mercoledì 29 settembre 2010

DIARIO DI UNO SQUADRISTA TOSCANO – Intervista ad Adriano Scianca


È appena uscita una ristampa del memorabile Diario di uno squadrista toscano di Mario Piazzesi. Un resoconto nato come documento privato, non destinato alla distribuzione di massa. Per questo motivo, l’opera rappresenta più di ogni altra una garanzia di genuinità di fronte a quel fenomeno straordinario che fu lo squadrismo. Un contributo fondamentale che implementa la trattazione saggistica, la quale per sua natura, spesso, sottrae alla storia la sua caratteristica fondamentale: l’essere stata fatta dagli uomini

E uomini sono gli squadristi che in quegli anni insanguinati e terribili (eppure così fecondi per il futuro dell’Italia e dell’Europa) seppero rappresentare la linfa vitale di una nazione in rinnovamento, uscita da una prova suprema alla quale la migliore gioventù italiana aveva donato tutta sé stessa, e che adesso reclamava il diritto a segnare il destino del Paese.
Uomini, dicevamo, ma animati da una straordinaria forza mistica, capace di trasformare la massa in popolo, il gruppo in squadra. Soldati politici di uno spessore ben più profondo di quello che la storiografia scolastica descrive, quando attribuisce loro il riduttivo ruolo di «bassa manovalanza» del «fascismo politico».

Abbiamo intervistato Adriano Scianca, Responsabile Cultura di CasaPound Italia e autore della consistente prefazione al libro.

Perché ristampare Diario di uno Squadrista Toscano?
 
Semplice: il Diario era stato pubblicato per la prima e unica volta molti anni fa, da una casa editrice «ufficiale» ma di nicchia. Negli ultimi anni era praticamente introvabile e le poche copie che ancora circolavano erano generalmente malridotte a causa della pessima rilegatura della vecchia edizione. Ripubblicarlo, quindi, è stato innanzitutto un gesto doveroso dal punto di vista culturale: è stato rimesso in circolazione un documento di inestimabile valore per la conoscenza di prima mano del fascismo (e non foss’altro che per questo bisognerebbe dire mille volte grazie alla Seb). Ma questa nuova edizione ha anche un valore politico. Significa indicare il nord, mostrare l’esempio in tutta la sua sfolgorante potenza. Noi non ci esauriamo in noi stessi, non facciamo politica per onanismo, non passiamo il tempo a specchiarci. Noi abbiamo degli archetipi, sappiamo che c’è qualcosa di più grande, qualcosa di normativo. Il Diario ci aiuta a ricordarcene.

Piazzesi descrive una Firenze nel caos, nella quale morti e feriti sono allordine del giorno. Secondo gli standard del pensiero omologato questa sarebbe la prova dellintrinseca malvagità dei cosiddetti «etremismi». Come rispondere?

La parola «estremismo» non l’ho mai capita, è uno di quei termini vuoti, buoni solo per la polemica spicciola. Giolitti – tanto per fare il nome dell’esponente più noto dell’italietta liberale e pre-fascista – non era forse estremamente vile, corrotto, incapace? Anche questo è un estremismo, in fondo...

Pensi che esistano differenze sostanziali fra il diario di Piazzesi e le innumerevoli «memorie» prodotte dallantifascismo antemarcia e post-8 Settembre nel corso di questi anni?

Ogni libro di memorie dice qualcosa. L’imbecillità dell’estensore, al limite. Il pregio del Diario di Piazzesi è di saper catturare la temperie di un’epoca come in un affresco generazionale, pregio che lo stesso De Felice riconobbe. Il fatto di essere stato scritto per uso privato ha pesato in senso positivo. Le memorie antifasciste, essendo stato l’antifascismo vincitore, sono troppo spesso poco più che curriculum gonfiati da chi voleva far carriera sulle macerie di una guerra civile. Gonfiandoli bene si può anche diventare un Giorgio Bocca, per dire...

Domanda senza retorica, come piace a noi: erano violenti questi squadristi?

Risposta senza retorica: sì. Erano violenti in un’epoca in cui la violenza era moneta corrente. Da parte di tutte le parti in causa. Al riguardo basti ricordare le parole degli storici (antifascisti) che ho citato nella prefazione. Per Emilio Gentile, ad esempio, il «biennio rosso» fu costituito da «un’ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del paese, condotti in gran parte dal partito socialista massimalista all’insegna di una imminente rivoluzione per instaurare anche in Italia, con la violenza, la dittatura del proletariato, come annunciava il nuovo statuto che il Partito socialista aveva adottato nel 1919». Oppure leggiamo Mimmo Franzinelli: «Il fenomeno squadrista è più complesso e sfaccettato di quanto non lo si sia rappresentato. E porta con sé alcuni miti da sfatare. Non è vero che a sinistra ci fossero solo vittime inermi, come pure non risponde a realtà che la violenza fosse patrimonio di una parte sola: i “sovversivi” si difesero e agirono con puntuali offensive, per quanto armi, tecniche e condizioni lo consentissero. È infondato sostenere che i fascisti aggredissero a freddo e muovessero all’attacco in dieci contro uno: diversi di loro morirono per i colpi di franchi tiratori».

Tra i legionari di Fiume, gli squadristi del 19 e le Brigate Nere del 43 cè, secondo me, un filo conduttore poetico e romantico; concordi?

Più che «poetico e romantico» direi politico ed esistenziale. È quel misto di goliardia, intransigenza, mistica, volontà, coraggio e gioia di vivere. È il demone della giovinezza. È la bellezza sovrumana del fascismo universale.

Leggendo il libro si può notare quanta importanza dava Piazzesi alla sua squadra, è chiaro il rapporto di stretto legame tra i camerati di una stessa squadra: pensi sia stato un fattore determinante per la rivoluzione? Pensi che questo sentimento di forte comunitarismo sia poi stato trasmesso a tutta lItalia Fascista?

Certo, il cameratismo, la fratellanza, costituiscono l’ossatura dello squadrismo. Ernst Von Salomon diceva che «il cameratismo si regge su di un vincolo di servizio, un patto in funzione di un terzo elemento: una persona straordinaria, un’idea, un compito eccezionale – forse, nell’ipotesi più attenuata, un comune universo di simboli». È per questo che «camerata» è più che «amico». Ovviamente questo tipo di legame è in sé tipico delle avanguardie, magari vastissime, ma pur sempre avanguardie. È tuttavia certamente vero che il senso del fascismo fosse quello di fare della nazione intera una «comunità organica di destino».
  
Nella prefazione sostieni che lo squadrismo avesse un marcato risvolto spirituale; spiegaci cosa intendi.

Il senso iniziatico dell’ingresso nella squadra, il culto dei morti, la sacralità del gagliardetto, il rito del «Presente!», lo spirito di sacrificio, la possibilità sempre incombente della morte fanno dello squadrismo il primo momento di quella che in seguito sarà chiamata «mistica fascista». Questa consapevolezza era molto marcata già negli squadristi stessi. Pensa a Piazzesi quando di tanto in tanto torna nella buona società fiorentina da cui proveniva: trova un mondo di morti. Lui ormai è un iniziato, non può più trovare posto tra «gli altri». Pensa anche a quel che dico nell’introduzione circa i soprannomi: è assai verosimile che l’uso di affibbiare nomignoli ai nuovi arrivati non fosse solo un gioco goliardico ma avesse anche il senso di una sorta di rinascita, di assunzione di una identità superiore e più consapevole. Questa usanza di inventarsi soprannomi, peraltro, mi ricorda qualcosa...
  
Nel diario Piazzesi critica, in modo neanche troppo velato la dirigenza del Fascismo, i «rammoliti di Milano»; nel 43 si dichiara pronto a dare la vita per Mussolini e per il Fascismo. Alla fine dei conti, loperato dei rammoliti di Milano soddisfece anche un intransigente fiorentino?

Piazzesi era un giovane uomo d’azione, Mussolini era un uomo d’azione ma anche un politico di razza, con tutto quel che ne consegue in termini di pragmatismo e intelligenza tattica. Che in alcuni momenti ci potessero essere delle divergenze è naturale. Ma alla fine contano i fatti. È grazie a Mussolini che la lotta di Piazzesi acquisisce un senso. Cosa che l’ex squadrista fiorentino capirà perfettamente, dimostrando la sua consapevolezza politica. E anche dopo la sua messa da parte, in cui ebbe un ruolo Pavolini, Piazzesi perse gli incarichi ma non la fede, tanto da farsi trovare pronto a tornare in gioco nella Rsi, dove di certo non fu un problema per lui trovarsi al fianco del gerarca con cui aveva avuto dei problemi in passato. Mi sembra una lezione da tener presente, soprattutto da parte di chi oggi subordina la fede all’ego. Ce ne sono molti in giro di tipi così, purtroppo...

Cosa cè dello squadrismo anni 20 in CasaPound Italia?

Il contesto è radicalmente mutato e certo i metodi necessari allora, durante la guerra civile, non possono essere riproposti oggi, questo sia detto con la massima chiarezza. Resta, tuttavia, uno stile che va al di là delle contingenze e che permane identico in guerra come in pace. La goliardia e la mistica, la filosofia del «me ne frego», il sacrificio con il sorriso sulle labbra, la volontà di «donare questa vita come getteresti un fiore», il gusto della beffa e della sfida, il senso della comunità: tutto questo sicuramente ci appartiene. Ma il senso di questo rapporto va chiarito: non basta individuare il proprio modello storico per essere uguale a quest’ultimo e appuntarsi di conseguenza medaglie di pongo sul petto. Al contrario: ci si sceglie un esempio per autosuperarsi nello sforzo di raggiungerlo, per trascendere se stessi, per migliorarsi. Per mantenere, infine, l’umiltà. Quando guardo ai politici che vengono dal neofascismo mi accorgo che i pochissimi che mantengono riferimenti «militanti» hanno comunque in mente solo la loro esperienza, nel loro gruppo, nella loro città, nel loro tempo. Gente per cui l’alfa e l’omega del fascismo è il Fronte della gioventù (sia detto con il rispetto del caso, ovviamente). E questi sono i migliori, dato che gli altri hanno scelto il carrierismo fine a se stesso. Ecco, in un ambiente così CasaPound è rivoluzionaria perché non cessa di meditare sull’Origine, non cessa di succhiarne linfa vitale e ispirazione. Noi siamo i figli di qualcosa di più grande, noi siamo fedeli a qualcosa che viene prima di noi, è sopra di noi e andrà oltre noi. Questo ci aiuta a guardare al mondo e a noi stessi con le dovute proporzioni.

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mercoledì 15 settembre 2010

Un Blocco all’assalto del futuro


di FRANCESCO POLACCHI & AVGVSTO


L’annata 2009-2010 ha registrato risultati assai positivi per il Blocco Studentesco, alcuni dei quali addirittura storici. Non potrebbero essere altrimenti considerati il raggiungimento – inedito nella storia repubblicana – dello status di primo movimento studentesco a Roma e l’elezione di un senatore all’università romana di Tor Vergata (con tanto di esclusione dei collettivi antifascisti), a cui si devono aggiungere la presidenza della Consulta provinciale degli studenti a Fermo, Ascoli, Latina, Aosta e l’entrata di un nostro candidato nel CdF di Lettere e Filosofia a Roma Tre, antico baluardo della sinistra antagonista che, da parte sua, ha subìto un drastico e – per lei – catastrofico ridimensionamento. Un altro dato sorprendente, del tutto imprevisto e che fa ben sperare in prospettiva, è stato raccolto a «La Sapienza», con i 314 voti «politici» ottenuti per l’elezione del CNSU nel più grande ateneo italiano, senza una benché minima propaganda elettorale. 

Altro e non meno importante motivo di soddisfazione è rappresentato dalla forte crescita dei nuclei non-romani di tutta Italia, tra cui è da segnalarsi l’ottimo exploit conseguito nell’ateneo palermitano, con ben sette candidati del Blocco eletti in diverse facoltà. Risultati, questi, tanto più preziosi in quanto chiaro sentore del superamento dell’atavico tarlo del romano-centrismo e in quanto conseguente radicamento del movimento su scala nazionale.

Al di là tuttavia dei meri dati numerici, ciò che più ha positivamente colpito è stata l’assenza di ottuse pregiudiziali riscontrata in molti studenti liceali e universitari: sintomo inequivocabile del progressivo abbandono, da parte dei giovani, di sterili contrapposizioni ideologiche e di una auspicabile ripresa di un sano spirito «corporativo» studentesco. Interloquendo con numerosi studenti, sono infatti emersi apprezzabili attestati di stima nei confronti del Blocco Studentesco e della sua politica «sindacale», piattaforma di partenza per un futuro allargamento di consensi trasversali e antipregiudiziali.

A fronte di questi incoraggianti risultati, sarebbe però un fatale errore lasciarsi assalire da un ingiustificato senso di appagamento, e appare più che necessario rammentare che la vera battaglia deve ancora cominciare: più la forza di un movimento aumenta, infatti, e più conseguentemente aumentano le sue responsabilità. Responsabilità che non possono essere assolutamente eluse o sottovalutate, giacché è precisamente dalla capacità di tener fede ai propri proponimenti e al proprio spirito di trincea che verrà deciso il destino del Blocco Studentesco.

Prescindendo però dai prosaici traguardi elettorali, è ben altro ciò che ci interessa: perché il Blocco cresce? Per la profferta di prospettive carrieristiche agli aspiranti militanti? Per l’offerta di facili benefici ai potenziali elettori di scuole e università? Ovviamente no: non è certo questo il modus operandi del Blocco, e lasciamo ben volentieri queste squallide «imprese» alle altre associazioni studentesche, infarcite di saltimbanchi della politica e di commissari di partito.

Detto ciò, è necessario ricercare altrove i motivi dell’affermazione del movimento, e innanzitutto nel contesto storico in cui esso è nato e agisce.
Il primo decennio del Terzo millennio, infatti, ha assistito a una netta accelerazione di quel processo di destrutturazione delle categorie della «vecchia» politica (già avviato negli anni ’90 a seguito del decesso dell’Unione Sovietica), proiettando le masse nella cosiddetta «èra post-ideologica». Tralasciando una più dettagliata disamina di questo complesso fenomeno, possiamo però rilevarne alcuni più vistosi effetti, ossia l’affermarsi di sentimenti diffusi di «antipolitica», uno scetticismo sterile e parolaio verso le istituzioni, un rumoroso quanto inconcludente qualunquismo alla Beppe Grillo.
Nonostante le élites globaliste si affannino a porre il concetto di «democrazia» in termini di larga partecipazione del cittadino alla gestione della cosa pubblica, assistiamo al contrario a una sempre più profonda rottura e disaffezione delle masse nei confronti della politica. E il problema di fondo, forse, nasce dal fatto che, affossando le ideologie, si sono uccise anche le idee.

È proprio in un contesto siffatto che si inserisce l’azione del Blocco Studentesco, che intende riportare la politica verso il popolo e, soprattutto, riguadagnare il popolo alla politica, conscio del fatto che, senza popolo, non esiste partecipazione, e, senza partecipazione, non può esistere una «comunità di destino».

Di qui la natura movimentistica dinamica e duttile del Blocco (e di CasaPound), ben lontana dalla rigidità della struttura/partito. Una natura movimentistica che non è però antipartitica, bensì aperta e costruttiva, partecipativa e «trans-partitica», e che si pone quindi come «terza via» tra il trasformismo «istituzionale» e l’adolescenziale e onanistico extraparlamentarismo o antagonismo auto-ghettizzante. Un movimento, dunque, totalmente sganciato dalle imposizioni di padroni e padrini, che privilegia l’azione concreta «sindacale» e trasversale, non egoista ed egocentrica, e che ha come unico obiettivo il bene comune degli studenti (in particolare) e della Nazione (più in generale).

Ovviamente, al fine di rendere praticabile questo progetto, risulta indispensabile un programma pragmatico e rivoluzionario, capace di sorpassare sia le ricette oligarchiche delle istituzioni sia il nulla strepitante dell’antipolitica istrionica e velleitaria. Ma, assieme e alla base dei programmi (vedi qui: 1, 2, 3 e 4), deve esistere un modello culturale ed esistenziale in grado di realizzare una vera e propria rivoluzione antropologica, e di opporre, di conseguenza, un «Uomo nuovo» (essenzialmente politico) al «fantoccio-consumatore» globalizzato e all’«individuo-codice a barre» alienato e dis-sociato.

In particolare a giovani e studenti, dimenticati e sviliti – al di là della facile demagogia – dai politicanti di turno, il messaggio del Blocco Studentesco offre risposte concrete ed entusiasmanti, riassumibili in una lotta disinteressata, su tutti i fronti, per riappropriarsi dell’avvenire che è stato loro rubato. Nell’epoca del precariato e delle caste/cricche dei vecchi oligarchi, allorché sembra smarrita ogni bussola e ogni coordinata, il Blocco chiama a raccolta i giovani dicendo loro che è possibile, se lo si vuole, tornare a essere i protagonisti della Storia, che è possibile, attraverso la volontà e il sacrificio, riprendersi il proprio destino, «riprendersi tutto».

Tutto ciò trova il suo fondamento nel recupero/attualizzazione di miti viventi e volontaristici fortemente mobilitanti, quali ad esempio il futurismo, lo squadrismo, l’impresa fiumana, i pirati della Tortuga, il sindacalismo rivoluzionario e, ultimamente con maggior enfasi, il garibaldinismo. Miti mobilitanti – si diceva – capaci di (ri)creare un immaginario affascinante e più largamente comunitario, che esaltano una visione eroica della vita fatta di valore, coraggio, solidarietà, generosità, gerarchia, libertà e sacrificio. Sicché non è difficile comprendere il fascino esercitato sugli studenti da motti incisivi e ardenti come «Giovinezza al potere», «assalta il futuro» e «17 anni per tutta la vita», i quali celebrano l’entusiasmo genuino e il furore scanzonato propri della gioventù, l’unica, quest’ultima, capace – come recita una recente e immaginifica canzone degli ZetaZeroAlfa – di «donare questa vita come getteresti un fiore».

C’è di più: il Blocco Studentesco (e CasaPound più in generale) ha ormai anche un suo «mito fondativo», che mette ben in luce, oltre alle ovvie ed evidenti filiazioni storiche, la sua natura innovativa, irriducibile e originale (nonché originaria), tanto che luoghi come il Cutty Sark e il nr. 8 di Via Napoleone III sono diventati spazi metafisici di pratica comunitaria e metapolitica, in grado di suscitare inoltre meraviglia e curiosità quasi ‘mistica’ in simpatizzanti ed estimatori. Il Blocco e CasaPound, quindi, non si configurano più, o – meglio – non solo come l’eredità di un’esperienza storica e umana, ma piuttosto come l’inizio, la fondazione, la tracciatura di un solco nella Storia e nel Destino.
E «tracciare un solco» vuol dire, come intendevano i nostri padri, fondare la civitas, la polis, simbolo di una nuova politica che torna ad essere creazione di volontà e sacrificio.

Su un altro punto vorremmo poi porre l’attenzione: per decenni quasi tutti i gruppi «antagonisti» hanno agito e atteso il momento opportuno per «fare la rivoluzione». Ebbene, noi non abbiamo bisogno di aspettare alcuna «saturazione del mercato» o alcuna fine di qualsivoglia Kali Yuga per fare la rivoluzione, perché noi, la rivoluzione, la stiamo già facendo. È una rivoluzione che parte anzitutto da se stessi: è il continuo miglioramento di sé, l’annullamento del proprio ego, del proprio egoismo, del proprio egocentrismo, del proprio narcisismo, per la (ri)nascita nel noi. È pertanto una rivoluzione severa e impietosa, una «rivoluzione permanente», una «palestra dell’anima».
Anche l’affermazione «stiamo facendo la rivoluzione», tuttavia, rischierebbe di essere inesatta. Perché noi, sostanzialmente, non facciamo la rivoluzione: siamo noi stessi la rivoluzione. Noi non facciamo i rivoluzionari, non giochiamo a fare i rivoluzionari: noi siamo rivoluzionari.

E questa rivoluzione, in definitiva, non può che essere realizzata dai giovani. I nostri nonni e i nostri padri ci hanno infatti consegnato un mondo di rovine e macerie, fatto di odio politico, disagio sociale, bancarotta morale (prima ancora che materiale), opportunismo, individualismo e corruzione. Hanno deluso: adesso è il nostro momento! Una volta qualcuno disse che «nei momenti felici la gioventù di una nazione riceve gli esempi, nei momenti difficili li dà». È proprio questo l’obiettivo dei ragazzi del Blocco: dare esempi a chi, per viltà o per inadeguatezza, ha tradito le nostre speranze, il nostro entusiasmo e la nostra gioia di vivere, dicendoci magari che «va tutto bene». E tutto ciò lo facciamo e lo faremo perché i giovani hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. Perché abbiamo stabilito che il futuro ci appartiene, e dunque veniamo a riprenderci tutto, noi che siamo – come avrebbe detto Marinetti – «gli ultimi studenti ribelli di questo mondo troppo saggio».
Come realizziamo e realizzeremo questa rivoluzione? Con amore, con un «disperato amore» temprato e sublimato dal combattimento nelle scuole e nelle università, lasciando la facile e inutile indignazione ai frustrati e ai pantofolai.   

Irrazionale voglia di vivere, interventismo rivoluzionario, adesione entusiastica e dionisiaca alla vita, goliardia dirompente, visione eroica e volontaristica dell’esistenza, etica epica estetica: questi gli ideali e il messaggio che il Blocco Studentesco propone e offre ai giovani, gli «architetti del domani». Questa la «visione del mondo» di una gioventù che alla discoteca ha preferito il rito comunitario, che alla passività della speranza ha preferito l’energia attiva della volontà, che alla vita comoda e alla rassegnazione ha preferito la trincea.

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venerdì 10 settembre 2010