mercoledì 23 settembre 2009

Gaio Giulio Cesare (3)

III. Cesare contro Pompeo: guerra civile e “titanomachia”


«Guerre atroci più che civili sui campi dell’Emazia
io canto, la violenza fatta legge e il possente popolo
che la destra vittoriosa armò contro se stesso,
e gli eserciti fratelli d’uno stesso sangue
e le comuni nefandezze, sciolti i nodi d’ogni amistà,
cui si abbandonarono le forze del mondo sconvolto,
levando ostilmente insegna contro insegna,
aquila contro aquila, dardo contro dardo»

(Lucano, Farsaglia, I 1-7)






Scaduto il proconsolato, Cesare richiese la sua designazione a console per il 49, da effettuarsi però in assenza da Roma, poiché ciò avrebbe comportato la presentazione della candidatura da privato cittadino, privo cioè delle sue legioni. La factio, attenendosi alla legge, rifiutò seccamente la proposta del generale. Cesare temeva che, una volta giunto nell’Urbe in veste di privato, sarebbe stato braccato dai suoi nemici (che non erano affatto dei santi… anzi!) e trascinato in tribunale (le accuse sarebbero state anche legittime e fondate), consumandosi così una sorta di “golpe bianco” ai suoi danni (ipotesi assai probabile). Le due legioni pompeiane accampate nei pressi di Roma, d’altronde, non facevano presagire nulla di buono.

La situazione ormai critica fu dibattuta nella seduta del Senato del 1° dicembre del 50. Il tribuno della plebe Scribonio Curione (uomo di Cesare) presentò dunque la proposta più sensata, che in verità quasi tutti auspicavano: «Giacché le armi di Cesare fanno paura a qualcuno, ma anche l’egemonia e le legioni di Pompeo fanno paura ad altri, propongo che entrambi congedino i loro eserciti. Questo restituirà libertà alla politica» (Cesare, La guerra gallica, VIII 52,4). La proposta in effetti ebbe un’eco più che positiva, con 370 voti favorevoli contro appena 20 (o 22) contrari.

Gli ottimati, sonoramente messi in minoranza, con i consoli designati per il 49, si diressero dunque da Pompeo (loro novello alleato in chiave anti-cesariana) accampato fuori dal pomerio, chiedendogli di intervenire contro la proposta di Curione (ormai approvata dal Senato!). Non solo: a seguito dell’elezione dei due consoli Lentulo Crure e Claudio Marcello (i due candidati succitati), una prolungata seduta del Senato assunse toni “terroristici”, con le armate di Pompeo che sostanzialmente piantonavano la seduta stessa, e con l’inaudito annullamento del veto tribunizio. Paradossalmente (ma fino a un certo punto…) sono proprio i consoli, ossia i supremi custodi della legge, ad agire illegalmente: «Naturalmente il presupposto (indimostrabile) dei suoi avversari [di Cesare] era che lui fosse già fuori della legalità: solo questo poteva giustificare parole e comportamenti così brutali (Canfora, Cesare, op. cit., p. 157)».

A questo punto Cesare, costrettovi dalla ferocia della factio, è a un bivio: o la resa o la marcia su Roma. E, ancora una volta, come sempre fedele al suo carattere, il 10 gennaio Cesare attraversa il Rubicone in armi: «Avanti, per quella strada sulla quale ci chiamano i prodigi degli dèi e l’ingiustizia dei nostri nemici. Il dado è tratto!» (Svetonio, Cesare, 32).

È dunque lui a rompere gli indugi, a muovere guerra a Pompeo e ai legittimi – benché indegni – consoli. Ma mai come in questo caso valse l’aforisma di Montesquieu «il vero autore della guerra non è colui che la dichiara, ma colui che la rende necessaria».

Ebbe così inizio uno scontro tra titani: Pompeo e Cesare. Due uomini eccezionali, due personalità così simili nel carattere e nel carisma, e così legati da un’alleanza politica e dalla stessa parentela, poiché Pompeo aveva sposato Giulia, la figlia di Cesare, tra cui nacque un appassionato, tenero e sincero amore: alla morte di Giulia per parto (morì anche la loro figlioletta), Pompeo sofferse enormemente, e l’ultimo vincolo che univa ancora i due contendenti venne meno.
Erano due uomini destinati a primeggiare, a cui il fato aveva indicato una via cosparsa di potere e gloria. L’unico problema è che vissero nella stessa epoca: il mondo non poteva contenerli.

Ma la guerra tra Cesare e Pompeo non fu soltanto la conflagrazione tra due uomini votati al dominio del mondo, ma fu anche lo scontro tra due diverse concezioni di Stato: Eduard Meyer (1855 – 1930) ne scrisse un’opera memorabile, cioè la Caesars Monarchie und das Principat des Pompejus (La monarchia di Cesare e il principato di Pompeo, 1918), in cui lo storico tedesco confronta il progetto di monarchia universale del primo con il Principato del secondo, ossia l’egemonia di un primus inter pares fondata sull’auctoritas, disegno poi sostanzialmente realizzato da Augusto.

Ma torniamo a noi. Cesare parte con sole cinque coorti all’assalto del mondo, in attesa del resto delle truppe scelte per la spedizione, marciando rapidamente sull’Urbe.
Pompeo, al tempo delle trattative, a coloro che temevano Cesare, aveva affermato un po’ presuntuosamente «non preoccupatevene. Dovunque batterò il piede in terra sorgeranno schiere di fanti e di cavalieri» (Plutarco, Pompeo, 57,5). Favonio, catoniano doc, una volta intuito il bluff con Cesare in marcia e Pompeo in partenza per la Grecia, gli si rivolse sarcasticamente invitandolo a battere il fatidico piede… Ma i fanti e i cavalieri il vincitore di Mitridate aveva intenzione di radunarli (e in gran numero) a Oriente, dove godeva dell’appoggio incondizionato delle sue clientele.

Un errore madornale di Pompeo fu però quello di abbandonare Roma senza colpo ferire. Eppure le legioni c’erano: sei fedelissime in Spagna (Pompeo ne era pur sempre il proconsole) che potevano giungere nell’Urbe in poche settimane, più le due a Roma. Un suicidio politico-militare inspiegabile, rilevato e parimenti stigmatizzato da Napoleone, Mommsen, Carcopino e Canfora.
Cesare, dunque, entrò a Roma per dirigersi subito a Brindisi nel tentativo di impedire a Pompeo di imbarcarsi per la Grecia. Fuggito quest’ultimo, il futuro dittatore approfittò però dell’errore del nemico, rivolgendo le insegne alla Spagna, in luogo di rincorrere Pompeo. Cesare stesso disse infatti ai suoi: «Vado in Spagna a combattere contro un esercito senza generale, per poi marciare contro un generale senza esercito» (Svetonio, Cesare, 34,2).

La Spagna infatti cade, ma la vittoria cesariana non è agevole: l’assedio di Ilerda (odierna Lérida) dura 44 giorni. Le legioni spagnole sono truppe scelte ed esperte ma i generali Afranio e Petreio non possono certo competere con un Cesare.
Grazie alla capitolazione della Spagna, il conquistatore della Gallia spezza così l’accerchiamento che Pompeo gli aveva preparato, con le armate iberiche a Occidente e i nuovi coscritti a Oriente.
Cesare rientra allora a Roma, viene designato dittatore ed eletto console per il 48, si dirige fulmineamente a Brindisi e, all’inizio di gennaio, fa vela verso la Grecia, cercando lo scontro decisivo con Pompeo.

Anche stavolta le condizioni sono assai svantaggiose per l’erede dei Giuli: numericamente inferiore, con scorte appena sufficienti e tagliato fuori per i rifornimenti, Pompeo può invece contare sull’appoggio delle sue clientele e della flotta che, da una parte, gli offre tutto il necessario e, dall’altra, impedisce il sopraggiungere degli aiuti a Cesare.

Ma prima dell’arrivo di Marco Antonio con truppe e rifornimenti, Cesare si raccolse attorno ai suoi «commilitoni» (così li chiamava!), con i quali si apprestava a far forza alla Fortuna. Non possiamo non riportare un passo di Svetonio (non certo un filo-cesariano) che descrive in maniera esemplare la grande abnegazione delle sue legioni (Cesare, 68):

Al principio della guerra civile i centurioni di tutte le legioni si impegnarono a fornirgli, con i propri risparmi, un cavaliere ciascuno, e i soldati tutti si offersero di prestare servizio gratuitamente, senza ricevere né stipendio né razioni, sovvenendo i più ricchi alle necessità dei più poveri.
E in tutto quel periodo di tempo così lungo nemmeno uno di loro lo abbandonò; parecchi, anzi, fatti prigionieri, rifiutarono la vita salva, concessa a condizione che combattessero contro di lui.
Sia che fossero assediati o assedianti, sopportavano con tanta pazienza la fame e le altre privazioni a tal punto che Pompeo, durante il blocco di Durazzo, visto con che specie di pane impastato d’erba si sostentavano, disse:
«Queste sono belve, non uomini!». Diede pertanto immediato ordine di nascondere quel pane e di non farlo vedere a nessuno, perché i suoi non rimanessero scoraggiati dalla resistenza e dalla ostinazione del nemico.
A provare il valore con cui combattevano i suoi soldati sta il fatto che, dopo l’unico infelice scontro presso Durazzo, gli chiesero spontaneamente di essere puniti, tanto che egli dovette piuttosto confortarli che castigarli.
Nelle altre battaglie, nonostante la sproporzione numerica, superarono di gra
n lunga con facilità le infinite schiere che venivano loro opposte.
Una sola coorte della sesta legione, messa a presidio di un fortino, sostenne per qualche ora l’urto di quattro legioni di Pompeo, rimanendo quasi tutta trafitta dall’infinità delle frecce nemiche: nell’interno del recinto ne furono contate ben 130.000.
E questo non può far meraviglia se si consideri qualche singolo episodio, come quello del centurione Cassio Sceva e quello del soldato Gaio Acilio, per non dire di tanti altri.
Sceva, perduto un occhio, con una coscia e una spalla trafitte, lo scudo perforato da 120 frecce, rimase fermo a guardia della porta del ridotto affidata a lui.
Acilio, in un combattimento navale presso Marsiglia, imitò l’esempio di Cinegiro, tramandatoci dai Greci: essendogli stata troncata la destra, con cui tratteneva una nave nemica, saltò a bordo e rovesciò con lo scudo tutti quelli che cercavano di opporglisi.

Questo era il “Cesare soldato”, anzi il “Cesare commilitone”, e le legioni con le quali sfidava il mondo!

E infine venne la battaglia decisiva, e infine venne Farsalo (9 agosto 48).

Una cosa va però detta: Pompeo fu tratto in errore dai suoi alleati, rinunciando a costringere Cesare al logoramento e accettando invece lo scontro nella piana di Farsalo (Tessaglia), lontano quindi dalla flotta, che per lui rappresentava la garanzia della vittoria. Parimenti si può dire delle trattative di intesa tra i due generali (che vi furono fino all’ultimo), vanificate dall’oltranzismo di Catone, dal rancore di Tito Labieno (alter ego di Cesare in Gallia, poi passato alla factio paucorum) e dall’odio viscerale di Domizio Enobarbo. Labieno, tra l’altro, ripeteva che i veterani di Cesare erano per la maggior parte morti, e che il suo esercito era composto essenzialmente da reclute: «È un caso topico di gruppo dirigente tratto in inganno dalla propria propaganda» (Canfora, Cesare, op. cit., p. 201).

Lo stesso Cicerone, che con Cesare aveva sempre intrattenuto rapporti epistolari, si era ormai persuaso che gli uomini della factio agivano non perché mossi da ideali politici, bensì da rancori privati e da speranze di profitti personali. In una lettera ad Attico aveva inoltre scritto che Pompeo «silleggiava», ossia ambiva ad un potere autocratico proprio come Silla, il cui regime dittatoriale tutti avevano temuto.
Ad ogni modo Cesare «ha voluto lasciar scritto che, per lui, un accordo è stato possibile fino alla fine e che Pompeo era altra cosa dalla factio, per esempio da Domizio Enobarbo» (Ibidem, p. 204).

La battaglia fu un trionfo e un altro capolavoro militare di Cesare: riuscì a evitare con maestria l’accerchiamento alle ali da parte del soverchiante esercito nemico e, messa in fuga la cavalleria pompeiana, sfaldò le file avversarie che si dispersero. La qualità vinse dunque la quantità: l’armata della factio, che Cesare stimava ammontasse al doppio della sua, cedette il passo. Dopotutto i novellini coscritti da Pompeo erano ben poca cosa rispetto alle legioni che avevano piegato la Gallia.
Pompeo, dunque, dannandosi l’anima per aver dato ascolto ai suoi improvvidi alleati, fuggì in Egitto dal re Tolomeo XIII, suo cliente, il quale lo fece assassinare. Cesare però, che rispettava tutti i valorosi, gli rese superbi onori; ecco cosa scrisse Plutarco sulla vicenda: «Giunse ad Alessandria poco dopo l’uccisione di Pompeo e, quando Teodoto gliene presentò la testa, ritrasse lo sguardo inorridito. Nel ricevere poi in consegna l’anello di Pompeo, si mise a piangere» (Cesare, 48,2).

Questo il triste e inglorioso trapasso di un grande uomo che ebbe l’unica sfortuna di avere come avversario Gaio Giulio Cesare.

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mercoledì 16 settembre 2009

Gaio Giulio Cesare (2)

II. La campagna gallica: la gloria, la leggenda, il mito


«Cesare era tanto affezionato ai suoi soldati che, venuto a sapere della disfatta di Titurio, si lasciò crescere la barba e i capelli senza tagliarli se non dopo aver compiuto la sua vendetta».

(Svetonio, Cesare, 67,2)


La campagna gallica impegnò Cesare per ben dieci anni (il proconsolato gli fu rinnovato nel 54 per altri cinque), e rappresentò per lui una vera palestra militare, nonché il trampolino di lancio per la gloria e la fama presso il popolo romano.
Il futuro dittatore si distinse immediatamente per le sue doti belliche, per la sua genialità strategica e per le sue stesse virtù guerriere, tanto da essere amato dai suoi legionari poiché, da primo tra pari, viveva in mezzo a loro, viveva con loro: ne captava gli umori e i malumori, era tanto severo nel punirne le gravi mancanze quanto generoso nel ricompensarne il valore, tanto saggio e moderato durante gli entusiasmi delle vittorie (molte) quanto di conforto e di sprone nelle sconfitte (poche). Il suo appostarsi in prima linea, la sua frugalità nel mangiare, la sua perseveranza nel sopportare le fatiche e gli strazianti ritmi delle marce, il suo essere un soldato tra soldati lo resero quasi leggendario.

Numerosi sono gli aneddoti riportati da Svetonio e Plutarco sul suo valore militare e sul carismatico ascendente che esercitava sui soldati, i quali erano spinti all’emulazione e ai più grandi cimenti. Vale la pena rammentarne due: una volta, attaccato di sorpresa dagli Elvezi, riparò fortunosamente in una piazzaforte, nella quale raccolse e ordinò i suoi legionari in formazione di combattimento; quando però gli fu portato il cavallo, esclamò: «Mi servirà dopo la vittoria, per l’inseguimento. Adesso andiamo all’attacco», e mosse contro i nemici a piedi (Plutarco, Cesare, 18,3). In Britannia accadde invece che alcuni comandanti dell’avanguardia furono oggetto di un agguato nemico che li fece rovinare in una palude fangosa; «un soldato si lanciò però nel folto dei nemici – Cesare assisteva di persona alla battaglia – e, dopo aver compiuto innumerevoli, cospicue prove di coraggio, mise in fuga i barbari, salvò i comandanti e attraversò la palude per ultimo dopo tutti, tra gravi difficoltà, gettandosi nella corrente limacciosa: ne uscì infine a stento, senza scudo, un po’ a nuoto e un po’ a piedi. Cesare e il suo seguito, meravigliati di tanta prodezza, gli andarono incontro con grida di gioia; ma il soldato, assai sconfortato e in lacrime, si gettò ai piedi di Cesare chiedendogli perdono per aver abbandonato lo scudo» (Plutarco, Cesare, 16,5).

La campagna gallica assunse inoltre caratteri epici e da grande epopea, in cui le legioni romane combatterono contro popolazioni remote di cui a malapena si conosceva il nome: Cesare arrivò sino in Britannia a lambire gli estremi confini del Nord, oltrepassò il Reno con un ponte poderoso costruito in pochissimi giorni, la cui sola superba opera bastò a sgominare gli atterriti Germani al di là del fiume.
Accumulò inoltre ingenti ricchezze e fece incetta di prigionieri, inviando al popolo romano enormi cifre di denaro e schiavi in abbondanza: il suo nome riecheggiava ormai nelle orecchie di ognuno. Tutto ciò ovviamente destò le più accese invidie tra i membri della factio, e gli stessi Catone e Cicerone non facevano che sperare e attendere la disfatta del generale.

Non mancarono, nell’arco della guerra, le ombre e le atrocità: città e campi messi a ferro e fuoco, stragi immani e spedizioni punitive, che lo stesso Cesare registrò nei commentarii e che Plinio il Vecchio descrisse in maniera circostanziata (Storia naturale, VII 91-99), e che più tardi anche un Goethe lamentò duramente. Ma Cesare, che pur stava conducendo una guerra in una terra vasta e inospitale, si rivelò tanto cinico e spietato con i nemici e i traditori quanto clemente e generoso con gli amici e gli alleati. Egli, dopotutto, non conosceva che la gloria di Roma e la sua personale, la quale seconda doveva necessariamente scaturire dalla prima, e solo a queste rispondeva.

Non possiamo ad ogni modo non citare la più grande battaglia della campagna gallica, in cui Cesare dispiegò tutto il suo genio tattico-militare e in cui si manifestò tutta la tenacia e il valore dalle legioni di Roma: l’assedio di Alesia del 52 (Cesare, La guerra gallica, VII 68-89).

La città di Alesia era situata su un’altura favorevolissima alla difesa nel cuore della Gallia, ed era presidiata dal prode capo arverno Vercingetorìge, forte di circa 80.000 uomini arroccati nel borgo. I Romani contavano invece su circa 45-50.000 legionari. Ma il vero pericolo per le aquile di Cesare era rappresentato da un oceanico contingente pan-gallico chiamato in aiuto da Vercingetorige, stimato in 240.000 fanti e 8.000 cavalieri, che sarebbe dovuto piombare presto alle terga dell’esercito romano.
La battaglia era decisiva: o Roma vinceva, tenendo così la Gallia sotto il proprio dominio (ipotesi più che improbabile!), oppure, annientate le legioni cesariane, i Galli avrebbero recuperato la libertà.

Cesare, fortemente preoccupato dalle truppe galliche in arrivo, escogitò e fece approntare un sistema di fortificazioni di dimensioni mastodontiche, mai viste prima (in foto). Fece edificare una «controvallazione» interna di circa 15 km (sic!) di lunghezza, al fine di fiaccare gli uomini di Vercingetorige mettendoli così di fronte a una scelta: la resa (poco onorevole), l’abbandono della roccaforte per un attacco frontale (sconsigliabile, vista la superiorità tecnica dei Romani) o la morte per inedia (ipotesi davvero infausta). Ma soprattutto attese alla costruzione della «circonvallazione» esterna, atta all’arginamento del contingente pan-gallico, lunga circa 21 km (sic!!!). Questo doppio sistema di fortificazioni aveva il chiaro intento di impedire il congiungimento degli assediati con i 250.000 in arrivo: un’eventualità che avrebbe ineluttabilmente segnato il destino dei Romani. Erano stati inoltre attrezzati fossati con trappole, fortini, ridotte, torri di guardia e quant’altro fosse utile alla difesa: un’opera decisamente monumentale!

Di fronte all’impari confronto tra le forze in campo, Catone e Cicerone (ma adesso anche Pompeo) gongolavano per l’ormai imminente disfatta di Cesare. Ma il destino era dalla parte del figlio di Venere.
In una battaglia epocale, infatti, le legioni di Roma, al termine di una strenua ed eroica resistenza, sbaragliarono l’imponente esercito gallico, coprendosi di eterna gloria. I 250.000 si dispersero permettendo alla cavalleria romana di farne grande strage, mentre Vercingetorige si arrese consegnando le armi al proconsole (in foto). La fama di Cesare era ora all’apice, a Roma non si parlava d’altro che delle sue armate invincibili. E l’invidia, mista al timore, corrose l’animo dei suoi nemici, vecchi e nuovi.


Durante il periodo finale del mandato proconsolare, Cesare si limitò dunque a pacificare definitivamente la Gallia.
Ma ora un’altra minaccia si prospettava all’orizzonte dell’intrepido generale: una minaccia che non era fatta di fanti e cavalieri, di scudi e lance, bensì di intrighi e complotti, di macchinazioni e subdole congiure. Tutti gli avversari di Cesare, infatti, si stavano febbrilmente adoperando per eliminarlo.

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mercoledì 9 settembre 2009

Gaio Giulio Cesare: epifania, epopea e tragedia



«Cesare fu un uomo completo solo perché, come nessun altro mai, seguì le correnti del suo tempo e portò con sé come nessun altro l’energia e la fermezza della nazione romana e le sue solide virtù civili; come pure il suo ellenismo altro non era che quello da tempo innestato nella nazionalità italica.
Appunto in ciò sta la difficoltà, si potrebbe dire l’impossibilità, di fare un’esatta descrizione di Cesare. Come il pittore può dipingere tutto, fuorché la bellezza perfetta, così lo storiografo che incontra ogni mille anni, una sola volta, una perfezione non può che tacere».

(Th. Mommsen, Römische Geschichte [1856], trad. it., vol. II, Firenze 1960, p. 1103)


Queste le parole di Theodor Mommsen (1817 – 1903), illustre esperto di diritto romano e il più grande storico di Roma antica, nonché Premio Nobel per la Letteratura nel 1902, di cui fu il primo tedesco vincitore, e di cui tuttora detiene il primato per averlo vinto grazie a un’opera storiografica (la sua Storia romana per l’appunto). Di fatti il suo è sì un monumentale lavoro storico, ma è soprattutto un capolavoro letterario, come stanno a dimostrare il suo grande successo nei decenni e il sempre giovane vigore di una storiografia capace di dar vita a uomini ed eventi così lontani nel tempo.

Il grande amore del Mommsen fu proprio Gaio Giulio Cesare (100 – 44 a.C.), il cui busto non poteva mancare sul suo scrittoio allorché fu ritratto nel celebre dipinto di Ludwig Klaus (1881, in foto). Per lo storico di passioni liberali, avverso al conservatorismo di Bismarck, Cesare rappresentò un modello impareggiabile di uomo politico, per il suo supporto al popolo e per il suo “riformismo”, mentre un Cicerone fu per lui il senatore reazionario sostenitore dei privilegi di un’oligarchia parassitaria oramai al tramonto. La citazione iniziale che qui si è scelta è proprio l’affermazione – con toni encomiastici – dell’eccezionalità del Divo Giulio, della sua ineffabilità addirittura.

Ma non fu ovviamente solo Mommsen a essere affascinato dal conquistatore della Gallia: nei secoli, infatti, furono in molti a venerare Cesare con un vero e proprio culto, tra cui numerosi sovrani. Ma su tutti spicca Napoleone Bonaparte (1769 – 1821), il quale si auto-identificò con il generale romano, non tanto per la natura monarchica del suo potere, quanto per l’ascendente sul popolo (cioè la plebs) con cui entrambi avevano un rapporto privilegiato. Ciò traspare in maniera evidente nel Précis des guerres de César (Compendio delle guerre di Cesare, 1819), dettato dall’Imperatore dei Francesi a Marchand durante l’esilio all’isola di Sant’Elena.

Due lavori di indubbio interesse sono poi il César dell’insigne storico Jérôme Carcopino (1936) – ministro durante il Governo di Vichy e per questo temporaneamente incarcerato a Fresnes a seguito della (ri)conquista anglo-americana – e il più recente Giulio Cesare: il dittatore democratico di Luciano Canfora (1999), filologo classico di notevole spessore, di formazione intellettuale marxista.
Certamente colpisce il titolo dell’opera di Canfora: tralasciando il complicato concetto di dittatura e la sua eccezionalità giuridica al tempo, il termine democratico, un po’ sensazionale e forse non troppo felice, vuole intendere proprio l’accennato rapporto stretto tra Cesare e la plebe romana.

In effetti non è facile (Mommsen scrisse retoricamente che è impossibile!) spiegare nelle poche righe di un post che cosa è stato Gaio Giulio Cesare e che cosa ha rappresentato.
Di certo, conformemente all’aforisma eracliteo «il carattere di un uomo è il suo destino» (fr. 119 Diels), il figlio di Venere (la gens Iulia si faceva risalire a Iulo, figlio di Enea) dimostrò sin dal principio il suo carattere e la sua tempra. Il celeberrimo biografo greco Plutarco affrescò nelle sue Vite parallele veri e propri modelli di virtù e qualità umane, e Cesare – ovviamente affiancato ad Alessandro Magno – incarna quella che in greco si definisce φιλοτιμία (filotimìa = ambizione), ossia la ricerca tenace e caparbia del potere e della gloria, la volontà di forgiare il mondo a proprio piacimento.

I. Il giovane Cesare: da proscritto a console

Nulla conosciamo dei primi anni di vita del futuro dittatore, a causa delle infauste lacune iniziali dei manoscritti che riportano i testi di Svetonio e dello stesso Plutarco. Sappiamo però che Cesare perse il padre all’età di sedici anni, e che giovanissimo si trovò a fronteggiare una situazione critica e potenzialmente esiziale. In quanto nipote di Gaio Mario (il grande generale della fazione popolare, in foto) era nei desideri del dittatore Silla (esponente di punta degli ottimati, il quale aveva sconfitto lo zio in una guerra civile) di eliminarlo. Essendo tuttavia Cesare il rampollo di una delle famiglie patrizie più antiche di Roma, per Silla non fu possibile sbarazzarsi di lui, per lo meno non in modo indolore. A questo punto tentò di umiliarlo: gli impose di ripudiare sua moglie Cornelia, a sua volta figlia di Cornelio Cinna, altro capo popolare sconfitto assieme a Mario. Cesare però – e da qui si evince il suo carattere e il suo coraggio – si rifiutò categoricamente. Silla, esasperato, ne ordinò la morte, che sarebbe stata ineluttabile qualora non vi fossero state le intercessioni delle Vestali e di alcuni sillani (tra cui Aurelio Cotta, altro zio di Cesare). Rassegnato, Silla gridò ai suoi queste profetiche parole: «Abbiatela vinta, e tenetevelo! Un giorno vi accorgerete che colui che volete salvo a tutti i costi sarà fatale alla fazione degli ottimati, che pure tutti insieme abbiamo difeso. Non capite che in Cesare ci sono molti Marî!» (Svetonio, Cesare, 1).

Cesare fu allora costretto a errare in terre lontane: trovò ospitalità presso Nicomede III, re di Bitinia, e, dopo un breve rientro a Roma a seguito della morte del dittatore, soggiornò a Rodi, dove poté affinare la sua formazione culturale presso la locale scuola greca di retorica.

Ma l’epifania del “Cesare politico” si ebbe nel 70, l’anno del consolato di Crasso e Pompeo, i suoi futuri alleati, con i quali avrebbe stretto un importante patto segreto (chiamato impropriamente “triumvirato”). Al termine di quell’anno (il 5 dicembre), Cesare assunse dunque la carica di questore, il primo gradino del cursus honorum (cioè la carriera politica). Ma soprattutto, l’anno successivo (69), gli occorsero due lutti in famiglia: sua zia Giulia, nonché vedova di Gaio Mario, e la sua amata Cornelia. La morte delle due donne offrì a Cesare l’occasione per salire alla ribalta. Durante l’orazione funebre tenuta ai rostri nel Foro, fece infatti sfilare le immagini di Gaio Mario e del figlio Mario il Giovane, volendo con quest’atto significare due cose: la restituzione dell’onore politico alla parte mariana (compromesso da Silla), ma soprattutto la sua ascesa a erede del partito popolare. Nonostante manifestazioni di indignazione da parte di alcuni senatori, «il popolo lo accolse con applausi, come se avesse riportato dall’Ade in città i gloriosi ricordi di Mario» (Plutarco, Cesare, 5,3). Anche l’orazione per la giovane Cornelia (un’innovazione cesariana, giacché gli elogi funebri, in caso di donne, erano riservati alle sole matrone) piacque enormemente al popolo.

Cesare sarebbe riuscito in seguito a condurre alla vittoria la fazione popolare, l’unica dalla quale si poteva sperare una rigenerazione dello Stato romano – oramai adagiato sugli allori della fase terminale dell’imperialismo – preda degli oligarchi avidi di potere e gelosissimi detentori di sconfinate proprietà fondiarie. Ma la grandezza di Cesare fu proprio nel rinnovamento della politica popolare, la quale sino ad allora – dai tribunati dei fratelli Gracchi a Catilina – era stata estremista e intransigente, proponendo redistribuzioni radicali della terra, cancellazioni incondizionate dei debiti e abbandonandosi troppo spesso a una demagogia eccessivamente sfacciata. L’erede dei Giuli, infatti, dapprima declinò le offerte di Lepido, console nel 78, che organizzò un’insurrezione all’indomani della morte di Silla (mal preparata e finita male), e poi, col medesimo fiuto politico, si mise in disparte dalla congiura dello stesso Catilina (63, in foto). Di tale congiura era sì al corrente, non mancarono le proposte, ma Cesare alla fine ne rimase fuori; Cicerone sapeva della sua vicinanza ai congiurati, avrebbe potuto coinvolgerlo nell’accusa, ma non disse niente e lo salvò.

Il futuro dittatore investì poi somme principesche per assicurarsi le sue clientele, il vero motore della politica romana, arrivando ad accumulare ingenti debiti, non negando però mai a nessuno il suo aiuto. Ma, più che delle clientele e dei suoi seppur necessari vincoli di amicitia, Cesare aveva bisogno di una grande vittoria militare che lo potesse coprire di gloria e che fosse in grado di metterlo alla pari con Gneo Pompeo, il più grande generale del tempo. Grazie al patto privato stretto con lo stesso Pompeo e con Marco Licinio Crasso (il cosiddetto “primo triumvirato”, 60), Cesare si proponeva ora come politico di primo piano. In precedenza, prima della stipulazione vera e propria dell’accordo, appoggiò da subito Pompeo nell’assegnazione della guerra da condurre contro i pirati del Mediterraneo – assegnazione osteggiata da numerosi ottimati che non vedevano di buon occhio la grande popolarità di Pompeo. Crasso, dal canto suo, provvisto di risorse economiche da capogiro, si impegnò a saldare gli enormi debiti contratti da Cesare.

I pirati, divenuti oramai una vera spina nel fianco per Roma, furono sconfitti in pochi mesi (67-66) da Pompeo, nonostante la spedizione fosse assai delicata e logisticamente complessa. Subito dopo Pompeo distrusse definitivamente l’acerrimo re del Ponto, Mitridate VI, in quella che passò alla storia come Terza Guerra Mitridatica (66-63) e che sancì l’accorpamento del Ponto alla provincia della Bitinia.
Grazie a questi successi militari, Pompeo era all’apogeo della popolarità.

Ma ora era il turno di Giulio Cesare: fu infatti designato console per l’anno 59, con la promessa futura del proconsolato quinquennale in Gallia Cisalpina, Gallia Narbonense e Illirico.

Eletto console, ebbe come collega – emanazione diretta degli ottimati capeggiati da Cicerone e CatoneMarco Calpurnio Bibulo. Cesare non fece attendere le proposte per le sue riforme, in primis quella fondamentale sulla legislazione agraria. Osteggiata come previsto dalla factio paucorum, e oggetto di un aspro dibattito in Senato, Cesare abbandonò seccato la seduta per presentare la legge direttamente al popolo, il quale la approvò entusiasticamente. Il goffo Bibulo, tuttavia, si presentò anch’egli al comizio, adducendo presunte impossibilità sacrali che avrebbero impedito l’adunanza dell’assemblea. Egli si era però dimenticato che Cesare era il Pontefice Massimo, e quindi sovrano in materia di res sacrae (Cesare, ateo e di simpatie epicuree, non sottovalutò mai, da abilissimo politico qual era, l’uso della religione come instrumentum regni). Approvata dunque la legge, Bibulo volle comunque insistere e per questo fu scacciato dal comizio a furor di popolo: un atto gravissimo, ma che la factio non riuscì a tradurre in accusa nelle sedute successive del Senato, a dimostrazione dello strapotere politico dei “triumviri”. A questo punto Bibulo, con una presa di posizione “aventiniana”, si rinchiuse cocciutamente in casa per tutto il resto del mandato, lasciando a Cesare la possibilità di fare il bello e il cattivo tempo. La bizzarra decisione del console suscitò l’ironia di molti (tra cui lo stesso Cicerone), tanto che alcuni cominciarono a datare i documenti non già con i nomi di «Bibulo e Cesare», bensì di «Giulio e Cesare», senza contare le sarcastiche strofette che recitavano «nulla è accaduto, ch’io ricordi, sotto Bibulo».

Al termine del consolato, era comunque giunto il momento della seconda epifania: il “Cesare soldato”.

Continua...

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sabato 5 settembre 2009

Torna l’AVGVSTO!



Dalla prossima settimana l’AVGVSTO inizia la nuova stagione. Si ricomincia con un ciclo di articoli dedicato a Giulio Cesare, che ripercorrerà le tappe dell’inimitabile vita di un uomo straordinario. Dalle prime battaglie politiche alla campagna di Gallia, dalla guerra civile alle Idi di marzo, un’avventurosa epopea che ha edificato un mito imperituro che, ancora oggi, può insegnarci molto.



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