giovedì 1 ottobre 2009

Gaio Giulio Cesare (4)

IV. La guerra civile continua: resistenza od oltranzismo?


Cesare, trovato Pompeo assassinato ad Alessandria, si schierò nella contesa dinastica tra il piccolo Tolomeo XIII e Cleopatra, sua sorella maggiore e moglie, che le fonti descrivono come coltissima e ammaliante. Dalla relazione del generale romano con la regina d’Egitto, inoltre, nacque Tolomeo XV, più noto come Cesarione (cioè ‘Cesaretto’). Tale scelta di Cesare è comunemente indicata come un errore, ossia l’essersi cacciato nella cosiddetta “trappola alessandrina”: «Una delle guerre più difficili, in una posizione sfavorevole e in una stagione poco clemente» (Svetonio, Cesare, 35,1). Con pochi uomini, con scarsi mezzi di difesa e lontano dai rifornimenti, Cesare subì un assedio lungo e logorante. Alla fine però la spuntò e fece di Cleopatra l’unica sovrana d’Egitto e poté così partire per la Siria. Il dato rilevante del bellum Alexandrinum, benché affrontato con una strategia più che discutibile, fu che Cesare, supportando Cleopatra e rendendole il regno, riuscì a rovesciare la clientela pompeiana instaurandovi la propria, vieppiù in uno Stato geopoliticamente nevralgico, giacché l’Egitto rappresentava il “granaio dell’impero”, fondamentale per l’approvvigionamento di Roma stessa.

E Cesare, in questa fase della guerra civile, si preoccupò proprio di ridisegnare la mappa delle clientele orientali a seguito della débâcle pompeiana: non marciò, infatti, contro Catone in Africa, ma rivolse le insegne alla Siria. Di qui dovette poi muovere contro Farnace II in Ponto. Questi era il figlio del temibile Mitridate VI che, dopo l’annessione del Ponto a Roma, aveva ricevuto il piccolo regno del Bosforo Cimmerio (l’odierna Crimea). Farnace dunque, durante la guerra civile, si era spinto in alcuni territori del vecchio regno paterno, occupandoli. Cesare, che non poteva permettere un simile affronto a Roma e non poteva certo perdere la faccia di fronte ai suoi clienti, lo affrontò a Zela. Strategia esemplare per rapidità ed esecuzione, vittoria agevole, Cesare ne sintetizzò la gloria in tre parole: Veni vidi vici, «venni vidi e vinsi».

Il vincitore di Pompeo poteva ora rivolgersi all’Africa, dove la factio guidata da Catone si stava attrezzando per la riscossa.

Ma prima di fare ciò dové rientrare a Roma, dove alcuni veterani stavano reclamando a gran voce le ricompense promesse per Farsalo. Bastò una parola a riaccendere l’orgoglio degli ammutinati: li chiamò Quirites, cioè ‘cittadini’, ‘civili’, ‘borghesi’. «Con quella parola Cesare li separava da sé, dalla sua fortuna, dal suo destino di vittoria, in cui credevano!» (A. Ferrabino, Nuova Storia di Roma, vol. III, Roma 1959, p. 92). Si riarruolarono tutti e partirono con lui per l’Africa.

Qui la factio si era ben riorganizzata, reclutando nuove e numerose truppe, e potendo contare altresì sull’appoggio di Giuba I, re di Numidia. Cesare, in attesa dei rinforzi che tardavano ad arrivare, temporeggiò arroccandosi a Ruspino. Iniziò così una guerra psicologica sia verso i suoi che contro i nemici. E gli effetti non si fecero attendere: molti Numidi e Getùli, debitori in passato di Gaio Mario, defezionarono allorché seppero che era il nipote di Mario che essi combattevano. Riportiamo inoltre due aneddoti: in quel frangente era comandante dell’esercito “pompeiano” Quinto Metello Scipione Nasica, suocero dello stesso Pompeo, tra i più influenti capi ottimati ma generale mediocre; Catone tuttavia ricordò che un’antica profezia stabiliva che il nome degli Scipioni dovesse rimanere invitto in Africa, sicché Cesare, sempre attento a questi particolari fondamentali, al fine di rincuorare e galvanizzare i suoi, «teneva vicino a sé, nel campo, un membro discreditatissimo della gens Cornelia [quella degli Scipioni], un tale soprannominato Salvitone per il suo indegno modo di vivere» (Svetonio, Cesare, 59). Prima di affrontare le truppe di Giuba, poi, gonfiò a tal punto il loro numero che i suoi ne rimasero terrorizzati; ma all’apparire dell’armata sul campo di battaglia, i soldati si rianimarono e imbaldanzirono alla vista di un contingente così inferiore alle loro aspettative (Ibidem, 66).

Arrivati finalmente i rinforzi, venne lo scontro decisivo a Tapso (6 aprile 46).
Ancora una volta, le reclute dell’esercito “pompeiano” furono sopraffatte dalle legioni cesariane. Giuba e Scipione caddero, mentre Catone, rifugiato a Utica, non appena seppe della disfatta, lesse per l’ultima volta il Fedone di Platone (che tratta dell’immortalità dell’anima) e si diede quindi stoicamente la morte (in foto).

Cesare poté dunque far ritorno a Roma, tra l’euforia del popolo, celebrando tutti i suoi trionfi, che erano stati rimandati a causa della guerra civile.
Si impegnò ovviamente nell’amministrazione di Roma e dell’impero con riforme importanti. Elargì sostanziose somme di denaro ai veterani e ai cittadini tutti, diede inizio ad un sontuoso piano edilizio, allestì spettacoli magnifici (tra cui una naumachia), adattò la burocrazia alla nuova realtà amministrativa, varò provvedimenti in favore della plebe (come il potenziamento delle assemblee popolari) e – non ci si stancherà mai di enfatizzarne l’importanza – riformò il calendario (che è sostanzialmente il nostro, con i dovuti ritocchi di papa Gregorio XIII), grazie ai calcoli elaborati dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria.
Basò inoltre la sua politica sulla clementia, perdonando i suoi antichi avversari, affidando loro cariche rilevanti e compiti di governo. Ad esempio commissionò al celeberrimo erudito Varrone, comandante pompeiano a Ilerda, l’ambiziosissima istituzione della prima biblioteca pubblica greco-latina a Roma (il tutto però saltò, e il progetto fu realizzato da Augusto). «Mobilitare le forze migliori al di là dello schieramento di partito è l’architrave della prassi politica cesariana» (Canfora, op. cit., p. 197).

Le forze “pompeiane”, tuttavia, si stavano riorganizzando ancora una volta in Spagna. I figli di Pompeo e Labieno, infatti, erano intenzionati a combattere sino alla fine.
Cesare dovette dunque organizzare un’altra spedizione (l’ultima) nell’interminabile guerra civile. La battaglia finale avvenne a Munda (17 marzo 45). In posizione sfavorevolissima, ma contando sul fattore sorpresa, Cesare riuscì infine a vincere, grazie inoltre al decisivo valore della leggendaria X Legione. Tuttavia questa fu l’occasione in cui il dittatore credé veramente di dover soccombere, tanto che stava per suicidarsi. Ma gli dèi si dimostrarono nuovamente dalla sua parte. Morirono Tito Labieno, combattendo (Cesare gli riservò tutti gli onori), e successivamente Gneo Pompeo il Giovane, mentre l’unico che si salvò fu Sesto Pompeo (sarà in seguito un implacabile avversario di Ottaviano).

Da allora Cesare fu «per sei mesi il padrone del mondo» (Napoleone, Précis, op. cit., p. 207).


Continua per concludersi...


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