mercoledì 9 settembre 2009

Gaio Giulio Cesare: epifania, epopea e tragedia



«Cesare fu un uomo completo solo perché, come nessun altro mai, seguì le correnti del suo tempo e portò con sé come nessun altro l’energia e la fermezza della nazione romana e le sue solide virtù civili; come pure il suo ellenismo altro non era che quello da tempo innestato nella nazionalità italica.
Appunto in ciò sta la difficoltà, si potrebbe dire l’impossibilità, di fare un’esatta descrizione di Cesare. Come il pittore può dipingere tutto, fuorché la bellezza perfetta, così lo storiografo che incontra ogni mille anni, una sola volta, una perfezione non può che tacere».

(Th. Mommsen, Römische Geschichte [1856], trad. it., vol. II, Firenze 1960, p. 1103)


Queste le parole di Theodor Mommsen (1817 – 1903), illustre esperto di diritto romano e il più grande storico di Roma antica, nonché Premio Nobel per la Letteratura nel 1902, di cui fu il primo tedesco vincitore, e di cui tuttora detiene il primato per averlo vinto grazie a un’opera storiografica (la sua Storia romana per l’appunto). Di fatti il suo è sì un monumentale lavoro storico, ma è soprattutto un capolavoro letterario, come stanno a dimostrare il suo grande successo nei decenni e il sempre giovane vigore di una storiografia capace di dar vita a uomini ed eventi così lontani nel tempo.

Il grande amore del Mommsen fu proprio Gaio Giulio Cesare (100 – 44 a.C.), il cui busto non poteva mancare sul suo scrittoio allorché fu ritratto nel celebre dipinto di Ludwig Klaus (1881, in foto). Per lo storico di passioni liberali, avverso al conservatorismo di Bismarck, Cesare rappresentò un modello impareggiabile di uomo politico, per il suo supporto al popolo e per il suo “riformismo”, mentre un Cicerone fu per lui il senatore reazionario sostenitore dei privilegi di un’oligarchia parassitaria oramai al tramonto. La citazione iniziale che qui si è scelta è proprio l’affermazione – con toni encomiastici – dell’eccezionalità del Divo Giulio, della sua ineffabilità addirittura.

Ma non fu ovviamente solo Mommsen a essere affascinato dal conquistatore della Gallia: nei secoli, infatti, furono in molti a venerare Cesare con un vero e proprio culto, tra cui numerosi sovrani. Ma su tutti spicca Napoleone Bonaparte (1769 – 1821), il quale si auto-identificò con il generale romano, non tanto per la natura monarchica del suo potere, quanto per l’ascendente sul popolo (cioè la plebs) con cui entrambi avevano un rapporto privilegiato. Ciò traspare in maniera evidente nel Précis des guerres de César (Compendio delle guerre di Cesare, 1819), dettato dall’Imperatore dei Francesi a Marchand durante l’esilio all’isola di Sant’Elena.

Due lavori di indubbio interesse sono poi il César dell’insigne storico Jérôme Carcopino (1936) – ministro durante il Governo di Vichy e per questo temporaneamente incarcerato a Fresnes a seguito della (ri)conquista anglo-americana – e il più recente Giulio Cesare: il dittatore democratico di Luciano Canfora (1999), filologo classico di notevole spessore, di formazione intellettuale marxista.
Certamente colpisce il titolo dell’opera di Canfora: tralasciando il complicato concetto di dittatura e la sua eccezionalità giuridica al tempo, il termine democratico, un po’ sensazionale e forse non troppo felice, vuole intendere proprio l’accennato rapporto stretto tra Cesare e la plebe romana.

In effetti non è facile (Mommsen scrisse retoricamente che è impossibile!) spiegare nelle poche righe di un post che cosa è stato Gaio Giulio Cesare e che cosa ha rappresentato.
Di certo, conformemente all’aforisma eracliteo «il carattere di un uomo è il suo destino» (fr. 119 Diels), il figlio di Venere (la gens Iulia si faceva risalire a Iulo, figlio di Enea) dimostrò sin dal principio il suo carattere e la sua tempra. Il celeberrimo biografo greco Plutarco affrescò nelle sue Vite parallele veri e propri modelli di virtù e qualità umane, e Cesare – ovviamente affiancato ad Alessandro Magno – incarna quella che in greco si definisce φιλοτιμία (filotimìa = ambizione), ossia la ricerca tenace e caparbia del potere e della gloria, la volontà di forgiare il mondo a proprio piacimento.

I. Il giovane Cesare: da proscritto a console

Nulla conosciamo dei primi anni di vita del futuro dittatore, a causa delle infauste lacune iniziali dei manoscritti che riportano i testi di Svetonio e dello stesso Plutarco. Sappiamo però che Cesare perse il padre all’età di sedici anni, e che giovanissimo si trovò a fronteggiare una situazione critica e potenzialmente esiziale. In quanto nipote di Gaio Mario (il grande generale della fazione popolare, in foto) era nei desideri del dittatore Silla (esponente di punta degli ottimati, il quale aveva sconfitto lo zio in una guerra civile) di eliminarlo. Essendo tuttavia Cesare il rampollo di una delle famiglie patrizie più antiche di Roma, per Silla non fu possibile sbarazzarsi di lui, per lo meno non in modo indolore. A questo punto tentò di umiliarlo: gli impose di ripudiare sua moglie Cornelia, a sua volta figlia di Cornelio Cinna, altro capo popolare sconfitto assieme a Mario. Cesare però – e da qui si evince il suo carattere e il suo coraggio – si rifiutò categoricamente. Silla, esasperato, ne ordinò la morte, che sarebbe stata ineluttabile qualora non vi fossero state le intercessioni delle Vestali e di alcuni sillani (tra cui Aurelio Cotta, altro zio di Cesare). Rassegnato, Silla gridò ai suoi queste profetiche parole: «Abbiatela vinta, e tenetevelo! Un giorno vi accorgerete che colui che volete salvo a tutti i costi sarà fatale alla fazione degli ottimati, che pure tutti insieme abbiamo difeso. Non capite che in Cesare ci sono molti Marî!» (Svetonio, Cesare, 1).

Cesare fu allora costretto a errare in terre lontane: trovò ospitalità presso Nicomede III, re di Bitinia, e, dopo un breve rientro a Roma a seguito della morte del dittatore, soggiornò a Rodi, dove poté affinare la sua formazione culturale presso la locale scuola greca di retorica.

Ma l’epifania del “Cesare politico” si ebbe nel 70, l’anno del consolato di Crasso e Pompeo, i suoi futuri alleati, con i quali avrebbe stretto un importante patto segreto (chiamato impropriamente “triumvirato”). Al termine di quell’anno (il 5 dicembre), Cesare assunse dunque la carica di questore, il primo gradino del cursus honorum (cioè la carriera politica). Ma soprattutto, l’anno successivo (69), gli occorsero due lutti in famiglia: sua zia Giulia, nonché vedova di Gaio Mario, e la sua amata Cornelia. La morte delle due donne offrì a Cesare l’occasione per salire alla ribalta. Durante l’orazione funebre tenuta ai rostri nel Foro, fece infatti sfilare le immagini di Gaio Mario e del figlio Mario il Giovane, volendo con quest’atto significare due cose: la restituzione dell’onore politico alla parte mariana (compromesso da Silla), ma soprattutto la sua ascesa a erede del partito popolare. Nonostante manifestazioni di indignazione da parte di alcuni senatori, «il popolo lo accolse con applausi, come se avesse riportato dall’Ade in città i gloriosi ricordi di Mario» (Plutarco, Cesare, 5,3). Anche l’orazione per la giovane Cornelia (un’innovazione cesariana, giacché gli elogi funebri, in caso di donne, erano riservati alle sole matrone) piacque enormemente al popolo.

Cesare sarebbe riuscito in seguito a condurre alla vittoria la fazione popolare, l’unica dalla quale si poteva sperare una rigenerazione dello Stato romano – oramai adagiato sugli allori della fase terminale dell’imperialismo – preda degli oligarchi avidi di potere e gelosissimi detentori di sconfinate proprietà fondiarie. Ma la grandezza di Cesare fu proprio nel rinnovamento della politica popolare, la quale sino ad allora – dai tribunati dei fratelli Gracchi a Catilina – era stata estremista e intransigente, proponendo redistribuzioni radicali della terra, cancellazioni incondizionate dei debiti e abbandonandosi troppo spesso a una demagogia eccessivamente sfacciata. L’erede dei Giuli, infatti, dapprima declinò le offerte di Lepido, console nel 78, che organizzò un’insurrezione all’indomani della morte di Silla (mal preparata e finita male), e poi, col medesimo fiuto politico, si mise in disparte dalla congiura dello stesso Catilina (63, in foto). Di tale congiura era sì al corrente, non mancarono le proposte, ma Cesare alla fine ne rimase fuori; Cicerone sapeva della sua vicinanza ai congiurati, avrebbe potuto coinvolgerlo nell’accusa, ma non disse niente e lo salvò.

Il futuro dittatore investì poi somme principesche per assicurarsi le sue clientele, il vero motore della politica romana, arrivando ad accumulare ingenti debiti, non negando però mai a nessuno il suo aiuto. Ma, più che delle clientele e dei suoi seppur necessari vincoli di amicitia, Cesare aveva bisogno di una grande vittoria militare che lo potesse coprire di gloria e che fosse in grado di metterlo alla pari con Gneo Pompeo, il più grande generale del tempo. Grazie al patto privato stretto con lo stesso Pompeo e con Marco Licinio Crasso (il cosiddetto “primo triumvirato”, 60), Cesare si proponeva ora come politico di primo piano. In precedenza, prima della stipulazione vera e propria dell’accordo, appoggiò da subito Pompeo nell’assegnazione della guerra da condurre contro i pirati del Mediterraneo – assegnazione osteggiata da numerosi ottimati che non vedevano di buon occhio la grande popolarità di Pompeo. Crasso, dal canto suo, provvisto di risorse economiche da capogiro, si impegnò a saldare gli enormi debiti contratti da Cesare.

I pirati, divenuti oramai una vera spina nel fianco per Roma, furono sconfitti in pochi mesi (67-66) da Pompeo, nonostante la spedizione fosse assai delicata e logisticamente complessa. Subito dopo Pompeo distrusse definitivamente l’acerrimo re del Ponto, Mitridate VI, in quella che passò alla storia come Terza Guerra Mitridatica (66-63) e che sancì l’accorpamento del Ponto alla provincia della Bitinia.
Grazie a questi successi militari, Pompeo era all’apogeo della popolarità.

Ma ora era il turno di Giulio Cesare: fu infatti designato console per l’anno 59, con la promessa futura del proconsolato quinquennale in Gallia Cisalpina, Gallia Narbonense e Illirico.

Eletto console, ebbe come collega – emanazione diretta degli ottimati capeggiati da Cicerone e CatoneMarco Calpurnio Bibulo. Cesare non fece attendere le proposte per le sue riforme, in primis quella fondamentale sulla legislazione agraria. Osteggiata come previsto dalla factio paucorum, e oggetto di un aspro dibattito in Senato, Cesare abbandonò seccato la seduta per presentare la legge direttamente al popolo, il quale la approvò entusiasticamente. Il goffo Bibulo, tuttavia, si presentò anch’egli al comizio, adducendo presunte impossibilità sacrali che avrebbero impedito l’adunanza dell’assemblea. Egli si era però dimenticato che Cesare era il Pontefice Massimo, e quindi sovrano in materia di res sacrae (Cesare, ateo e di simpatie epicuree, non sottovalutò mai, da abilissimo politico qual era, l’uso della religione come instrumentum regni). Approvata dunque la legge, Bibulo volle comunque insistere e per questo fu scacciato dal comizio a furor di popolo: un atto gravissimo, ma che la factio non riuscì a tradurre in accusa nelle sedute successive del Senato, a dimostrazione dello strapotere politico dei “triumviri”. A questo punto Bibulo, con una presa di posizione “aventiniana”, si rinchiuse cocciutamente in casa per tutto il resto del mandato, lasciando a Cesare la possibilità di fare il bello e il cattivo tempo. La bizzarra decisione del console suscitò l’ironia di molti (tra cui lo stesso Cicerone), tanto che alcuni cominciarono a datare i documenti non già con i nomi di «Bibulo e Cesare», bensì di «Giulio e Cesare», senza contare le sarcastiche strofette che recitavano «nulla è accaduto, ch’io ricordi, sotto Bibulo».

Al termine del consolato, era comunque giunto il momento della seconda epifania: il “Cesare soldato”.

Continua...

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6 commenti:

  1. Ottimo inizio! Grande grumo!

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  2. Ottimo gli articoli camerati. Saluti per tutti voi, io sono uruguayo ma io sono falangista e fascista. Saluti. Boia chi molla.
    orientalesenlucha.blogspot.com

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  3. Saluti, ovviamente, romani!

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  4. Bella Grumo!!! Un articolo DA PAURA!!! Sorca...

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  5. Mi sono mancati i vostri articoli, complimenti per il lavoro che fate.

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