mercoledì 7 ottobre 2009

Gaio Giulio Cesare (5)

V. Le Idi di marzo: tirannicidio o parricidio?


«Tra i prodigi mandati dagli dèi si annovera una grande cometa che apparve per sette notti consecutive dopo l’eccidio di Cesare, ben visibile in cielo, e che quindi scomparve. I raggi stessi del sole si oscurarono: per tutto quell’anno il suo disco si alzò pallido e smorto al mattino, ed emanò un calore fioco e tenue. L’aria, essendo debole il tepore che di solito la rarefà, si mantenne caliginosa e pesante; i frutti maturarono a mezzo e rimasero imperfetti, avvizzendo tristemente per il freddo dell’atmosfera»

(Plutarco, Cesare, 69,4)


(Vincenzo Camuccini, Morte di Giulio Cesare, 1798)


Le famigerate Idi di marzo, secondo le numerose fonti antiche, furono precedute e seguite da presagi straordinari quanto infausti. Al di là dell’attendibilità di questi avvenimenti, quel che è certo è che per gli storici contemporanei l’assassinio di Cesare rappresentò un evento epocale, un punto di non ritorno che avrebbe avuto conseguenze immani.
Il dittatore, nonostante le continue segnalazioni di trame e congiure a suo danno, non si mostrava eccessivamente preoccupato per la sua incolumità, tanto che congedò la sua più che affidabile scorta personale di soldati spagnoli. In effetti Svetonio ci tramanda che Cesare ripeteva spesso che «la sua sopravvivenza fisica non era di suo personale interesse, al contrario interessava soprattutto la Repubblica. […] La Repubblica – precisava –, se a lui fosse accaduto qualcosa, sarebbe precipitata in guerre civili di molto più gravi delle precedenti» (Cesare, 86,2). Parole profetiche, senza dubbio. Cesare credeva quindi che nessuno si sarebbe azzardato ad assassinarlo proprio perché – se si esclude il solenne giuramento del Senato di vegliare sulla sua persona – ciò avrebbe comportato lutti e tragedie di entità catastrofiche.

Eppure chi avrebbe gettato Roma nel baratro pur di vederlo morto c’era, c’era eccome! In particolare due: Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto.

Cassio aveva scelto nel 49 di schierarsi a fianco di Pompeo ma, dopo Farsalo, fu perdonato dalla clementia di Cesare. Questi gli affidò comunque cariche di governo, in virtù della sua politica di trasversalità e intesa al di là delle fazioni. Sembra proprio che Cassio, che fu il promotore della congiura, agisse più per rancori personali che non per difendere le istituzioni repubblicane: «Bruto mal sopportava la dittatura, Cassio invece il dittatore» (Plutarco, Bruto, 8,6).

Bruto (in foto), al contrario, fu cooptato in un secondo momento dai cospiratori, giacché a Cassio serviva un leader che fosse super partes. E chi meglio del discendente di quel Bruto che anticamente aveva scacciato i re da Roma instaurando la Repubblica? E infatti l’indeciso Bruto, graziato anch’egli dalla clementia di Cesare e a lui molto legato (si diceva fosse suo figlio), fu infine vinto dalla pressione psico-ideologica dei congiurati: d’altronde lo stesso Cesare diceva «Bruto non sa quel che vuole, ma lo vuole fortemente» (Ibidem, 6,7).

Il mito di Bruto ha poi assunto nei secoli un’immagine bifronte: il liberatore e il traditore. Per fare alcuni esempi, Dante lo condannò irrevocabilmente, inserendolo assieme a Giuda e allo stesso Cassio nella Giudecca, ove Lucifero in persona lo straziava nelle fauci di una delle sue tre teste (Inferno, XXXIV 61-67). L’Alighieri lo condanna dunque come il peggiore dei traditori, come colui che ha attentato all’autorità imperiale, incarnata da Cesare, il «primo prencipe sommo» (Convivio, IV 5,12). William Shakespeare, al contrario, lungi dal farne un volgare assassino, lo dipinse nel suo Julius Caesar come «il più nobile tra i Romani», colui che dunque opera e agisce per il supremo bene della Repubblica.
Durante gli anni turbolenti della Rivoluzione Francese, inoltre, Bruto assurgerà all’archetipo del tirannicida, l’uomo saggio e moralmente impeccabile che combatte disinteressatamente per la libertà.

Il Bonaparte, tuttavia, dettò parole lucide e profonde durante il suo esilio a Sant’Elena: «Immolando Cesare, Bruto ha obbedito a un pregiudizio educativo che aveva appreso nelle scuole greche. Lo assimilò a quegli oscuri tiranni delle città elleniche che, col favore di qualche intrigante, usurpavano il potere. Non volle vedere che l’autorità di Cesare era legittima perché necessaria e protettrice, perché era l’effetto dell’opinione e della volontà del popolo» (Précis, op. cit., p. 218).

Bruto, questo personaggio così psicologicamente complesso, subisce tutta la pressione del nome che porta e della sua parentela con l’integerrimo (ma fino a un certo punto…) Catone. E, d’altronde, la sua immagine idealizzata cozza irrimediabilmente con la sua condotta, che addirittura un Cicerone, quanto mai sbigottito, stigmatizzò velatamente ma inequivocabilmente in una lettera al suo amico ed editore Attico: Bruto infatti praticava spudoratamente l’usura a tassi d’interesse esorbitanti ai danni dei provinciali dell’Oriente romano (Lettere ad Attico, V 21). Insomma, colui che a Roma amava farsi distinguere per austerità e integrità morale non razzolava poi tanto bene…

Ad ogni modo, tutti gli storici e biografi antichi (eccetto Velleio Patercolo e Nicola Damasceno), i quali facevano parte dell’aristocrazia senatoria, condannano la svolta autoritaria di Cesare, con Svetonio che addirittura afferma che il conquistatore della Gallia fu «legittimamente ucciso» (Cesare 76,1: iure caesus). Cesare, tuttavia, non era uno sciocco: a dispetto di una tradizione che lo vuole tutto proteso a dichiararsi re, egli ben sapeva che le parole più impopolari a Roma erano rex e regnum; e mai avrebbe praticato questa via altamente impolitica, ma al contrario dilatò il concetto giuridico di dittatura (che a Roma era una magistratura legittima, benché temporanea e commissaria), rendendola perpetua. La struttura di città-stato dell’Urbe era ormai obsoleta e inadatta a sostenere il gravoso peso di un impero così imponente; e tantomeno poteva farsi carico dell’amministrazione di questa nuova realtà un’avida cricca di latifondisti senza scrupoli (Carcopino la definì una «aristocrazia criminale», p. 550). Alla fine riuscirà Augusto a escogitare una felice sintesi grazie all’istituzione del Principato.

Per capire veramente la causa di tanto odio nei suoi confronti da parte dei cospiratori, è necessario illustrare – seppur per accenni – la grandezza, la profondità e la lungimiranza di quella che Carcopino, nell’ultimo capitolo del suo César, chiamò a ragion veduta «La rivoluzione di Cesare».

Ebbene, grazie alle sue riforme in favore del popolo, «egli realizzò l’unità materiale della plebe, e da quel momento si sforzò di darle anche l’unità morale che l’avrebbe schierata volontariamente, come un sol uomo, al suo fianco» (p. 543); nel suo maestoso disegno di trasversalità e sinergia di forze «volle spegnere la lotta tra le classi» (p. 549), conciliando «le tendenze antagoniste nell’interesse superiore dello Stato» (p. 550). Cesare non ripropose però la consueta prassi demagogica della precedente politica popolare, sostituendo «la tirannia degli umili a quella dei grandi, riconoscendo tutti i diritti e tutte le virtù a una plebe eterogenea, dilaniata dagli egoismi, depravata dall’ozio e dalle sportulae: la sua politica nei confronti dei proletari sarà una rigenerazione morale oltre che un miglioramento materiale» (p. 551), giacché «a Cesare stava a cuore non soltanto la felicità ma anche la dignità della plebe: invece di degradarla con le elemosine preferiva nobilitarla con il lavoro» (p. 556). Egli quindi «esigeva da tutti lo stesso sforzo per la prosperità comune e per la grandezza del popolo romano, al quale la sua sovranità destinava il governo del mondo» (p. 560). E in effetti «la continua, ossessionante preoccupazione di Cesare fu di mettere Roma all’altezza della missione imperiale, che ormai non poteva più rifiutare senza rischiare la dissoluzione» (Ibidem).

Anche sotto il punto di vista culturale, Roma doveva diventare la nuova capitale delle arti e delle scienze superando in prestigio Atene e Alessandria. A tal fine mobilitò esponenti della fazione avversa come Varrone e Cicerone: «Grazie a Cicerone, Cesare, che aveva già fatto dell’Urbe il centro del classicismo artistico, creò in letteratura l’umanesimo greco-romano che ancora emana la sua luce. Trasferì a Roma la fiaccola di una missione civilizzatrice, quasi per giustificarsi di averle affidato lo scettro dell’universo» (p. 579).
Gli imponenti progetti urbanistici e le fondamentali leggi che promulgò si mossero dunque in tal senso: «Cesare volle diventare l’unificatore non delle terre romane, conquistate già da tempo, ma delle popolazioni che le abitavano. E tentò di unirle fra di loro avvicinandole tutte al tipo di vita a cui educava il popolo romano» (p. 584). E così le monete di ottima qualità, da lui recentemente fatte coniare, e la riforma del calendario saldarono le numerose genti dell’ecumene romana in quella che è la superba e magnifica opera di Cesare: l’Impero.

Ma tutto ciò non poteva che essere ostacolato dall’ingordigia e dall’invidia di una certa classe politica corrotta e decadente, erede deforme dei virtuosi nobili che in passato avevano reso grande Roma. E infatti i cospiratori affilarono ben presto le lame del tradimento.

Le dinamiche del cesaricidio sono note: alle Idi di marzo del 44, nella Curia di Pompeo, Cesare fu assassinato dai congiurati guidati da Bruto e Cassio con ventitré pugnalate. Ma i “liberatori” (così si proclamavano) avevano commesso un gravissimo errore: non avevano eliminato Marco Antonio, fedele di Cesare, quasi il suo alter ego. Cicerone (in foto), che aveva collaborato con Cesare (si veda la “compromettente” Pro Marcello), aveva lodato il progetto della congiura, restandone però fuori (ben inteso!), lontano da Roma addirittura; ebbene, il doppiogiochista Cicerone aveva caldeggiato – così come Cassio – l’eliminazione di Antonio, ma Bruto, che voleva apparire come un “liberatore” e non come un vile assassino, si era rifiutato. L’Arpinate scriverà poi che i cesaricidi avevano agito «con coraggio da veri uomini, ma con cervello da bambini» (Lettere ad Attico, XV 4,2). E non aveva torto.

Non appena assassinato Cesare e con gli altri senatori fuggiti per il terrore, Bruto e compagni infatti, senza sbarazzarsi del cadavere, salirono sul Campidoglio agitando i pugnali insanguinati verso una folla che non c’era (le strade erano deserte); giunti poi alcuni senatori e cittadini, Bruto ascese ai rostri cianciando di un’astratta “libertà” di fronte a un popolo interdetto. Antonio frattanto, avendo compreso la totale indecisione dei congiurati sul da farsi, arrivò al Foro patteggiando un’amnistia per i cesaricidi, a condizione che i provvedimenti del dittatore non fossero toccati e che si tenessero pubbliche esequie con tutti gli onori per Cesare.

A questo punto Antonio, con due abilissime mosse, ribaltò la situazione. In principio lesse pubblicamente il testamento del Divo Giulio, in cui erano registrati enormi lasciti in favore del popolo romano (i giardini vicino al Tevere e un legato di 300 sesterzi a testa), e in cui erano nominati tra gli eredi “secondi” alcuni dei congiurati.
Successivamente si svolse il sontuoso funerale in Campo Marzio, durante il quale lo scaltro Antonio, nella consueta orazione encomiastica, mostrò alla folla commossa il corpo vulnerato di Cesare e la sua veste lacerata dalle proditorie pugnalate. Esasperato dal macabro spettacolo, il popolo, al grido di «uccidete gli assassini!», apprestò il rogo per l’apoteosi del cadavere, «alimentò le fiamme gettandovi dentro fascine, e i banchi e gli sgabelli delle tribune, e gli oggetti portati in dono. I musicisti e gli attori, inoltre, strappatesi di dosso le vesti che avevano preso per l’occasione dai corredi dei trionfi, le gettarono nelle fiamme. I veterani delle sue legioni vi buttarono le armi che portavano per la cerimonia, e le matrone persino i loro gioielli e le “bulle” e le preteste dei loro figlioli. Tutti gli stranieri, associandosi a quell’immenso lutto, fecero le loro lamentazioni intorno al rogo, ciascuno secondo le proprie usanze, e in modo particolare i Giudei, che continuarono a ritornare numerosi, per parecchie notti di seguito, sul luogo del funerale» (Svetonio, Cesare, 84,3). La pittoresca descrizione di Svetonio ci testimonia, come poche altre, il grande amore che il popolo romano (ma non solo) nutriva per il Divo Giulio.

Terminato il funerale, la folla inferocita, impugnati tizzoni ardenti dallo stesso fuoco del rogo, si diresse alle lussuose dimore dei cesaricidi, i quali fuggirono dall’Urbe. «In seguito il popolo alzò nel Foro una colonna di marmo numidico alta quasi venti piedi con l’iscrizione “Al padre della patria”. E in quel luogo per molto tempo continuò a offrire sacrifici, a fare voti e a dirimere controversie giurando nel nome di Cesare» (Ibidem, 85). Successivamente venne murata la Curia di Pompeo (il luogo dell’assassinio) e alle Idi di marzo, ribattezzate «il giorno del parricidio», non fu più possibile convocare sedute del Senato.

Questo, dunque, l’abisso che separa Giulio Cesare dai “liberatori”. Sempre Canfora inoltre, sul «Corriere della Sera» del 4 gennaio 2007, firmò un articolo dal titolo Cesare e i Falsi Liberatori, mentre il grande latinista Luca Canali scrisse a buon diritto, sulle colonne del «Giornale», che Cesare era «un gigante abbattuto da alcuni “piccoli uomini”». Ma gli dèi non lasciarono invendicato il loro figlio prediletto. A tal proposito non possiamo non citare l’ultimo paragrafo della biografia svetoniana che, con raffinata destrezza letteraria, ci illustra l’ineluttabile sorte dei cesaricidi: «Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì di morte naturale. Furono condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcuni si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare [si noti il contrappasso]».

Questo fu Gaio Giulio Cesare: politico geniale, grandissimo generale, oratore e scrittore di straordinario talento (lo stesso Cicerone ne aveva tessuto più volte le lodi); amato dai soldati per le sue virtù guerriere, adorato dal popolo per la sua generosità, odiato dagli oligarchi per averne indebolito i privilegi. Il suo carisma, il suo carattere, la sua volontà di potenza divennero prima leggenda e poi mito. Per rendere l’idea dell’imperituro e avvincente fascino di questo mito, credo sia eloquente il fatto che alle Idi di marzo, a più di duemila anni di distanza, ancora oggi, la gente comune si reca al Foro romano – quasi come in mistico pellegrinaggio – per deporre fiori e omaggi presso il Tempio del Divo Giulio (in foto).

A questo punto non possono non ritornare alla nostra memoria le vibranti parole del Marc’Antonio shakespeariano – magari impersonato dal giovane Marlon Brando nella trasposizione cinematografica del 1953 – il quale, al termine della sua celeberrima orazione, esclamò a piena voce: «Lui era un Cesare! Ne avremo mai un altro?!».



(J. L. Mankiewicz, Giulio Cesare, 1953: orazione di Marco Antonio)




Note bibliografiche per le citazioni dalle opere moderne



Précis des guerres de César par NAPOLÉON, écrit par M. Marchand sous la dictée de l’Empereur (1819), Paris 1836.
TH. MOMMSEN, Storia di Roma antica [1854-6], trad. it., 3 voll., Sansoni, Firenze 1960.
J. CARCOPINO, Giulio Cesare [1936], trad. it., Bompiani, Milano 2006 (€ 11,00).
A. FERRABINO, Nuova Storia di Roma, 3 voll., Roma 1959.
L. CANFORA, Giulio Cesare: il dittatore democratico, Laterza, Roma-Bari 1999 (€ 8,00).


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2 commenti:

  1. Ho appena riletto tutti e 5 gli articoli di questo appassionante ciclo...un capolavoro! La figura di Cesare è tratteggiata in tutta la sua nobiltà, le citazioni ricchissime e puntuali! E davanti ad un Uomo tanto grande risultano facilmente condivisibili le parole di Mommsen...lo spirito di Roma visse in lui come in pochi altri! A Noi!

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  2. Una straordinaria acutezza di analisi!
    Attraverso le vostre parole la storia rivive e, per così dire, riemerge dalla polvere dei libri, che troppo spesso - aihmè - opprime il nostro passato.
    Se i professori di storia spiegassero così!

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