mercoledì 23 settembre 2009

Gaio Giulio Cesare (3)

III. Cesare contro Pompeo: guerra civile e “titanomachia”


«Guerre atroci più che civili sui campi dell’Emazia
io canto, la violenza fatta legge e il possente popolo
che la destra vittoriosa armò contro se stesso,
e gli eserciti fratelli d’uno stesso sangue
e le comuni nefandezze, sciolti i nodi d’ogni amistà,
cui si abbandonarono le forze del mondo sconvolto,
levando ostilmente insegna contro insegna,
aquila contro aquila, dardo contro dardo»

(Lucano, Farsaglia, I 1-7)






Scaduto il proconsolato, Cesare richiese la sua designazione a console per il 49, da effettuarsi però in assenza da Roma, poiché ciò avrebbe comportato la presentazione della candidatura da privato cittadino, privo cioè delle sue legioni. La factio, attenendosi alla legge, rifiutò seccamente la proposta del generale. Cesare temeva che, una volta giunto nell’Urbe in veste di privato, sarebbe stato braccato dai suoi nemici (che non erano affatto dei santi… anzi!) e trascinato in tribunale (le accuse sarebbero state anche legittime e fondate), consumandosi così una sorta di “golpe bianco” ai suoi danni (ipotesi assai probabile). Le due legioni pompeiane accampate nei pressi di Roma, d’altronde, non facevano presagire nulla di buono.

La situazione ormai critica fu dibattuta nella seduta del Senato del 1° dicembre del 50. Il tribuno della plebe Scribonio Curione (uomo di Cesare) presentò dunque la proposta più sensata, che in verità quasi tutti auspicavano: «Giacché le armi di Cesare fanno paura a qualcuno, ma anche l’egemonia e le legioni di Pompeo fanno paura ad altri, propongo che entrambi congedino i loro eserciti. Questo restituirà libertà alla politica» (Cesare, La guerra gallica, VIII 52,4). La proposta in effetti ebbe un’eco più che positiva, con 370 voti favorevoli contro appena 20 (o 22) contrari.

Gli ottimati, sonoramente messi in minoranza, con i consoli designati per il 49, si diressero dunque da Pompeo (loro novello alleato in chiave anti-cesariana) accampato fuori dal pomerio, chiedendogli di intervenire contro la proposta di Curione (ormai approvata dal Senato!). Non solo: a seguito dell’elezione dei due consoli Lentulo Crure e Claudio Marcello (i due candidati succitati), una prolungata seduta del Senato assunse toni “terroristici”, con le armate di Pompeo che sostanzialmente piantonavano la seduta stessa, e con l’inaudito annullamento del veto tribunizio. Paradossalmente (ma fino a un certo punto…) sono proprio i consoli, ossia i supremi custodi della legge, ad agire illegalmente: «Naturalmente il presupposto (indimostrabile) dei suoi avversari [di Cesare] era che lui fosse già fuori della legalità: solo questo poteva giustificare parole e comportamenti così brutali (Canfora, Cesare, op. cit., p. 157)».

A questo punto Cesare, costrettovi dalla ferocia della factio, è a un bivio: o la resa o la marcia su Roma. E, ancora una volta, come sempre fedele al suo carattere, il 10 gennaio Cesare attraversa il Rubicone in armi: «Avanti, per quella strada sulla quale ci chiamano i prodigi degli dèi e l’ingiustizia dei nostri nemici. Il dado è tratto!» (Svetonio, Cesare, 32).

È dunque lui a rompere gli indugi, a muovere guerra a Pompeo e ai legittimi – benché indegni – consoli. Ma mai come in questo caso valse l’aforisma di Montesquieu «il vero autore della guerra non è colui che la dichiara, ma colui che la rende necessaria».

Ebbe così inizio uno scontro tra titani: Pompeo e Cesare. Due uomini eccezionali, due personalità così simili nel carattere e nel carisma, e così legati da un’alleanza politica e dalla stessa parentela, poiché Pompeo aveva sposato Giulia, la figlia di Cesare, tra cui nacque un appassionato, tenero e sincero amore: alla morte di Giulia per parto (morì anche la loro figlioletta), Pompeo sofferse enormemente, e l’ultimo vincolo che univa ancora i due contendenti venne meno.
Erano due uomini destinati a primeggiare, a cui il fato aveva indicato una via cosparsa di potere e gloria. L’unico problema è che vissero nella stessa epoca: il mondo non poteva contenerli.

Ma la guerra tra Cesare e Pompeo non fu soltanto la conflagrazione tra due uomini votati al dominio del mondo, ma fu anche lo scontro tra due diverse concezioni di Stato: Eduard Meyer (1855 – 1930) ne scrisse un’opera memorabile, cioè la Caesars Monarchie und das Principat des Pompejus (La monarchia di Cesare e il principato di Pompeo, 1918), in cui lo storico tedesco confronta il progetto di monarchia universale del primo con il Principato del secondo, ossia l’egemonia di un primus inter pares fondata sull’auctoritas, disegno poi sostanzialmente realizzato da Augusto.

Ma torniamo a noi. Cesare parte con sole cinque coorti all’assalto del mondo, in attesa del resto delle truppe scelte per la spedizione, marciando rapidamente sull’Urbe.
Pompeo, al tempo delle trattative, a coloro che temevano Cesare, aveva affermato un po’ presuntuosamente «non preoccupatevene. Dovunque batterò il piede in terra sorgeranno schiere di fanti e di cavalieri» (Plutarco, Pompeo, 57,5). Favonio, catoniano doc, una volta intuito il bluff con Cesare in marcia e Pompeo in partenza per la Grecia, gli si rivolse sarcasticamente invitandolo a battere il fatidico piede… Ma i fanti e i cavalieri il vincitore di Mitridate aveva intenzione di radunarli (e in gran numero) a Oriente, dove godeva dell’appoggio incondizionato delle sue clientele.

Un errore madornale di Pompeo fu però quello di abbandonare Roma senza colpo ferire. Eppure le legioni c’erano: sei fedelissime in Spagna (Pompeo ne era pur sempre il proconsole) che potevano giungere nell’Urbe in poche settimane, più le due a Roma. Un suicidio politico-militare inspiegabile, rilevato e parimenti stigmatizzato da Napoleone, Mommsen, Carcopino e Canfora.
Cesare, dunque, entrò a Roma per dirigersi subito a Brindisi nel tentativo di impedire a Pompeo di imbarcarsi per la Grecia. Fuggito quest’ultimo, il futuro dittatore approfittò però dell’errore del nemico, rivolgendo le insegne alla Spagna, in luogo di rincorrere Pompeo. Cesare stesso disse infatti ai suoi: «Vado in Spagna a combattere contro un esercito senza generale, per poi marciare contro un generale senza esercito» (Svetonio, Cesare, 34,2).

La Spagna infatti cade, ma la vittoria cesariana non è agevole: l’assedio di Ilerda (odierna Lérida) dura 44 giorni. Le legioni spagnole sono truppe scelte ed esperte ma i generali Afranio e Petreio non possono certo competere con un Cesare.
Grazie alla capitolazione della Spagna, il conquistatore della Gallia spezza così l’accerchiamento che Pompeo gli aveva preparato, con le armate iberiche a Occidente e i nuovi coscritti a Oriente.
Cesare rientra allora a Roma, viene designato dittatore ed eletto console per il 48, si dirige fulmineamente a Brindisi e, all’inizio di gennaio, fa vela verso la Grecia, cercando lo scontro decisivo con Pompeo.

Anche stavolta le condizioni sono assai svantaggiose per l’erede dei Giuli: numericamente inferiore, con scorte appena sufficienti e tagliato fuori per i rifornimenti, Pompeo può invece contare sull’appoggio delle sue clientele e della flotta che, da una parte, gli offre tutto il necessario e, dall’altra, impedisce il sopraggiungere degli aiuti a Cesare.

Ma prima dell’arrivo di Marco Antonio con truppe e rifornimenti, Cesare si raccolse attorno ai suoi «commilitoni» (così li chiamava!), con i quali si apprestava a far forza alla Fortuna. Non possiamo non riportare un passo di Svetonio (non certo un filo-cesariano) che descrive in maniera esemplare la grande abnegazione delle sue legioni (Cesare, 68):

Al principio della guerra civile i centurioni di tutte le legioni si impegnarono a fornirgli, con i propri risparmi, un cavaliere ciascuno, e i soldati tutti si offersero di prestare servizio gratuitamente, senza ricevere né stipendio né razioni, sovvenendo i più ricchi alle necessità dei più poveri.
E in tutto quel periodo di tempo così lungo nemmeno uno di loro lo abbandonò; parecchi, anzi, fatti prigionieri, rifiutarono la vita salva, concessa a condizione che combattessero contro di lui.
Sia che fossero assediati o assedianti, sopportavano con tanta pazienza la fame e le altre privazioni a tal punto che Pompeo, durante il blocco di Durazzo, visto con che specie di pane impastato d’erba si sostentavano, disse:
«Queste sono belve, non uomini!». Diede pertanto immediato ordine di nascondere quel pane e di non farlo vedere a nessuno, perché i suoi non rimanessero scoraggiati dalla resistenza e dalla ostinazione del nemico.
A provare il valore con cui combattevano i suoi soldati sta il fatto che, dopo l’unico infelice scontro presso Durazzo, gli chiesero spontaneamente di essere puniti, tanto che egli dovette piuttosto confortarli che castigarli.
Nelle altre battaglie, nonostante la sproporzione numerica, superarono di gra
n lunga con facilità le infinite schiere che venivano loro opposte.
Una sola coorte della sesta legione, messa a presidio di un fortino, sostenne per qualche ora l’urto di quattro legioni di Pompeo, rimanendo quasi tutta trafitta dall’infinità delle frecce nemiche: nell’interno del recinto ne furono contate ben 130.000.
E questo non può far meraviglia se si consideri qualche singolo episodio, come quello del centurione Cassio Sceva e quello del soldato Gaio Acilio, per non dire di tanti altri.
Sceva, perduto un occhio, con una coscia e una spalla trafitte, lo scudo perforato da 120 frecce, rimase fermo a guardia della porta del ridotto affidata a lui.
Acilio, in un combattimento navale presso Marsiglia, imitò l’esempio di Cinegiro, tramandatoci dai Greci: essendogli stata troncata la destra, con cui tratteneva una nave nemica, saltò a bordo e rovesciò con lo scudo tutti quelli che cercavano di opporglisi.

Questo era il “Cesare soldato”, anzi il “Cesare commilitone”, e le legioni con le quali sfidava il mondo!

E infine venne la battaglia decisiva, e infine venne Farsalo (9 agosto 48).

Una cosa va però detta: Pompeo fu tratto in errore dai suoi alleati, rinunciando a costringere Cesare al logoramento e accettando invece lo scontro nella piana di Farsalo (Tessaglia), lontano quindi dalla flotta, che per lui rappresentava la garanzia della vittoria. Parimenti si può dire delle trattative di intesa tra i due generali (che vi furono fino all’ultimo), vanificate dall’oltranzismo di Catone, dal rancore di Tito Labieno (alter ego di Cesare in Gallia, poi passato alla factio paucorum) e dall’odio viscerale di Domizio Enobarbo. Labieno, tra l’altro, ripeteva che i veterani di Cesare erano per la maggior parte morti, e che il suo esercito era composto essenzialmente da reclute: «È un caso topico di gruppo dirigente tratto in inganno dalla propria propaganda» (Canfora, Cesare, op. cit., p. 201).

Lo stesso Cicerone, che con Cesare aveva sempre intrattenuto rapporti epistolari, si era ormai persuaso che gli uomini della factio agivano non perché mossi da ideali politici, bensì da rancori privati e da speranze di profitti personali. In una lettera ad Attico aveva inoltre scritto che Pompeo «silleggiava», ossia ambiva ad un potere autocratico proprio come Silla, il cui regime dittatoriale tutti avevano temuto.
Ad ogni modo Cesare «ha voluto lasciar scritto che, per lui, un accordo è stato possibile fino alla fine e che Pompeo era altra cosa dalla factio, per esempio da Domizio Enobarbo» (Ibidem, p. 204).

La battaglia fu un trionfo e un altro capolavoro militare di Cesare: riuscì a evitare con maestria l’accerchiamento alle ali da parte del soverchiante esercito nemico e, messa in fuga la cavalleria pompeiana, sfaldò le file avversarie che si dispersero. La qualità vinse dunque la quantità: l’armata della factio, che Cesare stimava ammontasse al doppio della sua, cedette il passo. Dopotutto i novellini coscritti da Pompeo erano ben poca cosa rispetto alle legioni che avevano piegato la Gallia.
Pompeo, dunque, dannandosi l’anima per aver dato ascolto ai suoi improvvidi alleati, fuggì in Egitto dal re Tolomeo XIII, suo cliente, il quale lo fece assassinare. Cesare però, che rispettava tutti i valorosi, gli rese superbi onori; ecco cosa scrisse Plutarco sulla vicenda: «Giunse ad Alessandria poco dopo l’uccisione di Pompeo e, quando Teodoto gliene presentò la testa, ritrasse lo sguardo inorridito. Nel ricevere poi in consegna l’anello di Pompeo, si mise a piangere» (Cesare, 48,2).

Questo il triste e inglorioso trapasso di un grande uomo che ebbe l’unica sfortuna di avere come avversario Gaio Giulio Cesare.

Continua...


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