giovedì 18 febbraio 2010

Intervista a Gianfranco Franchi



Gianfranco Franchi è nato a Trieste nel 1978. Laureato in Lettere Moderne a Roma III, è scrittore, poeta, saggista, giornalista e consulente editoriale. Ma, soprattutto, è uno degli scrittori più fecondi e interessanti nel panorama letterario nazionale. Annovera, tra le sue numerose pubblicazioni, le due caustiche opere Pagano (Il Foglio Letterario, 2007) e Monteverde (Castelvecchi, 2009). Gestisce «Lankelot», uno dei più grandi siti letterari online.



Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?


Buongiorno, intanto, e grazie per l’ospitalità. Sono un letterato di formazione classica (Liceo e Lettere Moderne), ma sono sempre stato molto indipendente nei miei studi e nelle mie ricerche. Ero uno che all’Università preferiva prepararsi sul Flora, non sul Ferroni. Ero e sono uno che preferiva puntare gli artisti proibiti: laterali, censurati, rimossi, maledetti, mal tradotti, mal pubblicati. Per questo, «mi sia consentito ripetere che la biblioteca di mio padre è stata l’elemento cardine della mia vita. In realtà non ne sono mai uscito», come insegnava Borges. Papà era un filosofo-sindacalista, un intellettuale della DC proveniente dalla sinistra. E tuttavia era uno che leggeva, nelle sue infinite e libere letture, Drieu, Céline, Brasillach, Mishima, Jünger. Non ho faticato molto per scoprire questi artisti, a differenza di tanti miei coetanei: erano già tutti dentro casa mia, li respiravo dall’infanzia, ne sentivo parlare. Ho cominciato – con l’eccezione di Mishima – a leggerli presto. E poi ho dovuto soltanto approfondirli, e cercare di completare – è un’impresa che dovrò portare a termine – la loro opera omnia. Gli artisti fondamentali per la mia formazione sono stati Knut Hamsun, Tiziano Sclavi, Stig Dagerman, Scipio Slataper (più ancora di Svevo), Drieu La Rochelle e Guido Morselli. Chi invece sta risvegliando con una potenza incredibile la mia immaginazione e il mio desiderio di approfondimento e di scoperta, nel 2010, è Giordano Bruno Guerri. Ho quasi esaurito le sue pubblicazioni, le ultime voglio interiorizzarle adagio. È l’unico vero grande romanziere italiano vivente: non è solo uno storico. Le sue biografie sono state una scoperta incredibilmente piacevole e rigenerante.
Quanto ai miti... sono cresciuto leggendo le mitologie di tutto l’Occidente: Romana, Greca, Norrena, Etrusca, Egizia. Il mio mito è il mito di Orfeo. Sogno di sconfiggere la morte, sogno di scoprire il segreto del linguaggio. È un sogno molto antico. Ma è un sogno vivo.


«Il profumo dell’Italia è tra Unie e Promontore/ da Lussin da Val d’Augusto vien l’odor di Roma al cuore...». Che significano per te questi versi?

La canzone del Carnaro è nel mio cuore, non solo per il mio sangue giuliano e per le vicende della mia famiglia, in generale. L’impresa del Comandante D’Annunzio non ha avuto forse colore partitico: ma ha avuto valore sentimentale, e importanza essenziale. Essenziale, non ideale. Fiume era abitata da una popolazione a maggioranza assoluta storicamente italiana: decine di migliaia di nostri fratelli erano rimasti fuori dai confini dello Stato, post Secondo Risorgimento: post Prima Guerra Mondiale. Quando i soldati partirono da Ronchi per andare a riscattare i nostri fiumani dallo straniero – questa sì, questa fu una «Liberazione» –, avrei voluto essere tra loro. In prima linea. Se ci fossero filmati vedreste una città intera pazza di gioia, di incredulità e di italianità che va ad accoglierli. Questa è la verità. Mi onora avere in casa una medaglia con su scritto «Io ho quel che ho donato». Ce la tramandiamo da quattro generazioni. Adesso c’è chi specula sul colore politico di quei giorni, c’è chi li vuole rossi. Sorrido della cosa, perché a me importa che ne parlino: parlandone, saranno costretti a raccontare – finalmente – la verità. La verità è che i giorni della Reggenza sono stati sì un esempio di democrazia d’avanguardia, e di utopia e di disordine assoluto e artistico; ma erano e restavano i giorni della sbornia di gioia di un popolo italiano che poteva abbracciare la sua bandiera e riabbracciare la sua storia, minacciata dal nazionalismo yugoslavo. Qualche anno più tardi sarebbe tutto finito. La storia la conosciamo bene e non ci stancheremo mai di ripeterla a tutti, come il vecchio marinaio di Coleridge. Fin quando non avremo giustizia. Io e il mio popolo abbiamo una gran fame di giustizia.


A tuo parere, quanta strada deve ancora compiere la storiografia sulla questione delle foibe e degli esuli istriano-dalmati? Chi sono i migliori e i peggiori autori in proposito e perché?

Rispetto agli anni Novanta, quando a scuola, qui a Roma, i miei compagni non sapevano nemmeno cosa fosse l’Istria, e quando ascoltavano le storie mie e della mia famiglia come fossero romanzi un po’ fantasiosi, è cambiato molto. È cambiato che soltanto una volta, negli ultimi cinque anni, ho sentito un cittadino dire che gli esuli (i «profughi») erano soltanto dei «fascisti in fuga» («e quindi ben gli sta!», ghignava). È cambiato che incontro meno spesso nipoti o figli di esuli che nascondono la storia del loro cognome. È cambiato che uno studioso del calibro di Raoul Pupo ha pubblicato Il lungo esodo per Rizzoli, nel 2005. E ho letto la verità, scritta con le parole che mi insegnavano i miei nonni materni, piangendo di rabbia e bestemmiando dio e la DC e il PCI per quel che ci avevano fatto, impuniti, titini e partigiani “italiani”: «vale a dire l’esistenza di robusti interessi politici che per alcuni anni hanno sconsigliato di attribuire alle tragedie giuliane una portata nazionale. Sotto questo profilo, il caso più evidente, ma anche più semplice da intendere, è quello della cultura di sinistra d’ascendenza marxista, animata da un duplice ordine di preoccupazioni. La prima e più generale era quella di non dar fiato alle forze anticomuniste in Italia, cui la politica oppressiva del regime di Tito nei confronti degli italiani offriva abbondanti argomenti polemici. La seconda e più specifica era quella di stendere un velo d’ombra sui comportamenti quantomeno ambigui tenuti dal PCI sulla questione di Trieste nell’ultima fase della Resistenza e nei primi anni di dopoguerra». Non è più Petacco a scriverne, è Pupo. Quel libro è fondamentale, democratico, civile, umanissimo: la degna risposta al trio ultrariduzionista (negazionista? Fate voi) composto da Kersevan, Volk e Cernigoi. Volk, per me, rimane a questo punto un grande centravanti della Roma di Testaccio. Punto.
C’è un giovane studioso democratico, mio vecchio amico, che ha pubblicato recentemente – assieme all’ex PCI e DS Stelio Spadaro – un’antologia di «antifascisti democratici» che rappresenta un signor contributo alla causa della verità sulla questione del Confine Orientale. Si chiama L’altra questione di Trieste. Si parla di patriottismo democratico, si parla di esodo, si parla di tragedia della Giulia. Si leggono parole importanti come queste: «Trieste e l’Istria, abbandonate e tradite nel settembre 1943, sono ancora degne della Patria. La storia risponderà se la Patria è stata degna di loro» (Ercole Miani, La Resistenza nella Venezia Giulia). Su queste parole mi fermo. Notate l’accostamento «Patria» «Resistenza» «Venezia Giulia», e pensate a cosa è successo a Porzus. Fermiamoci qua.


Qualcuno ha parlato di pulizia etnica italiana ai danni degli slavi, alla quale le foibe sarebbero state una reazione. Quali furono le politiche del nostro paese tra le due guerre nei confronti delle popolazioni non italiane?

Grande e giusta domanda. Ho avuto la fortuna di studiare i libri dello storico Del Boca, ex partigiano: al di là della distanza ideologica (oddio quanto mi piace la distanza ideologica!) mi sono nutrito delle sue scoperte, e ho cercato di scandagliare, sommariamente, le sue fonti. Intanto, sintetizzo cosa racconta Del Boca in Italiani, brava gente:
«Nei due anni di occupazione, stando alle fonti jugoslave, nella sola provincia di Lubiana furono fucilati 1000 ostaggi e uccise “proditoriamente” 8000 persone; 35mila persone furono deportate in Italia; 4500 morirono nel campo di concentramento di Arbe; migliaia di case furono bruciate». Del Boca parla di «operazione di autentica bonifica etnica» (p. 235). Durante la «bella marcia» nei boschi sloveni furono uccisi 1807 partigiani in combattimento; 847 fucilati; 167 furono i civili uccisi (p. 239). Sei furono i campi di concentramento in territorio italiano: Arbe, in Dalmazia; Gonars e Visco, in Friuli; Monigo e Chiesanuova, in Veneto; Renicci, in Toscana. Nel 1942, 6577 furono i deportati ad Arbe, 2250 a Gonards, 3884 a Renicci, 3522 a Chiesanuova, 3172 a Monigo: secondo gli sloveni, invece, erano già 26mila. Ad Arbe, il tasso di mortalità era del 19 percento; morirono tra le 1495 e le 3500 persone, a seconda delle diverse fonti (p. 243). Secondo Roatta, all’epoca capo di stato maggiore dell’esercito, non si trattò di campi di concentramento ma di «campi di internamento protettivo e volontario»: nati per difendere quei cittadini dall’avanzata delle formazioni bolsceviche (p. 248). Del Boca è eccezionalmente amareggiato per questa menzogna. I Ministeri degli Esteri dei due paesi – Iugoslavia e Italia – si scambiarono liste di criminali di guerra, in cima alla prima il massacratore Tito, capo del loro Stato; rinunciando a consegnare gli italiani responsabili di crimini di guerra non potemmo domandare alla Germania la consegna dei nazisti stragisti per rappresaglia. In compenso, servirono circa 55 anni perché le parti in causa – almeno: due delle parti di esse, ossia Italia e Slovenia – si sedessero a tavolino per scrivere la storia dei vinti e dei vincitori con ben diverso equilibrio.

Adesso – accettando tutto quel che dice Del Boca per vero e per giusto: senza nessuna polemica – si può rispondere molto semplicemente così. Che a fronte di queste malefatte c’è stato l’assassinio di cittadini italiani (italiani, donne e bambini, fascisti e non), e di migliaia di serbi, croati, sloveni non allineati al comunismo di Tito; a fronte di queste malefatte c’è il nazionalismo yugoslavo che ha implicato 350mila esuli e 15mila morti nelle foibe; a fronte di queste malefatte ci sono 65 anni di ingiustizia: città italiane come Pola, Zara, Umago, Pirano, Capodistria, Fiume arbitrariamente occupate e popolate da stranieri, prima estremamente minoritari o del tutto assenti. Fino a qualche anno fa, neanche potevamo ricomprare casa nella oggi «Croazia». Curioso, no? A fronte di queste malefatte, c’è l’assassinio della verità nei libri di storia; e per sessant’anni pieni. A fronte di queste malefatte, c’è la triste vicenda degli esuli, accolti spesso con ingiusto livore e con odio dai nostri compatrioti, in Italia, e costretti a un nuovo esodo in Australia, o in Sudamerica. A fronte di queste malefatte, ci sono tanti suicidi avvenuti nel secondo dopoguerra: erano uomini e donne istriani e dalmati che non si integravano nelle nuove città. È storia anche questa. A fronte di queste malefatte, c’è stata l’accoglienza riservata ai comunisti italiani in località Goli Otok, Isola Calva, negli anni Cinquanta. Un bel lager pronto per accogliere chi andava ad abbracciare il famoso socialismo yugoslavo. Qualcuno è morto, là dentro. Strano, no? E quindi: condanno gli errori del nostro Paese, condanno la politica intollerante e slavofoba, condanno l’incendio del Narodni Dom (senza dimenticare i fatti di Spalato che li hanno originati, è chiaro) e condanno i campi di internamento-concentramento destinati ad accogliere, in condizioni disumane, i cittadini balcanici. Ecco: adesso che ho condannato tutto, senza paura di niente, restituite, per favore, verità al mio popolo. Restituiteci verità e giustizia. Restituiteci le case, la terra, i cimiteri, la storia. Piangete i nostri morti e i nostri esuli anche voi, comunisti e socialisti, anche voi, sloveni e croati. Chiedete scusa. Chiedete scusa. Chiedete scusa. Ci hanno rubato la storia, le case, il mare. Ci hanno rubato l’identità. Proprio come con gli austriaci di «Maribor», e di «Kočevje». Ossia Marburg, e Gottschee. La Yugoslavia è una menzogna che ha sporcato di sangue il Novecento, e ha saccheggiato e distrutto una storia secolare. Questo Del Boca non lo scrive, ma dovrebbe. È ora. Dobbiamo essere onesti.


Sono esistite una parte «giusta» ed una «sbagliata» nel secondo conflitto mondiale?

È una domanda complessa. Ti do una risposta semplice. È giusto ribellarsi allo Stato, può essere giusto: è giusto rovesciare un regime, può essere giusto; è giusto rifiutare di eseguire gli ordini, quando questi ordini sono liberticidi o omicidi. Ma non è giusto ribellarsi allo Stato, al regime e agli ordini alleandosi con una forza straniera, imperialista e sporca di crimini contro l’umanità. Io trovo ridicolo che sia stato salutato come «liberatore» l’esercito sovietico. Come: l’URSS aveva sulla coscienza milioni di morti per carestia indotta in Ucraina (sterminio etnico); come: l’URSS aveva sulla coscienza milioni di morti per sterminio di classe (i «kulaki»). L’URSS aveva massacrato tutti gli ufficiali polacchi a Katyn, per decapitare la loro classe dirigente. Che libertà venivano a portare, e che democrazia? Cosa potevano insegnarci, questi russi? A uccidere di nascosto? A inventare la storia? A fare i genocidi con nonchalance? Ho profondo rispetto per i partigiani patrioti autentici. Per gli azionisti, per esempio. Per i liberali, per i monarchici. Per quelli che si battevano per l’Italia. Non per chi si batteva per il socialismo. Non per chi si batteva per Mosca. Niente affatto per chi, al Confine Orientale, ha sparato ad altri italiani, al fratello di Pasolini e allo zio di De Gregori, perché l’Italia abbandonasse la Giulia alla Yugoslavia. Quelli non sono miei concittadini. Quelli sono cittadini della Yugoslavia di Tito, o dell’URSS di Stalin. Disconosco quella resistenza, non vedo cosa ci sia da apprezzare. Quanto al resto, piango i morti di tutti, perché tutti avevano sulla bocca la parola «patria». Accolgo nel mio cuore la memoria di tutti i caduti per l’Italia, per il futuro dell’Italia, per l’onore e per la dignità dell’Italia. È giusto.


A pagina 40 del tuo libro Pagano hai scritto: «La grande intuizione del fascismo è stata e rimane che non è “Italia”, ma Roma il concetto che può figliare restituzione di spirito, grandezza e intelligenza: è coscienza delle proprie radici e del proprio destino, fondazione d’identità e appartenenza comunitaria. Altro non siamo mai stati». Potresti approfondire il concetto?

Io sono un grande romanista. Da tutti i punti di vista. Scherzi a parte: Roma è storia millenaria, Italia è storia recente. È Roma la nostra origine e la nostra radice, è Roma e la sua gloria e la sua decadenza, e i 1400 anni passati sognando di ritornare a essere uniti. Sono tanti, 1400 anni. Troppi. Roma era il grande sogno degli umanisti. Roma è la parola sulle labbra del mondo quando si parla di qualcosa di eterno, fondato dall’uomo. Roma è l’Europa che stiamo vivendo: una confederazione di popoli, liberi e indipendenti, unita nel nome di pochi importanti valori guida. Siamo capaci – siamo orgogliosi – di accogliere altri popoli, ma vogliamo che siano assimilati: mantengano pure le loro tradizioni e la loro cultura, ma imparino intanto per bene le nostre, e imparino ad amarle e a rispettarle. È così che la conoscenza s’evolve: con la dialettica, col confronto.


Cosa significa per te la parola «comunismo»?

Comunismo era un sogno emi-cristiano d’uguaglianza e di giustizia finito per significare qualcosa di molto diverso. È una parola sporca di sangue di innocenti, sporca di propaganda e di menzogna. È l’utopia cristiana piegata al lavoro: un disastro disumanizzante. Comunismo per me significa il male che ha fatto in Europa, a partire dalla ex Yugoslavia, dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia; dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca, dall’Ungheria. Comunismo significa il nuovo regime imperialista cinese, liberticida e aggressivo. Significa il martirio di popoli liberi in nome d’un popolo soltanto: non dell’umanità, ma d’un’etnia dominante. Questo insegna l’esperienza russa sovietica. Comunismo significa genocidio impunito, per questioni di censo o di etnia. Comunismo significa censura. Altro e ben diverso è stato il comunismo parlamentare italiano: a chi ha rispettato la democrazia va tutto il mio rispetto. Ma allora cambiate nome, compagni. Chiamatevi – chessò – Socialisti Democratici. Condannate anche voi i milioni di morti caduti nel nome del comunismo. È ora. 2010: perché non inventare una nuova ideologia? Vale per tutti. Guardiamo avanti, inventiamo l’utopia nuova. Facciamola bella, giusta, democratica e umana. Facciamola nemica della violenza e della morte. Facciamola nostra.


Niccolò Giani. Che ruolo ha avuto nella tua formazione culturale?

Mi chiamo Gianfranco perché vengo, da parte paterna, dalla famiglia Giani e dalla famiglia Franchi. Ho scoperto pochi anni fa che Niccolò Giani era il caro cugino del mio bisnonno Mario. A casa nessuno mi aveva parlato di lui, sin quando un mio amico storico non ha scoperto la parentela e mi ha avvisato. Cose che succedono, diciamo così. Soffro pensando che abbia firmato il Manifesto della razza, soffro molto di più sapendolo antisemita convinto. Questo mi fa male davvero. Soffro meno pensando al suo stile letterario, alla sua Medaglia d’Oro, alla sua morte da eroe, lanciando – mi hanno poi detto, in famiglia – anche la pistola contro il nemico, dopo esser rimasto senza pallottole. È una figura complessa, sogno di studiarmi per bene la sua mistica perché il ramo letterario della mia famiglia nasce con Mario e Niccolò Giani, un secolo fa. Purtroppo non ho libri di nessuno dei due, e mi piacerebbe molto averne. Mario era il Direttore della Dante di New York, negli anni Trenta. Tornò in Italia, e fu assegnato a Lesina, Dalmazia, perché non voleva abbandonare il suo Paese in un momento di difficoltà. Era uno dei responsabili delle scuole italiane all’estero. Era un patriota. Un lettore formidabile. Un pittore onesto. Un buon padre di famiglia. Un vero triestino.


Julius Evola. Qual è stata la forza e la debolezza del suo pensiero?

Sono più legato a Scaligero che a Evola, per una serie di ragioni. So che quando ho letto Elogio e difesa di Evola, di De Turris, mi s’è aperto un mondo (civiltà, studi, contraddizioni). Mondo che non ho ancora esplorato a dovere. Ho appena cominciato. Mi sono accorto, però, che nell’ambiente letterario – in questo senso ha decisamente ragione De Turris – è rimasto l’unico autore veramente proibito. Ricordo, anni fa, che mi bastò nominarlo durante una presentazione per ritrovarmi in mezzo a una polemica allucinante. In ogni caso: la sua forza è la sua visione spirituale dell’esistenza, la sua debolezza è stata la vicinanza alla Germania. I migliori intellettuali italiani del tempo erano filofrancesi e antitedeschi. Mi sento decisamente vicino a loro. Avevano ragione loro.


Quanto è stato importante Céline per la letteratura del ’900?

Più di Hamsun e più di Drieu: e questa è una stranezza davvero singolare. È stato un narratore espressionista, sperimentale, crudo, cinico e profondo, capace di un livore pari al suo amore per la vita. Credo che imparerò ad amare Céline quando la vita mi avrà fatto del tutto a pezzi. Oppure, quando avrò i capelli bianchi, per bene. Sono troppo giovane per condividere la sua disperazione e la sua furia. Io sono solare, Céline è lunare. Io coi lunari ci gioco un po’, ma per rovesciarli, tendenzialmente. Perché diventino altro, perché tornino alla vita. Tutti abbiamo sofferto, tanto anche. È l’amore per la vita e per l’umanità che ci deve caratterizzare, non il rifiuto di tutto.


Che cosa ha significato per te la lettura di Ernst Jünger?

Jünger è un autore di papà. Tanti anni fa ricordo che era letteralmente impazzito, m’ero ritrovato a casa quindici libri tra Guanda e Adelphi, minori e non. A parte Il trattato del ribelle, che mi era estremamente caro per tutte le ragioni che voi capite al volo, ho evitato di leggerlo sin quando non è morto papà, a settembre. Non so perché. Ho preferito così. L’esperienza è stata potente ma non folgorante. È il Borges tedesco. È un favoloso lettore, un cittadino erudito, innamorato degli animali e delle piante, forse per dimenticare il figlio caduto al fronte. Mi piace molto quando racconta le vicende della Prima Guerra Mondiale: è incredibilmente vivido, credibile, onesto. Mi affascina quando attacca il nazismo restando fieramente tedesco: è un’impresa difficile, richiedeva coraggio e una forte capacità di fare compromessi. Capacità che io non avrei avuto, perché sono diversamente radicale. Mi diverte quando racconta dei suoi viaggi, da quasi centenario, mentre mi annoia quando gioca a fare il Rivarol. Tra Jünger e Drieu io scelgo Drieu.


Quali sono gli scrittori contemporanei maggiormente sottovalutati che meriterebbero ben altra considerazione?

Contemporanei viventi? Tra gli emergenti, nuova generazione, io amo molto Paolo Mascheri (Poliuretano, Il gregario), Claudio Morici (Matti slegati, Actarus), Andrea Consonni (Wrong), Luca Martello (Groucho e i suoi fratelli); viventi ma ingiustamente laterali, Renzo Paris (La vita personale), Francesco Permunian, Tiziano Sclavi. Pochi nomi perché altrimenti scrivo un papiro... Nel Novecento, c’è un mondo di grande Letteratura Italiana da riscoprire e da restituire alla luce, al di là del solito Gallian che adesso Baraghini ha adottato. Penso a Lo Presti, a Bontempelli, a Marinetti, a Tomizza (che non è proprio stato capito), a Stuparich, a Coccioli, a Slataper, a Ceccherini, a Quarantotti Gambini, a Renzo Rosso, a Delfini... l’elenco è sterminato. Non apro nemmeno il discorso “autori proibiti” nell’ex URSS e nella Mitteleuropa e nell’Europa dell’Est. Là si deve pescare a piene mani per un decennio pieno...


Passiamo alla politica. Dopo gli scontri di Piazza Navona del 29 ottobre 2008, hai coraggiosamente e puntualmente smentito le tesi esposte da Beppe Grillo nel suo blog (leggi). Che idea ti sei fatto del comico genovese? C’è qualche personaggio credibile ed indipendente nel mondo dell’informazione?

Beppe Grillo è stata una delusione terrificante. È stato una delle mie fonti sino al giorno in cui ha pubblicato quel video. Da quel momento ho cominciato a verificare come e cosa scrive, e da dove vengono le notizie. Fino ad arrivare a Casaleggio & Associati. Là mi sono fermato e mi sono sentito stupido e ingenuo. Adesso lo considero un buon divulgatore e un buon provocatore, ma non ho più voglia di andare a leggere il suo blog. Non ci credo più. Si è fatto manipolare da qualcuno, quel giorno, è stato ingiusto, precipitoso e cattivo. Quanto ai personaggi credibili e indipendenti, a me è sempre stato simpatico Massimo Fini, pure se non riesco sempre a stargli dietro. A lui devo la mia visione di Nerone, e di Catilina. Nerone è un libro che apre la mente almeno quanto Flatlandia di Abbott, andrebbe adottato nei Licei. Indipendenti non ne conosco tanti, purtroppo. Ogni testata è un ordine, ogni redazione ha una disciplina e una linea. Per questo ho fondato «Lankelot». Io non voglio parlare a comando. Io non voglio avere una linea. Io voglio essere una linea. Imprevedibile, sregolata, tutta ideale. Tutta letteraria.


Sei intervenuto a due conferenze tenutesi a CasaPound. Che idea ti sei fatto dei ragazzi di Via Napoleone III?

Sono stato accolto con amicizia, rispetto, umanità e gentilezza. La prima volta, quando ho sostituito Baraghini – purtroppo minacciato da qualche stupido, antidemocratico e incivile – per parlare di Bianciardi, m’è sembrato di ritornare ai giorni belli del Liceo, più ancora che dell’Università. Ho sentito fame di cultura, di intelligenza, di letteratura, di libertà. La seconda volta, quando abbiamo parlato di Kerouac, mi ha sbalordito ricevere un attacco frontale da un quotidiano che pochi giorni prima mi aveva dedicato una prima pagina, su un suo periodico. L’esperienza mi ha fatto tornare indietro ai momenti bui degli anni Novanta. Alle cose che combattevo allora, da ragazzino: l’egemonia culturale, il colore partitico e politico dato agli autori, la patente di poterne parlare data a chi volevano “loro”. L’ostilità nei confronti del diverso. Il diverso, allora come oggi, ero e sono io – erano e sono quelli come me. Ecco perché amo così tanto la democrazia. E perché la difendo con tutto me stesso. Perché la cultura di questo paese non aveva niente di democratico. Niente.

In via Napoleone III si fa cultura con onestà, competenza e libertà. I miei interventi sono stati assolutamente autonomi e indipendenti: zero controllo, zero richieste, zero «consigli», zero censura, zero «chiacchierate preventive». Non succede, diciamolo, da nessuna parte: l’ospite è sempre – magari con dolcezza – invitato a essere cauto su certi argomenti, oppure si va a domandargli un’anteprima del suo intervento, oppure ci si sincera del suo tesseramento... Chi ha avuto il coraggio di chiamare un cane sciolto, un irregolare come me per parlare di letteratura, di editoria e di cultura, al di fuori dei contesti «commerciali» delle presentazioni? Sino al 2010, nessun partito. Nessuna fondazione. Nessuna chiesa. Nessun movimento. Nessun centro sociale. Soltanto CasaPound. A me sembra un gran lezione di democrazia e di civiltà, di apertura mentale e di coraggio che CP ha dato a tanti. Non me ne dimenticherò mai.


Quanto è difficile coniugare coerenza e successo nel tuo mestiere?

Morselli si è suicidato, per coerenza. È una domanda difficile. Io non credo che questo Paese sia pronto per capire e accettare e rivendicare la coerenza come un talento o almeno un diritto. Io me ne frego del successo, voglio guardarmi allo specchio tutte le sere, prima di andare a dormire, e sentirmi tranquillo. Male non fare paura non avere. Sono fedele ai miei ideali e ai miei principi. Magari per questo pago con lunghi periodi di scarsa occupazione e di nulli riconoscimenti: è così dal 1997. Recentemente mi sembrava che qualcosa si fosse sbloccato. Non è vero. Nell’editoria non basta avere preparazione, umiltà e competenza. Serve qualcosa in più, certe volte. A volte servono sponsor, a volte servono soldi, a volte serve essere politicamente corretti, a volte serve essere molto amici di. Ecco: io non ho sponsor, non ho soldi, non sono politicamente irreggimentato, e i miei amici non sono così influenti. Soprattutto, non ho simpatia – nessuna, nessuna, nessuna – per la vecchia cultura egemone. Non mi va proprio giù, non la voglio, non mi appartiene. Insomma, mi sa che non farò tanta carriera. Ma come dice il grande capo indiano, ogni pomeriggio, a radiorai...


«Lankelot» è tra i più grandi siti di critica letteraria in Italia. Qual è la sua forza e cosa ti aspetti da questa esperienza?

Grazie intanto. La sua forza è l’apertura assoluta. Non si accede per invito. Non si accede per cooptazione. Non è un partito, non è un movimento: è un sogno di democrazia e di dialettica. Un sogno amato da liberali, socialisti, democratici, nostalgici, qualunquisti, comunisti (sì: io ho il culto della diversità, ho fame di diversità, pretendo la diversità), anarchici, apolitici e via dicendo. Si entra, come si entra in piazza – non in casa, in piazza – e si decide come comportarsi, come interagire. Abbiamo una linea molto chiara: la fedeltà agli artisti laterali, minori, emergenti, mai emersi, censurati, rimossi, preferibilmente pubblicati dalla piccola e media editoria. Quanto al resto, c’è sempre massima libertà, purché l’articolo sia abbastanza lungo e rispettoso del nostro semplice format (questo). Per precisa scelta estetica e dialettica, i commenti sono aperti a tutti; purché siano rispettosi del regolamento. Questa è una delle prime, granitiche differenze rispetto agli altri siti letterari. Qui si entra liberamente e francamente e si decide come partecipare, silenziosamente o attivamente, scrivendo cose nuove o commentando soltanto. Qui non c’è l’obbligo di restare fedeli a una linea, perché questo non è l’organo di un partito, intra o extra parlamentare. Non interessa a nessuno di noi monologare o pubblicare comunicati: non ha più senso. A nessuno interessa avere ragione. A tutti interessa comunicare: e confrontarsi. Questa è l’epoca dell’interazione, del dibattito, della dialettica. Il web nasce per questo. Per l’evoluzione via dialettica e studio e critica. Per il dialogo. Per il rizoma. Chiaro che mi sembrano tutte cose molto elementari. Peccato che in Italia siano praticamente uniche, nel web letterario, a un certo livello. Curioso...

Grazie Augusti.



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mercoledì 10 febbraio 2010

Intervista a Luca Leonello Rimbotti



Luca Leonello Rimbotti è nato a Milano nel 1951. Laureato in storia contemporanea, si occupa di mito, filosofia e politica nella cultura europea, in special modo tedesca. È autore – tra gli altri – dei volumi
Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona (Settimo Sigillo, 1989), Il mito al potere. Le origini pagane del nazionalsocialismo (Settimo Sigillo, 1992), Globalizzazione (Settimo Sigillo, 2003) e La rivoluzione pagana. Relativismo etnico e gerarchia delle forme (Ar, 2006). Ha collaborato con le riviste «Elementi», «Italicum», «Margini», «Linea», «Diorama letterario», «Trasgressioni».



Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?


Il Sovrumanismo di Nietzsche e Stirner, ma anche le individualità letterarie per così dire «eroiche» del tipo di Byron o William Blake, il Romanticismo anglo-tedesco, certe personalità che incarnano la lotta contro il proprio tempo e hanno il tratto del solitario e visionario precursore – da Herder a Oriani, per intenderci – fino ad ambienti del ribellismo storico, ad esempio l’anarco-squadrismo antemarcia. Poi ci metterei il classicismo dorico, l’estetica pre-raffaellita e in genere il figurativismo ottocentesco, da Friedrich ai Simbolisti al Futurismo... poi hanno avuto grande incidenza sulla mia formazione certi ambiti musicali della mia generazione, legati alla musica hard-rock e heavy-metal, coi loro immaginari rivoltosi e i loro rimandi ai valori tradizionali vissuti come opposizione anti-borghese... ma si potrebbe continuare.


Che cos’è stato sinteticamente il Fascismo, in che modo il suo insegnamento può essere ancora valido oggi, e in che senso te ne senti continuatore?

Il punto a mio vedere di gran lunga più importante del Fascismo è stato il tentativo storico di coniugare la tradizione popolare con la modernità: una nuova considerazione delle masse come soggetto politico, una concezione dinamica della vita e della socialità, un potente mito aggregante e identitario, una volontà di futuro che si sposava senza tante incrinature con la rivendicazione delle più lontane appartenenze, coi simboli antichi, col culto della terra dei padri, con la sacralizzazione della comunità di popolo, etc. Trovo che tutto questo proprio oggi rappresenti qualcosa di vivo, giudico che sia un’ideologia generosa di affratellamento e di fierezza, per cui ogni popolo dovrebbe riunirsi attorno ai propri patrimoni ereditati, così da offrire la maggiore resistenza contro il tentativo in atto di distruggere i legami nazionali a favore di un cosmopolitismo privo di identità e negatore delle differenze. Personalmente, mi sento un modesto ma tenace continuatore di tali valori: e da quarant’anni (da quando pubblicai il mio primo articolo) batto e ribatto sul medesimo tasto di una tenuta strenua sui significati di legame e di identità, poiché penso che, perduti questi, non si avranno più uomini e popoli, ognuno con la propria storia e la propria cultura, ma soltanto individui degradati e popolazioni ammassate a casaccio.


Quali sono gli storici che hanno contribuito secondo te ad una più oggettiva e disinteressata interpretazione del Fascismo?

Quelli classici. De Felice, Nolte, Mosse, poi Acquarone, Salvatorelli, Santarelli, sui quali mi sono formato. Ad essi si sono aggiunti Emilio Gentile, Settembrini, Sternhell, Parlato e pochi altri: ma nessuno di essi ha dato interpretazioni «disinteressate». Molti, anzi tutti, erano e sono in varia misura ostili al fascismo. Ciò non toglie che spunti, idee, metodi siano stati per me di insegnamento. Quando mi laureai, il mio professore mi disse che potevo, anzi dovevo avanzare giudizi di valore: da allora così faccio in ogni mio scritto e diffido di chi si proclama super partes. Non avere opinione su ciò che si scrive – essere dunque disinteressati – non è buona cosa per uno storico...


Quali sono, a tuo parere, le più profonde affinità e differenze tra il Fascismo italiano e il Nazionalsocialismo tedesco?

Sono stati movimenti storici molto più affini che differenti. Entrambi intesi a operare quella unione tra modernità e tradizione di cui dicevamo, entrambi basati su sistemi affini di mobilitazione popolare, su una struttura di partito e poi di Stato molto simile. La differenza sta nelle rispettive caratteristiche nazionali: l’antisemitismo, ad esempio, blando e solo di matrice cattolica in Italia, era in Germania diffuso a livello popolare. La maggiore somiglianza risiede, più che nei sistemi sociali o partitici, a mio parere, nella eguale volontà di operare una rivoluzione antropologica, creando un tipo nuovo di uomo che rompesse la tradizione progressista occidentale e si ricollegasse al mito eroico indoeuropeo: la Romanità e il Germanesimo ebbero questa funzione.


In cosa, secondo te, il Fascismo fu il legittimo erede di Roma antica? La Roma fascista fu veramente la Terza Roma?

Penso di sì. Se furono legittimi altri richiami alla Roma antica – pensiamo ai giacobini, ammiratori della Roma repubblicana, o a Mazzini, o ai poeti risorgimentali... – lo fu a maggior ragione il fascismo, che sui temi della fedeltà alla stirpe, la sacralizzazione della tradizione, l’imperialismo colonizzatore, la socialità corporativa, la gerarchia di rango, il senso del destino, etc. ci impiantò un moderno Stato nazionale. Dopo la Roma antica e quella papalina, davvero quella fascista avrebbe dovuto essere la Terza Roma, per dichiarazione esplicita dei suoi protagonisti: che fosse di cartapesta, grottesca o imbelle come ama dire la storiografia, non saprei. Dopotutto, a parte le gravissime deficienze umane, organizzative, etc. del fascismo, alla coalizione mondiale nemica occorsero diversi anni di guerra totale per abbattere un tale disegno politico... di cartone: o sbaglio? E, a giudicare da quanto se ne scrive ancora oggi, tutto questo ha lasciato una certa traccia nella storia.


Giovanni Gentile è stato definito il «filosofo del Fascismo». Quanto è stato grande, a tuo parere, il suo contributo nell’edificazione del regime fascista?

Gentile era uno dei pochi intellettuali italiani conosciuti a livello internazionale: e altri di questa categoria, come ad es. Pirandello o Marinetti, furono del pari fascisti. Ma il fascismo di Gentile fu piuttosto un liberalismo nazionale radicale. Anche se, dobbiamo dire, la socialità gentiliana aveva un tono non solo conservatore: l’umanesimo del lavoro aveva una sua nobiltà e una sua grandezza, e la sua concezione dell’Io come essere comunitario, la sua indicazione che la comunità nazionale non consiste nella mera cittadinanza, ma nell’unità spirituale, costituiscono un’ideologia di forte presa identitaria. La civiltà del lavoro come compiuta realizzazione dell’Idea ha una sua logica e sul finire Gentile – mi riferisco specialmente a Genesi e struttura della società, del 1943 – colse i rapporti tra liberalismo e anarchismo, rifiutandoli nel nome di una marcata funzione sociale dello Stato. Personalmente ho un po’ rivalutato Gentile per alcuni di questi aspetti: non vedeva il partito rivoluzionario, vedeva lo Stato, d’accordo, ma alla fine fece spazio – da buon hegeliano – a una concezione organica non certo di «destra». Sua fu poi, insieme a Mussolini, la visione del fascismo non come semplice movimento politico, ma come religione, forza dello spirito.


Quali furono i pregi e i difetti del «Fascismo di sinistra»?

I pregi? La volontà politica di eliminare i condizionamenti capitalistici senza distruggere il capitale, che è ricchezza del popolo, l’idea di dare al lavoro il protagonismo sociale, la determinazione di farne un elemento della decisione e non della sola esecuzione della volontà politica. Considerare un’unica classe: il popolo. E dare soltanto a chi vive del suo lavoro – che sia in basso o in alto – dignità e onore sociale. La competenza poi (ad es. in Bottai) era giudicata centrale, quindi niente retorica operaista, ma coscienza che senza gerarchia si fa la fine che ha fatto il comunismo, e che fecero le comuni ottocentesche. Al posto dell’utopia, la concreta concezione dello Stato organico: ognuno al suo posto e tutti a remare dalla stessa parte. I difetti? Non avere avuto una potente referente nel partito. Dopo l’accantonamento di Rossoni (1928) non si ha più un leader del fascismo corporativo. Mussolini si barcamena tra capitalisti, monarchia e Chiesa. La Carta del Lavoro era un buon punto di partenza, poi le corporazioni del 1934 rimasero sulla carta. La Camera dei Fasci e delle Corporazioni poteva essere un ottimo strumento per istituzionalizzare il fascismo social-progressista... ma è del 1939, non ebbe tempo per incidere.


Berto Ricci è stato uno degli intellettuali più brillanti e vivaci della «nuova generazione». Qual è il valore della sua opera? Quale lezione ne possiamo trarre oggi?

La sua lotta contro il borghesismo e la concezione individualistica della società, che è tipica della cultura italiana, trovo che sia ancora oggi un messaggio vivo e un modello estremamente valido. Il suo battersi, insieme a tanti altri giovani dell’epoca, per un’idea di «aristocrazia di comando» che desse ai migliori, ai più efficienti e ai più disinteressati, le leve del potere, eliminando la corruzione, il clientelismo e la tradizionale pratica italiana di stare dalla parte del più forte. L’avvento di una generazione di uomini liberi da condizionamenti, che avesse in mente il riscatto dell’onore e della dignità del popolo, e che fosse per questo in grado di toccare gli interessi privati avendo come sponda il fulcro centrale del potere: il partito e Mussolini. Che, invece, rimasero troppo spesso prigionieri dei poteri forti pre-fascisti, alla fine – grazie alle vicende mondiali – risultati vincenti.


La Scuola di Mistica Fascista è stata la fucina dei cosiddetti «apostoli del Fascismo». Quali furono i punti di forza di quell’affascinante esperienza?

La volontà di considerare la vita degna di essere vissuta soltanto se spesa servendo ideali nobili di offerta di sé. Considero la Scuola di Mistica un vero sacerdozio, un ambiente che con taglio propriamente religioso giudicava il sacrificio – persino della propria vita – un fine luminoso cui aspirare, una meta con la quale la persona umana si completa, diventando qualcosa di sovrumano. La dimensione trascendente, innestata su una fede fanatica – non dissimile dalla fede dei santi e dei martiri – è una via difficile e dolorosa, tanto più ardua da intraprendere se concepita come offerta spontanea, persino gioiosa e sorridente nello sforzo di superare i limiti della nostra natura di uomini: si tratta di apici esistenziali difficilmente comprensibili dall’uomo normale, specialmente in un’epoca come la nostra, che premia il furbo, il dissacratore, l’arrivista... cioè i valori opposti a quelli di una visione mistica e sacrale della vita.


In cosa risiede la portata rivoluzionaria del Corporativismo e della Socializzazione delle imprese?

La conciliazione delle classi, il superamento della conflittualità interna al corpo sociale: questo il dato sovvertitore. Il fatto che può essere un partito egemone e addiririttura uno Stato illuminato a guidare il processo di liquidazione del predominio degli interessi privati su quelli comunitari. L’idea che il popolo è un’unità organica, una comunità unita da un medesimo destino e non un insieme di interessi divergenti, legati alla categoria di lavoro cui si appartiene. Pur con certe differenze, talora marcate, tra il sindacalismo integrale e il corporativismo vero e proprio, si nota un comune intendimento di pervenire al concetto di organicità dell’economia. Progetti come quello della corporazione proprietaria di Spirito – in un contesto di maggiore forza politica – avrebbero rivoluzionato gli assetti sociali dalle fondamenta: la proprietà, la gestione e gli utili d’impresa spartiti tra i membri della produzione, gli esecutivi come i direttivi. Ma anche il corporativismo «di regime», pur attuato poco e male, aveva un’ideale nobile: proprietà dei mezzi produttivi inalterata, ma verifica che non avesse a prevalere l’interesse del capitalista sull’interesse della produzione nazionale. La socializzazione, poi, che dava al lavoro la cointeressenza sugli utili, spingeva tale ottica rivoluzionaria a un punto radicale: la stessa gestione è appannaggio delle categorie del lavoro, e il ricavato viene suddiviso tra chi lavora, e non elargito dal capitalista in qualità di salario. Antioperaismo, anticapitalismo e produttivismo organico: non c’è nulla, in questa concezione, che non possa essere ancora oggi pienamente ripreso da un movimento politico inteso a superare le micidiali derive della gestione multinazionale dell’impresa e soprattutto a spezzare il predominio della finanza sull’economia e quello dell’economia sulla politica. Molto modestamente e con tutti i limiti del caso, il sottoscritto è stato il primo ad occuparsi specificamente del «fascismo di sinistra», anticipato solo dal breve saggio di Silvio Lanaro che comparve sulla rivista «Belfagor» nel 1975: lo stesso Settembrini – che nel suo libro Parlato, pur citandomi, dice essere stato il primo – mi seguì di due anni. Rivendico questa modesta primogenitura e confesso che non mi sono mai distaccato dalle mie giovanili convinzioni, che il fascismo avesse una forte spinta rivoluzionaria anche in senso sociale.


Evola è stato un punto di riferimento importante degli eredi del Fascismo. Qual è stata la forza e la debolezza del suo pensiero?

La sua forza è stata nella rara capacità di evocare miti viventi. Di fare di alcuni simboli e di alcuni mondi culturali l’antefatto immediato di una presa di coscienza politica che potesse essere ancora attuale. Il suo talento nell’affrescare valori storici e significati tradizionali imprime indubbiamente un’energia ideologica animatrice, che rimane indelebile in chi ha avuto i suoi libri tra gli elementi formativi. Certo, non comprese appieno il fascismo e la sua epoca. Non ebbe i mezzi culturali per apprezzare uno sforzo di tale portata, inteso a innestare i motivi tradizionali nella modernità, facendone cultura di popolo ed estraendoli dalle chiuse stanze degli eruditi. Similmente ai circoli nazionalconservatori tedeschi, era assente in Evola la sensibilità politica atta ad apprezzare il disegno di portata epocale di combinare l’arcaicità col futuro. Mancanza impolitica non da poco, che tuttavia non ne compromette il retaggio sotto il punto di vista del valore culturale e ideologico.


Quali sono stati, a tuo parere, i gruppi organizzati e le fucine di pensiero più importanti e validi del neofascismo dal dopoguerra ad oggi?

Penso che soltanto l’ambiente di Ordine Nuovo sia stato, ai tempi e per un breve periodo, un vero laboratorio di pensiero politico. Agganciato a Evola – pur coi difetti di costui di cui si è detto – quel sodalizio ebbe la capacità di sollevare argomenti, miti, inquadrature con ricadute sul politico, insomma un’ideologia in sé coerente, una vera concezione del mondo. Personalmente poi ho partecipato per lunghi anni all’esperienza della cosiddetta «Nuova Destra»: qui veramente si ebbero incisivi segnali di uno svecchiamento della cultura politica, nuovi temi affiorarono, antichi complessi venivano abbandonati. De Benoist per un periodo importante è stato un maestro di elaborazione nuova, un intellettuale creativo e fertile, che ha aperto spazi e indicato metodi. In maniera non dissimile, Marco Tarchi ha impresso in tanti di noi la capacità di vedere le cose più da lontano, con ottica libera, cercando nuovi collegamenti. Purtroppo il progetto metapolitico della Nuova Destra, isolata in modo crescente, non ha sfondato: e i suoi paladini hanno finito con l’essere attirati di nuovo dal magnete delle loro culture di provenienza. Così molti oggi sono tra le gambe del potere, altri sono rifluiti allo studio del fascismo e dintorni. Marco lotta ancora da solo e con qualche giovane nella sua trincea. Ma l’esperienza – parlo per me – non è stata infeconda, i suoi semi hanno in qualche modo fruttificato, anche se solo a livello individuale.


Anni di piombo. Quali i miti da sfatare, le logiche ed i protagonisti occulti di quel periodo?

Confesso che l’intero capitolo degli «anni di piombo» non mi ha mai interessato. L’ho sempre visto come un ginepraio di loschi traffici, atteggiamenti ambigui, idealismi mal riposti e oscene compromissioni. Ho un istintivo distacco per tutto quanto non è limpido e aperto. Dico soltanto che provo umana comprensione per tutti coloro che, senza colpe, sono stati travolti dalla logica dura del potere, e ne hanno sofferto.


Si parla spesso di «identità», o con richiami puramente retorici oppure con invocazioni ideologiche al meticciato: che senso ha questa parola? Il melting pot è, secondo te, un pericolo o una possibilità?

Identità è l’esser se stessi: ciò vale per un singolo uomo come per un singolo popolo. Tutto ciò che non attiene all’esser se stessi è evidentemente estraneo o addirittura nemico dell’identità, mirando a sfigurare un volto e a renderlo irriconoscibile. Gettare masse delle più disparate provenienze all’interno di un popolo significa volerne annientare la forma e la caratteristica storica, bella o brutta che sia. Tanto l’immigrante quanto chi subisce l’immigrazione perde qualcosa di sostanziale: la propria tradizione, il proprio passato, la propria cultura, il proprio onore di uomo, che non consiste solo nell’individualità, ma anche nell’appartenere a una cultura storica, sia pure la più umile del pianeta. Che, in quanto tale, merita anch’essa rispetto e protezione: che c’è di positivo in questo voler annientare i legami di storia e di cultura? In nome di cosa, poi? La cittadinanza universale?


Che cosa pensi del processo di unificazione europea? Meglio un’unione “inquinata” da derive liberalcapitalistiche, oppure un rafforzamento delle sovranità nazionali?

L’attuale unificazione europea è a gestione bancaria, lo vede anche un cieco. I popoli europei – del resto quasi mai consultati in proposito e, quando consultati, espressisi negativamente – non c’entrano niente. Un rafforzamento identitario a tutti i livelli, oggi che il vecchio nazionalismo è superato da due guerre civili, sarebbe auspicabile in vista di un’Europa unita. I regionalismi, in questo senso, li giudico positivamente, come ogni fenomeno di rinsaldamento identitario. Lo stesso nazionalismo non esclude né il regionalismo né l’europeismo, anzi li presuppone: gli imperi da sempre sono innestati sulle piccole appartenenze. Di solito si obietta che il nazionalismo porta alla guerra. Direi che non è vero. È solo quando il nazionalismo viene forzato dall’interesse economico imperialista che diventa un elemento infiammabile, altrimenti l’amare il proprio popolo non prevede affatto l’odiare quelli altrui, al contrario. Le recenti faide balcaniche sono state causate da precedenti motivi di internazionalismo comunista: popoli a forte identità mescolati a forza dal pregiudizio anti-nazionale, e che hanno scatenato l’odio reciproco che si crea dalla fusione coatta. Mi risulta poi che la liberaldemocrazia sia in grado di scatenare guerre perfettamente distruttive, senza avanzare la minima rivendicazione nazionale, ma anzi proprio nel nome di quelle utopie internazionaliste che vengono gestite da liberali e neo-giacobini (la «destra» e la «sinistra») in assoluta concordia.


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venerdì 5 febbraio 2010

Intervista a Miro Renzaglia


Miro Renzaglia è nato a Roma nel 1957. È poeta, scrittore, giornalista, autore e performer teatrale. Ha pubblicato
Controversi (Milano, 1988), I rossi e i neri (Roma, 2002), A spese mie (Roma, 2009). Nel 1990 ha fondato la rivista di letteratura ed immagini «Kr 991» che ha diretto fino al 1999. Suoi testi poetici sono presenti in antologie e riviste. In qualità di saggista, critico letterario e di costume, collabora a siti web, periodici e quotidiani, fra cui «Secolo d’Italia». È autore e performer del concerto di musica-poesia «Radiografia di uno sfacelo» (2003). Dirige il magazine online «il Fondo».



Cominciamo con una domanda complessa. Che cos’è stato sinteticamente il Fascismo, in che modo il suo insegnamento può essere ancora valido oggi, e in che senso te ne senti continuatore?

Il fascismo è un movimento sociale e politico. La sua carta fondativa, Il manifesto dei fasci di combattimento, del 1919, è un programma che prevedeva il profondo cambiamento dell’Italia post-unitaria in senso, appunto, politico e sociale. Su «Il Fondo», in passato, ho postato sei articoli che vanno sotto il titolo complessivo di «Il fascismo oggettivo» (leggere qui e, di seguito, le altre puntate) che dimostrano come la produzione legislativa del ventennio abbia avuto una linea di marcia maestra che va dalla Carta del Lavoro, alla costruzione dello Stato Corporativo fino alla socializzazione delle imprese. Su questo percorso, che io considero principale e privilegiato, si sono poi creati degli innesti non previsti dal Manifesto: a volte positivi (penso soprattutto alla grande impresa delle Città di fondazione…) e a volte assolutamente catastrofici e negativi, quali considero le leggi razziali. L’essenzialmente valido resta la via maestra che conduce ad uno Stato politico e sociale alternativo sia al capitalismo che al comunismo. Ammesso e non concesso che io sia continuatore di qualcosa, lo sono come freccia direzionale nel prosieguo di questa via.


Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?

Miti? Uno solo ma immenso e multicomprensivo: Roma. La mia esperienza politica fondamentale l’ho vissuta negli anni ’70, con tutto quel che ne è conseguito anche sul piano strettamente personale. Nella mia formazione ha avuto un ruolo di assoluto rilievo Ezra Pound, al quale devo sia la mia visione politico-economica che quella poetico-culturale. Poi: Nietzsche e Carlo Michelstaedter, per quanto riguarda la filosofia dell’esistenza. Dante, Gottfried Benn e Arthur Rimbaud, sul piano strettamente poetico.


In passato, in alcuni tuoi interventi, avevi avanzato perplessità circa l’istituzione della famiglia. Potresti approfondire il concetto?

La famiglia tradizionale non esiste più. E quella che consideriamo tradizionale (padre-lavoratore + madre-educatrice X pargoli al seguito) è un’istituzione relativamente recente: qualche centinaio di anni, forse meno. Quella che viene spacciata come famiglia tradizionale, oggi, è un luogo di produzione di nevrosi, se va bene, di atti di violenza gravi, fino all’omicidio su donne e bambini, quando va male. E va male spesso: basta pensare che l’85% di violenza sulle donne avviene all’interno delle mura domestiche, e a commettere questi atti di assoluta vigliaccheria sono sempre i mariti, i padri, gli zii, i conviventi delle vittime: li chiamano, non a caso, delitti prossimali. L’evoluzione della società contemporanea, con evidente progressione dal dopo ultima guerra mondiale, ha creato strutture diverse e più adatte alla riproduzione della specie (in fondo poi è questa la funzione della famiglia): coppie di fatto, comunità para-familiari allargate a più soggetti non vincolati da obblighi di fedeltà eterna. Il problema è che non sempre gli Stati hanno contemplato come positive tali nuove figure, preferendo intestardirsi nella difesa della vecchia concezione fino al punto di escludere forme di assistenza ai nuovi soggetti nucleari. Credo che dipenda anche da questa ottusità statale il calo della natalità in molti paesi europei.


Immigrazione e cittadinanza. Qual è il tuo pensiero in materia?

Vengo spesso spacciato per un fautore dell’immigrazione: non lo sono. E credo che nemmeno la stragrande maggioranza degli immigrati lo sia. Non si può essere fautori di un fenomeno che, quando assume le proporzioni che ha oggi, produce solo sofferenze sociali e personali. E quando dico «sociali», non mi riferisco solo alle società dei paesi che ospitano i flussi, ma anche a quelli che li producono: molto spesso chi viene a cercare fortuna nei paesi dell’Occidente (falsamente) opulento, è dotato di formazione professionale e culturale che farebbe la fortuna dei loro paesi di origine. Il problema è che molti di questi paesi sono sotto il cappio usuraio del debito pubblico (penso ai paesi dell’Africa sub-sahariana, ma sono solo il 6% del totale immigrato da noi) imposto proprio dal capitalismo vincente in Occidente. Inoltre, se guardo alle cifre reali che comprendono il fenomeno in Italia mi accorgo di due cose: a) più del 50% della popolazione allogena (circa 2 milioni e 200 mila, su un totale di 4 milioni e mezzo) proviene da paesi europei dell’Est; b) vi proviene come conseguenza diretta dell’implosione dei loro regimi comunisti. Ovvero: il capitalismo produce immigrazione a ogni suo stato di avanzamento. Basta guardare come la progressione di quei flussi ha avuto una impennata geometrica proprio a partire dal fatidico 1989. Siccome tutto questo è assolutamente accertato, a me non resta che tirarne le ovvie conclusioni: è il capitalismo la radice del male. L’immigrazione è solo uno dei suoi tanti effetti nefasti. Combattere gli effetti con i respingimenti, con i Cie, con il reato di clandestinità, vale come pretendere di guarire un organismo curando le metastasi ma lasciando intatta la massa tumorale. Che fare, quindi? Aspettiamo che il capitalismo imploda come è imploso il comunismo e tutto torni alla normalità? Fermo restando che trovo assolutamente irreale l’ipotesi di espellere 4 milioni e mezzo di persone, bisogna creare le condizioni perché questa gente, sentendosi estranea al corpo della nazione, finisca per rappresentare quel pericolo che molti paventano. Io non conosco altra strada che il riconoscimento dei diritti, da quello di soggiorno a quello di una cittadinanza NON più facile, ma prevista in modi più tempestivi a disinnescare la minaccia. Le sollevazioni delle masse non avvengono quando si allargano i diritti, avvengono quando si applica loro il potere della discriminazione e del divieto: da quello della tutela sul lavoro a quello religioso, per esempio.


Si parla spesso di «identità», o con richiami puramente retorici oppure con invocazioni ideologiche al meticciato: che senso ha questa parola? Il melting pot è, secondo te, un pericolo o una possibilità?

A me piace discutere di queste cose con i dati alla mano. Chi blatera di pericolo in Italia di melting pot biologico, di multiculturalismo, di identità non conosce i numeri e ne vaneggia come conseguenza dei flussi migratori. Non solo, ma non conosce nemmeno la storia e la geografia. Ho già detto che oltre il 50% degli immigrati provengono da paesi Europei, Ue e zona-euro e che, in quanto tali, sono perfettamente identici alla nostra costituzione biologica indo-europea. Perché noi siamo indo-europei, vero? E qualcuno dei vaneggiatori di cui sopra, sa da quante nazioni indo-europee, tra Europa e Asia, importiamo emigranti? Ve lo dico io: una trentina. E così copriamo circa l’80% della popolazione allogena residente in Italia, con la quale abbiamo da condividere le medesime origini biologiche. Di quale pericolo multirazziale vanno parlando? Il pericolo è allora nella multireligiosità e, in particolare, in quella importata dagli immigrati musulmani? Qualcuno ricorda anche solo per sentito dire che per quasi mille anni buona parte dell’Europa, dalla Spagna alla Grecia, dalla Romania all’Ungheria, dalla Sicilia alla Sardegna, fino alle porte di Vienna è stata dominata dall’Islam, in maniera tanto malvagia che gran parte di quelle che consideriamo nostre civili abitudini quotidiane ci vengono da questo millenario contatto con loro? E il multiculturalismo, poi? Chi vuole difendere chi e da cosa? Già che in epoca della comunicazione totale, come è la nostra, si parli di purezza culturale a me fa ridere. Non ho bisogno nemmeno di scendere per strada: accendo il mio pc e sono immediatamente contaminato da tutti i germi culturali del mondo. Anche ammesso che si voglia difendere la nostra cultura (quale, poi?) avrebbe un senso qualsiasi chiudere le frontiere? Fra il II e il I millennio a.C. le polis greche si chiusero a difesa della loro identità. Risultato? Dimenticarono persino il dono della scrittura. Glielo restituirono i fenici quando le polis ripresero la sana abitudine di riaprirsi al commercio, di ogni tipo, con gli altri. La verità è che la paura di perdere la propria identità ce l’ha chi sa di averla fragile, di non averla proprio e di non volere nemmeno sapere quale sia.


Quali sono, a tuo parere, i meriti e i demeriti del movimento omosessuale? Che giudizio dài dell’intervento dell’onorevole Anna Paola Concia a CasaPound?

Un modo molto semplice ed infallibile per distinguere fra libertari e reazionari è osservare le loro richieste: chi vuole un ampliamento dei diritti è libertario. Chi, invece, tende a restringere i diritti a caste di privilegiati è reazionario. Io, in quanto fascista, sono un libertario. Il fascismo fu un eminente esempio di movimento politico a forte prevalenza (con qualche rarissima caduta di livello) libertaria: basta pensare a tutte le iniziative legislative realizzate su territorio intese ad allargare i diritti per il lavoro (le 40 ore settimanali, le ferie pagate, la previdenza sociale, l’antinfortunistica, etc…), per la sanità pubblica, per la casa popolare, etc… Ora, il movimento gay chiede per sé il riconoscimento di diritti già in uso per le coppie eterosessuali. Bene: non trovo un solo motivo, né etico, né spirituale, né sociale che mi impedisca di riconoscere eque e giuste le loro istanze. Del resto, su «Il Fondo», non ho fatto mancare una mia critica alla recente richiesta di estendere le aggravanti previste dalla legge Mancino per i reati commessi contro di loro. Sbagliano: inasprire le leggi di repressione (e quindi di segno reazionario) anche di opinione non servono ad altro che consolidare e diffondere la fobia del «diverso». Lo sappiamo bene noi fascisti degli anni ’70. L’ho detto anche all’on. Anna Paola Concia, che collabora a «Il Fondo», in quanto proponitrice della legge antiomofobia. Come giudico il suo intervento a CasaPound? Di un rilievo politico che va anche al di là, e in positivo, della specifica questione…


Che senso ha e che contributi può offrire il femminismo oggi?

Pierre Bourdieu, in uno dei suoi libri più noti e intensi, Il dominio maschile dimostra come la costruzione del maschile e del femminile non abbia nulla di naturale e che quanto consideriamo oggettivo, cioè il dominio di un sesso sull’altro, su altro non è fondato che su un principio culturale di subalternità indiscutibile, in quanto «la forza dell’ordine maschile si misura dal fatto che non deve giustificarsi». Come ogni ordine, può essere infranto ma per farlo non basta l’atto di volere del dominante che fa concessione al dominato di una generosa parità (tanto per fare un esempio: le famose «quote rosa» di rappresentanza politica). È necessario, invece, che il maschio rinunci a quel «non» (della citazione sopra riportata) convincendosi che la sua forza, invece, «deve» essere sempre e comunque giustificata dall’altra. Dove il «giustificarsi» ha un senso di giustizia condivisa. È, ovviamente, un percorso ben più difficile da compiere, ma qualcosa si muove. Stefano Ciccone nel suo recente libro Essere maschi, tra potere e libertà ci mette davanti alla questione più importante: «Un uomo può schierarsi per la parità tra i sessi nell’accesso al potere o al reddito, può battersi contro la violenza sulle donne o la mercificazione dei loro corpi, può affermare il loro diritto a decidere del proprio corpo e a determinare le proprie scelte riproduttive. Ma se ascolterà fino in fondo ciò che queste scelte portano dentro di sé, vedrà che non parlano soltanto delle donne, ma parlano di lui, del suo rapporto con il proprio corpo, con la sua identità di uomo…». Sottoscrivo…


Cambiamo scenario. Come giudichi esperienze come quelle di Castro a Cuba o di Chávez in Venezuela? Quale valore assumono all’interno della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo a stelle e strisce?

Sono un castrista da sempre. Ora, sono anche un chaveziano o bolivariano, se preferite. Ma non mi basta la loro dichiarata opposizione all’imperialismo americano, pure importante. Cuba (che ho visitato personalmente e di cui ho dato resoconto con un reportage sul mio vecchio blog) e Venezuela sono soprattutto degli esperimenti in corso d’opera di socialismo nazionale: quella terza via che io auspico fra capitalismo e comunismo. Intendiamoci: nessuna delle due è il fascismo italiano. Né possono esserlo, mutati come sono tempi e dinamiche politico-economiche. Pur tuttavia, come il primo peronismo argentino, rappresentano quanto di meglio un concetto di alternativa al liberismo possa offrire allo studio di chi quell’alternativa, oggi, va cercando.


Nella stessa ottica, come può essere inquadrata l’opera di Putin? L’intesa italo-russa avviata da Berlusconi può giovare all’Italia e aprire nuovi scenari di politica estera?

Non condivido gli entusiasmi di chi vede in Berlusconi un combattente per la sovranità italiana contro i perfidi Usa. Intendiamoci: tutto ciò che sottrae l’Italia all’egemonia Usa in campo politico, economico, culturale etc… è da me valutato con estremo favore. Quindi, tanto per stare alla cronaca recente, l’accordo Italia-Russia che prevede la creazione di un nuovo gasdotto alternativo a quello controllato dagli Usa, mi trova consenziente. Ciononostante, il segnale è ampiamente bilanciato, in negativo, dalla nostra sudditanza agli ordini militari oltreoceanici che ci impongono l’utilizzo dell’esercito, e il sacrificio dei nostri soldati, in quelle guerre, Iraq e Afghanistan, che sono quanto di più lontano dai nostri interessi. Avrei barattato volentieri la conferma della fornitura del gas attraverso la compagnia Nabucco, con il ritiro delle nostre truppe laggiù impropriamente appostate. Inoltre, ho delle perplessità in merito agli interessi pratici dell’accordo South Stream. Ricordo, ad esempio, che l’ex cancelliere della Germania, Gerhard Schröder, sottoscrisse ai tempi del suo cancellierato un accordo con Vladimir Putin per la costruzione di un gasdotto che, passando sotto il Mare del Nord, potesse arrivare a rifornire direttamente il territorio tedesco. Ebbene, sapete che posto è andato ad occupare l’ex cancelliere immediatamente all’indomani della sua sconfitta elettorale ad opera della Merkel? Quello della presidenza del consorzio costituito per la costruzione del gasdotto. Insomma, non mi stupirei troppo se dietro alle grandi insegne politiche ed ideali sventolate da Berlusconi nell’occasione, ci siano interessi – come dire? – un tantinello personali…


Che cosa pensi del processo di unificazione europea? Meglio un’unione “inquinata” da derive liberalcapitalistiche, oppure un rafforzamento delle sovranità nazionali?

Quale processo di unificazione? Il solo processo di unificazione realizzato in Europa è quello delle banche. E quello realizzabile, ammesso che si arrivi a realizzarlo, sarà fortemente viziato da questo processo preliminare. D’altronde, mi atterrisce chi predica il ritorno alle piccole patrie: padane, borboniche, sarde, etc… Come se l’annullamento degli attuali Stati nazionali fosse l’antidoto al male assoluto: il capitalismo finanziario. Il problema da porsi e da risolvere è sempre quello che vale, ad esempio, per il fenomeno dell’immigrazione: finché non asporteremo il tumore, ogni medicina sarà inutile… In primo luogo deve esserci la lotta al capitalismo… Poi, a seguire, in caso di vittoria ci mettiamo seduti ad un tavolino e ragioniamo sugli eventuali nuovi assetti geo-politici. È per questo che mi incazzo sempre quando vedo tanta energia militante disperdersi in battaglie di retroguardia…


Recentemente hai espresso apprezzamenti verso talune prese di posizione di Gianfranco Fini. Che idea ti sei fatto dei suoi ultimi orientamenti politici e culturali?

Non so a cosa sia dovuto il recente ri-orientamento di Fini verso posizioni che un tempo, quando ancora c’era il vecchio Msi e, poi, An, lo trovavano sempre dall’altra parte della mia barricata. Le cose che sostiene oggi Fini (il testamento biologico, la proposta di diritto di cittadinanza agli immigrati regolari, la denuncia e il rifiuto del provvedimento che avrebbe creato i «medici-spia» e i «presidi-spia» contro i clandestini, il richiamo alla laicità dello Stato, il favore da lui espresso al riconoscimento delle coppie di fatto, anche gay, etc…) mi trovano assolutamente d’accordo. Non dovevo prendere atto della sua mutazione politica e culturale perché si è dichiarato antifascista? E perché mai? Io fascista non l’ho mai considerato e credo che non ci si sia considerato mai neanche lui. E non capisco perché da antifascista (Fini) ad antifascista (Berlusconi) debba preferire il secondo al primo, come fa buona parte della destra terminale. In temi di battaglia per i diritti civili non ho dubbi: sto con Fini. Sapendo bene, magari, che domani me lo posso ritrovare a sventolare la più bieca bandiera della reazione. Ma domani è un altro giorno e si vedrà…


Esiste oggi un partito, un movimento, o una personalità che ritieni affine al tuo pensiero?

CasaPound.


«Il Fondo», la tua rivista settimanale online, sta esprimendo una linea di trasversalità e di dialogo, con contributi di scrittori e intellettuali di diversa connotazione politica. Che cosa ti aspetti da questa esperienza e quale messaggio intendi lanciare?

Mi interessa esplorare spazi di discussione inevasa. Lo sto facendo. Continuerò a farlo. Fate di quel che faccio l’uso che volete. Non vedrò la nuova alba. Il domani appartiene a VOI…



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mercoledì 20 gennaio 2010

Intervista a Francesco Mancinelli

L’AVGVSTO inizia oggi un ciclo di interviste a personalità con storie e percorsi diversi ma con un minimo comune denominatore: la Politica. Il primo contributo è quello di Francesco Mancinelli – che ringraziamo per la disponibilità –, cantautore e pensatore eretico, autore – tra le altre della celebre canzone Generazione ’78.




(F. MANCINELLI, Generazione ’78)


Domanda a bruciapelo: quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?


Domanda quanto mai complessa. Diciamo che accanto al pantheon tradizionale dei vari Nietzsche, Evola, Jünger, Guénon, nella mia formazione convivono stranamente elementi di neo-cripto-catarismo (alcuni li chiamerebbero anarchici o comunisti spirituali, ma solo per coloro che non hanno occhio nel capire), approfonditi ad esempio attraverso la poesia musicale di De André e Guccini, ma presenti anche in tutta la canzone d’autore degli anni ’70; pesco anche nella visione profonda ed essenziale di P. P. Pasolini. Il tutto viene poi condito dal riferimento assoluto ai temi della «Paganitas», soprattutto quella romano-italica, nonché alle tematiche esoteriche, uno degli amori di gioventù.

Poi, per chi semplicemente riesce a ricavare dagli sguardi e dall’intuizione «la propria via», il proprio destino, direi che Codreanu e «Che» Guevara rappresentano, nei loro sguardi essenziali, la sintesi perfetta del mio background politico e culturale. Comunque, andando a scavare c’è dentro veramente di tutto, ed è quasi impossibile anche per me farne una organica sintesi. Anzi direi che sono in-organico per definizione.


Risorgimento italiano. Ultimamente ferve il dibattito su questa pagina controversa della nostra storia. Tu hai parlato spesso di «Risorgimento tradito», potresti approfondire il concetto?


Di Risorgimento tradito ne parla ampiamente uno dei massimi cronisti della Storia Risorgimentale (protagonista oltreché cronista): Giuseppe Cesare Abba. Uno che capì molto prima di molti altri (prima dello stesso Gramsci e anche di Carlo Alianello) il binario morto su cui si era avviato il nostro moto di liberazione. Si stava codificando dal 1849, dopo la fine della Repubblica Romana, il teorema velenoso del trasformismo delle nuove classi dirigenti, per mancanza e volontà di strappi tragici ed irreversibili all’interno del tessuto sociale e culturale della nazione nascente.

Serviva un sacrificio iniziale di purificazione, alla Romolo e Remo per capirci, la famosa guerra civile di liberazione anziché le false guerre Internazionali teleguidate da potenze straniere (tre guerre d’Indipendenza che non hanno costruito niente in termini di coscienza civile e nazionale). Ma purtroppo tra noi italioti, estranei perfino alla rivoluzione protestante, i Giacobini non sono mai stati veri Giacobini, ed i legittimisti del vecchio ordine (a parte le frange eroiche dell’ultimo Brigantaggio borbonico post-unitario) erano già imborghesiti e pronti per un salto di ricollocamento nella nuova gestione post-unitaria, ed in chiave moderata-liberale. Potremmo dire che i due laboratori controrivoluzionari per eccellenza (Vaticano e Savoia piemontesi) hanno ucciso lo spirito «Pagano-Insurrezionalista» di Pisacane e di Mazzini, dei fratelli Bandiera, ed infine ridimensionato ed esiliato il mancato console-dittatore Giuseppe Garibaldi; hanno festeggiato insomma la solita normalizzazione oligarchica: da un lato sul corpo dei nostri martiri e dei patrioti caduti, considerati come feccia eversiva, e dall’altro sul genocidio ed il massacro premeditato del Sud Italia.

Se si vuole capire come si arriva a Caporetto, a Badoglio, e poi Fini o Alemanno in Sinagoga, bisogna partire da Cavour, dal Piemonte e dalle sue lobby illuminate, e/o dal potere millenario e conformista del Vaticano. Neanche il Fascismo riuscì a sradicare la controrivoluzione dei gattopardi trasformisti, degli ordini autocratici antinazionali (gesuiti e massoni in testa), il cancro atavico delle nostre classi dirigenti riconvertite all’apparato e alla decadenza.


Può il Fascismo essere considerato il completamento del Risorgimento?


Un altro tentativo (mancato) del completamento risorgimentale? Sicuramente sì. Un tentativo evocato soprattutto con l’intuizione della prima guerra mondiale come Evento Rivoluzionario che doveva finalmente modificare antropologicamente il soldato politico italiano, trasformandolo in una macchina da guerra contro la borghesia; con il Sindacalismo Nazionale che voleva espropriare l’apparato statale e produttivo dai suoi aguzzini-parassiti, con San Sepolcro ed il suo programma di sfida ai vecchi ordini, con Fiume e la Sua gioventù pronta a tutto.

Ma già il 1922 segna a mio avviso un arretramento di posizione (anche sul piano iniziatico e culturale). Forse si doveva cavalcare la Via Immanente ed intransigente dell’Imperialismo Pagano.

Invece si è finiti nella tappa consociativa (catto-nazionale), considerata da molti necessaria, e connivente con i «vecchi ordini» dell’antinazione, tappa che il fascismo ha pagato a caro prezzo per tutto il corso del regime, e con due “cambiali” scadute: una il 25 luglio e l’altra l’8 di settembre.

Bisogna attendere la RSI per recuperare lo spirito della Repubblica Romana e di Carlo Pisacane.

Questo non ha impedito tuttavia al Fascismo di proporsi come Rivoluzione Immanente dentro lo Stato, grazie alla grande figura di Mussolini (altro console-dittatore mancato a mio avviso!), di Gentile, di Rocco. Tuttavia se vogliamo ri-percorrere a ritroso le radici della «Tentazione Sinistra» (come la chiamo io!) bisogna capire come il mancato Risorgimento e l’incompiutezza del Fascismo siano da sempre concetti interconnessi.


Caso Matteotti. In una recente conferenza a CasaPound avevi accennato al suo delitto come ad un tentativo di intralciare l’avvicinamento di Mussolini ai socialisti. Potresti approfondire il tuo pensiero in proposito?


Esistono ormai illustri studiosi ed opere che hanno teorizzato il delitto Matteotti come vera e propria congiura internazionale contro Mussolini, una strategia della tensione ante litteram per capirci. Tra coloro i quali hanno sempre sospettato sul “fattaccio” c’è stato Nicola Bombacci, che ebbe il compito durante la RSI di capire chi erano i mandanti, che erano per l’appunto da ricercare tra i luogotenenti dei potentati internazionali, insomma dentro la «destra» infiltrata nel Fascismo. D’altra parte sia l’internazionalismo comunista che le «destre» temevano da sempre la convergenza tra socialismo storico e fascismo, sia sul tema sociale che sulla prospettiva politica. Entrambi sarebbero rimasti spiazzati da un nuovo ordine «Et Et» per capirci. Ogni volta che si determinano strane ed eretiche convergenze in Italia, scatta sempre qualcosa che non permette all’eresia di attecchire.


Destra e sinistra nel Fascismo. Quale è stato il rapporto tra queste due «anime» durante il Ventennio? Quale il loro lascito?


Per quanto mi riguarda la «destra» ha infiltrato pesantemente il fascismo (e/o la sinistra nazionale) e gli ha tramato contro, lo ha depistato. E questo nonostante che lo stesso Regime avesse in Sé sani anticorpi (tra cui lo stesso Mussolini) per sradicare lentamente ed in maniera indolore la mala pianta. La guerra ha impedito che il lavoro fosse ultimato, soprattutto con l’avvento della «seconda generazione», quella già fascistizzata ed immune dai valori e pruriti controrivoluzionari.
Ma i vecchi ordini, le lobby e l’apparato autoreferenziale ed auto-conservativo l’ha fatta franca ancora una volta, non solo depistando il Fascismo, ma – peggio ancora – gettando le premesse anche per la «deviazione del neofascismo a destra alla fine della guerra»; un neofascismo preso in ostaggio per conto del nemico, un ostaggio che non siamo più riusciti a liberare.


Una certa vulgata recita che «Mussolini ha fatto bene all’Italia fino all’alleanza con Hitler». Quanto c’è di vero in questa affermazione?


Queste sono le solite vulgate della «destra liberale e moderata», che avrebbero voluto un fascismo alleato e complice delle potenze occidentali, vere responsabili della guerra. O peggio ancora il fascismo come variabile dell’ideologia liberale, un interregno necessario in funzione semplicemente anticomunista. Io rispondo in maniera provocatoria che forse Mussolini si doveva dedicare proprio alla «pulizia interna», piuttosto che alla guerra internazionale di liberazione; ma la guerra con le potenze del mare e con le «democrazie plutocratiche» era inevitabile. È sempre inevitabile da parte di tutti. Forse il vero errore l’ha compiuto Hitler: evocare-anticipare lo scontro con Stalin senza prima aver “regolato” definitivamente l’Inghilterra.


’68. Se non ci fosse stato l’intervento reazionario del MSI, sarebbe stata veramente possibile una contestazione giovanile trasversale?


Non so se sarebbe stata possibile. Sarebbe stata tuttavia auspicabile. Ma è ovvio che maggioranze silenziose e picchiatori al soldo del Viminale funzionano sempre bene (a destra e a sinistra), e per disinnescare (ancora una volta) una pericolosa ed eretica opportunità di convergenza. Sicuramente sarebbe stato tutto meno conflittuale all’interno degli anni ’70 e la strategia della tensione avrebbe dovuto intraprendere altre piste per stabilizzare la politica, o meglio per de-stabilizzare la società civile con una guerra civile strisciante e sporca.


Quanto c’è di simile tra il movimento del ’68 e la manifestazione anti-Gelmini prima degli scontri di Piazza Navona?


Direi che il ruolo e la furbizia delle «guardie» è stato lo stesso che nel marzo del 1968. Direi anche che, ancora una volta, scocciava a certa «destra iper-istituzionalizzata e codina» che i ragazzi del Blocco Studentesco marciassero alla testa della manifestazione anti-Gelmini a fianco dei coetanei della sinistra radicale. Insomma da destra e da sinistra hanno mosso le loro pedine di provocazione come sempre. Il clima antisessantotto delle frange pidielline, alimentato da pericolosi articoli sui giornali e dai convegni antisessantotto da un lato, e le provocazioni innescate dai Rash e dai nonni pensionati di Rifondazione Comunista dall’altro, nonni che non potevano permettere ai Fascisti del Terzo Millennio di gestire la piazza. Grazie al solito comportamento ambiguo e direi “stabilizzante” delle forze dell’ordine si è permesso lo «scontro» davanti alle telecamere. Le guardie si sono de-filate all’ultimo momento per favorire l’impatto.
Tutti contenti, a destra e a sinistra, che si fosse tornati alle vecchie contrapposizioni, alle bastonate e alla teoria degli opposti estremismi, prassi che ha dato da mangiare sempre a molti.


Anni di piombo. Quali i miti da sfatare, le logiche ed i protagonisti occulti di quel periodo?


Il primo mito da sfatare è che ci fosse in atto uno scontro tra Est ed Ovest. Lo scontro vero, dai primi degli anni ’60, è stato tra la componente trotskista-internazionalista, progressista e neo-capitalista del sistema occidentale (falsamente considerata come sovietico-comunista) e la Sua controparte atlantico-reazionaria, cioè un regolamento di conti tutto interno all’Occidente ed ai suoi potentati politici ed economici, i suoi Think Tank. L’altra variabile era lo scontro che si stava innescando tra Nord e Sud, con in più la variabile impazzita della bomba medio-orientale, innescata soprattutto in Europa dalle varie intelligence.

Il neofascismo, preso in ostaggio a destra dal ’46 proprio dalla componente reazionario-atlantica (anticomunista), è stato per 45 anni terreno di scontro tra coloro i quali volevano tenere bloccato lo strumento in funzione semplicemente anticomunista, per conto degli alleati atlantici e della DC, e coloro i quali hanno cercato invece di «liberare lo strumento», con un assalto disperato al cielo, per ridargli la sua valenza originaria antisistemica.

La stessa Destra Radicale ad es., che si era distaccata in modo critico dal neofascismo parlamentare sul piano dell’analisi, nel 1965 subì però un’infiltrazione pesantissima ad opera dei servizi degli apparati atlantici con il famoso convegno all’Istituto Pollio e le tentazioni golpiste di fine anni ’70. Il giocattolo si ruppe, proprio a metà degli anni ’70, dopo la crisi del Kippur e con il decollo della Trilateral. Là si scoprirono i giochi ed iniziarono gli anni di piombo con tutte le dinamiche correlate: quelle di accelerazione o di provocazione (strategia della tensione e lotta armata), quelle di compensazione (i Think Tank europei trotskisti e neocapitalisti che infiltrano i gruppi dell’estrema sinistra anche in funzione antisovietica oltreché antiatlantica) e quelle plebee di ricomposizione (la stagione del compromesso storico e della concertazione tra padronato e sindacalismo deviato). In tutto questo c’è una sana rottura di linguaggio, di immaginari e di progetto politico nel nostro ambiente, avvenuto intorno a metà degli anni ’70. Noi siamo i figli di nessuno, partoriti da questo «strappo» antropologico, politico e culturale.


Nella tua celebre canzone Generazione ’78 hai descritto, rivivendole, le passioni e le tragedie comuni a tanti ragazzi del tempo. Quali erano – per come le hai vissute – le ambizioni e i sogni di quei giovani, stanchi del conservatorismo del MSI e decisi a «fare la rivoluzione»?


Già in altri interventi ho messo in evidenza come allora la Nuova Destra, i Campi Hobbit, il movimentismo (TP-Costruiamo l’azione) e la stessa lotta armata dei Nar, non nascono «a destra» ma, come hanno messo ben in evidenza Andrea Colombo e Ugo Maria Tassinari, come rottura irreversibile e contro la stessa destra istituzionale e di apparato. C’è stata una rivolta generazionale complessiva, di chi si è voluto scontrare con la gerontocrazia e l’immobilismo della destra nazionale. E soprattutto contro coloro che già da allora plaudevano alla completa de-fascistizzazione di pensiero ed azione, per ghettizzare il nostro mondo nell’anticomunismo di servizio.


Quanto c’è di vivo e vivace oggi di quel messaggio, di quella visione del mondo che nacque nel Risorgimento, confluì nel Fascismo e che ora è dispersa in mille rivoli?


Bhè una indicazione l’avete data proprio Voi di Augusto Movimento che avete lanciato un immaginario notevole e affascinante, sostenendo che non solo non si è concluso il ’900, ma che in Italia siamo in una sorta di sottociclo pre-risorgimentale, in cui la Nazione è di nuovo presa in ostaggio da vecchi e nuovi ordini molto simili a quelli che scaturirono dal Congresso di Vienna. Ricollocare agli inizi del terzo millennio un «immaginario filo-risorgimentale», imporlo nella comunicazione, significa recuperare l’essenza più originale ed atemporale del concetto di LIBERAZIONE NAZIONALE, mai seriamente compiuta, a cui dovrebbero partecipare le élite più nobili del pensiero anticonformista, quelle più avanzate e mobilitate da sempre esistenzialmente su certi temi. Come allora, c’è bisogno più che mai di una RIVOLUZIONE DA DENTRO su tre vettori: la rifondazione del linguaggio, la proposizione-occupazione degli immaginari di riferimento, un cambio vertiginoso e definitivo della collocazione politica (oltre, fuori e contro la destra).


Che cosa rappresenta e, in prospettiva, può rappresentare una realtà come Casa Pound?


Casa Pound è un progetto avanzato e vincente di «Avanguardia», che si sta sviluppando su tutto il territorio nazionale, l’esperienza concreta che ha strappato finalmente “pezzi di sinistra” alla sinistra, soprattutto nella comunicazione, nel metodo, nel radicamento sociale; è la tentazione di spiazzare il conformismo dei blocchi, e di non farsi ghettizzare nel minimalismo nazional-populista tra le varie destre più o meno radicali; EstremoCentroAlto è un’immagine assolutamente vincente per lo scenario di confronto dentro la post-modernità, soprattutto per lo scenario di scontro sul fronte metropolitano.

D’altra parte ho visto nascere questa “creatura” dal basso, dai primi vagiti del Cutty Sark nel 1997, nelle provocazioni di panico mediatico del gruppo Fahrenheit 451 (a proposito di occupazione degli immaginari!) agli ZetaZeroAlfa, che sono diventati con la loro musica underground l’elemento trainante del progetto umano, alle occupazioni non conformi e alle battaglie sul Mutuo Sociale e sulla proprietà della casa, fino alla Giovinezza dirompente e futur-ardita del Blocco Studentesco. Il solito vero limite di sempre (quello del romano-centrismo) lo si sta superando con il radicamento nelle altre realtà territoriali e regionali. D’altra parte bisogna alimentare e far crescere a tutti i livelli il network della Resistenza, della nostra Resistenza, questa volta una Resistenza vera, al «nulla» che inesorabilmente avanza.


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giovedì 14 gennaio 2010

Ernst Jünger: L’Anarca

Nel pensiero di Ernst Jünger, a partire dagli anni ’60, la concezione del Ribelle si evolve man mano, confluendo in quella dell’Anarca, ovvero da una concezione etica di resistenza attiva e anti-sociale, si passa a una concezione etica più ampia di resistenza passiva e a-sociale. Infatti, l’epoca storica si avviava ad essere destinata non più alla mobilitazione totale, ma alla ripetizione di periodi cesaristici e diadochici ormai privi di storia, già prefigurati nel cesarismo spengleriano, e del tutto calzanti ai nostri tempi. In quest’ottica, si rovescia perciò anche il modello proposto: da un uomo che è bandito dalla società, a un uomo che ha bandito la società da se stesso.

Al di là dell’evoluzione di pensiero determinata dal cambiamento della situazione storica, con l’avanzata dilagante del nichilismo (crisi nucleari, conflitti di decolonizzazione, Contestazione) non bisogna neanche trascurare l’ampliamento delle conoscenze di Jünger, dovuta per esempio allo studio delle religioni e delle tradizioni orientali proprio al periodo di collaborazione con Mircea Eliade alla rivista «Antaios», da loro due fondata, il che suggerisce e spiega gli spunti di connessione dell’Anarca con certe dottrine orientali, come il Tao.

L’opera fondamentale sull’Anarca, in cui questa figura è rappresentata e teorizzata, è il romanzo criptostorico Eumeswil (1972), il libro conclusivo di una trilogia narrativo-simbolica che si snoda da Auf den Marmorklippen ad Heliopolis, descrivendo le tre diverse fasi dell’affermazione della modernità, ovvero dal rovesciamento dell’ordine tradizionale alle lotte interne per il potere, fino allo stabilirsi di un nuovo ordine totalitario tirannico-demagogico.

Nella città-stato postmoderna di Eumeswil, contesa tra l’alternarsi di oligarchie tribunizie e dittature personali, vive e si racconta Martin Venator, assistente e studioso di storia all’università e al contempo steward privato del Condor, il tiranno che domina la città. Questa vicinanza al potere è vissuta in modo esterno come un’occasione preziosa di apprenderne i meccanismi, in funzione della sua attività di storico, e tuttavia comporta tutta una serie di pericoli che il protagonista prende in considerazione. Dalla sua figura e dai suoi pensieri, emerge quindi il ritratto dell’Anarca jüngeriano. L’intreccio è in realtà limitato a un lungo monologo del protagonista che descrive estesamente la situazione e i suoi pensieri, fino a giungere all’improvviso finale.

Jünger constata come in ogni uomo vi sia al fondo un principio anarchico e libertario, in modo simile all’Unico di Stirner, da cui l’Anarca si distacca però in quanto cosciente della sua libertà. Egli è totalmente indipendente, sia sul piano politico, sia su quello intellettuale e spirituale. Il suo approccio è quello spensierato e ludico del fanciullo nietzscheano, per cui il dovere è affrontato come una vacanza, e il riposo come una veglia, rimanendo continuamente presente a se stesso. Così, egli potrà sempre mantenersi libero dagli impegni della società. Questo non significa però ch’egli non può parteciparvi, anche emotivamente, ma semplicemente che manterrà sempre la sua libertà di giudizio e d’azione e una riserva di fondo, che gli consenta di declinare il proprio impegno, qualora questo non gli sia più accettabile moralmente.

La morale dell’Anarca non è un codice rigido, né un legame esterno, ma è strettamente autonoma e non codificata. L’unica autorità ch’egli riconosce è se stesso, oltre al diritto di ciascun altro individuo a porsi come Anarca. Per mantenersi puro rispetto a influenze esteriori, è sempre opportuno dunque un certo distacco, e una visione della realtà obiettiva, come quella di uno storico. Lo studio della Storia diventa istruttiva perché permette di storicizzare ogni attualità e considerarla in maniera neutra, così come rivela le regole e i meccanismi della politica e delle leggi.

Infatti, come sottolinea in più passi Jünger, l’Anarca è ben differente dall’anarchico: quest’ultimo è impegnato politicamente e socialmente, e pur disprezzando le norme della società, egli riconosce l’autorità, dal momento che vi lotta contro; di fatto, l’anarchico è bloccato dai pregiudizi e dai valori cui aderisce. Ben diversamente, l’Anarca mantiene una serena adesione e una costante vigilanza, tali da poter partecipare liberamente alla società, ma senza legami o costrizioni di sorta.

Il suo rapporto con l’autorità non è conflittuale, dal momento che egli stesso esercita autorità su se stesso. La sua libertà interiore è la stessa di un Cesare sopra i propri domini. Sa di avere ogni diritto, compreso quello di uccidere se stesso. Grazie all’analisi storica ha imparato come governare se stesso e come sono governati gli uomini. Così, egli accetta la società, ben sapendo che la sua libertà non dipende dalle libertà materiali.

In conclusione, si può osservare che l’Anarca, rispetto al Ribelle, non costituisce un cedimento o una ritirata. È sbagliata infatti la contrapposizione tra uno Jünger giovane e ribelle e uno Jünger invecchiato e imborghesito proposta da Evola, il cui Cavalcare la Tigre molto ha in comune con lo Jünger postbellico. Al contrario, il passaggio al bosco è solo una delle possibilità dell’Anarca, il quale prende le mosse dal Ribelle, ma – con una maggior coscienza del totalitarismo odierno e un declinare dell’ottimismo da parte dell’autore – questo nuovo tipo umano sviluppa queste problematiche a un livello più profondo e più elevato, dal momento che ha raggiunto un’ancor più piena libertà interiore.

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