giovedì 29 ottobre 2009

Due minuti di poesia per il Blocco Studentesco



Due minuti di poesia per il Blocco Studentesco


29/10/2008 – 29/10/2009


Né rossi né neri ma liberi pensieri!
Siam un sol grido, noi siam gli alfieri
Della novella gioventù che non ci sta!
Alalà alalà alalà!

Uniti marciamo verso ’l senato tetro
In un sol blocco, non cedrem d’un metro
Alla patria Vergogna che onor non ha!
Alalà alalà alalà!

Siamo tutti quanti studenti!
Senza color né risentimenti
Contro ogni rancore, contro ogni viltà!
Alalà alalà alalà!

Eppur s’ode: «Camerata, basco nero
Il tuo posto è al cimitero!»
Ahó! Eccoli i paladini della libertà!
Alalà alalà alalà!

Son giunti, son tanti, son troppi
Ribalda canea d’animi zoppi.
Ma noi restiamo, noi siam qua!
Alalà alalà alalà!

Urla, ulula e strepita Lor Marmaglia
Ma noi non fuggirem la battaglia
Siamo la gioventù che resisterà!
Alalà alalà alalà!

D’Antigone il coraggio, d’Eracle la forza,
Intrepidi guasconi, siam di dura scorza,
L’impavida gioventù che non morrà!
Alalà alalà alalà!

In noi di Leonida rinasce lo spirto,
Le belle nostre fronti cinga ’l mirto,
Per la gioventù verace si lotterà!
Alalà alalà alalà!

Fiero il guardo, scoperto il volto,
Ritto il capo, al sol rivolto
Ecco la gioventù che tema non ha!
Alalà alalà alalà!

No! Noi non cedrem d’un’ugna
Sinché Monna Morte non giugna
E alata Gloria alfin ci bacerà!
Alalà alalà alalà!

Una sol cosa si sappia, o giornalisti stolti!
Che oggi pochi si batteron contro molti,
Che noi lottammo per la libertà!
Alalà alalà alalà!

Lottammo, giammai cedemmo alla carogna!
E mentre c’attende la mediatica gogna,
A Piazza Navona una nera rosa fiorirà…
Alalà alalà alalà!

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mercoledì 28 ottobre 2009

Primo anniversario dell’AVGVSTO!



28/10/2008 - 28/10/2009: L’AVGVSTO compie un anno

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venerdì 23 ottobre 2009

L’inganno di Obama



Come integrazione al nostro ultimo articolo, consigliamo ai nostri lettori la visione del film-documentario The Obama Deception (L’inganno di Obama). Il regista è Alex Jones, accusato di diffondere e alimentare teorie complottistiche. Per noi è sicuramente un buon spunto di riflessione, se non preso come verità rivelata, e al di là di alcune affermazioni improbabili, linguaggio demagogico in stile U.S.A. e manie di persecuzione.

Il film è disponibile in versione integrale su youtube, sottotitolato in italiano e diviso nelle seguenti 12 parti:

1° parte
2° parte
3° parte
4° parte
5° parte
6° parte
7° parte
8° parte
9° parte
10° parte
11° parte
12° parte

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mercoledì 21 ottobre 2009

Obama: l’uomo della Provvidenza?




di Marco Aurelio Casalino


L’elezione di Barack Obama ha scatenato momenti di entusiasmo prossimi al delirio collettivo, un’esaltazione quasi messianica per il primo uomo di colore che ha avuto accesso alla Casa Bianca. In Europa, e nel Mondo, la frenesia ha attraversato tutti gli ambiti sociali, suscitando atti di ritrovata fede nelle virtù (virtù?) della democrazia (democrazia?) statunitense e ubriacature condite da forti dosi di propaganda etnicista per il baldo Obama. Ora, passato qualche mese dall’evento, è venuta l’ora di riconsiderarlo con maggiore attenzione politica e spogliandosi di emotività. È vero, sì, che gli abitanti degli Stati Uniti sono soliti eleggere un uomo politico come fosse una rock star carismatica, tutto stile glamour, molto people, e tutto frasi fatte e propaganda d’impatto (una sintesi fra Fonzie e il Principe di Bel-Air…) ma noi, che dovremmo essere diversi nei giudizi, conoscendo gli uomini, la politica e la storia, avremo un’altra luce nel vedere la realtà per come essenzialmente è (non nutro molte speranze in questo, in quanto è arrivata anche da noi questa sorta di politica daavanspettacolo”, tutta slogan e niente idee… ma almeno ci spero).

Un semplice colpo d’occhio alla squadra che ha gestito e finanziato la campagna del candidato Obama, con una raccolta di biografie delle persone “cruciali”, e tutto torna normale. Infatti, l’importante per le “vere” classi dirigenti statunitensi non è il partito di questo o di quel governo, ma il partito che, pur cambiando, è in grado di assicurare il potere già esistente nello Stato, cioè quel complesso di lobbies militare-industriale-finanziario (cioè politico…) che, apparentemente ma solo spettacolarmente, dà l’impressione di corrispondere alle aspirazioni delle masse, ma realmente continua nel suo “progetto”, fatto di interessi finanziari, simbolici e, quindi, politici. «Bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come prima» diceva Orwell. Il capitalismo più avanzato e, quindi, più potente è quello apparentemente più tollerante, cioè quello aperto a qualsiasi tipo di partito (democratico ovviamente), a qualsiasi sfaccettatura della amata globalizzazione, quindi socializzazione, sessualizzazione, destra repubblicana, sinistra democratica, ateismo, omosessualità, travestiti, lesbiche, negri, ispanici, cinesi, coreani, ebrei, amerindi ecc. Non esiste origine etnica, né discriminazione politica o culturale, a patto che tutto queste realtà non mettano in discussione il “Potere”. Si tratta di una “positività” estremamente vincente (anche se talvolta scade nel grottesco o nel politically correct), creando una miscela di differenze (innocue) nella quale si dà vita ad un collage, il cosiddetto «Melting pot», dove quella che chiamiamo «società» o «Stato» non è altro che un’accozzaglia di razze, culture, popoli, spersonificati a dovere e amalgamati tutti insieme, come per azzerarli, annientarli, massificarli, come avviene nella sfera della merce e dei prodotti (vedi «l’uomo massa» di Marx).

Da questa realtà profondamente malefica proviene Obama e la sua elezione, e solo i soliti ingenui e ciechi (anche se imbardati di lauree e titoli…) possono non considerarla per quello che è: una grande operazione di marketing politico. Questi dovrebbero sapere, prima di adulare, che lo Stato capitalista che dirige e domina la grande economia (e quindi la politica mondiale), avente come ideologia cardine il “Dio Denaro” e la sacralizzazione quasi mistica della ricchezza (da cui scaturiscono ovviamente povertà e schiavitù per i restanti 2/3 del mondo…), mai avrebbe e mai ha accettato, approvato od anche solo tollerato una forza autenticamente popolare, se Obama in questo l’hanno confuso. Ogni realtà che ha messo o anche solo provato a mettere in discussione l’equilibrio dei Poteri, la distribuzione del denaro (ehm, scusate Dio…) e delle proprietà, è stato schiacciato, senza margini di negoziato, con un gioco “democratico” molto abile. È la storia che parla, non io. Allora, come è andata davvero?

Quattro anni fa Barack Obama non era che un giovane senatore dell’Illinois, eletto da poco, e anche sconosciuto. Due anni fa dichiarò la sua candidatura alla presidenza. Tenendo conto che non è un esperto mestierante della politica come la sua rivale Hillary Clinton, non poteva fare appello a dinastie potenti come Roosevelt o a famiglie cattoliche ricchissime come Kennedy, non ha mai svolto ruoli di primo piano in campo militare come l’altro suo rivale McCain, non ha la preparazione culturale del suo idolo Lincoln, allora c’è davvero da chiedersi: come diavolo (e forse il diavolo ne sa qualcosa…) ha fatto a diventare Presidente di una delle prime potenze mondiali?! Sarà bastato un semplice «Yes, we can!»?! Oppure sarà bastato essere di colore? Per quanto mi riguarda, il valore politico di un uomo non è dato dal suo colore della pelle, anzi, a tutti i suoi buonisti, moralisti e zelanti-simpatizzanti, rispondo che è in realtà una maniera molto razzista e semplicistica di giudicare, quasi che la grande politica sia questione di razza, e non di idee.

Partiamo dal punto cardine che Barack Obama, fin dal momento della sua candidatura, ricevette immediatamente somme considerevoli. E, se mi avete seguito fino ad ora, avrete capito che il “Sistema” non consente mai l’emergere di una candidatura imprevista. Insomma, parliamoci chiaramente: il caro Obama ha giocato il gioco dei padroni della Finanza Mondiale, e il sostegno senza riserve che gli hanno accordato George Soros (in foto) e Warren Buffet (chi sono?... INFORMATEVI!!!) la dice lunga sulle sue relazioni con il capitalismo finanziario e sul suo non essere il “nuovo Messia”. Gli Stati Uniti non sono solo il paese più odiato al mondo, ma anche quello che, a furia di speculazioni da parte dell’alta Finanza Mondiale sui popoli, trascina il Pianeta intero nel suo naufragio economico, nonché culturale. Sono in stato di recessione avanzata, oggetto di speculazioni massicce. Per non perdere il sostegno necessario a proseguire la loro politica imperiale, se non si voleva che il Paese diventasse ingovernabile, bisognava proporre qualcosa di nuovo, una nuova immagine, senza intaccare il potere economico e politico: lavorare sull’immagine come fosse un simulacro. Una scelta di facciata che superasse la solita classe politica che esiste da tre decenni e creare l’uomo della provvidenza. «Creare», ho detto. E Obama coincide perfettamente con quest’immagine: giovane, rinnovato, apparentemente non compromesso con la vecchia guardia politicante, uomo di colore sposato con donna di colore, buon padre di famiglia, sorridente e che, in un periodo di crisi mondiale, dice: «sì, possiamo farcela!». Meglio di così? Ecco costruita l’immagine perfetta, con la speranza di cambiare per il popolo ma senza che il Potere voglia farlo davvero.

Ed ecco un modo fruttuoso per consolidare quest’immagine perfetta. Togliamoci un piccolo sassolino dalla scarpa. Il vincitore del festival di Sanremo non è sempre il miglior cantante, così come chi si aggiudica l’Oscar non è per forza il miglior attore. È solo spettacolo. Ma almeno il premio Nobel (per la pace poi!) dovrebbe essere tutt’altro che spettacolo, dovrebbe essere un esempio, un punto di riferimento. Non è così. È solo spettacolo (ahi noi…). L’assegnazione è spiccatamente pilotata dalle potenti lobbies politiche e dai media a loro asserviti. Ma tutto, nella vita, va dimostrato. Il vincitore del premio Nobel per la pace è Barack Obama, per «i suoi straordinari sforzi nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione fra i popoli». Una scelta quantomeno criticabile e discutibile (per i più) e assolutamente ridicola (per me), in quanto il Presidente USA mantiene ancora schierate le sue truppe in Iraq, prosegue (e come!) la guerra in Afghanistan, anzi coinvolgendo nei raid anche il Pakistan, prosegue le azioni militari in Somalia, mentre soldati USA combattono nelle Filippine. Forse qualcuno («i più», citati poc’anzi) non è ancora soddisfatto. Allora, continuo a rendere ancora più stravagante questo Nobel per la pace: ha piazzato Consiglieri e addestratori militari Usa nel sud della Thailandia, contro i separatisti islamici di Pattani, anche loro accusati di legami con Al-Qaida (rimane ancora oscuro ed inspiegabile nonché invisibile questo “terrorismo” di Al-Qaida…); in Georgia, contro i separatisti osseti e abkhazi sostenuti dalla Russia; in Colombia, contro i guerriglieri delle FARC; in Niger, Mali e Tunisia, contro le cellule locali di Al-Qaida nel Maghreb Islamico (ancora con questo Al-Qaida…); in Yemen contro le milizie di Al-Qaida (!) nella penisola Araba. Ecco il valore di un Nobel per la pace. Sarei curioso di sapere cosa pensano di questa assegnazione tutte le mamme dei militari uccisi (americani e non), o tutte quelle persone che hanno visto massacrati e trucidati i loro cari od anche dei semplici “esseri umani” (non dimentichiamoci che questo siamo…) davanti ai loro occhi, in nome della democrazia e, appunto, della pace (!). Ecco lo «straordinario sforzo» di quest’uomo, ecco la «cooperazione tra i popoli». E mi sto limitando alla semplice amministrazione Obama. Non vorrei andare a ritroso nei precedenti Nobel per la pace. Ora, per il 2010, aspettiamo il Nobel per la “Fisica” a Fabrizio Corona.

Infine, per avere un quadro della situazione veramente completo, farò anche qualche nome sul gadget dei “salvatori”, cioè su coloro che rappresentano gli Stati Uniti d’America, e quindi il suo Presidente: Zbigniew Brzezinski (autore di un libro dove parla di dominio imperiale, dal titolo La grande scacchiera) come dirigente degli Affari Esteri, Bill Gates (non ha bisogno di presentazioni e non fa certo parte del “popolo”…), come Segretario al Tesoro c’è Timothy Geithner (Presidente della FED di New York, anch’essa non proprio attenta ai bisogni del popolo), o anche Lawrence Summers al Consiglio Nazionale Economico (è l’ex presidente di Harvard ed è stato già Segretario al Tesoro con Bill Clinton…). Quanta bella gente, e nuova soprattutto. Ops, dimenticavo: c’è Rahm Israel Emanuel, l’espertissimo lobbista di Washington (già consigliere di Freddie Mae, oggi in fallimento!), l’uomo che fu volontario nell’esercito israeliano durante la guerra del Golfo e che ora predica la guerra contro l’Iran ed un sostegno incondizionato sempre a Israele (ma Obama non era pacifista?).

Se, a mo’ di conclusione, le élites statunitensi avessero voluto davvero mostrare al paese e al mondo un cambiamento simbolico reale e forte (non parlo di un cambiamento di Sistema, che soltanto una rivoluzione potrebbe suscitare), non avrebbero scelto un meticcio il cui padre non era nemmeno un discendente di schiavi. Avrebbero, invece, scelto un indiano, un pellerossa. I neri sono, malgrado loro, il prodotto della conquista del potere bianco negli Stati Uniti. Nonostante siano da sempre stati vittime di un duro e ostentato razzismo da parte dei bianchi, hanno partecipato nondimeno da soldati americani alla conquista del West, senza preoccuparsi troppo della sorte genocida riservata agli Amerindi. E questo è solo un esempio, perché i neri hanno, ormai da secoli, sempre cercato di sopportare questo celato razzismo pur di vivere nell’American dream da schiavi e scomunicati ma comunque americani. Schiavi sì, ma del loro stesso destino, che loro stessi hanno scelto.

Gli Indiani d’America tutti, invece, pur avendo subìto uno sterminio totale (si parla di circa 70 milioni di persone!), hanno sempre combattuto con indomito coraggio ed infinito onore contro l’invasione bianca, coprendosi di gloria per sempre.
Se l’élite avesse desiderato dare un simbolo forte di un’America che riconosceva il debito con gli autoctoni che i suoi padri hanno spogliato delle loro terre, della loro dignità, cultura e delle loro credenze, avrebbero dovuto promuovere al posto supremo un indiano. Io, personalmente, l’avrei comunque vissuta come un’ennesima presa in giro (prima ti stermino, poi ti metto al comando, tanto comando sempre io…) ma almeno una presa in giro che tiene conto della storia. Ma non poteva farlo, non poteva agire così, avrebbe implicitamente ma automaticamente provato l’illegittimità del potere bianco sui popoli autoctoni. E tutte quelle guerre poi? Non sarebbero state più giuste e democratiche! Allora, meglio Obama. E togliamoci il pensiero.


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giovedì 15 ottobre 2009

Samurai: storia, etica e mito

Percorrere e tracciare i lineamenti fondamentali della storia dei samurai non è cosa facile perché alla mera ricostruzione evolutiva dei fatti si intreccia inevitabilmente la visione, più romantica che storica, della figura del guerriero in sé, il samurai appunto. Per il giapponese questa figura non è la semplice “protagonista” di un certo periodo storico; è, al contrario, il periodo storico, il tempo a trovarsi in una posizione di sudditanza rispetto al mito e alle tradizioni che intorno a tal mito sono state costruite, tanto che il tempo stesso risulta avere un ruolo secondario di fronte al “protagonista” che questo tempo ha vissuto. Cosicché parlare di “etica della guerra” e di “cultura samurai” ci appare come un discorso sempre attuale, che esula dalla visione della storia come “trattato dello ieri” e ci pone in quella che è la giusta visione della storia, vale a dire la storia come “metafora del mito”. Utile ribadire che ogni area geografica e culturale ha avuto (ha) i suoi (e di tutti) miti eternamente attuali.




La società giapponese


La società giapponese del XVI secolo aveva una struttura definibile come feudalesimo piramidale.
Al vertice di questa ideale piramide vi erano i signori dell’alta nobiltà, i daimyo, che esercitavano il loro potere tramite legami personali e familiari. Alle dirette dipendenze dei daimyo vi erano i fudai, ovvero quelle famiglie che da generazioni servivano il proprio signore. In questo contesto i samurai rappresentavano una casta familiare al servizio dei daimyo, ne erano un esercito personale.
Accadeva che durante le guerre feudali, il clan sconfitto, per non perdere le proprietà precedentemente conquistate, entrava a far parte dello stato maggiore del clan vincitore con funzioni di vassallaggio.
In questa organizzazione politica, quella militare dei samurai aveva caratteristiche e funzioni proprie al suo interno. Divisi in 17 categorie, i samurai avevano il compito di rispondere alla chiamata alle armi del daimyo cui facevano riferimento combattendo con armi proprie. Al di sotto dei samurai propriamente detti, ma facenti parte della stessa famiglia, vi erano i sotsu (“truppe di fanteria”) a loro volta divisi in 32 categorie.
Alla base della piramide troviamo gli ashigaru, cioè la maggior parte dei combattenti (soldati semplici diremmo oggi) che erano per lo più arcieri e lancieri o semplici messaggeri. Nei periodi di pace gli ashigaru svolgevano mansioni come braccianti del samurai incaricato al loro mantenimento.


Excursus storico sui samurai


L’epopea dei samurai comincia nel periodo Heian (794-1185).
Alla fine del XII secolo il governo aristocratico di Taira subì una sconfitta nella guerra di Genpei cedendo il potere al clan dei Minamoto. Minamoto Yoritomo, spodestando l’imperatore, assunse di fatto il potere col titolo di shogun (capo militare) e fu lui a stabilire la supremazia della casta dei samurai, che fino a tal periodo svolgeva il ruolo di classe servitrice in armi estromessa da questioni di natura politica. Nei 400 anni a venire la or più accreditata casta guerriera avrebbe svolto un ruolo decisivo nella difesa del Giappone da tentate invasioni esterne, – come quella mongola del XIII secolo –, e nelle faide interne tra i vari feudatari (daimyo), tra le quali vanno ricordate quella del periodo Muromachi (1338-1573) in cui gli shogun Ashikaga affrontarono i daimyo, e quella del periodo Momoyama (1573-1600) in cui i grandi samurai Nobunaga (in foto) prima e il suo successore Hideyoshi dopo si batterono per sottomettere il potere dei daimyo e riunificare il paese.

La politica interna troverà stabilità al termine della battaglia di Sekigahara (1600), nella quale il feudatario Tokugawa Ieyasu, col titolo di shogun, sconfiggendo i clan rivali, assumerà pieni poteri sul paese insediando il suo “regno” nella città di Edo (odierna Tokyo) e inaugurando il periodo che da tale città prese nome (1603-1867), mentre l’imperatore rimaneva di fatto confinato nell’antica capitale Kyoto.
In questo periodo la pace fu garantita dal fatto che i daimyo giurarono fedeltà, di fatto sottomettendovisi, allo shogunato e a loro volta mantennero all’interno dei loro castelli contingenti di soldati e servi. Le conseguenze per la casta dei samurai furono immediate. Divenuta una casta chiusa e non essendoci più motivi di gerre feudali, il suo ruolo guerriero assunse sempre più toni di facciata: i duelli, in un contesto dove regnava la pace tra clan, divennero per lo più di tipo privato. Lo sfoggio di abilità guerriere e l’uso della spada (per il samurai un vero e proprio culto religioso) avveniva, in maniera sempre più frequente, soltanto per scopi cerimoniali; mentre le funzioni a cui venivano sempre più spesso preposti erano di tipo burocratico ed educativo, integrandosi sempre di più nella società civile. Un segnale della trasformazione del ruolo dei samurai è testimoniato dai rapporti che questi intrapresero con il disprezzato ceto chonin (borghesia in ascesa). Tale avvicinamento ha avuto tuttavia una grande importanza per aver “esportato” i valori della “casta del ciliegio” nella società civile fino ad oggi.

Una classe di samurai che fece la sua comparsa in questa epoca di pace fu quella dei ronin (“uomini onda” o “uomini alla deriva”). Si tratta di quei soldati rimasti senza signore perché soppresso il feudo di appartenenza; in sostanza samurai declassati.
Con la caduta dell’ultimo shogunato, vale a dire quello di Yoshinobu Tokugawa, ebbe inizio l’era Meiji (1868-1912). Fu questo un periodo di radicali riforme, note con il nome di “rinnovamento Meiji”, le quali investirono a pieno anche la struttura sociale del Sol levante: l’imperatore tornava ad essere la massima figura politica a scapito dello shogunato, lo Stato fu trasformato in senso occidentale e i feudi soppressi. La casta samurai abolita in funzione di un esercito nazionale.


L’arte e l’onore. La morte e il ciliegio


hana wa sakuragi, hito wa bushi (“Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero”)

La costante ricerca di una condotta di vita onorevole si fondeva, nell’etica della guerra del samurai, con una disciplina ferrea nelladdestramento marziale. Anche durante la pace del lungo periodo Edo, i samurai coltivarono le arti guerriere (bu-jutsu, oggi budo). Le principali discipline praticate e di giorno in giorno perfezionate erano il tiro con larco (kyu-jutsu, oggi kyudo), la scherma (ken-jutsu, oggi kendo) e il combattimento corpo a corpo (ju-jutsu, oggi più comunemente conosciuto come ju-jitsu).

La katana (“spada lunga”) era il principale segno di identificazione del samurai e lacciaio della lama incarnava tutte le virtù del guerriero; ma più che questa funzione meramente riconoscitiva, la spada rappresentava un vero e proprio oggetto di culto. L’attenzione rivolta nel costruirla (sarebbe più preciso dire crearla), nel curarla e nel maneggiarla dà l’impressione che la spada venisse venerata più che utilizzata.
Trattando la figura del samurai non è possibile scindere l’allenamento fisico da quello spirituale, così come non è possibile scindere l’uomo dal soldato; tuttavia, per fini esemplificativi, potremmo dire che se il braccio era rafforzato dalla spada, lo spirito era rafforzato dalla filosofia confuciana. Fin da bambino, il futuro guerriero, veniva educato all’autodisciplina e al senso del dovere. Egli era sempre in debito con l’imperatore, con il signore e con la famiglia e il principio di restituzione di tale debito era un obbligo morale, detto giri, che accompagnava il samurai dalla culla alla tomba.

Il codice d’onore del samurai non si esauriva, tuttavia, nel principio giri, ma spaziava dal disprezzo per i beni materiali e per la paura, al rifiuto del dolore e soprattutto della morte. È proprio per la preparazione costante all’accettazione della morte che il samurai scelse come emblema di appartenenza alla propria casta il ciliegio: esso stava infatti a rappresentare la bellezza e la provvisorietà della vita: nello spettacolo della fioritura il samurai vedeva il riflesso della propria grandezza e così come il fiore di ciliegio cade dal ramo al primo soffio di vento, il guerriero doveva essere disposto a morire in qualunque momento.
Se morte e dolore erano i principali “crimini”, lealtà e adempimento del proprio dovere erano le principali virtù; atti di slealtà e inadempienze erano (auto)puniti con il seppuku (“suicidio rituale”, l’harakiri è molto simile, ma è un’altra cosa...).
Il codice d’onore del samurai è espresso, dal XVII secolo, nel bushido (“via del guerriero”), codice di condotta e stile di vita riassumibile nei sette princìpi seguenti:

- , Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell’onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

- , Yu: Eroico Coraggio
Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

- , Jin: Compassione
L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.

- , Rei: Gentile Cortesia
I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.

- , Makoto o, Shin: Completa Sincerità
Quando un Samurai esprime l’intenzione di compiere un’azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l’intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di “dare la parola” né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

- 名誉, Meiyo: Onore
Vi è un solo giudice dell’onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

- 忠義, Chugi: Dovere e Lealtà
Per il Samurai compiere un’azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

Che i Samurai, nei tanti secoli della loro storia, si siano sempre e comunque attenuti a questi princìpi, è un elemento di certo secondario, né tantomeno spetta a noi il compito di ergerci a giudici. Ciò che rimane indelebile e si manifesta in tutta la sua grandezza è invece lo spirito autentico e “romantico” di un’etica guerriera (ma non solo guerriera) fondata sul rispetto, l’onore, la lealtà, la fedeltà, il coraggio e l’abnegazione: valori che furono incarnati da molti samurai i cui nomi sono stati – a buon diritto – consegnati alla storia. E in una società che sembra aver smarrito la bussola, sempre timorosa (finanche di se stessa), l’etica samurai potrebbe rappresentare un ausilio, una salda coordinata per un recupero dell’autocoscienza e della padronanza di sé; sicuramente un ottimo strumento per il rifiuto di un’esistenza meschina ed esclusivamente materiale e per una riscoperta del proprio spirito. Lo stesso spirito che animò i “guerrieri-poeti” i quali, grazie alla lama della loro spada e al tenue turbinare dei fiori di ciliegio, seppero coniugare sapientemente Poesia e Azione.

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domenica 11 ottobre 2009

L’altro Antonio... :)



(Dino Risi, Il mattatore, 1960: Vittorio Gassman fa la parodia dell’orazione di Marco Antonio)


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mercoledì 7 ottobre 2009

Gaio Giulio Cesare (5)

V. Le Idi di marzo: tirannicidio o parricidio?


«Tra i prodigi mandati dagli dèi si annovera una grande cometa che apparve per sette notti consecutive dopo l’eccidio di Cesare, ben visibile in cielo, e che quindi scomparve. I raggi stessi del sole si oscurarono: per tutto quell’anno il suo disco si alzò pallido e smorto al mattino, ed emanò un calore fioco e tenue. L’aria, essendo debole il tepore che di solito la rarefà, si mantenne caliginosa e pesante; i frutti maturarono a mezzo e rimasero imperfetti, avvizzendo tristemente per il freddo dell’atmosfera»

(Plutarco, Cesare, 69,4)


(Vincenzo Camuccini, Morte di Giulio Cesare, 1798)


Le famigerate Idi di marzo, secondo le numerose fonti antiche, furono precedute e seguite da presagi straordinari quanto infausti. Al di là dell’attendibilità di questi avvenimenti, quel che è certo è che per gli storici contemporanei l’assassinio di Cesare rappresentò un evento epocale, un punto di non ritorno che avrebbe avuto conseguenze immani.
Il dittatore, nonostante le continue segnalazioni di trame e congiure a suo danno, non si mostrava eccessivamente preoccupato per la sua incolumità, tanto che congedò la sua più che affidabile scorta personale di soldati spagnoli. In effetti Svetonio ci tramanda che Cesare ripeteva spesso che «la sua sopravvivenza fisica non era di suo personale interesse, al contrario interessava soprattutto la Repubblica. […] La Repubblica – precisava –, se a lui fosse accaduto qualcosa, sarebbe precipitata in guerre civili di molto più gravi delle precedenti» (Cesare, 86,2). Parole profetiche, senza dubbio. Cesare credeva quindi che nessuno si sarebbe azzardato ad assassinarlo proprio perché – se si esclude il solenne giuramento del Senato di vegliare sulla sua persona – ciò avrebbe comportato lutti e tragedie di entità catastrofiche.

Eppure chi avrebbe gettato Roma nel baratro pur di vederlo morto c’era, c’era eccome! In particolare due: Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto.

Cassio aveva scelto nel 49 di schierarsi a fianco di Pompeo ma, dopo Farsalo, fu perdonato dalla clementia di Cesare. Questi gli affidò comunque cariche di governo, in virtù della sua politica di trasversalità e intesa al di là delle fazioni. Sembra proprio che Cassio, che fu il promotore della congiura, agisse più per rancori personali che non per difendere le istituzioni repubblicane: «Bruto mal sopportava la dittatura, Cassio invece il dittatore» (Plutarco, Bruto, 8,6).

Bruto (in foto), al contrario, fu cooptato in un secondo momento dai cospiratori, giacché a Cassio serviva un leader che fosse super partes. E chi meglio del discendente di quel Bruto che anticamente aveva scacciato i re da Roma instaurando la Repubblica? E infatti l’indeciso Bruto, graziato anch’egli dalla clementia di Cesare e a lui molto legato (si diceva fosse suo figlio), fu infine vinto dalla pressione psico-ideologica dei congiurati: d’altronde lo stesso Cesare diceva «Bruto non sa quel che vuole, ma lo vuole fortemente» (Ibidem, 6,7).

Il mito di Bruto ha poi assunto nei secoli un’immagine bifronte: il liberatore e il traditore. Per fare alcuni esempi, Dante lo condannò irrevocabilmente, inserendolo assieme a Giuda e allo stesso Cassio nella Giudecca, ove Lucifero in persona lo straziava nelle fauci di una delle sue tre teste (Inferno, XXXIV 61-67). L’Alighieri lo condanna dunque come il peggiore dei traditori, come colui che ha attentato all’autorità imperiale, incarnata da Cesare, il «primo prencipe sommo» (Convivio, IV 5,12). William Shakespeare, al contrario, lungi dal farne un volgare assassino, lo dipinse nel suo Julius Caesar come «il più nobile tra i Romani», colui che dunque opera e agisce per il supremo bene della Repubblica.
Durante gli anni turbolenti della Rivoluzione Francese, inoltre, Bruto assurgerà all’archetipo del tirannicida, l’uomo saggio e moralmente impeccabile che combatte disinteressatamente per la libertà.

Il Bonaparte, tuttavia, dettò parole lucide e profonde durante il suo esilio a Sant’Elena: «Immolando Cesare, Bruto ha obbedito a un pregiudizio educativo che aveva appreso nelle scuole greche. Lo assimilò a quegli oscuri tiranni delle città elleniche che, col favore di qualche intrigante, usurpavano il potere. Non volle vedere che l’autorità di Cesare era legittima perché necessaria e protettrice, perché era l’effetto dell’opinione e della volontà del popolo» (Précis, op. cit., p. 218).

Bruto, questo personaggio così psicologicamente complesso, subisce tutta la pressione del nome che porta e della sua parentela con l’integerrimo (ma fino a un certo punto…) Catone. E, d’altronde, la sua immagine idealizzata cozza irrimediabilmente con la sua condotta, che addirittura un Cicerone, quanto mai sbigottito, stigmatizzò velatamente ma inequivocabilmente in una lettera al suo amico ed editore Attico: Bruto infatti praticava spudoratamente l’usura a tassi d’interesse esorbitanti ai danni dei provinciali dell’Oriente romano (Lettere ad Attico, V 21). Insomma, colui che a Roma amava farsi distinguere per austerità e integrità morale non razzolava poi tanto bene…

Ad ogni modo, tutti gli storici e biografi antichi (eccetto Velleio Patercolo e Nicola Damasceno), i quali facevano parte dell’aristocrazia senatoria, condannano la svolta autoritaria di Cesare, con Svetonio che addirittura afferma che il conquistatore della Gallia fu «legittimamente ucciso» (Cesare 76,1: iure caesus). Cesare, tuttavia, non era uno sciocco: a dispetto di una tradizione che lo vuole tutto proteso a dichiararsi re, egli ben sapeva che le parole più impopolari a Roma erano rex e regnum; e mai avrebbe praticato questa via altamente impolitica, ma al contrario dilatò il concetto giuridico di dittatura (che a Roma era una magistratura legittima, benché temporanea e commissaria), rendendola perpetua. La struttura di città-stato dell’Urbe era ormai obsoleta e inadatta a sostenere il gravoso peso di un impero così imponente; e tantomeno poteva farsi carico dell’amministrazione di questa nuova realtà un’avida cricca di latifondisti senza scrupoli (Carcopino la definì una «aristocrazia criminale», p. 550). Alla fine riuscirà Augusto a escogitare una felice sintesi grazie all’istituzione del Principato.

Per capire veramente la causa di tanto odio nei suoi confronti da parte dei cospiratori, è necessario illustrare – seppur per accenni – la grandezza, la profondità e la lungimiranza di quella che Carcopino, nell’ultimo capitolo del suo César, chiamò a ragion veduta «La rivoluzione di Cesare».

Ebbene, grazie alle sue riforme in favore del popolo, «egli realizzò l’unità materiale della plebe, e da quel momento si sforzò di darle anche l’unità morale che l’avrebbe schierata volontariamente, come un sol uomo, al suo fianco» (p. 543); nel suo maestoso disegno di trasversalità e sinergia di forze «volle spegnere la lotta tra le classi» (p. 549), conciliando «le tendenze antagoniste nell’interesse superiore dello Stato» (p. 550). Cesare non ripropose però la consueta prassi demagogica della precedente politica popolare, sostituendo «la tirannia degli umili a quella dei grandi, riconoscendo tutti i diritti e tutte le virtù a una plebe eterogenea, dilaniata dagli egoismi, depravata dall’ozio e dalle sportulae: la sua politica nei confronti dei proletari sarà una rigenerazione morale oltre che un miglioramento materiale» (p. 551), giacché «a Cesare stava a cuore non soltanto la felicità ma anche la dignità della plebe: invece di degradarla con le elemosine preferiva nobilitarla con il lavoro» (p. 556). Egli quindi «esigeva da tutti lo stesso sforzo per la prosperità comune e per la grandezza del popolo romano, al quale la sua sovranità destinava il governo del mondo» (p. 560). E in effetti «la continua, ossessionante preoccupazione di Cesare fu di mettere Roma all’altezza della missione imperiale, che ormai non poteva più rifiutare senza rischiare la dissoluzione» (Ibidem).

Anche sotto il punto di vista culturale, Roma doveva diventare la nuova capitale delle arti e delle scienze superando in prestigio Atene e Alessandria. A tal fine mobilitò esponenti della fazione avversa come Varrone e Cicerone: «Grazie a Cicerone, Cesare, che aveva già fatto dell’Urbe il centro del classicismo artistico, creò in letteratura l’umanesimo greco-romano che ancora emana la sua luce. Trasferì a Roma la fiaccola di una missione civilizzatrice, quasi per giustificarsi di averle affidato lo scettro dell’universo» (p. 579).
Gli imponenti progetti urbanistici e le fondamentali leggi che promulgò si mossero dunque in tal senso: «Cesare volle diventare l’unificatore non delle terre romane, conquistate già da tempo, ma delle popolazioni che le abitavano. E tentò di unirle fra di loro avvicinandole tutte al tipo di vita a cui educava il popolo romano» (p. 584). E così le monete di ottima qualità, da lui recentemente fatte coniare, e la riforma del calendario saldarono le numerose genti dell’ecumene romana in quella che è la superba e magnifica opera di Cesare: l’Impero.

Ma tutto ciò non poteva che essere ostacolato dall’ingordigia e dall’invidia di una certa classe politica corrotta e decadente, erede deforme dei virtuosi nobili che in passato avevano reso grande Roma. E infatti i cospiratori affilarono ben presto le lame del tradimento.

Le dinamiche del cesaricidio sono note: alle Idi di marzo del 44, nella Curia di Pompeo, Cesare fu assassinato dai congiurati guidati da Bruto e Cassio con ventitré pugnalate. Ma i “liberatori” (così si proclamavano) avevano commesso un gravissimo errore: non avevano eliminato Marco Antonio, fedele di Cesare, quasi il suo alter ego. Cicerone (in foto), che aveva collaborato con Cesare (si veda la “compromettente” Pro Marcello), aveva lodato il progetto della congiura, restandone però fuori (ben inteso!), lontano da Roma addirittura; ebbene, il doppiogiochista Cicerone aveva caldeggiato – così come Cassio – l’eliminazione di Antonio, ma Bruto, che voleva apparire come un “liberatore” e non come un vile assassino, si era rifiutato. L’Arpinate scriverà poi che i cesaricidi avevano agito «con coraggio da veri uomini, ma con cervello da bambini» (Lettere ad Attico, XV 4,2). E non aveva torto.

Non appena assassinato Cesare e con gli altri senatori fuggiti per il terrore, Bruto e compagni infatti, senza sbarazzarsi del cadavere, salirono sul Campidoglio agitando i pugnali insanguinati verso una folla che non c’era (le strade erano deserte); giunti poi alcuni senatori e cittadini, Bruto ascese ai rostri cianciando di un’astratta “libertà” di fronte a un popolo interdetto. Antonio frattanto, avendo compreso la totale indecisione dei congiurati sul da farsi, arrivò al Foro patteggiando un’amnistia per i cesaricidi, a condizione che i provvedimenti del dittatore non fossero toccati e che si tenessero pubbliche esequie con tutti gli onori per Cesare.

A questo punto Antonio, con due abilissime mosse, ribaltò la situazione. In principio lesse pubblicamente il testamento del Divo Giulio, in cui erano registrati enormi lasciti in favore del popolo romano (i giardini vicino al Tevere e un legato di 300 sesterzi a testa), e in cui erano nominati tra gli eredi “secondi” alcuni dei congiurati.
Successivamente si svolse il sontuoso funerale in Campo Marzio, durante il quale lo scaltro Antonio, nella consueta orazione encomiastica, mostrò alla folla commossa il corpo vulnerato di Cesare e la sua veste lacerata dalle proditorie pugnalate. Esasperato dal macabro spettacolo, il popolo, al grido di «uccidete gli assassini!», apprestò il rogo per l’apoteosi del cadavere, «alimentò le fiamme gettandovi dentro fascine, e i banchi e gli sgabelli delle tribune, e gli oggetti portati in dono. I musicisti e gli attori, inoltre, strappatesi di dosso le vesti che avevano preso per l’occasione dai corredi dei trionfi, le gettarono nelle fiamme. I veterani delle sue legioni vi buttarono le armi che portavano per la cerimonia, e le matrone persino i loro gioielli e le “bulle” e le preteste dei loro figlioli. Tutti gli stranieri, associandosi a quell’immenso lutto, fecero le loro lamentazioni intorno al rogo, ciascuno secondo le proprie usanze, e in modo particolare i Giudei, che continuarono a ritornare numerosi, per parecchie notti di seguito, sul luogo del funerale» (Svetonio, Cesare, 84,3). La pittoresca descrizione di Svetonio ci testimonia, come poche altre, il grande amore che il popolo romano (ma non solo) nutriva per il Divo Giulio.

Terminato il funerale, la folla inferocita, impugnati tizzoni ardenti dallo stesso fuoco del rogo, si diresse alle lussuose dimore dei cesaricidi, i quali fuggirono dall’Urbe. «In seguito il popolo alzò nel Foro una colonna di marmo numidico alta quasi venti piedi con l’iscrizione “Al padre della patria”. E in quel luogo per molto tempo continuò a offrire sacrifici, a fare voti e a dirimere controversie giurando nel nome di Cesare» (Ibidem, 85). Successivamente venne murata la Curia di Pompeo (il luogo dell’assassinio) e alle Idi di marzo, ribattezzate «il giorno del parricidio», non fu più possibile convocare sedute del Senato.

Questo, dunque, l’abisso che separa Giulio Cesare dai “liberatori”. Sempre Canfora inoltre, sul «Corriere della Sera» del 4 gennaio 2007, firmò un articolo dal titolo Cesare e i Falsi Liberatori, mentre il grande latinista Luca Canali scrisse a buon diritto, sulle colonne del «Giornale», che Cesare era «un gigante abbattuto da alcuni “piccoli uomini”». Ma gli dèi non lasciarono invendicato il loro figlio prediletto. A tal proposito non possiamo non citare l’ultimo paragrafo della biografia svetoniana che, con raffinata destrezza letteraria, ci illustra l’ineluttabile sorte dei cesaricidi: «Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì di morte naturale. Furono condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcuni si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare [si noti il contrappasso]».

Questo fu Gaio Giulio Cesare: politico geniale, grandissimo generale, oratore e scrittore di straordinario talento (lo stesso Cicerone ne aveva tessuto più volte le lodi); amato dai soldati per le sue virtù guerriere, adorato dal popolo per la sua generosità, odiato dagli oligarchi per averne indebolito i privilegi. Il suo carisma, il suo carattere, la sua volontà di potenza divennero prima leggenda e poi mito. Per rendere l’idea dell’imperituro e avvincente fascino di questo mito, credo sia eloquente il fatto che alle Idi di marzo, a più di duemila anni di distanza, ancora oggi, la gente comune si reca al Foro romano – quasi come in mistico pellegrinaggio – per deporre fiori e omaggi presso il Tempio del Divo Giulio (in foto).

A questo punto non possono non ritornare alla nostra memoria le vibranti parole del Marc’Antonio shakespeariano – magari impersonato dal giovane Marlon Brando nella trasposizione cinematografica del 1953 – il quale, al termine della sua celeberrima orazione, esclamò a piena voce: «Lui era un Cesare! Ne avremo mai un altro?!».



(J. L. Mankiewicz, Giulio Cesare, 1953: orazione di Marco Antonio)




Note bibliografiche per le citazioni dalle opere moderne



Précis des guerres de César par NAPOLÉON, écrit par M. Marchand sous la dictée de l’Empereur (1819), Paris 1836.
TH. MOMMSEN, Storia di Roma antica [1854-6], trad. it., 3 voll., Sansoni, Firenze 1960.
J. CARCOPINO, Giulio Cesare [1936], trad. it., Bompiani, Milano 2006 (€ 11,00).
A. FERRABINO, Nuova Storia di Roma, 3 voll., Roma 1959.
L. CANFORA, Giulio Cesare: il dittatore democratico, Laterza, Roma-Bari 1999 (€ 8,00).


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giovedì 1 ottobre 2009

Gaio Giulio Cesare (4)

IV. La guerra civile continua: resistenza od oltranzismo?


Cesare, trovato Pompeo assassinato ad Alessandria, si schierò nella contesa dinastica tra il piccolo Tolomeo XIII e Cleopatra, sua sorella maggiore e moglie, che le fonti descrivono come coltissima e ammaliante. Dalla relazione del generale romano con la regina d’Egitto, inoltre, nacque Tolomeo XV, più noto come Cesarione (cioè ‘Cesaretto’). Tale scelta di Cesare è comunemente indicata come un errore, ossia l’essersi cacciato nella cosiddetta “trappola alessandrina”: «Una delle guerre più difficili, in una posizione sfavorevole e in una stagione poco clemente» (Svetonio, Cesare, 35,1). Con pochi uomini, con scarsi mezzi di difesa e lontano dai rifornimenti, Cesare subì un assedio lungo e logorante. Alla fine però la spuntò e fece di Cleopatra l’unica sovrana d’Egitto e poté così partire per la Siria. Il dato rilevante del bellum Alexandrinum, benché affrontato con una strategia più che discutibile, fu che Cesare, supportando Cleopatra e rendendole il regno, riuscì a rovesciare la clientela pompeiana instaurandovi la propria, vieppiù in uno Stato geopoliticamente nevralgico, giacché l’Egitto rappresentava il “granaio dell’impero”, fondamentale per l’approvvigionamento di Roma stessa.

E Cesare, in questa fase della guerra civile, si preoccupò proprio di ridisegnare la mappa delle clientele orientali a seguito della débâcle pompeiana: non marciò, infatti, contro Catone in Africa, ma rivolse le insegne alla Siria. Di qui dovette poi muovere contro Farnace II in Ponto. Questi era il figlio del temibile Mitridate VI che, dopo l’annessione del Ponto a Roma, aveva ricevuto il piccolo regno del Bosforo Cimmerio (l’odierna Crimea). Farnace dunque, durante la guerra civile, si era spinto in alcuni territori del vecchio regno paterno, occupandoli. Cesare, che non poteva permettere un simile affronto a Roma e non poteva certo perdere la faccia di fronte ai suoi clienti, lo affrontò a Zela. Strategia esemplare per rapidità ed esecuzione, vittoria agevole, Cesare ne sintetizzò la gloria in tre parole: Veni vidi vici, «venni vidi e vinsi».

Il vincitore di Pompeo poteva ora rivolgersi all’Africa, dove la factio guidata da Catone si stava attrezzando per la riscossa.

Ma prima di fare ciò dové rientrare a Roma, dove alcuni veterani stavano reclamando a gran voce le ricompense promesse per Farsalo. Bastò una parola a riaccendere l’orgoglio degli ammutinati: li chiamò Quirites, cioè ‘cittadini’, ‘civili’, ‘borghesi’. «Con quella parola Cesare li separava da sé, dalla sua fortuna, dal suo destino di vittoria, in cui credevano!» (A. Ferrabino, Nuova Storia di Roma, vol. III, Roma 1959, p. 92). Si riarruolarono tutti e partirono con lui per l’Africa.

Qui la factio si era ben riorganizzata, reclutando nuove e numerose truppe, e potendo contare altresì sull’appoggio di Giuba I, re di Numidia. Cesare, in attesa dei rinforzi che tardavano ad arrivare, temporeggiò arroccandosi a Ruspino. Iniziò così una guerra psicologica sia verso i suoi che contro i nemici. E gli effetti non si fecero attendere: molti Numidi e Getùli, debitori in passato di Gaio Mario, defezionarono allorché seppero che era il nipote di Mario che essi combattevano. Riportiamo inoltre due aneddoti: in quel frangente era comandante dell’esercito “pompeiano” Quinto Metello Scipione Nasica, suocero dello stesso Pompeo, tra i più influenti capi ottimati ma generale mediocre; Catone tuttavia ricordò che un’antica profezia stabiliva che il nome degli Scipioni dovesse rimanere invitto in Africa, sicché Cesare, sempre attento a questi particolari fondamentali, al fine di rincuorare e galvanizzare i suoi, «teneva vicino a sé, nel campo, un membro discreditatissimo della gens Cornelia [quella degli Scipioni], un tale soprannominato Salvitone per il suo indegno modo di vivere» (Svetonio, Cesare, 59). Prima di affrontare le truppe di Giuba, poi, gonfiò a tal punto il loro numero che i suoi ne rimasero terrorizzati; ma all’apparire dell’armata sul campo di battaglia, i soldati si rianimarono e imbaldanzirono alla vista di un contingente così inferiore alle loro aspettative (Ibidem, 66).

Arrivati finalmente i rinforzi, venne lo scontro decisivo a Tapso (6 aprile 46).
Ancora una volta, le reclute dell’esercito “pompeiano” furono sopraffatte dalle legioni cesariane. Giuba e Scipione caddero, mentre Catone, rifugiato a Utica, non appena seppe della disfatta, lesse per l’ultima volta il Fedone di Platone (che tratta dell’immortalità dell’anima) e si diede quindi stoicamente la morte (in foto).

Cesare poté dunque far ritorno a Roma, tra l’euforia del popolo, celebrando tutti i suoi trionfi, che erano stati rimandati a causa della guerra civile.
Si impegnò ovviamente nell’amministrazione di Roma e dell’impero con riforme importanti. Elargì sostanziose somme di denaro ai veterani e ai cittadini tutti, diede inizio ad un sontuoso piano edilizio, allestì spettacoli magnifici (tra cui una naumachia), adattò la burocrazia alla nuova realtà amministrativa, varò provvedimenti in favore della plebe (come il potenziamento delle assemblee popolari) e – non ci si stancherà mai di enfatizzarne l’importanza – riformò il calendario (che è sostanzialmente il nostro, con i dovuti ritocchi di papa Gregorio XIII), grazie ai calcoli elaborati dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria.
Basò inoltre la sua politica sulla clementia, perdonando i suoi antichi avversari, affidando loro cariche rilevanti e compiti di governo. Ad esempio commissionò al celeberrimo erudito Varrone, comandante pompeiano a Ilerda, l’ambiziosissima istituzione della prima biblioteca pubblica greco-latina a Roma (il tutto però saltò, e il progetto fu realizzato da Augusto). «Mobilitare le forze migliori al di là dello schieramento di partito è l’architrave della prassi politica cesariana» (Canfora, op. cit., p. 197).

Le forze “pompeiane”, tuttavia, si stavano riorganizzando ancora una volta in Spagna. I figli di Pompeo e Labieno, infatti, erano intenzionati a combattere sino alla fine.
Cesare dovette dunque organizzare un’altra spedizione (l’ultima) nell’interminabile guerra civile. La battaglia finale avvenne a Munda (17 marzo 45). In posizione sfavorevolissima, ma contando sul fattore sorpresa, Cesare riuscì infine a vincere, grazie inoltre al decisivo valore della leggendaria X Legione. Tuttavia questa fu l’occasione in cui il dittatore credé veramente di dover soccombere, tanto che stava per suicidarsi. Ma gli dèi si dimostrarono nuovamente dalla sua parte. Morirono Tito Labieno, combattendo (Cesare gli riservò tutti gli onori), e successivamente Gneo Pompeo il Giovane, mentre l’unico che si salvò fu Sesto Pompeo (sarà in seguito un implacabile avversario di Ottaviano).

Da allora Cesare fu «per sei mesi il padrone del mondo» (Napoleone, Précis, op. cit., p. 207).


Continua per concludersi...


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