mercoledì 16 settembre 2009

Gaio Giulio Cesare (2)

II. La campagna gallica: la gloria, la leggenda, il mito


«Cesare era tanto affezionato ai suoi soldati che, venuto a sapere della disfatta di Titurio, si lasciò crescere la barba e i capelli senza tagliarli se non dopo aver compiuto la sua vendetta».

(Svetonio, Cesare, 67,2)


La campagna gallica impegnò Cesare per ben dieci anni (il proconsolato gli fu rinnovato nel 54 per altri cinque), e rappresentò per lui una vera palestra militare, nonché il trampolino di lancio per la gloria e la fama presso il popolo romano.
Il futuro dittatore si distinse immediatamente per le sue doti belliche, per la sua genialità strategica e per le sue stesse virtù guerriere, tanto da essere amato dai suoi legionari poiché, da primo tra pari, viveva in mezzo a loro, viveva con loro: ne captava gli umori e i malumori, era tanto severo nel punirne le gravi mancanze quanto generoso nel ricompensarne il valore, tanto saggio e moderato durante gli entusiasmi delle vittorie (molte) quanto di conforto e di sprone nelle sconfitte (poche). Il suo appostarsi in prima linea, la sua frugalità nel mangiare, la sua perseveranza nel sopportare le fatiche e gli strazianti ritmi delle marce, il suo essere un soldato tra soldati lo resero quasi leggendario.

Numerosi sono gli aneddoti riportati da Svetonio e Plutarco sul suo valore militare e sul carismatico ascendente che esercitava sui soldati, i quali erano spinti all’emulazione e ai più grandi cimenti. Vale la pena rammentarne due: una volta, attaccato di sorpresa dagli Elvezi, riparò fortunosamente in una piazzaforte, nella quale raccolse e ordinò i suoi legionari in formazione di combattimento; quando però gli fu portato il cavallo, esclamò: «Mi servirà dopo la vittoria, per l’inseguimento. Adesso andiamo all’attacco», e mosse contro i nemici a piedi (Plutarco, Cesare, 18,3). In Britannia accadde invece che alcuni comandanti dell’avanguardia furono oggetto di un agguato nemico che li fece rovinare in una palude fangosa; «un soldato si lanciò però nel folto dei nemici – Cesare assisteva di persona alla battaglia – e, dopo aver compiuto innumerevoli, cospicue prove di coraggio, mise in fuga i barbari, salvò i comandanti e attraversò la palude per ultimo dopo tutti, tra gravi difficoltà, gettandosi nella corrente limacciosa: ne uscì infine a stento, senza scudo, un po’ a nuoto e un po’ a piedi. Cesare e il suo seguito, meravigliati di tanta prodezza, gli andarono incontro con grida di gioia; ma il soldato, assai sconfortato e in lacrime, si gettò ai piedi di Cesare chiedendogli perdono per aver abbandonato lo scudo» (Plutarco, Cesare, 16,5).

La campagna gallica assunse inoltre caratteri epici e da grande epopea, in cui le legioni romane combatterono contro popolazioni remote di cui a malapena si conosceva il nome: Cesare arrivò sino in Britannia a lambire gli estremi confini del Nord, oltrepassò il Reno con un ponte poderoso costruito in pochissimi giorni, la cui sola superba opera bastò a sgominare gli atterriti Germani al di là del fiume.
Accumulò inoltre ingenti ricchezze e fece incetta di prigionieri, inviando al popolo romano enormi cifre di denaro e schiavi in abbondanza: il suo nome riecheggiava ormai nelle orecchie di ognuno. Tutto ciò ovviamente destò le più accese invidie tra i membri della factio, e gli stessi Catone e Cicerone non facevano che sperare e attendere la disfatta del generale.

Non mancarono, nell’arco della guerra, le ombre e le atrocità: città e campi messi a ferro e fuoco, stragi immani e spedizioni punitive, che lo stesso Cesare registrò nei commentarii e che Plinio il Vecchio descrisse in maniera circostanziata (Storia naturale, VII 91-99), e che più tardi anche un Goethe lamentò duramente. Ma Cesare, che pur stava conducendo una guerra in una terra vasta e inospitale, si rivelò tanto cinico e spietato con i nemici e i traditori quanto clemente e generoso con gli amici e gli alleati. Egli, dopotutto, non conosceva che la gloria di Roma e la sua personale, la quale seconda doveva necessariamente scaturire dalla prima, e solo a queste rispondeva.

Non possiamo ad ogni modo non citare la più grande battaglia della campagna gallica, in cui Cesare dispiegò tutto il suo genio tattico-militare e in cui si manifestò tutta la tenacia e il valore dalle legioni di Roma: l’assedio di Alesia del 52 (Cesare, La guerra gallica, VII 68-89).

La città di Alesia era situata su un’altura favorevolissima alla difesa nel cuore della Gallia, ed era presidiata dal prode capo arverno Vercingetorìge, forte di circa 80.000 uomini arroccati nel borgo. I Romani contavano invece su circa 45-50.000 legionari. Ma il vero pericolo per le aquile di Cesare era rappresentato da un oceanico contingente pan-gallico chiamato in aiuto da Vercingetorige, stimato in 240.000 fanti e 8.000 cavalieri, che sarebbe dovuto piombare presto alle terga dell’esercito romano.
La battaglia era decisiva: o Roma vinceva, tenendo così la Gallia sotto il proprio dominio (ipotesi più che improbabile!), oppure, annientate le legioni cesariane, i Galli avrebbero recuperato la libertà.

Cesare, fortemente preoccupato dalle truppe galliche in arrivo, escogitò e fece approntare un sistema di fortificazioni di dimensioni mastodontiche, mai viste prima (in foto). Fece edificare una «controvallazione» interna di circa 15 km (sic!) di lunghezza, al fine di fiaccare gli uomini di Vercingetorige mettendoli così di fronte a una scelta: la resa (poco onorevole), l’abbandono della roccaforte per un attacco frontale (sconsigliabile, vista la superiorità tecnica dei Romani) o la morte per inedia (ipotesi davvero infausta). Ma soprattutto attese alla costruzione della «circonvallazione» esterna, atta all’arginamento del contingente pan-gallico, lunga circa 21 km (sic!!!). Questo doppio sistema di fortificazioni aveva il chiaro intento di impedire il congiungimento degli assediati con i 250.000 in arrivo: un’eventualità che avrebbe ineluttabilmente segnato il destino dei Romani. Erano stati inoltre attrezzati fossati con trappole, fortini, ridotte, torri di guardia e quant’altro fosse utile alla difesa: un’opera decisamente monumentale!

Di fronte all’impari confronto tra le forze in campo, Catone e Cicerone (ma adesso anche Pompeo) gongolavano per l’ormai imminente disfatta di Cesare. Ma il destino era dalla parte del figlio di Venere.
In una battaglia epocale, infatti, le legioni di Roma, al termine di una strenua ed eroica resistenza, sbaragliarono l’imponente esercito gallico, coprendosi di eterna gloria. I 250.000 si dispersero permettendo alla cavalleria romana di farne grande strage, mentre Vercingetorige si arrese consegnando le armi al proconsole (in foto). La fama di Cesare era ora all’apice, a Roma non si parlava d’altro che delle sue armate invincibili. E l’invidia, mista al timore, corrose l’animo dei suoi nemici, vecchi e nuovi.


Durante il periodo finale del mandato proconsolare, Cesare si limitò dunque a pacificare definitivamente la Gallia.
Ma ora un’altra minaccia si prospettava all’orizzonte dell’intrepido generale: una minaccia che non era fatta di fanti e cavalieri, di scudi e lance, bensì di intrighi e complotti, di macchinazioni e subdole congiure. Tutti gli avversari di Cesare, infatti, si stavano febbrilmente adoperando per eliminarlo.

Continua...

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2 commenti:

  1. Complimenti, come sempre ottimi articoli.
    Anche l'altro articolo, sulla prima marcia su Roma, era semplicemente geniale.
    Cesare è un uomo da riscoprire, un supercamerata.

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