è «servo» per definizione, che risponde a un editore e che ha sempre o quasi sempre non solo il limite delle battute, ma anche quello di dover tenere il cervello più spento possibile. Un mestieraccio, insomma, che come tante cose della mia vita mi ritrovo a fare per una serie di eventi da me non calcolati. Io sono principalmente un critico, musicale letterario e cinematografico, ma ho fatto anche l’addetto stampa per la politica. Posso assicurarti, se mai ce ne fosse bisogno, che l’indipendenza del giornalista non esiste, che la libertà di stampa è una burla con cui prendere per il culo le masse. L’unica libertà è quella che puoi crearti facendoti un nome: in quel caso sei tu l’editore di te stesso, o scrivendo in rete, come puntualmente faccio non soltanto su «Lankelot». Apprezzo molto Massimo Fini, proprio per questo, perché è l’unico grande giornalista veramente libero che c’è in Italia. Su Marco Travaglio stenderei un velo pietoso, non vale un’unghia di Massimo Fini. A prescindere dalla mia avversione ai moralisti di professione, quale Travaglio è, lo considero né più e né meno dei tanti paraculi del settore che hanno scoperto una buona via remunerativa: nel suo caso il gossip giudiziario. Ovviamente non è né libero né indipendente, questo dopo la premessa che ho fatto mi pare scontato. Se penso che c’è ancora chi ci fa lunghi pistolotti sulla libertà di stampa, mi verrebbe veramente da sorridere, se in questo non ci fosse un elemento tragico. La tragedia sta nel fatto che non solo non esiste la libertà di stampa, ma che l’informazione è drogata dal gossip e dall’inessenziale, e che la maggioranza dei giornalisti ha una preparazione culturale davvero scarsa. L’ignoranza regna sovrana, basta leggere la carta stampata.


Cosa ne pensi di Beppe Grillo, da più parti presentato come geniale oppositore alla «politica ufficiale»?

Qui la ricca risata me la faccio tutta. E non perché Grillo sia un gran comico, non mi faceva ridere neanche quando si proponeva nella veste in cui tutti l’abbiamo conosciuto, ma perché se per qualcuno il giullare ligure era realmente un’alternativa politica credibile vuol dire proprio che siamo arrivati alla frutta. È stato e resta un qualunquista della peggior specie, con alle spalle però interessi fortissimi che lo pongono a distanze siderali dalla posizione di sbandierata indipendenza. La vera e propria schifezza che ha fatto nei confronti di CasaPound lo sta a dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno. Ma vogliamo sprecare tempo a parlare di uno come Grillo? Lasciamo stare, passiamo avanti; la migliore risposta, in questi casi, è l’indifferenza.


Tangentopoli fu veramente l’azione purificatrice della magistratura indipendente contro la classe politica corrotta? Perché il Pci-Pds non fu praticamente colpito dalle indagini? E cosa è cambiato nel mondo politico rispetto ad allora?

Restiamo nel campo delle favole dell’Italia repubblicana. Tangentopoli è evidentemente una di queste. Certo poteva essere qualcosa che nei fatti non è stato, per una serie di motivi che vedono questa volta non tanto la politica come responsabile principale, bensì la magistratura, che ha incontestabilmente abusato del suo potere, ancora una volta (come nei dolorosi anni Settanta) a senso unico, ancorché il bersaglio non fossero più i «pericolosi fascisti». Che l’Italia del compromesso storico fosse arrivata a livelli di corruzione non più sopportale è un fatto, come è un fatto che l’opinione pubblica cominciò a provare ribrezzo per i partiti che hanno governato la così detta «Prima Repubblica», fino a cancellarli dalla vita politica (è il caso del PSI), o a far crollare i sottili equilibri di potere interni (è il caso della divisione degli ex DC in più partiti d’ispirazione cattolica). C’era un disegno per far governare il PDS di Occhetto, questo oggi lo sanno tutti, e c’erano sicuramente forti pressioni per un ribaltamento del sistema provenienti da oltre il confine nazionale. Certo poi arrivò Berlusconi a rompere le uova nel paniere un po’ a tutti, e qui cominciò tutta un’altra storia, certamente imprevista da chi aveva fatto tanta fatica per creare la corsia preferenziale all’ex PCI, che purtroppo condiziona ancora pesantemente in negativo la politica attuale. Rispetto ad allora, dopo una fase di iniziale entusiasmo, non è cambiato granché. Semmai le cose sono anche peggiorate, perché la corruzione non è certo diminuita e nel frattempo c’è stato l’ingresso traumatico nell’Euro e la crisi economica, con tutti gli annessi e connessi del caso. Ma le reali questioni che dovremmo porci sono altre, perché è naturale che una politica mondiale imperniata su finanza, grandi banche e grandi capitali partorisca una burocrazia corrotta, oltreché inefficiente. Bisogna guardare ai modelli di sviluppo, la corruzione è la pagliuzza, la trave è altrove. Ma questo è un discorso troppo lungo, e ci porterebbe lontano dal tema della domanda.


Che cosa ne pensi dell’opera politica di Bettino Craxi?

Della controversa opera politica di Bettino Craxi ho tutto sommato un’opinione positiva. E vi spiego perché, nonostante la sua figura resti sostanzialmente lontana dalla mia formazione politica. Craxi ha avuto il merito di immaginare un’alternativa a sinistra rispetto al PCI, vista l’allora assoluta egemonia dei comunisti sulla sinistra politica italiana. Ma non soltanto, egli è stato l’unico statista italiano a opporsi allo strapotere degli americani sul nostro suolo, e mi riferisco ovviamente a Sigonella. In più Craxi va ricordato per la lungimirante politica estera sul Mediterraneo, e per l’equilibrio nei rapporti col Medio Oriente. Certo restano gli anni bui della corruzione, la quale peraltro, come oggi è a tutti chiaro, era estesa a tutti partiti della Prima Repubblica, se si eccettua il Movimento Sociale Italiano. Considero la corruzione, ahimé, insita nei meccanismi dei sistemi democratico-parlamentari. Più che cambiare gli uomini e le piccole politiche contingenti e nazionali, come ripeto, andrebbe rivisto il modello di sviluppo e i sistemi che ci governano dal dopoguerra. Gli uomini politici vanno e vengono, e sono soltanto ingranaggi di questo meccanismo perverso. Li considero accessori al sistema, certo con qualche lodevole eccezione che comunque non cambia la sostanza del mio discorso.


Berlusconi è un leader carismatico, un mafioso-pidduista che sta distruggendo il paese o una via di mezzo?

Il tema Berlusconi è veramente stucchevole, vista l’assoluta centralità della sua figura nella politica degli ultimi 15-16 anni. Tutto è ruotato intorno a Berlusconi sì/Berlusconi no. E ti giuro che se c’è una questione che non m’appassiona, politicamente parlando, è proprio questa. Non mi piace parlarne perché lo ritengo un falso problema, dietro il quale si nascondono gli interrogativi e le urgenze di cui parlavo nelle risposte precedenti. Non credo sia un mafioso ma non è questo il punto. Berlusconi è lo specchio dei tempi in cui viviamo, un uomo popolare mediaticamente che è riuscito a dominare – per questa sua peculiarità – la scena politica. Non ho mai pensato che influenzasse in modo decisivo il voto attraverso le sue tv, più che altro è la pessima tv in sé che alimenta miti e modelli di sviluppo deteriori. Credo che in Italia Berlusconi rappresenti una lobby potente come ce ne sono altre, e che non sia nemmeno la più potente. Non vado oltre, perché chi ha un minimo di cultura e conoscenza della storia dell’Italia contemporanea sa bene a chi e cosa mi riferisco, basta guardare il background delle così dette «élites culturali» del Belpaese, sovente forgiato negli appelli all’annientamento politico e addirittura fisico degli antagonisti ideologici del tempo che fu. Ogni riferimento agli ex Lotta Continua, che oggi ci fanno la morale in tv e dagli scranni del parlamento, è puramente voluto.


Di Pietro è veramente il leader dell’unico partito serio ed onesto della Seconda Repubblica?

Mi permettete un’altra risata? Ma sì che me la permettete. Per Di Pietro vale più o meno lo stesso discorso fatto per Grillo e Travaglio, con l’aggravante che l’ex magistrato ha gestito la cosa pubblica ed è il leader di un partito becero e giustizialista. Disprezzo il giustizialismo per principio, ma ancor più quello esercitato in cattiva fede e per scopi meramente politici e di parte. Di Pietro è anche rozzo e ignorante, è quanto di più lontano dallo statista politico e meno che mai vicino a un possibile modello edificante in cui le giovani generazioni possano identificarsi. E c’è un’ulteriore aggravante: predica bene e razzola male. Davvero uno dei peggiori politici italiani, ma non credo che possa durare a lungo o generare consensi oltre la soglia del cieco antiberlusconismo. Per fortuna.


Passiamo alla storia. Che cosa è stato secondo te sinteticamente il Fascismo? Alcune sue intuizioni e proposte possono essere valide ancora oggi?

Premetto che vengo da una famiglia missina, con un padre appassionato di storia che si iscrisse 15enne, nei primi anni Cinquanta, al MSI. Le figure di Mussolini, Napoleone, Giulio Cesare e Nerone vivono nei miei ricordi fin dalla primissima infanzia, vista l’enorme mole di libri a tema che possedeva mio padre. Non potevo che farmi una precoce cultura sul Fascismo e sulla storia contemporanea, e questa è stata davvero una fortuna. Una fortuna perché ho potuto leggere e studiare il fenomeno senza pregiudizi, e con uno spirito critico raramente riscontrabile nei miei coetanei, anche grazie al mio personale approccio a fatti, idee e personaggi della cultura e della storia. Sono uno spirito critico, che ha fatto suo l’insegnamento di Heidegger incentrato sul dubbio metodico e sull’importanza delle domande, piuttosto che nel voler trovare a tutti i costi le risposte. Questa premessa per dire che pur ammirando Mussolini e condividendo molte cose dell’esperienza del Ventennio fascista, non sono mai stato neofascista, né dal punto di vista ideologico né tanto meno da quello antropologico. Mi sono divertito a definirmi fascista quando ho incontrato ciechi oppositori: come insegnava Jünger, il bello della vita è nella forte e dolorosa tensione dei contrasti. Dirò una cosa che magari farà arrabbiare qualcuno, ma sono convinto che il Fascismo sia durato troppo poco. E mi spiego. Come è a tutti lampante, gli italiani sono un popolo con tanti pregi ma anche con atavici, evidentissimi difetti, primo tra tutti un’identità comunitaria o patriottica quasi del tutto assente o notevolmente frammentata. Senza dilungarci sui motivi di ciò, è chiaro come il Fascismo tentò, nell’immaginare una sorta di dottrina laica ispirata alla grandezza dell’Antica Roma, di intervenire proprio su questo punto nodale, vista l’eredità della grigia èra giolittiana che lasciava pesantissime questioni identitarie aperte sul campo. Come ad esempio quella delle così dette «terre irredente». Questa fu la base empatica e ideologica da restituire al popolo, ma il Fascismo da questo assunto ideale fece scaturire fatti incontrovertibili, imperniati su una politica sociale che assurse all’attenzione di tutti i grandi Stati d’Occidente. Il Fascismo si proponeva, e per un lungo periodo ci riuscì anche, di trovare un’equa sintesi tra capitale e lavoro. Anche sul piano artistico culturale e architettonico il Fascismo fu all’avanguardia, tanto che se guardiamo a una città come Roma troviamo le tracce dell’epoca papalina, di quella fascista e niente di memorabile in quella repubblicana. A meno che non si vogliano ritenere grandi opere il Corviale, Laurentino 38 e compagnia. Fuori dalle risoluzioni della storia e dall’adattamento della stessa alla dottrina dei vincitori, il Fascismo fu preso a modello di efficienza e di sviluppo sociale dagli Stati Uniti come dalla Gran Bretagna, tanto che dopo la pesante crisi di Wall Street Roosevelt prese importanti decisioni politiche – come la nazionalizzazione delle banche – che guardavano inequivocabilmente all’italico modello di sviluppo. Certo poi ci fu la guerra, le differenti alleanze e la dolorosa sconfitta, arrivata dopo la vergognosa resa dell’8 settembre. Il Fascismo fu certo un regime di fatto dittatoriale, fondato su modello gerarchico e su un partito unico, ma prima dell’ingresso nel conflitto ebbe incontestabilmente un consenso popolare reale che nessuna nazione poteva vantare al tempo. Questi sono fatti, questa è storia, e chi non la conosce è bene che si informi. E poi c’è la malafede, l’egemonia culturale dei vincitori che perdura. Il Fascismo va restituito alla storia, con maggiore serenità di giudizio. Verrà il tempo, ne sono certo, anche per una più corretta rilettura di questo periodo storico.


Sono esistite una parte «giusta» ed una «sbagliata» nel secondo conflitto mondiale?

Questo è un discorso molto complesso, perché da che storia è storia esistono vincitori e vinti, idee che confliggono e che culminano nel sangue. È la storia dell’evoluzione umana, e così sempre sarà. Ho sempre rifiutato la logica del buono e del cattivo, del giusto e dello sbagliato, privilegiando l’analisi della contingenza storica e dei delicati equilibri geopolitici. La Seconda Guerra Mondiale non sfugge a queste dinamiche, e chi aderì all’alleanza sconfitta lo fece anche per ideali nobili ed emergenze legate al territorio in cui viveva. Emblematica, a questo proposito, la parabola del condottiere belga Léon Degrelle, figura a cui sono legatissimo dopo che mi capitò tra le mani lo struggente e poetico Militia. Léon vedeva in Hitler l’unica speranza per evitare quello che poi, puntualmente, a guerra finita si verificò: l’egemonia politica dei due blocchi (USA e URSS) sull’Europa. Egli combatté fino allo stremo sul fronte orientale, e quando tornò in Patria (il Belgio) trovò ad attenderlo una sentenza di morte come traditore. Riuscì a fuggire e visse ancora per lungo tempo, in un malinconico esilio spagnolo. Ma c’è anche chi fu meno fortunato di Léon Degrelle, per usare un eufemismo, che pur dovette subire umiliazioni prigionia e violenze psicofisiche, chi è caduto orgogliosamente senza lasciare tracce nella memoria della storia e degli uomini.


Che significato hanno avuto le azioni e le opere di Léon Degrelle per la tua formazione, culturale e spirituale?

Neanche a farlo apposta, questa domanda arriva giusto a rimorchio della precedente. L’esperienza e gli scritti di Léon Degrelle mi hanno segnato profondamente, sia per la statura di uomo e di condottiere, sia per le bellissime parole che ci ha lasciato a testimonianza della sua dolorosa ed esaltante esperienza. «Che il destino ci trovi sempre forti e degni», diceva Léon, che con questa frase riuscì a sintetizzare ciò che realmente conta del nostro tragitto terreno. La dignità prima di tutto, soprattutto verso se stessi: Léon resta come un esempio di autodisciplina finalizzata a un grande scopo, al superamento delle umane paure e debolezze per fortificare l’anima attraverso le gesta. E le gesta restano come esempio, come monito, come testimonianza di ciò che siamo. Inequivocabilmente. Militia è colmo di pensieri maestosi che fanno bene allo spirito. Quando mi sento perso, in difficoltà, vittima delle mie infinite contraddizioni, torno sempre alle sue bellissime pagine, per ridestarmi dal torpore di una contingenza che spesso annebbia lo spirito facendoci scegliere le vie più facili, le scorciatoie. È una sorta di manuale per un’ascesi superiore, o quanto meno così l’ho sempre interpretato. E, come saprete, Léon fu un fervente cattolico, mentre io non sono affatto religioso.


Drieu, Céline, Brasillach. Cosa ci lascia il connubio francese tra politica e letteratura nella prima metà del ’900?

Lascia moltissimo, ancorché la loro diffusione, soprattutto per quel che riguarda Brasillach e in parte Drieu La Rochelle, non sia assolutamente estesa quanto dovrebbe. Diverso è il discorso per Céline, i cui romanzi pre-sconfessione del comunismo restano ancora nelle biblioteche di parecchi sinistrorsi del tempo che fu. E mi riferisco a Morte a credito e Viaggio al termine della notte. Tutto cambia da Mea Culpa in poi, in cui il letterato francese sparò a zero sul comunismo dopo un viaggio in Unione Sovietica. L’anatema definitivo contro Céline arrivò poco dopo, in conseguenza del feroce scritto antiebraico Bagatelle per un massacro. Parecchi dei suoi testi successivi sono ancora censurati o fortemente ostracizzati. Come avrete inteso, dei tre adoro Céline, ma ho amato molto anche la figura tragica e titanica del grande Drieu, che conobbi leggendo il coinvolgente Fuoco Fatuo. Estendendo la domanda che mi avete posto, mi piace citare, per evidenti affinità, altri due grandi letterati come Knut Hamsun ed Ezra Pound, che hanno subìto l’identico oblio culturale per lunghissimo tempo, e che fortunatamente da qualche anno cominciano ad essere riscoperti da un pubblico più vasto e meno ideologizzato. C’è un approfondito saggio, che vorrei consigliare, sull’importante esperienza e il lascito di questi grandi letterati eretici, che risponde al titolo La tentazione fascista, del finlandese Tarmo Kunnas, nel quale vengono messi in evidenza i nessi tra gli autori in questione, accomunati da una concezione tragica ed eroica dell’esistenza.


Julius Evola è una figura molto dibattuta. Quali sono secondo te i punti di forza e di debolezza che traspaiono dalle opere del filosofo della Tradizione?

I libri di Evola sono stati per me uno dei più importanti elementi di formazione, prima esistenziale che politica. Anche perché, come ben saprete, nella sterminata opera di Evola c’è molto poco che riguardi la prassi politica, se si eccettua Gli uomini e le rovine. È buffo il modo con cui ho approcciato questo autore, che volli leggere assolutamente appena 18enne quando incominciai a sentir circolare il suo nome negli ambienti della militanza politica. Scorrendo i suoi titoli, e non sapendo assolutamente nulla su di lui, ordinai alla mia libreria di fiducia L’uomo come potenza, convinto dal roboante titolo. Immaginate la sorpresa mista a sconcerto quando, sfogliando le pagine del corposo volume, scoprii che si trattava di un saggio sul tantrismo, che al tempo non sapevo nemmeno cosa fosse, naturalmente. Ore ed ore su quelle pagine senza cavarne assolutamente nulla. «È questo il tanto celebrato Evola?», mi domandai. Per fortuna non mi sono abbattuto, e mi lasciai consigliare da chi aveva un percorso politico culturale molto più vasto del mio, vista l’età. Ecco che arrivarono ai miei occhi avidi di conoscenza, più o meno in quest’ordine, Gli uomini e le rovine, Cavalcare la tigre e Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo. Ma la vera sfida fu Rivolta contro il mondo moderno, un testo unico nel suo genere, che ampliava i discorsi accennati da René Guénon in Crisi del mondo moderno, ma con una forma e dei contenuti più incisivi e meglio interiorizzabili. Negli anni ho letto quasi tutto del filosofo della Tradizione, appassionandomi anche ai saggi sulle metafisiche orientali, come La dottrina del risveglio e Lo Yoga della potenza, che era un ampliamento dei contenuti presenti ne L’uomo come potenza. Per arrivare al cuore del pensiero evoliano ho riletto i suoi testi cardine più volte negli anni, interiorizzando ogni volta qualcosa in più, grazie alla mia disposizione all’analisi e a sempre nuove conoscenze che crescevano col crescere delle letture e dell’età. Considero Evola l’autore ostracizzato per eccellenza, qui in Italia, uno dei più citati ma meno letti anche a destra. Il suo pensiero è stato sovente frainteso anche dagli appassionati, i così detti «evolomani», e volutamente mal interpretato dai suoi detrattori, che come spesso accade ne scrivevano senza averlo letto. I suoi testi imprescindibili, per la mia sensibilità (ma anche per il suo unico, vero esegeta: Adriano Romualdi), sono sicuramente Rivolta, Cavalcare la tigre e Il cammino del cinabro, una sorta di autobiografia spirituale. Le considerazioni contenute in Cavalcare la tigre, partendo dal concetto fondamentale di «uomo differenziato», pongono il pensiero evoliano su un piano più che mai attuale. Nel mio piccolo ho cercato di diffondere la sua opera in tutti i contesti ricettivi, e spero vivamente che il suo nome, depurato dall’ignoranza e dall’arroganza della larga schiera di intellettuali suoi detrattori, cominci finalmente a circolare tra le nuove generazioni.


I cosiddetti «anni di piombo» sono stati una delle pagine più violente ed oscure della storia italiana. Chi furono secondo te i maggiori protagonisti, noti e meno noti? Furono veramente coinvolti anche i servizi segreti, sia italiani che stranieri?

Gli anni di piombo, per chi come me ha militato a destra, sono in primo luogo tanti nomi di ragazzi caduti per un ideale. E voglio ricordare – e mi scuso se non faccio tutti i nomi – quelli che, in conseguenza della loro dolorosa parabola, mi sono rimasti dentro come fratelli che non ho mai conosciuto e che vivono nel mio percorso ideale, animico, spirituale. Sergio Ramelli, Nanni De Angelis e Paolo Di Nella. La vicenda di Sergio Ramelli, in particolare, mi strazia ogni volta che ci ripenso. Come diceva Céline in Mea Culpa, «c’è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste». Be’ questo motivo di odio mancante l’ho trovato e provato nei confronti dei responsabili politici di quell’orrore, e mi riferisco, in particolare, non tanto a chi ha materialmente compiuto quei delitti, ma agli intellettuali che li hanno alimentati, giustificati, suffragati, ai giornali come «Lotta Continua» dalle cui colonne si invitava a uccidere i fascisti perché, in fondo, non era reato. E non dimentico chi come i vari Franca Rame e Dario e Jacopo Fo hanno fatto appelli in favore degli assassini di Primavalle, fino a mistificare indecentemente la tragica vicenda. Ma l’odio si estende anche a quell’Italia democristiana dei Cossiga e degli Andreotti, alla magistratura compiacente con gli assassini rossi, ai docenti e ai professori criminali (come dimostra la triste vicenda del povero Sergio Ramelli), e a un’informazione mai tanto faziosa e delinquente come lo fu nei caldi anni di piombo. Non ho mai fatto mia l’apologia di quegli anni, come a qualche irresponsabile ancora piace fare, e mi incazzo pesantemente con i giovani ragazzi di destra quando scelgono come modello di militanza ideale «Giusva» Fioravanti e i NAR. Come al solito in questo c’è la colpa di adulti nostalgici di un tempo di cui non si deve proprio avere nostalgia, se non per un impegno ancora basato sugli ideali, a differenza di adesso. Sui servizi segreti, che dirvi? Mi pare logico siano stati responsabili anch’essi, essendo un parte fondamentale dello Stato, che scelse come evidente di stare a guardare, mentre i ragazzi morivano, decisamente più a destra che a sinistra. Ne aveva tutti gli interessi, come si è capito in seguito.


Quanto c’è di vero nella ricostruzione storica che vuole biechi tramaroli neofascisti impegnati in primo piano nelle stragi per impedire l’avanzata del Pci?

Questa è un’altra favola metropolitana, o per meglio dire italiota. Quali sarebbero queste pericolose trame neofasciste? Che qualcuno porti fatti e prove concrete, che evidentemente non esistono. E che non mi si porti come prova la risibile condanna dei vertici dei NAR per la strage di Bologna, che l’evidenza dei fatti ha decretato essere una palese sentenza politica e al contempo un modo per trovare un capro espiatorio. Oramai non lo negano neppure a sinistra. Come ripeto, gli anni Settanta hanno visto il neofascismo italiano come vittima e non come carnefice, se si eccettua la sconclusionata parabola dei NAR, che peraltro agirono soprattutto per reazione, come ha sempre affermato lo stesso Fioravanti, e che erano strutturati in pochissime unità, rispetto al terrorismo rosso. A meno che non si intenda per neofascista chiunque o quasi: nelle invettive dei compagni ciecamente ideologizzati fascisti erano anche la polizia e i servizi segreti. Fascista era chiunque non la pensasse come loro, in ossequio alla triste e sanguinosa eredità dei partigiani comunisti. Logico che vedessero complotti fascisti ovunque. Suvvia, non alimentiamo uno sterile dibattito su queste tesi risibili con ulteriori parole, torniamo a questioni più serie.


È corretto parlare di egemonia della sinistra nel mondo della cultura e dell’informazione?

Sì, è corretto, soprattutto in Italia. E la colpa è soprattutto dei democristiani, che lasciarono campo libero al PCI perché convinti che il potere reale si esercitasse altrove. Fu un errore colossale, perché niente come la cultura orienta i gusti, le tendenze e le scelte di un popolo. Una sciagurata leggerezza, perché – come tutti sappiamo – è dura cambiare concetti e convinzioni radicate nel comune sentire di una nazione. Mi riferisco in particolare ai settori artistici, che hanno prodotto élites pseudo-intellettuali minate dal dogma marxista, che come sappiamo è di un’ortodossia senza pari. Conseguenza di ciò fu che nei campi dell’arte più diffusa e popolare, come il cinema, la musica e la letteratura, difficilmente si trovava lavoro se non si aveva la tessera del PCI o della CGIL. A parte Pasolini, che era un marxista davvero atipico, non c’è nulla di memorabile che è derivato da questa egemonia, non c’è nessuno che ha saputo costruire un’arte libera da vincoli ideologici più o meno sentiti. Molti artisti, in effetti, sono stati comunisti perché conveniva esserlo. Altri ci sono nati e cresciuti nelle «chiese marxiste», tanto che hanno trasportato quel modo di rapportarsi all’avversario politico anche quando sono stati folgorati sulla via di Damasco da Berlusconi, come l’ex Lotta Continua Liguori o l’attuale ministro della cultura Bondi. Ti dico una cosa da appassionato di cinema, tanto per darti un’idea di quanto ancora sia dominante questo tipo di cultura. Quest’anno sono stati presentati a Venezia film palesemente ideologici come Cosmonauta, Il grande sogno, Le ombre rosse e Baaria. Un paio di mesi dopo è uscito La prima linea, pellicola dai toni «romantici» su quei giovani compagni che pur sbagliarono ma che erano pieni di bellissimi ideali. A parte Baaria, che è un’epopea lirica e nostalgica, pur se ricca di fastidiosi stereotipi, diretta da un ottimo regista che ha il senso del cinema ad ampio respiro come Tornatore, le altre opere sono destinate a sprofondare nell’oblio della memoria degli spettatori.


Sei un grande esperto ed appassionato di cinema. Dovendo scegliere, quali sono secondo te i tre film che hanno segnato la storia? Quali invece i tre a cui sei più legato?

Tre nomi? Complicatissimo rispondere per un innamorato della settima arte come me. E poi non c’è un criterio universale per stabilire i più grandi film della storia. Certo un appassionato, un esperto, deve conoscere e aver visto un po’ di tutto, prima di lanciarsi in giudizi comunque molto personali. Per farti un esempio, non si può amare il cinema e non aver visto un film di Orson Welles, di Ingmar Bergman, di Charlie Chaplin, di François Truffaut, di John Ford, di Alfred Hitchcook, di David Lynch, solo per farti alcuni nomi. Premesso ciò, rispondo alla tua domanda, con un minimo di motivazioni a supporto. Per ciò che riguarda i film che hanno segnato la storia, ti dico Quarto potere (1941), di Orson Welles, perché è tristemente profetico su quella che sarebbe stata la potenza e l’invadenza dei media sul mondo contemporaneo. In più è un’opera girata e recitata divinamente. Il secondo è senza dubbio Il Settimo Sigillo (1957), di Ingmar Bergman, regista che ha dato vita al cinema che più amo. È una profonda e beffarda riflessione sulla morte, sulla fede e sul senso dell’esistenza, che culmina con un’emblematica partita a scacchi tra un cavaliere di ritorno dalle crociate e la Morte stessa. Credo che Il Settimo Sigillo sia il film che ha ispirato più registi e artisti in assoluto, unitamente a 8 ½ di Fellini, altra pellicola che non stonerebbe affatto in una ideale classifica degli imperdibili. Un capolavoro universale. Il terzo è forse quello che vi sorprenderà di più. E mi riferisco a Guerre Stellari (1977) di George Lucas, perché ha rivoluzionato il modo di fare fantascienza, sia a livello visivo che per ciò che riguarda la complessità narrativa. La figura del guerriero Jedi, un misto tra un monaco e un samurai, resta nell’immaginario di più generazioni. I tre film a cui sono più legato sono, in ordine temporale, Profondo Rosso (1975) di Dario Argento, Fanny & Alexander (1982) di Ingmar Bergman e Big Fish (2003) di Tim Burton. Profondo Rosso è il film che ho visto più di tutti in assoluto – non ti dico il numero di volte perché è impressionante –, che ha segnato il mio passaggio dall’infanzia all’adolescenza, attraverso la rielaborazione catartica degli incubi infantili proposti dal geniale regista romano. Fanny & Alexander è la pellicola della vita, una saga familiare che è una profonda riflessione sull’arte e sui fantasmi dell’infanzia. Big Fish lo dico in omaggio a Tim Burton e al suo mondo gotico e fiabesco, ma avrei anche potuto dire Edward mani di forbice, dello stesso autore. Due film splendidi, in cui centrali sono i percorsi iniziatici-immaginifici e l’elogio della diversità. Come avrai notato, ci sono elementi comuni ai film che mi hanno più segnato, ovvero i riti di passaggio tra infanzia e adolescenza, i percorsi iniziatici, e i mostri e gli incubi come elementi catartici.


In che stato si trova il cinema italiano odierno?

In uno stato pessimo, basta notare che il grande degli incassi lo fanno i cinepanettoni e i film di Pieraccioni. Ma al di là dei pessimi incassi, ci sono problemi atavici, come quello del finanziamento statale dato a opere di scarsa qualità e di pressoché nullo interesse, come il già citato Le ombre rosse di Maselli, ad esempio. C’è anche una preoccupante e prolungata crisi creativa, che si riflette in sceneggiature senza nerbo e senza respiro, di un provincialismo sconfortante. E non lasciatevi ingannare dai consensi di critica ottenuti un paio d’anni or sono da pellicole come Gomorra e Il Divo, film a conti fatti trascurabili e sempre concepiti in ossequio a una visione provinciale del cinema e dell’arte. Abbiamo esportato Muccino in America, mi direte, appena tornato per straziarci coi baci e i dilemmi dei suoi 30enni cresciuti. Io vi dico, da amante della settima arte, che non c’era tutta questa urgenza che tornasse dal dorato esilio. La speranza è legata a giovani che, pur tra mille difficoltà, sono riusciti ad autofinanziarsi e dunque a fare opere libere da vincoli ideologici e di mercato. È il caso del bravo Marco Chiarini e del suo incantevole L’uomo fiammifero, che ha fatto un piccolo capolavoro senza un euro di aiuto statale.


Chiudiamo tornando alla politica. Sei stato più volte a CasaPound. Che cosa ne pensi dell’operato dei ragazzi di Via Napoleone III?

Ne penso tutto il bene possibile, e lo dico sinceramente. Oramai un po’ mi conoscete, e sapete che non vi dico ciò perché mi state intervistando. Credo che CasaPound sia un’oasi di libertà di idee e di brillanti fervori culturali, avendo assistito più volte ai vostri incontri su autori e tematiche sempre di grande interesse o di scottante attualità. Prima di conoscervi sentivo parlare abbastanza male di CasaPound, a destra come a sinistra. Ma io non mi curo di ciò che dice la gente, e quando ne ho avuto l’opportunità sono venuto a verificare di persona, restando piacevolmente sorpreso. Dico di più, CasaPound è un modello che deve essere esportato e che deve trovare interlocutori politici credibili anche nei migliori e più ricettivi ambienti della destra istituzionale, così da estendere la sua vitalità politica e culturale in un territorio ancora più vasto. Mi rendo conto che ciò è complicato, per una serie di motivi inutili da elencare in questa sede e che voi tutti ben conoscete. Per quel che mi riguarda, oramai sono idealmente dei vostri, il mio sostegno alla causa, per piccolo che sia, non verrà mai meno. Un saluto a voi Augusti, e a tutti gli amici di CasaPound. Vi ringrazio dell’intervista, e mi scuso per l’eccessiva lunghezza delle mie risposte.

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